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Dormire nella rivoluzione Il libro del sonno di Haytham el-Wardany

I sogni hanno sempre disturbato l’uomo. Era già abbastanza complesso accettare che la stanchezza portasse al sonno e che quindi dovessimo passare buona parte della nostra vita nell’incoscienza, accovacciati e vulnerabili all’esterno. Ma che quello spazio oscuro venisse disturbato da strane esperienze e visioni spesso incomprensibili pareva essere nient’altro che lo scherzo di un dio crudele.

Poi ci si è messo anche il capitalismo. L’efficientamento delle capacità umane trasformate in forza lavoro. A quel punto il sonno non era che una soglia da spingere sempre più in là, il sogno un disturbo della razionalità. Così il tentativo è stato di farne strumenti utili, il sonno per la sua capacità di curare dalla fatica e raccogliere le forze fisiche e mentali; il sogno per scrutare dallo spioncino dell’inconscio cosa stava succedendo là sotto e sistemarlo a dovere. Un uomo produttivo non nasconde nulla a se stesso e ogni cosa di sé  gli è chiara, perché solo così la sua volontà può governare interamente mente e  corpo. Solo così l’uomo può essere davvero padrone di sé (dice il padrone all’uomo).

“Chi ha troppi legami con la realtà non può capire come sia possibile essere partecipi anche nell’assenza, e in tutto questo non vede che una palese contraddizione, e si adopera senza posa per trascinare il sonno nella veglia, il momento, ossia, in cui gli presta attenzione, ignorano il diritto su cui esso insiste ogni notte: essere presente pur senza esserci”. È così che ci accoglie Haytham el-Wardany, scrittore e traduttore egiziano, nell’introduzione al suo Libro del sonno pubblicato in Italia da Timeo, con lo sconcerto che il sonno non abbia una propria autosufficienza ontologica al di fuori dello stato di veglia. Il sonno chiede di essere altro e noi, per qualche ragione, continuiamo a negargli questo stato.

Credo che la ritrosia nel dare valore al sonno (e quindi al sogno) nasca in particolare da una delle caratteristiche di questo stato di coscienza, la frammentazione dell’identità, a volte la sua completa scomparsa. Durante il sonno molte delle facoltà cognitive che riteniamo indispensabili durante la veglia cessano di funzionare o subiscono dei gravi malfunzionamenti: dalla razionalità alle capacità riflessive, l’orientamento spaziale e l’accesso alla memoria, così come la capacità di attenzione e la nostra volontà. Il nostro cervello comincia a funzionare in maniera differente. Durante la fase Rem (quella in cui avvengono i sogni) la corteccia prefrontale ha un’attivazione molto ridotta e così vengono meno tutte le facoltà legate all’autoconsapevolezza e alla pianificazione cosciente; allo stesso tempo rimangono particolarmente attive il talamo e il sistema limbico, queste sono le aree più arcaiche del nostro cervello, lontane dalla sfera della razionalità, che governano le funzioni emotive di base.

Il sonno così spegne l’identità o la frammenta, gettandoci in uno stato in cui di noi (della nostra percezione come individui) non resta che un groviglio di emozioni e immagini incoerenti. Haytham el-Wardany lo descrive come la rottura di una soglia che getta la nostra identità in un stato di osmosi indistinta con il mondo: “Lo spazio che la veglia ha definito come ben diviso e omogeneo diventa, durante il sonno, uno spazio poroso, sempre suscettibile di mescolanza. La soggettività, normalmente strutturata come spazio interiore scisso dallo spazio esteriore e diviso a sua volta in spazi liminali, durante il sonno scivola verso l’esterno per mescolarsi al mondo, perdendo a poco a poco i suoi confini interni”.

Questo rappresenta un grosso problema per il capitalismo che trae la propria forza proprio dall’irrigidimento dell’identità soggettiva. Per essere dei buoni consumatori è necessario avere sempre ben presente che i beni acquistati e il nostro lavoro sono descrittori determinanti della nostra identità. L’individuo deve essere mantenuto in un involucro di desideri (continuamente riproposti dall’esterno) che è possibile soddisfare sul mercato. Desideri indotti e che devono essere fruiti individualmente, così da restituire la sensazione che la loro temporanea soddisfazione abbia un effetto tangibile sull’identità dell’individuo e sul  suo status sociale.

Togliere un’identità ben costruita da questa equazione ha il risultato di far saltare il fattore su cui si basa tutta la struttura. Chi comprerebbe un nuovo smartphone se non fosse perfettamente certo di poterne godere in prima persona dei suoi presunti benefici? Già questa constatazione sul rapporto tra identità e consumo porta la speculazione sul sonno in territori squisitamente politici. Avrebbe senso immaginare un potere temporale in uno stato in cui tutti i sudditi sono sprofondati nel sonno? Come potrebbe imporre le sue leggi questo re insonne, se i dormienti non riescono nemmeno più a ricordare il loro nome e il loro passato?

Il libro rintraccia nel sonno sui mezzi pubblici una delle sue immagini chiave, il dormire in pubblico è un gesto potente ed estremamente pericoloso per il potere costituito. Una società che dorme è soprattutto una corpo sociale che rifiuta di essere governato: “Capita che lo spazio collettivo smetta di essere arena di negoziazione e lotta, terreno di scambio di opinioni e dialogo, per far emergere un lato solitamente nascosto dell’esperienza sociale, ossia il silenzio condiviso. Il sonno sui mezzi pubblici o nelle piazze, nelle aule di scuola o sul luogo di lavoro, è un potentissimo rifiuto del fatto sociale, poiché non avviene nel privato delle camere da letto, bensì nel cuore di luoghi tradizionalmente deputati al conflitto sociale. /[…] Chi dorme nei luoghi pubblici non negozia e non lotta con nessuno, non stringe alleanze e non comunica, ma si abbandona all’altro, gli svela la sua debolezza, la sua vulnerabilità, la sua impotenza”.

Il mondo si ferma. Come nella favola della bella addormentata tutti gli abitanti del castello cadono in un sonno profondo che durerà cento anni. Re, regina, servitori, dame e cavalieri, fino ai cavalli e ai piccioni si perdono in un luogo misterioso al di fuori della realtà. Chi baderà che le fucine continuino a produrre suppellettili nel palazzo avvolto da una fitta foresta di rovi?

Ma a el-Wardany oltre all’inquietante paesaggio simbolico del sonno che popola le favole, interessa soprattutto come questo possa influenzare fattualmente la realtà in cui viviamo. L’autore scava nella sua biografia e – tra diverse trascrizioni di sogni e scenari in cui il sonno fa irruzione nel quotidiano – trova il luogo della protesta, il primo passo sulla via della rivoluzione. Cosa c’è di più attivo, sveglio e rumoroso di un gruppo di persone che protesta in una piazza pubblica? Ma anche qui secondo l’autore l’immediatezza di una tale immagine ne distorce le sue reali potenzialità, è nel sonno che la protesta può raggiungere il suo picco più radicale: “Il sonno rappresenta il nucleo della protesta, l’essenza profonda che tutti vi cercano. Non si può fare affidamento su una protesta in cui i manifestanti non allestiscono uno spazio per dormire. /[…] Ogni volta che si è riusciti a farlo, infatti, la protesta ha avuto ricadute politiche. La radicalità del presidio, che comporta rischi evidenti, non è completa fino a quando non si fa da parte per lasciare spazio a un atto inerme, un atto che poggia su una critica del principio stesso del fare: il sonno”.

Così la lente speculativa dell’autore si allarga sempre di più in cerchi concentrici che inglobano completamente la realtà, quando lo spazio non basta più irrompe il tempo e così il problema della storia. La storia la fanno quelli svegli, perché il tempo durante il sonno non funziona, si ferma o si arrovella su se stesso, si tende e si accorcia indefinitamente, così “il sonno è rimasto sparso come polvere sulle pagine della storia”.

Oltre all’individualità un altro dei concetti alla base del funzionamento del capitalismo è quello della linearità temporale, del progresso. Come un vettore inarrestabile il progresso liberista può correre in una sola direzione, senza fermarsi né piegare, senza un minimo ripensamento perché ne vale della sua stessa esistenza, appena un passo falso e boom, è tutto finito. Anche in questo senso il capitalismo sembra trovare nel sonno la sua negazione, uno spazio buio che si ripete regolarmente sempre uguale, una rinuncia e una stasi che va contenuta per non rischiare che come un virus infetti le dinamiche ben oliate che guidano i giganteschi motori del progresso. Ma anche qui la presa di posizione del sonno appare beffarda, scrive l’autore che “la risposta del sonno a questa emarginazione è la ripetizione. Come tutte le cose autentiche, il sonno si ripete notte dopo notte, facendo della ripetizione una legge.”

Il sonno impone la sua legge alternativa come un sortilegio che sorge e si disfà ogni giorno, senza una ragione e senza possibilità di fermarlo. Una specie di maledizione originaria che nessuno è ancora riuscito a rompere, e così l’uomo è costretto a fare la storia nei suoi intermezzi di lucidità, quando il sole è alto e le superfici lucide di tutti i manufatti in produzioni luccicano di desiderio sotto gli occhi di tutti: “Cacciato dalla storia, il sonno non avanza e non arretra, non crea e non distrugge, eppure è il limite che la freccia del progresso non riesce a oltrepassare. E che cosa potrà mai fare l’uomo della storia davanti a questo spreco quotidiano? Che cosa farà di tutte quelle ore di sonno? Le ridurrà il più possibile? Se ne dimenticherà del tutto al risveglio? Le impilerà a strati l’una sopra l’altra per poi mangiarle? Ci camminerà in mezzo come si cammina in mezzo alle foglie in autunno? Ci si abbandonerà? Cos’altro potrà mai fare?!”.

Un’altra grande interruzione governa la vita dell’uomo, e anche nei confronti di questa (per ora) il capitalismo si è dimostrato inefficiente. È la morte, che assomiglia parecchio al sonno ma sembra non avere fine. Il mondo del capitalismo è necessariamente un mondo di vivi, perché i morti come gli addormentati non lavorano e non comprano. Così ogni schermo non fa altro che tenerci all’erta, saturando di desiderio i pensieri e confidandoci che non moriremo mai. Prosegue così el-Wardany: “In un mondo che si regge sull’attirare l’attenzione e stimolare la coscienza; in un mondo in cui di può catturare, registrare e condividere ogni istante con gli altri; in un mondo in cui ogni istante è pronto a diventare una trasmissione in diretta; in un mondo così, non resta che il sonno come luogo ultimo per incontrare la morte. Il contatto con i vivi è diventato la nostra occupazione quotidiana principale”.

Nel mondo dei vivi c’è sempre la premura di non svegliare chi dorme. Quando entriamo in una stanza camminiamo in punta di piedi, sussurriamo stando attenti a non far cadere gli oggetti che sfioriamo con le mani. Ci prendiamo cura di chi dorme, magari gli rimbocchiamo le coperte se è una notte più fredda del solito. Forse abbiamo paura di chi dorme perché in quell’assenza presagiamo già quella che sarà la nostra. Persi in una stanza buia senza più un nome o un passato. Vi è mai capitato di guardarvi in una foto che qualcuno vi ha scattato mentre eravate addormentati? Chi eravate in quel momento? Siete riusciti a riconoscervi?

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Terzo Congresso CIT

In questo articolo userò il femminile come forma inclusiva, intendendo con esso tutte le persone, indipendentemente dal genere.

Quando l’USI ha proposto alla CIT di fare un congresso straordinario, aveva ben chiaro in mente che vedersi, frequentarsi, dialogare in presenza, prendersi il tempo per decidere guardandosi in faccia è indispensabile per continuare a camminare e lottare insieme. È la necessità di condividere che ci ha indotte a invitare tutte le sezioni della CIT a raggiungerci nella campagna emiliana e a popolare per tre giorni le Cucine del Popolo di Massenzatico con le voci di tante persone, ognuna nella sua lingua, ognuna con la sua cultura, ognuna determinata a proseguire un percorso comune iniziato otto anni fa.

La CIT ha risposto a questa esigenza con entusiasmo e si è spesa affinché il suo terzo Congresso costituisse una tappa importante di questo viaggio internazionalista, che si rinnova sempre, al passo con le vicende che condizionano la vita delle lavoratrici di tutto il mondo. È proprio in Italia che ci siamo radunate nel maggio del 2018, a Parma, e abbiamo dato vita alla Confederación Internacional del Trabajo. Quel primo Congresso è stato l’apice di un percorso di ripensamento e rifondazione delle nostre ambizioni internazionaliste, perché per alcune delle organizzazioni che compongono l’Internazionale anarcosindacalista l’uscita dall’AIT non poteva assolutamente costituire la rinuncia a impegnarsi insieme, a prescindere dalle frontiere; le altre sezioni che dell’AIT non avevano avuto esperienza hanno abbracciato il nostro progetto e ne hanno condiviso la costruzione. Da allora la CIT ha vissuto al fianco delle lavoratrici che ne fanno parte, sperimentando momenti di stasi e di rilancio, crescendo non solo nel numero di affiliate, ma soprattutto nella consapevolezza che insieme si possono superare le difficoltà e i propri limiti.

L’USI ha proposto alla CIT di riunirsi a Massenzatico in prossimità di alcuni cambiamenti e nell’evidenza di alcune criticità: si prospettava una nuova tappa, un momento di svolta necessario a cui dedicare energie speciali, pur nell’urgenza che un congresso straordinario comporta.

E così ci siamo riunite: la CNT spagnola, con una numerosa delegazione e la sua consueta grinta; la CNT francese, sempre combattiva; la FAU tedesca, con la sua concretezza; la FORA argentina, piccola e tenace, in un contesto difficilissimo; l’IP polacca, che sta sperimentando una crescita senza precedenti; l’IWW tutta intera (ovvero le amministrazioni regionali di NARA nord America e WISERA, che fa capo alla Regno Unito, con tanti satelliti in territori diversi), che è in tante parti del mondo e ovunque porta la sua storia; l’USI-CIT, che su questo settimanale non ha bisogno di presentazioni. A queste delegazioni si sono aggiunte, purtroppo a distanza, le referenti delle nuovissime sezioni della CIT: FGWM del Myanmar e la FOB del Brasile. Ci hanno accompagnato, inoltre, come osservatrici la SAC svedese, Solidaridad Obrera e Mujeres Libres dalla Spagna, il sindacato palestinese PPSWU.

Il luogo in cui il Congresso si è svolto, le Cucine del Popolo di Massenzatico (Reggio Emilia), ci ha accolto in modo perfetto, dandoci spazi di incontro formale e informale, nutrendoci nel rispetto di ogni scelta ed esigenza alimentare, rallegrando le nostre serate, ma in particolare con la cura di Fillo, costantemente e discretamente dedito a risolvere ogni minimo problema potesse sorgere.

Ma al terzo Congresso della CIT abbiamo soprattutto risposto col dialogo alle esigenze che oggi la Confederazione ha, un dialogo a volte deciso e forse anche aspro, ma sempre autentico e mai brutale, sapendoci compagne e coscienti dell’importanza di avanzare una accanto all’altra.

A otto anni dalla fondazione della CIT abbiamo capito che l’organizzazione che ci siamo date sulla carta non teneva conto di dinamiche, contesti e occasioni che potessero venire a crearsi, a causa di eventi esterni così come di specificità interne alle sezioni. Insomma, come spesso accade, non avevamo previsto tutto e abbiamo sentito il bisogno di riorientare la nostra capacità di coordinazione e di dotarci di strumenti operativi nuovi. Abbiamo definito con maggiore cura il ruolo e le pratiche del Comitato per le Relazioni, che dà seguito alle indicazioni fornite dai congressi e coordina le attività e le iniziative; abbiamo riformulato le dinamiche interne ai gruppi di lavoro, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio secondo le prerogative dei singoli membri che li compongono; abbiamo dato sostegno a una sezione della CIT che vive un periodo di difficoltà economica. Anche gli statuti, nel momento in cui si redigono, fotografano una realtà e una serie di valutazioni, ma l’uso quotidiano di questi documenti fondamentali evidenzia a lungo andare delle lacune e dei limiti a cui dare soluzione; tuttavia, l’impossibilità di alcune sezioni di prendere decisioni in merito –la preparazione di un congresso straordinario pecca del fenomeno dell’urgenza- ha fatto sì che si rimandassero le modifiche statutarie al prossimo congresso ordinario.

Non solo di organizzazione abbiamo discusso, com’è ovvio sempre, ma soprattutto ora, in un periodo in cui il mondo ci chiama a esporci, intervenire, concretizzare supporto alle lavoratrici che vivono una quotidianità drammatica: il congresso della CIT ha approvato una mozione a sostegno della popolazione palestinese che patisce il genocidio a opera di Israele e ha manifestato l’intenzione di creare contatti e iniziative insieme alle associazioni e alle realtà che operano in Palestina e Cisgiordania. Abbiamo anche ascoltato la narrazione e i progetti portati dall’osservatore del PPSWU, la cui presenza è stata per noi un’inestimabile occasione di confronto.

Durante l’intero congresso, nonostante i problemi tecnici che hanno reso difficile il collegamento con FGWM e FOB, siamo stati gioiosamente consapevoli che la presenza tra noi di queste due nuove organizzazioni sia un passo avanti nella nostra crescita e nella nostra capacità di lotta.

L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato ai progetti futuri dell’Internazionale e non poteva mancare l’organizzazione di iniziative condivise per i giorni di mobilitazione antimilitarista, che proprio la CIT ha promosso a livello globale; in Italia abbiamo proclamato lo sciopero per il 30 ottobre e fatto appello a una giornata di manifestazioni per il 31. Le altre sezioni della CIT, ognuna con le proprie caratteristiche e nei limiti delle possibilità offerte dalla legislazione vigente nei loro paesi, daranno vita ad altrettante iniziative contro la guerra, il riarmo, l’economia di guerra e questa nuvola grigia sempre più tendente al nero che incombe sulle nostre teste e impone di reagire con forza e determinazione.

L’ultimo atto del congresso è stato l’avvicendarsi di USI e IP alla segreteria dell’Internazionale; la cosa mi riguarda personalmente ed è con ottimismo e sentimento di sorellanza che ho affidato la coordinazione del Comitato per le Relazioni a Jakub: gli auguro un periodo ricco di attività, consapevole dell’impegno che dovrà profondere, ma disponibile a stargli affianco e supportarlo, e con me tutte le referenti del Comitato.

Grazie alla CIT, alle sue sezioni, alle organizzazioni invitate, alle persone che hanno contribuito all’organizzazione di questo sororale e solidale incontro internazionale.

Viva la Rivoluzione! Viva la CIT!

Anna Gussetti

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