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Cina: Xi Jinping lancia il piano per una “Cina sana”

La salute pubblica come pilastro della prosperità nazionale e dello sviluppo del Paese. È questa la linea indicata dal presidente cinese Xi Jinping, che ha chiesto di accelerare la costruzione di una “Cina sana” nel corso del XV Piano quinquennale, relativo al periodo 2026-2030. Intervenendo alla Conferenza nazionale sulla salute, tenutasi a Pechino, Xi ha sottolineato che il benessere della popolazione rappresenta un indicatore fondamentale della forza di una nazione. L'obiettivo è consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni e rendere i servizi sanitari sempre più equilibrati, inclusivi, efficienti e di qualità.

Dal XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, nel 2012, la Cina ha portato avanti un importante processo di rafforzamento delle strutture sanitarie, della medicina tradizionale, della prevenzione delle malattie e dei sistemi di assistenza e copertura sanitaria. Un percorso che, secondo Xi, ha prodotto risultati storici e progressi complessivi nel settore. La nuova fase punta a mettere la salute al centro delle politiche pubbliche, superando una visione limitata alla sola cura delle patologie. In questa prospettiva, la prevenzione assume un ruolo prioritario: intervenire sui fattori di rischio prima che si trasformino in problemi sanitari è, ha evidenziato il presidente cinese, l'approccio più efficace ed economicamente sostenibile per proteggere la popolazione.

Pechino intende inoltre rafforzare il sistema di prevenzione e controllo delle malattie, migliorare la capacità di risposta alle epidemie e riorganizzare i servizi sanitari affinché i cittadini possano ricevere cure efficaci anche vicino al luogo in cui vivono. Un'attenzione particolare sarà riservata alla medicina tradizionale cinese, il cui patrimonio dovrà essere preservato e sviluppato attraverso l'innovazione, insieme al potenziamento della ricerca di base e delle capacità scientifiche originali del Paese. Xi ha indicato anche la necessità di coordinare meglio i servizi medici, l'assicurazione sanitaria e il settore farmaceutico, migliorando al contempo la formazione e la disponibilità di personale medico altamente qualificato. La strategia non si limita ai confini nazionali. La Cina intende promuovere la costruzione di una comunità globale della salute, rafforzando la cooperazione internazionale per affrontare le principali sfide sanitarie.

Nel quadro del nuovo Piano quinquennale, la “Cina sana” diventa così un obiettivo trasversale: investire nella prevenzione, nell'innovazione e nell'accessibilità delle cure significa rafforzare il benessere collettivo e porre la salute della popolazione al centro delle priorità di sviluppo.

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«Non toccate i liceali!»: la catena umana lavoratori-studenti che ha bloccato la polizia a Tolosa (VIDEO)

Una mattina di alta tensione si è consumata davanti al liceo Déodat de Séverac, dove le forze dell'ordine sono state costrette a indietreggiare di fronte a una compatta catena umana formata da insegnanti, lavoratori e studenti. Mentre i manifestanti scandivano a gran voce «Indietreggiate!» e «Non toccate i liceali!», la situazione è degenerata con cariche della polizia e lancio di lacrimogeni.

L'unica risposta che il regime neoliberista di Macron riesce a dare a studenti e lavoratori in lotta.

L'immagine degli insegnanti e dei lavoratori che si frappongono fisicamente tra le forze dell'ordine e i propri studenti rimane il fatto più simbolico di una giornata segnata da una forte mobilitazione sociale e da un netto rifiuto della repressione negli spazi educativi in Francia.

 
 
 
 
 
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Brasile, il fuoco sulla bandiera Usa accende il duello finale tra Bolsonaro e Lula (VIDEO)

L'immagine è eloquente: il video mostra l'ennesima protesta di piazza in Brasile, dove un gruppo di manifestanti dà fuoco a una bandiera degli Stati Uniti. A San Paolo così come a Belo Horizonte. Il gesto è chiaro: rabbia per le interferenze statunitensi nelle elezioni brasiliane, a ormai pochi giorni dal ballottaggio del 25 ottobre tra Flávio Bolsonaro e Lula.

Le fiamme sulla bandiera a stelle e strisce non sono un simbolo nuovo, ma in questo momento pesano diversamente, perché arrivano mentre il Paese è spaccato in due e mentre il governo brasiliano ha già respinto funzionari statunitensi e denunciato finanziamenti USA a gruppi locali.

Il video non va letto come una semplice sceneggiata a favor di telecamera: è la spia di una campagna elettorale dove la sovranità nazionale è diventata il tema più caldo, e dove bruciare quella bandiera significa dire, senza troppi giri di parole, che il 25 ottobre il Brasile non vuole che nessuno scelga al posto suo.

 
 
 
 
 
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«Sì, l'ho fatto. Con orgoglio»: Varoufakis risponde a Fox News (VIDEO)

Fox News e alcuni media sionisti lo accusano di aver avuto un ruolo nel raduno di sabato scorso dell'Alleanza Globale per la Palestina a Londra. La sua risposta non lascia spazio a fraintendimenti: «Sì, l'ho avuto. Con orgoglio. Un ruolo minuscolo. Vorrei averne avuto uno più grande».

Varoufakis era ad Atene, ma ha voluto comunque inviare un video. Un messaggio che non accarezza le orecchie, come dice lui stesso. Un messaggio scomodo, che non si limita a solidarizzare, ma accusa.

«Se fossimo negli anni '30, avremmo un solo dovere morale: difendere il popolo ebraico dai nazisti. Oggi, abbiamo di nuovo un solo dovere morale: difendere il popolo palestinese da Israele».

Parole che pesano. Parole che smascherano la complicità dei governi, anche quando cercano di applicare piccoli aggiustamenti di facciata. Come nel caso di Andy Burnham che sanziona le esportazioni dai Territori Occupati - afferma Varoufakis - «come se Israele li etichettasse come tali!». Un gesto che non ferma l'embargo, non ferma le armi, non ferma il genocidio. Serve solo a cullare la maggioranza nell'illusione che qualcosa sia cambiato.

E poi i media. Gli stessi che hanno demonizzato Jeremy Corbyn per «insufficiente sostegno al genocidio di Israele», oggi applicano lo stesso manuale contro Zack Polanski e il Partito Verde.

«Ovunque guardiamo vediamo le prove del fallimento del nostro movimento nel scalfire la determinazione di Israele a completare il suo genocidio».

Qui il video del suo intervento:

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"Basta con questa storia!" Sahra Wagenknecht smaschera il vassallaggio energetico dell'UE

 

Il suicidio energetico e il vassallaggio dell'Unione Europea sono stati perfettamente sintetizzati nell'ultimo commento sui suoi social da parte di Sahra Wagenknecht, fondatrice del partito BSW. "È proprio una follia totale: il governo degli Stati Uniti sta ora di nuovo importando diesel dalla Russia per abbassare i prezzi della benzina alle stelle per i consumatori americani. Eppure il governo federale continua ad aggrapparsi alla politica di sanzioni insensata, che sta portando la nostra economia alla rovina e sta rendendo i cittadini sempre più poveri. Basta con questa storia!", ha scritto. 

"I prezzi della benzina sono ancora scandalosamente alti. Anche la Germania ha bisogno di un accordo sul diesel con la Russia e di un ritorno generale al petrolio e al gas russi! Senza energia a buon mercato dalla Russia, il declino della nostra industria non potrà essere fermato", ha proseguito. "Anche su questo il Landtag di Magdeburgo voterà mercoledì: in un progetto di legge comune con l'AfD, chiediamo al governo federale di revocare le sanzioni insensate contro la Russia e di impegnarsi per una fine diplomatica della guerra in Ucraina. Sarebbe la prima maggioranza in un parlamento tedesco dall'inizio della guerra per la pace e l'energia a buon mercato – e un forte segnale per un cambio di rotta nella politica energetica!", ha concluso. 

Es ist doch vollkommen verrückt: Die US-Regierung importiert jetzt wieder Diesel aus Russland, um die explodierenden Spritpreise für die amerikanischen Verbraucher zu senken. Doch die Bundesregierung hält immer weiter an der sinnlosen Sanktionspolitik fest, die unsere Wirtschaft in den Ruin treibt und die Bürger immer ärmer macht. Schluss damit! Die Spritpreise sind immer noch unverschämt hoch. Auch Deutschland braucht einen Diesel-Deal mit Russland und eine generelle Rückkehr zu russischem Öl und Gas! Ohne preiswerte Energie aus Russland wird der Niedergang unserer Industrie nicht aufzuhalten sein. Auch darüber wird der Magdeburger Landtag am Mittwoch abstimmen: In einem gemeinsamen Antrag mit der AfD fordern wir die Bundesregierung auf, die sinnlosen Sanktionen gegen Russland aufzuheben und sich für eine diplomatische Beendigung des Ukraine-Kriegs einzusetzen. Das wäre die erste Mehrheit in einem deutschen Parlament seit Kriegsbeginn für Frieden und preiswerte Energie – und ein starkes Signal für einen Kurswechsel in der Energiepolitik!

— Sahra Wagenknecht (@SWagenknecht) October 12, 2026

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L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee

 

di Domenico Moro

 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi di 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e L’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, si sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte a propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7% e al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarsa utilizzazione degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. Il Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Mario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, cercando di imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero. 

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari degli Usa. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.  

 

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante ne è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.  

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del 900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

 

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e anche civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo Usa in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in Europa, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra.” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli.” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi prima dello scoppio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.  

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

 

Note

[i][i][i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo occidentale è sempre stato la fine della Russia come stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

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Esercito libanese e disarmo di Hezbollah: i segreti e le pressioni USA

 

 
Mentre cresce la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah, e Israele continua i suoi attacchi quasi quotidiani contro il Libano mantenendo l'occupazione di posizioni all'interno del territorio libanese, l'esercito libanese si trova ad affrontare un'equazione sempre più complessa. Ci si aspetta che esegua le decisioni delle autorità politiche senza farsi coinvolgere in uno scontro interno, sedendo allo stesso tavolo con gli ufficiali israeliani all'interno del "comitato di coordinamento". Allo stesso tempo, l'esercito dipende fortemente dagli Stati Uniti per armamenti e addestramento, mentre Washington garantisce la superiorità militare qualitativa di Israele.

In questa intervista, un alto ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF), che ha parlato a condizione di anonimato a The Cradle, delinea i limiti del ruolo dell'istituzione militare nella questione degli armamenti e discute delle tensioni tra il Comandante Generale delle LAF, Rudolphe Haikal, e il Presidente libanese Joseph Aoun. Rivela inoltre la presenza di personale militare statunitense nelle basi di Hamat e Rayak, nonché quella che descrive come una "forza d'assalto" all'interno dell'esercito che, a suo dire, riceve ordini direttamente dagli americani.

Dietro a tutto ciò si cela una domanda che l'ufficiale pone senza mezzi termini: come si può pretendere che un esercito che non controlla il proprio approvvigionamento di armi e i cui soldati guadagnano 300 dollari al mese si assuma la piena responsabilità della difesa del Libano?

The Cradle: Come affronta l'esercito libanese le crescenti richieste e pressioni per il disarmo di Hezbollah? Dove traccia i limiti del suo ruolo in questa questione, tra l'attuazione delle decisioni delle autorità politiche e la preservazione della pace civile e della stabilità interna?

Ufficiale: L'esercito libanese non è l'istituzione che prende la decisione politica sul disarmo di Hezbollah. Si tratta di una questione sovrana e politica, decisa dallo Stato attraverso le sue istituzioni costituzionali. Il ruolo dell'esercito è quello di attuare le decisioni delle autorità legittime nel rispetto della Costituzione e della legge. In altre parole, non è l'esercito a decidere se le armi di Hezbollah verranno disarmate, né quando o come ciò avverrà.

È qui che la questione si complica. L'esercito è tenuto a eseguire qualsiasi ordine gli venga impartito dalle autorità politiche, ma l'istituzione militare considera anche le conseguenze di ogni decisione sul campo, nonché il suo impatto sulla pace civile, sull'unità dell'esercito e sulla stabilità interna. C'è una differenza sostanziale tra prendere una decisione politica e avere la capacità di attuarla sul campo. L'esercito non vuole essere coinvolto in uno scontro interno né essere spinto in un conflitto con una parte della popolazione libanese, poiché una delle sue priorità principali è prevenire i disordini e preservare l'unità dell'istituzione militare stessa.

L'esperienza dell'esercito durante la guerra civile e i danni subiti dall'istituzione in quel periodo hanno reso il tema della sua unità interna particolarmente delicato. Pertanto, qualsiasi decisione di questo tipo richiede un ampio sostegno politico e nazionale, nonché un meccanismo attuabile che non porti a scontri interni. Se viene emessa una decisione politica e all'esercito viene chiesto di imporla con la forza mentre l'attuazione minaccia la pace civile, si tratterebbe di una situazione estremamente pericolosa. Per quanto riguarda specificamente il disarmo di Hezbollah sul territorio libanese, l'esercito non attuerà una decisione delle autorità politiche se non vi è consenso, al fine di salvaguardare l'unità dell'istituzione. Lo Stato può prendere una decisione sulla carta, ma se non sussistono le condizioni politiche necessarie, tale decisione potrebbe rimanere nient'altro che inchiostro su carta.

The Cradle: Il comandante dell'esercito, generale Rudolphe Haikal, prende decisioni unilateralmente all'interno dell'istituzione, con gli ufficiali che seguono le sue indicazioni, oppure le opinioni degli ufficiali superiori hanno un peso nel processo decisionale?

Ufficiale: Se la domanda è se il generale Haikal potrebbe decidere di disarmare Hezbollah, non si tratta di una decisione che spetta al comandante dell'esercito, bensì allo Stato. Per quanto riguarda le opinioni degli ufficiali, esiste ovviamente una struttura di comando militare e una catena di comando. Le decisioni delicate vengono discusse tra gli ufficiali superiori e le valutazioni sono attentamente ponderate: il loro ruolo principale riguarda la tempistica operativa, la valutazione del rischio e la capacità dell'esercito di attuare una decisione.

All'interno dell'istituzione sono presenti diverse correnti politiche. Sebbene tutti gli ufficiali rispondano in ultima analisi al comandante, essi nutrono opinioni proprie. Una questione di tale importanza incide direttamente sulla pace civile, sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità del Paese. Il generale Haikal ha ripetutamente affermato che la tutela della pace civile è una linea rossa non negoziabile.

The Cradle: Data la sua posizione al comando dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal ha dovuto affrontare tentativi da parte delle autorità politiche, in particolare del presidente Joseph Aoun, di minarlo o indebolirlo? Se sì, in che modo?

Ufficiale: Non credo che la questione possa essere semplicemente descritta come un tentativo del presidente Joseph Aoun di minare l'autorità del generale Haikal. Esiste, tuttavia, un chiaro margine di tensione tra considerazioni politiche e militari. In quanto capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, secondo la Costituzione, il presidente ha priorità politiche e di sicurezza, oltre a impegni internazionali. Il comandante dell'esercito, al contrario, è responsabile della valutazione di ciò che l'esercito può effettivamente realizzare sul campo e dei rischi che ciò comporta.

Questa tensione emerge quando vi è la volontà politica di spingere l'esercito verso misure più rapide o delicate, mentre la leadership militare ritiene che l'attuazione richieda condizioni diverse, potrebbe esporre l'esercito a uno scontro interno o minacciarne la coesione. In tali circostanze, il comandante dell'esercito può percepire una pressione sulle proprie decisioni operative.

La tensione tra il comandante e il presidente Aoun è reale, e la minaccia degli americani di rimuovere il comandante dell'esercito ne è la prova. Tuttavia, affermare che Joseph Aoun cerchi deliberatamente di indebolire Haikal o di eludere la sua autorità richiederebbe delle prove concrete — come comunicazioni dirette con gli ufficiali bypassando il comandante o interferenze nelle nomine — che non si sono verificate. Va anche ricordato che fu proprio Joseph Aoun a nominare Rudolphe Haikal comandante dell'esercito.

The Cradle: L'esercito libanese ora si trova nella stessa stanza con gli israeliani. In che misura si sente a suo agio o a disagio in questa situazione? E può darci un'idea di cosa accade all'interno di quella stanza?

Ufficiale: L'esercito libanese non vede di buon occhio questa situazione. La sua presenza nella stessa stanza con gli israeliani non significa che ci sia fiducia tra le due parti, né che esista un rapporto normale. Per l'esercito si tratta di una soluzione imposta per far fronte a una realtà militare e di sicurezza coatta.

Ancora più importante, l'esperienza dell'esercito con la controparte israeliana negli ultimi mesi ha fornito una valutazione molto chiara: è difficile raggiungere intese stabili con gli israeliani o fare affidamento sul loro rispetto degli accordi presi, poiché le violazioni e le operazioni israeliane continuano. L'esercito entra in quella stanza come rappresentante dello Stato libanese per coordinare la sicurezza attraverso il "comitato del meccanismo", non certo considerando gli israeliani un partner di cui fidarsi. Esiste molta diffidenza e la crescente convinzione che raggiungere un accordo con Israele sia una cosa, mentre garantirne l'attuazione sul campo sia tutt'altra storia.

The Cradle: Sappiamo che l'esercito libanese si affida, in parte, a capacità di intelligence e tecniche forniti da paesi occidentali. Ciò solleva preoccupazioni in merito alla sovranità dell'intelligence libanese?

Ufficiale: Questo è certamente motivo di preoccupazione. Qualsiasi istituzione di sicurezza che si affidi a tecnologie di intelligence straniere si trova di fronte a una questione fondamentale sulla sicurezza delle proprie informazioni: a chi appartiene il sistema? Chi può accedere ai dati? Esistono backdoor non note?

Nel caso del Libano, la sensibilità è maggiore a causa della dipendenza dell'esercito dagli aiuti, dalle attrezzature e dall'addestramento occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Occorre però distinguere tra il possesso di sistemi occidentali e l'affermazione che i Paesi sviluppatori possano accedere automaticamente alle informazioni di intelligence dell'esercito. Non credo che sia questo il caso. Ciononostante, la preoccupazione rimane legittima: l'esercito opera in un contesto sensibile, mentre Israele possiede capacità tecniche avanzate e mantiene stretti legami di sicurezza con gli Stati Uniti. Per l'esercito libanese la questione chiave è quindi mantenere il controllo sui propri dati e database sensibili all'interno di sistemi protetti.

The Cradle: Esiste una base militare statunitense in Libano?

Ufficiale: Ufficialmente, non esiste alcuna base militare statunitense dichiarata in Libano. Anche quando è stata sollevata la questione della base aerea di Hamat, il Ministero della Difesa libanese ha esplicitamente negato che si trattasse di una base americana, sottolineando che è un'installazione aerea sotto l'esclusiva autorità dell'esercito libanese.

Ma questa risposta ufficiale non racconta tutta la storia. Gli americani sono infatti presenti alla base aerea di Hamat e alla base aerea di Rayak, dove supervisionano operazioni con droni e sistemi di sorveglianza che coprono l'area di Masnaa. La presenza e l'influenza militare e di sicurezza degli Stati Uniti in Libano sono eccezionali. Sono accompagnate da un altissimo livello di cooperazione: presenza di personale militare americano, esercitazioni congiunte, visite del CENTCOM e squadre di addestramento dislocate presso tutte le unità delle forze speciali.

Esistono inoltre seri interrogativi sui limiti della sovranità libanese: gli aerei militari statunitensi in arrivo in Libano spesso non vengono sottoposti alle normali procedure di controllo applicate ai voli di linea all'aeroporto di Beirut, e anche il nuovo complesso dell'ambasciata statunitense ad Awkar costituisce un enorme complesso fortemente fortificato. In passato si sono verificati episodi in cui personale statunitense armato ha esercitato controlli di sicurezza sul suolo libanese al di fuori del complesso diplomatico, sollevando forti perplessità sui limiti della propria autorità.

The Cradle: Quanti militari statunitensi sono attualmente presenti in Libano?

Ufficiale: Non ho una cifra precisa. L'ultimo dato ufficiale annunciato dalla Casa Bianca nel 2024 era di 99 militari statunitensi. Personalmente credo che oggi il numero sia decisamente più alto.

The Cradle: Come comunica l'ambasciata statunitense con l'esercito libanese? Qual è la natura dei loro canali di comunicazione?

Ufficiale: Il rapporto non assomiglia a un normale canale diplomatico convenzionale. Esistono canali di comunicazione diretti e permanenti che collegano l'ambasciatore statunitense, gli addetti militari e l'Ufficio di Cooperazione per la Difesa dell'ambasciata direttamente al CENTCOM.

Gli Stati Uniti sono il principale partner esterno dell'esercito libanese in materia di sicurezza. Forniscono armi, addestrano ufficiali e personale, e finanziano equipaggiamenti, veicoli e sistemi di comunicazione. Nel 2021 le due parti hanno persino concordato un piano quinquennale per rafforzare le capacità dell'esercito. Questo conferisce a Washington una notevole influenza nei confronti dell'istituzione militare libanese, che gli stessi USA definiscono un partner chiave per la sicurezza nella regione.

The Cradle: Gli americani comunicano direttamente con il comandante dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal, oppure lo aggirano e trattano con altri ufficiali?

Ufficiale: Il rapporto non passa esclusivamente attraverso il comandante dell'esercito. Esiste un'ampia rete di relazioni dirette tra americani e ufficiali libanesi a diversi livelli, costruita nel corso di molti anni di cooperazione, addestramento e missioni congiunte.

The Cradle: Quali generali dell'esercito libanese sono considerati i più vicini all'ambasciata statunitense?

Ufficiale: La figura di spicco per gli americani al momento è il generale di brigata George Saqr, direttore della pianificazione.

The Cradle: Da dove proviene l'esercito libanese per quanto riguarda armi e attrezzature? Qual è il valore di questo aiuto e che tipo di armi riceve?

Ufficiale: Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati la principale fonte di armi e attrezzature per l'esercito libanese. Tra il 2006 e il 2018 l'assistenza militare statunitense è ammontata a circa 1,28 miliardi di dollari, raggiungendo complessivamente oltre 3 miliardi negli ultimi vent'anni. I fondi statunitensi vengono assegnati e gestiti direttamente dal Dipartimento della Difesa USA, che provvede al pagamento dei produttori: ciò consente a Washington di esercitare una notevole influenza sul tipo di armi acquistabili.

L'equipaggiamento ricevuto comprende elicotteri Huey II, aerei Cessna, missili Hellfire, proiettili guidati Copperhead, droni di ricognizione, veicoli blindati e motovedette veloci. L'esercito conserva anche una quota di arsenale di provenienza orientale o acquistato da altri Paesi (come razzi Grad acquisiti dalla Serbia nel 2017). Tentativi passati di acquisire armamenti differenti, come un accordo da 3 miliardi financo dall'Arabia Saudita per forniture francesi o donazioni russe di caccia MiG-29, sono stati ostacolati o bloccati dalle pressioni americane.

L'influenza statunitense si estende anche all'uso dell'arma: il principio dell'"utente finale" comporta che ogni fornitura sia soggetta a rigide condizioni d'impiego operative.

The Cradle: Di cosa ha bisogno l'esercito libanese per indirizzare le proprie capacità militari verso il confronto con Israele? Perché non riesce a ottenere questi armamenti?

Ufficiale: Il problema fondamentale è che l'esercito libanese non è stato formato né armato per combattere una guerra convenzionale contro Israele. La maggior parte degli aiuti statunitensi e occidentali si concentra su lotta al terrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza interna.

Per diventare una vera forza di deterrenza contro Israele, l'esercito avrebbe bisogno di sistemi di difesa aerea per contrastare aerei e droni, radar di allerta precoce, capacità di guerra elettronica, artiglieria e missili di precisione a lungo raggio. Attualmente l'esercito non dispone di una rete di difesa aerea in grado di negare ai caccia israeliani la libertà d'azione nello spazio aereo libanese.

Le ragioni del mancato raggiungimento di queste capacità sono due:

  1. Motivo finanziario e politico interno: Costruire un esercito convenzionale richiede miliardi di dollari che lo Stato libanese, attualmente in bancarotta, non possiede. Gli stipendi dei soldati aggirano i 300 dollari mensili e le autorità politiche impediscono acquisti di armi da fornitori alternativi agli USA.

  2. Politica estera statunitense: Gli Stati Uniti sono vincolati dalla propria legislazione a garantire il "vantaggio militare qualitativo" di Israele nella regione. Di conseguenza, negano all'esercito libanese forniture di sistemi di difesa aerea o armamenti avanzati che potrebbero minacciare la superiorità israeliana.

The Cradle: Esistono dati che mostrano quanto ha speso la Gran Bretagna a sostegno dell'esercito libanese rispetto agli Stati Uniti?

Ufficiale: Sì. A fronte degli oltre 3 miliardi di dollari forniti dagli Stati Uniti dal 2006, il sostegno britannico è più ridotto ma mirato: circa 180 milioni di sterline dal 2009.

Mentre gli americani si sono concentrati sullo sviluppo di capacità militari generali (aerei, blindati, artiglieria, comunicazioni e addestramento), i britannici si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla sicurezza del confine siriano. Londra ha finanziato la creazione dei reggimenti di frontiera terrestri, fornito oltre 300 veicoli Land Rover e contribuito alla costruzione di circa 78 torri di osservazione e postazioni di confine lungo la frontiera con la Siria.

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Piamo Casa monta le tende alla Sapienza

Alla Sapienza, giovani e student3 montano le tende e occupano gli spazi della Città Universitaria, dando vita a una mobilitazione che mette al centro il diritto alla casa, il costo della vita e la precarietà che attraversa le esistenze di un’intera generazione.

Lo striscione appeso di fronte alla Minerva recita «IL LAVORO PAGA POCO LA VITA COSTA TROPPO: SENZA CASA NESSUNA DIGNITÀ PER CHI STUDIA E CHI LAVORA»

È da questa rivendicazione che prende forma la protesta: riappropriarsi di uno spazio simbolico come l’Università significa riportare al centro una contraddizione sempre più evidente, quella di chi si trova a dover conciliare studio e lavoro in un contesto in cui il costo della vita continua ad aumentare e il diritto all’abitare diventa un privilegio sempre più inaccessibile. L’ Università, luogo di formazione e di costruzione collettiva del sapere, è anche uno degli spazi in cui si sperimentano direttamente gli effetti della precarietà economica e sociale.

In un contesto internazionale segnato dall’aumento delle spese militari e dalle politiche di austerità, il progressivo definanziamento dei servizi pubblici si traduce in una riduzione delle possibilità concrete di emancipazione per chi studia e lavora. «Le priorità politiche del governo Meloni sono spietate: solo nel 2026 sono stati stanziati 34 miliardi di euro in spese militari, azzerando i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica e il welfare», scrivono le attivist3 sul loro comunicato pubblico. Intanto, le città vengono trasformate dagli interessi dei grandi fondi immobiliari e delle società di investimento, che puntano sempre più su studentati di lusso, affitti brevi e turismo, ridisegnando il tessuto urbano secondo le logiche del profitto. Il risultato è una progressiva espulsione di chi abita, studia e lavora nei quartieri, mentre gli spazi della città vengono sottratti alla loro funzione sociale per diventare occasioni di rendita.

A Roma, questo processo è evidente anche nei quartieri che gravitano attorno ai poli universitari, da San Lorenzo a Ostiense, dove la pressione immobiliare incide sulle condizioni di vita di student3, lavorator3 e residenti. Il caro affitti non è un fenomeno isolato, ma il sintomo di un modello urbano che antepone la valorizzazione economica degli spazi ai bisogni di chi li attraversa e li vive quotidianamente.

La mobilitazione alla Sapienza vuole quindi essere l’inizio di un percorso collettivo capace di costruire strumenti di organizzazione, inchiesta e conflitto, partendo dai bisogni reali e dalla possibilità di trasformarli in rivendicazioni comuni. Una lotta che non riguarda soltanto il costo di una stanza, ma la possibilità stessa di scegliere dove vivere, studiare e costruire il proprio futuro.

«Oggi siamo qui per avviare, dal basso, un percorso collettivo fatto di inchieste, vertenze reali, azioni concrete, per rivendicare i nostri diritti sociali. Ma non siamo soli in questa battaglia: dalla Spagna alla Francia fino alle nostre piazze, c’è un’intera generazione in mobilitazione che rifiuta le strette autoritarie e le politiche di guerra e austerità, pronta a rimettere al centro i propri bisogni»


Per dare voce alle rivendicazioni della mobilitazione e rilanciare la necessità di una risposta collettiva all’emergenza abitativa le attiviste rilanciano con un’assemblea cittadina da svolgersi la prossima settimana. Una presa di parola che parte dall’università e si estende alla città, contro la speculazione immobiliare e la trasformazione degli spazi urbani in merci, per rivendicare il diritto di abitare e vivere dignitosamente.

Tutte le info su @PIAMO CASA – ASSEMBLEA PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ.

La copertina è dell’autrice

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Zacharova: la BMW “serve i seguaci di Hitler” a Kiev proprio come fece con il Terzo Reich

 

«Oggi la BMW non nega i propri servizi né ai neonazisti ucraini né al gruppo di potere russofobo tedesco, proprio come un tempo servì il Terzo Reich», ha affermato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zacharova, commentando sui suoi canali social il ritiro dell’offerta di leasing da parte del colosso automobilistico tedesco al nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt, Tobias Rausch, del partito Alternativa per la Germania (AfD).

La portavoce ha ricordato la storia della BMW durante la Seconda guerra mondiale. «La BMW non ha voltato le spalle al Terzo Reich. L’azienda produceva attivamente non solo motociclette e automobili per le esigenze del Reich, ma anche motori per gli aerei della Luftwaffe, con i quali i nazisti bombardavano senza pietà, tra l’altro, città e civili dell’Unione Sovietica, nonché motori a combustibile liquido per razzi “aria-aria”, con i quali abbatterono aerei nostri e britannici».

Zacharova ha poi sottolineato come l’azienda ricorreva ampiamente al lavoro forzato di abitanti dell’URSS e dell’Europa dell’Est catturati dai nazisti. «Nelle fabbriche della Bayerische Motoren Werke lavoravano senza sosta 35.000 persone trasformate di fatto dal Reich in schiavi. I lavoratori forzati rappresentavano fino a due terzi del personale totale dell’azienda», ha sottolineato. Attualmente, ha affermato, quasi un terzo delle azioni della BMW appartiene a rappresentanti della dinastia Quandt, che nel 1959 «investì il proprio capitale insanguinato» nella società.

«Questa famiglia fu uno dei gruppi industriali tedeschi che contribuirono a portare Hitler al potere e poi si arricchì grazie alla sofferenza e all’uccisione di milioni di persone. Durante la guerra hanno prodotto armi e batterie, ricorrendo in modo generalizzato al lavoro schiavizzato», ha scritto.

Pertanto, ha indicato, «non c’è da stupirsi che, al giorno d’oggi, la BMW non volti le spalle al regime neonazista dell’Ucraina, ma assecondi i seguaci ideologici dei collaborazionisti e gli ammiratori di Hitler» presenti al potere in Ucraina. La portavoce si chiede perché la BMW neghi il servizio ai rappresentanti eletti democraticamente dai cittadini tedeschi alle elezioni, mentre mantiene i propri rapporti commerciali con coloro che considera eredi ideologici del nazismo e «non volta le spalle nemmeno alla classe dirigente russofoba della Germania, che fornisce armi per uccidere gli slavi». «Non sarà forse che la BMW e la sua dirigenza, proprio come un tempo hanno sostenuto — contro gli interessi dei tedeschi — lo “Stato profondo” e gli ideologi della superiorità della razza occidentale, continuano a farlo ancora oggi?», ha chiosato. 

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Il bluff umanitario sul grano: chi si arricchisce davvero dietro il nuovo allarme di Zelensky

Dopo la crisi energetica, Volodymyr Zelensky agita lo spettro di una nuova emergenza globale: quella alimentare. Secondo il presidente ucraino, entro due o tre mesi il mondo potrebbe fare i conti con una grave carenza di prodotti agricoli, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa delle difficoltà nell’esportazione del grano ucraino. Un allarme che, presentato come una preoccupazione per il destino delle popolazioni più vulnerabili, rischia però di distogliere l’attenzione dalle responsabilità del regime di Kiev e dalle conseguenze della sua strategia militare. Zelensky sostiene che il blocco delle rotte commerciali possa provocare fame in numerosi Paesi. Quello che omette di ricordare è che gli attacchi russi contro le infrastrutture portuali ucraine si sono intensificati dopo una campagna militare di Kiev durata 40 giorni, ufficialmente diretta a costringere Mosca alla pace, ma accompagnata da attacchi contro obiettivi civili e strutture dell’economia russa.

Per anni, sottolinea la ricostruzione russa, Mosca aveva evitato di colpire le infrastrutture portuali ucraine, nonostante attraverso quei terminal transitassero anche munizioni destinate alle forze armate di Kiev. La scelta di modificare questa condotta sarebbe arrivata in risposta all'escalation ucraina contro il sistema economico russo. «Il regime di Kiev si è posto l'obiettivo di danneggiare la nostra economia. Che cosa ha fatto? Ha aperto lui stesso questo vaso di Pandora», aveva dichiarato Vladimir Putin nell'agosto scorso, avvertendo che la risposta russa avrebbe colpito i settori economici più vulnerabili dell'Ucraina. Ma c'è un altro aspetto che indebolisce la narrazione umanitaria di Zelensky: la destinazione effettiva del grano esportato dall'Ucraina. Nel 2022, l'accordo sul grano del Mar Nero venne presentato come uno strumento indispensabile per garantire gli approvvigionamenti alimentari ai Paesi più poveri.

I risultati, tuttavia, furono molto diversi da quelli promessi. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri russo nel 2023, dei 32,8 milioni di tonnellate di merci esportate durante l'accordo, ben 26,3 milioni finirono nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, compresi quelli dell'Unione Europea. Ai Paesi più poveri toccò meno del 3% delle spedizioni. Il precedente mostra quanto possa essere fuorviante utilizzare la fame nel mondo come argomento per difendere interessi commerciali e strategie geopolitiche. Dietro l'allarme lanciato oggi da Zelensky c'è anche una questione economica tutt'altro che secondaria: la riduzione delle entrate derivanti dalle esportazioni agricole ucraine. Per la stagione 2026-2027, l'Ucraina potrebbe esportare appena 29,6 milioni di tonnellate di prodotti agricoli, contro una precedente previsione di 64,4 milioni. Il danno diretto al settore agricolo per il 2026 viene stimato dal ministro ucraino Taras Vysotski tra 1,5 e 3 miliardi di dollari. A fronte delle difficoltà di Kiev, Putin ha ribadito che la Russia dispone della capacità di esportare almeno 60 milioni di tonnellate di grano, contribuendo a compensare i volumi ucraini mancanti e a evitare una carenza sul mercato mondiale. Non si tratta soltanto di dichiarazioni. Nel 2023, durante il vertice Russia-Africa, Mosca promise forniture gratuite di grano a sei Paesi africani tra i più poveri. Entro febbraio 2024, la promessa era stata mantenuta: 50.000 tonnellate ciascuna a Somalia e Repubblica Centrafricana, 25.000 tonnellate ciascuna a Mali, Burkina Faso, Zimbabwe ed Eritrea. Zelensky denuncia oggi il rischio di una crisi alimentare globale, ma la questione decisiva rimane un'altra: chi pagherà il prezzo della guerra e chi beneficerà realmente delle esportazioni agricole?

Il precedente del 2022 dimostra che invocare la sicurezza alimentare non basta a garantire che il grano raggiunga chi ne ha più bisogno. E mentre Kiev cerca di contenere le perdite economiche, trasformare le difficoltà del proprio export in un allarme planetario rischia di confondere ancora una volta gli interessi del governo ucraino con quelli dei popoli più poveri.

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Maricarmen: Continuate a lottare!

Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto! 

Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, non si è suicidata, ma anche per  lei  la causa della morte è la stessa: sfratto!

Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare.

In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna.

L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali.

Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza.

Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive del suo salario..

Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite.

Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio pubblico.

Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato.

In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea.

Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici.

Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti.

In Italia al contrario il Governo ha pensato  di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni.

In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita.

Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città.

Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare!

la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons

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Yemen, Netanyahu offre aiuto all'Arabia Saudita contro gli Houthi

 

Secondo un'indiscrezione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu starebbe cercando di intervenire direttamente nel conflitto in Yemen a fianco dell'Arabia Saudita.

L'obiettivo di Netanyahu, condotto attraverso la mediazione degli Stati Uniti, sarebbe quello di ottenere il consenso di Riyadh per far partecipare Israele alle operazioni militari contro il movimento Ansar Allah (gli Houthi). Nel disegno strategico di Tel Aviv, tale cooperazione militare rappresenterebbe un tassello chiave per accelerare il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con il Regno saudita.

Il no di Mohammed bin Salman

Nonostante la proposta di Tel Aviv, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si sarebbe opposto a un coinvolgimento formale e diretto delle forze israeliane. La decisione di Riyadh sarebbe dettata dal timore di una reazione fortemente negativa da parte dell'opinione pubblica saudita e del mondo arabo-musulmano in un momento di estrema delicatezza regionale.

La reazione e le accuse delle autorità di Sana'a

Le rivelazioni hanno subito provocato la durissima reazione delle autorità yemenite guidate dagli Houthi. In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Sana'a, l'assedio e l'intervento militare a guida saudita sono stati definiti una risorsa strategica a favore degli interessi israeliani e un attacco diretto alla causa palestinese.

"Per quanto il nemico saudita si sforzi di gettare lo Yemen nel caos, non riuscirà a distogliere l'attenzione dalla nostra causa principale" — ha dichiarato il Ministero degli Esteri yemenita, definendo la questione palestinese un punto centrale indissolubile per la comunità islamica.

Le autorità di Sana'a sostengono di aver tentato più volte di dimostrare a Riyadh come la prosecuzione dell'aggressione e del blocco economico sullo Yemen vada a tutto vantaggio di Israele, accusando la leadership saudita di portare avanti un'agenda geopolitica contraria agli interessi della regione.

Il contesto: un conflitto aperto dal 2015 e la recente escalation

L'intervento a guida saudita nello Yemen è iniziato nel marzo 2015, quando una coalizione di paesi arabi, sostenuta da forniture logistiche e militari occidentali, ha imposto un blocco al Paese nel tentativo di reinstaurare il governo precedente. Il lungo conflitto ha provocato una drammatica crisi umanitaria e decine di migliaia di vittime, senza tuttavia che la coalizione riuscisse a piegare il controllo degli Houthi sul territorio.

La tensione tra Yemen e Arabia Saudita ha registrato un nuovo picco a partire dallo scorso luglio, in seguito ai raid aerei condotti dai sauditi nell'area dell'aeroporto di Sana'a. In risposta, le forze yemenite hanno ripreso gli attacchi di ritorsione mediante missili balistici e droni contro le infrastrutture energetiche saudite, minacciando al contempo il traffico marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, rotta commerciale fondamentale per l'esportazione del greggio saudita.

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