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Legge sul lobbying al Senato, il rischio di una riforma di facciata

Dopo oltre 50 anni e più di cento proposte mai approvate, l’Italia è ancora priva di una normativa sul lobbying. Ciò avviene nonostante le sollecitazioni delle principali istituzioni internazionali e l’esempio della maggior parte dei Paesi europei, che hanno già regolamentato i rapporti tra decisori pubblici e portatori di interessi. Nel mentre le attività di rappresentanza degli interessi si sono intensificate anno dopo anno. Imprese, associazioni di categoria, enti del Terzo settore, think tank intessono costanti relazioni con ministri, parlamentari e amministratori locali.

Il diritto di sapere dei cittadini

Questo confronto non è di per sé patologico, ma costituisce la naturale dialettica tra chi possiede competenze specifiche e chi deve scegliere nell’interesse pubblico. Trattandosi di interazioni in grado di indirizzare scelte collettive, esse dovrebbero essere di dominio pubblico: i cittadini hanno il diritto di sapere se, ad esempio, il ministro dell’Ambiente interagisce esclusivamente con i colossi del fossile. 

Una legge efficace deve perciò garantire piena trasparenza e promuovere la partecipazione al processo decisionale. Informare, cioè, su chi svolge attività di rappresentanza di interessi (ad esempio attraverso l’iscrizione obbligatoria a un apposito registro dei lobbisti) ma anche aggiornare sugli incontri svolti da rappresentanti politici e alti funzionari pubblici. D’altra parte, però, la legge dovrebbe anche contribuire a superare quelle disuguaglianze nell’accesso ai colloqui con i decisori che oggi spesso garantiscono  ai gruppi di interesse più consolidati una corsia preferenziale. 

Una proposta depotenziata

Come la coalizione Lobbying4Change, coordinata da The Good Lobby, ha più volte denunciato, il testo ora in discussione al Senato viene meno a questi obiettivi. La proposta – già in partenza poco coraggiosa – è stata progressivamente depotenziata dal pressing di associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) e sindacati per ottenere un salvacondotto. A questo si è aggiunta la battaglia del Terzo settore per non essere equiparato ai lobbisti: una posizione a cui The Good Lobby, pur rientrando nella categoria, si oppone fermamente. D’altra parte, ciò che chiediamo non è altro che l’applicazione degli standard internazionali dell’Ocse, cui si ispira anche il quadro regolatorio dell’Unione europea e il cui Registro per la trasparenza è considerato un benchmark internazionale in materia di regolamentazione della rappresentanza di interessi.

La trasparenza che servirebbe

L’obiettivo di una norma rigorosa deve essere proprio la trasparenza di tutte le interazioni che contribuiscono a formare una legge o un atto amministrativo, sia a livello nazionale che regionale e locale, dato che il testo avrà ricadute anche su Regioni e Comuni capoluogo. Che ad agire siano lobbisti professionisti o presidenti di cooperative, che si rappresentino interessi privati o diffusi: chi può stabilire quali interessi siano più legittimi di altri? 

Siamo convinti che portare al voto un testo poco ambizioso, depotenziato e a rischio di essere ulteriormente indebolito non sia quello di cui il nostro Paese ha bisogno (né quello per cui ci battiamo da un decennio). Evitiamo che l’Italia si doti di una norma puramente cosmetica, che non garantisce maggiore trasparenza e partecipazione e che non offre reciprocità tra portatori di interessi e decisori pubblici. 

In apertura foto di Joshuan Barboza da Pexels

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Il 56% degli indigenti non è raggiunto dagli aiuti alimentari. Come colmare il gap?

Oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti. È uno dei dati emersi nel corso del primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, alla presenza di Istituzioni, Imprese e Terzo settore.  Tra gli obiettivi dell’incontro di martedì 13 ottobre a Roma, fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare e proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà. Nel corso del forum inoltre è stata condivisa una proposta strategica finalizzata ad ampliare la capacità di risposta dell’intero sistema di aiuto alimentare.

Dal sistema aiuti un pasto al 44% degli indigenti

Dalla ricerca promossa dalla fondazione e svolta dal Food Sustainability Lab della Polimi School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta. 

Forum povertà alimentre da sx Luciano Ghelfi_Marco Piuri_Paola Garrone_VM Bellucci
da sx Luciano Ghelfi giornlaista, Marco Piuri presidente fondazione, Paola Garrone professoressa di Business and Industrial Economics e Responsabile Scientifico del Food Sustainability Lab, viceministro Maria Teresa Bellucci

Dall’analisi svolta dalla Polimi School of Management è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentare (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta dedicata a Te – Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema del Fondo sociale europeo plus (ovvero il Fse+/Fn) pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). 

La filiera delle donazioni da ampliare

La filiera donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, permettendo al costo unitario per un pasto di essere pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto che avrebbe nel mercato finale (2,35 €-pasto) – e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn. 

Rafforzare la filiera delle donazioni può contribuire in modo particolarmente efficace ad ampliare l’accesso al cibo, liberando risorse da reinvestire nel sistema di aiuto alimentare. Dato l’impatto relativamente contenuto della donazione sui conti pubblici, c’è infatti spazio per introdurre ulteriori misure per rendere la donazione, in particolare di prodotti standard, ancora più conveniente. 

I prodotti standard

L’introduzione della donazione di prodotti standard non intende sostituirsi alle misure esistenti, ma integrarsi in una visione d’insieme. Restano infatti centrali gli strumenti di sostegno diretto (come la Carta Dat) e, soprattutto, i finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+) e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati.

banco alimentare magazzino
Volontari in un magazzino del Banco Alimentare

Colmare il divario residuo richiede dunque di irrobustire e ottimizzare tutte le filiere, sostenendo anche la capacità logistica e organizzativa del Terzo Settore per gestire volumi maggiori di aiuti alimentari.

L’identikit della povertà alimentare

Inoltre, dall’indagine condotta da PrismaStat – presso le organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc) convenzionate con Banco Alimentare, emerge un identikit della povertà alimentare oggi in Italia: sempre più famiglie con figli e lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a far fronte alle spese quotidiane. Le famiglie con minori sono tra i beneficiari più presenti per il 77% delle organizzazioni, seguite dai lavoratori a basso reddito (56%), dalle persone straniere (51%) e dagli anziani soli (36%).

Gli alimenti più richiesti

La ricerca fotografa anche la classifica degli alimenti più richiesti e di quelli che il sistema degli aiuti fatica a garantire. Tra questi l’olio d’oliva, caffè, formaggi stagionati, carne fresca, latticini e uova. Un dato significativo è che, se il 67% delle organizzazioni giudica positivamente la qualità degli alimenti ricevuti, appena il 39% è soddisfatto della varietà dei prodotti disponibili.

C’è poi un aspetto economico interessante: il 62% delle organizzazioni deve ricorrere anche ad altre fonti di approvvigionamento e, tra queste, il 66% acquista direttamente parte degli alimenti necessari, sostenendo costi che potrebbero altrimenti essere destinati ad altre attività di sostegno. 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Da qui una delle indicazioni più importanti della ricerca per il mondo delle imprese: affiancare al recupero delle eccedenze, anche donazioni programmate dei prodotti maggiormente necessari per rendere gli aiuti più efficaci e alleggerire i costi della rete territoriale.

Potenziare la legge 166/2016 

Per superare queste criticità e consolidare l’intero sistema di aiuto alimentare, Fondazione Banco Alimentare ha presentato oggi una proposta che individua alcune leve strategiche fondamentali come il potenziamento della Legge 166/2016 per adeguarla ai nuovi scenari, il rafforzamento della leva fiscale a sostegno delle imprese donatrici e alcune misure di supporto alla logistica e ai trasporti per sostenere l’operatività quotidiana degli enti del Terzo Settore.  

«Auspichiamo che, in vista della prossima legislatura, ciascun partito possa individuare un parlamentare o un tecnico per formare un tavolo di lavoro stabile che contribuisca ad individuare in tempi brevi misure a sostegno della donazione di prodotti standard e un potenziamento della Legge 166/2016, riconosciuta da tutti come un modello di “buona politica”, nato da un percorso condiviso e approvato all’unanimità dal Parlamento», ha affermato Marco Piuri, presidente della fondazione.

Nell’immagine in apertura un furgone con i prodotto donati al Banco Alimentare – tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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Cure più umane: premiati cinque progetti in cinque città

È giunto alla settima edizione il premio Humanizing health awards, l’iniziativa con cui Teva Italia sostiene ogni anno progetti di associazioni no-profit che contribuiscono a migliorare i percorsi di cura e la qualità dell’assistenza sanitaria nel Paese. La cerimonia di premiazione, ospitata ieri al Circolo filologico milanese, ha valorizzato iniziative provenienti da diverse regioni italiane, dedicate ai caregiver, alla riabilitazione neurologica, dall’oncologia pediatrica, alla cura degli anziani fragili e alle donne in terapia oncologica.

Attenzione ai bisogni

Un impegno, quello al fianco dei pazienti e delle comunità, che si inserisce nel percorso più ampio di Teva Italia, che da 30 anni contribuisce a sostenere l’accesso alle cure nel Paese. In questi tre decenni, l’impegno di Teva si è articolato su più fronti: dalla garanzia di accesso e continuità terapeutica per milioni di pazienti attraverso farmaci sostenibili e di alta qualità, alla ricerca e innovazione in aree ad alto bisogno clinico, come neuroscienze e immunologia, fino al sostegno alle realtà del Terzo settore attraverso iniziative di impegno sociale, tra cui gli Humanizing health awards, che da sette anni contribuiscono a rendere i percorsi di cura più attenti anche ai bisogni umani, sociali e relazionali delle persone.

Il valore dell’esperienza

«Gli Humanizing Health Awards nascono per dare voce e sostegno a chi, ogni giorno, lavora per rendere i percorsi di cura più umani», ha detto Umberto Comberiati amministratore delegato di Teva Italia. «Trent’anni di presenza di Teva in Italia ci hanno permesso di osservare e comprendere meglio l’evoluzione dei bisogni di cura dei pazienti e sappiamo che spesso il loro percorso assistenziale richiede risposte che vanno oltre il farmaco. Per questo, edizione dopo edizione, continuiamo a mettere in luce le realtà del Terzo settore capaci di trasformare queste sfide in interventi concreti. Anche in questa settima edizione i progetti selezionati confermano quanto sia prezioso e fondamentale questo lavoro silenzioso, fatto di attenzione, competenza e umanità».

I vincitori

Cinque progetti, espressione di esperienze e realtà diverse del Paese, accomunati dall’obiettivo di rendere la cura più attenta ai bisogni delle persone. A Ravenna, Venti di Sollievo, navigare oltre la cura di Marinando Ravenna Odv offre a circa 40 caregiver familiari momenti di sollievo e supporto psicologico attraverso uscite in barca a vela. Una zampa per Nemo di Fondazione Serena integra a Brescia pet therapy e riabilitazione nel percorso di circa 160 pazienti l’anno con patologie neuromuscolari e neurodegenerative presso il Centro clinico Nemo. Sogni in movimento di Aseop Odv propone invece a Modena un percorso di terapia neuropsicomotoria rivolto a circa 35 bambini l’anno in cura per patologie oncoematologiche. Presso il Centro Girola di Milano, Riappropriarsi degli spazi all’aperto, il giardino come cura di Fondazione Don Carlo Gnocchi trasforma il giardino in uno spazio terapeutico per 126 ospiti del nucleo Alzheimer e della RSA. Infine, il progetto Bellezza che cura di Fondazione Radioterapia Oncologica – Fro, realizzato insieme all’Aou Careggi di Firenze sostiene la dignità personale e il benessere emotivo di 71 donne in terapia oncologica.

Circolo filologico milanese, un momento dell’evento di premiazione degli Humanizing Health Awards 2026

Gli interventi

Tra gli ospiti alla cerimonia anche rappresentanti delle istituzioni, della medicina e della farmacia. Emanuele Monti, presidente della commissione sostenibilità sociale, casa e famiglia del consiglio regionale Lombardiaha commentato: «Umanizzare la sanità significa mettere al centro la persona, non solo la prestazione. Il supporto ai caregiver, l’attenzione alla salute mentale e l’alleanza con il no profit devono diventare parte integrante e sostenibile dei percorsi di cura attraverso una collaborazione strutturata tra istituzioni, sistema sanitario e imprese». «Il Terzo settore è prezioso per rendere le cure più vicine alle persone», hadichiarato Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia. «Le farmacie condividono questa missione: grazie alla loro capillare presenza sul territorio sono ogni giorno un presidio di ascolto e orientamento, per pazienti e caregiver. I progetti premiati oggi vanno nella stessa direzione: mettere la persona al centro».

In ascolto

«I progetti premiati toccano da vicino la medicina di famiglia: sostegno ai caregiver, presa in carico degli anziani fragili, attenzione ai pazienti oncologici», ha osservato Anna Carla Pozzi, segretario Fimmg Lombardia. «L’umanizzazione delle cure parte dal territorio, dall’ascolto e dalla relazione di fiducia. e anche tecnologia e intelligenza artificiale possono essere alleate preziose, se usate per liberare tempo medico da dedicare alla relazione umana». Il valore dell’ascolto e della presa in carico globale è stato richiamato anche da Grazia Sances, neurologa senior consultant e referenteCentro regionale diagnosi e cura cefaleedella Fondazione Mondino Irccs di Pavia: «Umanizzare le cure significa riconoscere la persona prima della malattia, ascoltarne bisogni e costruire un percorso condiviso, capace di coinvolgere anche la famiglia. In neurologia e, in particolare, nell’emicrania, la terapia è fondamentale ma non basta: ascolto, servizi e supporto alla quotidianità aiutano a restituire continuità e qualità alla vita dei pazienti».

La giuria

La selezione dei progetti finalisti è stata affidata a quattro comitati interni Teva, mentre la votazione finale, aperta a tutti i dipendenti di Teva Italia e anche a medici e farmacisti iscritti alla piattaforma Teva lab, ha visto la partecipazione di oltre il 70% dei dipendenti, e più che triplicare il numero di operatori sanitari che quest’anno hanno espresso la propria preferenza. Ai cinque progetti premiati andrà un contributo di 10mila euro a sostegno delle rispettive attività.

In apertura, il momento della premiazione, foto dell’ufficio stampa Teva Italia. Da sinistra, Elena Belardi, Fondazione Radioterapia; Erio Bagni, presidene Aseop; Simona Iallonardo, Fondazione Don Gnocchi, Marco Rasconi e Chiara Colombi di Fondazione Serena; Bruno Ballardini, Marinando. Con loro, Giordana Cortinovis e Umberto Comberiati, rispettivamente direttrice Dipartimento Marketing e comunicazione e presidente-amministratore delegato di Teva Italia.

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Cooperativa Sole, un’italiana sfida l’Europa in un contest internazionale

Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.

Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

Un laboratorio promosso dalla Cooperativa Sole

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».

Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).

Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere

Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole

Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).

«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».

Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole

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Irap e non profit, dalla Lombardia parte l’allarme: «Occorre sciogliere il nodo dei “de minimis”»

L’esenzione dall’Irap riconosciuta dalle singole regioni agli enti del Terzo settore può rientrare nel regime degli aiuti “de minimis”? È un quesito tecnico ma di impatto, che sta suscitando grande preoccupazione. La questione riguarda molte regioni, ma in Lombardia ci si sta iniziando a muovere in modo da risolvere una volta per tutte la questione: se si trova una strada, potrebbe essere poi un modello per tutti.

Il motivo è un passaggio contenuto nella Manovra di Bilancio 2026-2028 con cui la Regione ha confermato l’esenzione dall’imposta per le organizzazioni di volontariato, le ex Onlus e le cooperative sociali. «Si tratta di una misura che in Lombardia esiste da oltre 20 anni», spiega Massimo Ramerino, vicepresidente Associazione generale cooperative italiane – Agci Imprese sociali e responsabile operativo regionale, «e che ha consentito la stabilizzazione di prezzi più bassi. Per questo, oggi la preoccupazione c’è. Se venisse confermata l’ipotesi di un onere per l’Irap, potremmo avere due conseguenze: prezzi bassi e insostenibili nell’erogazione di servizi in appalto non modificabili alla luce dell’attuale Codice e innalzamento delle rette per i cittadini nei servizi in accreditamento o concessione». Per la cooperazione sociale, aggiunge Marta Battioni, responsabile Dipartimento Welfare di Legacoop Lombardia e vice presidente vicaria Legacoopsociali, «si tratta di una difficoltà ulteriore per la sostenibilità delle nostre imprese, in una fase in cui già si registrano importanti aggravi economici».

Un nodo normativo che rischia di costare caro

Facciamo un passo indietro, anzi due. Irap è l’acronimo di Imposta regionale sulle attività produttive: è un tributo locale istituito nel 1997, il cui gettito viene destinato alle Regioni essenzialmente per finanziare la spesa sanitaria. Tutte le attività produttive pagano l’Irap, che siano imprese, enti o professionisti, ma con una base imponibile che viene calcolata in modo diverso a seconda della natura del soggetto. Diverse regioni (non tutte e con modalità differenti) hanno previsto da anni una esenzione o una agevolazione riconosciuta a chi produce e vende sì bene e servizi, ma lo fa per scopi sociali. In Lombardia, per esempio, l’esenzione dall’Irap nasce con la legge regionale 10 del 2003 e ha esentato le Onlus. All’epoca le cooperative sociali ne beneficiavano in quanto Onlus di diritto. Ma con l’entrata a regime della riforma del Terzo settore e la definitiva scomparsa della qualifica di Onlus, dal 1° gennaio 2026 è venuto meno il presupposto giuridico sul quale quella disciplina era costruita: una questione di nomi e definizioni, perché quelle realtà hanno continuato a fare quello che facevano prima.

Il tema riguarda quegli enti che svolgono attività commerciale: organizzazioni iscritte al Runts, i cui ricavi derivanti da attività commerciali (tariffe, servizi a pagamento, vendite) superano le entrate di natura non commerciale (donazioni, quote associative, contributi pubblici) nel corso dello stesso anno fiscale. Un rsa gestita da una fondazione, per esempio, o un’associazione teatrale che vende i biglietti per i suoi spettacoli. La qualifica non dipende da cosa fa l’ente, ma da come si finanzia, cioè se il suo motore economico principale per coprire i propri scopi sociali è o non è la vendita di beni o servizi sul mercato.

La Regione Lombardia così è intervenuta per mantenere le regole esistenti, prima con la legge regionale 2 del 2023 e poi con la legge regionale 20 del 2025: con quest’ultima ha confermato l’esenzione per cooperative sociali, organizzazioni di volontariato ed ex Onlus, ma solo in via transitoria e sperimentale per il 2026 e il 2027. Una norma salutata con favore dal Terzo settore, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e del fatto che occorre fare un ulteriore salto, per garantire a tutti gli Enti di Terzo settore l’esenzione dall’Irap, in tutte le Regioni d’Italia e per togliere il limite dei de minimis a tale esenzione. Un nodo di cui anche il Governo è perfettamente consapevole.

«Il problema ha due livelli», spiega Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia. «Il primo è la scadenza. Chiediamo che la misura diventi strutturale, perché le cooperative sociali sono imprese ad altissima intensità di lavoro e l’Irap pesa direttamente sul costo dei servizi. Se l’esenzione venisse meno, quel costo finirebbe nelle tariffe pagate dalla pubblica amministrazione, nelle rette pagate dalle famiglie, oppure andrebbe a discapito dei margini già minimi delle cooperative. In pratica la Regione recupererebbe come imposta quello che poi pagherebbe come maggior costo dei servizi che essa stessa finanzia».

Il secondo livello è più tecnico. La nuova norma dice esplicitamente che l’esenzione opera “nei limiti del de minimis”. Si tratta della norma dell’Unione Europea che consente agli Stati membri di concedere alle imprese aiuti pubblici di modesta entità senza dover prima richiedere l’autorizzazione alla Commissione europea. Il tetto massimo di contributi ricevibili da una singola impresa per non essere considerati aiuto di Stato si calcola su una finestra mobile di tre anni. Il superamento della soglia comporta la revoca o il recupero delle somme eccedenti con l’aggiunta di sanzioni e interessi.

«Nella legge “storica” del 2003 questa clausola non c’era», continua Campese. «Il riferimento viene dal Codice del Terzo settore. L’articolo 82 consente alle Regioni di ridurre o esentare l’Irap per gli enti del Terzo settore, comprese le cooperative sociali. L’articolo 88 riconduce queste agevolazioni ai regolamenti europei sugli aiuti di Stato in regime di de minimis per cui l’Irap non pagata va conteggiata nel plafond triennale di ogni cooperativa, insieme a contributi e altre agevolazioni. È un cambio di natura importante: per due decenni la stessa esenzione non è mai stata trattata come aiuto».

Cosa chiedono le centrali cooperatove

Le centrali lombarde dell’Alleanza delle Cooperative sostengono che l’esenzione Irap non dovrebbe ricadere nel de minimis. «Secondo il diritto europeo non ogni trattamento fiscale differenziato costituisce un aiuto di Stato», dice Campese. «Perché lo sia, serve tra le altre cose un vantaggio selettivo, cioè un beneficio dato a qualcuno rispetto ad altri soggetti che si trovano in una situazione comparabile. Con la Comfort letter del 7 marzo 2025, la Commissione europea ha riconosciuto che i regimi fiscali di enti del Terzo settore e imprese sociali non sono selettivi. La ragione è che questi soggetti si trovano in una situazione giuridica di fatto diversa da quella delle imprese lucrative: gli utili sono vincolati all’interesse generale, il patrimonio è indivisibile e va devoluto, il capitale non può essere remunerato liberamente. La Commissione richiama la sentenza Paint Graphos della Corte di giustizia, che riguardava proprio il regime fiscale delle cooperative. Le cooperative sociali hanno tutte queste caratteristiche, in forma anche più rigorosa. Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto. Del resto, nei documenti di bilancio la stessa Regione Lombardia dichiara di avere in corso un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea».

Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto

Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia

In subordine, se si dovesse confermare che la misura resta nel campo degli aiuti di Stato, le centrali chiedono che si possa applicare almeno il regime previsto per i servizi di interesse economico generale (Sieg), facendo quindi riferimento al tetto di 750mila euro nel triennio invece di 300mila o ancor meglio alla decisione europea 2025/2630 del 16 dicembre 2025 sui servizi di interesse economico generale. «Per i servizi sociali, non prevede tetti di importo e alleggerisce i controlli proprio per gli enti obbligati per legge a reinvestire gli utili», conclude Campese.

Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo

«Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo», chiarisce Campese. «L’esenzione al momento è confermata e il nuovo regime vale per il 2026 e il 2027. Il primo momento in cui il problema diventa concreto sarà quindi la dichiarazione Irap relativa al 2026, che si presenta nel 2027. Il rischio vero è un altro, ed è più subdolo. Per una cooperativa di medie dimensioni l’Irap esentata può valere decine di migliaia di euro l’anno. Se occupa gran parte del plafond, la cooperativa rischia di non poter più accedere ad altri aiuti: contributi regionali, bandi, sgravi. Inoltre, se un nuovo aiuto porta a superare il tetto, la regola europea esclude dalla copertura l’intero nuovo aiuto, non solo la parte che eccede. Per questo in via prudenziale consigliamo di considerare il tetto da 300mila euro e di monitorare la posizione cooperativa per cooperativa».

Confcooperative Federsolidarietà Lombardia ha avviato una rilevazione in tutta la regione, attraverso le federazioni territoriali e le società di servizi. «Per ogni cooperativa stiamo ricostruendo tre cose: il valore dell’Irap teoricamente dovuta, cioè il beneficio effettivamente ricevuto; gli altri aiuti “de minimis” già ottenuti negli ultimi tre anni; l’eventuale appartenenza a una “impresa unica”, cioè a un gruppo di imprese collegate, perché in quel caso il plafond si calcola sul gruppo e non sulla singola cooperativa. Solo così potremo dire con serietà quante cooperative sono esposte e per quali importi».

Marta Battioni (Legacoop Lombardia) riflette: «I dati parziali per ora in nostro possesso ci inducono prima di tutto a chiedere quanto meno di poter accedere al limite massimo, più alto, riferito al de minimis». Anche Agci non ha al momento un numero certo per quantificare il rischio per le sue aderenti, «ma le cooperative con una certa dimensione di ricavi, direi oltre i 10 milioni di fatturato annuo, superano quasi certamente la soglia», spiega Ramerino, «quindi i servizi dove si potrebbero avere conseguenze sono presumibilmente molti, dato che sono centinaia i milioni di ricavi in Lombardia per servizi alla persona erogati da cooperative sociali che hanno dimensioni medio grandi».

La Lombardia diventi un modello per tutto il Paese

Il “caso Lombardia” sui de minimis in realtà è una questione che riguarda tutta Italia. «L’Irap è un tributo regionale, ma il vincolo del de minimis nasce dal Codice del Terzo settore, quindi il tema ha rilevanza nazionale. Con la fine della qualifica di Onlus ogni Regione ha dovuto ripensare le proprie agevolazioni, e ciascuna lo ha fatto in base al proprio contesto. La Lombardia ha scelto la continuità: ha confermato l’esenzione piena per tutte le cooperative sociali, riconoscendo il valore dei servizi che garantiscono sul territorio. È una base solida da cui partire», conclude Campese. «Il carattere transitorio e sperimentale del biennio 2026-2027 può diventare un’opportunità: abbiamo due anni per costruire insieme un modello stabile, che possa fare da riferimento anche per le altre regioni. La Lombardia ha già avviato un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea, e può contare su un sistema di cooperazione sociale tra i più ampi e strutturati del Paese. Anche il contesto europeo va in questa direzione: sia la Comfort letter sulle imposte sui redditi sia la nuova decisione sui servizi di interesse economico generale valorizzano il vincolo legale di reinvestire gli utili. Chiediamo di verificare se la stessa logica possa valere per l’Irap. La nostra proposta è che la Lombardia si faccia promotrice di questo percorso. Prima di tutto per dare certezza alle proprie cooperative, ma anche perché una soluzione costruita qui, solida sul piano europeo, potrebbe essere portata in Conferenza delle Regioni come modello per tutti».

Fotografia di Nellie Adamyan su Unsplash

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Ok, la fiscalità è giusta

«questo libro nasce proprio da un’idea di fondo che da tempo abbiamo sviluppato con la collega Paola Cella e cioè le questioni fiscali sicuramente non sono le priorità degli enti, senza scopo di lucro, degli Ets, delle vecchie onlus. Tuttavia abbiamo sperimentato e toccato con mano come il tema fiscale sia pervasivo, cioè riguardi qualunque operazione, qualunque attività degli enti stessi. E quindi abbiamo cercato di fornire loro una guida semplice, chiara, accessibile, che sia fruibile».

Al Salone della Csr e dell’Innovazione sociale chiusosi giovedì scorso a Milano, abbiamo intervistato Stefania Boffano, avvocata e professoressa aggiunta di Diritto tributario in Bocconi, che ha dato alle stampe appunto con Paola Cella, commercialista e revisore dei conti, il libro Enti non profit al bivio – Linee guida per orientarsi nella Riforma fiscale del Terzo settore, edito da Egea.

Un manuale per le organizzazioni che sono in procinto di costituirsi o anche per quelle, come le ex-onlus, che si erano trovate a dover scegliere un profilo nuovo dopo la cessazione di quello storico delle “organizzazioni non lucrative di utilità sociale”.

Boffano e Cella hanno anche fondato un’associazione: hanno cioè deciso di Andare Oltre, come il titolo del Salone della Csr esortava a fare: «Dopo il libro», ha spiegato proprio Boffano, «abbiamo pensato di fare qualcosa di ancora più concreto e costituito un’associazione iscritta a Runt, quindi a tutti gli effetti un ente di Terzo settore. Avrà come scopo proprio quello di fornire, di porsi al fianco degli enti del Terzo settore, per fornire una consulenza, una assistenza mirata. Perché quella riteniamo essere oggi l’esigenza della maggior parte degli enti», ha concluso la professoressa Boffano, «è proprio quella non di partire dalle regole ma dai casi concreti, dalle problematiche che tutti i giorni queste realtà incontrano, per trovare delle soluzioni che siano le più efficienti possibili – quindi sicuramente sotto il periodo fiscale ma non solo – in modo che la loro configurazione sia la più corretta, la più idonea ai fini della loro operatività e poi della loro ricaduta e dell’impatto». Si chiama Fiscalità ed Economia sociale – Fises.

Ascolta il podcast.

La foto di Stefania Boffano, in apertura, proviene dal suo profilo LinkedIn.

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