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Maricarmen: Continuate a lottare!

Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto! 

Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, non si è suicidata, ma anche per  lei  la causa della morte è la stessa: sfratto!

Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare.

In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna.

L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali.

Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza.

Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive del suo salario..

Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite.

Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio pubblico.

Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato.

In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea.

Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici.

Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti.

In Italia al contrario il Governo ha pensato  di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni.

In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita.

Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città.

Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare!

la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons

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Rifugiati a scadenza: Kuala Lumpur rimpatria, Naypyidaw incassa

Un mercato del lavoro che respinge gli stranieri e continua a cercarli

Ufficialmente la Malaysia vuole meno lavoratori stranieri. Quelli regolari erano 2,13 milioni a fine 2025, le nuove quote sono bloccate dal marzo 2023 e il governo punta a farli scendere al 10 per cento della forza lavoro entro il 2030. Le imprese ad alta intensità di lavoro, però, continuano a chiedere manodopera, e a luglio Anwar Ibrahim ha dovuto ordinare di sbloccare entro un mese le domande della ristorazione. I rifugiati stanno dentro questa contraddizione. A maggio il ministro dell’Interno Saifuddin Nasution Ismail ha spiegato che il nuovo registro statale, il DPP (Dokumen Pendaftaran Pelarian), non dà diritto a restare: ogni pratica finirà con un rimpatrio, un reinsediamento in un paese terzo o un’espulsione. Ha aggiunto che la banca dati servirà a collocare i rifugiati tra i 20 e i 40 anni nei posti vacanti di cinque settori. Due mesi dopo il governo ha ordinato all’UNHCR di sospendere le nuove registrazioni. La Malaysia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e così decidere chi è rifugiato, e per fare quale lavoro, spetta soltanto all’amministrazione. Marx avrebbe parlato di sovrappopolazione relativa: una riserva di lavoro che lo Stato allarga o restringe con un atto amministrativo, secondo quello che chiedono le imprese. Chi sa di poter perdere il permesso da un giorno all’altro non cambia datore e difficilmente denuncia un abuso, perché l’alternativa concreta è un centro di detenzione. Per questo la deportabilità disciplina molte più persone di quante ne vengano poi espulse davvero. Quella fascia d’età rende esplicita una divisione che gli studiosi del sistema-mondo descrivono da decenni, quella dei costi di una vita tra due paesi: chi riceve paga gli anni produttivi, chi invia si fa carico dell’infanzia prima della partenza e della malattia o della vecchiaia dopo il rientro. La Malaysia regge la propria posizione semiperiferica grazie al lavoro a basso costo dei vicini più poveri, e applica questa divisione con una franchezza rara. Il rimpatrio ne è l’ultimo passaggio.

Chi decide chi torna? 

A metà agosto nei centri di detenzione c’erano 10.388 cittadini birmani. Il governo ne ha indirizzati 4.008, quasi tutti rohingya, verso il DPP e 5.000 verso il rimpatrio. Kuala Lumpur ha poi mandato i 5.000 nomi all’ambasciata del Myanmar, che per la prima fase ne ha accettati 1.476. A scegliere chi poteva salire sulle navi, con i propri criteri di cittadinanza, è stato quindi un governo che rifiuta ancora l’identità rohingya. Gli scartati restano in Malaysia, schedati biometricamente e disponibili per il mercato del lavoro. Il governo assicura che tutti hanno firmato per tornare. Mi chiedo quanto valga una firma messa davanti a due sole possibilità, la detenzione senza termine o un paese in guerra. Nel febbraio 2021 la Malaysia rimpatriò 1.086 birmani su navi della giunta nonostante un ordine del tribunale, e tra loro c’erano persone registrate presso l’UNHCR. 

Per Naypyidaw la contropartita è politica. Min Aung Hlaing, che guidò il golpe del 2021, ha giurato come presidente ad aprile e da allora cerca governi disposti a riceverlo. A settembre Anwar gli ha offerto una visita ufficiale a patto che il Myanmar si riprendesse i propri cittadini; il 30 settembre Kuala Lumpur ha annunciato che la visita avverrà entro ottobre. La Malaysia sarà il quinto paese ASEAN ad accoglierlo. Naypyidaw offre l’unica cosa che la Malaysia non può ottenere da sola, il riconoscimento di queste persone come cittadini birmani, e riceve la normalità dei rapporti tra governi. Anwar dice di aver ottenuto anche lo stop ai bombardamenti in Rakhine e cure mediche per chi rientra. Sono promesse verbali di una parte in guerra, che nessuno fuori dai due governi può verificare. Il memorandum Italia-Libia del 2017 e l’intesa UE-Tunisia del 2023 hanno affidato il contenimento della mobilità a governi fragili o apertamente autoritari, pagandolo in denaro e legittimazione. Kuala Lumpur paga in riconoscimento, con la stessa logica di riammissione. Pesa anche la politica interna: a giugno una petizione per espellere i rohingya ha superato le 424.000 firme, e le elezioni generali vanno tenute entro febbraio 2028. L’ostilità verso i rifugiati dà copertura elettorale a una politica che fa comodo anche ai datori di lavoro.

Un regionalismo che si auto-blocca da solo

L’Indonesia ci arriva dalla parte opposta. La Perpres 125/2016 non prevede né lavoro né istruzione per i rifugiati; il ministro dell’Immigrazione Agus Andrianto ne ha chiesto la revisione nel novembre 2024, e l’assistenza resta a UNHCR e OIM. La Malaysia apre il mercato del lavoro con permessi revocabili, Giacarta lo tiene chiuso. In nessuno dei due lo status di rifugiato diventa un diritto di residenza. L’ASEAN non ha riconosciuto le elezioni birmane e dal 2021 tiene i leader birmani fuori dai vertici, richiamandosi a un Consenso in cinque punti che Naypyidaw non ha mai attuato. Il 10 agosto il ministro degli Esteri malese Mohamad Hasan ha chiesto al Myanmar di rispettarlo prima di qualsiasi rimpatrio. Diciassette giorni dopo Kuala Lumpur ha annunciato la data delle partenze. Consenso e non ingerenza proteggono gli affari interni dei membri dallo scrutinio collettivo, e in questo funzionano ancora. Una crisi che esce dai confini nazionali ne rimanda le conseguenze a ogni Stato preso singolarmente, e ne viene fuori una catena di accordi bilaterali che nessuna sede comune discute. L’intesa tra Anwar e Min Aung Hlaing occupa lo spazio che questa paralisi regionale  lascia libera e intanto svuota, visita dopo visita, la sanzione collettiva contro Naypyidaw. Per capire se il programma è davvero volontario basterebbero due cose: lasciare entrare l’UNHCR nei centri di detenzione a parlare con i candidati, e dare a chi rifiuta il rimpatrio un permesso di soggiorno con diritto al lavoro. Finché rifiutare vorrà dire restare in cella, la seconda fase somiglierà molto alla prima.

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Tobias Rausch (AfD) Presidente del Parlamento in Sachsen-Anhalt. A dicembre il voto per il governatore

Il 6 settembre scorso Alternative für Deutschland aveva conseguito una vittoria schiacciante in Sachsen-Anhalt, raggiungendo il 39% dei consensi. Traducendosi con una rappresentanza di 39 seggi al parlamento regionale (Landtag), il risultato non consente ad AfD di raggiungere, da solo, la maggioranza assoluta per governare – rappresentata da 42 seggi su 82. Secondo la regola del “muro tagliafuoco” (Brandmauer), inoltre, gli altri partiti avevano escluso alleanze con l’estrema destra. Tutti tranne uno: il Bündnis Sarah Wagnknecht aveva infatti dichiarato la disponibilità di cooperare con AfD, come è successo martedì mattina. Tuttavia, oltre al BSW, sembra che anche la CDU abbia appoggiato Rausch.

Il Brandmauer è crollato

La mattina del 6 ottobre il nuovo Landtag della Sachsen-Anhalt ha espresso il suo Presidente. Martin Rausch, AfD, ha ottenuto 48 voti su 82. Assieme a lui sono stati votati anche i vice-presidenti Tillschneider (AfD) con 44 voti, e Carsten Borchert (CDU) con 64 voti. Le voci di protesta si sono subito fatte sentire. Durante la prima seduta di martedì, circa 400 persone si sono riunite fuori dal parlamento regionale di Magdeburgo. Fra gli slogan: “no a cooperazioni con l’estrema destra”.

Storicamente, infatti, i partiti tradizionali tedeschi hanno seguito la regola del “cordone sanitario”, o “muro tagliafuoco”, per escludere i partiti estremisti dalle cariche istituzionali più importanti. Ora però, il cordone sanitario non ha retto e per la prima volta un candidato di un partito di estrema destra è arrivato a ricoprire una posizione di tanto rilevante. Fra i compiti di Rausch – che ora detiene la carica più alta all’interno del Parlamento regionale – quello di rappresentare il Landtag, condurre le sedute plenarie, vigilare sul rispetto del regolamento interno. Potrà inoltre rivolgere richiami ai deputati ed escluderli dalle sedute, e si occuperà delle questioni organizzative e del personale, compresa la nomina dei vertici della Corte dei Conti regionale e la composizione delle commissioni.

I calcoli non tornano

Che quella di martedì sia stata quindi una votazione storica, lo ha sottolineato lo stesso Rausch nel suo discorso inaugurale quando, invitando i deputati a cooperare con AfD, ha aggiunto: “i giorni del muro tagliafuoco dovrebbero appartenere al passato”.

La sua nomina era comunque prevista: il BSW, infatti, aveva già annunciato di volerne sostenere l’elezione. Questo partito, inoltre, fondato da Sarah Wagenknecht nel 2024, è anch’esso portatore di alcune istanze considerate estremiste dall’opinione pubblica – pur non essendo ufficialmente definito tale, come il caso di AfD. Così, la questione che si è aperta dopo il voto è piuttosto sui 4 voti giunti “in eccesso” al candidato AfD. BSW a AfD assieme ne avrebbero infatti garantiti solo 44, non 48. Dinamica simile anche per i 44 voti del vicepresidente AfD Tillschneider: il capogruppo della BSW ha infatti dichiarato che il suo partito non lo ha sostenuto, in quanto le sue posizioni sono troppo radicali. L’accaduto solleva quindi forti tensioni nella politica tedesca, e anche a livello federale c’è la richiesta di chiarimenti sulla provenienza dei voti – infatti non nota, data la modalità segreta con cui si è svolta l’elezione.

Le reazioni

In particolare, secondo quanto emerge da Die Zeit, l’appoggio ulteriore a Rausch sarebbe arrivato dalla CDU. A dichiararlo, è stato proprio il neoeletto presidente del Land, che ha inoltre anticipato che lo stesso è stato accordato anche per l’elezione in dicembre di Ulrich Siegmund (AfD) a governatore del Land.

Da parte dei vertici della CDU, l’indicazione ai suoi 14 deputati era stata quella di astenersi. Tuttavia, le astensioni finali sono state solo 5. SPD, la Sinistra e i Verdi, che avevano dichiarato il loro voto contrario, vogliono ora chiarezza sulla dinamica del voto segreto: “non deve esserci alcuna forma di collaborazione, né ufficiale né sottobanco”, si è affermato dall’SPD, mentre i Verdi chiedono una spiegazione “cristallina e inequivocabile”.

Merz, che precedentemente aveva minacciato l’espulsione dal partito per chi avesse votato AfD, ha infine espresso sgomento e disapprovazione: “chi elegge un deputato di un partito di estrema destra a presidente del Landtag deve fare i conti con la propria coscienza”. E mentre ha sottolineato l’impossibilità, in una votazione segreta, di stabilire con esattezza i sostenitori di AfD, condanna il possibile coinvolgimento dei deputati del suo partito. Tale atteggiamento non è infatti compatibile con i valori dei cristianodemocratici: “chi vota per l’AfD distrugge la credibilità della CDU”.

La politica estera

Le prime iniziative di Rausch mostrano come le implicazioni vadano oltre le discussioni sul cordone sanitario. Già nella giornata di mercoledì, AfD ha richiesto la convocazione di una seduta straordinaria del Landtag. Il tema: Russia, guerra in Ucraina e forniture di gas alla Germania. AfD, con il sostegno del BSW, ha infatti presentato una mozione perché la Germania sospenda immediatamente il sostegno finanziario e militare all’Ucraina, per la revoca immediata delle sanzioni economiche alla Russia e per la normalizzazione delle relazioni economiche tra Germania e Russia.

Il commento di Alice Weidel è arrivato subito: “il gruppo parlamentare dell’AfD porta senza indugio i temi davvero importanti all’ordine del giorno. Il presidente del Landtag Tobias Rausch conferma la seduta straordinaria sulla Russia e sulle forniture di gas. Agiamo fin dal primo giorno nell’interesse dei cittadini!”. A sua volta, dal BSW Thomas Schulze ha dichiarato che già prima delle elezioni il suo partito aveva promesso una mozione per la pace: “ora manteniamo questa promessa elettorale. Magdeburgo manda a Berlino un segnale a favore della pace”. La sua vice, Claudia Wittig ha affermato: “la Germania è il finanziatore n. 1 della guerra”, che però il Pease non può più permettersi, ha aggiunto.

Fra BSW e AfD ci sono inoltre posizioni simili, pur non coincidenti, anche sul riarmo, con il primo partito che si oppone all’incremento delle spese militari, mentre il leader AfD in Sachsen-Anhalt Ulrich Siegmund si era mostrato favorevole al riarmo, ma solo per scopi di sicurezza interna e per la remigrazione di massa. Infine, sia nell’AfD che nel BSW si è segnalata la presenza di politici che intrattengono rapporti con persone e organizzazioni russe.

La seduta straordinaria del Parlamento regionale di Magdeburgo dedicata alla mozione si terrà il 14 ottobre. Tuttavia, questa proposta rimane un segnale politico per esercitare pressioni sul governo: le decisioni fondamentali sulle sanzioni e sugli aiuti tedeschi all’Ucraina non vengono prese a livello regionale, bensì a quello federale o europeo.

E dopo?

Il supporto del BSW finora mostrato ad AfD, tuttavia, non significa automaticamente una cooperazione stabile o il supporto per l’elezione di Siegmund a dicembre – per cui il partito ha infatti già dichiarato la sua astensione. Un governo guidato da AfD, quindi, se si escludono colpi di scena, dovrà essere un governo di minoranza, soggetto di volta in volta al supporto esterno di BSW. Rispetto a tale opzione, però, Siegmund si era già precedentemente mostrato contrario, fino a prospettare la possibilità di nuove elezioni.

Tuttavia, quanto successo con l’elezione di Rausch fa salire le preoccupazioni. E non solo per la situazione in Sachsen-Anhalt. “L’estremismo di destra e di sinistra sta entrando con tutta la sua forza nei nostri parlamenti» ha ammonito Merz commentando l’elezione di Rausch, ma con lo sguardo anche a Berlino. Nella capitale tedesca, infatti, la Sinistra – sotto osservazione dall’intelligence di alcuni Länder per la presenza di orientamenti di estrema sinistra all’interno del partito –  ha vinto le elezioni del 20 settembre con il 25,7% dei voti, ed è ora in trattativa con SPD e i Verdi per una coalizione di governo.  

Tornando in Sachen-Anhalt, c’è ora da capire se gli ammonimenti di Merz saranno sufficienti ad evitare ripetizioni simili per le elezioni del governatore il 5 dicembre e quali saranno, nel lungo periodo, le ricadute sul governo federale. Le elezioni regionali hanno peggiorato la leadership del cancelliere, già fortemente in crisi, tanto che all’interno del suo stesso partito si è discussa l’ipotesi di un Kanzlertausch– una  sostituzione. L’opzione è poi stata accantonata in quanto troppo rischiosa: con AfD primo partito nei sondaggi, la nomina non preceduta da elezioni democratiche un nuovo cancelliere CDU sarebbe considerata illegittima.

Nel frattempo, crescono le tensioni anche con l’alleato di governo. Mentre l’ SPD ha infatti confermato che continuerà a governare con la CDU, le critiche rispetto al riforme intraprese da Merz – che includono l’aumento dell’età pensionabile e tagli all’assistenza sanitaria – crescono. Inoltre, nonostante gli economisti considerino le riforme come essenziali per rilanciare la competitività tedesca, l’austerità che esse impongono crea forte malcontento fra la popolazione, che a sua volta viene sfruttato dai partiti estremisti a loro favore.  

A questo si aggiunge la diversa opinione dell’SPD su come contrastare l’estrema destra. Rispetto alla CDU, che già in Turingia aveva cooperato con AfD e che in larga parte predilige combattere gli estremisti sul piano della battaglia politica, piuttosto che con il divieto del partito, i socialdemocratici mostrano infatti posizioni più nette, fra cui anche l’avvio della procedura per il divieto. Mercoledì sera, intanto, il gruppo parlamentare dell’SPD al Bundestag ha marciato a Berlino in protesta per l’esito della votazione di Rausch. Resta ora da vedere cosa succederà a dicembre con il voto del governatore del Land. C’è infatti da chiedersi, qualora si ripeteranno dinamiche analoghe a quanto avvenuto questa settimana, quale sarà il futuro della coalizione di governo.

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