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Il 5 per mille è un voto e va rispettato. Il tetto è un limite e va superato

Il 5 per mille è un voto. Ma lo Stato rispetta solo entro certi limiti: quelli fissati dal famoso “tetto”. Un tetto che puntualmente viene superato, per non dire sfondato. Per questo, VITA ha promosso, insieme a 67 organizzazioni del Terzo settore, la campagna «5 per mille, ma per davvero», chiedendo l’eliminazione del tetto l’innalzamento del tetto. Il primo, seppur parziale risultato è l’innalzamento del tetto da 525 a 610 milioni. L’obiettivo, però, resta l’eliminazione.

Se ne è tornato a parlare oggi, grazie all’iniziativa promossa da Assif dal suo Osservatorio presso la sala Berlinguer della Camera. “Il voto fiscale degli italiani” è il titolo scelto per questo appuntamento, proprio a sottolineare l’importanza di questo strumento nell’esercizio del diritto alla partecipazione democratica dei cittadini. A vent’anni dall’introduzione del 5 per mille, quindi, l’Associazione italiana fundraiser presenta dati, allarga l’analisi all’Europa e soprattutto condivide proposte concrete, chiedendo alla politica di riconoscere fino in fondo il valore di quella firma.

«Il 5 per mille ha rappresentato una vera rivoluzione per le organizzazioni non profit e per i fundraiser. Non solo come strumento di sostenibilità ma anche come momento in cui i cittadini possono esprimere la loro visione del mondo e della società. Perciò diciamo che si tratta di un “voto fiscale“, e perciò Assif dal 2017 dedica a questo strumento e agli altri “per mille” analisi, approfondimento, interpretazione», ha detto in apertura la presidente di Assif, Michela Gaffo.

Tanti i numeri e le percentuali messi a disposizione da Assif, grazie anche alla nuova piattaforma open data dell’Osservatorio. Per citare solo quelli che meglio descrivono il significato e l’impatto del tetto, nel 2025 hanno firmato 18,5 milioni di contribuenti, il 43% del totale: mai così tanti. Le loro scelte valgono complessivamente 633,3 milioni di euro, ma ne saranno erogati 610. I restanti 23,3 milioni rimarranno allo Stato. «Dal 2006, le somme destinate dai cittadini e mai erogate ammontano a circa 600 milioni di euro: un’intera annualità di 5 per mille», ha detto Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif.

Il 5 per mille è un voto di fiducia

E questo è un problema, perché non rispetta la volontà espressa dai cittadini. «Il contribuente, quando compila la dichiarazione dei redditi, esprime un voto, una volta l’anno. Sceglie a chi dare il 5 per mille e con questa scelta certifica la qualità dell’ente», ha detto ancora Bedogni, scondo cui le tre forme di destinazione delle imposte aiutano a comprendere il Paese: «L’8 per mille è una bussola spirituale, il 5 per mille dà il senso di comunità, il 2 per mille riguarda la rappresentanza».

Il 5 per mille, nello specifico, permette di destinare lo 0,5% della propria Irpef a organizzazioni del Terzo settore, ricerca scientifica e sanitaria, sport dilettantistico, tutela dei beni culturali e paesaggistici, aree protette o attività sociali del Comune di residenza. Secondo l’Osservatorio, è oggi lo strumento di partecipazione fiscale più diffuso: lo sceglie il 43% dei contribuenti, contro circa il 40% dell’8 per mille. Gli enti beneficiari iscritti sono oltre 105mila. Crescono inoltre le firme rivolte a un ente preciso, aumentate del 2,5% nell’ultima annualità, mentre diminuiscono dello 0,3% quelle generiche, senza l’indicazione di un beneficiario.

Il numero del magazine di luglio/agosto lancia una campagna di mobilitazione promossa dalla nostra testata e da oltre 60 importanti organizzazioni della società civile per chiedere a Governo e Parlamento di cancellare il tetto al 5 per mille.
5 PER MILLE MA PER DAVVERO

Il tetto riduce il 5 per mille: quanto perdono gli enti

In otto degli ultimi nove anni, gli importi destinati hanno superato il tetto di spesa e sono stati ridotti. Lo scorso anno, l’aumento del limite da 525 a 610 milioni ha attenuato il problema, senza però risolverlo: già nell’ultima annualità le scelte lo hanno superato di 23,3 milioni. Il valore effettivo della firma è così sceso dal 5 al 4,8 per mille. Nell’annualità precedente, con il tetto a 525 milioni, era stato pari al 4,35 per mille. «Gli enti quest’anno ricevono circa il 4% in meno rispetto a quanto destinato dai contribuenti», evidenzia Bedogni. 

Il confronto europeo: solo l’Italia ha un tetto

L’Osservatorio ha confrontato il sistema italiano con quelli di altri sette Paesi: Spagna, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, Lituania e Romania. Meccanismi diversi, accomunati dalla possibilità di destinare una percentuale delle proprie imposte a organizzazioni scelte dal contribuente. «L’Italia è l’unica ad avere un tetto», sottolinea Bedogni. Non solo: negli altri Paesi analizzati le quote sono aumentate. In Polonia dal 10 al 15 per mille, in Portogallo dal 5 al 10, in Spagna dal 5 al 7. In Italia sono rimaste ferme.

Il confronto riguarda anche la relazione con chi firma: «In almeno tre Paesi il contribuente può dare il consenso all’invio dei propri dati all’ente». Sono Polonia, Slovacchia e Ungheria. Una possibilità che Assif propone di introdurre anche qui, per permettere alle organizzazioni di raccontare direttamente a chi le sostiene come vengono utilizzate le risorse.

Nel video Bedogni ci spiega la situazione, in Italia e in Europa.


Le due istanze di Assif: eliminare il tetto e conoscere chi firma

La prima richiesta di Assif è «l’abolizione del tetto, attraverso una previsione di spesa attendibile e una norma che assicuri la copertura dell’eventuale extratetto», spiega Giulia Barbieri, vicepresidente Assif. 

La seconda proposta riguarda la possibilità di conoscere chi firma, esclusivamente quando il contribuente lo desidera. «Chiediamo che gli enti possano ricevere il nominativo e l’indirizzo dei contribuenti, su loro libera scelta, attraverso una spunta e una firma», spiega Barbieri.

Qui Barbieri illustra le due istanze:


Open data: rendere le informazioni accessibili a tutti

La trasparenza passa anche dalla possibilità di leggere e interrogare i dati. A questo proposito Alberto Almagioni, consigliere Assif, ha presentato la nuova piattaforma open data dell’Osservatorio, costruita anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. «Rendere disponibili i dati serve se si permette di leggerli. Abbiamo usato l’intelligenza artificiale per costruire la piattaforma e abbiamo scelto gli open data perché tutti potessero verificare e contribuire», racconta. Alla consultazione si affianca uno strumento che permette di formulare domande: «Abbiamo deciso di affiancare anche uno strumento che consenta di interrogare il dato in linguaggio naturale. È una possibilità preziosa. L’obiettivo è rendere il dato e la possibilità di leggerlo alla portata di tutti».

La conoscenza degli strumenti è al centro anche dell’indagine «Italiani Solidali» di Ipsos Doxa, illustrata da Valeria Reda, Senior Research Manager, Public Affairs. Attraverso circa 2mila interviste ogni anno, la ricerca approfondisce notorietà, comprensione e utilizzo del 5 e del 2 per mille, il profilo di chi firma e il ruolo di Caf e commercialisti.

L’impegno dei politici: «Il destinato deve arrivare intero»

Le proposte di Assif sono state quindi rivolte direttamente e affidate ai due senatori presenti, Michele Fina (Pd) e Adriano Paroli (Forza Italia). «La Ragioneria dello Stato direbbe che togliere il tetto significa appesantire il bilancio, ma tema che ponete è corretto: il destinato deve arrivare intero», ha detto Fina, che ha invitato Assif a individuare i parlamentari vicini all’associazione e competenti sul tema, per costruire un percorso di lavoro che porti alla realizzazione dell’obiettivo posto. 

Adriano Paroli ha innanzitutto sottolineato come il non profit, a cui il 5 per mille è destinato, sia «parte integrante della risposta al cittadino, inserito nei servizi che lo Stato offre al territorio attraverso le sue articolazioni». La crescita delle firme è quindi «un bel segnale dell’aumento di questa che mi piace chiamare sussidiarietà fiscale». E proprio per questo, sostiene, la scelta deve essere riconosciuta fino in fondo: «Non rispettare la volontà del cittadino fa risparmiare poco allo Stato, con un grande danno per il cittadino. Bisogna porre rimedio, perché quella volontà sia completamente rispettata».

Ora i dati ci sono e le proposte anche: «Non resta che compiere una scelta politica», ha concluso Giulia Barbieri. 

Foto apertura Unsplash. Foto interna e video dell’autrice

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Un centro di formazione  che attiva servizi innovativi

Si chiama Fabula ed è una fattoria sociale a Catanzaro che si propone di offrire percorsi di formazione e inserimento lavorativo nel settore agricolo a 20 persone in condizioni di fragilità. Un progetto di quattro anni che promuove una maggiore autonomia e un miglioramento della qualità della vita anche per le loro famiglie. Un’azione che allo stesso tempo premia il raggiungimento di risultati tangibili. L’iniziativa è promossa da Fondazione Cdp in collaborazione con il Comune di Catanzaro e Lab cooperativa sociale. 

Fattoria sociale

L’ente non profit di Cassa depositi e prestiti mette a disposizione 200mila euro per sostenere la cooperativa sociale incaricata della gestione operativa del progetto, che prevede l’attivazione di una comunità di apprendimento sotto forma di un centro diurno sperimentale all’interno di una fattoria sociale. 

Filantropi immagine Francesca Sofia Fondazione Cdp
Francesca Sofia, dg di Fondazione Cdp

«Fondazione Cdp», spiega il direttore generale Francesca Sofia, «avvia un modello che non solo lega il sostegno economico offerto a un progetto al conseguimento di risultati concreti, ma apre la strada a una nuova concezione della finanza sociale nel Paese». 

L’iniziativa si basa sul Social outcome contract, una tipologia contrattuale promossa dalla Commissione europea, applicata per la prima volta in Italia con il coinvolgimento della Pubblica amministrazione nel ruolo di outcome payer, cioè finanziatore a risultato (il Comune di Catanzaro), un soggetto attuatore (un Ets che realizza un progetto) e un soggetto finanziatore (qui Fondazione Cdp), che si assume il rischio dell’operazione. Un modo di operare, chiarisce Sofia, che mette l’impatto al centro, e alimenta un circolo virtuoso: «Il nostro impegno è promuovere soluzioni che rafforzino il tessuto sociale ed economico dei territori».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La fattoria sociale, attiva da luglio, offre un centro con servizi terapeutici «innovativi, ricreativi e riabilitativi per le persone disabili, integrati da percorsi di terapia occupazionale, formazione e orientamento professionale finalizzati all’inserimento nell’impresa agricola», precisa la Fondazione.

Nell’immagine in apertura una panoramica della fattoria sociale di Catanzaro – Foto da ufficio stampa

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