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Contenuti e incongruenze di una legge incostituzionale

di Francesco Pallante (da Volere la luna)

L’avvenuta approvazione, a colpi di voti di fiducia, della legge elettorale segna una svolta imponente nel sistema istituzionale e nella stessa democrazia del nostro Paese, alterando potenzialmente, sino a sovvertirlo, il rapporto tra voto e rappresentanza. Per analizzarla, valutarne gli effetti e individuare le risposte possibili abbiamo deciso di dedicarvi un apposito focus con articoli di Francesco Pallante, Marco Revelli, Valentina Pazé, Lorenzo Spadacini, Alessandra Algostino e Ottorino Cappelli.

La nuova legge elettorale, che la destra è infine riuscita a imporre in vista del voto del prossimo anno, è fortemente criticabile sotto molti profili. La tempistica sospetta – non si modificano le leggi elettorali sul finire della legislatura – trova conferma nelle intenzioni fin dall’inizio dichiarate: evitare che la ritrovata alleanza tra le forze dell’opposizione renda contendibili i collegi uninominali che erano previsti dalla legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum), impedendo alla destra la vittoria a mani bassi regalatele dal Pd e dal M5S nel 2022. L’obiettivo tattico non vale, peraltro, a velare la finalità strategica: la trasformazione della forma di governo nella direzione del premierato, stante il vincolo per le liste o coalizioni d’indicare il nominativo della persona candidata all’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. L’idea di fondo rimane quella per cui le elezioni dovrebbero servire a eleggere non il Parlamento, ma il Governo, dotandolo di una maggioranza assoluta inscalfibile (una distorsione del parlamentarismo così come del presidenzialismo). Qui di seguito si propone una lettura della nuova legge volta a illustrarne schematicamente il contenuto e le principali criticità.

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La nuova legge elettorale è il frutto della modifica della legge elettorale precedente. I partiti presentano alle elezioni liste o coalizioni di candidati con il deposito del programma elettorale e l’indicazione del «nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri».

Alla Camera sono assegnati: 314 seggi con sistema proporzionale in 48 collegi plurinominali (raccolti in 26 circoscrizioni, cui si aggiungono le circoscrizioni Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige per un totale di 28 circoscrizioni), con liste di 7 candidati al massimo e soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste, con l’eccezione della migliore lista sotto il 3% di ogni coalizione (i voti delle liste in coalizione sotto il 3% contribuiscono però a determinare la quota del 42% necessaria ad assegnare il premio); 7 seggi in Trentino-Alto Adige di cui 4 con sistema maggioritario in collegi uninominali e 3 con sistema proporzionale in 1 ulteriore collegio plurinominale; 1 seggio in Valle d’Aosta con sistema maggioritario in un collegio uninominale; 8 seggi all’estero con sistema proporzionale; 70 seggi in premio (“listone-premio” bloccato unico nazionale, fintamente suddiviso in “listini-premio” bloccati collegati alle circoscrizioni). Al Senato sono assegnati: 154 seggi con sistema proporzionale in 26 collegi plurinominali (raccolti in 18 circoscrizioni, cui si aggiungono le circoscrizioni Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta per un totale di 20 circoscrizioni: una per regione, al fine di rispettare l’art. 57 Costituzione, che prevede, appunto, l’elezione del Senato su lase regionale), con liste di 7 candidati al massimo e soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste, con l’eccezione della migliore lista sotto il 3% di ogni coalizione (i voti delle liste in coalizione sotto il 3% contribuiscono però a determinare la quota del 42% necessaria ad assegnare il premio); 6 seggi in Trentino-Alto Adige con sistema maggioritario in collegi uninominali; 1 seggio in Valle d’Aosta con sistema maggioritario in un collegio uninominale; 4 seggi all’estero con sistema proporzionale; 35 seggi in premio (“listone-premio” bloccato unico nazionale, fintamente suddiviso in “listini-premio” bloccati collegati alle circoscrizioni).

Se nessuna lista o coalizione raggiunge il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento o se dovessero raggiungere il 42% liste o coalizioni diverse alla Camera e al Senato, la ripartizione dei 314+70 seggi alla Camera e dei 154+35 seggi al Senato avviene con metodo proporzionale. Se una lista o coalizione supera il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento, tale lista o coalizione riceve in premio 70 seggi alla Camera e 35 seggi al Senato (se sono due le liste o coalizioni a superare in entrambi i rami del Parlamento il 42%, il premio è assegnato a quella più votata). Per determinare la percentuale dei voti raggiunti da ciascuna lista o coalizione – e quindi determinare l’assegnazione o meno del premio – si contano tutti i voti (proporzionale e collegi uninominali del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta), eccetto quelli delle circoscrizioni estero. In ogni caso, una volta sommati i seggi conseguiti con il voto proporzionale, il premio e i collegi uninominali di Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, nessuna lista o coalizione può avere più di 220 deputati e di 113 senatori. Se la lista o coalizione vincente ha ottenuto nel riparto proporzionale un numero di seggi tale che, col premio, supererebbe i 220 seggi alla Camera o i 113 seggi al Senato, le sono sottratti deputati o senatori tra quelli eletti col sistema proporzionale. I candidati nei “listini-premio” circoscrizionali devono essere almeno per il 40% del genere meno rappresentato (dunque, 28 alla Camera e 14 al Senato). Essi devono essere altresì candidati come capilista in una lista plurinominale di collegio collegata (o come secondi se il capolista è anch’esso altresì candidato in un “listino-premio”).

In ogni collegio plurinominale ogni partito presenta una lista di 7 candidati composta da un capolista (“bloccato”: se il partito ottiene uno o più seggi nel collegio, il capolista è eletto) e sei candidati presentati in alternanza di genere a partire dal secondo (sicché capolista e secondo possono essere dello stesso genere), tra i quali l’elettore può esprimere fino a 3 preferenze con alternanza di genere. Per i capilista non è prevista una quota di genere. Sono possibili le pluricandidature fino a 5 collegi. Per presentare una lista occorre raccogliere 6.000-7.000 firme in ogni collegio plurinominale alla Camera e al Senato. Significa che, se ci si presenta in tutti i collegi (49 alla Camera e 26 al Senato, per un totale di 75 collegi) occorre raccogliere almeno 450.000 firme. Il numero delle firme scende a 1.500-2.000 per collegio per le liste presentate da partiti che abbiano una componente nel gruppo misto alla Camera o al Senato e si annulla del tutto per i partiti che abbiano un gruppo parlamentare in almeno una Camera (purché costituito prima del 31 dicembre 2025). In tutti i casi il numero delle firme è ridotto alla metà in caso di elezioni anticipate. Le firme non possono essere raccolte in modalità digitale.

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Secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017), «in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività» del Parlamento. L’alterazione del rapporto proporzionale tra voti e seggi è, di conseguenza, ammissibile a due condizioni: (a) che non incida eccessivamente a danno della rappresentatività delle Camere (dunque, che un eventuale premio sia assegnato a liste o coalizioni già dotate di una solida base elettorale); (b) che sia funzionale alla stabilità del Governo e all’efficienza del processo decisionale.

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Questi i principali punti critici critici:

1. Sulla natura bifronte del sistema elettorale. La legge contiene una sorta di doppio sistema elettorale: o con effetti fortemente maggioritari (se si assegnano i premi) o con effetti proporzionali lievemente corretti (se non si assegnano i premi). Poiché la strutturazione e il funzionamento del sistema dei partiti dipendono anche dalla legge elettorale, e la legge può operare in due modi opposti, ciò rischia di produrre effetti irragionevoli.

2. Sul premio elettorale in un sistema bicamerale perfetto. Poiché per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica si svolgono due votazioni separate, ciò significa che gli esiti elettorali nei due rami del Parlamento dovrebbero essere indipendenti l’uno dell’altro. Invece, il fatto che il premio non sia assegnato nel ramo del Parlamento in cui una lista o coalizione ha raggiunto il 42%, qualora ciò non avvenga anche nell’altro ramo, fa sì che gli esiti delle due elezioni non siano indipendenti l’una dall’altra.

3. Sul premio elettorale assegnato alla coalizione o lista che ottiene il 42% dei voti. Nella sentenza n. 35/2017, la Corte costituzionale non ha ritenuto irragionevole la soglia del 40% prevista nella legge n. 52/2015 (c.d. Italicum) per l’accesso a un premio che avrebbe assegnato alla lista o coalizione destinataria il 54% dei seggi. È una decisione discutibile – dato il rilevante squilibrio tra esito del voto e formazione della rappresentanza parlamentare – ma occorre prenderne atto. Sarebbe tuttavia errato estrarre la decisione sul premio dalla sentenza e farla valere, in generale, per qualsiasi legge elettorale: è infatti l’impianto complessivo della legge che consente di esprimersi sulla ragionevolezza del premio. La nuova legge consente al destinatario del premio di ottenere circa il 57% dei seggi alla Camera e circa il 58% dei seggi al Senato (conteggiati anche i seggi assegnabili all’estero). Perché ciò avvenga è necessario ottenere circa il 43% dei voti alla Camera e circa il 45% dei voti al Senato: questo significa che la lista o coalizione vincitrice delle elezioni beneficia di un rilevante incremento della propria rappresentanza parlamentare rispetto ai voti conseguiti. Di fatto, una minoranza, pur significativa, è artificialmente trasformata in un’ampia maggioranza parlamentare. Soprattutto, però, la distorsione della volontà elettorale deve essere misurata non soltanto con riguardo al numero dei seggi complessivamente assegnati alla lista o coalizione vincitrice, ma anche in relazione al numero dei seggi assegnati alle altre liste o coalizioni. Ciò che, in effetti, potrebbe accadere con la nuova legge è che, per una differenza di poche migliaia di voti, il numero di seggi assegnati a due liste o coalizioni aventi consistenza elettorale sostanzialmente analoga risulti segnato da un divario pari a oltre il 20% dei seggi complessivamente assegnabili, una misura senz’altro irragionevole. Esempio. Una lista ottiene il 42,1% dei voti e, grazie al premio di maggioranza, ottiene il 55% dei seggi. La seconda lista più votata ottiene il 41,9% dei voti e accede al riparto del rimanente 45% dei seggi, unitamente alle altre liste che, nel complesso hanno raggiunto il 16% dei voti (42,1 + 41,9 + 16 = 100): significa che otterrà il 32,6% dei seggi. Una differenza dello 0,2% dei voti si traduce in una differenza del 22,5% dei seggi.

4. Sul premio elettorale che consente di avvicinarsi al 60% dei parlamentari. La soglia del 60% dei seggi corrisponde alla maggioranza dei 3/5 che ancora vale, in alcuni casi (elezione parlamentare dei giudici della Corte costituzionale e dei membri laici del Csm), come maggioranza “di garanzia” contro il rischio che la maggioranza politica che sostiene il Governo abusi della propria posizione di forza. Già da tempo non hanno più valore di garanzia le maggioranze previste per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei Presidenti delle Camere, oltre che per la revisione costituzionale. Travolgere anche le garanzie residue ulteriormente aggrava quella che già oggi può essere considerata una situazione d’incostituzionalità.

5. Sulla sottrazione dei seggi eventualmente in eccesso dal numero dei seggi assegnati con sistema proporzionale, anziché dal “listone-premio”. Qualora, sommando i seggi assegnati in premio ai seggi conquistati nel proporzionale e nel maggioritario residuo in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, una lista o coalizione ottenga più di 220 seggi alla Camera e/o più di 113 seggi al Senato, si riduce il numero dei seggi assegnati tramite riparto proporzionale, dal momento che i “listoni-premio” bloccati di 70 deputati e 35 senatori sono inscalfibili. Ciò produce conseguenze negative sia per i candidati nel proporzionale, sia per gli elettori.  È una chiara violazione della libertà di voto degli elettori.

6. Sul premio attribuito anche al Senato su base nazionale. L’assegnazione anche al Senato di un unico premio sulla base dei risultati del voto nazionale contrasta con la previsione costituzionale (art. 57 Cost.) per cui il Senato è eletto su base regionale. La suddivisione del “listone-premio” in 20 “listini-premio” circoscrizionali è, infatti, una finzione, dato che i “listini-premio” sono assegnati tutti in blocco alla coalizione che raggiunge il 42% a livello nazionale. Poiché, inoltre, l’assegnazione del premio in una camera dipende dall’assegnazione del premio anche nell’altra, il risultato nazionale del voto per la Camera dei Deputati influisce anch’esso negativamente sulla disposizione costituzionale che prevede l’elezione del Senato su base regionale.

7. Sulla non conoscibilità dei candidati eletti nei “listoni-premio” bloccati da parte degli elettori. La previsione dei “listoni-premio” bloccati alla Camera e al Senato si scontra con la giurisprudenza costituzionale che, pur ammettendo le liste bloccate, richiede che queste siano composte da un numero di nomi circoscritto, in modo che i candidati siano conoscibili dagli elettori. A tal fine, la legge elettorale prevede che i candidati ai seggi premiali siano ripartiti in “listini-premio” nelle diverse circoscrizioni in cui è ripartito il territorio nazionale. Tuttavia, l’assegnazione del premio sulla base dei risultati nazionali comporta che i candidati premiali di tutti i “listini-premio” siano eletti o non letti in blocco. La ripartizione dei candidati ai seggi premiali tra le diverse circoscrizioni è, cioè, fittizia: di fatto, a venire eletto o non eletto è un “listone” nazionale i cui nomi risultano per questo non conoscibili agli elettori.

8. Sullo svilimento della rappresentanza di genere. La nuova legge è destinata a fortemente penalizzare la rappresentanza femminile in Parlamento. Il principale vincolo previsto è quello di candidare almeno il 40% di donne tra i candidati “premiali” alla Camera e al Senato: dunque, rispettivamente 28 (su 70) e 14 (su 35). Queste stesse candidate dovranno altresì essere presentate come capolista di un partito in uno dei collegi proporzionali (o come seconde in lista se il capolista è anch’esso candidato altresì nelle liste premiali). Se si considera che ogni coalizione sarà composta da quattro o cinque partiti, questo significa che nei 49 collegi proporzionali alla Camera e nei 26 collegi proporzionali al Senato saranno presentate circa 350 liste (escluse quelle dei partiti non in coalizione) e solo 42 saranno quasi sicuramente guidate da una donna (quasi: perché, come detto, le donne potrebbero finire candidate dietro un capolista anch’esso candidato altresì nelle liste premiali). Ancor meno incisivo risulta il vincolo di seguire l’alternanza di genere nelle liste proporzionali solo dal secondo candidato, sicché i primi due potranno essere entrambi uomini (ma anche se vi fosse una donna come seconda, se il capolista era pluricandidato e risulta plurieletto potrebbe optare proprio per il collegio in cui dietro di lui c’è la donna, così escludendola); così come la previsione che l’elettore possa esprimere più d’una preferenza (fino a tre) solo seguendo l’alternanza di genere.

9. Sul numero delle firme necessario a presentare le candidature. Lo spropositato aumento del numero delle firme necessarie a presentare le liste nei collegi plurinominali rende difficilissimo l’accesso in Parlamento alle nuove formazioni politiche. È vero che ci si può presentare nella metà delle circoscrizioni, ma in ogni caso questo significa raccogliere circa 300.000 firma: una soglia che, in alcuni casi, potrebbe corrispondere al numero degli elettori necessari a ottenere un seggio. Se si aggiunge che non è prevista la raccolta delle firme in modalità digitale, sembra ragionevole dubitare dell’incostituzionalità della nuova disciplina.

10. Sull’indicazione del nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. È previsto che le liste e le coalizioni indichino «il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri». È una formulazione sostanzialmente più incisiva (ancorché formalmente più corretta) della previsione previgente (risalente alla legge n. 270/2005, c.d. Porcellum) che imponeva di indicare il «capo» della forza politica o della coalizione (dimenticando che la democrazia è il regime politico in cui non esistono capi…). Ovviamente rimane fermo il potere di nomina spettante al Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 92, co. 2, Cost.: ma allora, l’obiettivo di rendere chiaro agli elettori fin dal momento del voto chi li governerà è in realtà un potenziale inganno ai loro danni. Di qui, il fondato dubbio dell’incostituzionalità della norma.

11. Sui difetti della legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum). Naturalmente, poiché la proposta di legge in discussione si innesta sull’impianto della legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum), persistono tutti gli ulteriori problemi d’incostituzionalità di tale legge. In particolare, quello derivante dalla non conoscibilità degli effetti del proprio voto da parte dell’elettore, per via del c.d. effetto “flipper” causato dalla combinazione, nel proporzionale, di liste bloccate corte e facoltà di presentare plurime candidature.

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Più credito per il Terzo settore: i titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato

I titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato. A confermarlo è stata la direzione generale Concorrenza della Commissione europea con una “comfort letter” emessa lo scorso 23 settembre. Gli istituti di credito potranno, dunque, raccogliere risorse da destinare al finanziamento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore- Ets iscritti al Runts.

I titoli di solidarietà, previsti dall’art.77 del Codice del Terzo settore, sono obbligazioni, altri titoli di debito o certificati di deposito emessi dagli istituti di credito per raccogliere risorse per gli Ets, con i quali viene aperta una relazione creditoria. Il semaforo verde dell’Ue, oltre a sbloccare questo canale di finanziamento, comporterà ulteriori agevolazioni fiscali per i cittadini e gli investitori – con un regime equiparato a quello dei titoli di Stato e l’esenzione da imposte di bollo e successione – e incentiva il credito d’imposta per le banche che effettuano erogazioni liberali agli enti.

La comfort letter della direzione generale Concorrenza viene emessa sulla base dei dati forniti da uno Stato membro ed è un parere informale e non vincolante, quindi non crea giurisprudenza. Una valutazione positiva, però, equivale a un orientamento favorevole, indicando che — sulla base delle informazioni attuali — l’Unione europea non ha intenzione di avviare procedure di infrazione o contestazioni contro quella legge nazionale. Nel 2025, la dg Concorrenza aveva già inviato una comfort letter al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali valutando positivamente le nuove norme fiscali per gli enti del Terzo settore, specificando che non costituiscono aiuti di Stato. Dall’interlocuzione, però, era rimasta fuori la questione dei titoli di solidarietà. Il documento del 23 settembre, quindi, rappresenta un significativo passo in avanti per la finanza sociale e apre nuovi scenari di intervento.

«Il via libera europeo ai titoli di solidarietà è un passo importante per rafforzare il Terzo settore. Ora questa opportunità deve tradursi in finanziamenti concretamente accessibili, con condizioni sostenibili e procedure chiare anche per le piccole associazioni», commentaa Bruno Molea, presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura sport – Aics. «Per un’associazione, poter accedere al credito può significare rendere accessibile uno spazio, acquistare attrezzature per lo sport inclusivo o dare continuità a un servizio educativo e culturale. Sono investimenti che producono benefici per l’intera comunità, ma che spesso le realtà territoriali faticano a sostenere».

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Secondo Molea, il riconoscimento europeo è solo un primo tassello. «La sua efficacia si misurerà nella capacità di raggiungere anche gli enti con minori risorse e strutture organizzative», ha detto. Per farlo, servono «prodotti bancari adeguati alle caratteristiche del non profit» e «na valutazione che sappia considerare, insieme alla sostenibilità economica, il valore sociale dei progetti». Il prossimo step, dunque, sarà costruire un dialogo tra gli istituti di credito e le reti associative, in modo tale da disegnare insieme le misure opportune. «L’obiettivo è trasformare il risparmio orientato alla solidarietà in opportunità concrete per chi ogni giorno promuove sport, cultura e inclusione», conclude il presidente Aics.

Esulta anche il governo italiano. «Riconoscere la specificità del non profit significa offrire strumenti concreti a chi ogni giorno si prende cura delle nostre comunità», il commento della viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Grazie a questo strumento permettiamo ai cittadini di orientare il proprio risparmio verso destinazioni ad alto impatto sociale e garantiamo agli enti la liquidità necessaria per crescere, innovare e generare benessere sociale».

In apertura: Mauro Bottaro/EC/Audiovisual Service/Commissione europea)

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Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

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È infine arrivato il momento del soft power cinese?

Per gli studiosi, gli osservatori e i critici del soft power, una domanda è rimasta in sospeso fin da quando il concetto è emerso nei primi anni Novanta: fino a che punto le risorse del soft power possono produrre risultati tangibili? In altre parole, in che modo l’apprezzamento e l’ammirazione si traducono col tempo in influenza politica? Sebbene la Cina abbia speso miliardi in soft power e diplomazia pubblica, pochi ne hanno riconosciuto i reali traguardi fino a tempi recenti. Ora, tuttavia, le tendenze emergenti provenienti dalla Cina — abbinate alla dottrina “America First” — potrebbero aver offerto a Pechino un’opportunità senza precedenti.

È quindi opportuno chiedersi: cosa deve accadere affinché la Cina diventi una superpotenza del soft power? Prima di affrontare questo punto, dobbiamo esaminare lo stato attuale del potere di attrazione della Cina, in particolare rispetto agli Stati Uniti.

Le Condizioni del Soft Power Americano

Per decenni, gli Stati Uniti sono stati il massimo diffusore di “coolness“, esportando di tutto (da Hollywood, la musica e la moda ai potenti e intangibili ideali del sogno americano). Accanto a questi, il dominio globale del dollaro statunitense e della lingua inglese sono serviti da pilastri strutturali del suo fascino mondiale.

Sebbene questa immagine idealizzata si sia erosa nel tempo a causa di guerre impopolari e decisioni politiche, la dottrina “America First” ha innegabilmente distrutto molti degli elementi centrali dell’attrazione del Paese. Sono stati pubblicati decine di articoli sull’effetto di Trump sull’appeal internazionale degli Stati Uniti, ad esempio quando si è discussa il potenziale epilogo del soft power americano o quando si è suggerito che la reputazione della nazione potrebbe non riprendersi mai del tutto. In particolare, il defunto Joseph S. Nye, che ha coniato il termine, ha lamentato nel suo ultimo articolo che “Trump è il primo [presidente americano] a rifiutare l’idea che il soft power abbia un qualche valore nella politica estera”.

La Situazione del Soft Power Cinese

Nel frattempo, sebbene la prima spinta della Cina verso il soft power sia stata probabilmente notata durante le Olimpiadi di Pechino del 2008, il consenso generale era che la sua natura rigorosamente gestita dallo Stato avrebbe sempre suscitato sospetti e fallito nell’attrarre sinceramente i pubblici stranieri. Verso la metà degli anni 2020, tuttavia, gli osservatori al di fuori del mondo accademico hanno iniziato a notare un’impennata di tendenze legate alla Cina. Alcune sono virali e potenzialmente effimere (come Labubu e “Chinamaxxing“), mentre altre — come i veicoli elettrici e le infrastrutture avanzate — mostrano un potenziale a lungo termine. Ciò ha spinto importanti testate occidentali ad affermare la nuova “coolness” della Cina. Forse a sorpresa, analogamente al Giappone, questo fascino attinge a un mix sorprendente di antico e futuristico, dalla mitologia tradizionale e l’architettura imperiale ai paesaggi urbani cibernetici di Shenzhen e Chongqing. Inoltre, i modelli di intelligenza artificiale open source cinesi vengono lodati e ampiamente adottati all’estero, mentre i giovani del mondo in via di sviluppo acquisiscono una crescente familiarità con la Cina. Sebbene permangano timori riguardo alla sua influenza, questa familiarità rappresenta un primo passo cruciale verso un apprezzamento autentico.

L’Arduo Percorso per Diventare una Superpotenza del Soft Power

Nonostante questi recenti e notevoli sviluppi, la Cina deve superare diversi ostacoli nel suo percorso per diventare una superpotenza del soft power.

In primo luogo, il popolo cinese potrebbe aver bisogno di diventare più “accessibile”. Gli stranieri che ammirano la cultura e i prodotti cinesi devono poter interagire facilmente con la gente del posto, sia quando visitano la Cina sia quando incontrano cittadini cinesi all’estero. Non si tratta di una questione di buone maniere, bensì di una persistente barriera linguistica. Fortunatamente, questo divario potrebbe ridursi man mano che un numero maggiore di persone in tutto il mondo imparerà il cinese e un numero crescente di cittadini cinesi acquisirà un inglese di base per viaggiare o interagire con turisti in Cina.

In secondo luogo, sebbene i cittadini cinesi debbano certamente essere orgogliosi dei successi della loro nazione, dovrebbero evitare di proiettare un senso di superiorità. Il soft power nasce dalla fiducia in sé stessi, non dalla vanteria. Questo non vuol dire che i cinesi siano eccessivamente vanitosi, ma è una dinamica fondamentale da tenere a mente. Man mano che i successi della Cina cresceranno, essi creeranno inevitabilmente attriti con altre nazioni — in particolare con gli Stati Uniti, che non rinunceranno facilmente al loro primato reale o percepito.

In terzo luogo, man mano che gli stranieri imparano ad apprezzare non solo i prodotti cinesi ma anche le persone dietro di essi, potrebbero iniziare a chiedersi sinceramente se il sistema politico che ha reso possibili questi successi sia così imperfetto come viene spesso descritto. Questo non per edulcorare la condotta del Partito Comunista Cinese (PCC), ma piuttosto per riconoscere che esistono modelli alternativi.

In quarto luogo, mentre un numero crescente di stranieri consuma prodotti culturali e digitali cinesi, visita senza visto e persino studia nel paese, in realtà trasferirsi e vivere lì rimane molto impegnativo. Questo rappresenta un grave ostacolo all’appeal generale della nazione, poiché l’ultima manifestazione di attrazione del soft power è spesso il desiderio di stabilirsi.

In quinto luogo, e forse il punto più complesso, vi è la necessità di un processo duplice a lungo termine. I cittadini cinesi devono trovare il modo di esprimere il proprio desiderio di adottare determinate pratiche straniere — come maggiori tutele legali e finanziarie — senza sfidare direttamente l’autorità del partito centrale. A loro volta, il partito potrebbe riconoscere queste riforme reciprocamente vantaggiose e implementarle per promuovere un maggiore sviluppo socioculturale ed economico. Il PCC potrebbe diventare meno restio ad accogliere tali riforme graduali non solo a causa della domanda interna, ma anche per soddisfare le aspettative esterne in qualità di leader globale responsabile, un ruolo ulteriormente evidenziato dal vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti.

La Strada da Percorrere: un Egemone Benevolo?

Come tutti gli egemoni, gli Stati Uniti hanno sempre avuto i loro difetti e le loro pratiche discutibili; pertanto, nessuno si aspetta che la leadership cinese sia perfetta. Tuttavia, se la leadership cinese riuscirà a raccogliere un’ammirazione più ampia e genuina sia in patria che all’estero — in particolare nel mondo in via di sviluppo — i benefici in termini di soft power potrebbero essere evidenti.

Un’altra variabile critica da non sottovalutare è la diaspora cinese. Molti cinesi d’oltremare stanno già mostrando con orgoglio la propria eredità da una prospettiva socioculturale ed economica, tralasciando intenzionalmente le dimensioni politiche e ideologiche. Questo approccio cauto potrebbe ulteriormente favorire i propositi di Pechino.

Se la Cina riuscirà a fornire beni pubblici globali — ad esempio attraverso la Nuova Via della Seta e le sue più recenti Iniziative Globali — le opinioni straniere sul suo sistema politico potrebbero migliorare. Sebbene si tratti di una previsione a lungo termine, potenzialmente lontana decenni, questo articolo funge da esercizio intellettuale per immaginare come la Cina possa eventualmente eguagliare o superare gli Stati Uniti come superpotenza globale del soft power (e non solo), guidata da un’attrazione genuina anziché dall’attuale miscela di potere economico e soft, meno stabile.

In conclusione, potremmo assistere all’inizio del vero momento di soft power della Cina, andando oltre la mera dipendenza economica. Questo cambiamento appare possibile perché il PCC ha leggermente allentato la presa sulle iniziative creative che non si scontrano con gli interessi dello Stato. Sebbene questa ondata “cool” sia sempre più notata in tutto il mondo, essa rimane in gran parte superficiale. La sfida maggiore sarà garantire che non si tratti di una moda passeggera e che la Cina continui a innovare, condividendo al contempo le proprie novità con il mondo con convinzione. Parole e azioni devono coincidere. Solo allora la genuina attrazione potrà diventare un vantaggio strutturale di soft power, molto simile a quello di cui gli Stati Uniti hanno goduto per decenni.

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Hastings, 1066. La battaglia che generò la storia

Odo di Bayeux, chiamato anche Odone o Oddone di Conteville, vescovo della diocesi di Bayeux, fissa l’“Arazzo della regina Matilde” che lui stesso ha commissionato.

Lo sguardo scorre sulle scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini. Nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert. Alla tavola imbandita. Nel tumulto della mischia, mentre brandisce il nodoso bastone del comando per riportare l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria. La ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere, con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati. Ma nulla può riprodurre il rumore assordante che precede e accompagna lo scontro, né il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata, il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia aveva cominciato, con i suoi baroni, a reclutare uomini e a preparare l’invasione dell’Inghilterra. Punta al trono dell’isola e fonda le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il Confessore. Per l’impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II. Glielo ha assicurato Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni potranno issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione, ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi, “due leopardi passanti non maculati”.

Il Duca ha già dimostrato di essere un combattente esperto e un tattico capace di usare la cavalleria insieme alla fanteria e agli arcieri. La perizia e il coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Domfront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head, dove viene raggiunta dal resto della flotta. I normanni costeggiano poi l’isola verso est e trovano a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio. Il vento contrario e il mare mosso hanno però costretto William a rimandare la partenza. L’inconveniente giocherà a suo favore: con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte della Manica nessuno si aspetta più l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. L’entroterra, al contrario, non è dei più idonei per una battaglia. William sposta quindi l’esercito un po’ più a est e si accampa a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta per due settimane notizie dal lontano Nord sull’esito dello scontro tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra, Harold. Harold è stato incoronato il 5 gennaio precedente, con il sostegno della nobiltà anglosassone, lo stesso giorno del funerale di Edward. Per i normanni è uno spergiuro e un usurpatore.

Sassoni e vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e con un’ascia bipenne in pugno, cerca da solo di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkr, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde, “lo Spietato”, di schierare le proprie truppe sulle alture circostanti. I nemici, lasciati avvicinare, sono costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante la formazione favorevole, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni respingono così l’invasione vichinga, appoggiata anche da Tostig, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del nuovo re. A fine giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

Che William attacchi a Sud quasi in contemporanea con i norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale, ma risponde a un piano preciso. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, pur provati dal duro confronto con i norvegesi, scendono a tappe forzate verso Sud. Dopo una breve sosta vicino a Londra per riorganizzarsi, il 13 ottobre giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman, nel suo The Art of War in the Middle Ages (1885), nota che Harold non aspetta la leva di tutto il regno. Ritiene invece di potersi frapporre tra William e la capitale con le sole truppe a disposizione: i fyrd (6.500 uomini della leva feudale) e la milizia mobilitata in fretta dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Gli uomini su cui conta davvero, però, sono gli housecarl e i thegn della sua guardia personale. Sono 800 uomini coperti di ferro, addestrati fin da giovanissimi a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia. L’ascia è lunga circa un metro e mezzo, ha una lama di oltre 25 centimetri e si può impugnare con una o due mani. Un colpo diretto è tremendo: può uccidere il cavaliere e la cavalcatura.

La forza personale e l’esprit de corps ne fanno avversari formidabili.

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata, ma proprio qui sta anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, devono mantenere la posizione e serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere”, sono in chiaro svantaggio. Non possono rispondere alla minaccia né raggiungere nemici che si ritirano senza danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill, nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese, accenna proprio a proposito di Hastings a una controversia tra gli studiosi. I sassoni fecero bene a cercare subito lo scontro, o sarebbe stata preferibile una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco?

Churchill, a differenza di Oman, sostiene che per i sassoni dare subito battaglia fosse una scelta quasi obbligata, data la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto e lo intercettano nel sito che oggi si chiama, appunto, Battle, circa 10 km a nord-ovest di Hastings.

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove la strada per Londra costeggia la foresta del Weald.

È una forte posizione difensiva. Harold assiepa i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una formazione densa che ritiene impossibile da accerchiare e capace di resistere agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore è alto. Gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per il loro re, per le famiglie e per il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

È lo shield wall, la muraglia di legno, ferro e carne che Bernard Cornwell ha trasformato nel cuore pulsante della narrativa storica sull’alto medioevo. Nelle Warlord Chronicles, la sua trilogia arturiana, i sassoni sono gli invasori venuti dal mare, che i britanni di Artù cercano di ricacciare oltre le coste. Nelle Saxon Stories, il ciclo di Uhtred di Bebbanburg ambientato nel IX e X secolo, i ruoli si sono rovesciati. Ora sono i sassoni del Wessex di Alfredo il Grande a difendere la terra contro i danesi, e da quella lotta prende forma, regno dopo regno, l’idea stessa di Inghilterra. Cornwell racconta la lunga gestazione di una nazione. Senlac ne è l’epilogo: la stessa muraglia di scudi che aveva fermato i vichinghi deve ora reggere l’urto dell’ennesima ondata venuta dal mare. È un ciclo che si chiude.

Il volto di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso, in realtà, non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame percuotono ritmicamente gli scudi.

A sua volta William schiera l’esercito in tre corpi paralleli, in gergo “Battaglie”. A sinistra dispone 2.000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. A destra, i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern, circa 1.500 uomini. Tiene per sé il centro, con il grosso dei cavalieri normanni, circa 4.000 uomini. Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi corpi comprende fanteria e cavalleria.

Ciascuna delle tre ali si articola a sua volta in tre linee. In prima linea, arcieri e balestrieri. L’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato. Queste armi, come il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale. Poi i fanti pesanti. Infine i cavalieri corazzati, con usbergo lungo fino al ginocchio e maniche fino al gomito, armati di lancia da otto piedi.

Martin van Creveld, nel suo Command in War, spiega che William impartisce gli ordini e coordina l’esercito con un rudimentale sistema di comunicazione basato su bandiere e stendardi.

Tra i due schieramenti scorre l’Asten, poco più di un ruscello, che disturba le manovre solo marginalmente.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutti e due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

Verso le 9, quando la formazione normanna si slancia all’attacco, sono gli arcieri ad aprire l’azione. I difensori sassoni non possono rispondere finché la prima linea nemica non arriva a tiro di giavellotto. Il primo assalto non riesce a scardinare il muro di scudi.

Il duca William lancia allora la cavalleria sui lati, dove la pendenza è meno forte e si può sperare di salire, entrare in contatto con gli inglesi e aprire un varco. L’avanzata è però più lenta del previsto, e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. I bretoni, in particolare, cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta. I fyrd che li fronteggiano, vedendo il nemico in fuga, abbandonano la posizione di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Scesi dal costone, diventano facile preda della cavalleria, che ne fa strage. È in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca la smentisce sollevando l’elmo, perché tutti possano vederne il volto, nascosto dall’ampio nasale. Poi chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: stanare gli inglesi dalla cima del costone sembra impossibile.

Dopo vari tentativi falliti, ricorda il successo iniziale, quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura indifesi davanti alla cavalleria. Decide così di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Lentamente l’approccio dà i suoi frutti e apre falle nello schieramento sassone in almeno due occasioni. Il corpo centrale dell’esercito di Harold, però, resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della cavalleria pesante, sostenuta dal tiro degli arcieri. L’azione congiunta infligge perdite pesantissime ai sassoni. Questi si difendono di fronte e sui fianchi e, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti housecarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a decidere la giornata. L’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci, che fuggono verso la foresta alle loro spalle.

L’arazzo immortala per sempre quel momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato denudato e massacrato, e la stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini caduti.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesante schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo dall’uso combinato di arcieri e cavalleria. A Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduci di Stamford Bridge. Con re Harold cadono anche i fratelli Leofwine e Gyrth.

Sul luogo dello scontro William costruirà un’abbazia, per rendere grazie a Dio della vittoria.

Hastings segna l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra. Il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si fa incoronare nell’abbazia di Westminster, a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra. Qui può imporre una feudalizzazione totale partendo da zero, perché tutte le terre di nuova conquista appartengono soltanto al re.

Rileggendo la battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui, i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti, potremmo dire che William trionfa perché si dimostra, meglio dei suoi avversari, un genio pionieristico. È capace di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana registra migliaia di battaglie, spesso in modo capriccioso, ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera prima di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, a “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola per i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard, dello Stato maggiore del IV Corpo, disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Più di un secolo dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni». Generano onde durature, che si infrangono molto tempo dopo che la prima ondata di orrore e ferocia si è levata dal campo di battaglia.

Le onde di Hastings non si sono ancora spente. Dal 10 settembre 2026 l’arazzo è esposto al British Museum di Londra, la prima volta in Gran Bretagna da quando fu realizzato quasi mille anni fa. I primi biglietti sono andati esauriti in poche ore, e il museo prevede circa un milione di visitatori prima della chiusura, l’11 luglio 2027. Il lungo ricamo è disteso orizzontalmente in una teca di 70 metri costruita apposta. In cambio, il British Museum ha inviato in Francia alcuni dei suoi più importanti reperti anglosassoni, tra cui i tesori di Sutton Hoo. L’ironia della storia vuole poi che la celebrazione della vittoria normanna sia stata con ogni probabilità ricamata proprio in Inghilterra: chi narrava la sconfitta dei sassoni ne aveva le mani. Quasi un millennio dopo, il racconto del Conquistatore torna in patria. Davanti al dragone del Wessex che cade, una nazione insulare fa la fila per contemplare l’ultima volta in cui fu conquistata.

Tra gli scontri generatori di storia, capaci di segnare uno spartiacque e di mutare traiettorie geopolitiche, c’è certamente quello in cui i sassoni si batterono contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings, nell’autunno del 1066.

Quella normanna è infatti l’ultima grande invasione dell’isola. Romani, angli, sassoni, juti, danesi e infine normanni: per oltre un millennio la Britannia è stata terra di approdo e di conquista, raggiungibile da chiunque controllasse la sponda opposta della Manica. Dopo il 1066 nessun esercito straniero riuscirà più a imporre il proprio dominio sull’isola. Né la Spagna di Filippo II con l’Invincibile Armata, né la Francia di Napoleone accampata a Boulogne, né la Germania di Hitler con l’operazione Leone marino.

Da quella lezione nasce la costante geopolitica che orienta la Gran Bretagna fino ai giorni nostri: mai una sola potenza politica al di là della Manica. Londra sa che un continente unificato sotto un’unica egemonia significherebbe, prima o poi, una nuova flotta pronta a salpare da St. Valéry. Per questo, nei secoli, si schiererà sempre contro chi aspira al dominio sull’Europa: gli Asburgo, Luigi XIV, Napoleone, Guglielmo II, Hitler. Lo farà tessendo alleanze, finanziando coalizioni, sostenendo il più debole contro il più forte. L’equilibrio di potenza, la balance of power, è la lunga eco di Senlac. È la cicatrice che il ricamo di Bayeux ha impresso nella memoria strategica di un popolo insulare.

Appendice. Hastings sul tavolo da gioco

Pochi eventi hanno ispirato i progettisti di wargame e giochi da tavolo quanto il 1066. Ecco alcuni titoli che ne restituiscono le diverse scale, dalla geopolitica dell’isola al singolo crinale.

Britannia (Avalon Hill). È un classico di Lewis Pulsipher per quattro giocatori, ciascuno alla guida di più popoli: romani, britanni, sassoni, danesi, normanni e altri. Copre oltre un millennio di invasioni, dalla conquista romana fino all’indomani di Hastings. È la traduzione ludica perfetta della Britannia come “terra d’approdo” e della costante geopolitica descritta sopra.

Hastings 1066 (Strategy & Tactics n. 110). È il gioco tattico, firmato da Richard H. Berg. I normanni vincono se controllano la strada per Londra sulla collina di Senlac o se eliminano tutti gli housecarl. Altrimenti vince il sassone.

1066 (Strategy & Tactics n. 240). È il gioco strategico, di Joseph Miranda, uscito nel 2006. Si gioca da due a quattro, con anglosassoni, normanni, vichinghi e britanni, su turni mensili. La mappa copre Inghilterra, Galles, Scozia meridionale e la costa settentrionale della Francia. Restituisce il “triplo assalto” del 1066 come un’unica partita politico-militare.

Hastings 1066 (edizione polacca, sistema Średniowiecze). Riproduce le tre battaglie della campagna, Fulford, Stamford Bridge e Hastings, diverse per scala, truppe e terreno. Mette in risalto un alto medioevo in cui sul campo dominava spesso la fanteria più della cavalleria. Prevede tre scenari.

Norman Conquests (GMT Games, serie Men of Iron, vol. V). Include Fulford, Stamford Bridge e Hastings, con balestrieri, men-at-arms montati e appiedati, housecarl sassoni e vichinghi e arcieri. Il sistema prevede regole snelle, gioco continuo senza turni e combattimento risolto con un solo tiro di dado.

Una curiosità: Odo e i chierici di Dungeons & Dragons. L’iconografia di Hastings ha lasciato tracce anche nel gioco di ruolo. Gli elmi conici con nasale, le cotte di maglia lunghe fino al ginocchio e gli scudi a mandorla ricamati sull’arazzo sono gli stessi che popolano le illustrazioni dei primi manuali di Dungeons & Dragons, negli anni Settanta. Per quella generazione di autori e disegnatori erano l’immagine stessa del guerriero medievale. Ma c’è un dettaglio più curioso, che riguarda proprio Odo. Nell’arazzo il vescovo di Bayeux compare nella mischia con in pugno un bastone, il baculus, che spesso è stato letto come una mazza. Secondo una tradizione molto diffusa tra i giocatori, da qui nasce una delle regole più celebri di D&D: i chierici possono usare solo armi da botta, mazze, martelli, flagelli, e non lame. L’ecclesiastico, insomma, poteva colpire ma non versare sangue. È un precetto più leggendario che storico: molti prelati medievali combattevano con la spada senza troppi scrupoli. E il bastone di Odo era con ogni probabilità un segno di comando più che un’arma, come suggerisce la scena in cui riordina i ranghi normanni. Eppure l’immagine ha funzionato. Da quasi cinquant’anni, ogni volta che un giocatore crea un chierico e gli mette in mano una mazza, sta ancora ricalcando, inconsapevolmente, un ricamo dell’XI secolo.

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