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Un’altra finanza è già all’opera, ma ora vanno riformate le garanzie

Le banche etiche in Europa gestiscono più di 120 miliardi di euro di attivo e contano oltre 90 miliardi di euro di depositi. Nel grande mare della finanza europea è una percentuale limitata. Ma è significativo che queste tipologie di istituti destinino il 98,36% del credito erogato ad attività con finalità ambientali o sociali, rispetto al 18,5% degli istituti tradizionali. Questo dato, assieme agli altri indicatori del Rapporto sulla finanza etica in Europa, di cui è coautrice, portano Federica Ielasi, professoressa ordinaria di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Firenze, vicepresidente di Banca Etica, ad affermare che «le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario».

Professoressa Ielasi, un’altra finanza è possibile?

Non solo è possibile e auspicabile, ma la finanza etica è già una realtà concreta, consolidata, in forte espansione e capace di contribuire alla stabilità del sistema finanziario e allo sviluppo dell’economia reale. I dati del Rapporto lo dimostrano con forza.

Come?

Dal confronto tra le banche appartenenti alle reti internazionali Febea e Gabv, che rappresentano il sistema della finanza etica, e le grandi banche europee vigilate dalla Banca centrale europea, attraverso vari modelli di valutazione. Il primo di questi confronti ha riguardato gli impatti socio-ambientali diretti e indiretti che i due gruppi di banche sono in grado di generare.

Cosa è emerso?

Se si considerano gli impatti diretti generati dall’operatività interna della banca – come le filiali e il personale – i risultati non mostrano differenze significative tra i due gruppi di operatori. Guardando, invece, agli impatti Esg indiretti prodotti dall’attività di investimento e di finanziamento, il gruppo delle banche etiche europee mostra una capacità di produrre impatti positivi sull’ambiente e sulle comunità decisamente più alti rispetto alle altre banche.

In che termini?

Il 98,36% del credito erogato dalle banche etiche è destinato ad attività con finalità ambientali o sociali, contro il 18,5% delle principali banche europee analizzate.

Cosa dice, invece, il Rapporto in merito alla capitalizzazione?

Le banche etiche riescono a mantenere nel tempo una solidità patrimoniale superiore rispetto alla media delle grandi banche europee. Lo dimostra il Tier 1 ratio (è un parametro che indica la capacità di una banca di assorbire perdite inattese senza mettere a rischio i risparmi dei correntisti o la propria solvibilità, ndr) che, nel 2024, si attesta al 18,65% per le banche etiche, contro il 17,33% delle banche significative.

Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica, docente all’università degli Studi di Firenze

Per le banche etiche emerge inoltre una maggiore incidenza dell’attività creditizia – cioè le erogazioni verso persone e imprese – sul totale degli attivi, pari al 67% contro il 61% delle banche di maggiori dimensioni, accompagnata anche da una migliore qualità del credito: i prestiti deteriorati rappresentano il 2,11% del totale, rispetto al 2,28% delle grandi banche.

Il Rapporto approfondisce anche l’indicatore di efficienza cost-to-income ratio (rapporto tra costi operativi e reddito operativo).

Abbiamo osservato un incremento di questo indicatore nelle banche etiche e un ampliamento del divario rispetto alle grandi banche europee. Nel 2024, il cost-to-income ratio delle banche etiche ha raggiunto il 67%, contro il 55% delle banche significative, con una differenza di 12,2 punti percentuali, rispetto ai 4,6 punti del 2023.

Quali sono le ragioni di questa evoluzione?

Come è noto, il forte rialzo dei tassi di interesse ha determinato, nella fase iniziale, un incremento dei ricavi bancari e della redditività dell’attività creditizia di tutti gli istituti. Ma mentre le grandi banche hanno destinato una parte consistente dei benefici alla remunerazione degli azionisti, attraverso dividendi e riacquisti di azioni proprie e a operazioni straordinarie di fusione e acquisizione, le banche etiche hanno seguito una strada diversa.

Quale?

In molti casi hanno utilizzato queste risorse per assumere personale, ampliare la propria presenza sul territorio, rafforzare i sistemi informatici e di gestione del rischio. Oppure per riconoscere condizioni economiche più favorevoli ai depositanti e ai mutuatari. Il contenimento del costo dei finanziamenti o una maggiore remunerazione dei depositi rappresentano, infatti, una diversa modalità di distribuzione del valore, a beneficio di clienti, che spesso sono anche soci delle stesse banche etiche. I maggiori costi sono insomma il frutto dell’adozione di un modello bancario meno orientato alla massimizzazione dei profitti per gli azionisti.

Finanziare l’economia sociale non è più rischioso: lo si può affermare con forza al sistema finanziario?

La questione centrale è che le organizzazioni dell’economia sociale, come è noto, spesso non dispongono di grandi patrimoni da offrire in garanzia, hanno modelli organizzativi particolari, reinvestono una parte importante delle risorse generate nella propria missione e si finanziano in modo diversificato con contributi pubblici, donazioni e altre forme di aiuti. Proprio per questo sono indispensabili modelli di analisi e professionalità bancarie con competenze dedicate per valutarle.

Ad esempio?

Anzitutto una conoscenza reciproca, fondata su un rapporto di fiducia e sulla condivisione degli obiettivi. Poi lo sviluppo di modelli di misurazione specifici in grado di riconoscere come l’impatto sociale possa rappresentare anche un indicatore di sostenibilità economica e contribuisca a una valutazione più completa del merito creditizio.

Cosa ci dice in definitiva questo Rapporto?

Che non esiste un conflitto tra orientamento etico delle banche e solidità, anzi, è vero il contrario. Le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario. È un messaggio importante alla luce delle operazioni di risiko bancario che stanno portando a una progressiva concentrazione del settore.

È possibile che anche le banche etiche seguiranno la strada delle aggregazioni?

Le banche di piccola media dimensione hanno bisogno di lavorare insieme e di unire le proprie forze all’interno di reti internazionali. Anche per rendere più robusta la propria voce verso il sistema finanziario e le istituzioni di regolamentazione e vigilanza. Ma non penso a operazioni di fusione o acquisizione, quanto piuttosto a un rafforzamento delle relazioni e delle alleanze internazionali.

Ci sono settori o ambiti in cui il confine della finanza etica andrà messo in discussione?

In un contesto come l’attuale caratterizzato da una forte volatilità e incertezza, il posizionamento delle banche etiche deve essere distintivo, deciso e coerente con i propri valori fondativi. Ma coerenza non significa staticità, anzi. La finanza etica è proiettata alla generazione del cambiamento ed è chiaro che il contesto attuale ci pone davanti a nuove sfide.

Quale la più importante?

Quella di trovare un ruolo chiave nel finanziamento della transizione e dell’innovazione. In questa nostra epoca non è più sufficiente finanziare imprese e organizzazioni già caratterizzate da buone performance dal punto di vista ambientale e sociale. È importante supportare le realtà che si avviano o hanno progetti importanti di qualificazione ambientale e transizione energetica, così come è importante finanziare nuovi spazi per l’economia sociale. La sfida è quella di applicare strumenti avanzati di misurazione dell’impatto in grado di guidare le scelte di finanziamento e investimento.

Tra le numerose proposte indicate nel Report, ci può indicare una singola scelta che Bruxelles dovrebbe compiere nel 2027 per consentire al sistema finanziario di sostenere l’economia sociale?

Una delle più rilevanti riguarda il sistema delle garanzie pubbliche, nazionali ed europee. Nel finanziamento dell’economia sociale rappresentano uno strumento fondamentale, perché consentono di mitigare il rischio di credito e ampliare, in modo prudente, la capacità di finanziamento delle banche verso questo settore.

È un tema di volumi?

Il limite non riguarda tanto la quantità di risorse finanziarie disponibili, quanto la configurazione tecnica delle garanzie, la loro stabilità nel tempo e l’adeguatezza degli strumenti rispetto alle caratteristiche specifiche delle oltre 4,3 milioni di organizzazioni che compongono il mosaico dell’economia sociale, dando lavoro a più di 11,5 milioni di persone e generando un fatturato superiore a 912 miliardi di euro.

Quali sono le criticità degli strumenti di garanzia più utilizzati dal sistema bancario?

La prima riguarda la scarsa prevedibilità nel tempo, legata alle scadenze dei programmi, alla disponibilità dei plafond e alle procedure di rinnovo. Un altro problema è il coordinamento ancora insufficiente tra gli strumenti europei e nazionali e tra le diverse forme di garanzia pubblica, mutualistica e privata. L’aspetto decisivo è però la necessità di adattare gli strumenti di garanzia alle caratteristiche dell’economia sociale, nella sua accezione più ampia, comprendendo cooperative, imprese sociali ed enti del Terzo settore.

Come si può riuscire?

È fondamentale coinvolgere direttamente le organizzazioni e le strutture di rappresentanza dell’economia sociale nella definizione degli interventi che le riguardano, progettando insieme (istituzioni politiche, intermediari finanziari etici e reti dell’economia sociale)strumenti realmente efficaci per garantire un utilizzo stabile e mirato delle risorse disponibili.

Foto in apertura da Unsplash. La foto di Ielasi è dell’ufficio stampa di Banca Etica.

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A Milano la Notte dei senza dimora mette al centro il diritto alla casa

La casa come diritto e non come privilegio. È questo il tema scelto per l’edizione 2026 de La Notte dei senza dimora. L’evento che giunge alla sua 26esima edizione e dà appuntamento sabato 17 ottobre in piazza Sant’Eustorgio a Milano.
L’iniziativa è organizzata dall’associazione Insieme nelle terre di mezzo in collaborazione con numerose realtà milanesi del Terzo settore che offrono sostegno alle persone fragili e in condizioni di marginalità.

La particolarità di quest’anno è la concomitanza con la Giornata Mondiale Onu per la Lotta alla Povertà, che si celebra ogni anno il 17 ottobre. Un’occasione per ritrovarsi a riflettere sulla condizione di chi vive in città senza una casa e su cosa fanno e possono fare insieme le istituzioni e il Terzo settore. Il momento di condivisione inizierà nel pomeriggio alle ore 16 e andrà avanti fino alla notte prevedendo anche numerose attività, giochi e musica per una vera e propria festa insieme. 

Notte dei senza dimora_Milano 2025_1 foto di @IsabellaBalena
Il pomeriggio in piazza Sant’Eustorgio durante l’edizione del 2025 – foto di Isabella Balena

Anche in questa edizione, per chi lo desidera, l’invito a dormire all’aperto è sempre valido: l’organizzazione ha individuato un luogo protetto dove coinvolgere i cittadini che decidono, per una notte, di fare quest’esperienza dimostrando vicinanza alle persone che ogni giorno vivono in strada.  

Il tema dell’abitare riguarda tutti e non solo chi non ha una casa. La manifestazione vuole infatti ribadire che avere una casa non è un privilegio ma un diritto: le associazioni presenti con i loro volontari proporranno riflessioni e attività a tutti coloro che sceglieranno di partecipare all’evento di piazza.

Chiocciole in terracotta

A tutti i partecipanti sarà proposto il gioco “Caccia alle terracotte”, una caccia al tesoro di piccole chiocciole in terracotta in giro per la piazza e contenenti un messaggio sulla casa, per stimolare in modo diverso la visione dello spazio attorno a noi e per interrogarsi sul significato di casa. Il gioco ricalca quello proposto dal progetto di arte partecipata “Risveglia la chiocciola che c’è in te”, dedicato alla casa e ideato da Maurizio De Rosa, docente dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, come esperienza di esplorazione per creare occasioni di incontro e differenti esperienze dell’abitare.

Lotta allo spreco alimentare

Alle ore 18 si terrà un incontro sulla lotta allo spreco alimentare, al quale parteciperanno Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano; Francesca Sozzi, Fondazione Ibva; Nicola Lamberti, ad di PlanEat, azienda che ha sviluppato una piattaforma di catering che evita lo spreco alimentare e che ha lanciato anche il progetto “Pasto sospeso”. A moderare l’incontro sarà Maria Cristina Ceresa, direttrice di Green Planner.

Il concorso

“La casa non è un privilegio” è anche il tema del Concorso della Fondazione Isacchi Samaja per artisti che vivono per strada, giunto alla decima edizione: saranno esposte in piazza le opere vincitrici di quest’anno per le sezioni narrativa e poesia, arti figurative, fotografia e alle ore 19 si terrà la premiazione. Nella sede della Fondazione (in via Nino Bixio 30 a Milano) si potranno invece ammirare le opere vincitrici di tutti i dieci anni. 

La cena in piazza

Alle ore 20 sarà offerta una cena a tutte le persone con e senza dimora presenti. I piatti saranno preparati dalle associazioni che ogni giorno sono presenti in strada per distribuire pasti caldi: Fondazione Progetto Arca, grazie alla Cucina mobile e ai volontari che serviranno ai tavoli, sfornerà a scelta 300 porzioni di lasagne vegetariane e 300 porzioni di polenta con salsiccia e PlanEat offrirà 400 torte salate.

Notte dei senza dimora_Milano 2025_2 foto di @IsabellaBalena
Gli stand delle organizzazioni partner

La serata proseguirà con la musica in piazza grazie alla presenza di vari artisti: Mitoka Samba, Marina Madreperla, il coro gospel Flowing Spirit Gospel Choir e Stefania Calabrese, in arte Ciglio.
Alla Notte, inoltre, sarà presente il gruppo “Magliando” che, lavorando a maglia, prepara coperte, guanti e berretti per le persone senza dimora. 

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

I volontari di Mia-Milano in Azione saranno impegnati nella raccolta di prodotti igienici che verranno poi confezionati in kit personalizzati donati alle persone senza dimora in base alle esigenze di ognuno. I cittadini possono portare allo stand dell’associazione salviette umidificate, fazzoletti, dentifrici, deodoranti spray, lamette usa-e-getta e schiuma da barba, spazzolini, confezioni di sapone liquido, shampoo e docciaschiuma, assorbenti (si raccomanda che i prodotti siano nuovi e in formato possibilmente da viaggio perché più maneggevole per la vita in strada). Nella scorsa edizione sono stati consegnati 130 kit completi.

Il camper doccia 

Saranno presenti anche i volontari dei City Angels che porteranno il camper utilizzato per offrire la possibilità di fare la doccia a chi vive per strada e i volontari di Croce Rossa Comitato di Milano che proporranno puzzle e sfide di enigmistica per adulti e bambini e allestiranno un grande pannello per contribuire alla sensibilizzazione sul tema dell’abitare: chi lo desidera potrà lasciare un messaggio e dare la propria risposta alla domanda “Cosa significa per te casa?”. 

Le altre “notti”

Il programma della Notte dei senza dimora è disponibile sul sito: lanottedeisenzadimora.org. È online anche il calendario degli eventi in programma in altre città italiane.
Sul sito  della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Fio.Psd è possibile approfondire la tematica e i numeri relativi alle persone senza dimora in Italia.

Le associazioni partner: Avvocato di strada, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità, Casa di Gastone, Cena dell’Amicizia, City Angels, Croce Rossa Italiana – Comitato di Milano, Fio.PSD, Fondazione Fratelli di San Francesco, Fondazione Ibva, Fondazione Isacchi Samaja, Fondazione Progetto Arca, Mia-Milano in Azione, Opera Cardinal Ferrari, Opera San Francesco per i poveri, Ronda Carità e Solidarietà, SosMilano, VoCi Volontari Cittadini.

Nell’immagine in apertura le cena offerta delle organizzazioni partecipanti alla Notte dei senza dimora – foto di Isabella Balena, tutte le immagini da ufficio stampa

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Giorgio Di Salvo: “L’intelligenza artificiale mette in pericolo l’umanità”



Giorgio Di Salvo teme un futuro scenario in stile “la rivolta delle macchine”. “Sembra fantascienza ma i rischi sono concreti…”

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Bolzano, scuole e centri giovani si mettono a lavorare insieme: così sono nati 18 Poli Educativi Territoriali

Nati a partire dall’iniziativa dell’Ufficio Politiche Giovanili – Ripartizione italiana e dalla collaborazione con l’Intendenza Scolastica provinciale, i Poli Educativi Territoriali radicano una nuova modalità di collaborazione tra scuole e Terzo settore per lo sviluppo di Comunità Educanti sul territorio della Provincia di Bolzano. 
Da aprile 2025 a giugno 2026, la sperimentazione ha coinvolto 17 istituti scolastici (dalla Primaria a Istituti Professionali) e 8 Centri giovani in 6 diverse città della Provincia di Bolzano. Queste realtà hanno dato vita a 12 diversi Poli Educativi Territoriali come esito di un processo partecipato strutturato sui principi e i metodi della co-programmazione e co-progettazione. 

Come si è svolta la sperimentazione 

Tra aprile e maggio 2025, durante la fase di attivazione di questo percorso, il confronto con docenti e Centri Giovani ha fatto emergere una serie di bisogni, posti poi al centro del percorso dei Poli: dall’inclusione educativa e dalla presa in carico delle vulnerabilità alla prevenzione del disagio giovanile e alla gestione dei conflitti; dall’integrazione del sistema territoriale per lo sviluppo di comunità educanti al rapporto tra crescita individuale e responsabilità collettiva verso il bene comune. 

Non si tratta di un elenco di carenze, ma di un percorso che va dalla singola persona alla comunità. Le vulnerabilità dei ragazzi e delle ragazze raramente sono di un solo tipo e chiedono una presa in carico condivisa, non prestazioni separate. La prevenzione passa da una presenza continua nei luoghi che i ragazzi vivono, dove anche il conflitto può diventare occasione educativa. Tutto questo è possibile solo se scuola, servizi e Terzo settore smettono di lavorare in parallelo e diventano comunità educante, in cui la crescita di ciascuno si intreccia con la responsabilità verso il bene comune. 

Il monitoraggio

Tali bisogni hanno guidato la co-programmazione e la stesura dei Protocolli di attivazione dei Poli e, tra giugno e settembre 2025, la co-progettazione del Piano Operativo e la definizione dell’operatore socio-culturale, figura ponte tra scuola e centro giovanile. Questo processo è stato accompagnato da Euricse, in supporto all’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia di Bolzano. 

Da gennaio 2026, è stata avviata una più attenta fase di monitoraggio che ha avuto, al centro, l’osservazione delle attività e dello sviluppo della governance: questa attività è stata realizzata a partire da un insieme di indicatori di risultato e di processo progettati da Euricse in base agli esiti della co-programmazione/co-progettazione dei Poli. Infine, tra maggio e giugno 2026, i Protocolli sono stati riprogettati e adattati sulla base delle evidenze raccolte.

Un modello di collaborazione capace di adattarsi 

La sperimentazione altoatesina dei Poli Educativi Territoriali ha portato allo sviluppo di un modello di collaborazione unico e condiviso tra territori differenti, una proposta che fissa elementi minimi condivisi che consente un’applicazione “situata”, ossia pensata per garantire la possibilità a ciascun Polo di attivare strumenti e modalità operative più in linea con le proprie caratteristiche soggettive e con quelle del contesto entro il quale viene attivato. 

Bolzano Pit Stop incontro
Uno degli incontri realizzati sul territorio della provincia autonoma di Bolzano

Il sistema dei Poli è, in sostanza, un’infrastruttura permanente di dialogo tra le realtà che operano a livello locale e un sistema provinciale coordinato dall’Ufficio Politiche Giovanili e dalla Intendenza Scolastica. Si fonda sull’approccio delle “agende collaborative” che propone l’adozione di “linee di governo [del welfare] che incentivano le reti, le interazioni orizzontali e la costruzione di progetti comuni che coinvolgono più attori anche appartenenti a settori di intervento diversi”. 

La governance di questo sistema è stata affidata a Cabine di Regia territoriali che coordinano i lavori di ciascun Polo: queste sono state concepite come spazi di confronto tra istituti scolastici e organizzazioni del Terzo Settore (a partire da quelle che gestiscono Centri Giovani sul territorio) che si declina in modo diverso (sia per quanto riguarda il suo funzionamento che per la sua composizione) a livello locale. 

La pratica quotidiana ha mostrato come, affianco a queste strutture più formali, la presenza degli operatori/operatrici in spazi scolastici informali, come cortili e corridoi durante la ricreazione, costituisca una strategia vincente per agganciare le persone più giovani in un clima non giudicante per favorire l’emersione dei loro bisogni reali. Parallelamente, l’efficacia dell’intervento è strettamente correlata alla presenza di un/a docente referente attivo che faciliti l’integrazione dell’operatore esterno nella comunità scolastica. 

I Poli come spazio per elaborare soluzioni condivise 

I Poli Educativi Territoriali si propongono, quindi, come un modello adattabile a contesti differenti, offrendo una cornice di riferimento chiara per coordinare gli interventi educativi e consolidare il senso di comunità attraverso una collaborazione istituzionale strutturata e flessibile. 

In questo senso, ciascuna rete territoriale ha lavorato su progettualità e iniziative “su misura” per il proprio contesto di riferimento, attivando dentro alle Cabine di Regia territoriali spazi per microprogettare le attività in forma “sartoriale”. Ciò è stato possibile in quanto i Poli si configurano, da una parte, come uno spazio collaborativo di raccolta e analisi dei bisogni di un territorio o una comunità e, dall’altra, come un’alleanza che collabora all’elaborazione di soluzioni “situate” nel contesto che vivono e che contribuiscono ad animare. 

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Questa natura “duale” dei Poli (strategica e operativa, insieme) porta innovazione e sviluppi: 

  • nelle relazioni e nel ruolo degli enti (pubblici e del privato sociale) che li attivano: la contaminazione tra pratiche e linguaggi diversi (educazione formale e informale; didattica e approcci educativi) avvicina ragazze e ragazzi a opportunità nuove, favorisce l’emersione di difficoltà che altrimenti resterebbero latenti e rafforza gli strumenti a disposizione dei e delle giovani, secondo una logica che favorisce il protagonismo giovanile, dentro e fuori dal contesto scolastico; 
  • nelle dinamiche e nelle pratiche pedagogiche ed educative: l’alleanza tra agenzie educative diverse (scuole e Centri Giovani) offre l’occasione di sperimentare nuovi approcci pedagogici, mescolando le diverse appartenenza e attivando progettualità capaci di far dialogare questi linguaggi e ambienti a beneficio di ragazzi e ragazze; 
  • nella relazione con ragazze e ragazzi: la struttura del Polo (che attiva le relazioni a scuola e le accompagna al di fuori) consente anche di far maturare competenze, abilità e propensioni in un contesto sicuro e protetto, dentro e fuori il tempo e lo spazio della scuola, secondo un approccio più disteso e meno competitivo. 

Quattro indirizzi “tematici” e una missione comune 

L’esperienza della Provincia di Bolzano ha fatto emergere quattro diverse tipologie di Polo Educativo Territoriale, ciascuna caratterizzata in base all’indirizzo tematico che le sue attività (ma, più in generale, l’approccio che ciascuno di questi Poli ha adottato) suggerivano. Alcuni Poli hanno messo in campo attività che possono essere definite “a indirizzo sociale” cioè hanno saputo attivare proposte in connessione e/o in coordinamento con interventi più ampi, già attivati dalla scuola e/o dal Centro, allo scopo di supportare ragazzi e ragazze che vivono contesti di marginalità sociale o di fragilità personale. Le azioni promosse sono anzitutto finalizzate alla promozione sociale e a sviluppare occasioni di socializzazione e integrazione per ragazze e ragazzi a rischio di dispersione scolastica. 

Per altri Poli (la maggioranza relativa di quelli attivati) le attività progettate possono essere descritte come “a indirizzo culturale”: questi Poli, infatti, concentrano la propria attività sull’integrazione tra interventi educative e proposte di tipo culturale (teatro, cinema, musica, co-produzione di iniziative culturali) secondo una logica di continuità della proposta educativa. 

Altri Poli ancora possono essere descritti come “a indirizzo tecnologico”: questi Poli mettono in campo azioni pensate per promuovere la conoscenza scientifica e tecnologica, anche attraverso la messa a sistema di infrastrutture come i corner tech. Concentrano la propria azione su laboratori tecnologici e proposte culturali finalizzate ad aumentare le competenze digitali e tecnologiche di ragazzi e ragazze, bambini e bambine. 

pitstop-Bolzano esterno foto Anna Cerrato
Una delle attività – foto di Anna Cerrato

Infine alcuni Poli hanno attivato interventi “a indirizzo comunitario”: in questi casi, le attività proposte sono finalizzate ad un più ampio coinvolgimento delle comunità territoriali di riferimento (città, paesi o quartieri) e/o che ipotizzano specifiche attività di dialogo tra il Polo e le comunità in cui questi sono inseriti. 

Ciascuno di questi diversi orizzonti tematici ha trovato, nelle reti territoriali che animano i Poli, uno spazio di impegno comune: le proposte messe in campo sono state agganciate agli strumenti di programmazione interni dei singoli enti (come, ad esempio, ai Piani Triennali dell’Offerta Formativa elaborati dalle scuole) e hanno evidenziato, sebbene ancora in modo lieve, la differenza tra Poli Educativi e le progettualità che il Terzo Settore attiva insieme alle scuole.

Poli collaborativi

I Poli, infatti, non sono in “competizione” con le altre progettualità ma offrono un nuovo quadro comune di collaborazione a enti pubblici, Terzo settore e scuole: questa nuova infrastruttura può essere capace di orientare la progettazione delle attività sul territorio ma anche la loro pianificazione economica, l’individuazione e la messa a disposizione di risorse e, più in generale, l’integrazione tra interventi in materia di politiche giovanili e altri ambiti (politiche educative; politiche sociali; politiche economiche) che interessano la vita e lo sviluppo delle Comunità Educanti. 

Oggi sono attivi 18 Poli Territoriali in Provincia di Bolzano in sei diverse città (Bolzano, Merano, Vipiteno, Bressanone, Salorno e Laives). Sono coinvolti 26 istituti scolastici e 16 diversi Centri Giovani che progettano e realizzano, ogni giorno attività che incontrano centinaia di bambine e bambini, ragazze e ragazzi. 

Il ruolo dei Poli Educativi Territoriali è diventato centrale rispetto alla strategia di sviluppo delle Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano “Trova il tuo spazio”, in particolare in quanto i Poli rappresentano l’occasione per garantire “un dialogo autentico, sia all’interno delle organizzazioni che con il territorio” quale “presupposto per favorire processi di coprogettazione efficaci, nei quali il coinvolgimento diretto dei giovani diventi il motore per sviluppare iniziative più rispondenti ai loro bisogni e aspirazioni”. Il progetto verrà discusso ed approfondito nel corso di un evento in programma lunedì 19 ottobre a Palazzo Widmann nel capoluogo altoatesino.

In apertura una delle attività in un Polo educativo – foto di Anna Cerrato, tutte le immagini da ufficio stampa

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L’inclusione è la strada da imparare a percorrere

È un progetto che ha l’obiettivo di promuovere la sicurezza stradale e l’accesso alla mobilità tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Stradabile ed è un’iniziativa di Fondazione Unipolis (500mila euro il valore dell’investimento) a cui hanno aderito, tra gli altri, Unhcr, Unasca, Uisp – Sport per tutti e i consigli regionali Unipol. 

A Stradabile hanno preso parte più di 300 beneficiari (migranti, rifugiate e richiedenti asilo di nove città italiane), con oltre 100 voucher per coprire i costi per conseguire la patente B e, per alcuni di loro, la patente C. 

Quattro o due ruote per Stradabile

Attraverso corsi di sicurezza stradale, i partecipanti acquisiscono competenze utili alla mobilità quotidiana e al lavoro. Vengono affrontati temi come segnaletica, comportamenti corretti e uso dei veicoli. La formazione è accompagnata da momenti di confronto e consapevolezza culturale.
Ottenere la patente significa guadagnare indipendenza, dignità e nuove opportunità. Non solo quattro ruote. 
Del progetto Stradabile esiste anche una versione a pedali: Stradabile a pedali. Un percorso dedicato a 200 donne migranti che vogliono conquistare autonomia in città attraverso la bicicletta. Imparano a pedalare in sicurezza e a riconoscere la segnaletica. E non è finita. 

Sicurezza stradale e inclusione

Il progetto offre anche una piattaforma digitale pensata per persone straniere che vivono e si muovono in Italia. Non solo sicurezza stradale, ma anche consigli pratici per orientarsi: come usare i mezzi pubblici, cosa fare in caso di controlli, come spostarsi in modo sicuro in bici o in auto. I contenuti sono multilingue e interattivi, costruiti insieme ai partecipanti ai percorsi. Uno spazio semplice e accessibile, che aiuta a sentirsi più sicuri e indipendenti negli spostamenti quotidiani. «L’equità d’accesso e di opportunità è l’obiettivo primario degli interventi della fondazione: per questo abbiamo scelto di portarla al centro anche delle nostre iniziative sulla mobilità, un diritto e un fattore d’accesso per molti altri diritti», spiega Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Fondazione Unipolis. 

Andrea De Bonis,  protection associate Unhcr, ha sottolineato l’importanza «di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». E ricorda: «Abbiamo aderito subito con grande entusiasmo alla proposta di Fondazione Unipolis. Ci hanno entusiasmato», dice sempre De Bonis, «gli obiettivi del progetto sia in relazione a quello immediato e diretto, e cioè supportare 100 persone rifugiate nell’ottenimento della patente che è già un grande risultato, ma anche in relazione all’obiettivo, diciamo indiretto, di cercare di aprire attraverso il progetto un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Stradabile è dunque un percorso che accompagna persone migranti a conquistare autonomia e sicurezza negli spostamenti quotidiani e unisce formazione, pratica e socialità, per diventare più sicuri, più autonomi, più integrati nella vita urbana e comunitaria. 
Il progetto è articolato in tre fasi. Si parte con corsi di educazione stradale: segnaletica, comportamenti corretti, regole per muoversi in bici o in auto. 
La sicurezza è la base per ogni passo successivo. Nella seconda fase i partecipanti imparano ad andare in bicicletta o ad avvicinarsi alla patente, acquisendo fiducia negli spostamenti e nuove competenze pratiche. 
Mentre nella terza, la mobilità diventa occasione di inclusione sociale e lavorativa: gite e attività di comunità, voucher per la patente, esperienze che rafforzano lingua, dignità e opportunità.

L’intervista Marisa Parmigiani

La mobilità? È un diritto fondante. Senza mobilità si limita l’accesso al lavoro, all’istruzione. Anche il diritto alla casa senza mobilità si restringe di molto. Il progetto Stradabile ideato da Fondazione Unipolis  si rivolge ai soggetti più fragili, ai richiedenti asilo, ai rifugiati e alle donne migranti in particolare, e si propone di offrire loro uno strumento per essere autonomi. Ne parliamo con Marisa Parmigiani (nella foto), consigliera delegata di Fondazione Unipolis.

Filantropi Marisa Parmigiani Fondazione Unipolis

Parmigiani, perché questo progetto? 

Siamo la fondazione di Unipol, leader della mobilità, e crediamo che potersi muovere sia un diritto fondante e come tale vada garantito.

In che cosa sposa al meglio la vostra visione filantropica attuale?

Stradabile abilita e costruisce sostenibilità nel tempo. Conseguire la patente o imparare ad andare in bicicletta e a manutenerla sono strumenti che una volta appresi non si perdono. Non è un intervento spot.

Cosa l’ha convinta delle organizzazioni partner?

In passato abbiamo già collaborato con Unhcr e trovato nell’organizzazione serietà, competenza e la capacità di coinvolgere persone che hanno molto bisogno, ma che spesso fanno fatica ad accedere all’informazione rispetto ai servizi e ai supporti che possono essere messi a loro disposizione. Con Unasca abbiamo avuto esperienze precedenti che ci hanno confermato la serietà del loro intervento e il loro approccio attento ai bisogni della persona. Non ultima, Uisp è stata una scelta attivata dalla loro presenza radicata sui territori e dalla loro capacità di coniugare attività ludico-sportiva e valori sociali.

C’è un momento dello svolgimento che l’ha colpita? 

È stato emozionante partecipare ad alcuni momenti di formazione sull’uso della bicicletta per donne migranti. Vederle fiere di essere in grado di essere autonome, dimostrare di essere protagoniste e che ce la stanno facendo è un aspetto molto importante del progetto. 

Il progetto ha qualche particolarità in termini di valutazione di impatto o di rendicontazione?

La differenza con altre iniziative è che, attraverso dei focus group, con questo progetto andiamo ad ascoltare la valutazione direttamente dai beneficiari.

Nell’immagine in apertura un momento della formazione di Stradabile a pedali – tutte le foto da Ufficio stampa

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Più credito per il Terzo settore: i titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato

I titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato. A confermarlo è stata la direzione generale Concorrenza della Commissione europea con una “comfort letter” emessa lo scorso 23 settembre. Gli istituti di credito potranno, dunque, raccogliere risorse da destinare al finanziamento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore- Ets iscritti al Runts.

I titoli di solidarietà, previsti dall’art.77 del Codice del Terzo settore, sono obbligazioni, altri titoli di debito o certificati di deposito emessi dagli istituti di credito per raccogliere risorse per gli Ets, con i quali viene aperta una relazione creditoria. Il semaforo verde dell’Ue, oltre a sbloccare questo canale di finanziamento, comporterà ulteriori agevolazioni fiscali per i cittadini e gli investitori – con un regime equiparato a quello dei titoli di Stato e l’esenzione da imposte di bollo e successione – e incentiva il credito d’imposta per le banche che effettuano erogazioni liberali agli enti.

La comfort letter della direzione generale Concorrenza viene emessa sulla base dei dati forniti da uno Stato membro ed è un parere informale e non vincolante, quindi non crea giurisprudenza. Una valutazione positiva, però, equivale a un orientamento favorevole, indicando che — sulla base delle informazioni attuali — l’Unione europea non ha intenzione di avviare procedure di infrazione o contestazioni contro quella legge nazionale. Nel 2025, la dg Concorrenza aveva già inviato una comfort letter al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali valutando positivamente le nuove norme fiscali per gli enti del Terzo settore, specificando che non costituiscono aiuti di Stato. Dall’interlocuzione, però, era rimasta fuori la questione dei titoli di solidarietà. Il documento del 23 settembre, quindi, rappresenta un significativo passo in avanti per la finanza sociale e apre nuovi scenari di intervento.

«Il via libera europeo ai titoli di solidarietà è un passo importante per rafforzare il Terzo settore. Ora questa opportunità deve tradursi in finanziamenti concretamente accessibili, con condizioni sostenibili e procedure chiare anche per le piccole associazioni», commentaa Bruno Molea, presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura sport – Aics. «Per un’associazione, poter accedere al credito può significare rendere accessibile uno spazio, acquistare attrezzature per lo sport inclusivo o dare continuità a un servizio educativo e culturale. Sono investimenti che producono benefici per l’intera comunità, ma che spesso le realtà territoriali faticano a sostenere».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Secondo Molea, il riconoscimento europeo è solo un primo tassello. «La sua efficacia si misurerà nella capacità di raggiungere anche gli enti con minori risorse e strutture organizzative», ha detto. Per farlo, servono «prodotti bancari adeguati alle caratteristiche del non profit» e «na valutazione che sappia considerare, insieme alla sostenibilità economica, il valore sociale dei progetti». Il prossimo step, dunque, sarà costruire un dialogo tra gli istituti di credito e le reti associative, in modo tale da disegnare insieme le misure opportune. «L’obiettivo è trasformare il risparmio orientato alla solidarietà in opportunità concrete per chi ogni giorno promuove sport, cultura e inclusione», conclude il presidente Aics.

Esulta anche il governo italiano. «Riconoscere la specificità del non profit significa offrire strumenti concreti a chi ogni giorno si prende cura delle nostre comunità», il commento della viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Grazie a questo strumento permettiamo ai cittadini di orientare il proprio risparmio verso destinazioni ad alto impatto sociale e garantiamo agli enti la liquidità necessaria per crescere, innovare e generare benessere sociale».

In apertura: Mauro Bottaro/EC/Audiovisual Service/Commissione europea)

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