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Amadio (FdI): presentata interrogazione in Regione sulla messa in sicurezza del fiume Cecina e Ponte di Via Volterra

Comunicato stampa a firma Marcella Amadio consigliere regionale FdI

“Il fiume Cecina continua a rappresentare una minaccia costante e inaccettabile per la sicurezza del nostro territorio e dei nostri cittadini. Nell’ottobre 2024 i cecinesi hanno vissuto l’esondazione del fiume e ogni volta che piove un po’ di più sono terrorizzati che succeda ancora una volta. Siamo a ridosso della brutta stagione e ancora non è stato fatto niente per mettere in sicurezza il fiume. 

Le criticità sono emerse chiaramente anche in sede di Valutazione di Impatto Ambientale per le opere portuali. Infatti, i pilastri del ponte di via Volterra diventano un vero e proprio “tappo” per i detriti e gli alberi trascinati da monte verso il mare perché ostacolano il regolare deflusso delle acque. Inoltre, sempre in sede di VIA, è emersa la necessità di completare definitivamente l’argine di destra a protezione degli abitati di San Pietro in Palazzi e della Mazzanta. I cittadini, i comitati e le associazioni locali – a partire dall’Associazione Difesa del Territorio e del Fiume Cecina – chiedono da anni tempi certi e risposte concrete.

Ultimamente il Presidente Giani e l’Assessore Boni hanno dichiarato l’intenzione di stanziare fino a 10 milioni di euro per abbattere e ricostruire il ponte, ma dalle parole a mezzo stampa dobbiamo passare ai fatti. Si vada otre  la solita pratica degli annunci e delle promesse. Per questo ho presentato una interrogazione a cui mi auguro che la Giunta risponda il prima possibile.

Nello specifico, vogliamo sapere se se sia stato effettivamente avviato l’iter di progettazione preliminare ed esecutiva per la messa in sicurezza del ponte di via Volterra e quali siano i tempi stimati per la conclusione della fase progettuale; quali siano le risorse economiche precisamente individuate e allocate nel bilancio regionale per coprire il quadro economico complessivo dell’opera (pari a circa 8-10 milioni di euro) e con quale cronoprogramma finanziario si intenda procedere per garantire l’inizio dei lavori; e quali iniziative urgenti si intenda promuovere per completare gli interventi di difesa idraulica dell’intera area” ,

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Ho scritto “oil” sulla sabbia. In Canada protesta anti-bituminose

Bilancio energetico negativo, emissioni di gas serra, acqua, inquinamento, bacini di decantazione e battaglie legali condotte da alcune Ong per difendere le proprie terre natie sono i denominatori comuni dell’opposizione al metodo di estrazione delle sabbie bituminose. E poi ci sono i ricercatori, come Kevin Timoney, che, nel 2025, lancia l’allarme sul fatto che l’agenzia incaricata di supervisionare lo sviluppo energetico nella provincia canadese dell’Alberta (l’Alberta Energy Regulator) sia in mano all’industria.

In questa provincia occidentale, l’area di Athabasca ospita la più grande riserva mondiale conosciuta di bitume greggio, le sabbie bituminose (tar sands o oil sands), sotto una superficie di circa 140mila chilometri quadrati, sfruttamento iniziato dagli anni Settanta. L’apertura di miniere a cielo aperto e le frammentazioni rocciose effettuate con tecniche idrauliche, – il “fracking”, di cui ha parlato anche il National Geographic – al fine di ottenere il petrolio greggio pesante, è causadella distruzione di foreste boreali che ricoprono metà della provincia, di cui circa il 20% è stato interessato dall’apertura delle miniere a cielo aperto (visibili anche da immagini dell’agenzia spaziale europea, che ne ha fatto anche un interessante video esplicativo, in occasione di una mostra a Palazzo delle Esposizioni a Roma nel 2014 e della Nasa).

Si stima che le sabbie bituminose dell’Athabasca contengano una quantità enorme di petrolio, per un totale di 1.700 miliardi di barili. Le riserve “provate e tecnologicamente ed economicamente recuperabili” si attestano oggi ufficialmente a 159 – 166 miliardi di barili solo per le sabbie bituminose. La quota sfruttabile con le tecnologie attuali è quindi circa il 10% di tali riserve. In tale produzione, il Canada oscilla tra il terzo e il quarto posto mondiale, a seconda dell’agenzia statistica. Il Venezuela (grazie alla fascia dell’Orinoco) e l’Arabia Saudita mantengono le prime due posizioni. Negli ultimi anni, alcune classifiche internazionali (come quelle dell’ U.S. Energy Information Administration) inseriscono l’Iran al terzo posto, facendo scivolare il Canada al quarto, mentre i dati ufficiali del governo canadese lo posizionano ancora al terzo posto globale per riserve provate.

Tar sands Canada, immagine Esa

Eppur si muove

Non se ne parlava da qualche tempo (VITA ne aveva scritto a proposito della mobilitazione di Lush), ma il tema ritorna alla ribalta delle cronache per la recente l’acquisizione multimiliardaria di Athabasca Oil Corp. (con una produzione di 40.000 barili al giorno e oltre 75 anni di riserve) da parte di Cenovus Energy, operazione con la quale il 93% della produzione di sabbie bituminose del Canada sarà di proprietà di sole cinque società: Canadian Natural Resources Ltd., Suncor Energy, Cenovus, Imperial Oil e ConocoPhillips. Negli ultimi anni, si è assistito a una straordinaria concentrazione tra i produttori nella regione delle sabbie bituminose dell’Alberta, principalmente per incrementare le scorte, aumentare l’efficienza e massimizzare il flusso di cassa libero. Il rimescolamento degli asset arriva in vista di un potenziale aumento dello sviluppo upstream a livelli che non si vedevano da oltre un decennio, con gli operatori concentrati maggiormente sul sostegno legislativo a lungo termine e sugli attuali prezzi elevati del petrolio. Si ricomincia allora a sfruttare queste risorse. Si rilancia (nei piani futuri è rientrato anche l’asset non sviluppato Corner di Athabasca, che potrebbe diventare il primo progetto greenfield nelle sabbie bituminose a essere realizzato dal 2013). E poi ci sono il quadro normativo e fiscale federale che cambia, che, fra l’altro, consentirebbe alle aziende di ammortizzare immediatamente le spese per i grandi progetti d’investimento, e le recenti dichiarazioni del primo ministro canadese Mark Carney che ha definito il Pacific Link un progetto di interesse nazionale, garantendogli così un trattamento prioritario da parte del Major Projects Office federale. Si tratta della costruzione di un nuovo oleodotto per l’esportazione di petrolio verso la costa occidentale che rende ancora più urgente per Ottawa decidere cosa fare dei bacini di decantazione dei residui minerari, un annoso problema ambientale che affligge le sabbie bituminose della zona. Poco o nulla sulla stampa italiana (qualcuno….). La CBC vi dà ampio risalto. Forse troppo “locale” e per gli addetti ai lavori. Ma è un segno in controtendenza ai movimenti di tutela ambientale, dall’altra parte del mondo, per un tema che riguarda comunque anche il mondo.

Perché le tar sands fanno male all’ambiente?

Le tecniche di sfruttamento sono essenzialmente due: surface-mining (sfruttamento a cielo aperto) e in-situ. La prima forma, in generale la più impattante dal punto di vista ambientale, consiste nello scavare il terreno ed estrarre le sabbie a cielo aperto, come se si fosse in una cava. La seconda, utilizzata quando i giacimenti sono profondi, consiste nell’immettere acqua pressurizzata e componenti chimici nel terreno, componenti che liquefano le sabbie, poi pompate in superficie come il petrolio convenzionale. 

Gli impatti ambientali prodotti sono enormi. La superficie complessiva occupata dalle operazioni a cielo aperto copre ormai tra i 900 e i 1000 chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella di una piccola provincia italiana e le operazioni sono visibili dallo spazio e rappresentano una delle più grandi impronte dell’umanità sul pianeta. Gli enormi bacini di decantazione, dove sono mescolate le sabbie con l’acqua del fiume e i prodotti chimici, sono vaste come città e occupano decine di chilometri quadrati, un volume pari a 600.000 piscine olimpioniche. Un numero crescente di ricerche suggerisce che la deforestazione e le attività minerarie nelle zone umide legate all’estrazione delle sabbie bituminose in Alberta stiano causando alterazioni ecologiche, o danni estremamente gravi. I processi di estrazione a cielo aperto comportano il disboscamento di vaste aree di alberi, nonché la rimozione di torba, vegetazione e suolo fino a una profondità di 75 metri. Le zone umide nell’area destinata all’estrazione vengono prosciugate e i fiumi deviati, causando la perturbazione dell’habitat della fauna selvatica e la perdita di biodiversità, con effetti di vasta portata su tutto l’ecosistema. Sebbene l’estrazione in situ sia meno impattante in termini di deforestazione, anch’essa causa una significativa frammentazione del territorio, e gli impatti cumulativi rimangono sconosciuti. Le comunità indigene e gli scienziati hanno lanciato l’allarme per il drastico calo del caribù delle foreste boreali, già classificato come specie minacciata ai sensi del Species at Risk Act del Canada, nonché per gli impatti significativi delle attività legate alle sabbie bituminose su cervi dalla coda bianca, orsi neri, coyote, linci, volatili acquatici.

immagine satellitare ESA

Le emissioni legate alla produzione non-convenzionale delle sabbie sono, in generale, molto più elevate rispetto a quelle prodotte dall’estrazione di petrolio convenzionale e secondo il governo dell’Alberta contribuiscono per un quarto alle emissioni complessive dello stato, che per altro possiede molti progetti petroliferi tradizionali. Lo sviluppo di questo tipo di petrolio ha rappresentato di gran lunga il maggior aumento al contributo di CO2 in Canada dal 2005 al 2015. Da ricordare come l’’estrazione in situ consumi più energia e generi più emissioni di gas serra per barile estratto.

Sia le acque reflue che i fanghi tossici fanno parte dei residui di scarto del processo di estrazione e separazione del bitume. Sebbene spesso vengano menzionati insieme o utilizzati come sinonimi nei media, indicano fasi e componenti fisiche diverse dello stesso problema ambientale. Le acque reflue sono la fase liquida dei residui e derivano principalmente dal metodo d’estrazione con acqua calda ed enzimi/chimici usato per separare il bitume da sabbia e da argilla. I fanghi tossici rappresentano, invece, la fase semi-solida e densa che si deposita sul fondo dei bacini di decantazione (tailings ponds). Sono una miscela densa composta da argilla finissima, silicio, acqua e bitume residuo non estratto, intrisi degli stessi inquinanti tossici chimici e metalli pesanti presenti nell’acqua.

Oggi, con la volontà di espandere le sabbie bituminose, aumenterà anche il problema delle acque reflue del settore: è in corso un acceso dibattito sull’idea di trattare e rilasciare le acque di scarto minerario. In Canada, da sempre all’industria è stato vietato di scaricare acqua. Di conseguenza, grandi bacini di decantazione in tutta la regione sono pieni di acque reflue industriali accumulate negli anni. Questo fluido è tossico e dannoso per la fauna selvatica, si temono gli effetti nocivi sulla salute. Ogni giorno, ogni pochi secondi, i cannoni ad aria compressa sparano ai bordi dei bacini di decantazione per tenere lontani uccelli, anatre e altri animali selvatici dall’acqua, vi sono decine di spaventapasseri vestiti con tute e caschi. Secondo l’Alberta Energy Regulator, la quantità di fluido di scarto minerario continua ad aumentare, dopo essere cresciuta del 50% in un periodo di 10 anni, dal 2014 al 2024. Con il riempimento dei bacini di decantazione, l’industria sta esercitando forti pressioni sul governo affinché vengano introdotte normative che consentano il trattamento e il successivo rilascio del fluido. Allo stesso tempo, alcuni leader indigeni chiedono un rallentamento della produzione di sabbie bituminose fino a quando la questione non sarà risolta in modo adeguato. I bacini di decantazione sono al limite della capacità e nessuno vuole che ne vengano costruiti altri, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente dell’Alberta, Grant Hunter, in un’intervista a CBC News. Se venisse autorizzata la pratica del trattamento e rilascio, l’acqua verrebbe pompata nel fiume Athabasca, che scorre direttamente verso nord da Fort McMurray e dalla regione delle sabbie bituminose, raggiungendo diverse comunità indigene prima di sfociare nei territori del nord-ovest e nell’Oceano Artico. I timori che la contaminazione si sia infiltrata nei corpi idrici e abbia contribuito all’insorgenza di casi di cancro a Fort Chipewyan, ad esempio, sono forti. Basti ricordare i 5,2 milioni di litri di acque reflue provenienti dalle sabbie bituminose fuoriuscite dall’impianto di Kearl Lake della Imperial Oil, nel 2023. L’industria, dal canto suo, sta testando vari metodi chimici e biologici per il trattamento delle acque di scarto e la filtrazione dei contaminanti. Le principali compagnie petrolifere hanno stretto collaborazioni con scienziati in decine di progetti di ricerca incentrati sulle acque di scarto nelle sabbie bituminose. Ma le comunità restano scettiche.

immagine satellitare ESA

E poi, si diceva, ci sono i fanghi tossici, il materiale più difficile e problematico da gestire. Le particelle finissime di argilla rimangono sospese nell’acqua senza riuscire a separarsi naturalmente. Per far sì che questi fanghi si consolidino e la parte solida si separi del tutto da quella liquida, occorrono decenni o perfino secoli. Quando le compagnie minerarie cercano di bonificare un bacino, la sfida principale riguarda proprio questo materiale. Oggi vengono usati trattamenti chimici o processi di centrifuga per accelerare la separazione dell’acqua dall’argilla, ma l’impatto complessivo sugli ecosistemi e sulle comunità indigene locali rimane uno dei temi ecologici più controversi in Canada.

Chi ha definito “ecocidio” lo sfruttamento in Canada?

Vi è un recente articolo accademico, The archetypal ecocide: is environmental devastation in the Alberta oil sands an international crime?, scritto da Kate Mackintosh e Lisa Oldring, che indica quello canadese come uno dei casi più evidenti e discussi di distruzione ambientale su larga scala a livello globale, analizzandolo attraverso la lente del diritto penale internazionale e del crescente movimento per il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale. Nel dibattito analizzato dalle autrici, le devastazioni e l’inquinamento sistemico vengono spesso definiti non solo come ecocidio, ma anche come forme di “lento genocidio industriale” o violazioni sistemiche dei diritti umani fondamentali.

In passato, tale accusa era stata formulata principalmente in due sedi: nel più volte citato mock trial sull’ecocidio alla Corte Suprema del Regno Unito e presso l’International Rights of Nature Tribunal (Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura). Nel settembre del 2011, la pioniera della lotta contro l’ecocidio, l’avvocatessa Polly Higgins organizzò un “processo fittizio” (mock trial) all’interno della vera Corte Suprema del Regno Unito a Londra per testare la fattibilità di una legge internazionale sull’ecocidio. Veri magistrati, avvocati di alto livello e una giuria popolare reale hanno giudicato il caso (basato proprio sulle reali sabbie bituminose dell’Athabasca in Canada). La giuria ha impiegato solo 50 minuti per emettere un verdetto unanime di colpevolezza per ecocidio contro gli amministratori delegati delle multinazionali (interpretati da attori).

L’’International Rights of Nature Tribunal, tribunale etico istituito dalla società civile e da organizzazioni ambientaliste globali (come la Global Alliance for the Rights of Nature), ha tenuto, invece, varie udienze (tra cui una storica a Parigi nel 2015 durante la COP21). I giudici del tribunale – eminenti giuristi, scienziati e leader indigeni di tutto il mondo – hanno ascoltato le testimonianze dirette delle comunità native canadesi (i popoli cd. First Nations) e analizzato i dati scientifici riguardanti la distruzione delle foreste boreali, la contaminazione dell’acqua e l’impatto climatico. Le sentenze del Tribunale hanno stabilito che queste attività non costituiscono semplici danni collaterali sacrificabili in nome dell’economia, ma configurano un vero e proprio ecocidio e una violazione sistematica del diritto alla vita e alla rigenerazione degli ecosistemi. Anche se le sentenze di tale Corte non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati, il suo valore culturale, scientifico e di pressione politica è enorme. Funziona come un vero tribunale, applicando i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Nel dichiarare colpevole il modello industriale delle sabbie bituminose, il tribunale applica direttamente l’articolo 2 della Dichiarazione. Le attività di estrazione in Alberta violano in modo sistematico il diritto di esistere e di rigenerarsi e il diritto all’acqua come fonte di vita. Esso evidenzia anche come sia impossibile separare la distruzione della natura dal danno culturale e fisico ai popoli nativi.

Raccomanda, quindi, l’arresto immediato di ogni nuova concessione ed espansione delle miniere di sabbie bituminose, l’obbligo per lo Stato canadese e le compagnie petrolifere di finanziare la bonifica e la rigenerazione totale delle aree devastate, non come “compensazione economica”, ma come dovere morale e legale verso la Terra e si chiede al Canada di riformare il proprio sistema giuridico, superando il concetto che la natura sia una “proprietà privata” o una “risorsa da sfruttare”, riconoscendola come soggetto di diritto. Inascoltato? Le azioni di oggi parlano da sé.

In apertura, le immagini Nasa dell’area dell’Alberta interessata dal fracking. Le altre immagini sono dell’Agenzia spaziale europea – Esa

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