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Raffinerie, diesel, asset e droni. Così l’Ucraina agita l’asse transatlantico

La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).

Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.

Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.

Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.

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Ancora accuse di genocidio a Israele, senza prove

Navi Pillay

Nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, Navi Pillay ha indicato il bombardamento della clinica per la fertilità Al-Basma di Gaza come un fatto decisivo per definire genocidio la controffensiva di Israele nei confronti di Hamas. Secondo la giurista sudafricana, appena insignita del premio Nobel, il colpo avrebbe centrato deliberatamente la parte dove si trovavano gli embrioni. I soldati israeliani poi non sarebbero entrati a controllare la presenza di combattenti o armi di Hamas. Aggiunge Pillay che l’episodio le aveva ricordato il Ruanda, dove gli assassini hutu squarciavano il ventre delle donne tutsi incinte per impedire nuove nascite. Da qui la conclusione che si tratti di qualcosa di molto vicino all’annientamento di un gruppo, in questo caso i palestinesi.

I fatti accertati sono più circoscritti. Nel dicembre 2023 un colpo di artiglieria o di carro, attribuito a Israele, colpì la clinica Al-Basma a Gaza City, distruggendo i serbatoi di azoto liquido che contenevano circa 4.000 embrioni e circa 1.000 campioni di sperma e ovuli. Lo ha documentato Reuters nell’aprile 2024, sulla base delle dichiarazioni del direttore della clinica, Bahaeldeen Ghalayini, e di successive visite sul posto. Fu una perdita reale e grave per le coppie coinvolte. Ma lo stesso Ghalayini ha dichiarato di non sapere se il laboratorio fosse stato colpito in modo deliberato. L’embriologo della struttura ha usato formulazioni analoghe.

L’Idf ha affermato di non essere a conoscenza dello specifico attacco, di non colpire deliberatamente infrastrutture civili (incluse le cliniche) e di operare secondo il diritto internazionale per ridurre i danni ai civili. Ha chiesto l’orario preciso dell’episodio per poterlo verificare meglio. Israele non ha confermato di aver colpito la clinica e ha respinto le conclusioni della Commissione Onu presieduta da Pillay come politicamente predeterminate.

La Commissione, dal canto suo, aveva sostenuto che l’attacco fosse intenzionale, che non vi fossero prove di uso militare della struttura e che fosse volto a impedire le nascite, quindi un atto genocida. Le sue conclusioni si basano principalmente sulla testimonianza del direttore, che però non era in grado di risalire alle intenzioni degli attaccanti, sulle foto del danno interno e sulla convinzione che i comandi israeliani conoscessero la funzione delle strutture sanitarie.

Critici (tra cui analisi di UN Watch) hanno evidenziato l’assenza di data precisa, frammenti di munizione, analisi di traiettoria e il fatto che foto della zona mostrino danni significativi anche a edifici adiacenti. La clinica stessa risulta ancora in piedi, con danni concentrati all’interno.

Sul fronte di Hamas non risultano prove pubbliche che la clinica Al-Basma fosse usata come base, deposito o posizione di tiro. Non sono stati documentati tunnel sotto di essa. Esiste invece un contesto operativo chiaro: a dicembre 2023 il nord di Gaza City era zona di combattimenti intensi tra l’Idf e le forze di Hamas, con avanzate dei mezzi militari israeliani, eliminazione di miliziani e scoperta di tunnel e depositi nelle aree limitrofe. È documentato che Hamas abbia costruito e utilizzato tunnel sotto o nelle immediate vicinanze di diversi ospedali (Al-Shifa è il caso più verificato, con conferme del New York Times e dell’intelligence americana; analoghe evidenze riguardano l’Ospedale Europeo e altre strutture). Documenti interni di Hamas del marzo 2020 mostrano una politica deliberata di utilizzo delle strutture sanitarie a fini militari e di sicurezza.

Il paragone con il Ruanda si regge su una semplice analogia e non dimostra che gli israeliani si siano comportati come gli hutu. Lì si trattava di una campagna sistematica di sterminio, capillare ed esplicitamente genocida. Qui si tratta di un singolo colpo in una guerra urbana ad alta intensità, iniziata dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Pillay potrebbe obiettare che la clinica sia solo un esempio e che il genocidio si giudichi sull’intento complessivo della campagna, non su un singolo episodio. Vero, ma allora è quel quadro complessivo a dover essere dimostrato, e l’episodio indicato come decisivo non basta a reggerlo.

La distruzione degli embrioni è un fatto. Che sia stata deliberatamente mirata agli embrioni con intento di annientare il gruppo palestinese resta un’interpretazione della Commissione di Pillay, non basata su elementi documentali definitivi. Questo non sottrae Israele a ogni responsabilità per danni collaterali in zone di combattimento, né cancella la tragedia individuale. Indica però che trasformare un episodio di questo tipo in prova di genocidio richiede elementi più solidi di quelli finora presentati da Pillay.

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Trump vuole espellere Ilhan Omar, la deputata dem molto critica verso di lui

Ilhan Omar

L’amministrazione Trump vuole costruire un caso per revocare la cittadinanza americana a Ilhan Omar e arrivare, in prospettiva, alla sua espulsione dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui l’indagine federale sulla deputata democratica del Minnesota si concentra sulle modalità con cui ottenne la cittadinanza nel 2000, dopo essere arrivata negli Stati Uniti dalla Somalia.

Lunedì gli agenti federali hanno perquisito la sua abitazione a Washington, a tre settimane dalle elezioni di metà mandato, nelle quali Omar cerca la rielezione. Hanno sequestrato, secondo fonti citate dal quotidiano, il telefono cellulare, alcuni computer, quaderni e il passaporto della deputata. Gli investigatori hanno inoltre emesso più di una dozzina di mandati di comparizione, anche nei confronti di alcuni suoi familiari, per raccogliere testimonianze davanti a un gran giurì in Minnesota.

Al centro dell’inchiesta c’è un dubbio sull’età dichiarata da Omar o dal padre, Nur Omar Mohamed, nelle pratiche per l’immigrazione. La questione è rilevante perché, se la futura deputata avesse avuto 17 anni anziché 18 quando il padre presentò la domanda di cittadinanza, avrebbe potuto ottenerla automaticamente come figlia minorenne, senza dover seguire una procedura autonoma.

Omar, nata a Mogadiscio nel 1982 e arrivata negli Stati Uniti nel 1995 da un campo profughi in Kenya, ha sempre respinto le accuse di frode migratoria. Il presidente Donald Trump «vorrebbe eliminare una delle voci progressiste più efficaci del Congresso. Non c’è alcun fondamento», ha dichiarato il suo ufficio mercoledì.

La vicenda si inserisce nella più ampia offensiva dell’amministrazione contro i cittadini naturalizzati. Secondo il Wall Street Journal, il governo ha avviato oltre 200 cause per revocare la cittadinanza, in una campagna che prende di mira persone condannate per reati e altri soggetti accusati di aver mentito durante la procedura di naturalizzazione. Prima del secondo mandato di Trump, questi procedimenti erano rari: il governo federale ne avviava generalmente una dozzina o meno all’anno.

La revoca, tuttavia, non può essere disposta unilateralmente dall’esecutivo. Il dipartimento di Giustizia deve rivolgersi a un tribunale federale e dimostrare che il cittadino abbia fornito informazioni false e rilevanti per ottenere la naturalizzazione. Secondo Leon Fresco, ex alto funzionario del dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione Obama citato dal Wall Street Journal, il caso sarebbe più semplice da sostenere se emergessero prove che Omar abbia mentito personalmente sulla propria età. In ogni caso, ha avvertito, il governo non si muove su un terreno giuridico consolidato.

La deputata è da anni uno dei bersagli preferiti dei repubblicani. Trump ha ripetutamente chiesto la sua espulsione e rilanciato accuse, mai dimostrate, secondo cui avrebbe sposato il fratello per favorirne l’ingresso negli Stati Uniti. L’inchiesta federale comprende anche verifiche sulle sue dichiarazioni patrimoniali, nonostante un organismo indipendente del Congresso l’avesse già scagionata da contestazioni relative a una precedente comunicazione del suo patrimonio.

La perquisizione apre dunque un nuovo fronte nello scontro politico tra la Casa Bianca e una delle figure più riconoscibili della sinistra democratica americana. Ma tra l’indagine e la revoca della cittadinanza resta un passaggio decisivo: la prova giudiziaria di una frode.

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L’Asia scopre che il boom dell’intelligenza artificiale non basta a proteggerla

Un drone parte per una consegna a Shenzhen, in Cina (AP/LaPresse)

L’Asia continuerà a crescere, ma dovrà fare i conti con rischi sempre più difficili da contenere. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’economia della regione aumenterà del 4,8 per cento nel 2026 e del 4,4 per cento nel 2027, dopo il 5 per cento registrato nel 2025. Le nuove stime, pubblicate giovedì durante gli incontri annuali del Fondo e della Banca mondiale a Bangkok, sono migliori di quelle formulate in aprile, ma indicano comunque un rallentamento. A preoccupare sono soprattutto gli effetti della crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e la possibilità che l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si ridimensioni bruscamente.

Secondo il rapporto del Fmi, i rischi per le prospettive economiche restano orientati al ribasso. Un prolungamento del conflitto mediorientale potrebbe mantenere elevati i prezzi delle materie prime e ridurre le riserve di petrolio, alimentando le pressioni inflazionistiche. Per i Paesi asiatici, molti dei quali dipendono dalle importazioni energetiche, il rincaro del petrolio si traduce in costi maggiori per imprese e famiglie e in una minore capacità di sostenere i consumi.

La frenata sarà più evidente nelle economie emergenti della regione, che restano il principale motore della crescita asiatica. Il Fmi stima per loro un’espansione del 5,1 per cento nel 2026, contro il 5,6 per cento del 2025. Le economie asiatiche avanzate, invece, dovrebbero accelerare dal 2,5 al 3,2 per cento, soprattutto grazie alla spinta del settore dell’intelligenza artificiale.

È proprio questa dipendenza a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Una correzione della domanda di tecnologie legate all’AI potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti in Asia, dove si concentra una parte rilevante della filiera produttiva: dai semiconduttori ai componenti elettronici, fino alle infrastrutture necessarie per alimentare e sviluppare i nuovi sistemi. Un rallentamento degli investimenti rischierebbe quindi di propagarsi dalle aziende tecnologiche al resto dell’economia.

I segnali di nervosismo sono già visibili sui mercati. E a pesare sono state anche le indicazioni di un’inflazione statunitense più sostenuta del previsto, che hanno alimentato le aspettative di tassi d’interesse più elevati.

Il secondo fronte di rischio riguarda il debito. Il rialzo dei rendimenti sui mercati internazionali può trasmettersi alle obbligazioni asiatiche, aumentando i costi di finanziamento per governi e imprese. Le tensioni sui titoli di Stato di grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Paesi dell’Eurozona potrebbero così ripercuotersi sull’intera regione.

Il problema è che molti Paesi asiatici devono già fare i conti con livelli di debito pubblico e fabbisogni di finanziamento elevati. Un irrigidimento improvviso delle condizioni finanziarie aumenterebbe la spesa per gli interessi, riducendo le risorse disponibili per gli investimenti e le politiche economiche. Anche l’incertezza sull’orientamento futuro della Federal Reserve contribuisce alla volatilità dei mercati valutari e dei flussi di capitale. Il Fmi segnala che, dopo lo shock energetico, diverse economie emergenti hanno già subito pressioni al ribasso sulle proprie valute.

Per Krishna Srinivasan, direttore del dipartimento Asia-Pacifico del Fondo, la priorità delle banche centrali deve restare la stabilità dei prezzi. Gli istituti monetari dovrebbero essere pronti a inasprire la politica monetaria nei Paesi in cui le aspettative d’inflazione sono meno stabili o le pressioni sui prezzi risultano persistenti, preservando al tempo stesso la propria indipendenza.

Anche i governi hanno margini di manovra limitati. Con il debito ancora superiore ai livelli precedenti alla pandemia, il Fondo invita a evitare sussidi generalizzati ai carburanti e controlli sui prezzi, misure che rischiano di diventare costose e poco efficaci. Gli interventi fiscali, sostiene l’Fmi, dovrebbero essere temporanei e mirati alle fasce più esposte.

La resilienza dimostrata finora dall’Asia, dunque, non è una garanzia per il futuro. La regione deve affrontare contemporaneamente uno shock energetico, condizioni finanziarie più restrittive e l’incertezza legata a uno dei principali motori della crescita recente. La sfida sarà evitare che queste pressioni si rafforzino a vicenda, trasformando un rallentamento gestibile in una frenata più profonda.

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Zelensky ha detto di sentirsi tradito da Trump

Volodymyr Zelenskyy

Volodymyr Zelensky si sente tradito da Donald Trump. In un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan, il presidente ucraino ha criticato il riavvicinamento della Casa Bianca a Mosca, accusando il leader americano di scegliere una parte diversa da quella di Kyjiv. «È doloroso quando il presidente Trump sceglie una parte, non la nostra», ha detto. E alla domanda se si senta tradito, ha risposto: «Davvero, sì».

A preoccupare Kyjiv sono l’accordo annunciato da Trump per la fornitura di diesel russo e il possibile indebolimento del sostegno americano, a partire dalla condivisione delle informazioni di intelligence. «Stiamo perdendo un partner forte», ha avvertito Zelensky, precisando che non è l’Ucraina a essere responsabile di questa situazione. «Non possiamo permetterci di essere deboli». Il presidente ha poi criticato i consiglieri del tycoon, convinto che lo stiano spingendo nella direzione sbagliata: «Questa non è la parte giusta della storia».

A rendere più difficile la situazione ci sono anche le restrizioni introdotte da SpaceX alle comunicazioni satellitari utilizzate dalle forze ucraine. Zelensky ha definito un «grosso errore» le limitazioni a Starlink e ha chiesto a Elon Musk di ripristinare il servizio, avvertendo che in caso contrario «moriranno delle persone». Le restrizioni alla rete satellitare rischiano infatti di compromettere alcune operazioni militari ucraine, soprattutto il contrasto ai droni russi più veloci.

Intanto, Mosca ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Secondo Kyjiv, negli ultimi tre giorni le forze ucraine non hanno attaccato impianti energetici russi, dopo aver accolto la proposta americana di una tregua. Gli attacchi russi hanno invece colpito centrali elettriche e infrastrutture civili, lasciando centinaia di migliaia di persone senza elettricità. Nonostante le tensioni con Washington, Zelensky ha ribadito di essere pronto a un cessate il fuoco e di voler continuare a contare sulla partnership con gli Stati Uniti.

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L’Europa, Nato o non Nato, se lo deve procurare

Per fermare un drone ucraino che cerca di intercettarne uno russo non serve abbatterlo. Basta spegnergli la connessione satellitare. È quello che denunciano le forze di Kyjiv dopo le restrizioni unilaterali al servizio militare di Starlink imposte da SpaceX nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, senza alcun preavviso.

Secondo Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina e grande esperto per le tecnologie della difesa, SpaceX ha introdotto un limite di velocità sui terminali StarShield (il pacchetto militare) in movimento: oltre i 160 chilometri orari la connessione cade. Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato disconnessioni di 10-20 secondi già a 110-120 chilometri orari, con missioni annullate. Segnalazioni successive parlano di cadute di segnale già a 60-70 chilometri orari. In guerra, venti secondi senza controllo non sono un disservizio ma un’arma consegnata all’avversario.

Le restrizioni colpiscono anche i droni intercettori che cercano di contrastare gli Shahed a propulsione a getto. Uno dei pochi strumenti efficaci contro quelle armi viene reso inoffensivo di notte, mentre la Russia colpisce con furore le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha contattato Stati Uniti, SpaceX e Nato e, di fronte al silenzio dei presunti alleati, ha attivato collegamenti satellitari di riserva. Ma le riserve non sono Starlink.

Non è una ritorsione contro gli attacchi alle raffinerie russe che lo stesso Zelensky aveva sospeso. I droni che colpiscono obiettivi in territorio russo usano altri sistemi: Starlink non funziona dentro la Russia. Qui sono in gioco operazioni sul territorio ucraino, comprese le zone occupate. In gioco c’è la vita dei civili ucraini, come subito ha denunciato la premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro.

«Permettetemi di dirlo senza mezzi termini: il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».

Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha scritto pubblicamente a Elon Musk: «Ehi, @elonmusk, grande uomo, stai di nuovo facendo politica con i tuoi prodotti? Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». Clienti, sì: la Polonia paga il servizio per l’Ucraina. Musk non è un benefattore, ha un contratto da rispettare.

Fino alla serata di ieri Musk e SpaceX non avevano fornito alcuna spiegazione pubblica, poi è intervenuto Musk su X spiegando che c’è una differenza fra Starlink, ad uso commerciale, e Starshield: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Cioè Donald Trump.

Nel marzo 2025 Musk aveva scritto su X, in risposta a un precedente scontro con Sikorski: «Per essere estremamente chiari, per quanto io possa essere in disaccordo con la politica sull’Ucraina, Starlink non disattiverà mai i propri terminali… Non faremmo mai una cosa del genere né la useremmo come merce di scambio». Oggi che Musk introduce la distinzione fra uso commerciale e militare dei suoi satelliti, quella frase è un precedente scomodo. 

A rafforzare la tesi di Musk sulle responsabilità di Trump una notizia del Washington Post secondo cui la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione d’intelligence se Kyjiv continuasse a colpire gli impianti energetici russi.

Prima era intervenuto anche Zelensky: le restrizioni sono un grave errore, ha detto, possono costare vite umane, il servizio va ripristinato. Nell’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta persino l’ipotesi di un errore tecnico, con la consueta prudenza diplomatica.

Non serve avere accesso a canali riservati per vedere il problema politico. Uno strumento decisivo della resistenza ucraina dipende da un’infrastruttura privata sulla quale Kyjiv non ha il controllo. Chi la gestisce può diminuirne il potenziale di notte, senza preavviso, e lasciare che gli altri si arrangino. Non è il potere di un normale fornitore. È il potere di chi tiene in mano l’interruttore.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto ieri la dipendenza dalle capacità spaziali americane chiedendo di sviluppare le nostre. Ma oggi non basta cambiare fornitore: OneWeb non offre una sostituzione immediata di Starlink sui droni, mentre la costellazione europea IRIS² è ancora lontana dall’operatività. L’autonomia va costruita; non è un’alternativa già disponibile da attivare stasera.

Ed è un problema europeo per oggi e per domani. È anche questo il prezzo del tempo perduto dall’Europa. Abbiamo discusso per anni se una difesa comune fosse necessaria, mentre diventava indispensabile. La sovranità europea comincia dalla capacità di tenere accesi gli strumenti della propria difesa. Il sovranismo riempie le piazze di bandiere. La sovranità deve sapere chi ha in mano l’interruttore. Si possono deliberare stanziamenti, acquistare munizioni e promettere sostegno «finché sarà necessario». Ma se comunicazioni, satelliti e intelligence restano in mani esterne, i fondi crescenti per la difesa vanno spesi prima di tutto per ciò che è essenziale. Le armi più costose non devono andare a dormire di notte nel letto di chi ce le ha vendute.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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L’Ucraina colpisce Yandex e i bot russi spariscono? Cosa dicono davvero i dati sulla propaganda online

(Adnkronos) - Tre attacchi ai data center del colosso tecnologico russo, un crollo del 94% del traffico automatico e la sensazione che sui social siano diminuiti i messaggi filorussi. Da Calenda al prof. Quattrociocchi, il dibattito arriva al cuore della guerra dell’informazione. E la storia è più complessa

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