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Neet, la dispersione si batte facendo squadra con le associazioni del territorio

I territori di Alessandria, Novi Ligure e Ovada non sono esenti dal fenomeno della dispersione scolastica. Per contrastarne le cause più profonde e aiutare ad affrontare tale problematica a quanti già la vivono, l’Associazione Cultura e Sviluppo con il sostegno di UniCredit Foundation ha promosso il progetto Insieme per il Futuro. 

L’iniziativa nasce dall’esperienza ventennale dell’associazione piemontese come presidio educativo sul territorio. Nella sua attività coinvolge abitualmente una rete di organizzazioni del Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali con l’obiettivo di costruire risposte integrate ai bisogni dei giovani. Il network è composto da realtà quali Azimut, Cambalache, Human Art, Io Volo, Labì, Me.dea, Semi di Senape e Yggdra.

L’approccio innovativo

Il progetto si caratterizza per un approccio innovativo basato sulla co-progettazione tra scuole e Terzo settore. Il primo passo è l’adozione di un sistema di valutazione condiviso, attraverso il quale vengono individuati gli studenti più esposti a fragilità educative, sociali ed emotive. Su questa base, viene sviluppato per ciascuno di loro un percorso personalizzato di accompagnamento.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

I percorsi sono molto vari e includono attività di sostegno scolastico, mentoring, orientamento, supporto psicologico e mediazione interculturale nel caso di studenti stranieri. Essenziale in questa azione è anche il coinvolgimento costante di docenti e genitori.

Un toolkit per la replicabilità

L’elemento distintivo del progetto è la volontà di generare un cambiamento strutturale. Per questo, le attività sono monitorate attraverso una valutazione di impatto indipendente e con la realizzazione di un toolkit, che ne consentirà la replicabilità in altri contesti. Più che un insieme di singoli interventi, il progetto rappresenta dunque un esempio di come sia possibile costruire un ecosistema educativo collaborativo, capace di mettere in relazione competenze, risorse e i diversi attori della comunità.

Con lo scopo di offrire ai giovani maggiori opportunità di crescita e di formazione, dentro e fuori la classe: «Da alcuni anni i partner contrastavano, in modo poco coordinato, la dispersione scolastica. Il progetto ci ha permesso di unire i pezzi e costruire una governance solida tra Ets e scuole, sostenibile oltre il progetto», spiega in proposito Alessio Del Sarto, direttore di Cultura e Sviluppo.

Filantropi_Unicredit Foundation
Attività realizzate con i ragazzi

Le risorse messe a disposizione dalla fondazione per il progetto, che si è avviato nel 2025 con un programma di 30 mesi, ammontano a 300mila euro. In questo ambito, molto interessante è anche la fase della rendicontazione, che si concentra sugli aspetti essenziali dell’attività: «La flessibilità di UniCredit Foundation, a cui rendicontiamo l’impatto e non i giustificativi di spesa, ci ha aiutato a modellare le azioni sui bisogni mutevoli dei ragazzi e a costruire una valutazione d’impatto che misura non solo il progetto ma anche la rete e il nostro ente. Un esempio di filantropia della fiducia in atto», spiega Del Sarto.

L’intervento

Silvia Cappellini è il direttore generale dell’ente filantropico del gruppo bancario guidato da Andrea Orcel.

Filantropi Silvia Cappellini Dg Unicredit foundation
Silvia Cappellini

Per UniCredit Foundation, sostenere un progetto significa anzitutto riconoscere il valore di chi conosce in profondità i territori, le comunità e le sfide che i giovani affrontano ogni giorno. Significa costruire relazioni fondate sulla fiducia, sull’ascolto e sulla convinzione che le risposte più efficaci nascano dall’incontro tra competenze, esperienze e prospettive diverse. Insieme per il Futuro incarna pienamente questa visione: un percorso che affronta la povertà educativa nella sua complessità, guardando non solo ai risultati raggiunti, ma anche alla qualità delle trasformazioni generate. 

Non si tratta solo di sostenere economicamente ma di valorizzare esperienza e capacità di innovazione

Silvia Cappellini

Crediamo in una filantropia che non si limita a sostenere economicamente le iniziative, ma che valorizza l’esperienza e la capacità di innovazione delle organizzazioni che operano sul territorio, offrendo loro la fiducia e la flessibilità necessarie per sviluppare risposte efficaci ai bisogni emergenti. In questa prospettiva, l’impatto non è il risultato di interventi isolati, ma il frutto di ecosistemi collaborativi in cui Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali condividono responsabilità, conoscenze e obiettivi.  Per questo la valutazione rappresenta per noi molto più di un esercizio di misurazione.

È uno strumento di comprensione e apprendimento che consente di leggere il cambiamento nella sua interezza, cogliendone non solo gli esiti, ma anche i processi e le relazioni che lo hanno reso possibile. È in questo passaggio che un progetto esprime il suo potenziale più profondo: quando supera il perimetro delle attività realizzate e diventa una fonte di apprendimento collettivo. La conoscenza prodotta, le pratiche sperimentate e le relazioni costruite possono trasformarsi in un patrimonio condiviso, contribuendo alla definizione di modelli più solidi e replicabili, capaci di ampliare nel tempo le opportunità per i giovani e per le comunità in cui crescono.

Nell’immagine in apertura attività con i giovani protagonisti del progetto. Tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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Per l’educatore in carcere motivazione fa rima con relazione

«L’educatore è sicuramente un lavoro complesso, che ci chiede di essere tante cose insieme e, a volte, di farle molto in fretta. Ma questa è la grande sfida del fare educazione in carcere». Nella voce di Roberto Bezzi, da 20 anni responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate, trapela l’entusiasmo per la sua professione, misto alla consapevolezza dell’importanza del suo lavoro, che lo porta da 26 anni negli istituti di pena. «Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili. Non deve mai sfuggirci l’obiettivo, non dobbiamo mai perdere la motivazione».

«Non voglio dare un quadro edulcorato, però sono convinto che anche gli aspetti che possono essere difficoltosi, distanti, dovrebbero spronarci a immaginarci di usare degli altri strumenti. Dobbiamo adattarci al fatto che c’è un obiettivo che non deve sfuggirci mai e che non deve essere il pretesto, come a volte succede, per perdere un po’ la motivazione», prosegue Bezzi.

Il cuore del mio lavoro: la relazione

«Sono una persona estremamente motivata da questo lavoro, questo conta molto secondo me. Il nostro lavoro è complesso perché ha anche una parte burocratica importante, che non deve in alcun modo sovrapporsi o diventare prioritaria rispetto alla parte relazionale, che è il vero cuore del nostro lavoro. Io faccio soprattutto front office, quando mi dicono che una persona non sta bene dico: “Mandatemela”. Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili».

Andare oltre lo stereotipo

Il primo aspetto della professione di educatore «ripeto, è il fatto che è molto stimolante. Veniamo a conoscere mondi, storie, vissuti, uno spaccato di umanità che secondo me in pochi possono conoscere. È interessante, secondo me, educativamente. Quando si fa un lavoro da tanti anni si può pensare di essersi standardizzato, di avere le risposte per ogni tipo di situazione. Invece, davanti a molte situazioni e a tante criticità, mi ritrovo a pensare: “Questa non l’avevo presa in considerazione”. Ciò è l’aspetto fortemente stimolante del nostro lavoro che ci deve indurre ogni volta ad andare oltre lo stereotipo e l’immagine che noi abbiamo: dobbiamo andare oltre tutti quei meccanismi un po’ automatici che ci fanno categorizzare tutto e tutti», prosegue.

Il carcere è soprattutto grigio

Il carcere «non è bianco e nero, è soprattutto grigio. Ci sono persone che hanno storie dalle quali si comprende il perché purtroppo arrivano a commettere reati, tutto è molto logico dal punto di vista dell’ambiente sociale, e altre persone che, invece, non si capisce perché si sono trovate a commettere reati. Questo ci spiazza molto ed è lì l’elemento interessante». Bezzi spiega che «ogni volta nel rapporto con l’altro bisogna provare a sospendere il giudizio, andare a conoscere (pur con ruoli che sono per forza di cose asimmetrici) e riuscire a entrare in una relazione più autentica possibile. Questo è il nostro sforzo, in certi casi è una grandissima sfida».

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Non perdere di vista il “faro”

Ciò che stimola gli educatori più di tutto, tutti i giorni, «è il fatto di essere per la nostra parte utili, siamo un pezzo di una macchina molto grande composta anche da tante altre figure. Anche nei momenti in cui ci possono essere la stanchezza e il burnout dobbiamo ricordarci sempre perché facciamo questo lavoro, la legge cosa dice: non dobbiamo perdere di vista il “faro“, che ci deve condurre dire: “La mia linea deve essere quella”». Sottolinea che questo vale sia nelle condizioni migliori sia quando ci sono le condizioni avverse, «dai numeri più alti di persone detenute rispetto alla capienza degli istituti alla grande mole di lavoro burocratico. Questi aspetti non devono mai deviarci dalla nostra linea perché se no vuol dire, forse, che in realtà il problema è la nostra motivazione. Non voglio dire che nelle carceri vada tutto bene, voglio sottolineare che bisogna stare attenti a non far diventare preponderanti altri aspetti, altrimenti si perde di vista l’obiettivo principale del nostro lavoro».

Nella II casa di reclusione di Milano Bollate sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21

Bezzi è da 20 anni a capo dell’Area educativa del carcere di Bollate, «dove non faccio solo coordinamento, come tutti i miei colleghi seguo delle persone detenute, in questo momento un centinaio». Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 19 settembre 2026, nella II casa di reclusione di Milano sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21. «Nel mio caso alcune persone le seguo da moltissimi anni, hanno bisogni diversi da una persona che è appena giunta. E sono adulte».

Dare la massima possibilità di autodeterminarsi

Rispetto al lavoro di educatore nell’Istituto penale minorile-Ipm c’è molta differenza. «Ho lavorato anche nell’Ipm Beccaria, i primi anni. Lì la presa in carico era molto diversa, eravamo due educatori per un gruppo di 15-20 ragazzi. La tipologia di lavoro richiesta era quella dell’accompagnamento, della presenza, del portare avanti insieme un percorso con dei ragazzi. A Bollate facciamo in modo che, dentro al contesto di tutte le regole che esistono, la persona abbia la massima possibilità di autodeterminarsi, limitatamente a quello che la legge impone». Una delle azioni principali di un educatore è quella di accogliere quando una persona arriva. «Accogliere vuol dire non solo spiegare, ma far vedere quel volto umano, di vicinanza che, per chi arriva in un carcere soprattutto se alla prima esperienza, conta moltissimo i primi giorni, spesso sono quelli che danno l’imprinting».

«Apriamo piccole finestre»

Un altro aspetto del nostro lavoro è quello di conoscere, capire quali sono stati i problemi che quella persona ha avuto che l’hanno condotto all’esecuzione penale». A Bollate sono presenti solo persone in esecuzione pena, con condanne definitive, non in attesa di giudizio. «Durante la conoscenza si fa quella che possiamo chiamare co-progettazione: si capisce insieme quali sono le cose più vicine a quella persona, oppure le più lontane ma nelle quali si voglia sperimentare. Quando vedo persone, che non avevano neanche la terza media, che provano un’attività mai fatta prima e scoprono di essere anche molto competenti, l’educatore cosa ha fatto? Ha aperto una piccola finestra, ha fatto vedere che esistono anche delle opportunità. Una parte dei nostri utenti arrivano in carcere perché non hanno avuto delle opportunità da liberi. Ci sono persone che scoprono la normalità qui dentro a causa dei contesti sociali e culturali in cui è vissuto», continua Bezzi.

«Dare opportunità è proprio la funzione sussidiaria del carcere. Molte delle persone che seguiamo sono convinte che la loro vita abbia già una fine prestabilita, forse purtroppo è anche vero. Il nostro compito non è provare a dire che la vita gliela cambiamo noi, ma dire loro che esiste anche un’altra fine, che il libro può avere un altro finale. Questo aspetto è una cosa tipica della nostra professione».

Come è cambiato il lavoro di educatore?

«Per quanto riguarda Bollate, è un caso particolare. Noi abbiamo iniziato quando il carcere era aperto da pochissimo. Il fatto di iniziare in un carcere nuovo cambia tutta la storia professionale, non c’era “memoria”, c’era l’idea che stavamo costruendo qualcosa da zero, sensazione che in un carcere storico non c’è», sottolinea Bezzi. «Quest’elemento ha fatto sentire molto l’appartenenza, la fierezza delle piccole cose. Cl passare degli anni, ormai è tutto più assodato, viviamo tutto come la normalità».

Se pensiamo che l’educazione, quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso

Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate

«Sicuramente sono cambiati i numeri delle persone detenute. Quando noi abbiamo iniziato eravamo sotto numero proprio perché l’istituto aveva appena aperto, stavamo capendo quali attività mettere in piedi e con quali criteri, c’è stata una fase iniziale della sperimentazione. Poi negli anni è anche cambiata la popolazione detenuta, ma alla fine le azioni principali del nostro lavoro sono rimaste le stesse». Negli anni sono molto cambiate le procedure burocratiche, «per motivi di carattere organizzativo. Il fatto che la popolazione detenuta è arrivata a dei numeri così alti induce a dover trovare un modo diverso per svolgere la stessa attività che si faceva anni fa, in altri modi».

Un lavoro che non è una missione

Bezzi insiste sull’importanza della motivazione, «non vuol dire che il nostro lavoro è una missione. Basta restare curiosi per avere attiva la motivazione. E poi, se pensiamo che l’educazione quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso. Se uno riesce a viverla come sfida ci deve essere anche un contesto di un certo tipo. Noi siamo una équipe che ha un buon livello di serenità e degli scambi tra noi, questo mi rendo conto che cambia molto. Forse è lavorare in un clima non sereno che può rischiare di dare il burnout. Alla fine il clima lo fanno le persone», continua. E come si fa a non portarsi il lavoro e le preoccupazioni a casa? «Condividendo, confrontandosi con i colleghi. E poi il resto si impara. È difficile dare una “ricetta” perché è molto personale. Ma sicuramente condividere è fondamentale, altrimenti si sente il peso emotivo su di sé che diventa schiacciante.

Foto di Rdne su Pexels

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