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Tabacco, il mercato vale 22 miliardi. La filiera italiana chiede regole certe all’Europa

Contenuto tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Un mercato che perde volumi ma guadagna valore, che vede calare il suo prodotto storico eppure garantisce allo stato un gettito record. È la fotografia scattata dal Rapporto sulla distribuzione dei prodotti da fumo e non da fumo 2026, realizzato da Logista in partnership con la Fondazione Tor Vergata e presentato a Roma nel corso dell’evento ‘Logistica e distribuzione al servizio del Paese’ il 17 settembre. Un settore in piena trasformazione, che chiede all’Europa una cosa: regole chiare, graduali e prevedibili.

Le sigarette, i sigari e il trinciato restano il cuore del mercato, ma la loro quota si assottiglia: dall’85% dei volumi distribuiti nel 2019 al 70% attuale. A erodere il primato sono i prodotti di nuova generazione senza combustione, a partire dagli htp (heated tobacco products), che nel 2025 hanno raggiunto quasi il 20% dei volumi. Non è una moda passeggera: dietro c’è un ciclo di investimenti industriali importante e, soprattutto, una domanda che si è spostata. I consumatori hanno cambiato abitudini più in fretta di quanto la regolamentazione sia riuscita a seguirli.

Un mercato da quasi 22 miliardi di euro

Il paradosso più interessante riguarda i numeri economici. Nonostante la flessione delle sigarette tradizionali, il mercato complessivo è cresciuto da 18,5 miliardi di euro nel 2019 a quasi 22 miliardi nel 2025. La spiegazione è doppia. Da un lato la crescita del fatturato dei prodotti senza combustione, trainata dall’espansione dei volumi e dalla conversione dei fumatori.

Dall’altro l’effetto prezzo: la contrazione delle sigarette è stata quasi interamente compensata da un aumento dei listini dell’11% dal 2019. Meno unità vendute, quindi, ma un valore complessivo che non arretra.

Il peso della distribuzione e il contrasto al contrabbando

Il capitolo fiscale è quello che rende il settore un dossier di interesse nazionale. Ogni anno Logista movimenta oltre 80 milioni di chili di prodotti e versa allo stato circa 15 miliardi di euro di accise. Dietro questi numeri c’è un’infrastruttura fisica poco raccontata. Circa 90 transit point assicurano consegne a 60mila punti vendita, con una copertura del 100% del territorio nazionale, isole e aree interne comprese.

Su questa rete corrono i sistemi conformi al track & trace europeo: ogni confezione porta un codice univoco rilasciato dall’Adm, che consente alle autorità di seguire i flussi e intercettare rapidamente le anomalie. Un argine necessario, se si considera che il contrabbando in Italia vale circa 1,2 miliardi di euro e costa all’erario 690 milioni di mancato gettito.

La revisione delle direttive europee e i rischi per la filiera

La partita vera, però, si gioca a Bruxelles. La revisione congiunta della Direttiva sulla tassazione (Ted) e di quella sui prodotti del tabacco (Tpd) apre una fase delicata. L’ipotesi allo studio punterebbe a uniformare il trattamento regolatorio tra prodotti combustibili e non combustibili, superando la differenziazione che finora ha accompagnato l’ingresso sul mercato delle sigarette elettroniche e delle nuove categorie. Per la filiera italiana sarebbe un errore: le stime contenute nel rapporto indicano che una migrazione dei consumi verso i canali illegali potrebbe ridurre le entrate fiscali tra 1,2 e 5 miliardi di euro, con un effetto collaterale pesante su comparto agricolo, manifattura e distribuzione.

L’argomento che il settore porta al tavolo europeo è un dato di esperienza. Il calendario fiscale italiano, fatto di incrementi certi, graduali e sostenibili, ha prodotto un gettito in crescita stabile e superiore alle attese: +314 milioni di euro nel 2024 e +300 milioni nel 2025, senza shock di prezzo né distorsioni nei consumi. La prevedibilità ha permesso agli operatori di programmare investimenti e capacità produttiva. Il peso economico complessivo aiuta a capire la posta in gioco. La sola filiera distributiva genera oltre 7 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto e sostiene più di 7.400 posti di lavoro. Allargando lo sguardo all’intera catena, dal tabacchicolo alla manifattura fino al dettaglio, si arriva a oltre 300mila addetti.

Logista chiede gradualità e stabilità normativa

“La revisione delle direttive europee Ted e Tpd arriva in un momento cruciale, con un mercato in piena trasformazione”, ha sottolineato Federico Rella, vicepresidente di Logista Italia. “È fondamentale che l’Europa trovi un equilibrio tra tutela della salute, sostenibilità economica e gradualità dei provvedimenti. Misure troppo rigide rischiano di rendere insostenibili i costi produttivi, favorire la delocalizzazione e ampliare lo spazio per il contrabbando”. Il messaggio che arriva dal rapporto è che la stabilità regolatoria non è una questione tecnica, ma la condizione per difendere gettito, investimenti e occupazione.

Il confronto tra istituzioni, politica e imprese

All’evento di presentazione, ad aprire sono stati Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, e il viceministro dell’Economia e delle finanze Maurizio Leo, in videomessaggio. La richiesta a Bruxelles è stata la stessa: gradualità, regole prevedibili e una distinzione netta tra prodotti tradizionali e senza combustione.

Al primo tavolo si sono confrontati Dario Crisci, amministratore delegato di Logista Italia, Luigi Liberatore, direttore centrale accise di Adm, Giovanni Catelli, vicepresidente nazionale vicario della Federazione italiana tabaccai, e i vertici delle aziende produttrici: Bat Italia, Imperial Brands Italia, Jti Italia, Manifatture Sigaro Toscano, Philip Morris Italia. Sfumature diverse, ma un’unica preoccupazione: che misure troppo rigide finiscano per spingere i consumi verso l’illecito.

Il secondo panel ha approfondito le prospettive e le proposte della politica con gli interventi di Claudio Durigon, sottosegretario del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di Maurizio Gasparri, presidente della Commissione affari esteri e difesa del Senato, di Dario Nardella, membro della Commissione Agri del Parlamento europeo, di Marco Osnato, presidente della Commissione finanze della Camera dei deputati, di Nicola Procaccini, membro della Commissione Envi e della Commissione Itre del Parlamento europeo, e di Valentino Valentini, vice ministro delle Imprese e del made in Italy. Un confronto che, pur con sensibilità diverse, ha indicato una direzione condivisa: stabilità delle regole e attenzione alle specificità della filiera italiana nel negoziato europeo.

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Il Consiglio europeo non trova l’accordo sul bilancio Ue e rinvia il negoziato a novembre

Il primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles si è concluso senza un accordo sul prossimo bilancio dell’Unione e con forti divisioni sulle politiche energetiche e climatiche. Dopo circa quattordici ore di negoziati, ieri i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri hanno confermato le proprie posizioni sulla spesa europea e discusso a lungo della richiesta di rinviare le nuove regole sulle emissioni dei trasporti e degli edifici. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per il 26 novembre, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul bilancio entro dicembre. Ma diversi governi hanno già messo in dubbio che la scadenza possa essere rispettata.

Le difficoltà riguardano alcune delle principali scelte economiche e politiche che l’Unione dovrà affrontare nei prossimi anni. Il nuovo bilancio pluriennale, relativo al periodo dal 2028 al 2034, dovrà finanziare le politiche agricole, i programmi per le regioni economicamente più deboli, la ricerca e le nuove priorità europee, tra cui la difesa e la competitività industriale. Allo stesso tempo, i governi devono affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia e decidere come conciliare la protezione di famiglie e imprese con gli obiettivi climatici già approvati.

La proposta presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, che esercita il coordinamento semestrale dei lavori, prevede una dotazione complessiva di circa 1.620 miliardi di euro. È una riduzione significativa rispetto al progetto iniziale della Commissione europea, ma non è bastata a ridurre le distanze tra i governi. I paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio comune chiedono ulteriori tagli, mentre quelli che ricevono più finanziamenti contestano la diminuzione delle risorse destinate alle politiche tradizionali.

Da una parte ci sono i sei paesi generalmente definiti frugali: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz considera ancora troppo elevato il livello complessivo della spesa e, secondo due diplomatici citati da Politico, ha indicato nei fondi per le regioni economicamente più deboli uno degli ambiti in cui intervenire. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha respinto la proposta irlandese, sostenendo che comporterebbe un aumento di quasi il 60 per cento del contributo netto della Svezia. Anche il primo ministro olandese Rob Jetten ha chiesto un bilancio più contenuto, con una maggiore attenzione alla sicurezza, alla competitività e alle nuove esigenze economiche europee.

Sul versante opposto si trovano i cosiddetti Amici della coesione, il gruppo più corposo di 17 paesi che comprende ltalia e Spagna. Il loro obiettivo è salvaguardare i finanziamenti agricoli e quelli destinati a ridurre le disparità economiche tra i territori. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha giudicato insufficiente la proposta irlandese rispetto alle ambizioni dell’Unione, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso la possibilità di accettare ulteriori riduzioni. 

Le divisioni non coincidono però completamente con questi due schieramenti. Alcuni paesi favorevoli a mantenere elevata la spesa europea chiedono anche maggiori investimenti nella difesa, in particolare gli Stati baltici, che attribuiscono particolare importanza alla minaccia russa. La Finlandia, pur facendo parte dei frugali, vuole tutelare i sostegni all’agricoltura. La Francia non ha assunto una posizione definitiva sull’ammontare complessivo del bilancio, dovendo conciliare le proprie priorità europee con le difficoltà delle finanze pubbliche nazionali.

Costa vuole raggiungere un accordo politico entro dicembre 2026, in modo da lasciare tutto il 2027 all’approvazione delle norme necessarie per rendere operativo il bilancio dal primo gennaio 2028. Il calendario elettorale rischia però di complicare ulteriormente le trattative. Nei prossimi mesi sono previste le elezioni politiche in Italia e Polonia, ma soprattutto quelle presidenziali francesi dell’aprile 2027.

Durante la riunione a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto la necessità di chiudere il negoziato entro dicembre. Secondo quattro diplomatici informati delle discussioni e citati da Politico, Macron ha spiegato ai colleghi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, non disporrebbe più del margine politico necessario per sottoscrivere un’intesa. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e ha promesso una forte riduzione del contributo francese al bilancio europeo e ha accusato le istituzioni dell’Unione di voler accelerare il negoziato per impedire al prossimo presidente di partecipare alla decisione.

Non tutti i governi condividono l’urgenza indicata da Macron. Kristersson ha detto di non considerare indispensabile un accordo entro dicembre, mentre Meloni ha ribadito che l’Italia non accetterà un compromesso economicamente svantaggioso soltanto per rispettare una scadenza. Anche il primo ministro lussemburghese Luc Frieden, pur dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di concludere entro Natale, ha sostenuto che un eventuale rinvio non rappresenterebbe necessariamente un problema insuperabile.

La distanza tra queste posizioni si ritrova nelle conclusioni ufficiali del vertice. Nel documento approvato questa notte, i leader non hanno assunto un impegno vincolante a raggiungere l’intesa entro dicembre. Si limitano a riconoscere che un accordo entro il 2026 permetterebbe di adottare nel 2027 le disposizioni legislative necessarie a garantire la continuità dei finanziamenti europei dall’inizio del 2028. Un rinvio del compromesso politico non comporterebbe quindi un’immediata interruzione delle risorse europee. Ridurrebbe però il tempo disponibile per completare il successivo percorso legislativo, che richiede anche l’approvazione del Parlamento europeo. La presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, ha già avvertito i governi che il Parlamento non si limiterà ad accettare automaticamente le loro decisioni.

Per cercare di superare lo stallo, Costa assumerà direttamente il coordinamento della nuova fase negoziale e presenterà una proposta prima del vertice straordinario del 26 novembre. Secondo le prime indiscrezioni, il presidente del Consiglio europeo intende modificare alcuni aspetti del compromesso irlandese, soprattutto quelli relativi alla flessibilità della spesa e alle nuove entrate comuni.

Tra le ipotesi da approfondire figurano forme di imposizione europea sulle grandi imprese tecnologiche, sulle attività legate alle criptovalute e sul gioco d’azzardo online. Costa esaminerà anche una proposta greca che prevede di destinare al bilancio europeo parte dei futuri ricavi nazionali derivanti dall’assegnazione delle frequenze mobili 6G. Queste soluzioni potrebbero ridurre la necessità di aumentare i contributi versati direttamente dai governi, ma incontrano a loro volta resistenze politiche.

Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha avanzato anche un’ipotesi diversa: ridurre la durata della programmazione finanziaria a tre o quattro anni, sostenendo che le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia difficile prevedere le esigenze europee su un periodo di sette anni. L’idea presenta tuttavia un ostacolo giuridico, perché le norme attuali dell’Unione stabiliscono una durata minima di cinque anni per il quadro finanziario pluriennale.

Le difficoltà sul bilancio hanno accompagnato un altro confronto particolarmente acceso, quello sulle politiche climatiche e sul costo dell’energia. La discussione, inizialmente dedicata alle misure per contenere i prezzi energetici, si è concentrata per circa tre ore sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione e sulla sua estensione ai trasporti stradali e al riscaldamento degli edifici.

Il meccanismo attuale, conosciuto come ETS, impone un costo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da impianti industriali e centrali elettriche. Il nuovo sistema, chiamato ETS2, estende il principio ai combustibili utilizzati nei trasporti e negli edifici. La sua applicazione è al centro di un confronto politico perché potrebbe comportare costi aggiuntivi per famiglie e imprese, in una fase in cui i prezzi dell’energia sono già aumentati a causa delle tensioni internazionali e della guerra in Medio Oriente.

Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto di rinviare l’introduzione del nuovo meccanismo almeno fino al 2030. La richiesta ha ottenuto anche il sostegno di altri governi, mentre l’Estonia ha prospettato una revisione ancora più radicale. Secondo le ricostruzioni dei diplomatici presenti al vertice, Roma e i paesi del gruppo di Visegrád hanno insistito sul rischio che i nuovi costi delle emissioni aggravino ulteriormente le difficoltà economiche.

La proposta è stata contrastata da Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e diversi paesi nordici. Finlandia, Svezia e Danimarca avevano già inviato una lettera alle istituzioni europee per difendere il sistema di scambio delle emissioni, sostenendo che indebolirlo avrebbe compromesso la prevedibilità delle regole sulla quale si basano gli investimenti industriali nelle tecnologie meno inquinanti.

Il compromesso raggiunto non prevede il rinvio richiesto dall’Italia e dagli altri governi. Nelle conclusioni ufficiali, il Consiglio europeo incarica invece la Commissione di aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, con particolare attenzione al funzionamento del sistema e ai meccanismi di protezione. La revisione dovrà considerare anche i possibili costi per i consumatori e le attività economiche. Rimane quindi aperta la discussione su eventuali modifiche, senza che sia stata presa una decisione di posticipare l’applicazione delle regole. Per il sistema ETS già esistente, i leader hanno chiesto interventi per rendere il mercato delle emissioni più prevedibile, limitare le oscillazioni dei prezzi della CO₂ e proteggere la competitività industriale. Allo stesso tempo, hanno confermato il ruolo centrale attribuito alla fissazione di un prezzo delle emissioni nella transizione energetica europea.

Sul fronte più immediato dei prezzi dell’energia, il Consiglio ha accolto l’intenzione della Commissione di prolungare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti alla crisi. Sono previste inoltre iniziative per migliorare la capacità delle raffinerie europee e favorire, su base volontaria, il coordinamento della domanda energetica. Si tratta di interventi che dovranno essere ulteriormente sviluppati dalla Commissione, non di un pacchetto già integralmente approvato e operativo. Lo scontro sull’energia ha avuto conseguenze anche sulla gestione del vertice. Le discussioni si sono protratte molto oltre il programma iniziale, costringendo Costa a cancellare la conferenza stampa prevista al termine della giornata e a proseguire i negoziati fino a tarda notte.

La prima giornata del vertice ha inoltre affrontato il futuro allargamento dell’Unione europea e le riforme interne necessarie a consentire il funzionamento delle istituzioni con un numero maggiore di Stati membri. Anche in questo caso, il documento finale contiene indicazioni generali, ma non introduce nuove scadenze vincolanti. La seconda giornata del Consiglio europeo, oggi sarà dedicata principalmente alla sicurezza e alla politica estera, con particolare attenzione alla guerra in Ucraina, alla difesa europea e alla gestione dei flussi migratori. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, arrivato a Bruxelles già giovedì per una serie di incontri bilaterali, parteciperà ai colloqui con i leader europei per chiedere ulteriori aiuti militari e finanziari. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Bruxelles prima del vertice, ha ribadito la proposta di nominare un rappresentante europeo incaricato di dialogare con Russia, Ucraina e Stati Uniti, in modo da garantire una posizione comune dell’Unione negli eventuali negoziati sulla guerra.

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AGILE: l’UE accelera sull’innovazione difensiva

Lunedì 12 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha dato luce verde definitiva al regolamento che istituisce il Programme for Agile and Rapid Defence Innovation (AGILE), un nuovo strumento da 115 milioni di euro pensato per portare le tecnologie difensive dirompenti “dal laboratorio al campo” a velocità finora mai vista negli iter di finanziamento europeo. L’adozione conclude un percorso legislativo insolitamente rapido per gli standard dell’Unione: meno di sette mesi dalla proposta al voto finale, che riflette l’urgenza politica di questo momento storico. Infatti, la guerra in Ucraina ha dimostrato che sul campo di battaglia la velocità di innovazione conta quanto l’innovazione stessa.

AGILE si inserisce nel più ampio quadro di ricostituzione delle capacità difensive europee, avviato dopo la Dichiarazione di Versailles del marzo 2022 e consolidato dal Libro Bianco per la Preparazione alla Difesa Europea 2030 presentato dalla Commissione e dall’Alto Rappresentante nel marzo 2025. Ma mentre strumenti come il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) premiano grandi progetti collaborativi e pluriennali, AGILE nasce per fare ciò che Bruxelles non ha mai fatto troppo bene: muoversi in fretta, con procedure snelle, a favore di piccole imprese e start-up.

L’iter di sviluppo: dalla proposta all’adozione

La proposta di regolamento è stata presentata dalla Commissione europea il 25 marzo 2026, su impulso del Commissario per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius, tra i più convinti fautori di un’Europa della difesa più reattiva. Kubilius ha riassunto la filosofia del programma in una frase: “le guerre e i campi di battaglia stanno cambiando in modo molto drammatico; gli eserciti hanno bisogno di nuove tecnologie, consegne rapide e prezzi molto competitivi”. La logica era chiara già nel testo originario: lo European Defence Fund è strutturato per consorzi complessi e cicli lunghi, mentre EUDIS, lo schema per l’innovazione che assorbe circa il 20% del bilancio annuale dell’EDF, non basta a colmare la cosiddetta “valle della morte” tra prototipo e capacità operativa in cui molte piccole imprese innovative soccombono. La proposta è arrivata in un contesto politico favorevole: la triade irlandese-lituana-greca per la presidenza di turno del Consiglio dell’UE aveva fatto della prontezza difensiva una priorità, e l’eco dell’esperienza ucraina, dove le start-up consegnano droni e sistemi d’intercettazione in settimane e non in anni, ha creato un consenso trasversale piuttosto raro.

Il sostegno, infatti, è andato ben oltre i fautori abituali dell’integrazione difensiva. Al Consiglio, il Coreper ha approvato il mandato di negoziazione il 3 giugno 2026. Al Parlamento, la posizione è stata adottata il 25 giugno nelle Commissioni Industria (ITRE) e Sicurezza e Difesa (SEDE) con 76 voti favorevoli, 8 contrari e 7 astenuti, insieme a un forte mandato negoziale approvato con 83 voti. Persino il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR, di cui fa parte l’italiano Fratelli d’Italia), tradizionalmente cauto su ogni nuovo strumento comunitario, ha plaudito a un meccanismo “più operativo e più orientato all’industria”, sottolineando la complementarità con le iniziative NATO come DIANA e il NATO Innovation Fund. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha parlato di un’Europa che “ha il talento e la tecnologia per guidare l’innovazione difensiva”. Il negoziato si è chiuso il 15 luglio 2026, in un unico round negoziale di trilogo (termine tecnico della bolla brussellese per indicare i colloqui tra le tre istituzioni europee maggiori) sotto la presidenza irlandese. Questo è molto raro per una nuova iniziativa in materia di difesa: i precedenti strumenti o sono stati approvati con misure di emergenza (come ASAP ed EDIRPA) o hanno richiesto anni prima di essere approvati, come l’EDIP.

L’opposizione, pur minoritaria, non è mancata. Essa si è concentrata più sulla collocazione del programma che sul suo merito. Il primo ordine di critica riguarda lo stanziamento di risorse: 115 milioni sono una cifra molto inferiore a quelle di programmi come l’EDIP (1,5 miliardi) o l’EDF (7,3 miliardi) e alcuni hanno denunciato il rischio di uno strumento puramente simbolico. Il secondo è politico: al voto finale del 6 ottobre la plenaria del Parlamento ha approvato il testo con 536 favorevoli, ma 101 europarlamentari hanno votato contro e 16 si sono astenuti, con i gruppi più euroscettici e pacifisti critici verso una militarizzazione crescente del bilancio comunitario. Tra questi il gruppo di estrema sinistra The Left (di cui fa parte il Movimento Cinque Stelle) e quello di estrema destra e ultraconservatore L’Europa delle Nazioni Sovrane (di cui fa parte Futuro Nazionale). La terza critica è tecnica: il timore di sovrapposizioni con EUDIS e il rischio che il finanziamento rapido, con minori verifiche, esponga a sprechi.

Nessuna di queste resistenze ha però rallentato l’iter. Dopo il voto del Parlamento del 6 ottobre, il Consiglio ha completato l’iter il 12 ottobre. Il regolamento sarà firmato dai presidenti delle due istituzioni, pubblicato in Gazzetta ufficiale ed entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione, quindi indicativamente a novembre 2026.

Come funziona e quanto è applicabile

AGILE è un quindi programma pilota a ciclo corto, pensato per essere pienamente operativo dal 1° gennaio 2027, con un primo bando atteso all’inizio dell’anno. I destinatari sono le PMI, le start-up e le scale-up che sviluppano prodotti difensivi emergenti e dirompenti, incluse le imprese di origine civile che adattano tecnologie a doppio uso al settore militare. I settori nel mirino sono quelli in cui il tempo di iterazione è più breve e l’impatto potenziale più alto: intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, sistemi senza pilota, sensori specializzati, comunicazioni e contromisure alle nuove minacce sul campo.

Ciò che distingue AGILE dagli strumenti europei finora noti è che la velocità non è un obiettivo, ma è inscritta nella sua architettura giuridica. Le imprese dovrebbero ricevere decisioni di finanziamento entro quattro mesi dalla chiusura del bando, con la possibilità di rifondere spese sostenute fino a tre mesi prima della scadenza. Secondo EU Business, questo è stato pensato per non costringere le piccole imprese a sostenere i costi senza liquidità durante l’attesa. Le tecnologie finanziate devono poter arrivare nelle forze armate entro uno-tre anni, un orizzonte impensabile per i cicli tradizionali degli appalti difensivi, e il programma finanzierà un numero volutamente limitato di venti-trenta progetti selezionati per il loro potenziale operativo più che per la dimensione.

Il programma di lavoro copre due attività strettamente concatenate. Da un lato lo sviluppo di prodotti e tecnologie orientati a missioni specifiche, dirompenti, con le sfide tecniche definite insieme agli Stati Membri in modo che l’innovazione risponda a bisogni operativi reali e non a curiosità di laboratorio. Dall’altro l’accesso accelerato alle strutture di test e certificazione, incontri con i grandi appaltatori della difesa e un ponte verso il mercato, senza il quale anche la migliore tecnologia resta un prototipo ben finanziato.

Quanto alla reale applicabilità, il modello di riferimento è esplicitamente quello ucraino: squadre ingegneristiche collegate direttamente agli utilizzatori operativi, con droni da ricognizione, intercettori e robot terrestri sviluppati sul campo in tempo reale. L’UE cerca di replicare quell’agilità attraverso le capacità di collaudo collettive e i collegamenti tra start-up e appaltatori principali. Il programma è deliberatamente piccolo rispetto ai grandi fondi per gli armamenti anche per quanto riguarda l’oggetto di finanziamento: non svilupperà aerei da combattimento o missili avanzati, ma tecnologie emergenti con costi di sviluppo iniziali contenuti come i sistemi senza pilota, sensori, applicazioni di comunicazione. L’idea è che poi queste possano essere acquistate in grandi quantità. Restano tuttavia i vincoli strutturali: la burocrazia comunitaria, la frammentazione dei mercati nazionali della difesa e la lentezza dei processi di approvvigionamento restano il tallone d’Achille di ogni iniziativa europea nel settore. Quindi AGILE completa EDF, EUDIS, EDIP, ed è affiancato dall’Hub for EU Defence Innovation dell’Agenzia Europea per la Difesa.

Opportunità e rischi

Le opportunità che AGILE apre sono reali e vanno ben oltre i 115 milioni stanziati. Il problema cronico dell’Europa difensiva non è tanto l’innovazione (che resta importante), ma i tempi di produzione: il ciclo che oggi separa un prototipo promettente da una capacità in servizio può durare sette-dieci anni, e AGILE attacca esattamente questa lentezza, comprimendo il periodo a tre anni. In secondo luogo, il programma apre l’industria della difesa a nuovi attori: le barriere all’ingresso del settore come certificazioni, contatti, e capitali hanno finora tenuto fuori le imprese tecnologiche civili che pure possiedono le competenze più avanzate in IA, quantistica e robotica. In terzo luogo, un percorso rapido verso il primo contratto militare è il segnale che il capitale di rischio europeo attende da tempo per investire nel difensivo, oggi sottocapitalizzato rispetto agli Stati Uniti: anche pochi milioni distribuiti con intelligenza possono infatti catalizzare flussi privati ben superiori. Infine, la Commissione ha già indicato che il Fondo Europeo per la Competitività, ovvero la probabile colonna portante dei fondi europei per il periodo 2028-2034 (in gergo tecnico chiamati Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE) dovrebbe assicurare continuità ed espansione oltre la fase pilota, facendo di AGILE l’incubatore di un modello permanente di finanziamento difensivo rapido.

I rischi, tuttavia, sono altrettanto concreti. Il primo è la dimensione: resta il dubbio che 115 milioni per il numero di progetti indicati, seppur consistenti per delle piccole imprese o start-up, non siano comunque abbastanza per permettere alle PMI di superare la fase di prototipazione. Senza un aumento di scala, il pericolo è quindi che AGILE resti un precursore di facciata, incapace di cambiare le dinamiche di settore. Il secondo è speculare alla sua principale virtù: le procedure accelerate, rimborsi retroattivi e tempi di valutazione ridotti significano infatti meno verifiche, e quindi più rischi di selezioni affrettate, sprechi o fallimenti scoperti tardi. Proprio per questo il regolamento prevede che l’attuazione sia monitorata da Consiglio e Parlamento. Il terzo riguarda il mercato: favorire start-up “prescelte” nei collegamenti con i grandi appaltatori rischia di creare rendite di posizione e di insediare una logica di favoritismo industriale europea che distorce la competizione. Il quarto, e forse il più serio, è quello della domanda: con i bilanci difensivi europei in crescita ma appalti ancora rigidamente nazionale, le tecnologie finanziate da AGILE potrebbero non trovare acquirenti, replicando il destino dei progetti EDF validi ma mai schierati. La velocità di sviluppo, senza una velocità equivalente di adozione, produce solo prototipi più rapidi.

In conclusione, si potrebbe dire che AGILE è per ora un esperimento culturale più che un programma. L’Unione europea mette in discussione il proprio modello procedurale per adattarsi a una minaccia che evolve a ciclo continuo. La rapidità dell’adozione dimostra che quando c’è volontà politica Bruxelles sa correre. Come ha sintetizzato la rappresentante politica della Presidenza di turno incaricata del negoziato interistituzionale Helen McEntee, “l’Ucraina ci ha mostrato che l’innovazione può essere decisiva per la preparazione e la resilienza difensiva, e AGILE dà alle PMI uno strumento per fare ciò che sanno fare meglio: innovare, solo più in fretta e su scala maggiore”. Il banco di prova verrà nel 2027, con i primi bandi: se consegneranno tecnologie operative alle forze armate nel giro di pochi mesi, AGILE diventerà il modello di finanziamento difensivo europeo. Altrimenti, resterà la dimostrazione del costo di muoversi veloci in un sistema che ai margini resta lento.

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