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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

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Per Helberg l’Italia è un partner strategico nella Pax Silica americana. Ecco perché

Gli Stati Uniti considerano l’Italia un partner strategico nel progetto di riorganizzazione delle catene globali del valore tecnologico attorno a un sistema di Paesi affidabili. E guardano al nuovo US-Italy Trusted Tech Accelerator come a uno strumento per trasformare questa visione in collaborazioni industriali concrete.

È il messaggio emerso dal fireside chat tra Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici, e l’ambasciatore italiano Marco Peronaci, durante la terza edizione dello US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, tenutasi a Washington il 15 e 16 ottobre.

Helberg ha collegato l’iniziativa Pax Silica dell’amministrazione Trump, di cui è considerato l’“architetto”, a una trasformazione strutturale dell’economia globale, sostenendo che l’intelligenza artificiale è destinata a modificare non soltanto la produttività e i ritmi di crescita, ma anche la distribuzione internazionale della ricchezza e del potere.

Per Washington, la leadership tecnologica è sempre più inseparabile dalla sicurezza economica. La costruzione di filiere resilienti tra Paesi politicamente allineati diventa così uno degli strumenti centrali della competizione strategica.

Helberg ha descritto Pax Silica come una piattaforma che riunisce nazioni dotate di capacità tecnologiche e industriali complementari, con l’obiettivo di mettere in sicurezza le infrastrutture su cui poggia l’economia dell’intelligenza artificiale. Un perimetro che supera quello dei semiconduttori e dei sistemi di calcolo avanzato, comprendendo un ecosistema manifatturiero più ampio, nel quale settori diversi dipendono spesso dagli stessi impianti produttivi e dalle medesime risorse critiche.

La strategia intende affrontare alcune vulnerabilità strutturali delle catene di approvvigionamento: l’eccessiva concentrazione geografica, la presenza di nodi produttivi difficilmente sostituibili e le dipendenze che possono esporre le economie occidentali a forme di coercizione geopolitica.

Il Sottosegretario ha inserito questo ragionamento in una prospettiva storica. A suo giudizio, gli incrementi di produttività generati dall’intelligenza artificiale potrebbero accelerare significativamente la crescita economica, modificando nell’arco di una generazione gli equilibri internazionali. I Paesi capaci di beneficiare maggiormente di questa trasformazione acquisirebbero vantaggi destinati a estendersi ben oltre il settore tecnologico.

Nel suo intervento, Helberg ha richiamato anche la tradizione occidentale della scoperta scientifica, collegandola esplicitamente al Rinascimento italiano. Un riferimento con cui ha riconosciuto il contributo storico dell’Italia allo sviluppo del pensiero scientifico e della centralità della ragione, individuandovi una delle radici culturali della risposta occidentale alle trasformazioni in corso.

La conseguenza geopolitica è che gli Stati Uniti non possono costruire da soli il proprio futuro tecnologico. Hanno bisogno di partner con competenze industriali, capacità scientifiche e interessi strategici condivisi.

Pax Silica, in questa prospettiva, combina la protezione delle filiere con la possibilità di sviluppare nuove opportunità industriali. “Non vuole essere soltanto un meccanismo difensivo, ma anche uno strumento per cogliere le opportunità”, ha spiegato Helberg.

L’iniziativa prevede forme di cooperazione sia tra governi sia tra istituzioni pubbliche e imprese private, riflettendo la struttura delle economie occidentali, nelle quali gran parte delle catene di approvvigionamento strategiche è gestita da soggetti industriali autonomi.

Secondo Helberg, uno dei problemi principali riguarda le asimmetrie informative. I governi non dispongono necessariamente di una conoscenza completa delle dipendenze delle proprie industrie, mentre le aziende hanno bisogno di maggiore visibilità sugli orientamenti normativi, sulle priorità politiche e sui rischi geopolitici. Pax Silica può contribuire a ricostruire la mappa dei nodi critici delle filiere, identificare le vulnerabilità e creare le condizioni per nuove partnership.

Particolarmente esplicito è stato il passaggio dedicato alla Cina. Il sottosegretario ha messo in guardia dalle conseguenze internazionali della sovraccapacità produttiva cinese e delle esportazioni sostenute da sussidi pubblici, evocando il rischio di un secondo China shock, o China squeeze, capace di mettere sotto pressione le industrie manifatturiere di numerosi Paesi, soprattutto nell’elettronica avanzata, nelle telecomunicazioni e nei veicoli elettrici.

A suo giudizio, i dazi hanno finora offerto una relativa protezione al mercato americano, mentre altre economie rimangono esposte alla pressione competitiva cinese. “Non vogliamo diventare un’isola circondata da mercati dominati dalla Cina”, ha affermato Helberg.

La dichiarazione chiarisce un aspetto significativo della strategia di Washington: la sicurezza economica americana dipende anche dalla tenuta dei mercati e delle industrie alleate. La protezione del mercato interno statunitense avrebbe un valore strategico limitato se i principali partner commerciali diventassero progressivamente più dipendenti dalla produzione cinese.

Nel corso della conversazione, Peronaci ha sollevato proprio il problema di come costruire alternative competitive ai fornitori attuali, considerando che la diversificazione delle filiere può comportare costi più elevati nel breve periodo. L’ambasciatore ha inoltre richiamato la possibilità di estendere la cooperazione all’Asia, all’Africa e al Mediterraneo, proponendo un parallelo con le difficoltà incontrate dalla Nato nel coordinare le capacità produttive delle industrie della difesa nei sistemi economici occidentali, caratterizzati da una struttura decentralizzata.

Il confronto ha permesso di collocare il ruolo italiano all’interno della strategia americana. Roma ha aderito alla dichiarazione Pax Silica a luglio, mentre a settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Italia e Stati Uniti hanno firmato un memorandum bilaterale sui minerali critici. Il nuovo Accelerator rappresenta un ulteriore passaggio, volto a collegare l’allineamento diplomatico agli investimenti, alla ricerca e alla cooperazione industriale.

Alla domanda diretta di Peronaci sulla possibilità di contare sul suo sostegno all’iniziativa, Helberg ha risposto senza esitazioni: “Potete assolutamente contare sul mio sostegno”. “Consideriamo l’Italia un partner molto, molto importante”, ha aggiunto, esprimendo apprezzamento per l’approccio del governo Meloni all’innovazione tecnologica.

Helberg ha inoltre sottolineato il valore della struttura operativa dell’Accelerator, in particolare la capacità di coinvolgere direttamente il settore privato e favorire la nascita di nuove collaborazioni. Ha espresso l’auspicio che l’iniziativa possa diventare un modello per mettere in relazione governi e imprese e sviluppare ulteriori partnership nell’ambito di Pax Silica.

Il dialogo ha affrontato anche il tema della regolamentazione dell’intelligenza artificiale avanzata. Rispondendo alle domande di Peronaci sulla possibile coscienza artificiale, sulla dignità umana e sui principi che dovrebbero guidare lo sviluppo tecnologico, Helberg si è dichiarato contrario all’idea di considerare senzienti i sistemi di AI.

Sul piano normativo, ha sostenuto la preferenza dell’amministrazione per un approccio basato sui singoli settori di applicazione, anziché su una disciplina generale dell’intelligenza artificiale. Veicoli autonomi, applicazioni mediche e aviazione presentano rischi differenti, che possono essere affrontati attraverso normative specifiche e principi di responsabilità civile già esistenti. L’amministrazione, ha spiegato, sta esaminando la legislazione vigente per individuare eventuali lacune.

La prossima prova per Pax Silica sarà verificare se la crescente rete di impegni diplomatici riuscirà a produrre risultati misurabili in termini di investimenti, capacità manifatturiera e resilienza delle filiere.

Per l’Italia, l’Accelerator offre la possibilità di tradurre le proprie competenze scientifiche e industriali in collaborazioni con aziende e investitori americani. Per Washington, l’iniziativa bilaterale potrebbe dimostrare come la cooperazione sulle tecnologie affidabili possa svilupparsi oltre il livello delle dichiarazioni governative.

L’obiettivo strategico che emerge dal confronto tra Peronaci e Helberg è più ampio: costruire un ecosistema tecnologico internazionale capace di sostenere la competitività economica occidentale mentre l’intelligenza artificiale ridefinisce gli equilibri globali di potere.

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Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

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L’ordine sommerso. Chi scrive le regole del nuovo ordine internazionale?

Ridurre le dipendenze, costruire nuove partnership, partecipare alla definizione delle regole internazionali. Dal Canada al Brasile, le medie potenze cercano strumenti per rafforzare la propria autonomia mentre cambia il rapporto con i grandi attori globali. Una partita che attraversa energia, tecnologie e difesa e pone una questione politica: come tradurre il peso economico e le capacità nazionali in una maggiore influenza sulle decisioni. Questo il tema dell’incontro “L’ordine sommerso: la geopolitica delle medie potenze”, promosso da Sioi e Formiche il 14 ottobre, in occasione dell’uscita del numero di ottobre della rivista, che ha dedicato un approfondimento all’argomento. Dopo i saluti e l’introduzione dell’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della SIOI, il confronto ha coinvolto Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, Marco Ricceri, consigliere SIOI e coordinatore del laboratorio Brics di Eurispes, Raffaele Nocera, professore dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ed Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, 

La crisi delle regole e della rappresentanza

L’emergere di nuovi protagonisti si accompagna all’indebolimento degli attori e delle istituzioni tradizionali. È in questa trasformazione che l’ambasciatore Sessa colloca l’ascesa delle medie potenze: “Il disordine globale non è un caso, ma l’effetto diretto di un vuoto di leadership: le istituzioni e gli attori tradizionali arretrano, e nello spazio lasciato scoperto emergono nuovi protagonisti. In SIOI ne siamo convinti: l’instabilità internazionale di oggi è, prima di tutto, una profonda crisi di governance”. Il ripensamento della cooperazione internazionale richiede quindi di guardare oltre i modelli esistenti. “Noi tutti siamo chiamati a riflettere su come possiamo migliorare il mondo o su come possiamo attrezzarci per prepararci al nuovo mondo”, ha osservato il presidente della SIOI. Da qui l’attenzione alle aggregazioni attraverso le quali questi Paesi consolidano le proprie relazioni, dai Brics all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Riprendendo le parole del primo ministro canadese Carney, Sessa ha indicato la scelta che si presenta alle medie potenze: “Competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto”. Un invito a sviluppare forme di cooperazione capaci di superare i confini geografici e di dare maggiore peso agli interessi condivisi. 

La strategia canadese tra autonomia e cooperazione

La riduzione delle vulnerabilità esterne passa anche dal rafforzamento delle capacità nazionali. Su questo legame tra politica interna e azione internazionale si fonda la strategia canadese, descritta da Golberg come “un’agenda pragmatica che unisce valori e realismo”. Ottawa punta su produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano. Alla dimensione interna si affianca la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. Il riferimento è alla formula di Mark Carney lo scorso gennaio a Davos e richiamata durante l’incontro: “Se non sei seduto al tavolo sei nel menù”. Per Golberg, la capacità di incidere resta significativa: “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente”. Sovranità, integrità territoriale, diritti umani e sviluppo sostenibile sono i principi sui quali costruire le regole future. Sul piano operativo, questa impostazione si traduce nella ricerca di reti economiche, tecnologiche e di difesa con Italia, Unione europea e interlocutori in Africa, America Latina e Asia. Partnership a geometria variabile, secondo il settore e l’obiettivo: energia, minerali critici e industria della difesa sono gli ambiti nei quali mettere a frutto capacità complementari. La finalità, ha precisato l’ambasciatrice, è “perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”.

La tecnologia nei rapporti con Washington e Pechino

Il crescente peso economico e politico delle medie potenze si riflette anche nelle relazioni che Washington e Pechino costruiscono con questi Paesi. Un riconoscimento che, secondo Rossi, emerge soprattutto negli accordi e nelle collaborazioni concrete: “Non più Paesi emergenti”, ma “Paesi che sono già emersi”, con esigenze sociali interne e leadership chiamate a rispondervi. La tecnologia è uno dei principali terreni di questa cooperazione, dall’intelligenza artificiale all’industria della difesa e alle filiere produttive. Rossi ha richiamato le collaborazioni degli Stati Uniti con l’India e con i partner asiatici, oltre ai rapporti con l’Arabia Saudita. Anche la Cina utilizza sempre più la tecnologia per sviluppare le proprie relazioni nel Golfo, affiancandola alla dimensione energetica. La diversificazione delle partnership consente a questi Paesi di mantenere contemporaneamente rapporti con entrambe le grandi potenze. Il caso saudita mostra, nella lettura di Rossi, come la cooperazione con Washington possa accompagnarsi alla presenza di tecnologie cinesi. “Non sono propense queste medio e grandi potenze ad accettare un rapporto univoco”, ha spiegato. Alle grandi potenze viene quindi richiesta la disponibilità a confrontarsi con interlocutori che mantengono più opzioni.

I Brics e la riforma dell’ordine internazionale

La richiesta di maggiore influenza trova espressione anche nei programmi di riforma delle istituzioni internazionali e nel rafforzamento della cooperazione economica tra Paesi. Su questi aspetti Ricceri ha invitato a leggere l’evoluzione dei Brics, distinguendo le posizioni dei singoli leader dai documenti approvati dal coordinamento. “Sono per la riforma dell’ordine globale, per disegnare nuove regole”, ha osservato. Accanto all’allargamento, nella sua analisi conta lo sviluppo delle relazioni economiche interne: uso delle valute nazionali, facilitazione degli scambi e collaborazione tra imprese. Un metodo che Ricceri ha definito di “cooperazione pratica con vantaggi equamente distribuiti”, attraverso il quale portare avanti programmi comuni anche in presenza di divergenze politiche. La rappresentanza nelle istituzioni diventa così parte della richiesta di partecipare alla definizione delle regole. 

Il Brasile e i costi dell’autonomia

La ricerca di margini decisionali propri deve fare i conti anche con i condizionamenti esercitati dalle grandi potenze. Il Brasile rappresenta, in questo quadro, un caso di politica estera che Nocera ha ricondotto alla tradizione autonomista, distinta sia dall’allineamento a una grande potenza sia dalla contrapposizione contro egemonica. Il consolidamento regionale e l’ampliamento delle relazioni internazionali sono le due direttrici di questa strategia. Con Lula, ha spiegato il professore, il Paese ha cercato di coniugare “il consolidamento del suo ruolo di potenza regionale” con “l’ambizione di diventare un attore globale”. Un percorso sviluppato attraverso i Brics, i rapporti con Africa, Medio Oriente e India e gli strumenti di cooperazione regionale, a partire dal Mercosur. Il rapporto con Washington resta una variabile decisiva per la prosecuzione di questa politica. Nocera ha descritto il rischio di pressioni che rendano più costoso il perseguimento degli interessi nazionali brasiliani, sottolineando però l’interesse degli stessi Stati Uniti ad avere “partner regionali forti, qualificati”, con i quali affrontare anche le crisi dell’area.

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Etiopia-Eritrea, l’escalation minaccia il Mar Rosso. Cosa c’è in gioco per l’Italia

Le forze alleate del governo etiope hanno ripreso il controllo di Mekelle, capitale regionale del Tigray, dopo il ritiro dei combattenti del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Le truppe federali sono inoltre avanzate verso il confine eritreo, raggiungendo Zalambessa il 13 ottobre.

Addis Abeba ha accusato l’Eritrea di aver inviato truppe sul territorio etiopico e di sostenere i gruppi insorti, accuse respinte da Asmara. L’Eritrea, a sua volta, sostiene che l’Etiopia si stia preparando a una guerra, mentre crescono le preoccupazioni che il confronto possa arrivare a coinvolgere Assab, porto eritreo di grande rilevanza strategica sul Mar Rosso.

L’escalation ha provocato anche un intervento diplomatico di Washington. Il 14 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro etiope Abiy Ahmed, sollecitando moderazione, dialogo e rispetto della sovranità territoriale. Human Rights Watch ha nel frattempo denunciato vittime civili causate dai bombardamenti nel Tigray meridionale.

Un eventuale confronto militare tra Etiopia ed Eritrea aprirebbe un ulteriore fronte di instabilità lungo un corridoio marittimo già sottoposto a forti pressioni geopolitiche e geoeconomiche, con il rischio di aggravare le vulnerabilità del commercio internazionale e della sicurezza regionale.

L’accordo di Pretoria del 2022 ha posto fine a due anni di guerra devastante nel Tigray, lasciando tuttavia irrisolte importanti controversie politiche e territoriali. La sua incompleta attuazione, insieme al progressivo deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea, ha indebolito gli equilibri regionali.

Priva di uno sbocco al mare dall’indipendenza eritrea del 1993, l’Etiopia considera sempre più l’accesso al Mar Rosso una necessità per il proprio sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Le ambizioni marittime di Abiy sono diventate così una delle principali preoccupazioni di Asmara, per la quale Assab rappresenta al tempo stesso una risorsa sovrana e una vulnerabilità strategica.

Sebbene un’offensiva etiope verso il porto rimanga uno scenario non confermato, la convergenza tra controversie territoriali e ambizioni strategiche contrapposte crea le condizioni per una pericolosa escalation.

La crisi nel Corno d’Africa si inserisce in un quadro di sicurezza del Mar Rosso sempre più frammentato, nel quale conflitti regionali e vulnerabilità delle rotte marittime tendono a intrecciarsi.

Sulla sponda opposta dello stretto di Bab el-Mandeb, gli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno dimostrato la capacità di interrompere il traffico commerciale internazionale, collegando l’insicurezza marittima al più ampio confronto che coinvolge Israele, Gaza e Teheran. Più a est, le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz continuano a esporre le esportazioni energetiche del Golfo e il commercio internazionale ai rischi di un’escalation regionale.

Si tratta di crisi con origini e dinamiche differenti, ma i loro effetti cumulativi minacciano un sistema marittimo interconnesso che collega il Golfo Persico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea introdurrebbe una categoria di rischio diversa: uno scontro interstatale lungo la costa africana, capace di destabilizzare ulteriormente una regione nella quale le potenze del Golfo hanno sviluppato importanti interessi strategici attraverso investimenti portuali, infrastrutturali e partenariati di sicurezza.

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno ampliato la propria presenza nel Corno d’Africa, mentre Gibuti rimane uno snodo cruciale per le installazioni militari internazionali e il traffico commerciale. Un confronto per Assab potrebbe dunque influenzare le valutazioni dei Paesi vicini e delle potenze esterne attive nel Mar Rosso, complicando ulteriormente un equilibrio regionale già fragile.

Il Corno d’Africa occupa storicamente un posto significativo nella politica estera italiana, in virtù dei profondi legami politici, economici e storici con Etiopia, Eritrea e Somalia.

Questo impegno ha conosciuto un nuovo impulso sotto il governo di Giorgia Meloni, che ha collocato l’Etiopia al centro della propria strategia africana e del Piano Mattei. Tra il 2023 e il 2025, Meloni ha incontrato Abiy Ahmed sette volte, a testimonianza dell’importanza attribuita da Roma al rapporto con Addis Abeba. Parallelamente, l’Italia ha perseguito un rafforzamento della cooperazione con l’Eritrea, mantenendo così interessi diplomatici su entrambi i fronti della possibile crisi.

La posta in gioco va tuttavia ben oltre le relazioni bilaterali. In quanto grande economia manifatturiera e commerciale europea, l’Italia dipende fortemente dai collegamenti marittimi attraverso il Mediterraneo, il Canale di Suez e il Mar Rosso per i propri scambi con i mercati asiatici.

Le interruzioni del traffico causate dagli attacchi Houthi hanno dimostrato quanto rapidamente un corridoio marittimo strategico possa diventare di fatto impraticabile per la navigazione commerciale, rafforzando l’urgenza di sviluppare rotte alternative di connettività.

In questo contesto, la realizzazione dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) ha acquisito un’importanza crescente per Roma. Lanciata nel 2023, prima della crisi della navigazione nel Mar Rosso, l’iniziativa offre l’opportunità di introdurre maggiore ridondanza e resilienza nelle reti commerciali che collegano Europa, Medio Oriente e Asia.

L’obiettivo non è sostituire le rotte marittime esistenti, ma ridurre l’eccessiva dipendenza da passaggi obbligati particolarmente vulnerabili. La crisi del Mar Rosso ha reso questa diversificazione una questione di sicurezza strategica, oltre che di efficienza economica.

L’evoluzione immediata della crisi dipenderà dalla scelta di Addis Abeba di mantenere le operazioni militari circoscritte al Tigray oppure di estenderle fino a un confronto diretto con l’Eritrea.

Il pericolo più ampio è che l’erosione degli accordi di Pretoria trasformi una pace interna già fragile in un’ulteriore fonte di instabilità regionale, aggravando le condizioni di sicurezza intorno al Mar Rosso.

Le missioni navali possono contribuire a proteggere il traffico commerciale dalle minacce immediate, ma non possono risolvere le controversie politiche e territoriali che destabilizzano le coste della regione.

La sfida per la sicurezza del Mar Rosso non riguarda più soltanto la necessità di mantenere aperte le rotte commerciali. Dipende sempre più dalla capacità di impedire che i conflitti lungo le sue sponde amplifichino le vulnerabilità di un sistema marittimo già sottoposto a forti pressioni.

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Vita e pensiero di Meredith Whittaker, la donna più scomoda dell’IA

Meredith Whittaker è una delle persone più influenti nel mondo dell’intelligenza artificiale, consacrata recentemente dal Time. Dal Vaticano al famoso summit di Davos, questa giovane donna parla del futuro del settore digitale perché lo conosce da dentro. Da sempre critica dei sistemi di sorveglianza e controllo tecnologico, non è così catastrofista sull’intelligenza artificiale e la minaccia contro l’umanità.

“Il rischio c’è ed è reale – afferma Whittaker – ma non è la storia di fantasmi di cui ci parlano giovani esaltati”. Secondo lei, il pericolo risiede nell’uso negligente della tecnologia. “Siamo stati quasi per entrare in guerra con la Cina”, ha detto all’emittente Bbc in riferimento ad un caso nel quale una chatbot usata dall’intelligence americana inventò un’informazione su una nave cinese che trasportava materiale nucleare. Gli Usa erano pronti ad una risposta militare ma nulla era vero.

Laureata in Letteratura e Retorica all’Università della California, Berkeley. Prima aveva lavorato solo dando una mano nei jazz club di Los Angeles dove suo padre suonava il trombone. “Non avevo ambizioni di carriera; è stato tutto molto casuale”, racconta al Financial Times. Nel 2006 Whittaker è entrata a lavorare a Google senza avere ancora formazione nell’area informatica. Whittaker ha fondato Google Open Research, che ha collaborato con diverse realtà sulla questione della sicurezza e le conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale. “Oggi vedo ragazzi le cui vite sono pianificate fin nei minimi dettagli, minuto per minuto. Deve essere davvero difficile, quando si è giovani e si sta cercando di capire chi si è e quale sia il proprio posto nel mondo”, prosegue.

Nel 2014, un ingegnere in visita da Harvard parlò a Whittaker di un’idea: utilizzare un software di IA per prevedere i genocidi. Lei ricorda che in quel momento ha iniziato ad avere dubbi di natura etica su questa tecnologia: “Mi chiedevo: come si può avere la certezza che sia davvero accurato? E come ci si assume la responsabilità del fatto che una previsione, di per sé, possa far pendere l’ago della bilancia? Che ruolo può avere uno strumento del genere?”.

Tre anni dopo ha saputo del Progetto Maven, un contratto segreto di Google con il Dipartimento di Difesa americano per lo sviluppo di intelligenza artificiale per la localizzazione di obiettivi grazie ai droni. Nel 2018, ha perso il lavoro – ma è stata subito assunta dall’azienda americana Palantir – dopo avere organizzato uno sciopero con 20.000 lavoratori per protestare sulla gestione di molte questioni sensibili, tra cui l’ingerenza della tecnologia in ambiti della quotidianità.

Ora Whittaker è presidente della Fondazione Signal, che gestisce l’omonima app di messaggi cifrati. Signal ha circa 70 milioni di utenti – molto meno rispetto a WhatsApp – ma si vanta di offrire protezione dei dati agli utenti. L’informazione che “viaggia” nei messaggi resta nei propri server, per cui è improbabile che possa arrivare a terzi.

La Fondazione Signal “è finanziata principalmente tramite donazioni e l’applicazione è stata scaricata centinaia di milioni di volte in tutto il mondo”, scrive il Financial Times. Per il giornale, Whittaker è “una figura rara nel panorama tecnologico: denuncia gli eccessi del potere aziendale, si scaglia contro quello che definisce un ‘modello di business basato sulla sorveglianza di massa’ e si batte per la tutela della privacy”. “È probabilmente la voce più critica e scomoda della Silicon Valley. Negli ultimi anni è diventata l’antitesi delle Big Tech”, scrive il Financial Times.

Whittaker vive molti mesi all’anno in viaggio. Per mantenere il proprio equilibrio, segue routine ovunque si trovi: prepararsi un caffè aromatizzato con il cardamomo e con una miscela di cicoria e funghi, lezione di yoga (che pratica da 20 anni) e cucinare la cena quando torna a casa, per ritrovare il contatto con la realtà. Legge continuamente libri di storia politica della tecnologia.

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