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BULLI DA FARE SCHIFO
BULLI DA FARE SCHIFO
In gruppo per menare le mani, per prendere a calci in faccia uno sconosciuto, un innocente colpevole soltanto di essere un portatore di handicap. In tanti a circondarlo, spintonarlo fino a farlo cadere, preso a calci in bocca, un plotone di esecuzione avvezzo a fare del male a un innocente che niente ha fatto e niente ha detto, tranne che vivere come ognuno ha il diritto di provare a sognare. Tanti imbecilli a picchiare e tanti altri a filmare lo scempio in atto, ciascuno a dare lustro ai propri scaracchi esistenziali. Bulli da fare schifo, senza se e senza ma, perché chi causa tanta sofferenza senza provare un accenno di vergogna, è soltanto un bicchiere vuoto capovolto. Quando accade un fatto del genere con protagonisti adolescenti senza arte né parte, senza conoscenza alcuna del valore della dignità, la preoccupazione non è soltanto per la vittima, ma per ciò che resta all’intorno di una società abituata a ingrossare le fila di un certa indifferenza sociale, mentre la ferita sottotraccia, i bordi lacerati a rimarginarsi avranno bisogno di tanta prossimità umana, perche’ il dolore si attenua, ma l’impronta sbiadita rimane per ciò che è stato. Bulli da fare schifo è il minimo per indicare un’azione così priva di pietà e di compassione, quale opposto e contrario del coraggio di vivere nel rispetto di se stessi e degli altri. Più guardo e riguardo le sequenze di quel video più mi convinco che le etichette servono soltanto a confondere, ma in questa violenza così priva di scopo e utilità c’è per intero un vero e proprio arsenale di problemi sociali, che metteno a nudo la nostra incapacità a distinguere l’età di questi adolescenti, in una apnea asfissiante che li rende prigionieri di pregiudizi, deliri di onnipotenza, narcisi al primo imbocco di rabbia e solitudini. Eppure il lockdown ha oramai una fisionomia cretacea, non ha più senso accollargli ancora le irresponsabilità di questo presente vandalico, forse l’inaccettabilità di quel plotone di imbecilli avrebbe la necessità non più rinviabile di una collettività adulta a mettesi a mezzo, di traverso, anche solamente per evitare di risultare il vero imputato che legittima questi bulli da fare schifo.
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Il melodramma nei licei
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene sull’annunciata introduzione del melodramma nell’insegnamento della letteratura italiana nei licei, prevista dal Ministero dell’Istruzione e del Merito a partire dal prossimo anno scolastico, riconoscendo nell’iniziativa un’opportunità di particolare interesse per l’arricchimento della formazione culturale degli studenti. La proposta del ministro Giuseppe Valditara invita tuttavia a una riflessione che supera il semplice ampliamento dei contenuti disciplinari e riguarda il modo stesso in cui la scuola interpreta e trasmette la tradizione letteraria nazionale.
La storia della letteratura italiana non può essere compresa pienamente attraverso una prospettiva limitata alla produzione scritta, poiché una parte fondamentale della nostra esperienza culturale si è sviluppata attraverso l’incontro tra parola poetica, musica e rappresentazione teatrale. Il melodramma ha contribuito alla diffusione della lingua italiana e alla formazione di una sensibilità collettiva, trasformando vicende individuali e conflitti storici in esperienze artistiche capaci di raggiungere pubblici differenti. La sua rilevanza non deriva, pertanto, soltanto dalla popolarità delle opere, ma dalla particolare capacità di rappresentare la complessità dell’esistenza attraverso un linguaggio nel quale la parola acquista significati ulteriori grazie alla dimensione musicale.
In questa prospettiva, l’accostamento tra Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni assume un significato culturale rilevante, purché non venga interpretato come una semplice equiparazione tra forme artistiche profondamente diverse. Se il romanzo manzoniano affida alla narrazione l’indagine dei comportamenti individuali e delle trasformazioni storiche, il teatro verdiano concentra nella tensione drammatica e musicale interrogativi altrettanto profondi sulla responsabilità, sul potere e sulle contraddizioni dell’agire umano. Si tratta di linguaggi distinti che, attraverso differenti modalità espressive, contribuiscono alla comprensione di una medesima stagione culturale.
Occorre inoltre considerare che il melodramma italiano, pur avendo svolto una funzione significativa nella costruzione dell’identità culturale nazionale, si è alimentato di un confronto costante con la letteratura europea. La rielaborazione musicale di opere di Shakespeare, Schiller e Hugo dimostra come la vitalità della nostra tradizione artistica sia derivata anche dalla capacità di accogliere, interpretare e trasformare esperienze culturali differenti. Questo aspetto merita particolare attenzione nell’insegnamento, affinché lo studio del melodramma non si risolva in una lettura esclusivamente celebrativa, ma favorisca una conoscenza storicamente consapevole dei processi di elaborazione letteraria.
Il CNDDU ritiene che la validità dell’iniziativa dipenderà soprattutto dalle modalità della sua realizzazione. L’introduzione di nuovi contenuti richiede una progettazione didattica coerente con l’ordinamento dei licei delineato dal DPR 89/2010 e con gli obiettivi specifici di apprendimento previsti dal DM 211/2010. La conoscenza delle principali opere liriche, infatti, non coincide necessariamente con la disponibilità degli strumenti metodologici indispensabili per analizzare le relazioni tra testo poetico, costruzione drammatica e linguaggio musicale. Risulta pertanto opportuno prevedere percorsi di aggiornamento qualificati, capaci di sostenere concretamente il lavoro degli insegnanti senza appesantire ulteriormente la programmazione disciplinare.
L’efficacia della proposta dovrà essere valutata anche in relazione alla possibilità di assicurare a tutti gli studenti esperienze formative adeguate, indipendentemente dalla disponibilità di istituzioni musicali e teatrali nel territorio di appartenenza. In assenza di strumenti didattici accessibili e di un’effettiva collaborazione tra le diverse competenze disciplinari, il rischio sarebbe quello di trasformare un patrimonio artistico straordinariamente vitale in un ulteriore contenuto da apprendere prevalentemente attraverso lo studio manualistico.
Il CNDDU auspica quindi che l’iniziativa ministeriale sia accompagnata da una riflessione pedagogica e culturale all’altezza della complessità del tema. L’ingresso del melodramma nei percorsi liceali potrà rappresentare un autentico progresso soltanto se contribuirà a superare una concezione eccessivamente rigida della letteratura, restituendo agli studenti la consapevolezza delle molteplici forme attraverso cui una civiltà esprime e interpreta la propria esperienza storica.
Il punto decisivo non è riconoscere a Verdi un’importanza che la storia della cultura gli ha già ampiamente attribuito, ma consentire alla scuola di spiegare perché la sua opera continui a parlare al presente. Una tradizione artistica non diventa realmente patrimonio formativo quando viene inserita in un programma, ma quando le nuove generazioni acquisiscono gli strumenti per comprenderla criticamente. È su questa capacità, più che sull’estensione dei contenuti prescritti, che dovrà misurarsi il valore dell’innovazione annunciata.
prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU
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Iran: salviamo Najmeh Amini
Le iniziative per la palestina della settimana
Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani
Produttore cinematografico, manager globale e attivista per i diritti umani. Nicola Paparusso, fondatore della Paparusso Communication, è l’uomo che ha saputo anticipare le dinamiche della creator economy globale, guidando per anni come manager la crescita di fenomeni planetari come Khaby Lame.
Attivo socialmente con la piattaforma internazionale da lui guidata All Future Generations (Afg), è attualmente impegnato nella produzione internazionale del docufilm One Heart, che unisce grandi stelle del cinema mondiale, sostenibilità e diplomazia culturale.
Paparusso Communication si è imposta come un punto di riferimento globale nel digital management e nelle produzioni audiovisive internazionali. Come si tengono uniti settori apparentemente così distanti?
Il segreto è vedere le connessioni dove altri vedono barriere. Quando gestiamo grandi talenti o produciamo un’opera cinematografica, non ci limitiamo alla massimizzazione del profitto, ma cerchiamo un valore immateriale che possa trasformarsi in un asset concreto. Muoversi tra la gestione di grandi star, la produzione cinematografica internazionale e i tavoli della cooperazione globale richiede una struttura aziendale agile e una reputazione fondata sulla trasparenza. I partner finanziari ed etici internazionali riconoscono questo approccio e investono sui nostri progetti perché sanno che la sostenibilità dei valori si traduce in una solida sostenibilità economica.
A breve presenterete a Parigi One Heart. Questo progetto ha un’anima profondamente familiare, ma è anche segnato da un recente, doloroso lutto. Ce ne può parlare?
È un progetto nato dal cuore e dalla visione di mio figlio Axel. È stato lui a scriverne il soggetto, dimostrando una sensibilità straordinaria nel connettere la salvaguardia del pianeta alle tradizioni dei nativi americani. Abbiamo messo insieme un cast d’eccezione, dal premio Oscar Wes Studi a Mo Brings Plenty, volto della serie Yellowstone, fino a Marshall e Crystle Lightning. Colgo questa occasione per ricordare la nostra regista, una donna straordinaria. Nonostante stesse combattendo una dura battaglia contro il cancro e affrontasse cure estremamente invasive, continuava a venire sul set con un’energia instancabile. Purtroppo, ci ha lasciati a causa di un tragico incidente a cavallo. Non ce ne facciamo ancora una ragione, il dolore è immenso. Questo documentario è interamente dedicato a lei, alla sua memoria e alla sua straordinaria lezione di vita.
Nella creator economy, che oggi muove miliardi a livello globale, lei ha un osservatorio privilegiato: si pensi al suo ruolo di manager di Khaby Lame. Come si può conciliare la monetizzazione con il suo imperativo di guidare i grandi talenti verso l’attivismo sociale?
La creator economy è oggi una solida realtà finanziaria globale, ma rischia il collasso di credibilità se si limita alla sterile sponsorizzazione di prodotti. L’esperienza di aver guidato e gestito per anni un talento straordinario come Khaby Lame mi ha confermato che, quando si raggiungono tali livelli di visibilità planetaria, i grandi numeri devono necessariamente comportare grandi responsabilità. Una reach multimilionaria deve trasformarsi in un veicolo per lanciare messaggi universali, positivi e accessibili a tutti. La mia filosofia di management è chiara: aiutiamo i creatori di contenuti a capitalizzare la loro influenza globale orientandoli verso cause umanitarie, l’inclusione e il contrasto al razzismo. Un posizionamento etico a lungo termine vince sempre sulla monetizzazione speculativa a breve termine.
Lei ha all’attivo collaborazioni negli Stati Uniti al fianco di star hollywoodiane. Lavorare a questi livelli cambia la prospettiva di un produttore?
Confrontarsi con l’industria americana, osservare sul set artisti del calibro di Will Smith, Martin Lawrence, Kevin Hart e Ryan Gosling, per citarne alcuni, ti regala una preziosa comprensione della scala industriale dell’intrattenimento. Eppure, se devo guardare indietro e scegliere le collaborazioni che hanno davvero forgiato la mia identità, che mi hanno arricchito dentro e da cui ho imparato di più, devo tornare alle mie radici, in Italia. Penso, innanzitutto, al mio socio Gian Carlo Nicotra, lo storico regista scomparso nel 2013, un genio assoluto con cui ho condiviso la scrittura e la produzione di Sua Eccellenza Italia – Il Galà del Made in Italy per Rai Uno. E penso a Pippo Baudo, che di quel grande show fu lo straordinario conduttore. Lavorare al loro fianco è stata la mia vera università.
La sua organizzazione, All Future Generations, ha all’attivo collaborazioni come quelle con Unesco, Unar e Parlamento europeo. In che modo queste sinergie istituzionali trasformano l’attivismo in un motore di crescita sociale ed economica?
Abbiamo strutturato Afg come una piattaforma di cooperazione internazionale ad altissimo livello. Queste partnership testimoniano che la lotta per l’uguaglianza, contro il razzismo e per la valorizzazione delle diversità non è solo uno slogan, ma una necessità strutturale delle società moderne. Portare questi temi ai tavoli delle massime istituzioni e integrarli nelle filiere creative della moda e dell’arte permette di creare opportunità reali per i mercati emergenti. L’inclusione crea valore economico reale, apre nuovi mercati e forma una nuova generazione di cittadini e professionisti globali.
Ci risulta che Paparusso Communication stia lavorando a un nuovo progetto, questa volta tutto al femminile. Che cosa può anticiparci?
È tra i progetti in fieri: una docuserie dedicata alle donne e al loro successo, dove ogni puntata sarà dedicata a un personaggio contemporaneo. Ad aprire la serie sarà Jasmine Haffadi, fondatrice di StoreFit, imprenditrice di successo nel mondo fitness italiano.
L’articolo Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani è tratto da Forbes Italia.
Supercinema. I film in uscita nel weekend in Italia: 16 ottobre 2026


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Caro carburanti, iniziato il blocco trasporti in Calabria: il presidio a Lamezia
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