❌

Modalità di lettura

Dove va il Terzo settore?

Questo è il primo di una breve serie di articoli di Alessandro Messina dedicata all’evoluzione del terzo settore in Italia

In Italia il terzo settore è fatto di associazioni sportive e culturali, cooperative sociali, fondazioni, organizzazioni di volontariato, enti che si occupano di assistenza, salute, educazione, ambiente, cooperazione internazionale. È un universo di oltre 360 mila organizzazioni, quasi 900 mila lavoratori e milioni di volontari.
Negli ultimi vent’anni questo mondo è cresciuto molto e ha assunto un ruolo sempre più importante nella produzione di servizi di welfare, nell’occupazione e nella vita dei territori. Ma è cambiato anche al proprio interno. Cooperative sociali e fondazioni hanno aumentato peso economico e capacità organizzativa, mentre molte associazioni e organizzazioni di piccola e media dimensione faticano a mantenere equilibrio economico e autonomia. 

Capire come è cambiato il terzo settore significa quindi capire come stanno cambiando il welfare italiano, il rapporto tra pubblico e privato, il lavoro sociale, il volontariato e la partecipazione civile. 

Ci aiutano i dati dell’Istat, che in serie storica coprono un arco di tempo di 22 anni: nel 1999 le istituzioni non profit attive in Italia erano 221 mila; nel 2021 sono diventate 361 mila. Nello stesso periodo gli occupati sono saliti da 532 mila a 894 mila e i ricavi, calcolati a prezzi costanti, da 52,9 a 92,9 miliardi di euro. Anche correggendo il dato per alcune componenti statistiche anomale, la crescita reale resta del 58,7%. 

Per capire dove porta questa crescita può essere utile riprendere una classificazione proposta alla fine degli anni Novanta da Lester Salamon e Helmut Anheier (“Social Origins of Civil Society”, 1998)⁠. Nel loro studio comparato sui sistemi non profit distinguevano quattro modelli, incrociando due variabili: quanto pesa il terzo settore nell’economia e quanto spende lo Stato per il welfare. Ne risultavano quattro configurazioni: liberale, con spesa pubblica relativamente bassa e nonprofit ampio; socialdemocratica, con forte welfare pubblico e nonprofit più piccolo; corporativa, con alta spesa pubblica e un ampio sistema di soggetti non profit coinvolti nella produzione dei servizi; statista, con entrambi gli elementi relativamente deboli.  Lo studio collocava l’Italia di allora, sia pure meno nettamente della Svezia, vicino al modello socialdemocratico: spesa sociale pubblica relativamente alta e un settore non profit ancora piccolo se misurato attraverso l’occupazione. 

Ventidue anni dopo il quadro è molto diverso. L’occupazione non profit è cresciuta del 68%. I ricavi delle cooperative sociali sono passati, in termini reali, da 4,2 a oltre 17 miliardi di euro. Oggi queste cooperative concentrano più della metà dell’occupazione dell’intero settore. Nei servizi sociali gli occupati sono passati da 151 mila a 438 mila.

La traiettoria italiana sembra quindi essersi spostata verso il quadrante corporativo: lo Stato continua a finanziare e regolare una parte importante del welfare, mentre una quota crescente della produzione concreta dei servizi è affidata a cooperative sociali, fondazioni e altri soggetti non profit.

Resta aperta una questione decisiva: quanto questo passaggio sia stato progettato. Nei dati si vede una direzione precisa. Tra il 1999 e il 2021 i ricavi da contratti con la Pubblica amministrazione sono cresciuti del 59,9% in termini reali, mentre i sussidi sono diminuiti del 28,6%. All’interno delle due principali fonti pubbliche, il peso dei contratti è salito dal 76,3% all’87,8%. È difficile leggere questa trasformazione come una semplice evoluzione spontanea. Allo stesso tempo, manca una scelta pubblica altrettanto esplicita sulle condizioni economiche, patrimoniali e finanziarie necessarie a sostenere il sistema che si stava costruendo.

C’è dunque da interrogarsi su quanto un terzo settore molto più grande, molto più coinvolto nella produzione del welfare e molto più differenziato (e diseguale) al proprio interno. Per interrogarci su quanto, nei prossimi anni, questo modello saprà garantire pluralismo, autonomia e capacità di investimento, oppure se tenderà a concentrare risorse e potere organizzativo in un numero sempre più ristretto di soggetti.

  •  

BULLI DA FARE SCHIFO

BULLI DA FARE SCHIFO

 

In gruppo per menare le mani, per prendere a calci in faccia uno sconosciuto, un innocente colpevole soltanto di essere un portatore di handicap. In tanti a circondarlo, spintonarlo fino a farlo cadere, preso a calci in bocca, un plotone di esecuzione avvezzo a fare del male a un innocente che niente ha fatto e niente ha detto, tranne che vivere come ognuno ha il diritto di provare a sognare. Tanti imbecilli a picchiare e tanti altri a filmare lo scempio in atto, ciascuno a dare lustro ai propri scaracchi esistenziali. Bulli da fare schifo, senza se e senza ma, perché chi causa tanta sofferenza senza provare un accenno di vergogna, è soltanto un bicchiere vuoto capovolto. Quando accade un fatto del genere con protagonisti adolescenti senza arte né parte, senza conoscenza alcuna del valore della dignità, la preoccupazione non è soltanto per la vittima, ma per ciò che resta all’intorno di una società abituata a ingrossare le fila di un certa indifferenza sociale, mentre la ferita sottotraccia, i bordi lacerati a rimarginarsi avranno bisogno di tanta prossimità umana, perche’ il dolore si attenua, ma l’impronta sbiadita rimane per ciò che è stato. Bulli da fare schifo è il minimo per indicare un’azione così priva di pietà e di compassione,  quale opposto e contrario del coraggio di vivere nel rispetto di se stessi e degli altri.  Più guardo e riguardo le sequenze di quel video più mi convinco  che le etichette servono soltanto a confondere, ma in questa violenza così priva di scopo e utilità c’è per intero un vero e proprio arsenale di problemi sociali, che metteno a nudo la nostra incapacità a distinguere l’età di questi adolescenti, in una apnea asfissiante che li rende prigionieri di pregiudizi, deliri di onnipotenza, narcisi al primo imbocco di rabbia e solitudini. Eppure il lockdown ha oramai una fisionomia cretacea, non ha più senso accollargli ancora le irresponsabilità di questo presente vandalico, forse l’inaccettabilità di quel plotone di imbecilli avrebbe la necessità non più rinviabile di una collettività adulta a mettesi a mezzo, di traverso,  anche solamente per evitare di risultare il vero imputato che  legittima questi bulli da fare schifo.

L'articolo BULLI DA FARE SCHIFO proviene da politicamentecorretto.com.

  •  

Il melodramma nei licei

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene sull’annunciata introduzione del melodramma nell’insegnamento della letteratura italiana nei licei, prevista dal Ministero dell’Istruzione e del Merito a partire dal prossimo anno scolastico, riconoscendo nell’iniziativa un’opportunità di particolare interesse per l’arricchimento della formazione culturale degli studenti. La proposta del ministro Giuseppe Valditara invita tuttavia a una riflessione che supera il semplice ampliamento dei contenuti disciplinari e riguarda il modo stesso in cui la scuola interpreta e trasmette la tradizione letteraria nazionale.

La storia della letteratura italiana non può essere compresa pienamente attraverso una prospettiva limitata alla produzione scritta, poiché una parte fondamentale della nostra esperienza culturale si è sviluppata attraverso l’incontro tra parola poetica, musica e rappresentazione teatrale. Il melodramma ha contribuito alla diffusione della lingua italiana e alla formazione di una sensibilità collettiva, trasformando vicende individuali e conflitti storici in esperienze artistiche capaci di raggiungere pubblici differenti. La sua rilevanza non deriva, pertanto, soltanto dalla popolarità delle opere, ma dalla particolare capacità di rappresentare la complessità dell’esistenza attraverso un linguaggio nel quale la parola acquista significati ulteriori grazie alla dimensione musicale.

In questa prospettiva, l’accostamento tra Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni assume un significato culturale rilevante, purché non venga interpretato come una semplice equiparazione tra forme artistiche profondamente diverse. Se il romanzo manzoniano affida alla narrazione l’indagine dei comportamenti individuali e delle trasformazioni storiche, il teatro verdiano concentra nella tensione drammatica e musicale interrogativi altrettanto profondi sulla responsabilità, sul potere e sulle contraddizioni dell’agire umano. Si tratta di linguaggi distinti che, attraverso differenti modalità espressive, contribuiscono alla comprensione di una medesima stagione culturale.

Occorre inoltre considerare che il melodramma italiano, pur avendo svolto una funzione significativa nella costruzione dell’identità culturale nazionale, si è alimentato di un confronto costante con la letteratura europea. La rielaborazione musicale di opere di Shakespeare, Schiller e Hugo dimostra come la vitalità della nostra tradizione artistica sia derivata anche dalla capacità di accogliere, interpretare e trasformare esperienze culturali differenti. Questo aspetto merita particolare attenzione nell’insegnamento, affinché lo studio del melodramma non si risolva in una lettura esclusivamente celebrativa, ma favorisca una conoscenza storicamente consapevole dei processi di elaborazione letteraria.

Il CNDDU ritiene che la validità dell’iniziativa dipenderà soprattutto dalle modalità della sua realizzazione. L’introduzione di nuovi contenuti richiede una progettazione didattica coerente con l’ordinamento dei licei delineato dal DPR 89/2010 e con gli obiettivi specifici di apprendimento previsti dal DM 211/2010. La conoscenza delle principali opere liriche, infatti, non coincide necessariamente con la disponibilità degli strumenti metodologici indispensabili per analizzare le relazioni tra testo poetico, costruzione drammatica e linguaggio musicale. Risulta pertanto opportuno prevedere percorsi di aggiornamento qualificati, capaci di sostenere concretamente il lavoro degli insegnanti senza appesantire ulteriormente la programmazione disciplinare.

L’efficacia della proposta dovrà essere valutata anche in relazione alla possibilità di assicurare a tutti gli studenti esperienze formative adeguate, indipendentemente dalla disponibilità di istituzioni musicali e teatrali nel territorio di appartenenza. In assenza di strumenti didattici accessibili e di un’effettiva collaborazione tra le diverse competenze disciplinari, il rischio sarebbe quello di trasformare un patrimonio artistico straordinariamente vitale in un ulteriore contenuto da apprendere prevalentemente attraverso lo studio manualistico.

Il CNDDU auspica quindi che l’iniziativa ministeriale sia accompagnata da una riflessione pedagogica e culturale all’altezza della complessità del tema. L’ingresso del melodramma nei percorsi liceali potrà rappresentare un autentico progresso soltanto se contribuirà a superare una concezione eccessivamente rigida della letteratura, restituendo agli studenti la consapevolezza delle molteplici forme attraverso cui una civiltà esprime e interpreta la propria esperienza storica.

Il punto decisivo non è riconoscere a Verdi un’importanza che la storia della cultura gli ha già ampiamente attribuito, ma consentire alla scuola di spiegare perché la sua opera continui a parlare al presente. Una tradizione artistica non diventa realmente patrimonio formativo quando viene inserita in un programma, ma quando le nuove generazioni acquisiscono gli strumenti per comprenderla criticamente. È su questa capacità, più che sull’estensione dei contenuti prescritti, che dovrà misurarsi il valore dell’innovazione annunciata.

prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

L'articolo Il melodramma nei licei proviene da politicamentecorretto.com.

  •  
❌