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Proteste studentesche, Meloni commenta solo le violenze: “Le opposizioni le condannino”. La replica: “Sì, ma lei pensi agli italiani anziché prendersela con loro”

“Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete, questo dovrebbe fare un governo”. È la risposta della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che da Bruxelles ha accusato i leader dell’opposizione di non aver condannato le violenze durante le proteste studentesche. “Sono sempre contenta quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine”, ha dichiarato la premier, chiedendo a tutte le forze politiche di fare un appello affinché le manifestazioni si svolgano senza violenza. Schlein ha quindi collegato le proteste degli studenti a quelle degli agricoltori e degli autotrasportatori: “Non è colpa di chi protesta se i prezzi della benzina sono insostenibili”. E ha concluso: “Ci sono le nostre proposte concrete sul tavolo, Meloni pensi agli italiani anziché prendersela con loro”.

Anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha attaccato la premier, accusandola di non occuparsi delle proteste in corso in Italia. “La presidente Meloni ci aggiorna: a margine del Consiglio europeo ha messo sul tavolo della discussione i fatti di Ceuta. Ma Ceuta dista 700 miglia nautiche dall’Italia. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio”, ha scritto sui social. Conte ha quindi chiesto al governo di dare risposte “alla disperazione di migliaia di autotrasportatori, agricoltori e lavoratori travolti da rincari, carocarburante e tasse”, richiamando anche le difficoltà dei cittadini e le proteste degli studenti. “Se non se ne è accorta le mandiamo qualche immagine dai presidi nel Paese in cui stiamo ascoltando persone allo stremo”, ha aggiunto, concludendo: “La risposta non possono essere l’indifferenza dopo 4 anni di nulla e 14 miliardi extra in armi e difesa”.

Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha replicato alla premier condannando “senza ambiguità ogni forma di violenza”. Ma la presidente del consiglio, ha aggiunto, “dovrebbe chiedere scusa agli studenti e agli insegnanti italiani”. Bonelli ha quindi attaccato le scelte del governo sull’istruzione: “Mentre le scuole cadono a pezzi, gli edifici scolastici sono insicuri e i nostri docenti sono tra i meno pagati d’Europa, il suo governo ha scelto di destinare miliardi al riarmo anziché investire nell’istruzione pubblica”. E ha aggiunto: “La scuola ha bisogno di risorse, sicurezza e dignità, non di essere sacrificata sull’altare delle spese militari”.

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Via Montebello, stop alla Zsc: “una buona notizia per commercianti e clienti”

Livorno 16 ottobre 2026   Ho una buona notizia da comunicare ai commercianti di via Montebello e ai loro clienti: il tratto di strada più vicino a piazza Matteotti tornerà a breve a essere accessibile alla sosta anche per i non residenti, grazie alla eliminazione della Zsc. Avevo già sollecitato questo provvedimento in occasione del …

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Kyiv e difesa europea misurano la credibilità di governo. La lezione di Casini al centrosinistra

C’è un’Europa che rischia di svegliarsi troppo tardi, quando le decisioni sul suo destino saranno già state prese altrove. Stretta tra le ambizioni di Mosca, la potenza di Pechino e un’America che riscrive le regole delle relazioni internazionali, l’Unione si trova davanti a una scelta che non ammette scorciatoie: diventare finalmente un soggetto politico oppure rassegnarsi a essere un territorio conteso. Pier Ferdinando Casini, con il garbo di chi conosce i tempi lunghi della politica e il peso delle sue parole, affida a Ferrara un messaggio che attraversa i confini nazionali e arriva fino alle contraddizioni del centrosinistra.

Perché se l’Europa è il terreno sul quale si gioca il futuro dell’Occidente, l’Ucraina è il banco di prova sul quale si misura la credibilità di chi aspira a governare l’Italia.

Il senatore, eletto nelle liste del Pd da indipendente, interviene a Palazzo Barbantini-Koch, nella cornice di un incontro dedicato al pensiero europeo di Guido Carli. Ma il passato, in questa riflessione, non è un rifugio nostalgico. È una lente attraverso cui leggere un presente che sembra aver smarrito alcune delle proprie coordinate. “Il salto politico che deve fare l’Europa passa dalla politica estera comune e dalla Difesa”.

Poche parole, una direzione precisa. Perché il continente che ha saputo trasformare le macerie del Novecento in un progetto di pace rischia oggi di scoprire quanto sia fragile una costruzione economica priva di una piena sovranità politica e strategica.

“O l’Europa è unita o non è”. La formula di Casini non concede molto spazio alle zone grigie. L’integrazione dei mercati, una politica estera comune e una difesa condivisa non sono capitoli separati di un’agenda comunitaria: sono le condizioni perché gli europei possano decidere del proprio destino.

L’intuizione di Carli, in questo senso, conserva una forza quasi profetica. Gli europei non devono diventare sudditi. “Né di Xi né di Putin“.

E neppure di Donald Trump, che, nella lettura del senatore, sta sostituendo la trama multilaterale delle relazioni internazionali con una diplomazia costruita sui rapporti di forza. In un mondo in cui il linguaggio della potenza torna a prevalere su quello delle regole, la debolezza europea rischia di diventare una condizione permanente.

È però sull’Ucraina che il ragionamento abbandona il terreno delle architetture istituzionali e diventa una questione immediatamente politica. Perché dietro il conflitto non c’è soltanto il destino di Kyiv, ma la tenuta dell’intero sistema di sicurezza europeo.

Casini affronta il tema senza cercare riparo nelle formule prudenti: “Smettiamola di fare la domanda più stupida alle persone: preferite i soldi in sanità o sulla Difesa?”. E chiarisce: “Noi, al momento, siamo indifesi. Ed essere al fianco dell’Ucraina, anche militarmente, significa difendere l’Europa”.

È un messaggio che arriva anche al campo largo, dove il sostegno militare a Kyiv continua a rappresentare una delle linee di frattura più difficili da ricomporre. Casini non si limita a richiamare la collocazione internazionale dell’Italia: mette in discussione la possibilità stessa di separare la sicurezza dal resto delle politiche pubbliche, come se la difesa fosse un lusso da concedersi soltanto dopo aver soddisfatto ogni altra necessità.

La questione, invece, è quale spazio possa rivendicare un’Europa incapace di proteggersi e quale credibilità possa avere una coalizione che ambisce a governare senza una posizione condivisa sui principali conflitti internazionali.

Il punto non è cancellare le differenze, ma stabilire dove debba passare il confine tra il legittimo pluralismo e l’indecisione strategica. È qui che la lezione europea diventa un problema italiano. Perché una coalizione può trovare un’intesa su molte questioni interne, ma è davanti alle grandi crisi internazionali che si misura la solidità di una visione comune. E l’Ucraina, per Casini, non è una parentesi lontana dalla vita quotidiana degli italiani: è il luogo in cui si decide anche la sicurezza del continente nel quale vivono.

C’è poi un’altra fragilità, meno visibile ma altrettanto insidiosa. Alla politica, osserva il senatore, manca una funzione pedagogica: la capacità di spiegare le scelte, costruire consapevolezza, accompagnare i cittadini dentro la complessità anziché inseguirne soltanto le paure.

La difesa europea, in questa prospettiva, non è soltanto una questione di stanziamenti o armamenti. È anche la prova della maturità di una classe dirigente chiamata a raccontare perché il destino di una nazione non possa essere separato da quello dei suoi vicini.

Da qui lo sguardo si sposta sull’Italia e sul governo guidato da Giorgia Meloni. Casini, che rivendica il proprio ruolo di parlamentare di opposizione, riconosce il valore della continuità istituzionale: “La stabilità è un fatto importante: lei ha governato per gli ultimi quattro anni. È un dato di fatto, ed è positivo”. E aggiunge che dal 2022 il Paese è guidato da un esecutivo politico. I governi tecnici, osserva, sono come gli antibiotici: necessari in determinate circostanze, ma rischiosi se diventano la soluzione abituale.

Il principio è semplice: “La gente che va a votare vuole vedersi il governo politico”. Non un’investitura in bianco all’esecutivo, ma il riconoscimento del valore della responsabilità democratica, che impone a chi governa di rispondere delle proprie scelte e a chi si oppone di costruire un’alternativa credibile.

Sul fondo rimane la lezione di una stagione politica nella quale personalità differenti riuscivano a convivere dentro una medesima comunità. Casini ricorda la Democrazia cristiana come un mosaico di sensibilità, un luogo in cui percorsi diversi potevano trovare una sintesi. Non è un invito a restaurare il passato, ma una domanda rivolta al presente: quanto è possibile costruire una visione comune senza pretendere di cancellare le differenze?

Per il campo largo, il nodo è tutto qui. La pluralità può essere una risorsa, ma non basta a diventare un progetto di governo. Servono punti fermi, soprattutto quando la politica è chiamata a scegliere tra l’isolamento e la responsabilità internazionale. Per l’Europa, invece, il tempo delle attese potrebbe essere finito. Perché, mentre le grandi potenze ridisegnano gli equilibri del mondo, il rischio più grande non è soltanto perdere influenza. È perdere la possibilità di scegliere.

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Trump attacca ancora Zelensky: “Ha distrutto il suo Paese”

Trump

“Non sono un grande fan di Zelensky, ha distrutto il suo Paese”, ha dichiarato Trump in un’intervista a Newsmax. A sostegno delle sue parole, Trump ha citato un’intervista che ha visto di recente con una giovane ucraina, che accusa Zelensky di aver distrutto lo Stato e causato la morte della popolazione maschile dell’Ucraina.

Trump: "Zelensky is not a good guy for us to deal with… They're not going to settle with him. He doesn't want to settle. He says he wants to settle, but he doesn't. I'm not a big fan of Zelensky. They've destroyed their country."

pic.twitter.com/hAS9x2ZV4S

— Ivan Katchanovski (@I_Katchanovski) October 16, 2026

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La nuova legge elettorale, Governo e Quirinale i veri obiettivi

La nuova legge elettorale, Governo e Quirinale i veri obiettivi

 

La nuova legge elettorale, approvata qualche giorno fa in via definitiva, ha come obiettivo prioritario, quello di garantire la stabilità politica ad un Paese, come il nostro, che nei suoi ottant’anni di democrazia ha avuto ben 68 governi. Un fattore, quello della stabilità politica, che dovrebbe essere apprezzato da tutte le forze politiche, perché consente alla coalizione vincente di far valere la propria azione politica per l’intera durata della legislatura, oltre a dare un’immagine solida del Paese, sia a livello europeo che internazionale.

 

Altro elemento positivo dello Stabilicum, questo è il nome dato alla nuova legge elettorale, è che la riforma vuole restituire agli elettori il diritto di scegliere da chi farsi governare. Si tratta di un elemento di chiarezza, necessario quanto mai, dopo una stagione politica che ha visto succedersi alleanza a dir poco strane, come quelle tra il 2018 e il 2021, quando Giuseppe Conte è stato Presidente del Consiglio di due governi con due diverse maggioranze, una con la Lega e l’altra con il PD.

 

In sintesi la riforma elettorale vuole rendere più trasparente e lineare il rapporto tra politica e cittadini, intento condivisibile per certi versi, se non fosse però, anche questa volta, espressione della sola maggioranza di Governo, vista l’incapacità dei partiti di trovare una larga intesa.

 

Il tutto nasce da un’applicazione inadeguata nel nostro Paese del bipolarismo, che si trascina fin dalla nascita della Seconda Repubblica, che esclude “in linea di principio” l’accordo con gli avversari. La legge mostra alcune criticità, sulle quali sarà la Corte Costituzionale ad esprimere il giudizio definitivo anche se il voto con cui la Camera ha approvato l’impianto della riforma ha una rilevanza politica non da poco, perché apre la campagna elettorale non solo per Palazzo Chigi, ma anche per il Quirinale.

 

E’ da circa un paio di anni che la corsa al Colle vede i partiti impegnati a posizionarsi meglio in vista di quello che sarà il vero traguardo della prossima legislatura, l’elezione del Capo dello Stato. Da ciò le difficoltà del Campo largo di trovare un accordo di programma oltre ad un assetto di potere condiviso, come si capiscono i problemi di un centrodestra che cerca di bissare la vittoria elettorale, impresa mai realizzata da nessun partito.

 

Purtroppo tutte queste tensioni rischiano di mettere in un angolo i veri problemi del Paese, resi ancora più gravi da una crisi internazionale che si ripercuote fortemente sul sistema economico e quindi sui cittadini. Il Governo dovrebbe, proprio per le ragioni addotte, fare chiarezza e indicare la durata della legislatura che, per il momento, spazia da marzo a settembre del prossimo anno.

 

Non c’è dubbio che si tratterà di un passaggio politico e istituzionale delicato, durante il quale sarà chiaro il rapporto tra la Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica, a cui la Costituzione assegna il potere di sciogliere le Camere. Il primo passo per andare a votare c’è stato con l’approvazione della legge elettorale, l’ultima di questi ottant’anni di Repubblica; speriamo che duri e che l’Italia possa finalmente allinearsi alle altre democrazie occidentali, che hanno sistemi di voto più consolidati nel tempo.

 

Angela Casilli

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AGRICOLTORI IN PROTESTA, M5S: ” OLTRE 50 MILIONI TRA UE E REGIONE, QUANDO ARRIVERANNO GLI AIUTI?”

AGRICOLTORI IN PROTESTA, M5S: “ OLTRE 50 MILIONI TRA UE E REGIONE, QUANDO ARRIVERANNO GLI AIUTI?“

ROMA – <La protesta degli agricoltori calabresi va avanti dal 28 settembre e non può continuare a cadere nel vuoto. Chiede risposte a tutte le istituzioni. Chi produce ciò di cui ci nutriamo ogni giorno deve pagare gasolio, energia e fertilizzanti sempre più cari, mentre i suoi prodotti vengono pagati meno di quanto costa produrli e deve competere con importazioni da Paesi fuori dall’Unione Europea che non rispettano le stesse regole. Così il sistema agricolo non regge più>. Lo dichiarano in una nota i portavoce calabresi M5S Pasquale Tridico, Vittoria Baldino, Anna Laura Orrico, Riccardo Tucci, Elisa Scutellà e Elisabetta Barbuto.  Sulla crisi dell’agricoltura calabrese il M5S annuncia di aver presentato tre interrogazioni: alla Commissione europea, alla Camera dei deputati e al Consiglio regionale.

<L’Unione europea ha assegnato all’Italia 45,6 milioni di euro di aiuti straordinari per compensare i rincari di fertilizzanti ed energia – spiegano i portavoce M5S. Entro il 30 settembre il Governo doveva comunicare a Bruxelles a chi andranno, con quali criteri e in che tempi. Abbiamo chiesto alla Commissione se l’Italia lo ha fatto e quanto arriverà alle imprese calabresi. Ma il problema non si risolve solo con gli aiuti. Abbiamo chiesto anche che la revisione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali vieti in modo esplicito di costringere gli agricoltori a vendere sotto i costi di produzione e che le regole sull’origine e sui controlli dell’olio d’oliva diventino più efficaci.

Il ministro Lollobrigida, poi, cosa ha comunicato all’Europa? Quanti di quei fondi andranno alla Calabria e quando saranno pagati? Il Governo ha già adottato un decreto per l’attuazione degli aiuti ma gli agricoltori hanno bisogno di sapere quando le risorse saranno disponibili – rimarcano Tridico, Baldino, Orrico, Tucci, Scutellà e Barbuto. Servono inoltre interventi del governo contro il caro carburanti, energia e fertilizzanti, controlli più efficaci sulle pratiche commerciali sleali e sulla formazione dei prezzi lungo la filiera. Per questo abbiamo chiesto anche l’apertura urgente di un confronto tra Governo, Regione e rappresentanze agricole. Chi produce non può essere l’anello più debole di una filiera nella quale tutti guadagnano tranne gli agricoltori.

E anche la Regione Calabria deve assumersi le proprie responsabilità. La Giunta Occhiuto ha approvato un intervento da 15 milioni di euro contro il caro carburanti. Per comprendere quanto sia insufficiente questo impegno basta guardare alla Sardegna, dove la Giunta guidata da Alessandra Todde ha stanziato 60 milioni di euro di cui 25 per sostenere gli agricoltori contro il caro carburanti e i fertilizzanti. Davanti a una crisi di questa portata quindici milioni rischiano di essere una risposta del tutto insufficiente. 

Abbiamo portato la voce degli agricoltori calabresi a Bruxelles, Roma e Catanzaro perché nessuna istituzione si sottragga alle proprie responsabilità. Tra gli aiuti europei destinati all’Italia e le risorse annunciate dalla Regione ci sono oltre 50 milioni di euro ma serve chiarezza su quanto arriverà alle imprese calabresi, a chi e soprattutto quando. Gli agricoltori non possono continuare a lavorare in perdita in attesa di risposte>, concludono Tridico, Baldino, Orrico, Tucci, Scutellà e Barbuto. 

 

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Il problema dello Stabilicum non è chi vincerà troppo, ma chi non potrà partecipare

Si può contestare lo Stabilicum (a cominciare dall’orrendo nome) senza annunciare la fine della democrazia. Sul Domani di mercoledì scorso anche Andrea Pugiotto, un costituzionalista di provata serietà, ha fra le altre cose denunciato il rischio che una minoranza elettorale, trasformata dal premio in maggioranza parlamentare, metta le mani senza ostacoli sulle istituzioni di garanzia.

Il problema merita attenzione, il pericolo sembra davvero remoto: il massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera, comprendendo il tetto del premio fissato a 220 deputati e l’improbabile vittoria in tutti i collegi esteri, è di 228 deputati. I quattro gruppi della maggioranza più qualche eletto del gruppo misto ne contano già oggi 237. Al Senato dati simili. Per eleggere da soli i giudici costituzionali i seggi del premio non bastano. E ciò vale per tutti gli organi di garanzia fino al presidente della Repubblica.

Questo non ci fa piacere la legge, per nulla. Impone però di spiegare quale nuovo potere di sopraffazione introdurrebbe rispetto alla situazione presente. Il governo ha voluto a tutti i costi una nuova legge elettorale, sì ma, evaporati nel tempo gli appetiti di marca orbaniana, essenzialmente per una ragione: cancellare il rosatellum vigente fino a ieri avrebbe dato una spinta troppo forte, nei collegi uninominali, a una opposizione unita. Questo risultato il governo l’ha ottenuto, sul resto non ha forzato troppo.

La prudenza della maggioranza ha una spiegazione politica plausibile: nessuno sa chi vincerà. La partita è aperta e un centrosinistra sufficientemente largo può prevalere. Difficile immaginare che Meloni voglia consegnare ai suoi avversari un potere di vita e di morte sulle istituzioni. Anche chi scrive le regole pensando al proprio interesse deve fare i conti con la possibilità di perdere.

Giovanni Donzelli, uno dei dirigenti di FdI più vicino a Meloni, nella sua dichiarazione di voto alla Camera, ha annunciato che con lo Stabilicum si apriva l’ingresso nella Terza Repubblica. Un entusiasmo giovanile leggermente sproporzionato rispetto all’evento. Per fortuna, una Repubblica non cambia numero ogni volta che si cambia il sistema di assegnazione dei seggi.

Con il premierato il discorso sarebbe stato diverso: l’investitura diretta del capo del governo avrebbe inciso sul rapporto fra esecutivo, Parlamento e presidente della Repubblica. Quella sì sarebbe stata una trasformazione dell’ordinamento. A mio giudizio, più che verso una Terza Repubblica, nella direzione pre-repubblicana del primato del capo sui contrappesi.

Oggi abbiamo una legge elettorale brutta assai, non una catastrofe costituzionale già consumata. Il premio va criticato perché  distorce la rappresentanza, ma senza attribuirgli automaticamente la capacità di cancellare le garanzie, insomma.

I ricorsi annunciati dalla Rete per un voto libero e uguale investono sei punti: il premio, il collegamento fra le elezioni delle due Camere, la libertà di scelta degli eletti, la parità di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le firme richieste per presentare le liste. Sono contestazioni di peso diverso. Non sono ancora davanti alla Consulta: saranno anzitutto i giudici aditi a valutare se rimetterle alla Corte. Un elenco di obiezioni non è una sentenza.

Fra queste, una meriterebbe senz’altro la cancellazione. Per una lista nuova, priva delle agevolazioni riservate a chi è già dentro, il minimo delle firme richieste alla Camera quadruplica: da 1.500 a 6.000 per collegio. Chi occupa il Parlamento rende molto più difficile l’accesso ai concorrenti. Questo sì offende i principi costituzionali.

Il problema più evidente non è che qualcuno possa vincere troppo. È che qualcun altro rischi di non poter nemmeno concorrere. Per difendere la democrazia, prima di annunciarne la morte, comincerei a restituirgli ossigeno.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Trump alza il tiro contro i giovani dem: il caso Omar diventa un banco di prova per le midterm

La perquisizione nell’abitazione di Ilhan Omar a Washington potrebbe rappresentare qualcosa di più di un nuovo capitolo dello scontro tra Donald Trump e una delle sue più accese oppositrici. A meno di tre settimane dalle midterm, l’intervento degli agenti federali nella casa della deputata del Minnesota ha riportato al centro del dibattito una questione destinata ad accompagnare l’ultima fase della campagna elettorale: fino a che punto lo scontro politico tra la Casa Bianca e l’opposizione può intrecciarsi con l’azione delle istituzioni investigative?

L’operazione, condotta il 12 ottobre dagli agenti della Homeland Security Investigations nell’ambito di un’indagine penale federale, è stata eseguita sulla base di un mandato autorizzato dall’autorità giudiziaria. Il Dipartimento di Giustizia non ha però chiarito ufficialmente la natura delle contestazioni né reso pubblici elementi che consentano di stabilire quali responsabilità siano eventualmente attribuite alla parlamentare. Gli agenti federali hanno fatto irruzione nell’abitazione della deputata alle prime luci dell’alba, trattenendosi per circa cinque ore alla ricerca di documenti compilati dal padre, oggi defunto, durante la sua infanzia. Omar ha denunciato l’operazione come un tentativo di intimidazione politica, accusando Trump di perseguitarla da un decennio attraverso accuse infondate e campagne diffamatorie. “Non riusciranno a mettermi a tacere”, ha assicurato.

Da tempo il presidente mette in discussione la legittimità della sua cittadinanza americana, rilanciando anche l’accusa, mai dimostrata, di aver sposato addirittura suo fratello. Nell’ultimo anno, inoltre, la deputata è tornata al centro degli attacchi repubblicani per uno scandalo di frodi ai danni dei programmi di assistenza sociale del Minnesota. Secondo gli investigatori federali, alcuni esponenti della comunità somala avrebbero ottenuto ingenti somme pubbliche fatturando servizi mai erogati. Non risultano, tuttavia, elementi che dimostrino un coinvolgimento personale di Omar in questo scandalo.

Tempismo perfetto, non c’è che dire, considerando che il Dipartimento di Giustizia segue tradizionalmente una prassi di cautela rispetto alle iniziative investigative pubbliche che possono interferire con una consultazione elettorale imminente. Il mandato giudiziario conferma l’esistenza di un procedimento, ma non risolve gli interrogativi sulle ragioni della sua esecuzione proprio in questa fase della campagna.

Per comprendere lo scontro tra la deputata, membro di spicco della cosiddetta “Squad”, bisogna tornare al 2018, quando Omar arrivò alla Camera dei Rappresentanti, diventando una delle prime due donne musulmane elette al Congresso e la prima rifugiata africana a ottenere un seggio. Nata in Somalia e naturalizzata americana nel 2000, è diventata rapidamente uno dei volti più riconoscibili della nuova sinistra democratica, soprattutto per le sue posizioni sull’immigrazione, sulla politica estera statunitense e sui diritti delle minoranze.

La sua appartenenza al gruppo di parlamentari progressiste emerso durante il primo mandato di Trump, l’ha resa un bersaglio ricorrente degli attacchi repubblicani. Una contrapposizione che ha attraversato quasi un decennio, passando dalle polemiche sull’identità nazionale alle accuse relative alle sue posizioni su Israele, fino alle contestazioni riguardanti la storia migratoria della sua famiglia. Nei mesi scorsi, il vicepresidente JD Vance aveva pubblicamente accusato Omar di presunte irregolarità sui suoi documenti e sul suo ingresso nel Paese, senza presentare mai prove a sostegno delle proprie affermazioni. Aveva inoltre riferito di aver discusso con Stephen Miller, uno dei principali consiglieri della Casa Bianca, le possibili iniziative da intraprendere nei confronti della deputata. Pochi giorni prima dell’intervento federale, durante un comizio in Tennessee, Trump era tornato ad attaccare Omar, facendo riferimento alle sue origini somale e suggerendo che Vance e altri esponenti dell’amministrazione si stessero occupando del suo caso.

Questi attacchi al vetriolo nei confronti dei progressisti dem riflettono un certo nervosismo nel Gop man mano che il 3 novembre si avvicina. Dall’altro lato anche nei Democratici le acque sono agitate: le primarie democratiche hanno già mostrato segnali significativi. Ad agosto, sette deputati democratici uscenti sono stati sconfitti nelle rispettive primarie, cinque dei quali avevano raggiunto l’età pensionabile. In Colorado, la veterana Diana DeGette ha perso contro la ventinovenne socialista democratica Melat Kiros. In Connecticut, John Larson, 78 anni, è stato sconfitto dall’ex sindaco Luke Bronin. Episodi che mostrano come una parte dell’elettorato democratico chieda un ricambio della classe dirigente, sebbene le ragioni delle singole sconfitte non siano riconducibili esclusivamente all’età o all’orientamento ideologico dei candidati.

In questo scenario, Alexandria Ocasio-Cortez continua a rappresentare uno dei principali riferimenti della componente progressista. La deputata newyorkese sta utilizzando le midterm anche per consolidare la propria rete politica nazionale, sostenendo candidati che condividono parte della sua agenda economica e sociale. In Michigan, per esempio, ha appoggiato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato e possibile primo senatore musulmano degli Stati Uniti, sul quale i repubblicani hanno concentrato l’ennesima campagna diffamatoria. La competizione in Michigan è, infatti, un banco di prova per la capacità della sinistra democratica di parlare anche a elettori indipendenti e moderati. El-Sayed, dal canto suo, ha respinto la rappresentazione repubblicana delle proprie proposte come radicali, insistendo su sanità pubblica e difficoltà economiche delle famiglie.

Per Trump e i repubblicani, esponenti come questi incarnano una visione del Partito democratico che può essere contestata su immigrazione, identità nazionale, socialismo democratico e politica estera. Per una parte della base democratica, invece, quelle stesse figure rappresentano la disponibilità a confrontarsi direttamente con il presidente, senza affidarsi esclusivamente ai tradizionali strumenti della mediazione parlamentare.

Il contesto elettorale rende ora particolarmente delicata la vicenda Omar. Secondo una rilevazione del Pew Research Center pubblicata l’8 ottobre, il 44% degli elettori registrati esprimeva una preferenza per i democratici nelle elezioni nazionali della Camera, contro il 36% per i repubblicani: un vantaggio di otto punti percentuali che, pur non traducendosi automaticamente in seggi, fotografa il clima politico alla vigilia del voto. I democratici stanno inoltre ampliando la propria presenza elettorale in territori tradizionalmente repubblicani. I dem stanno tentando di rendere competitive decine di circoscrizioni controllate dal Grand Old Party, anche per costringere gli avversari a distribuire risorse finanziarie e organizzative su un territorio più vasto. Tra i fattori che alimentano questa strategia figurano le preoccupazioni per il costo della vita, gli effetti dei dazi e le conseguenze economiche della guerra con l’Iran.

Il sondaggio, inoltre, condotto tra il 28 settembre e il 4 ottobre, rileva inoltre che il tasso di approvazione di Trump si attesta ora al 30%, il più basso del suo secondo mandato. La maggior parte degli elettori (63%) considera Trump un fattore determinante nella scelta del candidato al Congresso, con una percentuale nettamente superiore (44%) che interpreta la propria scelta come un voto contro il presidente piuttosto che a suo favore (19%).

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Lavrov: Zelens’kyj sta «sfidando sfacciatamente» Trump

Volodymyr Zelens’kyj sta sfidando apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rifiutandosi categoricamente di riconoscere o accettare un accordo volto ad alleviare la carenza globale di gasolio, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

Lo scorso venerdì Trump ha raggiunto l’accordo con il presidente russo Vladimir Putin, dopo giorni di ripetute richieste statunitensi di interrompere gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe, ignorate da Zelens’kyj . Washington ha quindi allentato le sanzioni sulle esportazioni di gasolio russo fino all’aprile 2027, mentre Mosca si è impegnata a fornire ingenti quantitativi di carburante per contribuire ad alleviare la carenza globale.

 

Parlando con i giornalisti dopo un vertice regionale a Baku, in Azerbaigian, giovedì, Lavrov ha affermato che Mosca ha appoggiato l’accordo proposto da Trump, mentre Zelensky continua a cercare armi statunitensi per effettuare attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie di petrolio.

 

«L’accordo è stato proposto e noi lo abbiamo appoggiato», ha detto Lavrov, accusando Zelensky di aver invece richiesto più missili per i sistemi Patriot di fabbricazione statunitense al fine di continuare a colpire le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie di petrolio.

 

«Questa è una sfida diretta e sfacciata al presidente Trump», ha affermato Lavrov.

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Zelens’kyj ha criticato l’accordo definendolo una «decisione debole», lamentando che avrebbe fornito alla Russia ulteriori entrate. Ha inoltre accusato Trump di «tradimento», ha attribuito la carenza energetica globale alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e ha condannato il ritiro del supporto dell’intelligence americana come «pericoloso».

 

Trump ha replicato, accusando il leader ucraino di creare problemi all’economia globale e suggerendo che l’Ucraina avesse bisogno di un nuovo presidente.

 

Secondo il Financial Times, le critiche sempre più dure di Zelens’kyj nei confronti di Trump hanno allarmato i leader europei, che intendono esortarlo a moderare i toni durante i colloqui a porte chiuse del vertice di Bruxelles di venerdì.

 

Domenica, Trump ha annunciato un cessate il fuoco immediato che includesse gli attacchi alle infrastrutture energetiche, sebbene né Mosca né Kiev abbiano confermato il raggiungimento di un accordo. Zelens’kyj ha affermato che l’annuncio «era una novità per me», ma ha aggiunto che l’Ucraina avrebbe osservato una pausa di tre giorni negli attacchi contro gli impianti energetici russi.

 

Tuttavia, il vice primo ministro russo Aleksandr Novak ha dichiarato mercoledì che i droni ucraini hanno preso di mira due raffinerie di petrolio: una nella regione di Rjazan e l’altra in quella di Saratov.

 

Nella notte, un attacco di un drone ha provocato un incendio in una raffineria di petrolio nella regione di Rjazan, secondo quanto riferito dalle autorità locali.

 

Mosca ha denunciato gli attacchi come atti di terrorismo e ha promesso di intensificare i raid contro le installazioni militari ucraine, compresi i depositi di droni e missili, pur ribadendo di non prendere mai di mira i civili.

 

Il Cremlino ha affermato che i rinnovati attacchi contrastano con gli sforzi di Washington per mediare la pace. Mosca ha ripetutamente ribadito di voler raggiungere una soluzione duratura al conflitto in Ucraina, piuttosto che una tregua temporanea che permetterebbe a Kiev di riorganizzarsi e riarmarsi.

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Immagine di Duma.gov.ru via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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Perché gli autotrasportatori stanno protestando nel Sud Italia

La protesta degli autotrasportatori contro l’aumento del prezzo del gasolio si sta estendendo nel Sud Italia, con presidi in Calabria, camion fermi in Sicilia e blocchi spontanei in Puglia. La mobilitazione, iniziata in alcune aree nei giorni scorsi, si sovrappone a una crisi nella distribuzione dei carburanti che ha lasciato numerosi distributori senza benzina e gasolio. Le associazioni di categoria chiedono al governo interventi economici immediati e minacciano un fermo nazionale. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha convocato un incontro per il 27 ottobre. Parteciperanno le rappresentanze dell’autotrasporto e quelle della presidenza del Consiglio, del ministero dell’Economia e delle Finanze e del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Al centro del confronto ci saranno le richieste di sostegno economico avanzate dalle associazioni e le misure per affrontare l’aumento dei costi del settore.

In Calabria la protesta è cominciata oggi su iniziativa di Fedralog, la Federazione regionale della logistica, e proseguirà fino al 20 ottobre. Sono stati organizzati circa quindici presidi nelle diverse province, soprattutto in prossimità dei principali collegamenti stradali e dei nodi logistici. Tra le aree interessate ci sono l’aeroporto di Lamezia Terme, il porto di Gioia Tauro e diversi svincoli dell’autostrada A2 nel Cosentino. I camion vengono parcheggiati ai margini delle carreggiate, senza interrompere completamente il traffico, ma il restringimento delle strade sta provocando rallentamenti. Le operazioni si svolgono sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine. La mobilitazione si aggiunge a quella degli agricoltori, che da giorni manifestano contro l’aumento dei costi del carburante e delle materie prime. In provincia di Cosenza, una delle zone più colpite, sono previsti presidi anche tra Montalto Uffugo, Rende, San Lucido e Guardia Piemontese, oltre che lungo la statale 18 e nell’area di Sibari.

In Sicilia, invece, il Comitato trasporto siciliano ha proclamato una sospensione delle attività dalla mezzanotte di oggi fino al 20 ottobre. A differenza di quanto avvenuto in alcune zone della Puglia, non sono previsti blocchi stradali: i mezzi pesanti resteranno nei piazzali e non verranno scaricate le merci alimentari e ortofrutticole trasportate dalle navi. Secondo il rappresentante del comitato, Salvatore Bella, la decisione è legata all’impossibilità per molte imprese di assorbire i rincari del gasolio, che finiscono per incidere anche sul prezzo dei prodotti trasportati. Gli autotrasportatori siciliani stimano perdite comprese tra 700 e 900 euro al giorno per ciascun mezzo fermo.

Alla base della protesta c’è l’aumento del costo del carburante, aggravato negli ultimi mesi dalle conseguenze della guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Secondo il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, dall’inizio del conflitto il prezzo del gasolio ha registrato «un aumento di più di 50 centesimi al litro». Per le imprese di autotrasporto, che consumano grandi quantità di carburante, l’incremento si traduce in un aumento consistente delle spese quotidiane. 

Le associazioni del settore contestano soprattutto la mancata erogazione delle risorse economiche concordate con il governo nei mesi scorsi. Il presidente di Unatras, Paolo Uggè, ha ricordato che a maggio erano stati promessi 440 milioni di euro a sostegno dell’autotrasporto, fondi che, secondo l’associazione, non sono ancora arrivati alle imprese. Conftrasporto chiede inoltre nuovi stanziamenti, considerato che il prezzo del gasolio ha continuato a crescere dopo l’accordo con l’esecutivo. Le organizzazioni nazionali hanno espresso preoccupazione anche per la natura delle mobilitazioni. Molti dei blocchi comparsi negli ultimi giorni sono stati organizzati autonomamente dagli operatori, senza una proclamazione delle principali associazioni di categoria. 

Nel frattempo, alla crisi dei costi si è aggiunta quella degli approvvigionamenti. In Puglia, Basilicata e Calabria diversi distributori hanno esaurito le scorte di benzina e gasolio, mentre in altri si sono formate lunghe code di automobilisti. La situazione è particolarmente difficile nel Cosentino, dove la scarsità di carburante ha interessato numerosi impianti del capoluogo e della provincia. Problemi analoghi sono stati segnalati anche in Puglia, tra cui a Cerignola, nel Foggiano.

Le conseguenze cominciano a interessare anche altre attività economiche. In alcune zone del Sud sono state segnalate difficoltà nelle consegne ai supermercati, mentre le imprese agricole temono ritardi nella distribuzione dei prodotti deperibili. Il presidente di Confcooperative Agroalimentare, Raffaele Drei, ha riconosciuto le ragioni della protesta degli autotrasportatori, sottolineando però la necessità di garantire il trasporto di frutta e verdura, per evitare che eventuali interruzioni compromettano la qualità dei prodotti e il lavoro delle aziende agricole. Anche il presidente di Confindustria Puglia, Nicola Delle Donne, ha avvertito delle possibili conseguenze della mancanza di carburante per i settori dei trasporti, delle costruzioni e delle infrastrutture.

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Trump dice di non essere un grande fan di Zelensky e Zelensky dice di sentirsi tradito da Trump

Donald Trump ha criticato duramente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accusandolo di ostacolare i negoziati per mettere fine alla guerra con la Russia e definendo una vergogna la decisione di riprendere gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe. «Non sono un grande fan di Zelensky» ha detto il presidente degli Stati Uniti in un’intervista all’emittente americana Newsmax, sostenendo che il presidente ucraino non sia realmente disposto a raggiungere un accordo con Mosca. Trump ha aggiunto di considerare Zelensky un interlocutore più difficile del presidente russo Vladimir Putin, pur affermando di ritenere possibile una conclusione negoziata del conflitto. 

L’11 ottobre Trump aveva annunciato una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, presentandola come un’intesa tra Russia e Ucraina. Il governo ucraino aveva però fatto sapere di non essere stato preventivamente informato dell’annuncio. Nonostante questo, Kyjiv aveva accettato di sospendere per alcuni giorni le operazioni contro le raffinerie russe, chiedendo che Mosca interrompesse a sua volta i bombardamenti contro la rete energetica ucraina.

La Russia non ha rispettato questa condizione e ha continuato a colpire centrali elettriche e altre infrastrutture civili. Ieri, in un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino ha dichiarato conclusa la pausa degli attacchi.  Trump ha invece attribuito agli attacchi ucraini una parte della responsabilità per l’aumento dei prezzi internazionali dei carburanti, sostenendo che colpire gli impianti di produzione del diesel russo danneggi anche i paesi che dipendono dalle forniture energetiche. Il presidente americano ha insistito sulla necessità di fermare queste operazioni, che considera incompatibili con gli sforzi per contenere i prezzi dell’energia. Non sembra così: secondo i dati commerciali citati dal New York Times, la crisi delle forniture di diesel è legata soprattutto alle conseguenze della guerra in Iran, mentre gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno avuto un ruolo limitato.

Nei giorni precedenti alla nuova crisi con Zelensky, Washington aveva autorizzato un allentamento delle sanzioni sulle esportazioni di diesel russo, permettendo a Mosca di vendere carburante sui mercati internazionali nonostante le restrizioni introdotte in seguito all’invasione dell’Ucraina. La decisione ha suscitato critiche anche all’interno del Partito Repubblicano. Un gruppo bipartisan di senatori ha chiesto a Trump di revocare la misura, giudicandola un vantaggio economico concesso alla Russia senza contropartite evidenti. 

Per il governo ucraino, la decisione americana rischia di ridurre la pressione economica su Mosca proprio mentre la Russia continua la sua offensiva militare. Zelensky ha criticato apertamente la disponibilità di Trump a concludere accordi economici con Putin, sostenendo che possa contribuire a finanziare la prosecuzione della guerra. In un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan, registrata mercoledì, il presidente ucraino ha ammesso di sentirsi tradito dalle recenti decisioni di Washington, pur sottolineando che il rapporto con gli Stati Uniti resta essenziale per la sopravvivenza del paese.

Citando due funzionari statunitensi e un funzionario occidentale, Reuters riporta che l’ordine di rallentare il servizio Starshield (la versione militare della rete satellitare Starlink sviluppata da SpaceX) destinato alle forze ucraine sarebbe partito dalla Casa Bianca. Secondo le fonti dell’agenzia, il Dipartimento della Difesa americano avrebbe ricevuto indicazioni per limitarne il funzionamento, ma non è stato chiarito chi abbia impartito l’ordine né chi ne abbia supervisionato l’applicazione. Alcuni servizi satellitari sono stati successivamente ripristinati. Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre nuovi attacchi russi con droni hanno colpito diverse regioni ucraine. Secondo le autorità locali, nella regione occidentale della Volinia circa 370 mila persone sono rimaste senza elettricità, mentre a Kyjiv sono state introdotte interruzioni di emergenza della distribuzione elettrica. Altri attacchi hanno provocato feriti nella città di Uman.

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L’Europa non salverà la propria industria sospendendo l’ETS

Al Consiglio Europeo che si chiude oggi si chiedono risposte concrete. L’accordo sulle ibride cinesi e la battaglia sull’ETS non sono due dossier separati, ma lo stesso problema visto da due lati: l’Europa vuole difendere la propria industria da Pechino e, allo stesso tempo, non riesce a decidere chi debba pagare la transizione. Il Consiglio europeo di queste ore ce lo dovrà spiegare.

Il 9 ottobre Maroš Šefčovič, il commissario al Commercio europeo, e il suo omologo cinese Wang Wentao hanno annunciato un tetto di 350.000 ibride l’anno (in crescita del 6% per quattro anni), a partire dal 1º dicembre. L’obiettivo è dimezzare le esportazioni. I dazi sulle elettriche del 2024 restano in vigore. Il deficit commerciale con la Cina nel 2025 è stato di circa 360 miliardi di euro e, in cambio, Pechino ha concesso un taglio dei dazi su circa 4 miliardi di euro di prodotti europei e licenze più semplici per le terre rare.

È un freno utile, e Parigi e Berlino lo volevano da tempo. Ma resta un freno.La buona notizia è che il Regno Unito ha annunciato l’intenzione di aderire a questo accordo. Mal che vada l’Unione si sta riunificando.

Al Consiglio, comunque, la testa è altrove. Il 6 ottobre von der Leyen ha spiegato a Strasburgo che, dalla fine di febbraio, il prezzo del gas è salito del 140 per cento e il diesel è raddoppiato, e che, dall’inizio della guerra con l’Iran, le importazioni di fossili ci sono costate 100 miliardi in più. Ha ricordato anche che l’elettricità rappresenta meno di un quarto dei consumi finali (l’obiettivo è raddoppiarla entro il 2040) e che un megawattora costa circa 145 euro in un Paese basato sul gas e circa 70 euro in un altro in cui contano il nucleare e le rinnovabili. Questi due numeri spiegano quasi tutto.

Poi c’è l’ETS, il meccanismo con cui l’Unione pone un tetto alle emissioni di CO₂ delle centrali e delle industrie pesanti. Ogni tonnellata emessa richiede una quota; le quote si comprano e si vendono; il tetto scende negli anni e il prezzo, in teoria, sale. Oggi siamo intorno agli 85-88 euro a tonnellata. Il carbonio, da gennaio, è sceso o stabile. Il gas no. Oggi è l’ETS il bersaglio. A marzo l’Italia ha chiesto formalmente la sospensione (o un intervento equivalente sul termoelettrico). Adesso, insieme alla Repubblica Ceca, porta al Consiglio un pacchetto che include l’uso della riserva di stabilità, una maggiore protezione per acciaio, cemento e ceramica e il rinvio dell’ETS2 su trasporti ed edifici, previsto per il 2028.

Meloni, al Senato, ha detto due cose in contrasto fra loro: che il prezzo lo fa il mercato e che va corretto perché rifletta l’economia reale e non la finanza. Va detto che la Commissione ha già ceduto parecchio. La revisione proposta il 17 luglio estende le quote gratuite per i settori soggetti a CBAM fino al 2038 e posticipa la decarbonizzazione quasi completa al 2048.

I contrasti sono forti. Finlandia, Danimarca e Svezia (insieme a Spagna, Paesi Bassi e altri) avvertono che indebolire ulteriormente il sistema penalizza chi ha già investito e rende imprevedibili le decisioni future. Sul fronte opposto c’è un gruppo di dieci Paesi guidato dall’Italia e dalla Polonia.

Le preoccupazioni dell’industria vanno prese sul serio, e non sono solo italiane: a luglio Confindustria, il Medef francese e il BDI tedesco hanno firmato per la prima volta insieme una lettera a von der Leyen per chiedere una revisione profonda. Una fabbrica non si trasforma con una scadenza scritta in un regolamento. Servono elettricità a un prezzo decente, reti, autorizzazioni, capitali e clienti in grado di acquistare i nuovi prodotti. E cambiare le regole a ogni stagione punisce proprio chi aveva già investito per rispettarle. Sulle reti, poi, la stessa von der Leyen ammette che una capacità pari a sei volte la nuova potenza rinnovabile resta da collegare.

Il nodo politico, però, è un altro. Meloni, con Merz e De Wever, ha scritto a Costa per accelerare gli investimenti nei settori strategici, a partire dall’energia, e chiede una risposta europea. Nelle stesse settimane ha chiesto a von der Leyen maggiore flessibilità fiscale legata all’inflazione e un nuovo rinvio dell’ETS2 per non appesantire famiglie e imprese.

Il fatto è che il Green Deal ha affidato un’ambizione continentale a capacità di spesa quasi interamente nazionali, e ogni governo difende le proprie imprese con le risorse che ha. Vale lo stesso per l’auto: secondo la stampa tedesca, Parigi e Berlino stanno per scambiarsi un allentamento del divieto ai motori termici del 2035 in cambio di requisiti «Made in EU» più severi per le auto elettriche. Più che una politica industriale europea, sembra un baratto fra capitali, e resta da capire se servirà a rendere competitive le produzioni nuove o a tenere in vita le vecchie.

Forse quello che davvero serve è un ETS più leggibile, con un tetto che scende senza strappi, e spostare lo scontro su tre cose concrete: dove vanno davvero i proventi delle aste (la Commissione chiede agli Stati più trasparenza proprio su questo), quanto in fretta si collegano le reti e si sbloccano i permessi, e un un sistema per i prodotti a più alta densità di carbonio che copra più merci con meno scappatoie.

Fa meno scena di una sospensione, ma è l’unica strada che non lascia l’industria sola con il conto. Il Consiglio non riscriverà il Green Deal, e l’intesa con Pechino resta un freno tattico, utile e basta. Per l’Italia la partita non è quella che racconta il governo: sospendere l’ETS darebbe qualche mese di sollievo e anni di incertezza, e a pagarli sarebbero proprio le imprese che si dice di voler difendere.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Bologna non è un’isola felice di Salvatore Papa

I l 9 ottobre 2015, intorno alle sei del mattino, le forze dell’ordine sgomberano Atlantide dal Cassero di Porta Santo Stefano, a Bologna. Per diciassette anni quello spazio ha ospitato collettivi femministi, queer e punk, iniziative culturali e concerti in cui la corrente saltava e i corpi si sostenevano a vicenda nella calca. Dopo lo sgombero lo spazio rimane vuoto per quasi un decennio. Quando riapre durante Art City 2025, infiocchettato, accoglie Elegy, un’installazione video e audio dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath sulla violenza patriarcale e queerfobica: proprio i temi che avevano attraversato la vita di Atlantide. Lo spazio viene riutilizzato per esporre i temi delle pratiche che ne erano state espulse. L’esperienza di Atlantide non viene menzionata neppure nel post su Instagram che annuncia la mostra.

Salvatore Papa ricostruisce questa vicenda in Bologna non è un’isola felice. Retoriche e realtà del brand urbano (2026). L’accostamento fra lo sgombero e la riapertura restituisce il metodo dell’inchiesta. Papa raccoglie dichiarazioni, segue le destinazioni degli edifici, torna sui luoghi quando l’urgenza invocata per quei provvedimenti è passata. Il Comune aveva giustificato lo sgombero con la necessità di destinare lo spazio ai servizi sociali del quartiere. Il Cassero è però rimasto vuoto per quasi un decennio, un’attesa difficile da conciliare con l’urgenza proclamata. L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno. La brandizzazione delle città, il cosiddetto decoro, la gentrificazione, la questione abitativa, la turistificazione sono temi che si intrecciano ma al tempo stesso si mostrano come gli ingranaggi di una macchina che, anno dopo anno, amministrazione dopo amministrazione, divora luoghi, persone e apparati simbolici.

Il libro ricostruisce il cambiamento attraverso le decisioni con cui Bologna ha cercato di competere con altre destinazioni per attirare visitatori e investimenti. In questa competizione, la reputazione culturale ha acquisito un valore economico: offre ragioni per scegliere una meta, consumare nei suoi locali, investire nei suoi immobili. Negli ultimi vent’anni le politiche pubbliche bolognesi si sono progressivamente orientate verso questi obiettivi. L’attrattività diventa un criterio con cui valutare il successo di un’amministrazione, mentre resta ben più opaca la distribuzione dei suoi benefici e, soprattutto, dei suoi costi. La città mette a reddito la propria differenza culturale mentre restringe le condizioni materiali che l’hanno resa possibile.

Nel 2013, il progetto Bologna City branding avvia un’indagine su come i turisti percepiscono la città. Fra i tratti più riconoscibili emergono la cultura, l’accoglienza e la vita giovanile. La scelta politica cade però sul cibo: l’anno successivo viene presentato il marchio Bologna City of food, anche in vista dell’Expo di Milano del 2015, dedicata all’alimentazione. Mortadella e tortellini diventano gli ambasciatori della città presso il pubblico internazionale. La dotta e la rossa possono accomodarsi, tocca alla grassa rappresentare la famiglia.

L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno.
Papa richiama il geografo David Harvey, studioso dei rapporti fra capitalismo e trasformazioni urbane, per spiegare come la specificità culturale di una città possa generare una “rendita monopolistica”: una storia costruita collettivamente, attraverso abitudini e pratiche sedimentate, diventa una risorsa economica per chi possiede immobili o gestisce attività capaci di sfruttarne l’attrattiva. Harvey ne sottolinea la contraddizione: la commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come unico.

Papa racconta la proliferazione dei negozi di mortadella e la sostituzione di attività indipendenti con catene: l’autenticità locale si presta a un’offerta ripetibile, riconoscibile e facilmente consumabile. Questa standardizzazione urbana è anche culturale, normativa: selezionare le attività che possono trovare spazio significa orientare le abitudini, gli incontri e le esperienze possibili. Anche mangiare è una pratica collettiva, ma quando diventa il criterio dominante con cui organizzare un centro urbano, le esigenze di chi lo frequenta per consumare acquistano un peso crescente rispetto a quelle di chi deve abitarlo. La promozione dell’identità modifica così la vita quotidiana dalla quale quella stessa identità scaturiva.

Nel 2018, l’unione delle deleghe alla cultura, al turismo e alla promozione della città nelle mani di Matteo Lepore dà forma amministrativa all’equivalenza fra valore culturale e attrattività. La cultura viene così valutata per il suo contributo alla promozione sulle tratte turistiche, mentre si restringe lo spazio per il conflitto, la sperimentazione autogestita e i desideri che non coincidono con gli obiettivi del marketing urbano. Ripercorrendo la successiva campagna elettorale del 2021, Papa scrive: “Il candidato sindaco sapeva bene che se il turismo genera denaro, la cultura può trasformarsi nell’olio che fa girare la macchina producendo un apparato simbolico funzionale allo storytelling”. Questo rapporto si traduce anche nei criteri di finanziamento: fino al 2025, il bando di Bologna Estate assegnava un punteggio aggiuntivo alle iniziative rivolte a un pubblico turistico. Per chi proponeva un progetto, intercettare quei visitatori significava dunque avere maggiori possibilità di ottenere sostegno.

Papa sottolinea le conseguenze di questa scelta sulla produzione culturale, mettendola a confronto con la storia cittadina. Nei decenni passati, il richiamo esercitato da Bologna doveva molto a esperienze nate fuori dalle logiche del mercato, in spazi dove era possibile sperimentare senza dover dimostrare l’utilità economica di ciò che si faceva. Il loro valore comprendeva anche la possibilità di organizzare la vita insieme: trovare accordi di vicinato, inventare forme di sostegno, generare occasioni d’incontro, decidere quali attività e propensioni sostenere. Sono le pratiche ordinarie attraverso cui, nella lettura di Michel de Certeau, storico e teorico della cultura, gli abitanti rielaborano gli spazi predisposti da altri, aprendoli a usi non previsti.

La commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come unico.
Lo storico urbano Leo Hollis osserva che riappropriarsi dei luoghi attraverso l’azione collettiva trasforma anche chi vi partecipa. La cittadinanza diventa una capacità che si esercita: l’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava. Darsi regole proprie significava anche poter contestare le scelte dell’amministrazione e rivendicare una parte del potere di decidere sulla vita urbana. Riconoscere il contributo di quelle esperienze alla reputazione cittadina può diventare un modo piuttosto conveniente di apprezzarle: si incassa il prestigio della “città alternativa”, mentre l’autonomia di chi l’ha resa tale viene trattata come un intralcio amministrativo.

Il testo con cui le attiviste reagiscono alla mostra del 2025 nel Cassero si intitola Atlantide non è un museo. Ricordano che lo sgombero resta un conflitto aperto, ancora da sanare. Nella loro risposta, la memoria dello spazio sopravvive come un fantasma, inseparabile dalla possibilità di continuare a praticare ciò che vi era nato. Il ritorno di temi femministi e queer nella programmazione del Cassero lascia irrisolta questa perdita. La mancata menzione di Atlantide nel racconto della riapertura sottrae al luogo una radice viva della sua storia: lo spazio torna disponibile mentre viene omessa la storia di chi lo aveva fatto vivere. Anche le idee più radicali possono slegarsi dai corpi. È qui che la memoria diventa una rivendicazione politica: chi ha costruito quell’esperienza rivendica il diritto di proseguirla e trasformarla. Il passato rimane aperto perché contiene possibilità che lo sgombero ha interrotto, senza esaurirle.

Papa segue questa continuità fra persone, pratiche e luoghi anche nella storia di Xm24, lo spazio autogestito nato nell’ex mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, in Bolognina. Vi trovavano posto la Scuola di Italiano CON Migranti, una palestra, un laboratorio informatico, il mercato contadino di Campi Aperti e concerti hardcore. L’elenco restituisce la varietà di bisogni e desideri che trovavano posto nello stesso edificio. Un’assemblea settimanale organizzava le attività gratuite e decideva come usare lo spazio. L’autonomia in quel luogo aveva la forma della quotidianità.

L’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava.
Attorno a Xm24 però il quartiere cambiava. La nuova sede del Comune, la stazione Alta velocità e i progetti immobiliari rafforzavano i collegamenti con il centro e richiamavano gli interessi degli investitori. Nel 2017, il presidente del quartiere Navile, Daniele Ara, la descriveva come “una zona autentica, che meglio di altre racconta la vita dei bolognesi”, e dunque, ça va sans dire, adatta ad accogliere nuovi turisti. Per i futuri visitatori, una promessa di autenticità; per chi stava dentro Xm24, una raccomandata che intimava di lasciare i locali “liberi da cose e persone”. Lo sgombero sarebbe arrivato nell’agosto del 2019, con le ruspe.

Lo scontro coinvolse anche Blu, lo street artist di fama internazionale autore di Occupy Mordor, il murale sulla parete esterna di Xm24 che raffigurava due idee contrapposte di città. Nel 2016, con l’aiuto degli attivisti dello spazio, aveva cancellato i propri murales bolognesi per protestare contro Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Per la mostra, Genus Bononiae, la società della fondazione bancaria Carisbo, aveva fatto staccare dal muro alcune sue opere senza il suo consenso.

Il sociologo della cultura Dick Hebdige descrive in Sottocultura (1979) il processo attraverso cui i segni della ribellione vengono incorporati nell’offerta commerciale, trasformando uno stile oppositivo in una risorsa vendibile. La vicenda di Blu mostra questa assimilazione: la fondazione estrae valore dall’opera dell’artista e si arroga il diritto di decidere dove un’immagine debba stare e a che cosa debba servire. Nell’estetizzazione del conflitto la ribellione diventa una qualità dell’offerta culturale e conferisce prestigio all’istituzione che la espone. La cooptazione opera qui attraverso la separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie opere. La reputazione antagonista acquista valore proprio quando si restringono le possibilità di praticare quell’antagonismo, addomesticato, trasformato in risorsa economica o addirittura in motivo di prestigio.

Nell’estetizzazione del conflitto la cooptazione opera attraverso la separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie opere.
Cancellando i murales, Blu sottrae le opere rimaste sui muri alla possibilità di nuove acquisizioni. Il gesto ha un costo anche per la città, che perde le immagini che contribuivano a renderla riconoscibile. Un’iconoclastia ma per legittima difesa: riapre il conflitto che l’acquisizione museale pretendeva di risolvere attraverso la conservazione. In queste vicende torna la disputa sul potere di decidere: che cosa fare in uno spazio, dove lasciare un’opera, a quali condizioni collaborare. Che cosa vale il riconoscimento pubblico di una cultura se chi la produce perde il potere di decidere sul suo uso?

Harvey parla di “capitale simbolico collettivo” per indicare il prestigio che un luogo accumula attraverso storie e pratiche alle quali molti contribuiscono. Spostare altrove un’attività non significa trasferire intatta la rete che ne ha prodotto il valore: servono tempo, risorse e nuove alleanze; una sede più lontana può rendere più difficile continuare a partecipare, soprattutto per chi non dispone di tempo e denaro. Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla. Celebrare il contributo di una cultura, lasciando a pochi il controllo degli spazi e delle risorse, significa assegnare ai suoi protagonisti un posto nella storia cittadina ma poca voce nel presente.

Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla.
La distribuzione del potere culturale porta l’inchiesta di Papa dai luoghi della sperimentazione agli enti che, attraverso i finanziamenti, orientano la vita culturale della città. Carisbo appartiene alle fondazioni di origine bancaria: enti privati senza scopo di lucro, nati dalla riforma del credito degli anni Novanta, che impiegano i rendimenti dei propri patrimoni per sostenere attività di utilità sociale, dalla cultura all’istruzione. Per molti anni, la società Museo della Città di Bologna s.r.l., creata per gestire Genus Bononiae, il circuito di musei e spazi culturali promosso da Carisbo, ha assorbito quasi il 60% dei finanziamenti erogati dalla fondazione. Il progetto era stato voluto da Fabio Roversi Monaco, già rettore dell’Università di Bologna e poi presidente di Carisbo, che aveva assunto anche la guida della società beneficiaria. Fra chi finanziava e chi riceveva le risorse, la distanza era dunque piuttosto breve.

Papa ricorda l’origine collettiva dei patrimoni delle fondazioni bancarie, accumulati attraverso la storia delle casse di risparmio e destinati a finalità di interesse pubblico. Scegliere a chi distribuirli significa orientare la vita culturale del territorio: quali edifici restaurare, quali istituzioni sostenere, quali progetti rendere possibili. Il potere di amministrare non garantisce la conoscenza di ciò che si amministra. Quando la gestione riduce le attività a indicatori di prestazione e grafici di bilancio, lascia fuori ciò che quei numeri non descrivono: le relazioni, gli usi dei luoghi, la continuità delle esperienze. La concentrazione di questo potere in organismi che non offrono agli abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi. Il circuito tende così a riprodurre la propria autorità. Ne emerge una politica culturale con pochi decisori e molti richiedenti, chiamati ad adeguarsi a priorità stabilite altrove.

Una città può diventare smisurata anche senza crescere, quando aumenta la distanza fra gli abitanti e i luoghi, i servizi o le decisioni da cui dipende la loro vita. Ridurre questa distanza significa poter raggiungere i servizi, capire chi decide e sapere come intervenire. Che si tratti di risorse comunali o di patrimoni privati destinati a finalità collettive, il loro impiego dovrebbe ampliare le possibilità di prendere parte alla vita urbana. Il sostegno pubblico dovrebbe garantire a una struttura continuità e margini di autonomia, senza affidarne interamente la sopravvivenza alla vendita di biglietti, alla ristorazione o alla ricerca continua di sponsor. Scrivendo del futuro della Biblioteca Sormani di Milano su Rolling Stone, Alessandro Mantovani distingue la destinazione culturale di uno spazio dalla sua funzione di servizio pubblico: il carattere pubblico di un luogo dipende anche dalle risorse destinate ad aperture, attrezzature e personale: condizioni che rendono effettivo l’accesso. Anche mantenere un servizio ordinario può essere una scelta culturalmente ambiziosa.

La possibilità di partecipare alla vita urbana dipende anche dalle condizioni materiali per abitarla: il costo e la stabilità di un alloggio, la continuità del lavoro. Di fronte alla sede del Comune, in via Fioravanti, l’emergenza abitativa aveva preso la forma di un’occupazione: nel dicembre 2014, circa 280 persone, in gran parte famiglie con bambini, occupano una palazzina che un tempo ospitava gli uffici della compagnia telefonica Telecom. Nell’ottobre dell’anno successivo l’edificio viene sgomberato. Due anni dopo lo acquista The Student Hotel, oggi The Social Hub, una catena olandese che combina alloggi per studenti, soggiorni alberghieri e spazi di lavoro condivisi.

La concentrazione del potere in organismi che non offrono agli abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi.
La “community inclusiva” del Social Hub è accessibile a chi può pagare, secondo i canoni riportati da Papa, almeno 850 euro per una singola e 660 per una doppia. Questi prezzi rendono concreta la distinzione fra valore d’uso e valore di scambio, ripresa da David Harvey: per chi abita, una casa permette di riposare, studiare, prendersi cura di qualcuno, organizzare la propria vita; nella logica dell’investimento immobiliare, la casa viene valutata soprattutto per la rendita che può produrre per la proprietà.

La selezione per capacità di spesa ritorna nella figura dei “nuovi abitanti”. Papa ne parla nelle pagine dedicate alla Città della conoscenza, il piano bolognese per attirare ricerca e imprese. Al centro c’è il Tecnopolo, il complesso nell’ex Manifattura Tabacchi dedicato al calcolo avanzato, all’intelligenza artificiale e alla ricerca industriale. I quartieri interessati dal piano, Bolognina e San Donato, sono già attraversati da difficoltà abitative. Le strategie dell’attrattività privilegiano chi ha la capacità di spesa per sostenere nuovi alloggi, servizi e commerci. Chi non riesce a sostenere questi costi deve cercare altrove, in aree sempre più periferiche, comuni più lontani o sistemazioni precarie. Il quartiere perde relazioni di vicinato e reti di cura, mentre gli alloggi si rivolgono a residenti con redditi più alti o restano vuoti.

L’urbanista Elena Granata, intervistata da Alessandro Mantovani, parla di un “club esclusivo” per descrivere la città che assegna priorità a chi porta capitali. A legittimare la presenza diventa soprattutto la capacità di generare valore economico, alla quale vengono subordinati bisogni, diritti, aspirazioni. La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli edifici impedisce a chi vi abita di restare. In via Michelino Papa racconta il raddoppio degli affitti e l’allontanamento degli inquilini dopo i lavori finanziati dal superbonus. I lavori finanziati con risorse pubbliche accrescono il valore della proprietà, senza garantire a chi vi abita di beneficiarne.

La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli edifici impedisce a chi vi abita di restare. Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è una responsabilità democratica dello Stato.
A settembre 2026, a Madrid, lo sfratto di Maricarmen, un’inquilina ottantasettenne che viveva nella stessa casa da oltre settant’anni, ha provocato una grande mobilitazione e un accordo per il suo rientro. Il diritto all’abitare è diventato sempre più fragile. Subordinare la possibilità di restare alla convenienza della proprietà significa attribuire a quest’ultima un potere sulle condizioni di vita degli abitanti. L’instabilità della casa restringe anche l’autonomia necessaria a organizzarsi e partecipare alle decisioni collettive. Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è dunque una responsabilità democratica dello Stato.

Attorno al bisogno di una casa si costruiscono anche forme di organizzazione collettiva. In un’assemblea o in un presidio antisfratto si confrontano esperienze che permettono di riconoscere cause e responsabilità comuni, formulare richieste e imparare a sostenerle. L’azione collettiva produce quindi conoscenza: nel tentativo di cambiare le condizioni dell’abitare si precisano anche i significati di casa, cura e convivenza. Immaginare usi diversi dei luoghi può orientare la loro riappropriazione.

Il confronto con altre città permette di verificare come i meccanismi dell’attrattività si adattino a storie, economie e rapporti di forza differenti. È la prospettiva aperta da “Sguardi dalle città”, la sezione che chiude il volume con contributi dedicati ad altre città italiane. A Bari, Antonio Di Siena, autore di Turisti a casa nostra (2025), parte da una focaccia farcita di mortadella, un pasto popolare, legato al lavoro nei cantieri e sui pescherecci, che mette in relazione le due città attraverso un’abitudine quotidiana. Quell’abitudine è diventata anche un marchio territoriale. Nei panifici migliori, anche chi vorrebbe soltanto pranzare deve fare la fila insieme ai turisti.

Di Siena propone di leggere l’espansione dell’economia turistica come un “welfare surrogato”. Nel quadro che ricostruisce, il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i costi. La possibilità di trovare un impiego può convivere con salari bassi e il reddito ricavato da un alloggio può sostenere il suo proprietario, mentre quell’abitazione viene sottratta alle locazioni ordinarie. I benefici del turismo si distribuiscono quindi in base a risorse di partenza già molto diseguali.

Il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i costi.
Nel contributo su Bari il turismo viene chiamato a compensare carenze economiche e sociali; a Bologna si innesta anche su servizi, istituzioni e pratiche culturali che hanno contribuito alla reputazione della città.

Una città si forma nel tempo attraverso l’incontro e la mescolanza di persone, pratiche e immaginari. È una stratificazione di storie e significati. Prende corpo nelle case, nei trasporti, nei servizi e negli spazi comuni accessibili, che ne organizzano la vita, ne ampliano o restringono le possibilità. La città partecipa così alla formazione dei soggetti che la abitano: rende possibili incontri, stabilisce dipendenze e offre occasioni di autonomia e modi di stare insieme.

A tenere insieme tutti questi passaggi è una scrittura capace di muoversi fra scene vissute, ricostruzioni documentarie e affondi polemici. Papa sceglie dettagli che restituiscono alle trasformazioni urbane il peso che hanno nelle vite delle persone. L’ironia interviene soprattutto nel confronto fra il linguaggio delle istituzioni e gli esiti delle loro iniziative. Alla promessa di inclusione vengono accostati i canoni delle stanze; alla gratuità di un comodato, i costi della gestione. Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.

Io a Bologna non ho mai vissuto, a differenza di Papa e di molti miei amici e amiche, che ci hanno trascorso anni della loro vita o hanno deciso di stabilirvisi. Ma non occorre abitarci per ricevere in eredità i racconti di una Bologna gaudente e mondana, trasgressiva, comunitaria e radicale, che non c’è più. A ogni generazione di studenti, ovunque si trovi, spetta sentir parlare di quella precedente, quando la città resisteva ancora. Anche questa sembra una tradizione per chi vive sotto le due torri: arrivare sempre un po’ tardi alla Bologna giusta.

Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.
Nelle conclusioni di Bologna non è un’isola felice, il tono si fa più confidenziale e Papa torna al ragazzo che, dal suo paese del Sud, aveva messo gli occhi su Bologna. Suonava in una band, viveva di musica e amicizie, e nella città delle controculture sperava di trovare il modo di far crescere quella vita. Il numero chiuso all’università aveva altri piani e lo dirottò a Roma. Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò finalmente a Bologna e trovò casa al primo appuntamento: una singola a trecento euro, la stessa cifra che a Roma pagava per una doppia. Una piccola rivincita, tramandata da fuorisede in fuorisede: una stanza tutta per sé, a un prezzo che lasciava spazio anche al resto della vita.

Il legame con la città in cui Papa ha scelto di lavorare e mettere su famiglia resta esplicito nel bilancio dell’inchiesta: “Tuttavia non tutto è andato perduto. Bologna resta un posto speciale in cui vivere, una città orgogliosamente antifascista, con un welfare ancora invidiato, servizi che – seppure in parte – continuano a funzionare e spazi che resistono alla turistificazione e alla privatizzazione. Ma chi avrà il privilegio di goderne?”. La sopravvivenza di servizi e spazi collettivi conta se resta possibile accedervi, continuare a vivere abbastanza vicino da frequentarli.

Chi contribuisce a rendere una città desiderabile può perdere la possibilità di abitarla. Il libro di Papa porta questa contraddizione sul terreno delle decisioni: chi dispone degli spazi, chi beneficia degli investimenti, chi può restare. Un manuale sulla contesa che può ancora permetterci di discutere sulla riappropriazione degli spazi persi, o di salvaguardarne di nuovi. Difendere l’abitare, i servizi, gli spazi collettivi significa mantenere aperta anche la possibilità che nascano esperienze e modalità di convivenza ancora imprevedibili, su di un’isola felice.

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Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE

Made in Europe

Il recente tentativo di tre eurodeputati del Partito Popolare Europeo (PPE) di silurare l’Industrial Accelerator Act, disegno di legge chiave dell’UE sull’industria, ha messo a nudo profonde divisioni interne al Parlamento su quanto l’Europa debba spingersi per proteggere i propri produttori dalla concorrenza straniera.

L’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2026 e nato sulla scia del Rapporto Draghi nell’Europa del 2024, schiacciata tra l’aggressività degli Stati Uniti (con i massicci sussidi dell’Inflation Reduction Act) e il dominio industriale della Cina, vuole segnare il passaggio da un modello di mercato aperto e non discriminatorio ad uno volto a rafforzare e tutelare la produzione manifatturiera interna, a creare nuovi posti di lavoro nell’UE sostenendo, al contempo, l’adozione da parte dell’industria di tecnologie più pulite. 

In sostanza, si propone di indirizzare appalti pubblici e sussidi verso imprese che operano in settori che “rivestono un’importanza strategica per l’economia dell’UE”, quelli ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio, prodotti chimici), tecnologie a zero emissioni nette, e componenti automobilistici; che fanno fronte a forti pressioni competitive e strutturali. L’obbiettivo è quello di ridurre la dipendenza produttiva dall’estero, portando la quota del settore manifatturiero sul PIL dell’UE al 20 % entro il 2035, rispetto al 14,3% del 2024.

La spesa del denaro pubblico dovrebbe essere vincolata a quote minime di produzione interna, limiti temporali e geografici, legata a vincoli molto stringenti, formalizzati per la prima volta nel criterio del Made in EU.

Ma cosa significa? Significa che, ad esempio, i produttori di veicoli elettrici per ricevere denaro pubblico dovrebbero assicurare che tali veicoli siano assemblati nell’Unione e che il 70% dei loro componenti, escludendo la batteria, sia prodotto in Europa sei mesi dopo l’entrata in vigore della legge.

Per conoscere gli altri vincoli: https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/industrial-accelerator-act-legge-ue/.

Il Made in Europe fuori dall’Europa: divisioni nell’Europarlamento

Per quanto riguarda la delimitazione territoriale prevista dal disegno originario, i Paesi che accordano alle imprese dell’UE accesso libero ai propri mercati sono considerati alla stregua dei Paesi dell’Unione, al fine di favorire una maggiore reciprocità negli appalti pubblici. Allo stesso modo i prodotti provenienti da partner con i quali l’Unione Europea ha concluso un accordo che istituisce una zona di libero scambio o un’unione doganale, o che arrivano dai 21 paesi non UE firmatari dell’Accordo sugli appalti pubblici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono considerati Made in Europe.

La definizione del Made in Europe ha costituito da subito un terreno di scontro tra le correnti politiche e gli Stati europei, che non riuscivano a trovare un’accordo su una definizione univoca per il disegno di legge.  

Anche in questa occasione, l’emendamento firmato da 20 eurodeputati del PPE, presentato martedì scorso da Christian Ehler, Angelika Niebler e Jörgen Warborn, è stato motivato dal fatto che un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe “far sprofondare il blocco in molteplici guerre commerciali con alcuni dei nostri partner più stretti”.

È evidente che la possibilità di affossare definitivamente la legislazione non si concretizzerà, vista l’esigua minoranza di 20 eurodeputati su 184 che hanno firmato l’emendamento di reiezione. Tale iniziativa va intesa, piuttosto, come un  “segnale politico”, dato che più della metà del gruppo di Ursula von der Leyen sostiene una definizione più ampia di Made in Europe,  secondo un funzionario del Parlamento informato sui negoziati.

D’altra parte gli eurodeputati— Christophe Grudler di Renew, il socialista Pierre Jouvet e la verde Anna Cavazzini — che guidano i lavori del Parlamento sul testo dell’IAA sostengono che estendere troppo il trattamento preferenziale vanificherebbe lo scopo della legislazione. 

Scontri tra portatori di interesse

Tra i vari attori che si esprimono in merito, vanno considerate anche le posizioni delle organizzazioni ambientaliste che contestano l’impostazione “Buy European” dell’IAA, chiedendo criteri ambientali più stringenti, non basati sulla provenienza geografica, e quelle di chi evidenzia il rischio che il provvedimento favorisca alcune filiere industriali senza una reale spinta alla circolarità e alla riduzione delle emissioni. 

I sostenitori del libero mercato e i rappresentanti dei consumatori, invece, temono che l’obbligo di comprare europeo provochi un aumento eccessivo dei costi per le opere pubbliche e la transizione verde (sebbene recenti studi del Jacques Delors Centre tendano a ridimensionare questo allarme).

Francia contro Germania

Le fratture sulle disposizioni centrali del Made in Europe arrivano da diverse parti e rischiano di paralizzare i negoziati all’interno del Parlamento europeo, ma anche i governi dell’UE stanno faticando a trovare un accordo su quanto restrittiva debba essere la definizione di Made in Europe: la Francia spinge per riservare il trattamento preferenziale a un gruppo relativamente ristretto di Paesi, con il sostegno di Italia, Grecia e Cipro,  mentre la Germania, con 13 Paesi membri al seguito, è più orientata al libero scambio e vorrebbe estendere la denominazione ad una gamma più ampia di partner commerciali, trasformandola piuttosto in un Made with Europe. 

La posizione della Germania è facilmente riconducibile alla rilevanza del settore siderurgico ed automotive per l’Economia del Paese, trainati da grandi gruppi industriali (come Volkswagen) ormai multinazionali che esercitando forti pressioni per modificare, in senso estensivo, il “Made in Europe”, chiedendo che non consideri unicamente il luogo di fabbricazione dei componenti, ma che venga valorizzato l’intero ecosistema di valore creato in UE, includendo investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), ingegneria e progettazione.

La distinzione è importante anche oltre i confini dell’UE. Sebbene la Cina sia il bersaglio principale delle misure proposte, un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe penalizzare partner stretti come il Regno Unito, che sta facendo pressioni per ottenere un trattamento favorevole in vista del vertice di novembre sul riavvio delle relazioni con l’UE.

Cos’è cambiato oggi? Il dibattito e i negoziati correnti

I 5.300 emendamenti alla bozza di relazione redatta da Grudler, Jouvet e Cavazzini rivelano modelli concorrenti ed esplicitando la difficoltà di trovare un compromesso praticabile su una proposta unica.

A distanza di mesi dalla proposta iniziale, il testo al centro di una serrata trattativa e di forti scontri politici nel Consiglio dell’Unione Europea e nel Parlamento Europeo, è atteso al voto definitivo per entrare in vigore tra il 2027 e il 2028. I testi di compromesso elaborati in sede di Consiglio UE stanno introducendo modifiche significative rispetto alla proposta originaria della Commissione per rendere i requisiti applicabili ed evitare paralisi commerciali.

La domanda rimane: l’Industrial Accelerator Act riuscirà veramente a sancire la fine della neutralità commerciale dell’Europa di fronte alle guerre dei sussidi globali, attraverso un compromesso equilibrato che protegga la sovranità produttiva europea senza scivolare in un protezionismo inefficiente che finirebbe per rallentare o rendere troppo costosa la stessa transizione energetica?

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Moschee abusive a Livorno, Lega: “ora c’è l’esposto, quindi il Comune può effettuare le verifiche necessarie”

Livorno 16 ottobre 2026   Moschee abusive a Livorno, Ceccardi, Sardone, Cisint e Ghiozzi (Lega): «Dopo la bocciatura della mozione arriva l’esposto. Ora il sindaco passi dalle battute sulle ghiande ai controlli concreti» «La maggioranza ha bocciato la nostra mozione sui presunti luoghi di culto islamici abusivi e l’assessore Silvia Viviani, durante il dibattito, aveva …

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Calderone (FdI): «Feste patronali, la giunta Marabaotti assente. Le nostre tradizioni meritano rispetto»

Rosignano Marittimo (Livorno) 16 ottobre 2026   CALDERONE (FDI): «PRESENTERÒ UNA MOZIONE IN CONSIGLIO COMUNALE» “La polemica nata nei giorni scorsi sui social dopo la festa di Santa Teresa a Rosignano Solvay merita una riflessione che va ben oltre il singolo episodio e soprattutto oltre la contrapposizione tra credenti e non credenti. Il 1° ottobre …

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

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Inchiesta su uso alloggi Montedomini, Gdf acquisito atti nella sede dell’Asp

Inchiesta su uso alloggi Montedomini, Gdf acquisito atti nella sede dell’Asp

Nella giornata di ieri militari della Guardia di finanza si sono recati nella sede della Asp Firenze Montedomini “nell’ambito delle attività investigative collegate all’esposto già oggetto di accertamenti”, per acquisire documentazione. Lo rende noto la stessa Montedomini. Per Salviamo Firenze: “Gli accertamenti della Guardia di Finanza sono una buona notizia. Manca la politica”.

Ad agosto scorso la procura fiorentina ha aperto un’inchiesta a seguito dell’esposto presentato da Salviamo Firenze per viverci su presunte anomalie nell’assegnazione degli appartamenti di proprietà di Montedomini.    “L’accesso, effettuato sulla base di un ordine di esibizione documentale – spiega Montedomini riguardo alla visita di ieri delle Fiamme gialle -, ha riguardato l’acquisizione di atti relativi alle questioni contenute nell’esposto, con particolare riferimento al patrimonio immobiliare dell’Ente e ad alcuni aspetti della sua organizzazione e del suo funzionamento. I nostri uffici hanno assicurato fin dal primo momento massima disponibilità e piena collaborazione, mettendo a disposizione del personale della Guardia di Finanza la documentazione richiesta e fornendo il necessario supporto durante le attività”. “Una prima parte della documentazione è stata già consegnata e i nostri uffici stanno predisponendo l’ulteriore materiale richiesto, che sarà messo a disposizione delle autorità competenti” si spiega ancora da Montedomini che evidenzia l’atteggiamento “di piena trasparenza e disponibilità che abbiamo mantenuto fin dall’inizio e che continueremo a garantire, nella convinzione che il rigoroso accertamento dei fatti sia nell’interesse dell’Ente e dell’intera comunità fiorentina”. L’azienda ribadisce anche “piena fiducia nel lavoro della magistratura e degli investigatori”.

“Bene che la Magistratura faccia il proprio lavoro. La Magistratura farà le proprie verifiche. In settimana prossima presenteremo nuovi elementi ad integrazione del nostro esposto di inizio agosto. Continueremo a fare la nostra parte, chiedendo che siano accertati i fatti e le eventuali responsabilità.  La Magistratura accerterà i fatti. Alla politica spetta assumersi le proprie responsabilità, senza aspettare che siano altri a farlo”, si legge in una nota di Salviamo Firenze sugli accertamenti della GdF a Montedomini.

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