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La mano rossa parla solo di guerra?

 

di Raffaella Milandri

 

Una mano rossa dipinta sul collo di un cavallo da guerra suscita curiosità, forse ammirazione. È facile collocarla nel repertorio che l’immaginario occidentale ama dei Popoli Nativi: guerrieri, cavalli dipinti, imprese di guerra, counting coup. Una mano rossa sulla bocca di una donna indigena contemporanea è molto meno comoda, perché non racconta un passato che possiamo romanticizzare: parla di donne scomparse e assassinate e, soprattutto, del silenzio che troppo spesso ha circondato la loro sorte. È questo il significato centrale della mano rossa divenuta emblema del movimento delle Missing and Murdered Indigenous Women and Girls, MMIWG. United South & Eastern Tribes, organizzazione intertribale che rappresenta numerose nazioni native, lo formula senza eufemismi: la mano sulla bocca rappresenta le donne scomparse «whose voices are not heard», le cui voci non vengono ascoltate, ma anche il silenzio dei media e delle forze dell’ordine davanti alla crisi. Il National Indigenous Women’s Resource Center la definisce a sua volta un simbolo ampiamente riconosciuto della violenza che ha silenziato innumerevoli donne indigene. Dunque non è semplicemente un segno di lutto, e neppure un generico richiamo al sangue. È un simbolo politico. Dice che qualcuno è stato ridotto al silenzio e, contemporaneamente, domanda chi abbia taciuto. Ed è forse proprio per questo che la mano contemporanea risulta più difficile da addomesticare di quelle che ammiriamo nei musei.

 

Quando una mano raccontava un’impresa

Le impronte di mani sui corpi dei guerrieri e sui cavalli delle Pianure sono storicamente documentate, ma qui occorre liberarsi subito da uno dei vizi più tenaci con cui continuiamo a raccontare i Nativi Americani: l’idea che sia esistito un unico dizionario dei «simboli indiani».

Non è così. Lo stesso segno poteva assumere significati differenti secondo il popolo, il colore, la posizione, l’occasione e la persona che aveva acquisito il diritto di portarlo.

Fra i Blackfeet, per esempio, George Bird Grinnell descrisse nel 1910 un uso molto preciso. Travolgere con il cavallo un nemico a piedi costituiva un’impresa prestigiosa e, durante le danze delle società guerriere, alcuni cavalli venivano dipinti con l’impronta di una mano rossa su entrambi i lati del collo. Grinnell non parla di un astratto «simbolo del coraggio»: collega il segno a un’azione concreta, compiuta e riconosciuta socialmente. Il suo studio, Coup and Scalp among the Plains Indians, apparve sull’American Anthropologist e rimane una delle fonti classiche sull’argomento.

La documentazione Cheyenne è ancora più eloquente perché permette quasi di vedere il sistema funzionare. Nell’Arrow’s Elk Society Ledger, raccolto nel 1882, compaiono cavalli sui quali le imprese dei cavalieri vengono trasformate in pittura. Una tavola mostra due mani blu sul collo di un cavallo e richiama proprio l’usanza Blackfeet descritta da Grinnell; un’altra mostra due mani rosse che indicano esplicitamente che il cavallo aveva travolto e calpestato un avversario a piedi.

Questa distinzione è essenziale. Dire che «la mano rossa significava guerra per i Nativi Americani» è troppo rozzo. Possiamo dire qualcosa di molto più interessante e documentato: in determinate società delle Pianure le impronte di mani potevano far parte di un linguaggio degli onori guerrieri e registrare imprese precise. Non erano decorazioni. Erano memoria sociale.

Persino il cavallo poteva diventare parte della biografia del guerriero, perché aveva partecipato materialmente all’impresa che il segno ricordava.

 

E poi c’è Fast Dancer

Un ritratto del 1844-1845 aggiunge un dettaglio impressionante. Wash-ka-mon-ya, “Fast Dancer”, guerriero Báxoje/Ioway, porta grandi impronte scure sulle guance e sul mento. Per chi conosce la moderna mano MMIWG, la somiglianza visiva è inevitabile.

Lo Smithsonian American Art Museum interpreta quelle impronte con una cautela che va rispettata: probabilmente indicavano che Fast Dancer aveva ucciso un nemico in combattimento corpo a corpo. Non possediamo una spiegazione pronunciata direttamente da Wash-ka-mon-ya, dunque quel «probabilmente» non deve sparire per rendere la storia più spettacolare.

Abbiamo però una testimonianza contemporanea relativa a un altro guerriero Báxoje dello stesso gruppo, No-ho-mun-ya, “Roman Nose”, che portava due mani nere dipinte sul petto per ricordare due avversari che aveva colpito. Il particolare aiuta a collocare anche Fast Dancer dentro un mondo nel quale il prestigio guerriero non si misurava semplicemente contando i nemici uccisi.

Nelle società delle Pianure, infatti, avvicinare un avversario, toccarlo o colpirlo esponendosi personalmente al pericolo poteva costituire un’impresa riconosciuta. Nel materiale Cheyenne dell’Arrow’s Elk Society Ledger il coup viene descritto proprio come il toccare o colpire un nemico vivo, gesto considerato prova di particolare coraggio.  

Qui la mano diventa quasi una forma di scrittura sul corpo: non dice genericamente chi sei, racconta qualcosa che hai fatto. Ed è precisamente questo che rende tanto interessante il confronto con la mano rossa contemporanea.

 

Dall’impresa al silenzio

Quasi due secoli dopo, la mano torna sul volto, ma il significato si rovescia.

Prima ancora che quella mano si imponesse, il rosso era già diventato un colore centrale nella denuncia della violenza contro le donne indigene. Dal 2011 il REDress Project dell’artista Métis Jaime Black ha collocato abiti rossi vuoti in università, musei e spazi pubblici. Il National Museum of the American Indian ne spiega il senso con una formula particolarmente efficace: gli abiti evocano una presenza attraverso la rappresentazione dell’assenza e richiamano l’attenzione sulla natura insieme razziale e di genere della violenza contro le donne native.

La storia precisa della mano rossa sul volto è meno lineare. Native Women in Film & Television, fondata da Joanelle Romero, rivendica la creazione della Hand Over Face e il lancio della campagna #WhyWeWearRed il 7 gennaio 2018, collegandole alla visibilità delle donne native e alla crisi MMIW. Ma Jordan Marie Daniel ricorda di avere già incontrato nel 2016, nell’attivismo per le persone indigene scomparse e assassinate, il colore rosso insieme a impronte di mani rosse e nere.

La conclusione più seria è quindi che la mano non nasce magicamente in una sola data: una simbologia era già in circolazione, mentre campagne e azioni pubbliche successive ne hanno consolidato una forma oggi immediatamente riconoscibile. E soprattutto l’hanno collocata sulla bocca.

È lì che il segno acquista la propria precisione politica. Una mano sulla bocca rappresenta una voce impedita, ma rende contemporaneamente quella voce impossibile da ignorare. Parla delle donne che non possono più raccontare ciò che è accaduto loro, delle famiglie che denunciano di non essere ascoltate e di un sistema nel quale l’assenza di una persona può essere seguita da una seconda cancellazione: quella dell’attenzione pubblica.

È il processo che nel mio lavoro ho chiamato “la seconda scomparsa”. Dopo quella fisica può consumarsene un’altra, quando una donna scompare anche dalle cronache, dalle indagini, dai dati e, infine, dalla memoria. È il nodo intorno al quale ruota La seconda scomparsa. Donne indigene tra sparizioni, omicidi e silenzio nel Nord America: non soltanto ciò che accade alle vittime, ma ciò che una società fa — o non fa — dopo che sono scomparse.

La mano sulla bocca visualizza proprio questo secondo silenzio. E questo libro è stato a sua volta “silenziato” dai media.

 

Una continuità che sarebbe troppo comoda

A questo punto sarebbe facile raccontare una storia bellissima: la mano rossa degli antichi guerrieri sarebbe sopravvissuta per generazioni fino a trasformarsi nell’emblema delle donne MMIWG.

Peccato che non abbiamo prove per dirlo.

Non esiste, allo stato della documentazione, una genealogia dimostrata fra le mani degli onori guerrieri Báxoje, Blackfeet o Cheyenne e la moderna mano rossa sulla bocca. Inventarla significherebbe fare proprio ciò che tanto spesso viene fatto con le culture indigene: osservare due immagini simili, eliminare le differenze storiche e trasformarle nell’ennesimo «antico simbolo nativo».

La realtà è meno semplice e molto più interessante.

La mano dipinta sul guerriero poteva rendere visibile un’azione compiuta e una reputazione acquisita. Quella sul cavallo poteva registrare un’impresa alla quale uomo e animale avevano partecipato. La mano rossa MMIWG rende invece visibile una violenza subita e il silenzio che l’ha accompagnata.

Le due immagini sono quasi il negativo l’una dell’altra.

La mano guerriera poteva dire: guardate ciò che ho fatto.

La mano sulla bocca dice: guardate ciò che è stato fatto — e chiedetevi perché per tanto tempo sia stato possibile non guardarlo.

Ed è qui che la questione smette definitivamente di essere folklore.

L’Occidente non ha mai avuto grandi difficoltà ad accettare il guerriero indigeno quando poteva trasformarlo in icona: cavallo dipinto, piume, battaglie, coraggio. Quel passato non presenta più un conto. La mano rossa MMIWG, invece, appartiene al presente e non concede la stessa distanza estetica: parla di violenza, di indagini, di copertura mediatica, di giustizia, di responsabilità istituzionali.

Forse per questo la prima può tranquillamente finire su un poster, mentre la seconda continua a disturbare.

Il problema, in fondo, non è che non sappiamo leggere la mano rossa. È che quando la mano passa dal collo di un cavallo alla bocca di una donna, capiamo fin troppo bene quello che ci sta dicendo.

 

Fonti essenziali

George Bird Grinnell, “Coup and Scalp among the Plains Indians”, American Anthropologist, vol. 12, n. 2, 1910, pp. 296-310; Smithsonian American Art Museum, Wash-ka-mon-ya, Fast Dancer, a Warrior; Plains Indian Ledger Art Project, Arrow’s Elk Society Ledger; National Museum of the American Indian, The REDress Project; National Indigenous Women’s Resource Center; United South & Eastern Tribes, Missing and Murdered Indigenous Women and Girls; Native Women in Film & Television / Why We Wear Red; Jordan Marie Daniel, Running for Justice.

 

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Deprivazione e Depravazione: dove nasce l'ossessione bellica degli USA

 

Il nuovo video editoriale di Fabio Massimo Parenti

"Deprivazione e depravazione hanno alimentato la disumanizzazione sistematica giustificando guerre, massacri e deportazioni in nome di Dio, della razza, della democrazia, della libertà e dei nostri valori."

"Mentre la Cina si riafferma nel mondo senza bisogno di un nemico [...] gli Stati Uniti, comandanti del nuovo totalitarismo internazionale, hanno sempre bisogno di nuovi nemici [...]: ecco perché la guerra attraversa tutta la loro storia da 250 anni."

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Giovani Palestinesi d'Italia: "Vi raccontiamo come resiste la diaspora palestinese in Italia"

Sidanah è una delle portavoce dei Giovani Palestinesi d'Italia, (GPI) un’organizzazione politica in diaspora nata intorno al 2017 e attiva in diverse città italiane come Milano, Torino e Roma.  Si tratta di un dialogo prezioso perché raramente questo collettivo rilascia interviste ai media. 
I palestinesi in diaspora ci spiegano come le loro attività di formazione, informazione, attivismo, sensibilizzazione e protesta siano parte di una rete di sostegno alla resistenza palestinese, sotto occupazione militare da almeno ottant'anni.

Abbiamo chiesto a Sidanah di raccontarci di più sul suo movimento, di spiegare cosa significa "resistenza", una delle parole più strumentalizzate dal sistema mediatico filosionista o comunque condizionato da un approccio orientalista. 
Oltre alla popolazione palestinese massacrata quotidianamente a Gaza, quella che vive in stato di apartheid perseguitata in Cisgiordania e sfollata nei campi profughi, c’è anche un’intera popolazione dietro le sbarre, si tratta dei prigioni politici in quello status giuridico che l'entità sionista chiama "Detenzione amministrativa", e che innumerevoli associazioni legali ritengono contrario ai diritti umani fondamentali. Insomma, la prigionia come altra forma genocidaria. 

E ancora, abbiamo chiesto un commento a proposito del fatto che Mahmoud Abbas ha di nuovo rimandato le elezioni nei territori palestinesi; avrebbero dovuto tenersi il 28 novembre ma sono state rimandate all’11 settembre del 2027. In chiusura abbiamo chiesto ai GPI la loro posizione rispetto all’ “Asse della Resistenza” antimperialista in Asia Occidentale quindi la resistenza di Ansarallah nello Yemen, della cittadinanza iraniana e libanese con Hezbollah.

GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA QUI:

 

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Guerra all'Iran: i limiti degli USA e cosa farà Trump. L'analisi del Gen. Fabio Mini a l'AntiDiplomatico

 

Un'invasione militare dell'Iran è davvero uno scenario sul tavolo del Pentagono? A l'AntiDiplomatico risponde il Generale Fabio Mini, in un'esclusiva intervista condotta da Loretta Napoleoni. Dopo aver tracciato il perimetro delle reali opzioni di Washington, Mini mette a nudo i limiti strutturali e logistici dell'Occidente. "L'Iran non è l'Iraq. Un'invasione su vasta scala comporterebbe un disastro tattico e strategico per gli Stati Uniti, con perdite umane e materiali assolutamente insostenibili".

Sulle reali intenzioni del Presidente Usa, Mini non ha dubbi: "Oggi, semplicemente, nessun esercito occidentale possiede i numeri, le forze di terra e la tenuta politica necessari per occupare e controllare un territorio ostile, vasto e complesso come quello iraniano". 

L'INTERVISTA COMPLETA SUL NOSTRO CANALE YOUTUBE:

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La "Teoria della Vittoria" per il 2029 e il tour europeo di Zelensky


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

16 ottobre. «Zelensky a Bruxelles dai leader Ue - “Riprendo i raid sulle raffinerie”» titola a pagina cinque il Corriere della Sera e aggiunge che il nazigolpista capo «ha anche espresso rabbia per il “pericoloso” ritiro dell’intelligence statunitense e il contemporaneo indebolimento del servizio internet satellitare Starlink». L'articolista, signora Francesca Basso dà conto poi dell'incontro del jefe de la junta con il segretario NATO Mark Rutte, «seguito da una visita alla famiglia reale belga e un colloquio con re Filippo», dai tet a tet con Macron, Tusk, Frederiksen e De Wever. «Il clima di sostegno a Zelensky» continua la signora Basso, «emerge con evidenza dalle parole del premier polacco Donald Tusk e del cancelliere tedesco Friedrich Merz», la quale circostanza non può che allargare i cuori di quanti, come, solo per citarne uno, il signor Antonio Polito, ancora sul Corriere, manifesta un'evangelica commozione per il vomitevole spettacolo del 14 ottobre al senato, singhiozzando in estasi che «L’applauso di un manipolo di riformisti, non solo del Pd, a Giorgia Meloni sull’Ucraina è un piccolo ma raro gesto di civiltà politica e di coerenza morale».

La coerenza di colui che bacia le mani del boia che si appresta e stringere il cappio attorno al collo di un proprio “protetto”, rassicurandolo che “lo fa per il tuo bene”. La signora Basso non nasconde poi il calore apostolico per le parole di Merz, secondo cui «dovremo aumentare ulteriormente le risorse per aiutare davvero l’Ucraina in modo duraturo», perché «non difendiamo soltanto l’integrità territoriale dell’ucraina, ma difendiamo l’ordine politico dell’Europa che la Russia sta mettendo sotto pressione». Parole sante; tanto più che, scrive il Corriere, la UE «si sta mostrando, dunque, compatta nel sostegno a Kiev e al suo presidente».

Compatta come lo sono fascisti e pro-fascisti del parlamento italico, di cui il signor Polito magnifica il “bon ton” espresso «nel superiore interesse nazionale», che si concretizza, come ha detto la presidente fascista del consiglio, in un appoggio a Kiev che «non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile»; per cui, sostiene il signor Polito, «se Kiev dovesse smettere di difendersi non avremo la pace ma l’occupazione militare di un pezzo d’Europa». Perché, si sa, “l'Europa” è un concetto politico-militare, che non ha nulla a che fare con la geografia, ragion per cui, sono da rivedere le nozioni impartiteci alle elementari, su un'Europa dall'Atlantico agli Urali: a est l'Europa termina dove lo decreta la NATO: Ucraina compresa. Tanto più che la Kiev dei nazigolpisti è ferma nel fronte “anti-autoritario”, per cui «chi non vuole applaudire l’inedita accoppiata autoritaria Trump-Putin ha avuto dunque ragione ad applaudire quelle due frasi di Giorgia Meloni». Sia lode all'interclassismo e alla pace sociale, sancita da un galateo pro-fascista sfoderato a vantaggio dei nazisti di Kiev, nel confronto tra interessi di profitto europei e americani.

Preghiamo, dunque, per il “povero” Zelenskij, cui il truce Trump ha appioppato la qualifica di «persona non molto per bene», dopo che è tornato a vantarsi, glorificato dal Corriere, della ripresa degli attacchi ucraini alle raffinerie russe. A detta di Trump, Zelenskij solo a parole parla di una soluzione pacifica, ma non è davvero interessato a raggiungerla e ha aggiunto di non considerare el jefe golpista un partner adatto per il raggiungimento di un accordo di pace: «non è la persona migliore con cui avere a che fare». D'altronde, ha quasi tutta la UE che lo arma e lo spinge a continuare la guerra. Trump ha citato l'intervista a una giovane donna ucraina che accusa apertamente Zelenskij di sterminare la popolazione maschile del paese: gli uomini ucraini tornano in massa dal fronte mutilati, senza braccia e gambe, finiscono in ospedali psichiatrici o muoiono. E, a scorno del signor Polito, a proposito della possibilità che il conflitto in Ucraina si concluda prima della fine del suo mandato presidenziale, Trump ha detto che «dovrebbe finire presto», anche se «è più difficile accordarsi con Zelenskij che con Putin». Tra l'altro, il presidente USA ha accusato Kiev di inganno, furto e traffico illegale delle armi trasferite: «Biden ha dato loro i missili, e loro li hanno venduti sul mercato».

Ma Zelenskij può permettersi di agire e parlare da quel guitto che è: da Londra a Bruxelles è tutto un fronte a suo sostegno.

Come nota Elizaveta Kalašnikova su Moskovskij Komsomolets, dopo il tour londinese e gli abbracci col re Carlo III e il premier Andy Burnham, ej jefe de la junta ha smesso di fingere di obbedire agli ordini di Trump. Sempre da Londra, scrive PolitNavigator, l'ex capo di stato maggiore dell'esercito britannico, Lord Richard Dannatt, ha esortato a continuare col massimo sostegno all'Ucraina, attraverso la fornitura di armi e aiuti finanziari e, contemporaneamente, rafforzare le proprie capacità di difesa e preparare la popolazione a possibili sconvolgimenti. Non dobbiamo dimenticare, ha detto Dannatt, quasi vergando un rapporto per il Corriere della Sera, che «mentre l'Ucraina lotta per la sua sopravvivenza, per la sua sovranità, per riprendersi parte del suo territorio, sta lottando anche per noi... ed è nel nostro comune interesse europeo continuare a fornire all'Ucraina il massimo sostegno, non solo morale, non solo abbracciandola a Buckingham Palace, ma anche fornendole i soldi, le armi e i missili di cui ha bisogno».

Il 15 ottobre, dunque, nell'intervista al Financial Times, Zelenskij ha annunciato la ripresa degli attacchi contro le raffinerie russe, dopo una pausa di tre giorni osservata su richiesta USA: «il divieto è stato revocato. Ne abbiamo avuto abbastanza» e ha posto la condizione per cui Kiev potrebbe astenersi dal colpire gli impianti energetici russi, solo in cambio di altri “Patriot”.

The Wall Street Journal osserva che Trump «è irritato dall'uso da parte ucraina delle risorse statunitensi per colpire le esportazioni energetiche russe, che a suo avviso possono danneggiare i consumatori americani». Per cui, alla domanda sulla ragione dell'inasprimento dei rapporti da parte di Zelenskij, nota Kalašnikova, ci sono diverse risposte: in primo luogo, a Londra, come altre volte in passato, si è assicurato il sostegno britannico. In secondo luogo, Zelenskij è ancora in attesa delle elezioni di metà mandato e immagina forse che i Democratici le vinceranno e si affretteranno immediatamente a rovesciare il malvagio Trump. Oppure, dopo le elezioni di metà mandato, il leader americano cambierà improvvisamente rotta.

Anche il politologo americanista Dmitrij Drobnitskij, su Ukraina.ru, osserva che a Zelenskij viene perdonato tutto, dal momento che è lo speaker della cosiddetta “Europa libera", specialmente ora che l'intera corrente liberale mainstream è contro Trump: solo in apparenza è Zelenskij a parlare a Trump da Kiev; in realtà, gli equilibri di potere sono profondamente squilibrati. Zelenskij è il portavoce della "Europa libera", dice il politologo; è stato villano con Trump, ma non è stata Ursula von der Leyen a parlare, bensì Zelenskij stesso e perciò lo si può scusare: combatte contro i russi. Non si tratta solo di un conflitto tra Zelenskij e Trump, ma del fallimento del tentativo dell'Occidente di "riorganizzarsi" sotto la presidenza Trump.

Per parte sua, intanto UE e NATO si stanno davvero organizzando, ma per la guerra diretta contro la Russia. Al Forum sulla sicurezza, svoltosi a Varsavia il 12 e 13 ottobre scorsi, il generale USA Alexus Grynkewich, Comandante supremo delle forze armate NATO in Europa, ha detto che in caso di scontro con la Russia, la NATO cercherà di rendere vano qualsiasi attacco contro i paesi dell'alleanza: «Se qualcuno sarà così folle da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e impediremo al nemico di raggiungere i suoi obiettivi; faremo in modo che qualsiasi attacco contro un nostro alleato sia completamente vano. Chiamo questa la mia "teoria della vittoria"... Respingeremo l'attacco iniziale. Se l'attacco dovesse proseguire, lo fermeremo e impediremo l'avanzata del nemico. E, se necessario, sconfiggeremo le forze nemiche e il sistema operativo di conduzione delle operazioni... Le forze di terra non agiranno isolatamente. Le nostre aeronautica e marina, in collaborazione con le forze spaziali e cibernetiche, garantiranno la superiorità aerea e navale e concentreranno un attacco massiccio sul campo di battaglia. Dopo questo blocco iniziale, respingeremo qualsiasi azione offensiva nemica». E ne pare convinto.

Da Mosca, il professor Dmitrij Danilov, del MGIMO, ha detto che le dichiarazioni di Grynkewich costituiscono una strategia dalle conseguenze di vasta portata ed è improbabile che tale linea d'azione venga interrotta: «C'è molta inerzia nella pianificazione politico-militare e della difesa» afferma Danilov; «anche un cambio di élite politica nei principali Paesi europei non significa generalmente che i piani ora adottati vengano modificati in alcun modo, tanto meno sospesi... Tale inerzia, influenzerà in ogni caso gli atteggiamenti delle nuove forze politiche in Europa e nella comunità euro-atlantica». La Russia, pertanto, dovrà sviluppare contromisure, che «non possono essere legate esclusivamente ai piani difensivi... La logica del confronto militare, soprattutto nel contesto di un'escalation del conflitto ucraino, impone la ricerca di contromisure».

Peraltro, come nota sarcasticamente Zakhar Vinogradov su Ukraina.ru, il Forum di Varsavia andrebbe più correttamente definito "Forum sulla preparazione alla guerra con la Russia", dato che ha definito la tempistica per l'inizio di una guerra, le risorse necessarie e ha formulato le tattiche delle azioni di guerra, elencate nella "Teoria della Vittoria" di Grynkewich. La strategia della NATO si basa sull'esperienza delle operazioni in Ucraina e fissa il 2029 come limite per la prontezza operativa. Si prospetta che Moskva avrà bisogno di circa 5-8 anni dopo lo scoppio di operazioni militari su larga scala in Ucraina per riorganizzare e riarmare completamente il proprio esercito e accumulare riserve sufficienti.

La "Teoria della Vittoria" si basa su una base tecnologica fondamentalmente nuova: il dispiegamento di reti di droni autonomi, l'integrazione dell'intelligenza artificiale per il puntamento istantaneo e nuovi sistemi di difesa aerea a più livelli. La ristrutturazione degli appalti per la difesa, l'acquisto di milioni di droni a basso costo e l'integrazione di piattaforme digitali di comando e controllo delle truppe negli eserciti di tutti i paesi NATO deve esser completata per il 2029. Operativamente, in una prima fase si prevede di arrestare o rallentare drasticamente l'avanzata delle unità russe, senza ingaggiare un prolungato combattimento ravvicinato; il tutto, tramite una rete di migliaia di sensori di ricognizione, satelliti, droni a basso costo e sistemi senza pilota usa e getta. La seconda fase prevede la distruzione dei sistemi di comando e comunicazione russi: invece di attacchi frontali contro veicoli blindati, si lanciano attacchi contro componenti critici, quali posti di comando, nodi di comunicazione, reti di supporto informatico, adottando attacchi missilistici cinetici ad alta precisione e attacchi digitali su larga scala. Solo nella terza fase, la NATO passa alla classica soppressione delle forze rimanenti, impiegando una potenza di fuoco pesante, che comprende aerei da combattimento, artiglieria missilistica a lungo raggio e unità meccanizzate pesanti. Nella “teoria della vittoria”, un ruolo sinergico è assegnato ai caccia F-35 e ai sistemi senza pilota: nei piani NATO, i droni non sono più una risorsa di supporto, ma sono al centro delle operazioni militari, così che si prevede di schierare una rete passante di droni a basso costo e monouso, piattaforme robotiche terrestri e sensori, dalla Finlandia al mar Nero.

Il punto centrale è che, per attuare tali piani, i paesi NATO devono allineare le proprie industrie a questi obiettivi ed è stato stabilito che l'Europa investirà circa 19 miliardi di euro in tecnologie per droni entro il 2029. L'Agenzia europea per la difesa (EDA) ha individuato oltre 200 aziende europee che producono droni e sistemi anti-drone e queste dovranno esser riunite in un'unica rete che, attraverso investimenti mirati, si possano incrementare i volumi di produzione del 140% in tempi brevi. Come ha affermato Andrius-Merlino-Kubilius – quello secondo cui «tra cinque anni, o forse anche prima, la Russia attaccherà un paese europeo, o forse più di uno» - uno dei compiti prioritari è «copiare il sistema di produzione ucraino in Europa». A tal fine, è stata creata un'associazione industriale permanente di aziende e start-up europee e ucraine del settore della difesa e, come sappiamo, in Italia c'è chi si sta portando avanti col lavoro, assumendo”specialisti” nazi-golpisti. La produzione localizzata (ad esempio, l'accordo tra il gruppo statale polacco PGZ e l'ucraina TAF Industries) consente la produzione di droni su scala industriale in stabilimenti sicuri in paesi UE.

In tutta questa storia, ironizza Vinogradov, c'è però una stranezza, che i russi sintetizzano col detto: "Sulla carta sembrava tutto pianeggiante, ma si sono dimenticati dei burroni". Innanzitutto, la Russia è perfettamente consapevole dei piani NATO di trasformare l'Europa in un vasto campo militare anti-russo ed è costretta a prepararsi a questa guerra. In secondo luogo, i generali NATO non vedono il quadro generale: l'opinione pubblica nei paesi UE e NATO sta cambiando, nonostante la propaganda anti-russa e l'isteria bellica. Ma, ci permettiamo di aggiungere, le élite dei paesi UE e NATO stanno provvedendo non da ora a cercare di “indirizzare per il verso giusto” le opinioni pubbliche e i nuovi “ministeri della propaganda e della censura” ne sono chiaro esempio. Le cancellerie europee hanno urgente bisogno di convincerci che sia la Russia che si prepara ad “attaccare l'Europa” e le canaglie dei media bellicisti fanno un lavoro ben retribuito.

 

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Trump punta a revocare la cittadinanza a Ilhan Omar

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta portando avanti una causa per revocare la cittadinanza alla deputata democratica Ilhan Omar ed espellerla dal Paese, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi. L'inchiesta, intensificatasi con un blitz all'alba nella sua abitazione a poche settimane dalle elezioni di metà mandato, si basa sull'ipotesi che l'età di Omar sia stata falsificata nella domanda che le ha conferito la cittadinanza americana nel 2000. Secondo l'accusa, la sua età sarebbe stata indicata come 17 anni anziché 18, un requisito che le avrebbe consentito di ottenere la naturalizzazione attraverso il padre defunto, Nur Omar Mohamed.

La parlamentare ha respinto con fermezza ogni addebito di frode sull'immigrazione, sottolineando tramite il suo ufficio come il presidente stia cercando di eliminare una delle voci progressiste più incisive del Congresso e ribadendo che le affermazioni a suo carico sono totalmente prive di fondamento. Ciononostante, gli inquirenti federali stanno approfondendo la questione: nell'ambito dell'operazione, gli agenti del Dipartimento per la Sicurezza Interna hanno sequestrato il passaporto, il telefono, i computer e i quaderni di Omar a seguito di un mandato di perquisizione approvato dal tribunale. In parallelo, la procura federale guidata da Jeanine Pirro sta conducendo un'ulteriore indagine sulle sue dichiarazioni finanziarie, ignorando il pronunciamento della commissione etica bipartitica del Congresso che all'inizio dell'anno l'aveva completamente scagionata.

L'offensiva giudiziaria si sta allargando anche alla sfera personale della deputata. In Minnesota, un gran giurì ha già emesso oltre una dozzina di mandati di comparizione nei confronti di familiari e conoscenti per riesaminare la documentazione di immigrazione della famiglia. La pressione politica su Omar beneficia anche dell'eco di uno scandalo di frode assistenziale scoppiato nello stesso Stato, che vede coinvolti diversi imputati di origine somala e che la parte repubblicana sta sfruttando per alimentare la campagna contro di lei. Le contestazioni sull'età non rappresentano una novità assoluta: gli investigatori federali avevano già esaminato la pratica durante l'amministrazione guidata da Joe Biden, decidendo tuttavia di archiviarla per l'assenza di elementi di prova a supporto della tesi della frode.

La recrudescenza del caso assume un peso determinante nell'imminenza dell'appuntamento elettorale del 3 novembre. Da anni il Presidente utilizza la figura di Omar come bersaglio politico per mobilitare le frange più radicali dell'elettorato conservatore. La vicenda si intreccia inoltre con il calo dei consensi per l'azione di governo e, in particolare, per la gestione del conflitto con l'Iran. Secondo recenti rilevamenti dell'istituto CNN/SSRS, l'approvazione repubblicana sulle decisioni belliche è scesa dal 73% di marzo al 60%, mentre la maggioranza dei cittadini giudica ormai troppo alti i costi del conflitto. In questo scenario, fonti amministrative citate dal Wall Street Journal riferiscono che la ripresa di eventuali operazioni militari contro Teheran è stata posticipata a dopo le elezioni, mentre la Casa Bianca tenta di contenere il prezzo dei carburanti e arginare le difficoltà elettorali del partito.

 

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INSS: Israele e la nuova dottrina di sicurezza tra guerra preventiva e distacco dagli USA

 

Un'analisi firmata dall'ex capo dell'intelligence militare israeliana Tamir Hayman, pubblicata dall'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) di Tel Aviv, individua nella guerra preventiva il cardine della sicurezza di Israele, definendo gli accordi di pace con i Paesi arabi come strumenti puramente temporanei e prefigurando una progressiva e inevitabile separazione dagli Stati Uniti.

Nel saggio, Hayman illustra dieci principi guida della dottrina strategica del Paese, collocando la guerra come lo "stato fondante" dell'identità nazionale. Secondo l'autore, il conflitto non può essere sostituito da uno stato di pace permanente, che viene considerato un mezzo e non un fine; di conseguenza, l'attacco preventivo e l'impiego della sorpresa strategica rappresentano l'unica via per garantire la vittoria, assegnando priorità all'offensiva rispetto alla difesa passiva. Questo approccio ha trovato applicazione pratica nel coinvolgimento di Israele su molteplici fronti regionali e nelle operazioni militari condotte contro l'Iran.

L'analisi descrive gli Stati Uniti come una potenza in declino, attraversata da trasformazioni socio-politiche destinate ad allontanarla da Tel Aviv. Di fronte alla progressiva erosione del sostegno pubblico americano, in particolare nell'elettorato democratico, l'analisi sottolinea la necessità per Israele di ridurre la dipendenza da Washington. Un ridimensionamento dei legami viene definito non solo inevitabile, ma essenziale per tutelare la resilienza dell'identità ebraica dello Stato, ritenuta incompatibile con i valori del progressismo statunitense. Nell'impostazione di Hayman, il carattere ebraico della nazione mantiene infatti la precedenza sui principi del sistema democratico e sull'uguaglianza dei diritti.

Sul piano diplomatico, il documento considera irraggiungibili accordi di pace strutturali con i vicini regionali, declassando le intese con i Governi arabi a meri espedienti tecnici. Tale visione si fonda sulla lettura delle nazioni circostanti non come Stati nazionali consolidati, bensì come aggregati tribali ed etnici; in questa prospettiva, la frammentazione politica dei Paesi limitrofi viene individuata come una condizione favorevole per la stabilità di Israele.

Infine, la dottrina assegna una funzione militare e strategica diretta alla presenza dei residenti israeliani nei territori oltre la linea d'armistizio, considerati come un avamposto di difesa della nazione. L'espansione degli insediamenti viene indicata come uno strumento centrale per la sicurezza, prefigurando per la popolazione palestinese un modello basato su forme di autogoverno locale e diritti di residenza circoscritti.

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Siti petroliferi e Stretto di Hormuz: la mossa della Francia nel Golfo

 

Il Ministero degli Esteri francese ha annunciato l'avvio operativo dell'accordo per la protezione degli impianti petroliferi dell'Arabia Saudita. Il portavoce del ministero, Pascal Confavreux, ha confermato l'attuazione di misure concrete nell'ambito dell'intesa, pur senza fornire dettagli specifici sulle risorse militari e logistiche dispiegate nel Paese arabo. La decisione dà seguito a quanto annunciato dal presidente Emmanuel Macron, che aveva espresso l'intenzione di inviare truppe e sistemi di difesa a tutela di Yanbu, strategica città portuale sul Mar Rosso e nodo fondamentale per il trasporto dell'energia.

In questo contesto di crescente instabilità, il Palazzo dell'Eliseo ha confermato che Macron svolgerà una visita ufficiale in Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar dal 19 al 21 ottobre. Al centro dei colloqui con le autorità locali vi saranno la sicurezza nello Stretto di Hormuz e le ripercussioni dell'aumento dei prezzi dell'energia sui mercati internazionali. Il presidente francese ha sottolineato come i recenti conflitti in Medio Oriente stiano aggravando la crisi energetica globale, auspicando una soluzione diplomatica che garantisca la riapertura dello stretto, senza tuttavia citare le azioni statunitensi contro l'Iran tra le cause primarie delle tensioni regionali.

Macron ha inoltre anticipato che nelle prossime settimane si terrà un vertice con i membri del G7 per esaminare la situazione energetica. L'obiettivo dichiarato è rafforzare la cooperazione tra i Paesi partner ed evitare inutili tensioni, valutando opzioni straordinarie come la revoca delle restrizioni commerciali o il possibile rilascio delle riserve strategiche di greggio.

La mossa di Parigi si inserisce in un quadro di forte escalation geopolitica. Da un lato, gli Stati Uniti hanno rafforzato la tutela delle infrastrutture energetiche in Arabia Saudita e Qatar con l'invio di sistemi missilistici Patriot. Dall'altro, il movimento Ansar Allah ha lanciato un duro avvertimento a Riyadh, minacciando di non lasciare intatto alcun impianto petrolifero se le ostilità continueranno. Negli ultimi mesi, le forze armate yemenite hanno già colpito a più riprese i siti della compagnia Aramco a Jizan, Najran e Abha, oltre a diverse installazioni militari, in risposta ai raid aerei e al blocco imposto dall'Arabia Saudita. Le milizie yemenite hanno ribadito che le operazioni proseguiranno fino al termine degli attacchi, secondo il principio del "blocco contro blocco ed escalation contro escalation".

 

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Reuters: come l'Iran sfida la superiorità militare degli USa nel Golfo

 

Un articolo firmato dall'agenzia di stampa britannica Reuters rivela come l'Iran e i suoi alleati stiano resistendo alla superiorità militare degli Stati Uniti, prendendo l'iniziativa attraverso una serie di attacchi di precisione nel Golfo Persico. Secondo l'inchiesta, missili e droni iraniani hanno colpito infrastrutture strategiche nei Paesi dell'area in almeno 135 occasioni. In diversi casi, le incursioni hanno causato danni di notevole entità che i governi della regione avrebbero preferito non rendere pubblici.

L'indagine documenta nel dettaglio come le azioni di Teheran e delle forze alleate abbiano preso di mira impianti petroliferi, strutture per il gas naturale liquefatto, aeroporti e reti di trasporto degli idrocarburi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, sono stati colpiti almeno 84 siti strategici dall'inizio dell'offensiva militare israelo-statunitense contro l'Iran, avviata il 28 febbraio.

Tra i bersagli principali figura il porto emiratino di Fujairah, uno dei più importanti snodi per l'esportazione di greggio situato all'esterno dello Stretto di Hormuz, dove le operazioni logistiche sono rimaste bloccate per settimane. In Qatar, alcuni proiettili hanno danneggiato due unità di refrigerazione presso l'impianto di gas liquefatto di Ras Laffan. Si registrano inoltre attacchi a diverse strutture aeroportuali in almeno quattro Paesi e il danneggiamento di tre stazioni di pompaggio lungo un oleodotto chiave in Arabia Saudita, infrastruttura fondamentale per bypassare il transito via mare attraverso Hormuz.

La compromissione di questi asset strategici ha ostacolato i piani operativi di Washington. L'inchiesta evidenzia come l'efficacia di queste azioni metta in discussione la narrazione di un Iran indebolito, dimostrando la capacità di Teheran di riequilibrare i rapporti di forza attraverso una guerra asimmetrica basata sul sistematico sfruttamento delle vulnerabilità economiche e logistiche dei propri avversari.

L'impatto degli attacchi ha generato forte preoccupazione tra le nazioni del Golfo e contribuito alla spinta rialzista sui prezzi del petrolio, complicando i tentativi statunitensi di mantenere una pressione costante sull'Iran. La combinazione di raid mirati e di restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz ha così rafforzato la leva negoziale e politica dell'Iran sia sui Paesi confinanti sia sull'economia globale. Ryan Stevens, ex coordinatore delle operazioni speciali del Corpo dei Marines degli Stati Uniti che ha visionato i dati del rapporto, ha evidenziato come le incursioni iraniane abbiano dimostrato una notevole precisione, pazienza e competenza nella selezione dei bersagli.

La crisi attuale si inserisce nel contesto del conflitto esploso il 28 febbraio, con l'avvio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele. In risposta, le Guardie della Rivoluzione e le forze iraniane hanno lanciato attacchi di rappresaglia contro basi statunitensi in Medio Oriente e obiettivi militari israeliani. Da parte sua, Teheran ha ribadito il monito ai Paesi della regione a non offrire supporto logistico o militare alle operazioni americane e israeliane, sostenendo che la stabilità del Golfo può essere garantita esclusivamente dalla cooperazione tra gli Stati dell'area e non dall'intervento di potenze esterne.

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Francia, il volto repressivo del neoliberismo: quasi 8.000 arresti

La crisi della scuola pubblica francese si trasforma in uno scontro sempre più duro tra studenti e governo. Al 15 ottobre, secondo i dati del Ministero della Giustizia, sono 7.950 le persone arrestate nell’ambito delle proteste che attraversano il Paese. Un dato impressionante: 6.773 dei fermati sono minorenni, mentre gli adulti sono 1.177. Le autorità giudiziarie hanno avviato procedimenti penali contro 2.735 persone e disposto la custodia cautelare in carcere per 26, circa il 65% delle quali maggiorenni.

Numeri che restituiscono la portata della risposta repressiva a una mobilitazione nata per denunciare problemi concreti e ormai strutturali. Le proteste sono iniziate a metà settembre, con gli studenti delle scuole superiori in prima linea contro orari sovraccarichi, carenza di insegnanti e deterioramento delle infrastrutture scolastiche. Successivamente, alla mobilitazione si sono uniti universitari, docenti e personale educativo, ampliando la contestazione contro le politiche del governo di Emmanuel Macron. Nelle piazze, le forze di sicurezza, comprese le Compagnie repubblicane di sicurezza, hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.

Ma la repressione non ha fermato la protesta contro il regime neoliberista, che continua a denunciare l’incapacità delle istituzioni di affrontare le cause profonde della crisi. Gli studenti chiedono interventi strutturali, un piano straordinario per salvare la scuola pubblica e l’abolizione di Parcoursup, la piattaforma utilizzata per l’ammissione all’istruzione superiore. Sotto la pressione delle piazze e dei sindacati, l’esecutivo ha annunciato l’assunzione di 3.000 insegnanti per far fronte alle assenze del personale che restano senza sostituzione. Una risposta che, per ora, non sembra sufficiente a placare la mobilitazione.

La questione va ben oltre le aule sovraffollate e la mancanza di docenti: la rivolta studentesca mette a nudo le contraddizioni di un sistema pubblico impoverito e la crescente distanza tra le esigenze sociali e le priorità del governo neoliberista di Macron. E il ricorso massiccio agli arresti, con migliaia di giovanissimi coinvolti, rischia di alimentare ulteriormente il conflitto invece di risolverlo.


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Zelensky chiede a Trump di fare guerra alla Russia

 

Il leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, ha dichiarato in un'intervista alla radio pubblica statunitense National Public Radio che, per porre fine al conflitto in Ucraina, necessita di garanzie di sicurezza da parte dei suoi partner occidentali, incluso l'impegno, da parte degli Stati Uniti, ad attaccare la Russia.

Zelensky ha indicato di voler mantenere l'attuale consistenza delle Forze armate ucraine, definendo l'adesione del Paese alla NATO come "la strada migliore" per raggiungere tale obiettivo. Ha inoltre affermato che impegni diretti da parte di Washington rappresentano una "buona via".

"Garanzie di sicurezza dirette da parte degli Stati Uniti [sono una] buona via. È una buona via, ma servono maggiori dettagli. Che cosa significa? Se Putin ci attacca, Trump attaccherà Putin. Questa è la risposta. Se tutto ciò che ho nero su bianco è questo: se Putin attacca l'Ucraina, Trump attaccherà Putin”.


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