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Dagli abiti da sposa alla moda di tutti i giorni: la rivoluzione di Emé sfila a Roma tra bermuda di paillettes, completi maschili e una sposa con gli stivali biker

Chi l’ha detto che chi nasce quadro non può morire tondo? A smentire il noto proverbio ci pensa Emé, brand del gruppo Oniverse, che ne è la prova vivente. Nato Atelier Emé come brand specializzato in abiti da sposa, passato il boom dei matrimoni post covid, nell’ultimo paio d’anni ha fatto un lavoro pazzesco di rebranding e oggi è un marchio di pronto moda, come si diceva una volta, concreto, desiderabile e utile per il cliente, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Via dal nome quell’Atelier che faceva troppo negozio di spose, oggi è solo Emé: il passaggio evolutivo si è compiuto in modo graduale, così come il cambio di passo stilistico. Dapprima accostando abiti da cerimonia al mondo sposa e poi lavorando in modo sempre più focalizzato su un guardaroba quotidiano che non rinuncia però a qualche tocco speciale. E promette di dare del filo da torcere ai grandi marchi della stessa fascia, come ha dimostrato la sfilata andata in scena a Roma. Anche qui emblematico. Dopo la prima in Stazione Centrale dello scorso anno, non sono più presentazioni di collezione, ma défilé a tutti gli effetti sempre più in grande stile.

La Città Eterna e “A Love Affair” al Chiostro di Michelangelo

Per svelare la collezione Occasionwear Autunno/Inverno 2026/27, ribattezzata Escape the Ordinary, il brand ha puntato al massimo dell’impatto visivo, scegliendo una cornice monumentale e intrisa di storia: il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, tradizionalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti. Se per le Terme non si tratta di un debutto assoluto nel mondo della moda (vi sfilarono il Sindacato Italiano Alta Moda nel 1956, Sylvio Giardina nel 2023 con l’opera Si/Lenzio e Bvlgari nel 2024 per i suoi 140 anni), per l’antico Chiostro è invece un’assoluta prima volta. In questa oasi di rigore geometrico, illuminata dalla luce naturale e circondata da oltre cento colonne monolitiche, hanno sfilato 30 look pensati per liberare il concetto di eleganza dalle vecchie etichette.

Sotto gli sguardi attenti di un parterre che includeva l’étoile Eleonora Abbagnato, la regista Sabrina Iannucci, Chanel Totti e le attrici Giulia Bevilacqua, Giulia Michelini, Nicoletta Romanoff e Vittoria Belvedere, Emé ha celebrato il suo legame strategico con la Capitale. “Roma è una città a cui siamo molto legati, dove abbiamo i nostri tre negozi più importanti, incluso il flagship di via del Corso, e molte delle nostre clienti più affezionate: questa è la prima volta che abbiamo aperto lo show anche a loro”, ha spiegato Silvia Falconi, direttrice creativa ventinovenne del marchio, in attesa del suo primo figlio. “Dopo Milano, dove abbiamo sfilato varie volte, ci sembrava la scelta più naturale. Inoltre, stiamo sostenendo il restauro di questo luogo incredibile e il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, con le sue numerose statue e colonne, chiaramente ‘rovinate’ dal tempo, ma comunque bellissime, rappresenta appieno il tema del ‘perfetto nell’imperfetto’ che vogliamo esprimere con questa nuova collezione”. Con una sponsorizzazione tecnica, infatti, l’azienda finanzierà entro il 2027 il restauro del grande plastico di inizio Novecento del complesso termale.

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Emé - Look 27

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L’estetica Wabi-sabi e la ribellione bucolica del Rural Punk

Il contrasto tra la pietra chiara, segnata dal trascorrere dei secoli, e la geometria rinascimentale del luogo è diventato il manifesto concettuale della stagione. A ispirare Falconi sono state due suggestioni stilistiche: l’estetica giapponese del wabi-sabi, che trova l’autentica bellezza nell’incompiuto e nell’imperfezione, e l’attitudine “rural punk”, una ribellione bucolica che intreccia la natura all’energia rock.

“Lavorando a questa collezione abbiamo introdotto un desiderio di evasione, senza perdere il legame con il nostro heritage”, ha proseguito la stilista. “Ancora una volta, i contrasti si armonizzano: maschile e femminile, struttura e fluidità, volumi importanti e leggerezza. Tessuti opachi e paillettes luminose convivono nelle silhouette, mentre le linee oversize si alternano a forme più avvolgenti e sensuali, in un equilibrio tra forza e delicatezza”.

La palette cromatica, dichiaratamente invernale, esplora i colori della terra: si passa dal bordeaux profondo del Deep Plum al marrone terroso del Rural Brown, fino alle calde sfumature mattone del Rust Rouge e a un vibrante ottanio (Urban Teal). Accanto a queste tonalità intense spiccano il grigio tortora dello Smoky Grey e accenti inaspettati, come il rosa saturo del Punk Rose e l’azzurro del Soft Indigo.

Sartorialità, paillettes e styling di rottura

Il nuovo volto della donna Emé — definita da Falconi come “intraprendente, impegnata, non solo nel lavoro, ma anche con la famiglia, le amiche” — emerge in un guardaroba in cui i capi cambiano vocazione a seconda degli abbinamenti. Le rigide regole dell’abbigliamento per eventi cadono a favore di una libertà istintiva. La severità della matrice sartoriale di completi gessati, spigati e check viene decostruita e illuminata da fili lamé, micro paillettes e bluse in twill con ricami botanici. La separazione tra giorno e sera svanisce: le paillettes ricoprono capispalla e persino un paio di bermuda che, indossati con camicia bianca e mocassini, hanno aperto trionfalmente la passerella. Un corpino gioiello si accompagna senza timore a un caldo cardigan in maglia a costa inglese; una minigonna a pieghe viene sovrapposta ai pantaloni; una bralette in pizzo effetto trompe-l’œil si inserisce in un rigoroso completo spigato.

L’eredità del mondo bridal non scompare ma si alleggerisce. Dettagli lingerie, pizzi anni Venti e velluti dalla lucentezza quasi liquida sfilano accanto a giacche costruite come corsetti, bustier in similpelle e chiodi con texture coccodrillo che infondono energia contemporanea. La sintesi perfetta di questa versatilità, come sottolinea la direttrice creativa, si legge in un outfit specifico: “Una giacca lunga con un taglio nuovo e molto particolare, ma realizzata in un tessuto intramontabile come il raso, abbinata a un pantalone cargo sempre in raso; un outfit da giorno ma con un tessuto da sera”.

Gli anfibi e la sposa rock del gran finale

L’evoluzione Escape the Ordinary del marchio si riflette anche negli accessori, protagonisti di un’importante espansione. Per sfuggire ai dettami classici del tacco da cerimonia, la collezione si popola di mocassini in suede (dalla linea affusolata o chunky con stampa coccodrillo), tote bag versatili, ballerine e stivali bassi punteggiati di strass. Ma la vera rottura arriva con l’introduzione degli anfibi in pelle con fibbie logate, che secondo Falconi sono il “segno tangibile che si tratta di una collezione di rottura rispetto al passato per il brand”.

Un messaggio stilistico ribadito in maniera deflagrante proprio alla chiusura dello show. Per l’ultima uscita è apparso in passerella un abito da sposa a sirena in raso lucido, caratterizzato da uno scollo all’americana, schiena scoperta, spacco vertiginoso e una coda lunghissima. Ai piedi della modella, però, niente décolleté in seta, ma un grintoso paio di stivali biker. La dimostrazione definitiva che la cerimonia moderna, firmata Emé, poggia su regole del tutto nuove.

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È morto a 73 anni Beppe Angiolini, il visionario buyer fondatore di Sugar ad Arezzo

Alle 5 del mattino si è spento nella sua abitazione di Arezzo Giuseppe Angiolini, conosciuto a livello internazionale nel fashion system semplicemente come Beppe di “Sugar“. Figura centrale nelle dinamiche dell’industria della moda e pioniere delle moderne strategie di distribuzione del lusso, avrebbe compiuto 74 anni il prossimo 5 dicembre. Da tempo lottava contro una malattia che non ne aveva intaccato l’entusiasmo e la lucidità professionale.

Beppe Angiolini non è stato soltanto uno dei buyer italiani più influenti degli ultimi quarant’anni: è stato un interprete culturale della moda, un innovatore del retail, un talent scout capace di anticipare i cambiamenti del gusto prima che diventassero fenomeni globali. Fondatore di Sugar, voce autorevole di Camera Buyer Italia, direttore artistico e consulente, Angiolini ha incarnato una figura rara nel fashion system: quella del buyer che diventa creatore di immaginari, ponte tra stilisti, mercato e pubblico. Ha portato il concetto di negozio a un livello culturale, ha trasformato Arezzo in un crocevia creativo, ha influenzato generazioni di addetti ai lavori. Ha anticipato la moda in ogni sua evoluzione, senza mai perderne la poesia.

La notizia del decesso è data dal Corriere di Arezzo. Le esequie dell’imprenditore devono ancora essere organizzate.

Gli inizi: un anticonformista in una città che non lo capiva

La sua storia inizia da un gesto controcorrente. “Con la moda non c’entri niente”, gli dissero i genitori quando nel 1979 annunciò che avrebbe aperto un negozio invece di lavorare nell’azienda agricola di famiglia. Ma a 19 anni, con i pantaloni a zampa, i cappotti lunghissimi e una cura ossessiva per il colore, Angiolini aveva già la sua direzione. “Già i miei compagni mi guardavano come un eccentrico”, ricordava. “Ma la moda per me era un fatto culturale: cambia ogni sei mesi, si rinnova, ti obbliga a metterti in gioco. Non potevo far finta che non fosse la mia strada”. Arezzo, allora, non era certo una capitale creativa. Eppure lui intuì che anche in provincia si poteva fare avanguardia.

Chi frequenta i front row delle settimane della moda milanesi e parigine lo ricorda come una presenza fissa e inconfondibile, lontanissima dagli eccessi visivi e dalle stravaganze a favore di flash che spesso animano gli ingressi delle sfilate. Osservava le uscite con l’occhio silenzioso e analitico del buyer d’esperienza, capace di valutare in pochi secondi la caduta di un tessuto, la pulizia di un taglio e la reale vendibilità di una collezione sui mercati internazionali.

Sugar: quando un negozio diventa un luogo culturale

Il primo punto vendita Sugar nasce tra il 1978 e il 1979, in anni in cui il Made in Italy muoveva i suoi passi più audaci con Armani, Versace, Ferré. Angiolini captava quell’energia e decideva di portarla in città. “All’inizio avevo solo piccoli marchi e brand sconosciuti”, ricordava. “Ma volevo dare l’idea che anche qui si potesse trovare qualcosa di speciale”. È un’intuizione radicale per l’epoca, quando lo shopping è ancora un gesto funzionale e il concetto di concept store non esiste. Sugar cambia le regole: ambientazioni curate come set cinematografici, selezioni in anticipo sui tempi, un dialogo costante con arte, design e architettura. Negli anni ’90 il negozio si espande, diventando più punti vendita. Poi, nel 2018, la svolta definitiva: il trasferimento nel restaurato Palazzo Lambardi, ribattezzato “Palazzo Sugar“. Affreschi, soffitti lignei, mosaici romani inglobati nel pavimento convivono con abiti di ricerca e installazioni contemporanee. Il retail diventa una narrazione. “La boutique fisica è il tuo biglietto da visita, racconta chi sei. Lo shopping online ti porta nel mondo. Oggi le due cose devono parlarsi”, diceva in anni in cui molti nel settore faticavano a capirlo.

Il buyer come visionario: istinto, ricerca, coraggio

Per Angiolini il buyer non era un ruolo tecnico: era un lavoro ad alto tasso creativo: “Questo mestiere devi avercelo dentro. L’esperienza serve, ma è una questione di istinto”, ripeteva spesso. La sua capacità di “sentire” i designer giusti al momento giusto è una delle chiavi del suo mito. Negli anni ’80 e ’90 sostiene Romeo Gigli, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani, Prada. Nel 2000 intuisce la rivoluzione estetica di Hedi Slimane per Dior Homme e poi per Saint Laurent. Negli anni 2010 lancia il Gucci di Alessandro Michele, che proprio da Sugar trovò una delle sue prime sponde più convinte. “Sono molti i nomi che mi hanno dato soddisfazioni. Sono loro che hanno fatto la storia della moda, e per me hanno segnato dei cambiamenti importanti”. La sua lettura delle tendenze era semplice: “Non esiste più un diktat. C’è libertà. L’importante è vestirsi tenendo presente se stessi. Ma sento che un po’ di eleganza, più armoniosa, sta tornando”.

Arezzo come capitale culturale della moda

Una delle sue imprese più sorprendenti non riguarda la moda in sé, ma la geografia della moda. Grazie a Sugar, Arezzo diventa una meta corteggiata da buyer internazionali, fotografi, stilisti, clienti globali. “Tra un Pitti e una Milano Fashion Week, chi può passa da Arezzo per vedere cosa ha fatto Beppe”, si dice nel settore. Angiolini amava profondamente la sua città, di cui è stato direttore artistico e promotore culturale. “Arezzo è il mio grande amore. Dobbiamo pensare mondo. Volare più alto”. Si batteva per una città più connessa, più ambiziosa, più consapevole della sua ricchezza artistica. Spesso citava con ammirazione gli interventi di Patrizio Bertelli sul patrimonio storico: “Condividiamo la stessa passione: conservare e far vivere la bellezza”.

Dietro l’immagine del professionista veloce, riservato, sempre in viaggio, c’era un uomo generoso e curioso: “Ho solo pochissimi minuti”, diceva quando lo si chiamava per un’intervista. Poi restava al telefono un’ora, senza perdere mai lucidità né passione. Il suo mantra? “Non credere in ciò che fai è l’unico errore da non commettere”. Sugar resta il suo manifesto: un luogo dove la moda si guarda, si tocca, si comprende. Dove la bellezza diventa esperienza. Dove il retail diventa racconto. E resta soprattutto la sua lezione: essere fedeli alla propria visione, sempre. Anche quando il mondo intorno non è ancora pronto a capirla.

L’impegno per il distretto dell’oro e la candidatura a sindaco

Nonostante il consolidato successo globale e la presenza fissa nei salotti televisivi per l’analisi dei look in occasione di grandi eventi mediatici come il Festival di Sanremo, Angiolini ha mantenuto un legame operativo inossidabile con il proprio territorio. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico di Arezzo Oro, mettendo le proprie competenze a disposizione del distretto orafo locale, e ha coltivato una lunga collaborazione con Franco Marinoni e la Confcommercio. Un impegno civico culminato la scorsa primavera con la discesa in campo per le elezioni amministrative, proponendosi come candidato sindaco in un progetto politico guidato dalla volontà di rilanciare l’immagine della città.

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