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Mar Nero, i droni colpiscono 7 navi in un mese: la Nato convoca una riunione di crisi

BRUXELLES — Gli ambasciatori della Nato si riuniranno la prossima settimana per il Mar Nero, dove in ottobre almeno 7 navi mercantili sono state colpite da droni nelle acque economiche di Romania e Bulgaria: 2 morti e almeno 25 dispersi, secondo il bilancio dell’Associated Press. La riunione di crisi l’ha annunciata il presidente romeno Nicușor Dan dopo l’incontro di giovedì con il segretario generale Mark Rutte e con il premier bulgaro Rumen Radev. Bucarest, che chiederà più mezzi anti-drone, da venerdì attribuisce gli attacchi alla Russia.

Ogni risposta dell’Alleanza passa però da Ankara. La Convenzione di Montreux del 1936 affida alla Turchia il controllo degli Stretti, e dal febbraio 2022 il governo turco tiene fuori dal Mar Nero le navi da guerra di Russia, Ucraina e dei membri Nato non rivieraschi. Rutte ha scritto su X che l’Alleanza «ha rafforzato la sua postura sul fianco orientale, anche con maggiori capacità anti-drone» e che la adeguerà «quanto necessario». Il messaggio era rivolto a Mosca, ma il nodo che a Bruxelles nessuno può sciogliere è quale forza navale la Turchia sia disposta a lasciar passare.

Radev in Parlamento è stato più esplicito: «Non c’è logica nel fatto che l’Ucraina attacchi le proprie navi e i propri equipaggi, dato che l’esito di tutti questi attacchi favorisce la Russia». Ha convocato l’ambasciatrice russa a Sofia, pur ammettendo di non avere prove; la diplomatica ha risposto di non avere informazioni dal ministero della Difesa di Mosca. Il Cremlino non ha commentato.

L’ultimo attacco è di giovedì mattina. Alle 7 (le 6 in Italia) la chimichiera Wine Trader, bandiera di San Marino, ha lanciato l’allarme a 13 miglia da Sulina, il porto romeno alla foce del Danubio: colpita all’alloggio dell’equipaggio, poi almeno una seconda volta, con l’impianto antincendio fuori uso e il mare grosso. Due elicotteri Black Hawk del ministero dell’Interno romeno hanno recuperato 5 marinai, beninesi, croati e bosniaci; 7 risultano dispersi. La notte prima era bruciata la Yara J, in rotta dalla Turchia; il 13 un cargo turco carico di mais era affondato con 2 morti, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva parlato di «un orribile attacco di due droni russi su una nave civile». Nella zona bulgara le navi colpite sono 4, due affondate.

La chiave di Montreux

La Turchia vorrebbe convocare tutti gli Stati rivieraschi per pianificare una missione di scorta ai convogli in un corridoio militarizzato, ha detto all’Associated Press una fonte coinvolta nei colloqui. La stessa fonte ha però elencato le obiezioni di Bucarest: «le nostre navi romene non hanno difese antiaeree contro i droni», e non è chiaro perché romeni e turchi dovrebbero scortare «una nave delle Bermuda con un armatore argentino». Per ora i tre Paesi hanno solo esteso, a luglio, la forza congiunta di sminamento alla protezione dei cavi e dei gasdotti sottomarini.

Yörük Işık, analista del Bosphorus Observer di Istanbul, ha detto a Radio France Internationale che «la guerra è arrivata in pieno nel Mar Nero» e che le alternative sono due: o il Cremlino de-escala, «oppure Ankara accetterà che qui serve una forza più credibile, devono arrivare navi più grandi». Le marine romena e bulgara, ricorda, navigano con unità dell’era della Guerra fredda a fine vita: «l’impegno turco è la chiave». Hüseyin Bağcı, della Middle East Technical University di Ankara, è scettico: il governo turco «probabilmente lo considera una provocazione per trascinare la Turchia in guerra», e Mosca ha una leva, la centrale nucleare di Akkuyu che Rosatom sta completando. La linea ufficiale, ripetuta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan già l’anno scorso e rilanciata dalla tv di Stato TRT, è che Montreux è stata «applicata rigorosamente».

La Convenzione fissa limiti di tonnellaggio e di permanenza alle navi da guerra dei Paesi non rivieraschi e consente alla Russia di chiederne la revisione ogni cinque anni. Selim Kuneralp, diplomatico turco a riposo ed esperto del trattato, vede il rischio dopo la guerra: se Putin la vincesse, «c’è un forte rischio che dica: questo è inaccettabile, vogliamo il libero passaggio delle navi da guerra».

Gli Stretti sono stati la posta delle guerre russo-ottomane per due secoli. Nel 1946 Stalin chiese ad Ankara la revisione di Montreux e una presenza militare sovietica sul Bosforo e sui Dardanelli; la Turchia rifiutò, Washington mandò la corazzata Missouri in visita a Istanbul, e sei anni dopo Ankara entrava nella Nato.

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Yemen, gli Emirati tornano a pagare le milizie contro gli Houthi: l’Arabia Saudita dà la copertura aerea

ADEN — Gli Emirati Arabi Uniti tornano nella guerra dello Yemen. Hanno ripreso a pagare le Brigate dei Giganti, la milizia che avevano addestrato e finanziato per anni e che è considerata la più efficace fra le forze che combattono gli Houthi nel sud del Paese, riferisce il Guardian citando fonti yemenite. In cambio l’Arabia Saudita garantirà la copertura aerea.

È un’intesa raccontata da chi sta sul terreno, non annunciata dalle capitali: né Riad né Abu Dhabi hanno commentato. È però il primo segnale concreto di riavvicinamento fra i due Paesi del Golfo dopo mesi di dissensi sul futuro dello Yemen. A gennaio gli Emirati avevano chiuso le operazioni e tagliato i fondi ai loro alleati, e i sauditi erano arrivati a bombardare forniture d’armi emiratine destinate ai separatisti del Sud.

La notizia arriva nelle ore più dure per il governo riconosciuto. Giovedì cinque missili hanno colpito il palazzo presidenziale di al-Maashiq, ad Aden, la capitale provvisoria: 5 morti e 16 feriti, fra cui guardie e impiegati civili. Il primo ministro Shaya al-Zindani era nel complesso ed è rimasto illeso; due delle sue guardie del corpo sono morte. È il primo attacco di questo tipo sulla sede del governo.

Venerdì altri due missili sono caduti sull’aeroporto di Aden, a circa 500 metri da un aereo della compagnia Yemenia pronto a decollare per Il Cairo. Nessun ferito, ma è il secondo attacco allo scalo in meno di una settimana. «Una minaccia diretta alla vita dei passeggeri e degli equipaggi», ha detto il ministro dell’Informazione Moammar al-Eryani.

Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato di aver colpito il «quartier generale delle operazioni militari saudite» ad Aden, nel quadro della politica dichiarata di colpire «i rinforzi sauditi ovunque si trovino». L’agenzia Saba, controllata dal movimento, parla di un comando gestito da ufficiali sauditi e, per l’aeroporto, di obiettivi nel campo militare di Badr, adiacente alla pista. Riad accusa l’Iran di aver «incoraggiato» l’escalation; Teheran respinge «ogni accusa di aver avuto un ruolo nelle operazioni yemenite» e offre i propri buoni uffici.

La guerra riaperta a settembre

La tregua del 2022 è saltata quest’estate. A settembre gli Houthi hanno lanciato un’offensiva lampo sulla costa del Mar Rosso, hanno preso il porto di Mocha e le alture che dominano il Bab al-Mandab, lo stretto che chiude il Mar Rosso a sud, e hanno annunciato il blocco delle navi saudite. Per Riad quella rotta è diventata vitale da marzo, quando l’Iran ha chiuso Hormuz e il Regno ha dirottato parte dell’export di petrolio verso il Mar Rosso attraverso l’oleodotto Est-Ovest.

Il 4 ottobre il presidente del Consiglio di comando presidenziale, Rashad al-Alimi, ha lanciato l’operazione «Alba dello Yemen» per riprendere Sanaa con copertura aerea saudita, i primi raid del Regno ammessi dal 2022. Mocha non è stata riconquistata. Taiz, terza città del Paese, è di fatto assediata: la strada per Aden è tagliata e il prezzo della benzina è triplicato in una settimana, racconta Al Jazeera. Gli Houthi rispondono sul territorio saudita: 20 attacchi sull’aeroporto di Riad dal 1° ottobre, secondo il portavoce della coalizione, con 19 morti e 364 feriti negli scali del Regno. L’inviato Onu Hans Grundberg ha parlato al Consiglio di sicurezza di ritorno alla «guerra totale».

Il ritorno dei soldi emiratini rimette in campo l’unica forza di terra che negli anni scorsi aveva fatto arretrare gli Houthi, in un momento in cui l’aviazione saudita da sola non ha riaperto né Mocha né la strada di Taiz. Per Thomas Juneau, esperto di Medio Oriente all’Università di Ottawa, l’escalation serve agli Houthi ad accumulare leva negoziale con Riad e a consolidare «il loro potere dentro lo Yemen».

L’intesa non scioglie il nodo del Sud. I separatisti del Consiglio di transizione hanno chiesto questa settimana un referendum sulla secessione, per tornare ai confini dello Stato che esistette fino al 1990; né Riad né Abu Dhabi hanno risposto. Il loro leader, Aidarous al-Zubaidi, vive ad Abu Dhabi da gennaio, dopo il fallito tentativo di prendere il controllo del Sud, e non ha contatti diretti con i sauditi. I suoi uomini non hanno ancora accettato di combattere oltre i vecchi confini. Dall’intensificarsi degli scontri oltre 200.000 persone hanno lasciato le loro case.

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Bangkok, l’Europa lascia la sala del Fondo monetario quando parla il ministro russo: sfida a Trump

Aggiornato alle 15:41

BANGKOK — Il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha preso la parola in russo, sabato, nella sala del Comitato monetario e finanziario del Fondo monetario internazionale riunito a Bangkok, e circa metà dei delegati si è alzata ed è uscita. Il primo ad andarsene è stato il governatore della Banca nazionale ucraina Andriy Pyshnyy; dietro di lui i rappresentanti di Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia e dei tre Paesi baltici, poi il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey con i colleghi di Francia e Germania. Lo riferisce Reuters citando tre persone presenti; la Banca d’Inghilterra ha confermato.

È la prima risposta concreta degli alleati di Kiev all’ordine esecutivo con cui Donald Trump, venerdì sera, ha sospeso le sanzioni sull’energia russa previste da una legge che lui stesso aveva firmato il mese scorso. «La guerra in Ucraina è esistenziale per noi europei. Non possiamo normalizzare i rapporti con la Russia», ha detto all’agenzia un diplomatico europeo. Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha contato «quasi metà» della sala in piedi.

Il presidente del comitato, il ministro saudita delle Finanze Mohammed al-Jadaan, ha chiuso la seduta senza drammi: «Siamo venuti qui per una ragione e l’abbiamo raggiunta. Tutti i membri hanno approvato il comunicato, è questo che conta». La sottosegretaria al Tesoro americana Erin Browne ha ribadito che Washington sostiene la presenza russa al tavolo. Lo scontro covava da giorni: giovedì Berlino si era opposta al rientro di Mosca sulla scena internazionale, al G20 finanziario gli europei avevano rifiutato la foto di gruppo con Siluanov e a un ricevimento alcuni delegati avevano chiesto di cambiare posto per non sedere accanto al vicepremier russo Aleksej Overchuk.

Il «diesel deal»

L’ordine firmato da Trump congela, due giorni prima dell’entrata in vigore, il Lindsey Graham Act, il pacchetto più pesante contro Mosca approvato dal Congresso dall’inizio della guerra: dazi fino al 500% sui beni russi e fino al 100% su quelli dei cinque maggiori acquirenti di greggio e gas russi, Cina e India comprese, più misure su banche, dirigenti e sulla «flotta ombra» di petroliere che aggira l’embargo. Il testo è di poche righe: «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui la concessione di tale waiver è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti». Restano in piedi le sanzioni imposte con ordini esecutivi precedenti.

La legge porta il nome del senatore repubblicano della Carolina del Sud, sostenitore di Kiev, morto improvvisamente in luglio. La sospensione segue l’intesa raggiunta da Trump con Vladimir Putin sul gasolio: 300.000 tonnellate subito, 500.000 a novembre, un milione subito dopo. Il diesel è rincarato di quasi il 70% dall’inizio della guerra con l’Iran e il presidente ne ha attribuito la colpa agli attacchi ucraini alle raffinerie russe.

Volodymyr Zelensky ha detto sabato ai cronisti che non si aspetta uno stop: «Purtroppo la revoca delle sanzioni continuerà. Credo che il diesel deal sia solo il primo passo». Su Telegram era stato più duro: «Un blackout delle sanzioni americane, l’allentamento della pressione sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin: tutto questo lo incoraggia solo a continuare ad attaccare». Nella notte la Russia ha lanciato oltre 320 droni Shahed e missili contro più di 15 impianti elettrici, da Lutsk a Vinnytsia: un morto e 22 feriti, fra cui due bambini, a Kherson, un morto a Sumy. Venerdì Putin, in uniforme, aveva indicato come obiettivo «la liberazione della Repubblica popolare di Donetsk».

Il Cremlino non ha commentato il waiver; lo ha fatto l’inviato di Putin Kirill Dmitriev, che sui social lo ha definito «un momento importante e davvero storico». A Bruxelles il presidente del Consiglio europeo António Costa, dopo il vertice di venerdì con Zelensky, ha detto: «Non è il momento di ritirare il sostegno all’Ucraina, non è il momento di alleggerire le sanzioni alla Russia. È il momento di aumentare il sostegno e la pressione».

Al Congresso le critiche arrivano da parlamentari di entrambi i partiti. La Casa Bianca non ha replicato all’uscita dalla sala di Bangkok. La partita, per Washington, si gioca sul prezzo alla pompa prima che sul fronte del Donbass: la stessa Browne ha legato la presenza russa al tavolo alla necessità di tenere aperto il canale con Mosca sull’energia.

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Trump sospende le sanzioni contro la Russia: “Interesse nazionale”. Zelensky “Così si incoraggia Putin ad attaccare”

Trump sospende le sanzioni contro la Russia: “Interesse nazionale”. Zelensky “Così si incoraggia Putin ad attaccare”

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo con cui sospende una serie di sanzioni imposte in precedenza alla Russia. Secondo quanto precisato da Trump, le deroghe sono state effettuate poiché rientrano nell’interesse nazionale.

Il pacchetto di sanzioni sarebbe entrato in vigore il 18 ottobre ed era stato messo a punto dal senatore Lindsey Graham. La decisione di Trump arriva dopo l’annuncio dello stesso capo della Casa Bianca secondo cui gli Usa avrebbero raggiunto un accordo con Mosca sul diesel russo, con l’obiettivo di ridurre i prezzi dell’energia sui mercati mondiali.

ZELENSKY “STOP USA A SANZIONI INCORAGGIA PUTIN AD ATTACCARE”

“Un blackout delle sanzioni Usa, un allentamento della pressione sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin: tutto ciò non fa altro che incoraggiarlo a continuare ad attaccare”. Così su X il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha commentato la decisione della Casa Bianca di sospendere una serie di sanzioni imposte in precedenza alla Russia. “Non dobbiamo cedere terreno. Dobbiamo continuare a cercare di porre fine alla guerra. Porre fine alla guerra, non dare a Putin ogni motivo per continuarla a tempo indefinito”, ha aggiunto Zelensky.

Il pacchetto di sanzioni sarebbe entrato in vigore il 18 ottobre ed era stato messo a punto dal senatore Lindsey Graham. “In un momento in cui i russi hanno sferrato un attacco così massiccio contro il nostro settore energetico, negli Stati Uniti si è purtroppo deciso di ignorare completamente il Lindsey Graham Act, che avrebbe dovuto esercitare una pressione davvero efficace sulla Russia per porre fine a questa guerra. Questa legge avrebbe potuto essere di enorme aiuto, e può ancora esserlo! Ma deve funzionare davvero, e ogni voce a suo sostegno è importante. La Russia sta cercando di provocare un blackout in Ucraina, proprio prima dell’inverno. La Russia sta cercando di lasciare milioni di nostri concittadini senza elettricità e riscaldamento. È necessario esercitare pressione per fermare tutto questo”, ha commentato Zelensky.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Sicurezza nei parchi, Perini attacca il Pd: “Bocciato il nostro piano”

LIVORNO – La sicurezza nei parchi cittadini torna al centro del confronto politico.

A riaprire il tema è Alessandro Perini, consigliere comunale di Fratelli d’Italia, dopo la bocciatura della mozione presentata insieme a Marcella Amadio sugli interventi per sicurezza, decoro e piena fruibilità delle aree verdi comunali.

L’atto, discusso in consiglio comunale il 12 ottobre, è stato respinto con 5 voti favorevoli, 12 contrari e nessun astenuto.

Nel suo intervento Perini sintetizza la polemica con una frase: “La polizia spaventa i bambini”. Il consigliere contesta alla maggioranza di avere respinto una proposta che, nelle intenzioni dei firmatari, avrebbe dovuto rafforzare i controlli e la presenza della polizia locale nei parchi.

Perini collega il tema anche ad alcuni episodi avvenuti nei mesi scorsi al Parterre. A maggio un bambino di 11 anni era stato aggredito e derubato della bicicletta; a giugno un altro minorenne aveva denunciato una rapina con la sottrazione di cellulare, portafoglio e scarpe.
Sono fatti che avevano già riacceso il dibattito sulla sicurezza del parco Sandro Pertini e, più in generale, sulla gestione degli spazi pubblici cittadini.

Perini sostiene che il Pd abbia “bloccato il piano sicurezza” e respinge l’idea che una maggiore presenza degli agenti possa rappresentare un problema per bambini e famiglie.

Sul piano amministrativo, il dato è che il consiglio comunale ha respinto la mozione. Le diverse posizioni emerse nel dibattito riguardano invece le modalità con cui organizzare il presidio e i controlli nelle aree verdi.

A settembre erano già state discusse sia la proposta Perini-Amadio sia un’altra iniziativa sulla sperimentazione della polizia di prossimità, segno che la questione continua a occupare un posto rilevante nell’agenda politica cittadina.

Dopo gli episodi che hanno coinvolto anche minori, il confronto si concentra ora su quale modello di presidio adottare nei parchi e su come garantire maggiore sicurezza senza snaturarne la funzione di spazi pubblici aperti e frequentati dalle famiglie.

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Iran, i Pasdaran rivendicano la mina contro una superpetroliera nello stretto di Hormuz: «Lo stretto è chiuso»

TEHERAN — Più di due milioni di barili di greggio in fiamme in mezzo allo stretto di Hormuz. Così la marina dei Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, il corpo militare che in Iran risponde direttamente alla Guida suprema, ha descritto sabato mattina la sorte di una superpetroliera che, secondo il comunicato, ha urtato una mina mentre tentava «un passaggio non autorizzato» ed è stata avvolta da «una massiccia esplosione e un incendio violento».

La rivendicazione, diffusa dai media statali iraniani e ripresa dall’agenzia France Presse, non dice dove sia avvenuto l’urto, non dà il nome della nave, la bandiera, l’armatore, né una parola sull’equipaggio. L’agenzia semiufficiale Fars ha pubblicato un video girato di notte, con lo scafo illuminato dalle fiamme. Il comando americano per il Medio Oriente, il Centcom, e l’agenzia marittima britannica che registra gli incidenti nel Golfo non hanno confermato l’episodio.

Il meccanismo che quel comunicato racconta è ormai la routine dello stretto dall’inizio della guerra fra Iran e Stati Uniti, il 28 febbraio. Teheran dichiara chiuso il passaggio obbligato per il greggio del Golfo; Washington lo dichiara aperto e lo scorta; le petroliere tentano il transito spegnendo i sistemi di localizzazione; i Pasdaran le colpiscono. La nave di sabato, dice il comunicato, «ha tentato di attraversare lo stretto con il sostegno degli Stati Uniti, disattivando tutti i sistemi di tracciamento».

Il linguaggio è quello delle ultime settimane. «Lo stretto di Hormuz è chiuso, e la conseguenza di sfidare le regole iraniane è bruciare nel fuoco della fiducia nell’esercito terrorista Usa», recita il testo rilanciato dall’agenzia semiufficiale Tasnim. La tv di Stato Press TV parla di un transito protetto dall’«esercito contrabbandiere» americano.

La risposta di Washington era arrivata in anticipo. Venerdì l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, aveva detto: «Sia chiaro, lo stretto di Hormuz è controllato dagli Stati Uniti e dai nostri partner regionali, non dall’Iran. Resta aperto agli affari». Il comando americano sostiene da mesi che le navi continuano a passare «nonostante l’aggressione ingiustificata» dei Pasdaran.

Dieci navi in una settimana

I numeri raccontano un’escalation. Secondo l’agenzia marittima britannica, almeno dieci navi sono state attaccate dentro o vicino allo stretto da domenica, il massimo settimanale dall’inizio del conflitto; dal 1° ottobre gli attacchi sono 23, quasi il doppio della media dei mesi precedenti. Venerdì due mercantili sono stati colpiti al largo di Jubail, il grande porto petrolchimico saudita sul Golfo, uno da un razzo anticarro sparato da un barchino: «danni al quarto di poppa sinistro, equipaggio incolume», secondo il rapporto.

La partita si gioca sul prezzo: ogni nave colpita è un messaggio ai mercati prima ancora che a Washington. Il Brent ha chiuso venerdì a 109,86 dollari al barile, in rialzo del 3,7%, al massimo dal 19 maggio; il greggio americano Wti ha superato i 101 dollari, con un balzo del 10% in una settimana. Noleggiare una petroliera dal Golfo alla Cina costa fino a un milione di dollari al giorno, ha detto a Cnbc il direttore di Lloyd’s List, la bibbia dell’informazione marittima.

Sul fronte politico Teheran tiene chiusa anche la porta negoziale. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha definito «insufficiente» la risposta americana alle sette condizioni presentate all’Assemblea generale dell’Onu e ha escluso trattative. Il presidente Masoud Pezeshkian, venerdì in visita in Armenia, ha negato che l’Iran cerchi l’atomica e ha definito «ingiustificabili» le sanzioni. Il Qatar continua a fare da mediatore.

Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha fissato venerdì su X la condizione per riaprire il passaggio: «Se gli Stati Uniti lasciano la regione, lo stretto di Hormuz riaprirà. Se non se ne va, lo cacceremo».

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Francia, i gilet gialli tornano in piazza con i liceali: lacrimogeni a Parigi e 166 arresti

PARIGI — La polizia ha lanciato i lacrimogeni su place de la République alle 13.17, un’ora e mezza prima dell’inizio del corteo autorizzato, mentre a Marsiglia e Lione gli agenti antisommossa sgomberavano con i manganelli cortei non dichiarati e barricate improvvisate. A mezzogiorno gli arresti in tutta la Francia erano 166, riferisce France 24; alle 9.30 la prefettura di Parigi ne contava già 40 nella sola capitale.

Non sono episodi slegati. Il movimento partito un mese fa nei licei delle periferie povere a nord di Parigi, per i professori assenti e le aule fatiscenti, trova oggi la saldatura con i sindacati e con quel che resta dei gilet gialli: fino a 100.000 persone attese in piazza contro i prezzi alti, i salari fermi e «il modello sociale che si sfilaccia». Accade a pochi mesi dalle presidenziali del 2027, con Marine Le Pen che negli ultimi sondaggi allarga il vantaggio e il presidente Emmanuel Macron a fine mandato.

Il governo ha riautorizzato nel primo pomeriggio le granate stordenti, sospese dopo che un quindicenne di Lens, nel Nord, aveva perso una mano. A Parigi i manifestanti hanno bloccato la sede della rete televisiva CNews; a République sono partiti fuochi d’artificio contro le linee di polizia. Le fermate della metropolitana attorno agli Champs-Élysées, all’Eliseo e ai ministeri sono chiuse su richiesta della prefettura, e ogni altro raduno nel centro è vietato.

Il sito dei gilet gialli censisce 1.365 azioni in tutto il Paese, dai cortei ai blocchi di stazioni di servizio, caselli autostradali e depositi di carburante. Una fonte vicina al ministero dell’Interno ne conta circa 250. La Cgt, la principale confederazione sindacale, chiede salari e pensioni più alti e la difesa dei servizi pubblici. «Protestavo quando la benzina costava 1,40 euro al litro, immaginate ora che è a 2,20», dice Myrtil Devillers, gilet giallo della prima ora.

I liceali feriti

A Saint-Ouen-l’Aumône, periferia nord-ovest di Parigi, Eden, 14 anni, ha la mascella rotta e i denti spezzati da un candelotto sparato a distanza ravvicinata. La famiglia ha denunciato per tentato omicidio e l’agente è stato formalmente indagato per violenze con mutilazione, otto giorni dopo i fatti; secondo la procura ha dichiarato di essersi voluto proteggere. Reuters ha documentato 28 casi di feriti per uso della forza, tra proiettili di gomma, granate, manganelli e cariche a cavallo.

Davanti al Senato, martedì, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha confermato 36 inchieste della polizia delle polizie, quattro delle quali per ferite «mutilanti». Il politologo Sebastian Roche osserva che la Francia è un caso a sé in Europa: queste armi «meno letali» non si usano per l’ordine pubblico in Gran Bretagna, Italia e Germania.

Il governo ribalta i conti. Nuñez parla di circa 200 studenti feriti, «molto raramente» per mano della polizia, e di 700 agenti feriti, scuole incendiate, insegnanti aggrediti; gli arresti dall’inizio del movimento sono 6.877, in maggioranza minorenni. «Quando le manifestazioni si svolgono pacificamente non ci sono arresti», ha detto in Parlamento. Il sindacato di polizia Alliance ha presentato un esposto contro lo Stato per «messa in pericolo della vita altrui».

Il premier Sébastien Lecornu ha definito queste proteste le più violente da decenni e accusa La France Insoumise, la sinistra radicale, di soffiare sul fuoco; il partito respinge. Macron dice che gli studenti sono «strumentalizzati» da forze politiche. «Siamo in un’atmosfera di perma-crisi: guerre, inflazione e potere d’acquisto», ha ammesso Lecornu giovedì.

I gilet gialli, nati nel 2018 contro la tassa sul diesel e poi addormentati dai miliardi di sgravi concessi da Macron, arrivano all’appuntamento senza una regia. «Nessun gilet giallo è dietro il 17 ottobre, ormai è quasi diventato un marchio», dice Jérôme Rodrigues, figura storica del movimento, che perse un occhio per una granata nel 2019. L’appello è nato da un video TikTok sui prezzi alla pompa, raccolto poi dal leader comunista Fabien Roussel e dalla leader dei Verdi Marine Tondelier. «Non ci siamo coordinati, ma abbiamo avuto tutti la stessa reazione davanti alle violenze della polizia sui liceali», dice François Boulo, altra voce del 2018. È quella rabbia, più di una piattaforma comune, a tenere insieme la giornata.

Nei punti di ritrovo si stanno formando gruppi di assistenza medica, racconta Yannick Maillou, insegnante e gilet giallo dal primo giorno. Nuñez, venerdì, aveva avvertito: «Se ci fossero scontri, tutti i tipi di armi intermedie possono essere usati».

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Il Comune taglia i fondi al Mascagni, gli studenti chiedono aiuto alla città

LIVORNO – I tagli ai finanziamenti comunali destinati al Conservatorio Mascagni preoccupano la comunità dell’istituto musicale livornese. Dopo l’incontro di venerdì 16 ottobre con il prefetto Giancarlo Dionisi, la Consulta degli studenti ha espresso il proprio ringraziamento per l’attenzione dimostrata nei confronti della situazione, auspicando che anche le istituzioni e la cittadinanza si mobilitino a sostegno del Conservatorio.

“La Consulta degli studenti esprime i suoi ringraziamenti al Prefetto Dionisi per aver manifestato la sua attenzione e cura nei confronti del Conservatorio Mascagni”, si legge nella nota diffusa dall’istituto.

I rappresentanti degli studenti si augurano inoltre “che la presa di posizione del Prefetto possa spingere tutte le realtà cittadine, le istituzioni e la cittadinanza a rimanere a fianco degli studenti”.

L’incontro in Prefettura è arrivato all’indomani del Collegio dei professori del 15 ottobre, dedicato proprio alla questione della riduzione dei trasferimenti economici dal Comune di Livorno al Conservatorio.

Durante la riunione, il presidente Emanuele Rossi e il direttore Federico Rovini hanno ricevuto all’unanimità il mandato di rappresentare il personale docente e non docente nei successivi confronti istituzionali.

Il primo passaggio è stato proprio quello con il prefetto Dionisi, al quale Rossi e Rovini hanno accompagnato i rappresentanti della Consulta degli studenti nel tardo pomeriggio di venerdì.

Al centro della vicenda c’è dunque la riduzione delle risorse comunali destinate al Mascagni, una questione che ha portato la comunità dell’istituto a cercare un confronto con le istituzioni per richiamare l’attenzione sulla situazione. Durante l’incontro è stato sottolineato più volte il ruolo del Conservatorio nella vita culturale livornese, non soltanto per la formazione musicale, ma anche per le attività di divulgazione e le occasioni di partecipazione offerte alla cittadinanza.

Un patrimonio che, secondo la Consulta, deve continuare a essere sostenuto e valorizzato. “La musica e l’arte tutta – dicono i membri della Consulta – senza possibilità di condivisione e scambio, rimane un mero esercizio di artigianato e autocontemplazione”.

Con queste parole gli studenti richiamano l’importanza del rapporto tra il Conservatorio e il territorio, ribadendo come l’attività dell’istituto non si esaurisca nelle lezioni, ma contribuisca anche alla crescita culturale della città.

Il ringraziamento al prefetto si accompagna quindi a un appello rivolto alle istituzioni e ai cittadini, affinché il Mascagni non venga lasciato solo di fronte alla questione dei finanziamenti e possa continuare a svolgere il proprio ruolo nella comunità livornese.

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Trump nega di aver rallentato i satelliti dei droni ucraini: «Non sono stato io, e non credo Elon»

Aggiornato alle 13:39

KIEV — Serhii Beskrestnov, che in Ucraina chiamano «Flash», consigliere di Volodymyr Zelensky per le tecnologie della difesa, parla ai soldati soprattutto su Telegram. Venerdì sera (la notte in Italia) ha detto all’Associated Press che Kiev sta trattando con SpaceX e con il Pentagono per far togliere il tetto di velocità imposto ai terminali satellitari dei droni ucraini, e che il governo «non ha spiegazioni» sul perché sia stato imposto.

A tre giorni dal blackout nessuno a Washington rivendica la decisione. Donald Trump, interrogato venerdì dai cronisti, ha risposto: «Non so se sia stato qualcuno, perché non sono stato io, e non credo sia stato Elon». E poi: «Per quanto ne so, è tutto com’è sempre stato». Il limite però è ancora lì: i ricevitori funzionano solo fino a 160 chilometri orari, una soglia che taglia fuori i droni intercettori usati contro gli Shahed russi.

Starshield è la versione militare di Starlink, la rete satellitare di SpaceX, la società di Elon Musk: i terminali appartengono al governo americano e il Pentagono ne è il maggiore cliente. Nella notte tra martedì e mercoledì, senza preavviso, i ricevitori montati sui mezzi ucraini hanno smesso di funzionare oltre quella velocità. Fuori uso i droni d’attacco sui territori occupati, gli intercettori contro i droni kamikaze russi, parte di elicotteri e aerei. Il servizio è tornato giovedì all’alba, ma con il tetto.

Beskrestnov aveva dato la notizia mercoledì, scrivendo che SpaceX aveva imposto il limite «senza avvisare» le forze armate e che gli intercettori sono «la soluzione più efficace» contro gli Shahed. Zelensky ha parlato di «un grosso errore» che ha contribuito a morti civili, e ha detto di non aver ricevuto per più giorni l’allerta occidentale sui lanci balistici russi. Washington nega di aver ridotto la condivisione di intelligence.

Sulla catena di comando la ricostruzione più precisa resta quella di Reuters: l’istruzione è partita dall’interno della Casa Bianca, secondo due funzionari americani e uno occidentale, e ai vertici del Pentagono è arrivato il messaggio che il servizio «andava rallentato». Un alto funzionario dell’amministrazione ha replicato che «nessuna richiesta del genere è mai stata fatta dal presidente».

La Casa Bianca non ha risposto se l’ordine sia venuto da altri; il Pentagono non ha commentato e il segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha parlato in pubblico. Musk, su X, ha rinviato al governo: «Ogni limite di velocità o di uso è deciso dai militari americani e in ultima istanza dal presidente».

La lettera dei nove senatori

Al Senato la domanda è diventata una richiesta formale d’indagine. Giovedì nove senatori, cinque democratici e quattro repubblicani, hanno scritto all’ispettore generale del Pentagono, l’organo di controllo interno del dipartimento della Difesa, chiedendo un’inchiesta «urgente» per accertare se funzionari del Pentagono o di altre agenzie abbiano «ordinato, autorizzato, approvato o conosciuto in anticipo» i cambiamenti su intelligence, allerte e servizi satellitari. La promuove la democratica Jeanne Shaheen, capogruppo di minoranza nella commissione Esteri; tra i repubblicani firmano Susan Collins, presidente della commissione Stanziamenti, e Thom Tillis.

Tillis, sempre su X, ha scritto che il «pasticcio strategico» potrebbe essere nato nei sistemi Starshield del Pentagono e non in SpaceX: «Non trattengo il fiato aspettando che il segretario Hegseth offra trasparenza». Nella migliore delle ipotesi, ha aggiunto, è stato un errore inaccettabile; nella peggiore «una decisione per sgomberare il campo a un attacco russo».

Il blackout cade in una settimana in cui l’amministrazione aveva avvertito Kiev che poteva sospendere la condivisione di intelligence e bloccare gli acquisti europei di armi americane se non fossero cessati gli attacchi a lungo raggio alle raffinerie russe. Trump ha poi annunciato un «cessate il fuoco energetico» e un accordo per importare diesel russo, e ha chiesto la sostituzione di Zelensky. Martedì un raid missilistico russo ha incendiato un palazzo residenziale a Kiev.

Beskrestnov non ha detto quando la trattativa con SpaceX e il Pentagono potrà chiudersi. Il tetto resta perché nessuno, a Washington, dice di averlo deciso. Mykhailo Fedorov, già ministro della Trasformazione digitale, ringraziando Musk per il ripristino ha scritto che «togliere del tutto il limite di velocità di Starshield è ora cruciale per la difesa dell’Ucraina».

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Le Picchiaie, Essence Hotels acquisisce il resort per 5 milioni: nuovi investimenti e assunzioni

PORTOFERRAIO – Un’acquisizione da circa 5 milioni di euro, nuovi investimenti per ampliare e rinnovare la struttura e la prospettiva di aumentare il personale fino a 60 dipendenti entro il 2028. Il resort Le Picchiaie, sulle colline di Portoferraio, passa a Essence Hotels, gruppo alberghiero che già ne aveva assunto la gestione all’inizio del 2026 e che ora, con il passaggio alla proprietà, avvia un piano di sviluppo destinato a trasformare progressivamente l’offerta della struttura.

L’operazione, annunciata il 15 ottobre, prevede ulteriori 1,5 milioni di euro di investimenti nei prossimi due anni, ai quali si aggiungono circa 200mila euro già impiegati durante la stagione 2026 per ampliare il centro benessere e la spa.

A illustrare al Corriere Livornese tempi e prospettive del progetto è Antonio Cafarelli, fondatore di Essence Hotels e amministratore delegato di Essence Corporate Company, che ha fornito ulteriori dettagli sulle fasi dei lavori, sulle nuove posizioni lavorative e sull’obiettivo di estendere il periodo di apertura del resort.

Dalla proprietà russa all’acquisizione di Essence Hotels

Il passaggio di proprietà segna una nuova fase nella storia del resort, che nel 2016 era stato acquisito dal gruppo internazionale Petroholding, di origine russa e attivo nei settori energetico e immobiliare.

L’operazione, avvenuta nell’ottobre di quell’anno, aveva rappresentato il primo investimento immobiliare in Italia del gruppo, presieduto da Vladimir Bulavin e presente nel nostro Paese attraverso Petroholding Italia, società sviluppata con il manager Stefano Casarelli. In precedenza la struttura era riconducibile alla società Relais S.r.l., legata all’albergatore elbano Francesco Paladini.

Dieci anni dopo, la nuova acquisizione si inserisce nel piano di espansione di Essence Hotels, che punta all’acquisto e alla valorizzazione di strutture alberghiere in diverse destinazioni italiane. Il progetto era stato annunciato durante l’estate, in occasione del lancio di un prestito obbligazionario fino a 15 milioni di euro, ammesso alla negoziazione sul segmento Vienna MTF della Borsa di Vienna.

Investimenti e lavori in due fasi fino al 2028

Il programma di rinnovamento delle Picchiaie sarà articolato in due fasi, concentrate nei periodi di chiusura della struttura per consentire la regolare ripresa delle attività turistiche.

“Apriremo il cantiere per la prima tranche di investimenti già entro fine ottobre o i primi di novembre, per concludere ad aprile, in tempo per la prossima stagione”, spiega Cafarelli.

La seconda fase prenderà invece avvio nell’ottobre 2027, con la conclusione degli interventi prevista entro aprile 2028.

Una parte dei lavori è stata già realizzata durante la stagione appena trascorsa. “Abbiamo già effettuato, a stagione in corso, l’ampliamento del centro benessere e della spa, con un primo investimento di 200mila euro”, precisa l’imprenditore.

Il piano complessivo comprende il rinnovamento degli spazi dedicati al benessere, il potenziamento dell’offerta gastronomica e la valorizzazione degli otto ettari di terreno che circondano il resort. Tra gli interventi annunciati figurano percorsi per biciclette, un parco avventura e nuove attività legate alla natura e al turismo all’aria aperta.

Nuove assunzioni, previste anche posizioni annuali

Accanto agli investimenti strutturali, il progetto prevede un ampliamento dell’organico. Dagli attuali 40 dipendenti, Essence Hotels punta a raggiungere circa 50 addetti nel 2027 e 60 nel 2028, con un incremento complessivo del 50%.

Un aspetto chiarito da Cafarelli riguarda la tipologia delle nuove posizioni, che non saranno esclusivamente legate alla stagione turistica. “L’incremento del personale è previsto sia per posizioni stagionali sia per posizioni annuali”, spiega il fondatore di Essence Hotels.

Tra le figure che potrebbero essere impiegate per l’intero anno rientrano ruoli di responsabilità, tra cui il capo manutenzione, il responsabile del ricevimento, la governante e il Rooms Division Manager, figura incaricata di coordinare i servizi legati all’accoglienza e alla gestione delle camere.

L’aumento previsto del personale sarà legato all’ampliamento dei servizi e alla progressiva estensione dell’attività della struttura.

L’obiettivo di prolungare la stagione turistica

Il resort, che dispone di 58 camere, è attualmente aperto da aprile a ottobre. Il progetto di Essence Hotels punta però a superare gradualmente questa stagionalità, ampliando inizialmente il periodo di attività ad almeno otto mesi e valutando, nell’arco di un triennio, la possibilità di un’apertura annuale.

“Si lavora per avere un’apertura quantomeno sugli otto mesi, per arrivare poi, in un triennio, a pensare anche a un’apertura annuale”, afferma Cafarelli.

Per i mesi autunnali e invernali, la società intende sviluppare un’offerta che affianchi all’ospitalità tradizionale l’organizzazione di eventi, banqueting e manifestazioni locali, con l’obiettivo di attrarre visitatori anche al di fuori della stagione balneare.

La prospettiva si inserisce nel più ampio tema della destagionalizzazione del turismo all’Isola d’Elba, dove l’attività ricettiva continua a concentrarsi prevalentemente nei mesi primaverili ed estivi.

L’apertura annuale resta, al momento, un obiettivo da valutare e sviluppare nei prossimi tre anni. I primi interventi, invece, secondo il calendario illustrato dalla nuova proprietà, dovrebbero prendere il via già nelle prossime settimane, segnando l’inizio del programma di trasformazione del resort.

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Proteste e scontri in Francia, a Parigi 61 fermi

Proteste e scontri in Francia, a Parigi 61 fermi

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – La polizia francese ha effettuato 61 arresti a Parigi mentre due manifestazioni non autorizzate sono state disperse. E’ il bilancio delle proteste di questa mattina nella capitale francese secondo quanto riporta l’emittente Bfmtv.

Dei 61 arresti, 21 sono stati effettuati davanti alla sede di CNews, dove erano state infrante delle finestre. Tra gli arrestati ci sono quattro minorenni. La prefettura di Parigi riferisce inoltre di aver effettuato finora quasi 600 controlli, durante i quali sono stati sequestrati in particolare dispositivi di protezione vietati come i passamontagna. Sempre secondo la prefettura, due manifestazioni non autorizzate sono state disperse dalle forze dell’ordine.

La prima, una manifestazione sindacale di circa cento persone, si era formata nei pressi della stazione ferroviaria Gare du Nord prima di spostarsi in Rue du Faubourg-Saint-Denis. Una seconda, di dimensioni simili e composta da studenti delle scuole superiori, era partita da Rue de Rennes.

PREFETTURA “STAZIONE POLIZIA PRESA DI MIRA DA MANIFESTANTI A MARSIGLIA”

A Marsiglia, una stazione di polizia municipale “è stata presa di mira dai manifestanti in via La Canebière”. Lo riferisce l’emittente francese Bfmtv. “Sono state infrante le finestre e lanciati fumogeni all’interno. Un tentativo di incendio doloso è stato sventato. Non si sono registrati feriti”, ha appreso Bfmtv dalla prefettura di Marsiglia. “Condanniamo con la massima fermezza queste azioni, che sono palesemente inaccettabili, non corrispondono ad alcuna richiesta e costituiscono un attacco alla proprietà pubblica nonché al servizio fornito alla popolazione”, ha aggiunto la prefettura.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Papa Leone XIV verrà dimesso dall’ospedale nel pomeriggio, domani l’Angelus dal Palazzo Apostolico

Papa Leone XIV verrà dimesso dall’ospedale nel pomeriggio, domani l’Angelus dal Palazzo Apostolico

ROMA (ITALPRESS) – Il dottore Luigi Carbone e il professore Stefano Margaritora in merito al decorso post operatorio di Papa Leone XIV, comunicano che “in considerazione degli esami del sangue, del controllo radiologico del torace eseguiti questa mattina e valutato il quadro clinico, il Santo Padre è stato giudicato idoneo alla dimissione”.

La sala stampa Vaticana rende noto che, a seguito delle conclusioni fornite dai medici questa mattina, Papa Leone XIV sarà dimesso oggi dal Policlinico Gemelli, dove era ricoverato per l’intervento al polmone destro. Lascerà l’ospedale nel primo pomeriggio e farà rientro in Vaticano. Domani reciterà la preghiera dell’Angelus dalla finestra dell’appartamento pontificio. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Oltre due chili e mezzo di marijuana in casa e nel ristorante vicino a una scuola: arrestato un 43enne a Portoferraio

PORTOFERRAIO – Aveva in casa e nel ristorante che gestisce oltre 2,5 chilogrammi di marijuana, in una zona frequentata anche dagli studenti di un istituto vicino. Un uomo di 43 anni, cittadino straniero, è stato arrestato dai carabinieri di Portoferraio, all’isola d’Elba, per spaccio di sostanze stupefacenti.

L’arresto è scattato nella tarda mattinata di mercoledì scorso, al termine di mirati servizi di osservazione condotti dai militari del nucleo operativo e radiomobile della compagnia. Nell’abitazione e nell’attività di ristorazione gestita dall’uomo sono stati trovati, oltre alla marijuana, alcuni semi della stessa pianta, 30 grammi di hashish già suddivisi in dosi, un bilancino e circa 4.200 euro in contanti, che gli investigatori ritengono verosimilmente legati all’attività illecita. Dalla sostanza si potevano ricavare centinaia di dosi. Tutto il materiale è stato sequestrato.

Dopo le formalità l’uomo è stato accompagnato a casa, agli arresti domiciliari, in attesa dell’udienza di convalida, che si è tenuta ieri al Tribunale di Livorno. Il giudice ha convalidato l’arresto e ha disposto per l’indagato l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Rischia una pena fino a sei anni di reclusione.

L’operazione rientra nei controlli intensificati dall’Arma nel centro urbano, con particolare attenzione ai giovani e ai luoghi di ritrovo vicino alle scuole, anche con pattuglie in borghese, soprattutto negli orari di ingresso degli studenti. Nei giorni scorsi alcuni studenti erano stati trovati all’ingresso della scuola con droga per uso personale e segnalati alla prefettura.

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Israele, Netanyahu tra elezioni, nuove guerre e costi dell’isolamento

Le elezioni israeliane del 27 ottobre riportano al centro il rapporto tra sicurezza nazionale, operazioni militari e sopravvivenza politica di Benjamin Netanyahu. Dopo anni di conflitti e tensioni regionali, il primo ministro deve confrontarsi con una questione decisiva: la superiorità militare può produrre risultati immediati, ma non garantisce automaticamente consenso elettorale, stabilità interna o sicurezza duratura. Un’eventuale nuova escalation coinvolgerebbe inoltre gli interessi degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’economia israeliana.

Il giornalista Zvi Bar’el, sulle pagine di Haaretz, ha affrontato polemicamente il tema descrivendo un Netanyahu alla ricerca di un’altra guerra da vincere. È un’interpretazione delle possibili convenienze politiche del premier, non una prova dell’esistenza di un piano per aprire un nuovo fronte o condizionare lo svolgimento delle elezioni.

La questione resta tuttavia rilevante. In una situazione di emergenza, un governo può beneficiare temporaneamente della concentrazione dell’attenzione pubblica sulla sicurezza, mentre le divisioni politiche e le contestazioni interne passano in secondo piano.

Questo effetto non è necessariamente duraturo. La popolazione israeliana deve confrontarsi anche con il peso delle mobilitazioni militari, con le conseguenze economiche dei conflitti e con la difficoltà di trasformare i risultati sul campo in una prospettiva di stabilità.

Famiglie, riservisti e imprese possono valutare una guerra non soltanto in base agli obiettivi dichiarati, ma anche alla durata dei sacrifici richiesti e alla possibilità di evitare nuove crisi.

Sul piano strategico, distruggere infrastrutture militari avversarie e costruire un equilibrio politico sostenibile sono obiettivi differenti.

La superiorità tecnologica e operativa può consentire a Israele di colpire le capacità dei propri avversari, ma non elimina la necessità di accordi, garanzie di sicurezza e soluzioni amministrative per i territori coinvolti.

Una nuova operazione militare dovrebbe quindi essere valutata considerando gli obiettivi raggiungibili, le possibili reazioni regionali e le condizioni necessarie per concluderla.

Il rischio è che un risultato militare immediato produca conseguenze politiche ed economiche destinate a protrarsi ben oltre la scadenza elettorale.

Il margine di azione israeliano dipende inoltre dalle priorità degli Stati Uniti. Washington continua a considerare la sicurezza di Israele un interesse strategico, ma deve contemporaneamente proteggere le proprie forze nella regione, mantenere rapporti con i governi arabi e limitare le conseguenze delle crisi sui mercati energetici.

Il sostegno americano non comporta quindi necessariamente un’identità di vedute sull’opportunità di aprire nuovi fronti o sulla durata delle operazioni.

Una guerra regionale più ampia potrebbe esporre installazioni statunitensi a rappresaglie, aumentare il rischio per le rotte commerciali e complicare le relazioni diplomatiche di Washington.

Per Netanyahu, il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta dunque una risorsa fondamentale, ma anche un vincolo nella definizione delle scelte militari.

Un altro interlocutore decisivo è l’Arabia Saudita. Riad ha collegato la normalizzazione delle relazioni con Israele alla prospettiva di un percorso verso la costituzione di uno Stato palestinese.

La posizione saudita risponde a considerazioni diplomatiche, regionali e interne. Il regno deve tenere conto del proprio ruolo nel mondo musulmano, della questione palestinese e della necessità di proteggere i propri interessi economici.

Il programma di diversificazione saudita richiede investimenti internazionali, infrastrutture affidabili e continuità delle attività produttive. Un aumento dell’instabilità regionale potrebbe compromettere questi obiettivi, anche quando una cooperazione militare con Israele offrisse vantaggi sul piano della sicurezza.

Per Riad, il costo delle possibili rappresaglie e delle interruzioni commerciali costituisce quindi un elemento essenziale nella valutazione di eventuali iniziative regionali.

Le ipotesi di una crisi interna alla monarchia saudita richiedono invece prudenza. In un testo pubblicato dall’Istituto Ron Paul, Alastair Crooke ha richiamato valutazioni di Edward Luttwak e testimonianze indirette per discutere il rischio di tensioni negli apparati militari del regno.

Questi elementi non dimostrano l’esistenza di un colpo di Stato in preparazione. Le preoccupazioni saudite per la stabilità interna possono essere considerate un fattore politico senza trasformarle nella previsione di un’imminente crisi dinastica.

Anche l’economia israeliana rappresenta un limite alle scelte strategiche.

Nel settembre 2025 Netanyahu aveva evocato la prospettiva di una «super-Sparta», richiamando la necessità di rafforzare la produzione nazionale di armamenti davanti al rischio di un crescente isolamento internazionale.

L’obiettivo di ridurre alcune dipendenze esterne può avere una logica militare. Disporre di maggiori capacità produttive nazionali significa limitare la vulnerabilità rispetto a possibili interruzioni delle forniture straniere.

L’autonomia nel settore della difesa non equivale però all’autosufficienza economica. Israele continua ad avere bisogno di scambi commerciali, investimenti, cooperazione scientifica e accesso ai mercati internazionali.

Un rafforzamento dell’industria militare richiede inoltre risorse finanziarie, personale qualificato e capacità tecnologiche che potrebbero essere sottratte ad altri comparti produttivi.

La prosecuzione delle ostilità comporta ulteriori costi attraverso la mobilitazione dei riservisti, l’aumento della spesa pubblica e il rinvio di investimenti civili.

Le tensioni diplomatiche possono incidere anche sulla cooperazione tecnologica e sull’attrattività del Paese per gli investitori internazionali.

Per questo una maggiore capacità di produrre armamenti deve essere confrontata con il costo complessivo della sicurezza e con le conseguenze sulla crescita economica.

Gli sviluppi possibili dipenderanno dall’evoluzione dei conflitti e dalle decisioni politiche successive alle elezioni.

Una riduzione delle ostilità potrebbe favorire il recupero delle attività economiche e aprire spazi negoziali. Scontri ricorrenti manterrebbero invece elevati i costi militari e l’incertezza.

Un allargamento regionale della guerra comporterebbe rischi ancora maggiori, coinvolgendo gli interessi degli alleati e aumentando il fabbisogno finanziario e operativo israeliano.

Il rapporto tra consenso e sicurezza non può quindi essere ridotto all’esito di una singola operazione militare.

Per Netanyahu, come per qualsiasi governo israeliano, il problema strategico consiste nel trasformare i risultati ottenuti con la forza in condizioni di sicurezza che possano essere mantenute senza un ricorso continuo all’emergenza.

Il voto del 27 ottobre si inserisce in questa contraddizione. La capacità di affrontare una minaccia militare può influenzare il giudizio degli elettori, ma la stabilità di lungo periodo dipende anche dalla riduzione delle vulnerabilità, dalla sostenibilità economica e dai rapporti con gli alleati.

La sicurezza nazionale non si misura soltanto attraverso i bersagli colpiti o le capacità militari accumulate. Conta anche la possibilità di costruire un equilibrio nel quale la popolazione possa vivere e lavorare senza dover attendere la conclusione della prossima guerra.

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Il petrolio non conosce alleati

Ieri il Brent ha chiuso a 109,86 dollari al barile, in aumento del 3,7 per cento. Durante la seduta ha toccato quota 110, il livello più alto da maggio. Il WTI statunitense ha terminato a 101,41 dollari. Sono numeri precisi, ma non raccontano una sola causa. Le quotazioni incorporano timori sulle forniture mediorientali, rischi per le infrastrutture e le rotte di trasporto, dubbi sulla disponibilità di diesel russo e aspettative degli operatori. Attribuire il rialzo esclusivamente ai droni ucraini sarebbe una semplificazione; escluderne ogni effetto sarebbe altrettanto imprudente.

Il 15 ottobre un attacco con droni ucraini ha colpito la raffineria di Ryazan, a sud-est di Mosca. Il governatore regionale Pavel Malkov ha confermato un incendio. L’impianto di Rosneft rappresenta quasi il cinque per cento della capacità russa di raffinazione. Due fonti industriali citate da Reuters hanno riferito la sospensione di una delle principali unità di distillazione del greggio. È una notizia operativa significativa, ma non coincide con la chiusura integrale dell’impianto né permette, senza ulteriori dati, di quantificare le perdite di produzione. Mancano informazioni indipendenti e complete sulla durata del fermo, sui danni tecnici e sulla ripartenza delle unità.

Una raffineria trasforma il greggio in diesel, benzina, carburante per aerei e altri prodotti. Se una raffineria rallenta, il mercato dei carburanti può irrigidirsi anche quando il greggio continua a essere estratto. La conseguenza non è automatica: dipende dalle scorte, dalla possibilità di trasferire le lavorazioni ad altri impianti, dai trasporti e dalla qualità del petrolio disponibile. Il prezzo del Brent è un riferimento globale per il greggio; quello del gasolio risente anche della capacità di raffinazione e dei margini industriali. Confondere questi due mercati significa confondere la causa di un rincaro con il luogo in cui il rincaro si manifesta.

Donald Trump ha criticato gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, sostenendo che contribuiscano all’aumento dei prezzi energetici. Washington e Mosca hanno annunciato un’intesa per ampliare la disponibilità di diesel russo sui mercati. Volodymyr Zelensky ha contestato l’accordo, osservando che nuovi introiti energetici possono sostenere le finanze russe mentre la guerra continua. Si tratta di posizioni attribuite ai rispettivi leader, non di una dimostrazione che una sola scelta determini l’andamento mondiale del petrolio. La divergenza è concreta: gli Stati Uniti hanno un interesse immediato a ridurre il costo dei carburanti; l’Ucraina vuole limitare la capacità russa di produrre e finanziare lo sforzo bellico.

Nei giorni precedenti Trump aveva annunciato una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Né Mosca né Kiev avevano tuttavia confermato un’intesa nei termini descritti dal presidente americano. Secondo Zelensky, l’Ucraina ha interrotto per tre giorni gli attacchi alle raffinerie russe, per poi riprenderli in risposta ai continui bombardamenti delle proprie infrastrutture energetiche. Mosca contesta la lettura ucraina. Anche qui la cronologia conta più delle formule: un annuncio diplomatico non diventa un cessate il fuoco verificabile senza condizioni condivise, monitoraggio e accertamento delle violazioni.

Il 16 ottobre le tensioni in Medio Oriente hanno alimentato timori sugli approvvigionamenti e sulle infrastrutture energetiche. Reuters ha collegato il rialzo del petrolio soprattutto alla possibilità di nuove interruzioni delle forniture nella regione, mentre il mercato valutava anche quanto diesel la Russia fosse effettivamente in grado di esportare. Gli attacchi segnalati contro obiettivi energetici sauditi e i rischi nell’area del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz ampliano la questione oltre la guerra in Ucraina. Un mercato globale può reagire a più minacce contemporaneamente: il prezzo finale è la somma di aspettative, vincoli materiali e premi al rischio, non il risultato di un unico evento.

Per l’Unione Europea il problema non è astratto. Trasporto merci, agricoltura, industria e distribuzione dipendono in diversa misura dai combustibili liquidi. Se aumenta il prezzo del diesel, crescono i costi logistici; se l’aumento persiste, parte della pressione può trasferirsi sui prezzi al consumo. Il meccanismo non è istantaneo e varia secondo contratti, fiscalità e concorrenza. Il Mediterraneo aggiunge un elemento geografico: è un crocevia di raffinerie, terminali, rotte commerciali e approvvigionamenti alternativi. Un cambiamento nei flussi del Mar Rosso o del Mar Nero può allungare i tragitti e modificare i costi prima ancora che si registri una scarsità fisica di petrolio.

Per la Russia i proventi delle esportazioni sono una componente importante dell’economia; per l’Ucraina colpire le infrastrutture energetiche significa cercare di indebolire una risorsa dell’avversario. Per Washington un carburante meno caro è anche una priorità economica interna. Per Bruxelles la sicurezza ucraina e la stabilità dei prezzi sono obiettivi che possono entrare in tensione. Non occorre scegliere una spiegazione morale unica per riconoscere questa geometria: gli stessi governi possono perseguire obiettivi legittimi che producono conseguenze contraddittorie su altri fronti. La verifica giornalistica deve distinguere intenzioni dichiarate, effetti misurati e costi indiretti.

Il barile scambiato sui mercati non raggiunge direttamente la pompa di benzina. Passa attraverso raffinazione, trasporto, distribuzione, tassazione e contratti commerciali. Ciascun passaggio può assorbire o amplificare una variazione. Per questo sarebbe prematuro calcolare, a partire dal solo Brent del 16 ottobre, quanto pagherà una famiglia italiana nelle settimane successive. Ma sarebbe un errore opposto non osservare i margini del diesel, i noli marittimi e le decisioni sulle scorte strategiche. Sono questi gli indicatori che permettono di seguire il prezzo dalla geopolitica alla vita quotidiana.

Il petrolio attraversa confini, alleanze e sanzioni con una facilità che la diplomazia non possiede. Può finanziare uno Stato, alimentare un esercito, sostenere una fabbrica o far salire il costo di un camion che porta il pane. La stessa materia prima cambia significato a seconda di chi la vende, di chi la compra e di chi ne sopporta le conseguenze. A Ryazan si misurano i danni a un impianto. Sui mercati si misura il timore di altri danni. Nelle case, molto più tardi, si misura il resto.

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Settantamila miliardi e il tempo che non si compra

C’è un momento in cui la guerra smette di essere raccontata soltanto attraverso le mappe e comincia a occupare i bilanci. Non perché al fronte si combatta meno, ma perché ogni linea di difesa ha alle spalle una fabbrica, una rete elettrica, un salario, una scadenza. A Bruxelles, il 16 ottobre, Volodymyr Zelensky ha portato soprattutto questo: una misura economica del tempo che resta da attraversare.

La cifra indicata per il costo della guerra nel 2027 è di circa 155 miliardi di euro. La richiesta ai partner europei è di almeno altri 70 miliardi. Sono numeri riferiti dal presidente ucraino e ripresi dalla stampa internazionale: non equivalgono, da soli, a uno stanziamento europeo, né descrivono un bilancio definitivamente approvato. Il loro significato sta nell’orizzonte: Kiev non chiede soltanto armi per la prossima offensiva, ma capacità produttiva per un altro anno di conflitto.

L’Unione Europea non arriva a questa discussione a mani vuote. Nell’aprile 2026 il Consiglio ha finalizzato il quadro di un prestito di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, finanziato attraverso emissioni sui mercati e garantito dal margine di bilancio europeo. La ripartizione indicativa è di 30 miliardi per il sostegno economico e 60 miliardi per le capacità industriali della difesa. Per il 2026 sono stati resi accessibili fino a 45 miliardi, secondo la strategia finanziaria approvata.

Qui nasce il primo equivoco possibile. Novanta miliardi su due anni e settanta miliardi richiesti per il 2027 non sono automaticamente somme da aggiungere come se appartenessero allo stesso capitolo. Una parte degli strumenti già deliberati copre proprio il 2027; occorre distinguere le risorse autorizzate, quelle effettivamente erogate, le spese militari, il sostegno al bilancio civile e il fabbisogno residuo. Senza questa contabilità, ogni cifra diventa un’arma retorica, utilizzabile tanto per denunciare uno spreco quanto per proclamare una generosità che non è stata ancora materialmente versata.

Anche la natura del prestito merita attenzione. Il Consiglio europeo collega il rimborso alle riparazioni dovute dalla Russia all’Ucraina. È un’impostazione politica e giuridica precisa, ma non elimina il problema del rischio: tempi, modalità e certezza di quelle riparazioni non dipendono dalla sola volontà delle istituzioni europee. La garanzia del bilancio dell’Unione rende dunque legittimo esaminare le condizioni finanziarie dell’operazione senza confondere questo esame con un giudizio sul diritto ucraino alla difesa.

Nel suo intervento Zelensky ha insistito sui droni e sulla produzione congiunta con partner europei. È un cambiamento importante nel lessico della guerra. Comprare un sistema già disponibile significa rispondere a un’urgenza; costruire una linea produttiva significa organizzare forniture, componenti, competenze e dipendenze per anni. La Commissione europea ha già previsto, nell’attuazione del prestito, deroghe mirate per droni che incorporano una quota significativa di componenti provenienti da Paesi esterni all’area ammessa. Il dettaglio tecnico dice molto: persino una politica industriale pensata per rafforzare l’autonomia europea deve fare i conti con catene globali del valore.

Le ricadute non sono tutte uguali. Alcuni investimenti possono lasciare impianti, personale formato e capacità tecnologiche utilizzabili anche dopo la guerra. Altri dipendono da una domanda eccezionale, da contratti pubblici e da una disponibilità di componenti vulnerabile alle tensioni internazionali. Per capire che cosa l’Europa stia realmente costruendo, sarà più utile seguire le gare, i luoghi di produzione, i beneficiari e le condizioni di trasferimento tecnologico che limitarsi alla somma annunciata al vertice.

Da un lato ci sono i bisogni di uno Stato sotto attacco: difesa aerea, approvvigionamenti, infrastrutture colpite, continuità dei servizi. Dall’altro, i bilanci degli Stati europei, già sottoposti a pressioni per energia, sanità, pensioni, interessi sul debito e nuovi programmi di riarmo. Il confronto pubblico spesso tratta questi capitoli come concorrenti assoluti. Non lo sono sempre: una parte della spesa per la difesa torna alle industrie europee, mentre l’assenza di sicurezza può generare costi economici e umani molto maggiori. Ma nemmeno questo rapporto può essere assunto come automatico. Conta dove si spende, con quali prezzi, in quali tempi e con quali risultati.

Il vertice del 15-16 ottobre ha confermato il sostegno politico all’Ucraina, ma non ha trasformato la richiesta di Zelensky in un assegno immediatamente esigibile. Tra dichiarazione di principio e decisione finanziaria esistono passaggi istituzionali, negoziati e controlli. È uno spazio meno spettacolare delle immagini di guerra, eppure decisivo per capire chi prenderà gli impegni e chi ne risponderà.

Ogni bilancio annuale presuppone una data di chiusura. Una guerra, no. Questo disallineamento è il centro della questione europea. L’Ucraina deve programmare la propria sopravvivenza economica anche se l’esito dei negoziati resta incerto; i governi europei devono programmare risorse pubbliche senza sapere quanto durerà il fabbisogno. La politica tende a riempire il vuoto con formule: “finché sarà necessario”, “pace giusta”, “sicurezza comune”. Sono orientamenti, non calendari di spesa.

Nello stesso giorno in cui a Bruxelles si discuteva di finanziamenti, i bombardamenti russi continuavano a colpire regioni ucraine e infrastrutture energetiche. La dimensione umana non scompare dietro i miliardi: al contrario, ne spiega l’urgenza. Ma il fatto che una necessità sia urgente non rende superflua la trasparenza. Le istituzioni europee hanno già inserito condizioni sullo Stato di diritto e sulla lotta alla corruzione nel quadro del prestito. Il lavoro giornalistico comincia nel momento in cui si prova a capire come quelle condizioni funzionino nella pratica, non quando le si cita in un comunicato.

Per decenni l’Europa ha potuto considerare la guerra su larga scala come un’eccezione geografica, qualcosa da gestire attraverso diplomazia, sanzioni e aiuti. Oggi discute di capacità industriali permanenti, debito comune, sicurezza energetica e approvvigionamento di tecnologie militari. La richiesta ucraina rende visibile questa trasformazione, ma non ne è l’unica causa. Le scelte americane, i rapporti economici con la Russia e la vulnerabilità delle infrastrutture europee ne fanno parte.

Settanta miliardi è una cifra che si può scrivere in un titolo. Molto più difficile è descrivere che cosa diventerà: droni prodotti o soltanto ordinati, energia ripristinata o ancora interrotta, debito rimborsabile o trasferito nel futuro, sicurezza costruita oppure rinviata. Forse il vero documento da leggere non sarà il prossimo discorso al vertice, ma il rendiconto di ciò che sarà stato effettivamente fatto.

Nel frattempo, il 2027 è già entrato nelle discussioni di Bruxelles. Non è ancora arrivato nelle case europee, né in quelle ucraine. Ma in entrambe comincia a presentare il conto.

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La Corea del Nord annuncia il collaudo di un siluro guidato dall’intelligenza artificiale: nessuna foto, Seul tace

PYONGYANG — Un siluro «super-veloce» a guida di precisione, collaudato giovedì sotto la superficie del mare, con «la tecnologia dell’intelligenza artificiale» applicata alla ricerca del bersaglio e alla guida. È la versione della Kcna, l’agenzia di Stato nordcoreana, che sabato ha annunciato la prova del sistema Zam-2.0, condotta «per confermare il riuscito aggiornamento tecnico» dell’arma. Nessuna immagine è stata diffusa.

Il dispaccio, riferisce Reuters, parla di un successo e di un «passo significativo» per lo sviluppo navale del Paese: la propulsione sarebbe stata messa a punto con oltre 180 prove in cinque anni. È la prima volta che Pyongyang attribuisce l’intelligenza artificiale a un’arma subacquea, dopo averla rivendicata il 3 ottobre per un missile ipersonico a raggio intermedio.

Il collaudo porta la firma di tre enti: l’Accademia di scienze della difesa, l’Amministrazione missilistica e l’Ufficio ricerche sulle armi siluranti. Il leader Kim Jong Un non compare nel resoconto. Non c’era nemmeno mercoledì, quando dal mare a est della penisola un sottomarino ha lanciato due missili da crociera strategici, il primo test del genere dal gennaio 2024, seguito da due alti dirigenti dell’apparato militare.

Quel lancio Seul l’ha visto. Lo Stato maggiore congiunto sudcoreano ha tracciato i missili dal decollo alla fase finale, uno uscito da un lanciatore verticale e l’altro da un tubo lanciasiluri. Nelle foto diffuse da Pyongyang gli analisti sudcoreani hanno riconosciuto il «Kim Kun Ok Hero», il sottomarino diesel modificato presentato nel settembre 2023. Sul siluro di giovedì, invece, l’esercito sudcoreano, che spesso accusa il Nord di esagerare le proprie tecnologie, non ha commentato. Nessuna reazione nemmeno da Washington.

Che cosa sa fare davvero

L’agenzia non spiega che cosa intenda per intelligenza artificiale. Gli esperti sentiti dalla stampa americana ritengono probabile un miglioramento del software di guida, ma dubitano che il siluro sia in grado di scegliersi da solo il bersaglio. A settembre Kim Jong Un aveva chiesto di alzare «il livello dell’intelligenza artificiale» nei sistemi d’arma; la sorella Kim Yo Jong l’aveva poi attribuita anche ai missili del 3 ottobre.

«Corea del Sud e Stati Uniti impiegano bersagli-esca per deviare i siluri, ma l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a distinguere i bersagli veri dalle esche», ha detto ad AFP Lim Eul-chul, professore alla Kyungnam University. Dai siluri alle armi lanciate da sottomarino, osserva, Pyongyang «sta riversando risorse per dimostrare che gli assetti strategici americani possono essere resi inefficaci».

Il calendario aiuta a leggere la sequenza. La settimana scorsa il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha assistito al primo test di un missile ipersonico di produzione nazionale. Pyongyang ha sostenuto che non c’era stato alcun volo ipersonico; venerdì il ministero della Difesa di Seul ha respinto i dubbi. Ogni annuncio nordcoreano di questi giorni arriva a stretto giro da una mossa del Sud, e la partita si gioca più con Seul che con Washington.

Yang Moo-jin, ex presidente della University of North Korean Studies di Seul, la mette in prospettiva: in vista di un possibile vertice con gli Stati Uniti, il Nord sembra voler «ridimensionare il programma ipersonico sudcoreano per presentarsi in vantaggio su Seul nella corsa agli armamenti». I rapporti tra le due Coree sono peggiorati da settembre, quando l’esplosione di mine nella zona smilitarizzata ha ferito tre soldati sudcoreani.

Nel frattempo Kim ha visitato un cantiere dove si costruisce un sottomarino da 8.700 tonnellate e ha criticato l’accordo tra Washington e Seul sui battelli a propulsione nucleare. Secondo gli analisti il Nord potrebbe accelerare grazie al sostegno militare russo, ottenuto in cambio delle truppe inviate per la guerra in Ucraina. Di quello che lo Zam-2.0 sa fare davvero, per ora, esiste solo la parola della Kcna.

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California, l’incendio assedia le case a sud di Los Angeles: 16.000 sfollati, 6 abitazioni distrutte

SAN CLEMENTE — Il tratto verso nord dell’Interstate 5, l’autostrada che collega San Diego a Los Angeles, è chiuso da venerdì pomeriggio; sulle colline ai lati scorrono ancora le linee arancioni delle fiamme e il fumo ha reso l’aria «nociva per i gruppi sensibili» in quattro cittadine della costa. È il Norte Fire, l’incendio che da ventiquattro ore brucia tra San Clemente e San Juan Capistrano, nella contea di Orange, a metà strada tra Los Angeles e San Diego, spinto dai venti di Santa Ana.

Il bilancio aggiornato dall’autorità antincendio della contea alle 19:30 di venerdì (le 4:30 di sabato in Italia) parla di circa 230 ettari bruciati e contenimento zero. Sei abitazioni sono state colpite o distrutte, due vigili del fuoco sono in ospedale con ferite «significative» ma in condizioni stabili, riferisce CNN. Circa 16.000 residenti e 6.000 case sono sotto ordine di evacuazione.

Le fiamme sono partite poco dopo le 11:30 di venerdì (le 20:30 in Italia) tra due strade residenziali di San Clemente, a est dell’autostrada. In poche ore il fronte è passato da 4 a quasi 190 ettari e ha scavalcato il confine con San Juan Capistrano. La causa non è nota e nessuna società elettrica è stata chiamata in causa.

Il capitano dell’autorità antincendio della contea, Steve Concialdi, ha detto nel tardo pomeriggio che il fronte principale era in gran parte domato, ma ha aggiunto: «Abbiamo ancora case colpite qui, il vento soffia ancora forte». Il capo del corpo, T.J. McGovern, ha fissato l’obiettivo della notte: «tenere il fuoco dentro il perimetro attuale». Squadre di rinforzo sono arrivate dalle contee di Los Angeles e San Bernardino.

Le scuole del distretto di Capistrano hanno mandato a casa gli studenti in anticipo «per abbondanza di cautela», secondo ABC News. L’agenzia per la qualità dell’aria della California meridionale ha classificato come nociva per bambini, anziani e malati l’aria di San Clemente, Dana Point, San Juan Capistrano e Laguna Niguel fino a sabato mattina.

Il vento di Santa Ana

Il Norte Fire non è il solo. Lo stesso episodio di venti di Santa Ana, le correnti secche e calde che in autunno scendono dai deserti interni verso la costa californiana, ha acceso venerdì il Bryson Fire a Malibu, dove sono scattate evacuazioni, il Peak Fire ad Azusa, fermato nella sua avanzata, e altri roghi nella contea di Los Angeles e nella base dei marines di Camp Pendleton. Le raffiche hanno toccato i 40 chilometri orari nel pomeriggio. L’allerta rossa su Los Angeles e Ventura resta in vigore fino alle 20 di sabato (le 5 di domenica in Italia), con venti ancora sostenuti oggi e in calo da domenica.

Decine di migliaia di utenze sono senza corrente per i distacchi preventivi decisi dalle società elettriche, la prassi adottata in California dopo i grandi incendi degli ultimi anni per evitare che una linea caduta accenda un nuovo rogo. L’azienda idrica locale ha chiesto ai residenti di ridurre i consumi; McGovern ha assicurato che le riserve d’acqua per le squadre non sono a rischio.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ottenuto dall’agenzia federale per le emergenze un finanziamento per le operazioni e ha scritto su X: «Restate vigili, continuiamo ad affrontare forti venti di Santa Ana». Katrina Foley, membro del consiglio della contea di Orange, ha insistito sugli ordini di evacuazione: «Seguiteli, non sappiamo mai quando il vento cambierà».

Tra chi ha lasciato casa c’è Zachary Torgesson, uscito dall’unica abitazione che conosce da sedici anni. Robert Morris, che a San Juan Capistrano vive dal 1995, ha raccontato che «è la prima volta che abbiamo un incendio in questa zona». Il sindaco John Campbell ha promesso che «la comunità ne uscirà insieme».

I due rifugi aperti dalle amministrazioni, il centro comunitario di San Juan Capistrano e quello di San Clemente in Calle Seville, hanno tenuto le porte aperte tutta la notte: sono ammessi anche i piccoli animali.

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Cisgiordania, la fotografa del Washington Post pestata dai coloni ha 4 vertebre rotte. Netanyahu: «fatti poco chiari»

Aggiornato alle 11:43

RAMALLAH — Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter americana del Washington Post, è stata trasferita dall’ospedale governativo di Ramallah al Beilinson di Petah Tikva, alle porte di Tel Aviv, con quattro vertebre rotte, una costola fratturata, lacerazioni su tutto il corpo e un dito aperto fino all’osso che ha richiesto un intervento alla mano. È il bilancio, aggiornato stamattina, del pestaggio subito ieri negli uliveti di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, da parte di un gruppo di coloni israeliani.

Mentre il bollettino medico si aggravava, l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito «poco chiari» i fatti e ha parlato di uno «scontro» durante il quale la fotografa «sarebbe stata aggredita». Il direttore esecutivo del Washington Post, Matt Murray, ha risposto che «alcuni fatti non sono né in discussione né poco chiari» e il giornale ha inviato una lettera formale al governo israeliano. Il Dipartimento di Stato americano chiede «indagini, arresti e condanne». Nessun arresto è stato annunciato.

L’aggressione è cominciata venerdì verso le 8:30 (le 7:30 in Italia). Circa 80 uomini vestiti di nero, molti col volto coperto, sono scesi da una collina sopra i terrazzamenti dove gli abitanti raccoglievano le olive; alcuni portavano taniche di carburante, altri fionde per le pietre, e almeno uno, armato, ha sparato, riferisce Reuters, che aveva una propria inviata sul posto. Olivi e automobili sono stati incendiati. Levine indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta Press davanti e dietro.

«Mi hanno attaccata, buttata a terra. Per fortuna avevo giubbotto ed elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui, perché continuavano a prendermi a calci», ha raccontato dal letto d’ospedale. I calci, stima, sono stati una cinquantina in dieci minuti. Le hanno strappato le macchine fotografiche, la borsa e il telefono. «Non ho visto nessuno che provasse a fermarli», ha aggiunto. E sui responsabili: «Non saranno processati, ne sono sicura». In un video girato sul posto da un giornalista americano indipendente la si sente ripetere a terra: «Morirò», «hanno preso tutto».

Lo stesso giornalista ha detto alla Cnn: «Temevo che l’avrebbero uccisa»; a farle scudo, secondo lui, sono stati alcuni giovani palestinesi. Un videoblogger israeliano presente ad Abu Falah descrive i colpi di bastone e sostiene che i soldati arrivati poco prima «stavano spalla a spalla con i coloni», venuti dall’avamposto di Meshulash. Il figlio della fotografa ha parlato al Jerusalem Post di lacerazioni a gambe, fianco e glutei e di un taglio profondo alla mano sinistra.

La versione di Netanyahu

Il comunicato del premier, diffuso venerdì sera, afferma che «Israele condanna senza riserve la violenza contro chiunque, ebrei, arabi, cristiani o giornalisti» e che «i responsabili saranno chiamati a rispondere». Su X lo stesso ufficio parla però di «domande serie ancora aperte»: 200 palestinesi contro una quarantina di coloni, oggetti lanciati «da entrambe le parti», fuochi d’artificio contro «giovani ebrei». L’esercito dice di aver disperso lo scontro con mezzi antisommossa, di aver sparato colpi in aria e poi contro un sospetto che correva verso i soldati con «un oggetto affilato». Polizia e forze armate hanno aperto indagini e promettono di trattare il caso «con la massima serietà».

Il contrasto tra le due versioni è diventato una questione tra Washington e Gerusalemme a dieci giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, e la partita si gioca anche nel Congresso americano. Il deputato democratico Jamie Raskin ha definito l’attacco «inconcepibile» e ha ricordato che Donald Trump ha revocato le sanzioni ai coloni violenti decise da Joe Biden; il senatore Andy Kim cita «notizie di un attacco coordinato» e del mancato intervento dei soldati; Ro Khanna chiede lo stop agli aiuti usati per le attività degli insediamenti. La Foreign Press Association, che riunisce i corrispondenti stranieri in Israele, invita il comandante militare della Cisgiordania a «smettere di cercare scuse e fare il proprio lavoro».

Il pestaggio di Levine è uno dei circa 24 attacchi ai raccoglitori di olive registrati venerdì dalla Mezzaluna Rossa palestinese, con 20 feriti in almeno otto villaggi del nord della Cisgiordania. Dieci giorni prima il fotografo dell’Afp Jaafar Ashtiyeh era stato picchiato col calcio dei fucili ad Aqraba, episodio che Levine aveva raccontato in un articolo per il Post. A Turmus Ayya, dove l’esercito dice che gli aggressori erano fuggiti prima dell’arrivo delle truppe, il sindaco riferisce auto bruciate tra gli ulivi: «Non è rimasto nulla di intatto».

L’ufficio Onu per gli affari umanitari ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni da gennaio ad agosto; dall’inizio della stagione delle olive un palestinese è stato ucciso e più di 2.500 ulivi o piantine sono stati danneggiati. Per nessuno di questi episodi, come per quello di Abu Falah, è stato finora annunciato un arresto.

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Colombia, dietro la svolta con Israele gli interessi militari e commerciali

La Colombia abbandona il Gruppo dell’Aia, la coalizione internazionale che aveva contribuito a fondare per coordinare iniziative diplomatiche e giuridiche contro le politiche israeliane nei territori palestinesi. La decisione, annunciata il 15 ottobre dal governo di Abelardo de la Espriella, segue il ripristino delle relazioni con Israele, la riattivazione dell’accordo di libero scambio e l’apertura dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme. È un cambiamento che segna la distanza dalla politica dell’ex presidente Gustavo Petro e riporta al centro della diplomazia di Bogotá la cooperazione militare, gli interessi economici e il rapporto con Washington.

Il comunicato ufficiale presenta l’uscita dal Gruppo dell’Aia come un rifiuto delle iniziative volte a isolare Israele. Dietro la decisione emergono tuttavia interessi concreti, soprattutto nei settori della sicurezza e del commercio.

Il primo riguarda la cooperazione militare. Già a settembre il ministro colombiano Omar Bula aveva indicato tra le priorità del riavvicinamento a Israele lo scambio di informazioni strategiche, il contrasto alle organizzazioni criminali, la sicurezza informatica e il monitoraggio delle reti finanziarie illecite.

Sono obiettivi dichiarati dal governo, che considera la collaborazione tecnologica e d’intelligence uno strumento per affrontare le minacce alla sicurezza interna.

La Colombia ha sviluppato nel corso dei decenni una parte significativa delle proprie capacità militari attraverso forniture israeliane. I caccia Kfir e i fucili Galil rappresentano due esempi di una relazione che comprende anche manutenzione, ricambi, addestramento e aggiornamenti tecnologici.

La rottura diplomatica del 2024 aveva posto il problema della continuità di questi rapporti e della possibile sostituzione degli equipaggiamenti. Una riconversione richiede investimenti e tempi di adattamento, soprattutto quando coinvolge sistemi già integrati nell’organizzazione delle forze armate.

Questa dipendenza tecnica attribuisce ai fornitori israeliani un potenziale peso negoziale. Non dimostra però che Tel Aviv abbia utilizzato tale posizione per ottenere il ritiro colombiano dal Gruppo dell’Aia.

Spiega piuttosto perché un governo che assegna priorità al contrasto delle organizzazioni armate possa considerare strategicamente conveniente ristabilire una cooperazione militare consolidata.

Il secondo elemento riguarda il commercio. Il 13 ottobre è stato ripristinato l’accordo di libero scambio tra Colombia e Israele, riaprendo prospettive di collaborazione economica e tecnologica.

Secondo il ministero degli Esteri israeliano, la ripresa dei rapporti commerciali deriva anche da intese raggiunte tra Omar Bula e il ministro israeliano Gideon Sa’ar durante un incontro a Washington il 15 luglio 2026, prima dell’insediamento di de la Espriella.

Il dato indica che il riavvicinamento era stato preparato prima del cambio di governo. La sede americana dell’incontro non costituisce tuttavia una prova di imposizioni da parte degli Stati Uniti.

Tra gli interessi economici coinvolti figura il carbone. Secondo i dati commerciali internazionali riportati dalla Banca mondiale, nel 2023 le esportazioni colombiane di carbone verso Israele avevano raggiunto circa 447 milioni di dollari.

La cifra precede la rottura diplomatica e non permette di prevedere il valore delle future forniture. Mostra però l’importanza di un settore che potrebbe beneficiare della normalizzazione commerciale.

L’agenda bilaterale comprende anche agricoltura, gestione delle risorse idriche, innovazione, investimenti e trasferimento tecnologico. Sono opportunità annunciate, la cui portata effettiva dipenderà dai contratti conclusi e dai progetti realizzati.

Per Bogotá, il riavvicinamento può quindi essere presentato come una scelta capace di produrre vantaggi economici oltre che militari.

La dimensione geopolitica riguarda invece il rapporto con Washington. Gli Stati Uniti avevano già manifestato pubblicamente la propria opposizione al Gruppo dell’Aia.

Nel luglio 2025, in una dichiarazione riportata da Drop Site, il Dipartimento di Stato americano aveva criticato la riunione della coalizione a Bogotá, accusandola di utilizzare il diritto internazionale contro Israele e gli interessi occidentali. Washington aveva inoltre invitato i Paesi amici a sostenere la propria posizione.

Queste dichiarazioni documentano una pressione politica americana contro il gruppo, ma non dimostrano l’esistenza di un ultimatum rivolto alla Colombia nell’ottobre 2026.

Non risultano, sulla base degli elementi citati, prove di uno scambio esplicito tra l’uscita dalla coalizione e la concessione di nuove forniture militari, aiuti finanziari o vantaggi commerciali.

La distinzione è importante perché un riallineamento diplomatico può derivare da pressioni esterne, interessi economici oppure dalla convergenza politica tra governi.

Nel caso colombiano, quest’ultimo fattore assume un peso particolare. Sa’ar ha dichiarato che de la Espriella gli aveva promesso il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme già prima dell’elezione.

Si tratta della ricostruzione del ministro israeliano, coerente con l’orientamento successivamente adottato dal nuovo presidente colombiano. Attribuire la decisione esclusivamente a Washington significherebbe quindi trascurare le scelte politiche autonome dell’esecutivo di Bogotá.

Per Israele, il risultato ha un valore che supera gli scambi commerciali.

L’abbandono del Gruppo dell’Aia da parte di uno dei suoi fondatori indebolisce la capacità della coalizione di presentarsi come un fronte diplomatico compatto. L’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme costituisce inoltre un riconoscimento politico di particolare rilievo, considerando il carattere controverso dello status della città nel diritto e nella diplomazia internazionale.

Israele recupera così un partner sudamericano con il quale aveva sviluppato rapporti consolidati nella difesa e nella tecnologia, mentre la Colombia ottiene la possibilità di riattivare canali commerciali e di sicurezza.

Il costo politico riguarda la rinuncia alla posizione di primo piano precedentemente assunta da Bogotá nelle iniziative internazionali relative alla guerra di Gaza e alle responsabilità israeliane.

L’uscita dal Gruppo dell’Aia non modifica tuttavia automaticamente gli obblighi internazionali della Colombia.

La coalizione rappresenta uno strumento di coordinamento politico tra Stati e non un organismo giudiziario. Gli impegni derivanti dallo Statuto di Roma e dalla cooperazione con la Corte penale internazionale hanno una base giuridica distinta.

Il cambiamento colombiano deve quindi essere valutato soprattutto come una ridefinizione delle priorità diplomatiche.

De la Espriella sceglie di rafforzare le relazioni con Israele e di avvicinare la politica estera colombiana agli orientamenti di Washington, puntando su sicurezza, tecnologia e commercio.

La scelta può produrre benefici concreti, ma comporta anche la perdita del ruolo diplomatico che Bogotá aveva costruito nella coalizione critica verso Israele.

La questione decisiva sarà verificare se i vantaggi militari ed economici annunciati si tradurranno in risultati effettivi e quale margine di autonomia conserverà la Colombia nei rapporti con i propri partner internazionali.

Le pressioni americane contro il Gruppo dell’Aia sono documentate. Un’imposizione specifica sul ritiro colombiano, invece, resta da dimostrare. La responsabilità politica della svolta appartiene dunque, sulla base degli elementi disponibili, al nuovo governo di Bogotá.

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Giappone, da Valter Longo agli scienziati di Okinawa: a Tokyo MeDiet Japan 2026 riunisce i grandi nomi della longevità e crea nuove occasioni di business

Si è conclusa poche ore fa la prima giornata di MeDiet Japan 2026, il simposio internazionale su longevità e benessere ideato e organizzato dalla Camera di Commercio Italiana in Giappone (ICCJ). Nella sede della United Nations University, a Shibuya, si sono riuniti alcuni dei massimi esperti mondiali di nutrizione, medicina dello stile di vita, geroscienza, genetica, scienze dello sport e scienze sociali.

Nato nel 2021 per promuovere la dieta mediterranea e il benessere in Giappone e in Asia, MeDiet Japan è oggi una piattaforma dedicata a salute e stili di vita sostenibili. L’edizione 2026, intitolata “Longevità – il modello italiano e sardo nel dialogo globale”, mette l’Italia, e la Sardegna in particolare, al centro del confronto internazionale sull’invecchiamento sano, in dialogo con il modello giapponese di Okinawa. Il tema assume un significato speciale nell’anno del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, due Paesi che condividono alcune delle aspettative di vita più alte al mondo.

Valter D. Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California e padre della dieta mima-digiuno, intervenuto in collegamento, è stato tra i protagonisti della giornata. Con lui María A. Blasco, tra le massime autorità mondiali nello studio dei telomeri e già direttrice del CNIO di Madrid, e Bradley J. Willcox responsabile dell’Okinawa Centenarian Study. Ha partecipato anche Héctor García, co-autore del bestseller mondiale “Ikigai”. Nei quattro panel la longevità è stata esplorata da ogni angolazione: genetica e neuroscienze, nutrizione e microbiota, legami sociali, movimento e biologia cellulare.

«È stato un piacere partecipare a MeDiet Japan e al Longevity Symposium di Tokyo», ha dichiarato Valter D. Longo. «Mettere insieme ricerca scientifica, nutrizione e prospettive culturali diverse è essenziale per far progredire la nostra comprensione della longevità in salute. Sono stato felice di condividere come gli approcci alimentari basati sulle evidenze scientifiche possano aiutare le persone a vivere più a lungo e in salute.»

Grande protagonista dell’edizione è la Regione Autonoma della Sardegna, presente con una collettiva di imprese agroalimentari sarde. La Sardegna è una delle “Blue Zone” del pianeta, le aree con la più alta concentrazione di centenari, di cui Okinawa è il corrispettivo giapponese. Le aziende sarde hanno incontrato in sessioni B2B importatori e operatori giapponesi, con l’obiettivo di trasformare il prestigio del modello sardo in opportunità commerciali concrete.

«Con MeDiet Japan abbiamo voluto riportare il tema della longevità su un terreno rigorosamente scientifico e sociale, mettendo a confronto i migliori esperti internazionali sul rapporto tra durata e qualità della vita», ha dichiarato Davide Fantoni, Segretario Generale della Camera di Commercio Italiana in Giappone. «Sardegna e Okinawa, due delle Blue Zone più celebri al mondo, ci ricordano che vivere a lungo e in salute è prima di tutto una questione di alimentazione, movimento e relazioni. È un messaggio che l’Italia può portare con orgoglio in Giappone e nel mondo, e che come Camera di Commercio vogliamo tradurre anche in occasioni di crescita per le nostre imprese.»

Il simposio prosegue domani, sabato 17 ottobre, con una giornata aperta al grande pubblico tra seminari, degustazioni di olio extravergine e cooking show. Interverranno alcuni dei nomi più noti della medicina giapponese. Katsuya Iijima, direttore dell’Institute of Gerontology dell’Università di Tokyo, è un punto di riferimento nella prevenzione della fragilità. Satoru Yamada è promotore dell’approccio “locabo” alla riduzione moderata dei carboidrati, mentre Yoshinori Nagumo è medico e autore di bestseller sull’anti-aging tradotti in 14 lingue. Tra gli ospiti anche il triatleta novantenne Hiromu Inada, recordman dell’Ironman World Championship.

MeDiet Japan 2026 si svolge con il patrocinio, tra gli altri, dell’Ambasciata d’Italia in Giappone e della Città di Shibuya.

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Usa, Trump sospende le nuove sanzioni alla Russia: il diesel prevale sulla pressione economica

La necessità di contenere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti modifica la strategia americana nei confronti della Russia. E gli europei, che della russofobia forzata e della sudditanza a Washington hanno fatto l’essenza della propria politica, rimangono attaccati alla pompa di benzina.

Donald Trump ha deciso di sospendere l’applicazione delle nuove sanzioni e dei dazi previsti dal Graham Act, la legge approvata il 18 settembre per aumentare la pressione economica su Mosca e sui Paesi che continuano ad acquistare energia russa. La decisione arriva alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure, fissata per il 18 ottobre, e segue l’accordo commerciale annunciato dalla Casa Bianca per l’importazione di diesel russo.

Il provvedimento non cancella le sanzioni precedentemente adottate contro la Federazione Russa, ma congela l’applicazione delle nuove restrizioni. Trump ha utilizzato una clausola della legge che consente al presidente di concedere deroghe per ragioni di interesse nazionale, previa comunicazione al Congresso. La sospensione resterà valida fino a una successiva decisione dell’amministrazione.

Il Graham Act avrebbe introdotto strumenti particolarmente incisivi, compresi dazi fino al 500 per cento sui prodotti russi e misure commerciali contro i principali acquirenti di petrolio e gas di Mosca. Cina e India sarebbero state tra le economie maggiormente esposte alle conseguenze delle nuove disposizioni. Washington mantiene tuttavia la possibilità di monitorare gli acquisti internazionali di energia russa e le operazioni considerate funzionali all’elusione delle sanzioni.

La scelta della Casa Bianca è strettamente collegata alla situazione del mercato energetico americano. Il 9 ottobre, dopo un colloquio telefonico con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato un’intesa per l’acquisto di consistenti quantitativi di diesel russo: 300mila tonnellate nell’immediato, 500mila a novembre e successivamente un milione di tonnellate al mese, fino alla primavera del 2027. Il Dipartimento del Tesoro aveva già autorizzato le operazioni attraverso una specifica licenza generale.

Il ritorno del diesel russo sul mercato statunitense rappresenta una risposta alle difficoltà provocate dall’aumento dei prezzi dei carburanti. Le tensioni militari in Medio Oriente e le interruzioni delle rotte energetiche, aggravate dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, hanno contribuito a rendere più costosi gli approvvigionamenti. A settembre il diesel aveva raggiunto negli Stati Uniti i 6,53 dollari al gallone, con ripercussioni sui trasporti, sull’agricoltura e sui costi di distribuzione delle merci.

Il fattore elettorale pesa sulla decisione. Le elezioni americane di metà mandato sono previste per il 3 novembre e l’amministrazione Trump deve confrontarsi con le conseguenze politiche dell’inflazione energetica. La riduzione del prezzo dei carburanti diventa così una priorità immediata, anche a costo di attenuare temporaneamente uno degli strumenti utilizzati per esercitare pressione sul Cremlino.

Mosca ha accolto la decisione come un segnale di cambiamento nei rapporti bilaterali. Kirill Dmitriev, rappresentante speciale della presidenza russa per gli investimenti e la cooperazione economica internazionale, ha definito la sospensione del Graham Act un momento storico, sostenendo che il dialogo e gli interessi economici condivisi possano sostituire progressivamente la politica delle sanzioni.

La lettura russa è comprensibile sul piano politico, ma non coincide necessariamente con un mutamento generale della posizione americana sulla guerra in Ucraina. La deroga riguarda specifiche misure economiche e non comporta il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca né la revoca dell’intero sistema sanzionatorio. Resta però il dato politico: Washington ha scelto di privilegiare una necessità energetica interna rispetto all’inasprimento delle restrizioni commerciali contro la Russia.

La decisione ha provocato reazioni anche all’interno del Congresso americano. Dodici senatori, appartenenti a entrambi i partiti, hanno chiesto a Trump di rinunciare all’accordo sul diesel, ritenendolo un vantaggio economico per Mosca e un indebolimento della posizione statunitense nei confronti dell’Ucraina. Analoghe contestazioni sono arrivate dalla Camera dei rappresentanti, dove un gruppo bipartisan ha sollecitato la revoca dell’autorizzazione concessa dal Tesoro.

Il dissenso tra i repubblicani evidenzia le contraddizioni della politica americana verso la Russia. Da una parte rimane l’obiettivo dichiarato di limitare le entrate energetiche russe per ridurre le risorse disponibili al finanziamento della guerra. Dall’altra, l’amministrazione considera necessario utilizzare proprio quelle forniture per attenuare le difficoltà del mercato interno. La compatibilità tra i due obiettivi appare sempre più difficile da mantenere.

Le critiche sono arrivate anche dall’Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha giudicato la decisione inappropriata e inefficace, osservando che una parte del diesel russo è già presente sul mercato internazionale attraverso altri acquirenti. Secondo questa interpretazione, l’accordo americano potrebbe modificare soprattutto la destinazione commerciale dei prodotti, senza determinare necessariamente un aumento significativo dell’offerta globale.

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha contestato la scelta di Washington, temendo che il ritorno delle esportazioni energetiche verso gli Stati Uniti possa rafforzare le entrate finanziarie russe. Kiev considera infatti le sanzioni sul settore petrolifero uno degli strumenti fondamentali per limitare la capacità di Mosca di sostenere il conflitto.

La questione centrale riguarda però l’effettiva efficacia economica delle restrizioni. Le sanzioni energetiche hanno contribuito a modificare le rotte commerciali russe, favorendo la crescita degli scambi con Paesi asiatici e il ricorso a reti di trasporto e intermediazione alternative. Non hanno tuttavia eliminato la presenza del petrolio e dei suoi derivati sui mercati internazionali.

La sospensione del Graham Act mostra dunque i limiti politici di una strategia fondata sulla pressione economica quando i suoi effetti indiretti entrano in conflitto con le esigenze dei consumatori americani. La Casa Bianca non rinuncia formalmente alle sanzioni, ma ne ridimensiona l’applicazione nel momento in cui diventano incompatibili con una priorità interna.

Per Mosca si apre uno spazio commerciale e diplomatico, mentre per Kiev emerge il rischio che la tenuta del sistema sanzionatorio dipenda sempre più dall’andamento dei prezzi energetici e dal calendario politico americano. Resta da verificare se le forniture concordate saranno sufficienti a ridurre sensibilmente il costo del diesel negli Stati Uniti.

Il risultato immediato è una modifica dell’equilibrio tra sicurezza internazionale ed economia domestica: Trump mantiene gli strumenti di pressione sulla Russia, ma sceglie di non utilizzarne una parte proprio mentre cerca di contenere il costo dell’energia. Una decisione che conferma quanto il mercato petrolifero continui a condizionare la politica estera delle grandi potenze.

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Usa, la flotta ombra torna utile: Trump valuta deroghe alle sanzioni per frenare il caro diesel

L’amministrazione di Donald Trump valuta la possibilità di riportare nel mercato commerciale alcune petroliere colpite dalle sanzioni americane, nel tentativo di ridurre i costi del trasporto petrolifero e contenere la pressione sui prezzi del diesel. Secondo il Financial Times, Washington starebbe esaminando la vendita delle imbarcazioni ad acquirenti autorizzati, attraverso deroghe individuali concesse dal Dipartimento del Tesoro. La proposta evidenzia una delle principali contraddizioni della politica sanzionatoria: limitare le entrate energetiche degli avversari senza provocare rincari difficili da sostenere per la propria economia.

Non si tratta di una revoca generalizzata delle restrizioni sulla cosiddetta flotta ombra, ma di un progetto selettivo ancora in valutazione. L’obiettivo sarebbe recuperare alcune petroliere per il mercato ordinario, rendendo più efficienti i trasporti e riducendo i costi logistici.

La questione assume un significato politico particolare in un contesto di inflazione e pressione elettorale. Quando le sanzioni contribuiscono ad aumentare i costi energetici, anche i governi che le hanno introdotte possono trovarsi nella necessità di correggerne gli effetti.

Il problema nasce dalla natura stessa delle restrizioni sul commercio petrolifero. Ridurre le entrate degli Stati sanzionati senza diminuire eccessivamente l’offerta mondiale significa mantenere un equilibrio difficile tra pressione geopolitica e stabilità dei mercati.

Le conseguenze economiche si distribuiscono lungo l’intera filiera. Gli esportatori colpiti possono essere costretti a concedere sconti o sostenere maggiori spese di trasporto. Intermediari e armatori disposti ad assumersi rischi più elevati possono invece ottenere margini superiori, mentre importatori e consumatori possono subire rincari.

Il risultato effettivo delle sanzioni non può quindi essere misurato soltanto attraverso il numero delle navi inserite nelle liste restrittive. Occorre verificare quanto diminuiscano le entrate nette degli esportatori e quali costi aggiuntivi vengano trasferiti al mercato internazionale.

La proposta americana incontra inoltre un limite pratico. Secondo Reuters, numerose petroliere sanzionate hanno continuato a operare, alimentando i dubbi degli analisti sulla possibilità che una loro regolarizzazione produca rapidamente un aumento significativo della capacità mondiale di trasporto.

Una nave già impiegata nel commercio petrolifero non diventa una nuova unità disponibile semplicemente perché viene autorizzata a operare nel mercato ordinario.

La modifica del suo status può ampliare il numero di operatori disposti a utilizzarla, facilitare l’accesso alle assicurazioni e ridurre alcuni costi finanziari. Non comporta però necessariamente un incremento equivalente della capacità fisica della flotta.

Conta anche lo stato delle imbarcazioni. Molte unità utilizzate nei circuiti meno trasparenti sono anziane e potrebbero richiedere interventi tecnici, controlli e certificazioni prima di essere accettate dai principali operatori internazionali.

Un ulteriore ostacolo deriva dalle differenze tra i regimi sanzionatori. Le autorizzazioni americane non cancellerebbero automaticamente le restrizioni adottate da Unione Europea e Regno Unito. Secondo Reuters, gli assicuratori continuerebbero a dover rispettare i vincoli europei e britannici.

Il recupero commerciale delle petroliere potrebbe quindi risultare più lento e complesso di quanto suggerisca la semplice rimozione di un divieto statunitense.

Esiste poi una questione più ampia: i prezzi del diesel non dipendono soltanto dalla disponibilità delle navi.

Le difficoltà nelle esportazioni mediorientali, i danni alle infrastrutture energetiche, i rischi per la navigazione e la capacità di raffinazione influenzano direttamente il costo dei carburanti.

L’Agenzia statunitense per l’informazione energetica ha collegato le tensioni sui mercati anche alle interruzioni delle rotte e ai maggiori costi di trasporto. Riportare alcune petroliere nel circuito ordinario potrebbe attenuare una parte di questi oneri, senza necessariamente produrre una diminuzione significativa dei prezzi finali.

La questione decisiva riguarda quindi le condizioni delle eventuali vendite.

Un trasferimento effettivo della proprietà e del controllo delle imbarcazioni potrebbe sottrarre mezzi ai circuiti commerciali opachi, consentendone l’utilizzo per trasporti autorizzati.

In questo caso, la deroga non rappresenterebbe necessariamente un abbandono delle sanzioni, ma uno strumento per modificarne gli effetti e recuperare beni precedentemente esclusi dal mercato regolare.

La valutazione cambierebbe se le vendite fossero soltanto formali, lasciando il controllo effettivo agli stessi operatori oppure consentendo ai proventi di raggiungere soggetti ancora sottoposti a restrizioni.

Per Washington, la verifica dovrebbe riguardare la proprietà reale delle navi, la destinazione dei carichi, i beneficiari economici e il rispetto delle condizioni imposte dal Tesoro.

Sul piano strategico, le sanzioni energetiche hanno anche l’obiettivo di ridurre le risorse finanziarie disponibili per sostenere operazioni militari.

La loro efficacia dipende tuttavia dalla perdita effettiva di entrate, dalla capacità degli Stati colpiti di trovare mercati alternativi e dalle priorità assegnate alla spesa militare.

Un aumento delle restrizioni non dimostra automaticamente una diminuzione della capacità bellica. Allo stesso modo, una deroga limitata non implica necessariamente il fallimento dell’intera strategia.

Il problema politico emerge quando gli allentamenti vengono percepiti come una risposta ricorrente all’aumento dei prezzi.

Se gli avversari ritengono che Washington sia destinata a ridurre la pressione ogni volta che i costi energetici diventano difficili da sostenere internamente, la credibilità delle sanzioni potrebbe indebolirsi.

Anche il coordinamento con gli alleati diventa determinante. Differenze tra le decisioni americane e quelle europee possono complicare l’applicazione delle restrizioni e creare incertezza per armatori, banche e assicuratori.

Gli sviluppi possibili dipenderanno dalle modalità di attuazione del progetto.

Una regolarizzazione controllata potrebbe migliorare l’efficienza dei trasporti senza restituire risorse significative agli esportatori sanzionati.

Un recupero limitato delle petroliere potrebbe invece produrre benefici modesti sui noli, lasciando sostanzialmente irrisolto il problema del caro diesel.

Un allentamento accompagnato da controlli insufficienti rischierebbe infine di ridurre la pressione economica sugli avversari senza offrire un sollievo proporzionato ai consumatori.

La proposta americana mette dunque alla prova la sostenibilità politica delle sanzioni nel lungo periodo.

Washington cerca di mantenere uno strumento di pressione internazionale, correggendone contemporaneamente alcuni effetti sull’economia interna.

Il punto non è soltanto stabilire quante petroliere possano tornare a operare, ma verificare se l’operazione ridurrà davvero i costi senza rafforzare i circuiti commerciali che le restrizioni intendono colpire.

La questione di fondo riguarda la capacità degli Stati Uniti di sostenere una pressione economica durevole anche quando i suoi costi diventano politicamente sensibili. Se le deroghe fossero determinate soprattutto dall’urgenza di contenere i prezzi prima delle scadenze elettorali, la credibilità della strategia sanzionatoria potrebbe risentirne, indipendentemente dai benefici immediati sul mercato energetico.

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Yemen, attacco al palazzo presidenziale di Aden: la guerra mette sotto pressione Riad

Cinque morti e sedici feriti nell’attacco del 15 ottobre contro il palazzo presidenziale al-Maashiq di Aden, sede del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Arabia Saudita. Il primo ministro Shaya Zindani e i ministri sono rimasti illesi, secondo le autorità locali. Il bombardamento, attribuito agli Houthi, rappresenta però un segnale della vulnerabilità delle istituzioni governative e della crescente difficoltà di Riad nel contenere un conflitto che minaccia anche la sicurezza delle rotte del Mar Rosso.

L’attacco arriva in una fase di intensificazione dei combattimenti. Già il 9 ottobre l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, aveva segnalato il ritorno a una guerra su vasta scala, con scontri su diversi fronti e una controffensiva delle forze governative nelle aree vicine allo stretto di Bab el-Mandeb.

Colpire Aden significa esercitare pressione sul centro politico e amministrativo del governo rivale. Il valore strategico dell’operazione non dipende soltanto dalle vittime o dai danni materiali, ma dalla capacità di dimostrare che neppure le sedi istituzionali sono al riparo dagli attacchi.

Per gli Houthi, questa pressione può servire a indebolire la credibilità dell’esecutivo, ostacolarne le attività e costringere l’Arabia Saudita a distribuire le proprie risorse difensive tra obiettivi differenti.

La capacità di raggiungere il palazzo presidenziale non dimostra tuttavia una superiorità militare complessiva del movimento. Colpire un edificio non equivale a poter conquistare Aden o mantenere il controllo del Sud dello Yemen.

L’attacco evidenzia piuttosto come eventuali avanzate delle forze governative possano convivere con una persistente vulnerabilità delle infrastrutture e dei centri decisionali.

Per valutare l’efficacia militare del bombardamento sarebbero necessarie informazioni indipendenti sui sistemi impiegati, sulle eventuali intercettazioni e sull’entità dei danni. Il numero dei lanci, da solo, non consente di stabilire la precisione delle armi o la capacità degli Houthi di sostenere una campagna prolungata.

Il problema per Riad riguarda anche il rapporto tra risorse militari e risultati politici. L’Arabia Saudita deve proteggere il proprio territorio e, contemporaneamente, sostenere un governo yemenita che continua a incontrare difficoltà nel consolidare il controllo delle aree sotto la propria autorità.

La dimensione regionale coinvolge inevitabilmente l’Iran. Riad accusa Teheran di fornire armamenti e sostegno agli Houthi, mentre le autorità iraniane negano le forniture militari e dichiarano di favorire una soluzione negoziata.

Il sostegno iraniano costituisce un elemento importante degli equilibri regionali, ma non significa che ogni operazione degli Houthi venga necessariamente decisa a Teheran. Il movimento yemenita mantiene obiettivi propri, legati al controllo territoriale, alla sopravvivenza politica e al riconoscimento del proprio ruolo nei futuri negoziati.

Attaccare Aden consente agli Houthi di contestare la capacità del governo rivale di rappresentare e amministrare il Paese. Minacciare contemporaneamente l’Arabia Saudita permette invece di aumentare i costi del sostegno militare e finanziario garantito da Riad.

È una strategia che può produrre effetti anche senza importanti conquiste territoriali. Costringere l’avversario a mantenere sistemi di difesa costosi, proteggere numerose infrastrutture e affrontare continue interruzioni rappresenta già una forma di pressione.

La guerra yemenita ha inoltre una dimensione marittima fondamentale. Lo stretto di Bab el-Mandeb collega il golfo di Aden al Mar Rosso e costituisce uno dei passaggi strategici per il traffico commerciale diretto verso il Canale di Suez e il Mediterraneo.

L’insicurezza lungo questa direttrice può provocare conseguenze economiche ben oltre i confini dello Yemen. I precedenti documentati dall’Agenzia statunitense per l’informazione energetica mostrano come gli attacchi alle navi abbiano favorito deviazioni delle rotte, allungando i tempi di navigazione e aumentando i costi del trasporto.

Non è necessaria una chiusura completa dello stretto per compromettere la regolarità dei traffici. È sufficiente che armatori e compagnie assicurative considerino il passaggio troppo rischioso per determinare rincari dei premi, modifiche degli itinerari e ritardi nelle consegne.

Per l’Europa e per l’Italia, le conseguenze potrebbero tradursi in maggiori costi logistici ed energetici, soprattutto per le imprese che dipendono dai collegamenti commerciali tra Asia e Mediterraneo.

Anche l’Arabia Saudita rischia di subire effetti economici rilevanti. Un eventuale aumento delle quotazioni petrolifere non garantirebbe necessariamente un beneficio netto, considerando le spese militari, i possibili danni alle infrastrutture e le difficoltà che l’instabilità può creare agli investimenti.

Il programma saudita di diversificazione economica richiede infatti continuità nei trasporti, affidabilità delle infrastrutture e fiducia degli investitori. Una minaccia persistente può aumentare i costi di protezione e rendere più complessa la realizzazione dei progetti.

La difficoltà principale resta però politica. La superiorità tecnologica e la capacità di colpire depositi o postazioni militari non bastano a costruire un’autorità yemenita stabile.

Senza amministrazioni funzionanti, risorse per finanziare i servizi pubblici e accordi tra le diverse componenti del Paese, anche il controllo militare di un territorio può rimanere fragile.

Gli sviluppi dipenderanno dalla capacità delle parti di contenere l’escalation. Una ripresa dei negoziati potrebbe ridurre progressivamente i rischi per le infrastrutture e per il traffico marittimo, senza risolvere immediatamente tutte le divisioni interne.

Una guerra intermittente manterrebbe invece elevati i costi di sicurezza e l’incertezza commerciale. Un’escalation prolungata potrebbe aggravare i danni alle infrastrutture e produrre conseguenze più ampie per gli approvvigionamenti energetici e i collegamenti internazionali.

A pagare il prezzo più alto continuerebbe a essere la popolazione yemenita, già colpita da anni di combattimenti, sfollamenti e deterioramento dei servizi essenziali.

L’attacco al palazzo presidenziale di Aden dimostra soprattutto i limiti di una strategia fondata sulle sole operazioni militari. La protezione delle istituzioni non può essere separata dalla loro capacità di governare e garantire condizioni di vita accettabili.

Per l’Arabia Saudita, la questione non consiste soltanto nel respingere i missili o sostenere le offensive delle forze alleate, ma nel contribuire alla costruzione di un equilibrio politico che riduca gli incentivi alla prosecuzione della guerra.

Finché gli attacchi continueranno a rappresentare uno strumento efficace per modificare i rapporti di forza, ogni successo sul campo rischierà di essere temporaneo. La sicurezza di Aden, quella saudita e la libertà di navigazione nel Mar Rosso resteranno così legate alla stessa questione irrisolta: l’assenza di un accordo capace di stabilizzare lo Yemen.

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Ucraina, la Russia annuncia raid «massicci» sulla rete elettrica: 8 morti e 1 milione di case al buio

KIEV — Un uomo di 64 anni è morto sabato mattina nei raid russi su Kherson e Zaporizhzhia, due città del sud dell’Ucraina; i feriti sono almeno 17, tra cui una bambina di 11 anni, secondo le autorità ucraine. È la coda della giornata più pesante delle ultime settimane: venerdì droni e missili hanno colpito nove regioni, con almeno 8 morti, 60 feriti e oltre un milione di utenze senza corrente. Da Kiev la domanda è una sola: che cosa resta del «cessate il fuoco energetico» annunciato da Donald Trump sei giorni fa?

La risposta di Mosca è arrivata nel pomeriggio di venerdì. «Le Forze armate russe hanno iniziato a condurre attacchi massicci contro gli obiettivi energetici dell’Ucraina. È stato definito l’elenco di questi obiettivi e il necessario quantitativo di armamenti per colpirli», ha detto al presidente Vladimir Putin il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, in un briefing a un posto di comando riferito dall’agenzia russa Interfax. Nel mirino, ha aggiunto, anche «ponti di importanza strategica», nodi ferroviari e data center «usati per i bisogni delle Forze armate ucraine». Il cessate il fuoco annunciato da Trump l’11 ottobre non è mai stato confermato dal Cremlino: «Non lo sapevamo, l’abbiamo appreso dai media», aveva detto Volodymyr Zelensky il giorno dopo a Varsavia.

A Kharkiv, la seconda città del Paese, nell’est, sono morti una donna di 71 anni e un uomo di 58. Nella regione di Volyn, al confine con la Polonia, un drone ha centrato uno stabilimento alimentare, un morto e 8 feriti; a Kovel, sulla statale che porta da Kiev alla frontiera polacca, una decina di camion è andata in fiamme davanti a un terminal doganale. Colpiti centri commerciali a Rivne e a Sumy. Il ministero dell’Energia dice di aver riallacciato oltre un milione di persone; circa 300.000 restano al buio.

La seconda domanda riguarda Washington. Venerdì Trump ha firmato un ordine esecutivo che sospende le sanzioni e i dazi sull’energia russa previsti dalla legge intitolata al senatore Lindsey Graham, morto a luglio: dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di greggio e gas russi e misure sulla «flotta ombra» delle petroliere. La legge l’aveva firmata lui stesso a settembre. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione che il rilascio di tale deroga è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», ha scritto; il testo non spiega perché. Sullo sfondo ci sono l’intesa con Putin per immettere sul mercato 1,8 milioni di tonnellate di diesel russo, la crisi dei carburanti legata alla guerra in Iran e le elezioni di metà mandato del mese prossimo.

Il capo del fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev, ha parlato su X di «un momento importante e davvero storico»; la senatrice democratica Elizabeth Warren di «fallimento assoluto e prevedibile della leadership». Nello stesso giorno Mosca ha messo nero su bianco la campagna contro la rete elettrica ucraina e Washington ha sospeso le sanzioni sull’energia russa.

Il conto presentato a Bruxelles

Zelensky era a Bruxelles, al Consiglio europeo. «La guerra costerà 155 miliardi di euro il prossimo anno. E abbiamo bisogno di almeno 70 miliardi in più da voi, per la difesa, per le armi, per la nostra resilienza», ha detto ai leader dei Ventisette, chiedendo altri sistemi antiaerei Patriot. Il presidente del Consiglio europeo António Costa: «Non è il momento di ritirare il sostegno all’Ucraina. Non è il momento di alleggerire le sanzioni alla Russia». Per Ursula von der Leyen la richiesta «deve essere coperta»; il cancelliere tedesco Friedrich Merz rinvia la discussione a fine anno.

La terza domanda è sui satelliti. Nei giorni scorsi il sistema Starlink di SpaceX, da cui dipendono i droni e l’allerta precoce ucraini, ha subito disturbi: Elon Musk nega ogni responsabilità dell’azienda e un funzionario americano esclude un intervento di Trump. Il presidente ha però definito «una vergogna» la ripresa dei raid ucraini sulle raffinerie russe, annunciata da Zelensky al Financial Times insieme all’accusa a Washington di aver ridotto la condivisione di intelligence. Su Newsmax ha aggiunto di non essere «un grande fan» del presidente ucraino e che gli alleati potranno comprare i Patriot quando le scorte americane saranno «ben rifornite».

A Bruxelles un giornalista gli ha chiesto se non sia diventato il capro espiatorio dei guai interni di Trump. Zelensky ha taciuto a lungo, poi: «Questa è la mia risposta». E ancora: «Difendo esclusivamente gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino». Secondo l’Onu, da gennaio a settembre i civili uccisi sono stati 2.570 e i feriti 15.211, quasi il 60% in più dello stesso periodo del 2025. Putin ha detto a Gerasimov che gli attacchi «massicci e di gruppo» devono continuare; a Lutsk, capoluogo di Volyn, il sindaco ha avvertito che la corrente mancherà per almeno 24 ore.

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Francia, la protesta contro il carovita nata su TikTok scende in piazza: 40 fermi a Parigi

Aggiornato alle 11:43

PARIGI — Quaranta fermi nella capitale prima delle dieci, lacrimogeni a Marsiglia e a Lione, un corteo da place de la République alle 14 che la prefettura ha costretto a ridisegnare all’ultimo. La giornata contro il carovita, nata su TikTok e senza una regia, è cominciata così. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez la affronta avendo rimesso in mano agli agenti le granate assordanti: le stesse per cui la sua polizia è sotto inchiesta, dopo che a un quattordicenne una di quelle granate ha portato via una mano.

Lo ha detto lui stesso martedì ai senatori: 36 inchieste dell’ispettorato generale della polizia nazionale, l’organo che indaga sugli agenti, per violenze dall’inizio del movimento studentesco, quattro delle quali per «ferite mutilanti». Venerdì, in un’intervista, ha aggiunto che le granate saranno consentite oggi in caso di «gravi violenze urbane», perché quelle armi «non sono mai usate quando le cose vanno bene». In campo oltre 10.000 fra poliziotti e gendarmi, almeno 5.000 a Parigi.

I 40 fermati parigini delle 9:30 avevano, secondo la prefettura, «materiale di protezione vietato o armi»; nei sequestri un coltello e un bracciale falso della polizia. Un gruppo di incappucciati ha bloccato il parcheggio della sede di CNews, il canale all news di orientamento conservatore che ospita anche la radio Europe 1, lanciando oggetti e rompendo vetri. Il prefetto Patrice Faure ha vietato il percorso che gli studenti volevano fare fino a place de la Concorde e ogni raduno intorno alle sedi del governo e alle stazioni.

A Marsiglia il boulevard du Prado, l’asse che porta alle spiagge, è stato barricato con cassonetti e scooter prima che i reparti antisommossa lo sgomberassero con i lacrimogeni, racconta France 24; a Lione e a Rennes i primi cortei sono partiti a metà mattina. Alla vigilia il ministero dell’Interno stimava 150.000 partecipanti nel Paese e 40.000 a Parigi. Le «azioni» censite sono circa 500, i cortei più di 90, mentre la mappa dei gilet gialli segna 1.757 punti fra rotatorie, caselli, distributori e ponti. Alcune azioni annunciate, come al casello del ponte dell’Île de Ré, non si sono viste. Oggi cominciano anche le vacanze di Ognissanti.

Le inchieste sugli agenti

Il conto delle ferite lo ha fatto Reuters, su interviste e atti giudiziari: 28 persone colpite dall’uso della forza, 15 casi all’esame dell’ispettorato, fra proiettili di gomma, granate, lacrimogeni e manganelli. Un quindicenne ha perso un occhio per un proiettile di gomma. Un agente di Belfort è indagato per tentato omicidio. In un altro caso, ricostruito dal procuratore, un poliziotto ha colpito un ragazzo con il manganello, il ragazzo ha risposto a calci e un collega gli ha sparato in faccia un candelotto lacrimogeno con un lanciatore.

Il ministero difende gli agenti: hanno dovuto fronteggiare gruppi violenti che si infilano nelle proteste. Dal 18 settembre conta «quasi 900» fra poliziotti e gendarmi feriti; dall’altra parte oltre 200 liceali e 147 membri del personale scolastico. Le ong e gli avvocati delle vittime contestano l’uso di armi antisommossa contro minorenni e chiedono che se ne verifichino necessità e proporzionalità. I fermi dall’inizio delle proteste sono 6.877, in grandissima maggioranza minorenni.

Il movimento è nato a Créteil, nella banlieue sudest di Parigi, per la carenza di personale nei licei; la risposta della polizia lo ha gonfiato. Martedì, nell’«atto V», gli studenti hanno rivendicato 480.000 partecipanti e il ministero ne ha contati 161.500; davanti a un liceo di Saint-Denis si è presentata Greta Thunberg. La data di oggi viene invece da un video su TikTok di un giovane esasperato dai prezzi alla pompa, sostenuto poi dal segretario comunista Fabien Roussel e dalla leader dei Verdi Marine Tondelier.

Jérôme Rodrigues, volto storico dei gilet gialli del 2018, che perse un occhio in una manifestazione del 2019, ne prende le distanze e insieme la sposa: «Nessun gilet giallo è stato all’origine del 17 ottobre. È quasi diventato un marchio», e poi, su Facebook: «Gilet gialli, studenti, lavoratori, pensionati: le nostre lotte possono incontrarsi». Un altro ex, Myrtil Devillers: «Ero un gilet giallo quando la benzina costava 1,40 euro al litro, immaginate come mi sento ora che costa 2,20».

Il premier Sébastien Lecornu, che ha attivato una cellula di crisi, ha detto che le proteste dei licei sono scivolate nella «violenza urbana»; il presidente Emmanuel Macron ha chiesto calma. Il governo accusa La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon di soffiare sul fuoco, il partito nega. Bally Bagayoko, 53 anni, sindaco di Saint-Denis e presenza fissa ai cortei, applaudito per aver difeso gli studenti dalla polizia e criticato per frasi che per i suoi avversari legittimerebbero la violenza, stamattina ha parlato a Franceinfo degli obiettivi del movimento.

Per l’Eliseo, a sei mesi dalle presidenziali, la partita è impedire che la rabbia dei licei si saldi con quella delle rotatorie. Il corteo parigino parte alle 14; il bilancio della giornata arriverà in serata.

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Ladies Libertas Livorno, esordio in casa in A1 femminile per cercare i primi due punti

LIVORNO – Grande attesa ed emozione in casa Ladies Libertas Livorno per il debutto casalingo nel campionato di serie A1 Credem Banca. Domani (18 ottobre), alle 18, le amaranto scenderanno in campo al PalaModigliani per affrontare la Brixia Brescia, nella prima partita stagionale davanti al proprio pubblico (atteso in massa) dopo le due trasferte a Campobasso e Roseto.

La squadra di coach Luca Andreoli è ancora ferma a quota zero in classifica, dopo due sconfitte che hanno lasciato qualche rammarico per come sono maturate. In entrambe le occasioni, infatti, le Ladies sono rimaste in partita fino alla fine, senza però riuscire a raccogliere punti. Adesso l’obiettivo è trasformare quanto di buono mostrato nelle prime uscite in una vittoria, sfruttando anche la spinta del pubblico amaranto.

Di fronte ci sarà una Brixia Brescia che, come Livorno, non ha ancora conosciuto il successo. La formazione lombarda, guidata in campo dall’esperta D’Alie, si è inoltre rinforzata nelle ultime ore con l’arrivo della guardia americana Madeline Burke. Un inserimento che impone alle amaranto un focus ultriore, soprattutto alla luce di quanto accaduto nell’ultima trasferta a Roseto, dove il nuovo innesto, Landrum, avversario ha creato diversi problemi alla difesa livornese.

Tra le note più positive delle prime due giornate in casa Lll, c’è sicuramente Jodie Cornelie. Nell’ultima uscita la francese ha fatto registrare la sua miglior prestazione realizzativa in Italia, con 20 punti, accompagnati da 14 rimbalzi e una valutazione di 31. Numeri che la rendono una delle giocatrici più attese anche nella sfida di domenica.

Attenzione anche ad Amandine Toi, altra francese in forza alla Brixia, che ha segnato 16 punti in entrambe le gare disputate, tirando con il 37% da tre punti su un numero considerevole di tentativi. La formazione bresciana ha mostrato nelle prime uscite di essere ancora alla ricerca dei giusti equilibri, ma il recente innesto di Burke aggiunge una freccia importante all’arco lombardo..

“Finalmente giochiamo in casa, dopo aver girato l’Italia in lungo e in largo nelle prime due partite – dice coach Andreoli – Siamo stati competitivi, ma non è bastato, e questo lo abbiamo ben chiaro. Ci aspetta una sfida contro un’altra squadra che ha raccolto due sconfitte, diverse dalle nostre, ma che ha inserito una nuova americana. Dovremo quindi farci trovare più pronti rispetto a Roseto, dove una situazione simile ci ha fatto male. Sappiamo dove dobbiamo migliorare: dobbiamo essere solide per 40 minuti, senza vivere di alti e bassi, e avere idee precise su dove mettere la palla, senza sbagliare la gestione degli ultimi possessi. Vogliamo mettere tanta energia in campo e c’è stata grande attenzione nel preparare questa partita. Questo è l’unico obiettivo che dobbiamo avere e sul quale abbiamo lavorato durante la settimana”

La partita tra Ladies Libertas Livorno e Brixia Brescia sarà trasmessa in diretta sulla piattaforma Flima.tv. 

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Trump sospende le sanzioni alla Russia che lui stesso aveva firmato: via libera al diesel di Putin

WASHINGTON — Donald Trump ha sospeso venerdì, a un giorno dall’entrata in vigore, le sanzioni contro Russia e Iran che lui stesso aveva firmato in legge meno di un mese fa. L’ordine esecutivo porta la sua firma, come la portava il 18 settembre la legge che prende il nome dal senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei suoi alleati più stretti al Congresso. Le misure dovevano scattare il 18 ottobre.

La legge prevede dazi fino al 500 per cento sui beni russi e fino al 100 per cento sui cinque maggiori importatori di petrolio e gas di Mosca, oltre che su chiunque acquisti consapevolmente energia russa e sui principali intermediari che aiutano ad aggirare i divieti. Tutto questo resta ora sulla carta. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui concedere questa deroga in questo momento è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», si legge nell’ordine, riferisce Reuters. La sospensione vale finché il presidente o i suoi collaboratori più alti non decideranno diversamente.

Il testo non spiega perché. La deroga si appoggia a un articolo della stessa legge, il 115, che consente al presidente di fermarne l’applicazione con una certificazione scritta e un rapporto al Congresso. Restano in vigore le sanzioni decise con i precedenti ordini esecutivi, e resta in piedi la parte della legge che proroga le sanzioni all’Iran. La Casa Bianca non ha diffuso altre motivazioni oltre al testo dell’ordine.

La spiegazione, nei fatti, era arrivata una settimana prima. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato sul suo social Truth una «discussione di grande successo»: oltre 300.000 tonnellate di diesel russo «immediatamente», 500.000 a novembre, poi un milione al mese. In totale 4,8 milioni di tonnellate, circa 36 milioni di barili, fino a metà aprile. Lo stesso giorno il Tesoro aveva emesso una licenza generale, la numero 135, che autorizza le transazioni sul diesel di origine russa, importazioni negli Stati Uniti comprese.

Il mese scorso il diesel aveva toccato negli Stati Uniti il record di 6,53 dollari al gallone, circa 1,72 dollari al litro. I rincari sono legati alle interruzioni provocate dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, da cui passa gran parte del greggio del Golfo. Le elezioni di metà mandato sono il 3 novembre. La partita, per la Casa Bianca, si gioca sul prezzo alla pompa nelle tre settimane che restano prima del voto.

La lettera dei 12 senatori

La reazione più dura è venuta dal Senato, e non solo dai democratici. Martedì 13 ottobre dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno scritto a Trump una lettera guidata dal democratico Richard Blumenthal: «Questo accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; va revocato». Tra i firmatari repubblicani ci sono Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, John Cornyn del Texas e Mitch McConnell del Kentucky, per anni capo del partito al Senato.

Thom Tillis, senatore repubblicano della Carolina del Nord e anche lui firmatario, è andato oltre nel programma Meet the Press della NBC: c’è un «caso legittimo» per sostenere che Trump «non sta rispettando la legge». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha risposto su Fox: «Chiunque al Congresso dica che una vecchia legge o l’attuale legge Graham ci vieta di farlo si sbaglia».

Trump ha liquidato i critici lunedì, parlando davanti alla Casa Bianca. «Tutto ciò che può aiutare i nostri agricoltori, i nostri allevatori, mi piace», ha detto; i repubblicani che protestano «non possono fare sul serio». Ha attribuito a Volodymyr Zelensky i prezzi alti del diesel e ha aggiunto che il presidente ucraino dovrebbe farsi da parte. Giovedì 22 deputati di entrambi i partiti hanno chiesto in una seconda lettera, indirizzata a Trump, al segretario di Stato Marco Rubio e a Bessent, di revocare la licenza sul diesel. Il deputato democratico Don Beyer, della Virginia, ha parlato di «ultima resa a Putin» che «tradisce i nostri partner ucraini e sfida la chiara volontà del Congresso». William Taylor, ex ambasciatore americano a Kiev oggi all’Atlantic Council, un centro studi di Washington: «Il danno per gli ucraini è reale, e il costo per noi, gli Stati Uniti, è alto».

Bruxelles e Kiev

A Bruxelles, dove venerdì si riuniva il Consiglio europeo, Emmanuel Macron ha definito la decisione «inappropriata e inefficace». «I volumi di diesel che escono dalla Russia esistono già, sono acquistati da alcuni Paesi e sono già sul mercato globale», ha detto il presidente francese in conferenza stampa, secondo l’agenzia di Stato turca Anadolu. Quei flussi, ha aggiunto, sono «tracciati, documentati e ben noti»; l’accordo «manda un messaggio negativo ed è un elemento di divisione o di dubbio».

Zelensky, nella stessa sede, ha usato la stessa parola, «inappropriata», e ha detto di aspettarsi un accordo analogo sul gas. «Vedremo i soldi ricominciare a scorrere verso la Russia», ha avvertito. Putin, secondo lui, «non vuole negoziati di pace in nessuna forma». Il presidente ucraino ha stimato in 155 miliardi di euro le spese di guerra del suo Paese per il 2027.

Il Cremlino non ha commentato l’ordine di venerdì. Cina e India, i maggiori acquirenti di greggio russo e i primi bersagli dei dazi secondari ora congelati, avevano espresso preoccupazione per la legge nelle settimane scorse; Pechino aveva detto di opporsi a quella che chiama «giurisdizione a lungo braccio» degli Stati Uniti. Le prime 300.000 tonnellate di diesel russo, secondo l’annuncio del 9 ottobre, sono già in viaggio.

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Caraibi, la Marina francese sequestra 8,6 tonnellate di droga nelle acque dei raid Usa: 5 fermati in Martinica

FORT-DE-FRANCE — Centocinquanta balle stipate nella stiva di un peschereccio senza bandiera, in mezzo all’Atlantico, e cinque uomini di equipaggio che non hanno sparato un colpo. È la scena dell’8 ottobre che la Marina francese ha reso pubblica ieri, venerdì, con un comunicato firmato fra gli altri dal prefetto della Martinica: a bordo c’erano 5.292 chili di cocaina e la barca, scrivono i militari, «iniziava una traversata transatlantica».

Quel fermo è il colpo maggiore di una serie di operazioni condotte fra il 4 e il 13 ottobre nel mar dei Caraibi e nell’Atlantico, riferisce l’agenzia France-Presse: in tutto 8,6 tonnellate di stupefacenti, 6,9 di cocaina e 1,7 di marijuana. Nelle stesse acque, dal settembre 2025, l’esercito americano ha ucciso almeno 235 persone in 70 attacchi contro imbarcazioni sospette. La Francia ha scelto l’altra strada: fermo, sequestro, consegna ai giudici.

Il carico dell’8 ottobre e i cinque membri dell’equipaggio sono stati portati a Fort-de-France, capoluogo della Martinica, su richiesta della procura. Gli uomini sono in stato di fermo, nelle mani degli investigatori dell’ufficio antidroga francese dei Caraibi.

Le altre due operazioni si sono svolte nel mar dei Caraibi. Il 4 ottobre una fregata francese, con il proprio elicottero e l’appoggio della marina colombiana, ha bloccato un «go-fast», il motoscafo veloce dei narcotrafficanti, anch’esso senza bandiera: 16 balle di cocaina. Il 13 ottobre è toccato a un peschereccio venezuelano con 166 balle di cocaina e marijuana. Insieme le due operazioni caraibiche superano le 3 tonnellate. Equipaggi, droga e imbarcazioni «sono stati consegnati alle autorità colombiane e venezuelane competenti per il seguito giudiziario», scrive il ministero delle Forze armate. Né Bogotá né Caracas hanno commentato.

La ministra delle Forze armate Catherine Vautrin si è congratulata su X con gli equipaggi e ha aggiunto una frase che non riguarda soltanto i marinai: «L’azione delle forze armate francesi si iscrive nel rigoroso rispetto del diritto».

Le stesse rotte

Il 4 ottobre, lo stesso giorno della fregata francese, il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato un «attacco letale e cinetico» contro un go-fast «lungo le consolidate rotte del narcotraffico nei Caraibi»: quattro morti. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti sono in «conflitto armato» con i cartelli. A gennaio lo stesso dispositivo militare aveva portato alla cattura a Caracas di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Le Nazioni Unite hanno avvertito che i raid rischiano di violare il diritto internazionale.

Parigi lo ha detto in faccia a Washington. Al vertice dei ministri degli Esteri del G7, a Niagara-on-the-Lake, in Canada, il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato: «Abbiamo osservato con preoccupazione le operazioni militari nella regione dei Caraibi, perché violano il diritto internazionale e perché la Francia è presente in questa regione attraverso i suoi territori d’oltremare, dove risiedono più di un milione di nostri concittadini». L’alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas, a margine dello stesso incontro, ha aggiunto che quegli attacchi sarebbero giustificabili solo come legittima difesa. Washington non ha reagito al sequestro francese.

Anche la Marina francese può sparare: secondo Le Monde, i tiratori scelti sono autorizzati a colpire i motori dei go-fast per fermarli, ma «il principio dell’operazione è zero vittime». Alle domande sulle basi giuridiche delle proprie operazioni, però, Parigi e Londra hanno risposto soltanto con una formula, piena conformità al diritto nazionale e internazionale. Il centro antidroga marittimo europeo di Lisbona chiede nel frattempo più navi militari sulla rotta atlantica della cocaina.

Mentre a Fort-de-France i cinque fermati aspettano il giudice, il Pentagono ha cominciato a spostare verso l’America Latina diverse centinaia di soldati della 10ª Divisione da montagna, di stanza a Fort Drum, nello Stato di New York. Il primo battaglione, circa 600 uomini, è diretto a Panama, agli ordini del comando Usa per l’America Latina.

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Marocco, Fatima-Zahra El Mansouri giura come prima donna premier: le Finanze al presidente della Federcalcio

RABAT — Il presidente della Federcalcio al ministero delle Finanze. È la nomina che spicca nel primo governo marocchino guidato da una donna: venerdì, al Palazzo reale di Rabat, re Mohammed VI ha presieduto il giuramento dell’esecutivo di Fatima-Zahra El Mansouri, 50 anni, avvocata, sindaca di Marrakech e ministra dell’Abitare nel governo uscente.

Fouzi Lekjaa, presidente della Federazione reale marocchina di calcio e già ministro del Bilancio, prende Economia, Finanze e Performance pubblica. Il Marocco, che organizzerà il Mondiale 2030 con Spagna e Portogallo, sta completando un piano da 20 miliardi di dollari per il torneo, mentre da un anno un movimento di giovani protesta proprio contro la spesa per gli stadi. La cassa dello Stato finisce così nelle mani dell’uomo che ne guida il capitolo più contestato.

Bloomberg scrive che la nomina arriva mentre il Paese ha margini di bilancio sempre più stretti e una domanda sociale in crescita; Lekjaa ha promesso più spesa sociale. Entrato nel Partito dell’autenticità e della modernità (PAM) poche settimane prima del voto, aveva contribuito alla vittoria del partito, riferisce Reuters.

Il governo conta 32 membri: 19 ministri, 11 ministri delegati e il segretario generale. Le donne sono sei, compresa la premier; tra i ministri a pieno titolo sono due. L’esecutivo uscente di Aziz Akhannouch ne aveva quattro.

Confermati i pesi massimi: Nasser Bourita agli Esteri, Abdelouafi Laftit all’Interno, Abdellatif Ouahbi alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Affari religiosi. Nasce un ministero dell’Intelligenza artificiale, della transizione digitale e della riforma amministrativa, affidato ad Ahmed Rahhou. Nizar Baraka, leader dell’Istiqlal, va ad Attrezzature, Acqua e Foreste; l’Agricoltura passa a Khalid Hatimi con il mandato della «sovranità alimentare».

Un’affluenza al 38 per cento

Il governo nasce dalle elezioni del 23 settembre. Il PAM ha vinto con 97 seggi su 395, dieci in più del 2021. Il Raggruppamento nazionale degli indipendenti, il partito del premier uscente, ha perso 36 seggi ed è sceso a 66. Gli islamisti del Partito della giustizia e dello sviluppo, guidati dall’ex premier Abdelilah Benkirane, sono risaliti da 13 a 54. Ha votato circa il 38 per cento degli aventi diritto, contro il 50 di cinque anni fa: l’affluenza più bassa in vent’anni.

El Mansouri, incaricata dal re il 29 settembre, ha costruito una coalizione con l’Istiqlal, i socialisti dell’USFP e il Partito del progresso e del socialismo: 207 seggi, nove sopra la maggioranza. Benkirane ha annunciato che il suo partito resterà all’opposizione.

Il PAM era stato fondato nel 2008 da Fouad Ali El Himma, consigliere del re, come contrappeso agli islamisti. Oggi governa un Paese in cui, dalla fine di settembre 2025, il collettivo GenZ 212, nato sulla piattaforma Discord, ha portato in piazza in undici città giovani che chiedono ospedali e scuole e contestano i miliardi per gli stadi della Coppa d’Africa 2025 e del Mondiale 2030. Il bilancio del ministero dell’Interno parla di tre morti e oltre 400 arresti, con 263 agenti e 23 manifestanti feriti. In una lettera al re i manifestanti avevano chiesto le dimissioni del governo.

Alla composizione del nuovo esecutivo non è seguita alcuna reazione pubblica immediata: né da GenZ 212, né dal partito di Benkirane, né dalle organizzazioni femminili.

Dopo il voto, El Mansouri aveva detto di non avere «nessuna linea rossa» nelle trattative. «Abbiamo voltato pagina», aveva aggiunto.

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India, la polizia ferma di nuovo Abhijeet Dipke, il leader dei giovani «scarafaggi» che sfidano Modi

NUOVA DELHI — Abhijeet Dipke non era ancora arrivato al corteo quando un agente gli si è parato davanti, nel cuore degli affari di Delhi, e gli ha detto: «La stiamo fermando adesso». Lui ha risposto con il telefono acceso: «Non ho violato nessuna legge, come potete fermarmi». Il video, diffuso venerdì sul profilo Instagram del suo partito, mostra il fondatore del movimento «Cockroach» portato via dalla polizia per la seconda volta in sei giorni.

Dipke è il volto del CJP, il partito nato dalla protesta dei giovani che da due settimane chiedono le dimissioni del capo della Commissione elettorale indiana. La revisione straordinaria delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di elettori, riferisce la CNN, e il movimento la contesta in piazza come una manipolazione del voto. È una delle maggiori sfide politiche al primo ministro Narendra Modi nei suoi dodici anni di potere, e il governo ha risposto chiudendo le piazze.

Il giro di vite era cominciato sabato 10 ottobre. Dipke e due dirigenti del partito sono stati bloccati all’aeroporto di Delhi, in arrivo da Mumbai: la polizia è salita sull’aereo prima che scendessero. Jantar Mantar, la piazza dove da trent’anni si manifesta nella capitale, era transennata, con mezzi antisommossa, posti di blocco e internet mobile oscurato per 24 ore in un raggio di quattro chilometri. Una fonte ufficiale ha detto a Reuters che i fermati sono stati più di 2.000.

Civicus Monitor, l’osservatorio internazionale sulle libertà civili, parla di oltre 7.000 persone portate in otto stadi trasformati in centri di detenzione, con la rete bloccata all’interno. Giornalisti con il tesserino sono finiti allo stadio Chhatrasal e in un commissariato del quartiere delle ambasciate. Il partito ha denunciato «un’intercettazione pianificata per decapitare la guida delle manifestazioni pacifiche prima che arrivino sul posto».

Jantar Mantar cancellato

La domenica un giudice ha rimesso in libertà Dipke e i due dirigenti con l’obbligo di non turbare l’ordine pubblico per un anno. Lui ha annunciato che il CJP «non farà un passo indietro e non si lascerà intimidire». Il giorno dopo la polizia ha reso pubblico l’ordine del commissario di Delhi che toglie a Jantar Mantar lo status di area autorizzata alle proteste, riconosciuto formalmente nel 2022 ma in vigore di fatto dal 1993. I presidi si tenevano sulla strada accanto all’osservatorio settecentesco, a pochi passi dal Parlamento.

Le nuove sedi indicate dalla polizia sono Ramlila Maidan, a quattro chilometri, un terreno nella zona est a tredici e un campo a Burari, a oltre venti chilometri dal centro. Il Ministero dell’Interno ha istituito un comitato per scrivere le regole. Spostare i cortei a mezz’ora d’auto dal Parlamento significa toglierli dalla vista di chi dovrebbe ascoltarli. Il CJP ha definito la scelta «inaccettabile».

Al centro della contesa c’è Gyanesh Kumar, 62 anni, presidente della Commissione elettorale, che ha guidato la revisione delle liste. La Commissione nega di favorire alcun partito e sostiene che chi è stato cancellato per errore può reiscriversi. Kumar non ha mai commentato pubblicamente le proteste.

Il partito di governo, il BJP, accusa i rivali di minare la democrazia mettendo in dubbio procedure legittime e parla di giovani «usati come pedine». Il presidente del partito, Nitin Nabin, ha attaccato direttamente il CJP. La polizia di Delhi e il Ministero dell’Interno, interpellati dalla CNN sui fermi di venerdì, non hanno risposto.

Il corteo di venerdì era stato convocato in solidarietà con due dirigenti del movimento condannati a cinque giorni di carcere per aver manifestato nonostante il divieto. La polizia aveva avvertito Dipke in mattinata, le autorità civiche avevano chiuso il parco di Connaught Place. Con lui è stata fermata anche l’attivista studentesca Neha Bora. Sul profilo del partito è comparsa una riga: «Questo governo ha paura dei giovani che sventolano la bandiera nazionale». Dove quei giovani potranno sventolarla la prossima volta, la polizia non lo ha ancora detto.

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L’Iran guida i missili degli houthi sull’Arabia Saudita, scrive il Wall Street Journal. Teheran nega

Aggiornato alle 06:24

RIAD — Dietro i missili che da due settimane cadono sugli aeroporti dell’Arabia Saudita c’è una mano iraniana: secondo il Wall Street Journal, Teheran passa agli houthi, il movimento yemenita che controlla Sanaa, dati di puntamento e intelligence per colpire il Regno. Riad lo dice apertamente da giorni. «Pensiamo che l’escalation degli houthi in questa fase del conflitto sia incoraggiata dall’Iran», ha detto il vice ministro degli Esteri saudita Rayed Krimly, aggiungendo che Teheran continua ad armare e addestrare il gruppo.

L’Iran nega. «La Repubblica islamica respinge ogni affermazione secondo cui abbia avuto un ruolo nelle operazioni yemenite», ha detto venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei: gli houthi «agiscono secondo i propri interessi e le proprie valutazioni». Nella stessa dichiarazione Teheran si offre come mediatore, «sempre pronta a usare i suoi buoni uffici per porre fine alle ostilità». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva già telefonato domenica al collega saudita, il principe Faisal bin Farhan, per proporre un dialogo; secondo il vice ministro Saeed Khatibzadeh, Riad non ha risposto.

L’episodio che ha cambiato la scala della guerra resta quello di sabato 10 ottobre al King Khalid International di Riad: 13 morti secondo l’ultimo bilancio, oltre 300 feriti, scalo chiuso. È l’attacco più sanguinoso subito dall’Arabia Saudita da oltre un decennio. Tra le vittime quattro sauditi e due bangladesi; le altre venivano da Stati Uniti, Egitto, Giordania e altri Paesi arabi. Era il terzo colpo allo stesso aeroporto in una settimana, dopo i due di giovedì 8 che avevano ucciso tre persone e cancellato centinaia di voli; nei giorni precedenti erano stati colpiti anche gli scali di Abha, Jizan e Najran.

Il portavoce militare houthi Yahya Saree rivendica e definisce gli aeroporti «obiettivi legittimi», in risposta ai raid sauditi sullo Yemen. Donald Trump, domenica, ha letto l’offensiva come Riad: gli houthi «sono riemersi, probabilmente su istigazione dell’Iran», ha detto, «cercando deliberatamente di far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni Usa». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, «potrebbero» unirsi alla ritorsione saudita.

Medina e Aden

Giovedì la coalizione a guida saudita ha annunciato l’intercettazione di un missile da crociera nella regione di Medina, senza indicarne la provenienza. Gli houthi, che avevano promesso di risparmiare le città sante di Mecca e Medina, hanno negato: «Non abbiamo condotto alcuna operazione verso il territorio saudita oggi», ha detto Saree, parlando di «una menzogna sfacciata e sfrontata».

Venerdì sera due missili hanno raggiunto l’aeroporto di Aden, la città del sud dove ha sede il governo yemenita riconosciuto e sostenuto da Riad. Nessuna vittima, secondo la polizia; un responsabile della sicurezza e un controllore di volo hanno detto all’Associated Press che è stata colpita un’area dello scalo che ospita un reparto militare governativo. Gli houthi rivendicano, parlando di un comando saudita e di un deposito di armi. Il giorno prima un attacco con missili e droni al palazzo presidenziale di Aden aveva ucciso cinque persone, tra cui due uomini della scorta del primo ministro Shaya Al-Zindani.

Sul terreno la guerra continua a Marib, la provincia orientale del petrolio: il portavoce militare governativo rivendica «guadagni territoriali» con copertura aerea e oltre 430 combattenti houthi «neutralizzati» in 24 ore. Gli houthi contano 65 raid sauditi in un giorno su Sanaa e altre province; il ministero della Sanità da loro controllato parla di 120 morti dal 3 settembre. Il round attuale è cominciato il mese scorso, quando i ribelli hanno occupato aree chiave sullo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta del greggio del Golfo, e il 5 ottobre le forze governative hanno lanciato l’offensiva su Sanaa. Una guerra riaperta per riprendere uno stretto si combatte ora negli aeroporti della capitale saudita.

Il Regno si chiude. Il vertice tra Unione europea e Paesi del Golfo in Arabia Saudita è rinviato «per la sicurezza delle delegazioni», ha detto il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo. Londra sconsiglia i viaggi non essenziali a Riad; Washington vieta ai dipendenti federali di avvicinarsi a meno di 30 chilometri dal confine yemenita. Il Six Kings Slam di tennis, che doveva portare Alcaraz e Djokovic a Riad la prossima settimana, slitta al 27 dicembre; il derby dell’Al Nassr di Cristiano Ronaldo con l’Al Ahli è rinviato a marzo. Nello stretto di Hormuz l’agenzia marittima britannica ha contato 10 attacchi a navi in una settimana, una affondata, e ammette di non riuscire a censirli tutti.

«Gli houthi sono il proxy più potente della rete iraniana, senza dubbio», dice Mohammed Al-Basha, fondatore della società americana di analisi del rischio Basha Report. Saree ha ripetuto l’avvertimento: «Le operazioni verso le profondità saudite continueranno nei prossimi giorni». Compagnie aeree e viaggiatori, dice, non usino gli scali e lo spazio aereo sauditi, con la sola eccezione di Mecca e Medina.

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