Usa, Trump sospende le nuove sanzioni alla Russia: il diesel prevale sulla pressione economica
La necessità di contenere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti modifica la strategia americana nei confronti della Russia. E gli europei, che della russofobia forzata e della sudditanza a Washington hanno fatto l’essenza della propria politica, rimangono attaccati alla pompa di benzina.
Donald Trump ha deciso di sospendere l’applicazione delle nuove sanzioni e dei dazi previsti dal Graham Act, la legge approvata il 18 settembre per aumentare la pressione economica su Mosca e sui Paesi che continuano ad acquistare energia russa. La decisione arriva alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure, fissata per il 18 ottobre, e segue l’accordo commerciale annunciato dalla Casa Bianca per l’importazione di diesel russo.
Il provvedimento non cancella le sanzioni precedentemente adottate contro la Federazione Russa, ma congela l’applicazione delle nuove restrizioni. Trump ha utilizzato una clausola della legge che consente al presidente di concedere deroghe per ragioni di interesse nazionale, previa comunicazione al Congresso. La sospensione resterà valida fino a una successiva decisione dell’amministrazione.
Il Graham Act avrebbe introdotto strumenti particolarmente incisivi, compresi dazi fino al 500 per cento sui prodotti russi e misure commerciali contro i principali acquirenti di petrolio e gas di Mosca. Cina e India sarebbero state tra le economie maggiormente esposte alle conseguenze delle nuove disposizioni. Washington mantiene tuttavia la possibilità di monitorare gli acquisti internazionali di energia russa e le operazioni considerate funzionali all’elusione delle sanzioni.
La scelta della Casa Bianca è strettamente collegata alla situazione del mercato energetico americano. Il 9 ottobre, dopo un colloquio telefonico con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato un’intesa per l’acquisto di consistenti quantitativi di diesel russo: 300mila tonnellate nell’immediato, 500mila a novembre e successivamente un milione di tonnellate al mese, fino alla primavera del 2027. Il Dipartimento del Tesoro aveva già autorizzato le operazioni attraverso una specifica licenza generale.
Il ritorno del diesel russo sul mercato statunitense rappresenta una risposta alle difficoltà provocate dall’aumento dei prezzi dei carburanti. Le tensioni militari in Medio Oriente e le interruzioni delle rotte energetiche, aggravate dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, hanno contribuito a rendere più costosi gli approvvigionamenti. A settembre il diesel aveva raggiunto negli Stati Uniti i 6,53 dollari al gallone, con ripercussioni sui trasporti, sull’agricoltura e sui costi di distribuzione delle merci.
Il fattore elettorale pesa sulla decisione. Le elezioni americane di metà mandato sono previste per il 3 novembre e l’amministrazione Trump deve confrontarsi con le conseguenze politiche dell’inflazione energetica. La riduzione del prezzo dei carburanti diventa così una priorità immediata, anche a costo di attenuare temporaneamente uno degli strumenti utilizzati per esercitare pressione sul Cremlino.
Mosca ha accolto la decisione come un segnale di cambiamento nei rapporti bilaterali. Kirill Dmitriev, rappresentante speciale della presidenza russa per gli investimenti e la cooperazione economica internazionale, ha definito la sospensione del Graham Act un momento storico, sostenendo che il dialogo e gli interessi economici condivisi possano sostituire progressivamente la politica delle sanzioni.
La lettura russa è comprensibile sul piano politico, ma non coincide necessariamente con un mutamento generale della posizione americana sulla guerra in Ucraina. La deroga riguarda specifiche misure economiche e non comporta il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca né la revoca dell’intero sistema sanzionatorio. Resta però il dato politico: Washington ha scelto di privilegiare una necessità energetica interna rispetto all’inasprimento delle restrizioni commerciali contro la Russia.
La decisione ha provocato reazioni anche all’interno del Congresso americano. Dodici senatori, appartenenti a entrambi i partiti, hanno chiesto a Trump di rinunciare all’accordo sul diesel, ritenendolo un vantaggio economico per Mosca e un indebolimento della posizione statunitense nei confronti dell’Ucraina. Analoghe contestazioni sono arrivate dalla Camera dei rappresentanti, dove un gruppo bipartisan ha sollecitato la revoca dell’autorizzazione concessa dal Tesoro.
Il dissenso tra i repubblicani evidenzia le contraddizioni della politica americana verso la Russia. Da una parte rimane l’obiettivo dichiarato di limitare le entrate energetiche russe per ridurre le risorse disponibili al finanziamento della guerra. Dall’altra, l’amministrazione considera necessario utilizzare proprio quelle forniture per attenuare le difficoltà del mercato interno. La compatibilità tra i due obiettivi appare sempre più difficile da mantenere.
Le critiche sono arrivate anche dall’Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha giudicato la decisione inappropriata e inefficace, osservando che una parte del diesel russo è già presente sul mercato internazionale attraverso altri acquirenti. Secondo questa interpretazione, l’accordo americano potrebbe modificare soprattutto la destinazione commerciale dei prodotti, senza determinare necessariamente un aumento significativo dell’offerta globale.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha contestato la scelta di Washington, temendo che il ritorno delle esportazioni energetiche verso gli Stati Uniti possa rafforzare le entrate finanziarie russe. Kiev considera infatti le sanzioni sul settore petrolifero uno degli strumenti fondamentali per limitare la capacità di Mosca di sostenere il conflitto.
La questione centrale riguarda però l’effettiva efficacia economica delle restrizioni. Le sanzioni energetiche hanno contribuito a modificare le rotte commerciali russe, favorendo la crescita degli scambi con Paesi asiatici e il ricorso a reti di trasporto e intermediazione alternative. Non hanno tuttavia eliminato la presenza del petrolio e dei suoi derivati sui mercati internazionali.
La sospensione del Graham Act mostra dunque i limiti politici di una strategia fondata sulla pressione economica quando i suoi effetti indiretti entrano in conflitto con le esigenze dei consumatori americani. La Casa Bianca non rinuncia formalmente alle sanzioni, ma ne ridimensiona l’applicazione nel momento in cui diventano incompatibili con una priorità interna.
Per Mosca si apre uno spazio commerciale e diplomatico, mentre per Kiev emerge il rischio che la tenuta del sistema sanzionatorio dipenda sempre più dall’andamento dei prezzi energetici e dal calendario politico americano. Resta da verificare se le forniture concordate saranno sufficienti a ridurre sensibilmente il costo del diesel negli Stati Uniti.
Il risultato immediato è una modifica dell’equilibrio tra sicurezza internazionale ed economia domestica: Trump mantiene gli strumenti di pressione sulla Russia, ma sceglie di non utilizzarne una parte proprio mentre cerca di contenere il costo dell’energia. Una decisione che conferma quanto il mercato petrolifero continui a condizionare la politica estera delle grandi potenze.




