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Accordi libertari

Accordi libertari: grande partecipazione alla prima edizione del Canto Anarchico a Massenzatico, 2-3-4 ottobre 2026

Si è conclusa domenica sera la prima edizione del festival del canto anarchico tenutasi alle Cucine del Popolo di Massenzatico (RE). Sono stati tre giorni intensi di conferenze, presentazioni di libri, concerti dal vivo con cantautori, band e cori, allietati dal buon cibo e dall’immancabile lambrusco, che hanno registrato la partecipazione complessiva di oltre 600 persone. Venerdì sera abbiamo aperto ricordando Francesco Guccini, come uomo e come artista, mettendo l’accento sulla Locomotiva, indimenticabile brano con cui è stato anche concluso il concerto finale della Ciurma del Galeone di domenica. Prima di ascoltare i 100 canti anarchici di Alessio Lega, è stata abbozzata da Enri Volta una proposta interpretativa e di studio del canto anarchico oggi. Sabato poi è stata presentata la mostra discografica, con Lp e 7” originali dagli anni ’70 ad oggi sul tema, e Franco Schirone ha presentato il fondamentale libro sul canto anarchico in Italia, giunto ormai alla terza edizione e scritto insieme a Santo Catanuto. Le presentazioni sono poi proseguite con gli approfondimenti di Claudio Piccoli e Tiziana Oppizzi sulla rivista Il Cantastorie di Vezzani e quello di Alessia Masini sul rapporto tra musica e politica nel punk, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Tra il pomeriggio e la sera si sono esibiti Mars on pluto, Francesco Pelosi e Riccardo Dodi, che ci hanno fatto cantare a pugno chiuso il vasto repertorio che va dagli Arditi del popolo alla Resistenza passando per la Spagna del 1936 e non solo. La serata si è poi chiusa con lo scatenato dj set di Naon Grrrl che ci ha fatto ballare a suon di post punk. La giornata conclusiva di domenica si è aperta con le presentazioni dei libri “Cantare la piazza” sui cantastorie, e “Pino Pinelli un racconto musicale”, che raccoglie i canti per Pino e sulla Strage di Piazza Fontana. Nel pomeriggio Marco Fincardi ha ripercorso le evoluzioni delle serenate alla rovescia raccolte nel suo volume “Derisioni notturne”. La musica dal vivo è poi proseguita con i Cantografi, Donato Landini e Roberto Ruberti, che hanno interpretato rispettivamente l’ampio repertorio libertario sia popolare che d’autore, le canzoni per Giovanni Marini e Franco Serantini e i brani scritti da sua madre Paola Nicolazzi. C’è stata poi un’incursione rap, rigorosamente legato al dialetto reggiano, con La Kattiveria, e la serata si è conclusa con i Quarto Podere e il finalone con tutta la ciurma del Galeone. Ad ogni pasto poi si è esibito un coro. L’amata Rossa, Stazione Rossa, i Malfattori, Oltrecoro e i Violenti Piovaschi hanno intonato canti di lotta e resistenza da tutti i continenti. Un grande ringraziamento va a coloro che hanno reso possibile questo evento tramite il loro lavoro volontario e a tutte le persone che sono venute da ogni dove per partecipare. Un buon primo passo quindi, per continuare con “lo sguardo rivolto all’aurora”, oltre che alla prossima edizione!

Il comitato organizzatore

Reggio Emilia 5/10/2026

DISCORSO INAUGURALE

Subito dopo la “Locomotiva” direi che la miglior citazione di Guccini sugli anarchici si trova in “Canzone di Notte N.2”, quando li definisce come “gente che finisce male: o in galera od ospedale…” – di questi tempi ancora attualissima. Da qui forse si può partire per inaugurare questo festival della canzone anarchica. In questa introduzione proporrò un po’ di ragionamenti: abbozzati, magari provocatori, spero non sterili né deliranti. Beh, innanzitutto parlando di canto anarchico possiamo partire dicendo che esiste ancora. Il fatto che sia esistito non significa che per forza continui ad esistere, per esempio i canti repubblicani esistevano, ma non mi pare che oggi godano di buona salute… Oppure movimenti e realtà politiche non per forza lasciano una produzione canora. Come se guardiamo al movimento anarchico degli anni ’50 del Novecento in Italia, c’è un vuoto: cioè gli anarchici c’erano ma c’è poco o nulla a livello di canti. Anche queste carenze vanno interrogati. Se volessimo categorizzare per forza, – ammesso che sia lecito in ambito anarchico – ma almeno quando è utile credo sia giusto categorizzare, credo che il canto anarchico si possa dividere in: 1) canti DEGLI anarchici (scritti da anarchici, es. quelli di Pietro Gori); 2) canzoni SUGLI anarchici (canzoni che raccontano le loro vite e/o lotte, non per forza – soprattutto in tempi recenti – scritte da anarchici). Poi volendo potremmo individuarne una terza, ovvero la “MUSICA ANARCHICA”1 . Ma si tratterebbe di una categoria eterea, troppo fumosa e dai confini poco chiari, dato che ogni persona avrebbe la “sua” musica anarchica, e qui non la tratterò1 . Resta dunque da capire dove sia oggi il canto anarchico. Credo infatti sia utile, se non necessario, allargare la visione quantomeno a livello conoscitivo, per evitare di credere che “il canto anarchico che io conosco” sia per forza “tutto il canto anarchico”. Ma il problema ovviamente non è individuale, cioè che una persona non conosca un singolo artista o una specifica canzone. Il problema si dà ignorando interi generi musicali, intere sottoculture, intere produzioni artistiche, intere sensibilità e operazioni di memoria su fatti, idee, biografie e lotte anarchiche. E oggi è sempre più difficile “perdersi per strada”, pezzetti o interi filoni, perché non sono “organizzati”, ma magari spuntano qui e là su internet. E anche questa è una questione da porre. Per estremizzare: – ma senza prendervi in giro – ecco io credo che per trovare il canto anarchico oggi dobbiamo anche tendere l’orecchio sia verso i gruppi crust-black metal. E se vi fidate vi dico anche perché. Io ho scoperto chi fosse Renzo Novatore ascoltando un disco di Crust mescolato al Black Metal di una band canadese: gli Storm of Sedition, forse dovrei ma di per sé non me ne vergogno. Il disco “Howl of dynamite” del 2019 suona un “genere estremo”: un punk a squarcia gola, purulento e tremendo, mescolato con un metal non-americaneggiante secco e tagliente. Il risultato non può che essere brutale, ma ciò che ci interessa di più sono i testi, infatti, è un album totalmente ispirato alle poesie di uno dei più importanti poeti anarchici futuristi di lingua italiana2. Per Novatore forse ci voleva un disco così vista la sua biografia3 : individualista che disertò durante la Grande Guerra, si scontrerà con i fascisti e morirà nel 1922 in uno scontro a fuoco con i carabinieri mentre era ricercato per le rapine fatte con la banda di Sante Pollastro – quest’ultimo citato in una celebre canzone di De Gregori. Se in Italia Novatore è conosciuto a livello storico, di musicale c’è davvero pochissimo su di lui… per avere un concept album sulla sua produzione poetica dobbiamo arrivare fino in Canada. Credo sia una cosa davvero pazzesca, che ha dell’incredibile, semplicemente magnifica. Credo che questo sia uno dei più begli esempi di PRODUZIONE CULTURALE. Perché dietro una cosa come questa c’è un intreccio non indifferente di lavoro/cura/passione immenso, che va anche oltre i singoli componenti della band. Perché se loro hanno potuto leggere Novatore per poi musicarlo ci deve essere stato qualcuno che l’ha tradotto in inglese, che lo ha pubblicato o diffuso online. C’è quindi un “lavoro” precedente fatto da case editrici, fanzine, sale prove, etichette discografiche, che tramite gli artisti e le canzoni arriva a noi che ascoltiamo. Tutte queste cose che stanno “nel retroscena” – se non “nelle retrovie” – sono inestimabili e non vanno assolutamente date per scontato. Ricapitolando: per trovare oggi canzoni che hanno a che fare con l’anarchia dobbiamo anche sondare la musica estrema proveniente dell’altra parte del mondo, e gli Storm of Sedition ce lo hanno dimostrato, adesso tocca a Sanremo: il covo per eccellenza della musica mainstream del belpaese. Conto ogni pronostico ebbene sì, anche qui possiamo trovare interessanti sprazzi di anarchia. Nell’edizione del 2022 Giovanni Truppi porta a Sanremo nella serata delle cover “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De André, e già partiamo bene. Truppi ha come ospiti Capossela e Mauro Pagani. Tutti si presentano vestiti di nero e rosso, con un abbinamento cromatico impeccabile. In particolare, Truppi – sempre in canottiera – ha appuntato sul petto un cuore rosso-nero. Ma non si tratta di una spilla qualsiasi, gliel’ha regalata Gogliardo Fiaschi (militante anarchico carrarino che combatté anche nella Spagna franchista e pagherà con lunghi anni di detenzione in Spagna e in Italia le sue azioni, a cui oggi è intitolato un circolo a Carrara4 ) in persona. Lo ha dichiarato l’artista stesso, e se ne trova notizia su tutti i giornali5. Vi sfido a trovare un momento di più alta diffusione del nome di Gogliardo – ve lo avevo detto che c’erano delle provocazioni eh! De Andrè e Gogliardo sono andati letteralmente in mondovisione, mica male no? Ecco che a tendere bene l’orecchio, e ad avere pazienza, il canto anarchico fa capolino anche da Sanremo. Quindi credo che non dobbiamo aver paura del pop, e non dobbiamo chiuderci a prescindere. Dall’altra parte poi non basta andare a Sanremo, De André è letteralmente l’artista preferito di Matteo Salvini – e vista la situazione ho paura di sapere quale sia quello di Vannacci… Ci contendono già la nostra musica, e anche questa è una battaglia a cui non possiamo sottrarci nascondendoci dietro a un dito. Venendo poi alle canzoni SUGLI anarchici credo che negli ultimi decenni possiamo registrare la nascita di un gran numero di canzoni su anarchici italiani, o meglio “di lingua italiana”. Credo che sia una cosa molto importante, e forse che tutto sommato ci possa anche sorprendere positivamente. Troviamo infatti canzoni su Gogliardo Fiaschi (appena citato), ma anche per Umberto Tommasini, Argo Secondari, Oreste Ristori, Anteo ma anche Mammolo Zamboni, Gino Lucetti, Angelo Sbardellotto (di questi ultimi mi sono tra l’altro occupato recentemente in un’autoproduzione che uscirà a breve). Ancora oggi poi continua la memoria cantata per Bresci, Pinelli, Serantini. E sono citati in canzoni, credo per la prima volta, di Bruno Filippi e Antonio Cieri. Anche se sparpagliate in micro-autoproduzioni o su qualche piattaforma online, comunque queste canzoni esistono. Soprattutto si può registrare un fiorire di canti per Bakunin e Malatesta, quantomeno in Italia o in italiano. Credo sia interessante perché una volta le canzoni raramente erano dedicate a ideologi, pensatori o organizzatori del movimento, per esempio Malatesta viene citato nei canti coevi direi solo quando viene arrestato, quindi nel raccontare la repressione subita in seguito a una lotta. Le canzoni quindi si concentravano sui fatti, sulle lotte, sulle azioni, gli esempi più celebri restano sicuramente la Comune di Parigi, e poi gli atti di Passannante, Caserio e Bresci. Oggi le canzoni fanno anche memoria, e quindi il loro registro e il loro senso è cambiato, alle volte per dire ti spiegano chi erano Bakunin e Malatesta, cosa che “non serviva” mentre questi erano in vita e attivi. Questa operazione di “conoscenza”, da fare sia individualmente che collettivamente, o se vogliamo di mappatura è importante perché ci porta a indagare anche l’humus che fa vivere e prosperare le canzoni e in generale le produzioni culturali. Come nasce infatti una canzone? Come arrivano le storie anarchiche e la Storia dell’anarchica agli artisti che poi decidono di orientare il loro repertorio in quella direzione? L’intreccio storia-memoria-cultura credo sia ancora ampiamente da indagare. Oggi questo rapporto non è sicuramente organizzato, gestito o programmato ma comunque accade che nascano canzoni per fare memoria in questa direzione. Il fatto che succeda e che il nesso storia-memoria-cultura “funzioni”, credo sia molto interessante. L’altra “somma” citazione di Guccini sul canto politico credo che sia: “a canzoni non si fan rivoluzioni”. Non tanto per smentire quanto detto fino ad ora riguardo l’importanza del canto di lotta, ma per dare il giusto peso, il “senso” a quanto stiamo facendo con questo festival. Ovviamente non sarà una canzone che “dice cose rivoluzionare” a “fare la rivoluzione”. La cultura non basta. Come ci insegna Bermani: i canti politici e di protesta proliferano “nei momenti di maggior vigore rivoluzionario”6, e questo le tante ricerche storiche ce lo hanno ampiamente dimostrato. E quindi come collocarci oggi? Siamo all’interno di un paradosso? Sicuramente non viviamo tempi rivoluzionari ma possiamo comunque registrare una produzione interessante di canti, per certi aspetti inediti, a cui prima facevo riferimento. Come porci allora? È solo cultura? È tutto inutile? La frase di Bermani sopracitata ci dice anche però che a volte ci sono canzoni che “non sono solo canzoni”. Alcune di esse, infatti, possono riassumere intere visioni, idee, programmi, immaginari, pulsioni, drammi collettivi, paure, speranze, come rabbia, odio, gioia e aspirazione. Possono raccontare interi movimenti politici o spaccati di classe. Sicuramente almeno ci sono stati dei periodi storici in cui è stato così. Oggi sembra tutto più complicato. Credo che esclusivamente attraverso la musica non riusciamo a cogliere esattamente lo stato delle persone oppresse e sfruttate, e spesso nemmeno le condizioni, o le pulsioni, di chi lotta. E questo è un problema da porre. Se non sono le canzoni “a far rivoluzioni” è infatti la lotta a produrre i canti, e ancora oggi credo ci siano dei casi, soprattutto nei cortei, di cori collettivi che ricorrono e che rappresentano i movimenti stessi che li cantano. Due esempi per tutti possono essere: No Tav e GKN (Con “Grida forte la Valsusa che paura non ne ha…” e “Occupiamola, fino a che ce ne sarà…”). Dunque le canzoni, o più in generale la produzione musicale, possono ancora servire per sondare come e quanto le aree sociali e politiche si muovono, e magari in che direzione. Dal momento che non viviamo in un “periodo rivoluzionario” significa anche che ascoltando gli ultimi, gli oppressi, gli sfruttati, o anche le produzioni underground o alternative non troveremo per forza contenuti libertari, radicali o rivoluzionari; figuriamoci poi se sondiamo quelle apolitiche, mainstream o proprio di regime. A volte però vi si possono scorgere quelle ansie, paure, desideri ecc. a cui prima facevo riferimento. Già negli anni ’70 Muzak7 si proponeva di fare un’operazione analoga ascoltando la musicaccia, per “sentire il polso” del popolo, della massa o della minoranza che ascolta quella musica. Credo che questo “sforzo” di rivolgere l’orecchio verso lidi inesplorati – per non dire “inascoltati” – potrebbe infatti essere importante, se non proficuo. Concludo con un esempio per me molto evocativo. Qualche anno fa una band molto famosa e amata nella scena punk-Oi! ha scritto una canzone che si chiama e tratta di “Ansia”8. Ecco io non sono un esperto, ma credo che in due secoli di Movimento operaio e più in generale in millenni di oppressione e sfruttamento, oppressi e sfruttati abbiano provato letteralmente di tutto, ma mai “ansia”. Sapere che degli skinhead provano ansia può suonare quasi bizzarro, e forse sicuramente lo è in riferimento al secolo scorso, ma evidentemente c’è un cambiamento non indifferente in questo tempo. Ecco che allora la musica ci dice ancora qualcosa. Ha ancora senso cantare, come ce l’ha ascoltare, tendere l’orecchio proprio a quei “lidi inascoltati”, perché anche lì troviamo la voce di chi subisce sfruttamento e oppressione.

Enri Volta

1 Un assaggio firmato da Marco Pandin apparso su Umanità Nova può essere questo: https://umanitanova.org/ilmotocrossista-senza-nome-ne-faccia/ canadesi sia verso Sanremo.

2Un ricco e completo approfondimento sia sul lato musicale che storico-artistico sul disco in questione si trova qui: https://disastrosonoro.altervista.org/storm-of-sedition-howl-of-dynamite-2019/

3 Per maggiori informazioni si veda la pagina a lui dedicata su Anarcopedia e un sito ad hoc accessibile come archiviato: https://www.anarcopedia.org/index.php/Renzo_Novatore

https://web.archive.org/web/20110722043854/http://www.novatore.it/

ArchivioRenzoNovatore.html Inoltre c’è la sua scheda biografica, che riporta il suo vero nome “Abele Ricieri Ferrari”: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13381

4 Per approfondire la sua biografia (a volte il suo nome è riportato “Goliardo”): https://www.anarcopedia.org/index.php/Gogliardo_Fiaschi

5 Qui l’annuncio dell’artista: https://www.facebook.com/GiovanniTruppiOfficial/posts/credo-che-tra-i-compitidi-un-artista-ci-sia-quello-di-porgere-dubbi-piuttosto-c/484245639939674/ Qui una delle interviste ufficiali: https://www.instagram.com/reel/CZkaLesI0u1/ Inoltre ne era stato accennato qui: https://umanitanova.org/di-respirare-la-stessa-aria-dei-secondini-non-ci-vanote-bandite-nel-distruggere-la-gabbia/

6 [Cesare Bermani], “Li beli braghi bianchi”, in “Il canzoniere del lavoro – Cinquanta canzoni per la protesta operaia”, a cura del Gruppo di studi e ricerche del “Nuovo canzoniere italiano” (Luigi Arbizzani, Dante Bellamìo, Cesare Bermani, Gianni Bosio, Franco Coggiola, Giampiero Dell’Acqua, Ivan Della Mea, Sandra Mantovani e Michele L. Straniero), inserto di 32 pagine in “Vie Nuove”, Roma, n.17, 29 aprile 1965.

7 L’intera collezione è leggibile qui (Si veda in particolare la seconda serie): https://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=171&t=elenco-flipping-Muzak

8 Il brano compare nell’album “Il fuoco non si è spento” (2021) dei Bull Brigade, terza pubblicazione del gruppo torinese che aveva inaugurato la sua discografia con “Strade smarrite” nel 2008. Per ascoltare il disco questo è il loro profilo Bandcamp: https://bullbrigade.bandcamp.com/album/il-fuoco-non-si-spento il testo del brano si trova anche qui: https://genius.com/Bull-brigade-ansia-lyrics

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“POESIÆUROPA 2027”, Bando di partecipazione

POESIÆUROPA 2027”   Poesiæuropa propone una riflessione sulla cultura umanistica partendo dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle nostre radici umanistiche e spirituali e costruire insieme visioni per il futuro. Nel 2027 il progetto giunge alla sua IX edizione e prevede la partecipazione di autori da diversi paesi che prendono parte a una …

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CUPRA rinnova la gamma italiana tra design, tecnologia e nuove offerte

CUPRA aggiorna la gamma italiana con Formentor Impulse, nuove Tribe Edition e versioni Business: dotazioni, motori e prezzi.

La gamma CUPRA 2026 si amplia in Italia con tre proposte che puntano su esigenze differenti: il nuovo allestimento Formentor Impulse, le esclusive Tribe Edition e le versioni CUPRA x Business. Il marchio rafforza così la propria presenza tra SUV coupé, berline sportive e station wagon, combinando motorizzazioni termiche ed elettrificate, contenuti tecnologici e formule commerciali dedicate. Le novità riguardano modelli già presenti sul mercato: cambiano dotazioni, possibilità di scelta e posizionamento delle versioni.

CUPRA Formentor Impulse: il SUV coupé diventa più ricco

La principale novità per il bestseller del marchio è CUPRA Formentor Impulse, allestimento che abbina stile e comfort a un pacchetto di serie particolarmente completo. Comprende cerchi in lega Artic Black Matt da 19 pollici, tetto panoramico, vernice metallizzata ed Edge Pack. Quest’ultimo introduce accesso Keyless Advanced, illuminazione ambientale Smart Wraparound, telecamera posteriore, portellone elettrico handsfree e antifurto. Sulle versioni e-HYBRID è incluso il cavo Mode 3. La scelta dei propulsori spazia tra benzina TSI, diesel TDI, mild hybrid e plug-in, con potenze da 150 a 333 CV.

Prezzo Formentor Impulse e nuovi sistemi di assistenza

La Formentor Impulse 1.5 Hybrid DSG da 150 CV viene proposta con una promozione da 34.900 euro, valida secondo il comunicato fino al 31 ottobre 2026 presso i concessionari aderenti, IPT esclusa. In alternativa è previsto un finanziamento CUPRA Way da 195 euro al mese, soggetto ad anticipo, rata finale e condizioni contrattuali: non si tratta quindi del costo complessivo della vettura. Si aggiornano anche le tecnologie disponibili a richiesta: il pacchetto Intelligent Drive introduce una funzione di arresto di emergenza nella corsia libera più a destra; il Trained Park Assist può memorizzare le manovre abituali. Per l’audio Immersive by Sennheiser arrivano quattro attuatori integrati nel cielo dell’abitacolo.

Tribe Edition: quattro modelli e materiali più sostenibili

Le CUPRA Tribe Edition interessano Formentor, Leon, Leon Sportstourer e Terramar. Il tratto comune è una personalizzazione più marcata: vernice Midnight Black di serie, nuova tinta Manganese Matt, dettagli Dark Chrome e cerchi specifici con finitura Sulfur Green, realizzati con il 20% di materiali riciclati. Nell’abitacolo, alcune finiture plastiche utilizzano fino al 30% di materiali riciclati e una vernice con il 15% di materiale di origine biologica. I sedili sportivi impiegano tessuti centrali riciclati al 100%, realizzati con lavorazione 3D knitting, pensata per ridurre gli scarti di produzione.

Leon e Leon Sportstourer Tribe Edition: sportività e versatilità

La CUPRA Leon Tribe Edition parte da 36.100 euro, mentre la Leon Sportstourer Tribe Edition inizia da 37.850 euro, secondo i prezzi comunicati dal marchio. La dotazione comprende sedili sportivi dedicati, finiture Sulfur, accesso senza chiave e retrocamera. Per le versioni compatibili figurano anche controllo dinamico dell’assetto DCC e assale posteriore Multilink, non disponibili sul 2.0 TDI. La famiglia comprende benzina, diesel, mild hybrid e plug-in, con potenze che arrivano a 333 CV nelle configurazioni indicate nel comunicato.

Formentor e Terramar Tribe Edition: due SUV, due caratteri

La Formentor Tribe Edition valorizza il SUV coupé con cerchi da 19 pollici, sedili 3D knitting, portellone elettrico e una gamma motori estesa dalle unità tradizionali alle e-HYBRID da 204 e 272 CV. Il prezzo di partenza dichiarato è 39.700 euro per il 1.5 TSI da 150 CV. La Terramar Tribe Edition adotta invece cerchi dedicati da 20 pollici e può essere scelta con motori benzina, mild hybrid e plug-in. Per il SUV più grande, la proposta parte da 45.350 euro nella versione 1.5 Hybrid da 150 CV. Le due interpretazioni condividono la ricerca di un’identità più esclusiva.

CUPRA x Business: allestimenti per flotte e clienti privati

Con CUPRA x Business il costruttore affianca alla gamma tre versioni rivolte a professionisti e flotte, ma acquistabili anche dai privati: Terramar Business, Formentor Business e Leon Sportstourer Business. L’obiettivo è semplificare le configurazioni e offrire equipaggiamenti utili nella guida quotidiana. Il pacchetto Edge porta, secondo il modello, accesso Keyless Advanced, illuminazione Smart Wraparound, sistemi di assistenza e portellone elettrico handsfree. Restano disponibili più motorizzazioni, comprese soluzioni mild hybrid e ibride ricaricabili, per rispondere a percorrenze e necessità differenti.

Prezzi CUPRA Business e strategia della nuova gamma

Il listino annunciato parte da 35.700 euro per Leon Sportstourer Business con 1.5 TSI da 150 CV; seguono Formentor Business da 38.500 euro e Terramar Business da 43.900 euro. Quest’ultima offre, tra l’altro, climatizzazione tri-zona e cruise control adattivo predittivo nel pacchetto Edge. Nel complesso, l’offensiva CUPRA non introduce soltanto nuove denominazioni commerciali: amplia la scelta tra allestimenti ricchi, personalizzazioni più ricercate e configurazioni orientate al valore d’uso. Per chi valuta una nuova auto, il confronto dovrà considerare non solo il prezzo di ingresso, ma anche dotazione, propulsore e condizioni delle eventuali offerte.

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Quando il Messico incontra la Sicilia

Domenica 27 settembre, nella Piazza del Villaggio di Locogrande, a Misiliscemi, c’è stato un evento che è stato un toccasana al cuore e alla testa. Un’iniziativa pubblica promossa da una rete di realtà del territorio ha trasformato una piccola piazza di provincia nel punto d’incontro tra la nostra terra e le lotte di tutto il mondo.

La mattinata si è aperta nel modo più semplice e vivo possibile: un laboratorio artistico e creativo collettivo, aperto a tutti e tutte. Già dalle dieci del mattino la piazza si è popolata di colori, pennarelli e grandi cartelli da riempire insieme. È stato uno spazio informale e leggero, ma allo stesso tempo profondamente radicato nei nostri problemi reali. Tra una scritta e una risata, lavoratori, residenti, attivisti e curiosi si sono ritrovati fianco a fianco. E parlando dei cartelli che stavamo preparando sull’acqua, sul diritto alla vita, contro la base militare e gli F-35 a Trapani-Birgi, sono nate riflessioni spontanee, genuine, fatte di sguardi e condivisione. In quel fare manuale e spensierato c’era già l’alternativa: riprendersi i propri spazi pubblici partendo dalla cura e dallo stare insieme senza deleghe.
Da quel clima di laboratorio, la mattinata è sfociata con naturalezza nel momento assembleare, iniziato verso l’una. Ed è lì che il respiro della giornata si è allargato in modo straordinario, ascoltando direttamente i rappresentanti della delegazione internazionale arrivata dal Messico. A prendere la parola per prima è stata la rappresentante del Centro per i Diritti Umani Frayba, portando con sé il peso e la lucidità di chi opera quotidianamente nel Chiapas, a fianco delle comunità oppresse. Ascoltarla è stato un pugno nello stomaco e insieme una spinta immensa: ci ha raccontato la violenza feroce e sistematica subita da chi difende i diritti umani, la terra e la vita contro i grandi interessi delle multinazionali e dei governi, ricordandoci cosa significhi fare i conti con i vicini di casa desaparecidos e con una militarizzazione che calpesta ogni forma di dignità umana.
Subito dopo, l’intervento dei delegati del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) ha allargato ulteriormente lo sguardo, portando la voce viva dei popoli originari che resistono contro l’espropriazione dei territori e la devastazione ambientale. Hanno raccontato di come le comunità continuino a organizzarsi dal basso proponendo invece che imponendo, raccogliendo la forza radicale dello zapatismo per praticare l’autogoverno e difendere la propria terra rifiutando la logica cinica del profitto. Certo, chi vive lì affronta dinamiche e tragedie di una gravità per noi quasi inimmaginabile, eppure ascoltandoli parlare in quella piazza di Misiliscemi, la sensazione più nitida è stata un’altra, cioè che tutto il mondo è intrinsecamente legato.
Perché mentre ascoltavi le loro storie, capivi perfettamente che la mano che devasta i territori e calpesta i diritti laggiù è la stessa identica mano che in provincia di Trapani impone le basi militari, investe i nostri risparmi nel campo di addestramento per i piloti degli F-35 e condanna la nostra terra alla sete, all’abbandono e all’emigrazione giovanile. Il sistema economico, statale e militare che ci governa è totalizzante e globale, non fa sconti a nessuno e sfrutta le periferie del mondo per i propri profitti.
Ma la lezione più grande di quell’assemblea non è stata la constatazione amara di quanto questo sistema sia cinico: la vera forza è stata scoprire che la resistenza è altrettanto globale. In quella piazza si è toccato con mano cosa significhi l’internazionalismo: non una parola vuota da convegno, ma sguardi, parole condivise, mani che si stringono e la consapevolezza che i nostri problemi non sono affatto isolati. La nostra piccola vertenza locale contro la base di Birgi prende forza e respiro quando si collega alle lotte di chi, in ogni angolo del pianeta, rifiuta di essere merce o scarto.
La convergenza tra i popoli ci ha ricordato che la vera sicurezza non si costruisce con gli aerei d’attacco o con i confini armati, ma curando la terra, difendendo l’acqua e stringendo legami autentici di solidarietà. La strada per cambiare le cose è lunga, irta e difficile, come sappiamo bene qui in Sicilia, ma l’incontro a Locogrande ci ha lasciato una certezza luminosa: non siamo soli. E sapere di camminare insieme a chi, da lontano, lotta con la stessa nostra dignità, ti dà una spinta formidabile per continuare a fare la tua parte, qui, nel nostro piccolo pezzo di mondo.
Luca Lo Buglio

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È uscito “SEME ANARCHICO” ESTATE-AUTUNNO 2026

È uscito “SEME ANARCHICO” ESTATE-AUTUNNO 2026
(costo di una copia € 2,50; abbonamento € 15). Per contattare la redazione scrivere a: semeanarchico@libero.it
 Per abbonamenti e pagamenti copie versare i contributi sulla nuova Carta Postapay Evolution n.: 5333 1745 7111 66725 intestata a Catale Antonietta.
 Per effettuare versamenti dall’estero contattare la redazione per ricevere i dati IBAN della suddetta carta. Telefono cell. 3335088303

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Icons of Speed, in mostra le leggende dell’endurance

Resistere per ore, affrontare la notte e mantenere la vettura competitiva fino alla bandiera a scacchi: l’endurance è una delle sfide più impegnative del motorsport. A raccontarla sarà Icons of Speed – Endurance Legends, la mostra tematica di Auto e Moto d’Epoca 2026, in programma a BolognaFiere dal 22 al 25 ottobre, con una selezione di vetture che hanno lasciato il segno nella storia delle competizioni.

Le regine della durata

Nel padiglione d’ingresso di via Costituzione saranno esposte dodici protagoniste delle gare di durata. Tra queste figurano la Porsche 917 con livrea Gulf, la Porsche 956 Rothmans e la Sauber C9, vincitrice della 24 Ore di Le Mans nel 1989. Accanto a loro troveranno spazio la Bentley EXP Speed 8, la Lancia Beta Montecarlo Turbo e la LC1, oltre a rarità come l’Alfa Romeo Tipo 33, la Bugatti EB110 LM e la Maserati MC12 Corsa, prodotta in soli 15 esemplari. Completano la selezione la Courage C52 Pescarolo, la Rondeau M382 e la Nissan NPT-90. Una parte significativa delle vetture proviene dal Nationales Automuseum – The Loh Collection e dalla Fondazione Gino Macaluso per l’Auto Storica.

Dodici storie di resistenza

Con la sua livrea Gulf azzurra e arancione, la Porsche 917 è una delle protagoniste delle gare di durata. L’esemplare esposto, uno dei soli 25 originali costruiti, corse nel 1970 con Jo Siffert e Brian Redman, conquistando la vittoria alla 1000 km di Spa e il secondo posto alla 24 Ore di Daytona. L’Alfa Romeo Tipo 33 debuttò alla 24 Ore di Daytona del 1968, chiudendo settima assoluta e contribuendo al dominio della propria classe. Nello stesso anno conquistò il terzo posto alla Targa Florio. Il suo 2.0 V8 sviluppava 270 CV a 9.600 giri/min, con una velocità massima di circa 300 km/h, caratteristiche che ne fanno una delle sport-prototipo italiane più rappresentative degli anni 60. Protagonista del Gruppo 5, la Lancia Beta Montecarlo Turbo conquistò tre titoli mondiali di classe consecutivi e contribuì alla vittoria di Lancia nel Campionato Mondiale Marche del 1980. La vettura esposta vinse la 6 Ore del Mugello dello stesso anno con Riccardo Patrese ed Eddie Cheever. Leggerezza ed efficienza aerodinamica furono tra gli elementi chiave del suo successo contro rivali come Porsche e BMW. La Porsche 956 Rothmans dominò il Mondiale Sport Prototipi tra il 1982 e il 1984. L’esemplare esposto conquistò sette vittorie su undici gare nella stagione 1984 con Derek Bell e Stefan Bellof. Costruita in appena dieci esemplari ufficiali Rothmans, pesava 840 kg ed era equipaggiata con un 2.7 sei cilindri boxer biturbo da 640 CV, capace di farla arrivare a 355 km/h. Progettata da Giampaolo Dallara e Gianni Tonti, la Lancia LC1 puntava su leggerezza e agilità per sfidare le Porsche 956. Con una carrozzeria di kevlar e fibra di vetro, un peso di soli 640 kg e un 1.4 turbo da oltre 450 CV, conquistò il terzo posto alla 1000 km di Spa e la pole position alla 1000 km del Fuji nel 1982, dove terminò seconda. La Sauber C9 fu una delle grandi protagoniste della stagione 1989, quando conquistò il Mondiale Sport Prototipi e la 24 Ore di Le Mans. L’esemplare esposto, utilizzato da Jean-Louis Schlesser e Jochen Mass, vinse quattro delle cinque gare disputate con quel telaio. Il suo 5.0 V8 biturbo sviluppava fino a 900 CV che le permetteva di raggiungere i 400 km/h, mentre la livrea argentata richiamava le Frecce d’Argento degli anni 30. Sviluppata per le gare americane della categoria GTP, la Nissan NPT-90 sfruttava l’effetto suolo attraverso grandi tunnel aerodinamici laterali e adottava un 3.0 V6 biturbo. Il suo risultato più importante arrivò nel 1991, con la vittoria alla 12 Ore di Sebring insieme a Geoff Brabham, che conquistò così il quarto titolo IMSA consecutivo. Nel 2014 la vettura tornò a distinguersi nelle competizioni storiche vincendo l’Historic Grand Prix of Zandvoort. La Bugatti EB110 LM è l’unica vettura della Marchio di Molsheim moderna costruita a Campogalliano ad aver partecipato alla 24 Ore di Le Mans. Derivata dalla EB110 SS, montava un 3.5 V12 con quattro turbocompressori e oltre 600 CV. Nel 1994 si dimostrò competitiva nelle prove, ma problemi tecnici e un inconveniente nelle fasi finali impedirono all’equipaggio di concludere la gara. La Bentley EXP Speed 8 segnò il ritorno del marchio britannico a Le Mans dopo 71 anni dall’ultima vittoria assoluta. Al debutto nel 2001 conquistò il successo nella classe LM GTP e il terzo posto assoluto, aprendo la strada alla vittoria del 2003. Il progetto rappresentò il rilancio delle ambizioni sportive di Bentley, legando la tradizione dei Bentley Boys a una nuova stagione di successi. Sviluppata da Yves Courage e successivamente adottata da Henri Pescarolo per la propria scuderia, la Courage C52 montava un 3.2 V6 Peugeot. Nel 2000 concluse la 24 Ore di Le Mans al quarto posto assoluto, alle spalle delle tre Audi R8, dimostrando la competitività di un progetto indipendente in una stagione che segnò l’inizio del dominio Audi nella gara francese. La Rondeau M382 rappresenta l’eredità di Jean Rondeau, unico pilota ad aver vinto Le Mans con una vettura costruita dalla propria azienda, nel 1980. L’esemplare esposto partecipò alla 24 Ore del 1983, ritirandosi dopo 31 giri per un guasto meccanico. La sua livrea originale dipinta a mano conserva la memoria di un progetto indipendente, capace di sfidare i grandi costruttori dell’endurance. Derivata dalla MC12 GT1, protagonista del campionato FIA GT, la Maserati MC12 Corsa fu realizzata nel 2006 per una clientela selezionata e per il solo utilizzo in pista. Il suo 6.0 V12 aspirato sviluppava 755 CV, mentre il peso di 1.150 kg e i freni carboceramici ne sottolineavano l’impostazione da vera vettura da competizione. Un’espressione del ritorno della Maserati alle corse internazionali.

La lunga corsa dell’innovazione

Dalla 24 Ore di Le Mans a Daytona, passando per Monza e il Nürburgring, le gare endurance hanno messo alla prova uomini e macchine, diventando un terreno fondamentale per lo sviluppo automobilistico. Aerodinamica, materiali e affidabilità sono stati affinati in pista, spesso anticipando soluzioni destinate a influenzare anche le vetture stradali. La mostra rende omaggio anche al lavoro dietro le quinte: strategie, soste ai box e scelte tecniche che, dopo ore di gara, possono decidere un risultato.

Icons of Speed, in mostra le leggende dell’endurance - 1Ruoteclassiche

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