Accordi libertari
Accordi libertari: grande partecipazione alla prima edizione del Canto Anarchico a Massenzatico, 2-3-4 ottobre 2026
Si è conclusa domenica sera la prima edizione del festival del canto anarchico tenutasi alle Cucine del Popolo di Massenzatico (RE). Sono stati tre giorni intensi di conferenze, presentazioni di libri, concerti dal vivo con cantautori, band e cori, allietati dal buon cibo e dall’immancabile lambrusco, che hanno registrato la partecipazione complessiva di oltre 600 persone. Venerdì sera abbiamo aperto ricordando Francesco Guccini, come uomo e come artista, mettendo l’accento sulla Locomotiva, indimenticabile brano con cui è stato anche concluso il concerto finale della Ciurma del Galeone di domenica. Prima di ascoltare i 100 canti anarchici di Alessio Lega, è stata abbozzata da Enri Volta una proposta interpretativa e di studio del canto anarchico oggi. Sabato poi è stata presentata la mostra discografica, con Lp e 7” originali dagli anni ’70 ad oggi sul tema, e Franco Schirone ha presentato il fondamentale libro sul canto anarchico in Italia, giunto ormai alla terza edizione e scritto insieme a Santo Catanuto. Le presentazioni sono poi proseguite con gli approfondimenti di Claudio Piccoli e Tiziana Oppizzi sulla rivista Il Cantastorie di Vezzani e quello di Alessia Masini sul rapporto tra musica e politica nel punk, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Tra il pomeriggio e la sera si sono esibiti Mars on pluto, Francesco Pelosi e Riccardo Dodi, che ci hanno fatto cantare a pugno chiuso il vasto repertorio che va dagli Arditi del popolo alla Resistenza passando per la Spagna del 1936 e non solo. La serata si è poi chiusa con lo scatenato dj set di Naon Grrrl che ci ha fatto ballare a suon di post punk. La giornata conclusiva di domenica si è aperta con le presentazioni dei libri “Cantare la piazza” sui cantastorie, e “Pino Pinelli un racconto musicale”, che raccoglie i canti per Pino e sulla Strage di Piazza Fontana. Nel pomeriggio Marco Fincardi ha ripercorso le evoluzioni delle serenate alla rovescia raccolte nel suo volume “Derisioni notturne”. La musica dal vivo è poi proseguita con i Cantografi, Donato Landini e Roberto Ruberti, che hanno interpretato rispettivamente l’ampio repertorio libertario sia popolare che d’autore, le canzoni per Giovanni Marini e Franco Serantini e i brani scritti da sua madre Paola Nicolazzi. C’è stata poi un’incursione rap, rigorosamente legato al dialetto reggiano, con La Kattiveria, e la serata si è conclusa con i Quarto Podere e il finalone con tutta la ciurma del Galeone. Ad ogni pasto poi si è esibito un coro. L’amata Rossa, Stazione Rossa, i Malfattori, Oltrecoro e i Violenti Piovaschi hanno intonato canti di lotta e resistenza da tutti i continenti. Un grande ringraziamento va a coloro che hanno reso possibile questo evento tramite il loro lavoro volontario e a tutte le persone che sono venute da ogni dove per partecipare. Un buon primo passo quindi, per continuare con “lo sguardo rivolto all’aurora”, oltre che alla prossima edizione!
Il comitato organizzatore
Reggio Emilia 5/10/2026
DISCORSO INAUGURALE
Subito dopo la “Locomotiva” direi che la miglior citazione di Guccini sugli anarchici si trova in “Canzone di Notte N.2”, quando li definisce come “gente che finisce male: o in galera od ospedale…” – di questi tempi ancora attualissima. Da qui forse si può partire per inaugurare questo festival della canzone anarchica. In questa introduzione proporrò un po’ di ragionamenti: abbozzati, magari provocatori, spero non sterili né deliranti. Beh, innanzitutto parlando di canto anarchico possiamo partire dicendo che esiste ancora. Il fatto che sia esistito non significa che per forza continui ad esistere, per esempio i canti repubblicani esistevano, ma non mi pare che oggi godano di buona salute… Oppure movimenti e realtà politiche non per forza lasciano una produzione canora. Come se guardiamo al movimento anarchico degli anni ’50 del Novecento in Italia, c’è un vuoto: cioè gli anarchici c’erano ma c’è poco o nulla a livello di canti. Anche queste carenze vanno interrogati. Se volessimo categorizzare per forza, – ammesso che sia lecito in ambito anarchico – ma almeno quando è utile credo sia giusto categorizzare, credo che il canto anarchico si possa dividere in: 1) canti DEGLI anarchici (scritti da anarchici, es. quelli di Pietro Gori); 2) canzoni SUGLI anarchici (canzoni che raccontano le loro vite e/o lotte, non per forza – soprattutto in tempi recenti – scritte da anarchici). Poi volendo potremmo individuarne una terza, ovvero la “MUSICA ANARCHICA”1 . Ma si tratterebbe di una categoria eterea, troppo fumosa e dai confini poco chiari, dato che ogni persona avrebbe la “sua” musica anarchica, e qui non la tratterò1 . Resta dunque da capire dove sia oggi il canto anarchico. Credo infatti sia utile, se non necessario, allargare la visione quantomeno a livello conoscitivo, per evitare di credere che “il canto anarchico che io conosco” sia per forza “tutto il canto anarchico”. Ma il problema ovviamente non è individuale, cioè che una persona non conosca un singolo artista o una specifica canzone. Il problema si dà ignorando interi generi musicali, intere sottoculture, intere produzioni artistiche, intere sensibilità e operazioni di memoria su fatti, idee, biografie e lotte anarchiche. E oggi è sempre più difficile “perdersi per strada”, pezzetti o interi filoni, perché non sono “organizzati”, ma magari spuntano qui e là su internet. E anche questa è una questione da porre. Per estremizzare: – ma senza prendervi in giro – ecco io credo che per trovare il canto anarchico oggi dobbiamo anche tendere l’orecchio sia verso i gruppi crust-black metal. E se vi fidate vi dico anche perché. Io ho scoperto chi fosse Renzo Novatore ascoltando un disco di Crust mescolato al Black Metal di una band canadese: gli Storm of Sedition, forse dovrei ma di per sé non me ne vergogno. Il disco “Howl of dynamite” del 2019 suona un “genere estremo”: un punk a squarcia gola, purulento e tremendo, mescolato con un metal non-americaneggiante secco e tagliente. Il risultato non può che essere brutale, ma ciò che ci interessa di più sono i testi, infatti, è un album totalmente ispirato alle poesie di uno dei più importanti poeti anarchici futuristi di lingua italiana2. Per Novatore forse ci voleva un disco così vista la sua biografia3 : individualista che disertò durante la Grande Guerra, si scontrerà con i fascisti e morirà nel 1922 in uno scontro a fuoco con i carabinieri mentre era ricercato per le rapine fatte con la banda di Sante Pollastro – quest’ultimo citato in una celebre canzone di De Gregori. Se in Italia Novatore è conosciuto a livello storico, di musicale c’è davvero pochissimo su di lui… per avere un concept album sulla sua produzione poetica dobbiamo arrivare fino in Canada. Credo sia una cosa davvero pazzesca, che ha dell’incredibile, semplicemente magnifica. Credo che questo sia uno dei più begli esempi di PRODUZIONE CULTURALE. Perché dietro una cosa come questa c’è un intreccio non indifferente di lavoro/cura/passione immenso, che va anche oltre i singoli componenti della band. Perché se loro hanno potuto leggere Novatore per poi musicarlo ci deve essere stato qualcuno che l’ha tradotto in inglese, che lo ha pubblicato o diffuso online. C’è quindi un “lavoro” precedente fatto da case editrici, fanzine, sale prove, etichette discografiche, che tramite gli artisti e le canzoni arriva a noi che ascoltiamo. Tutte queste cose che stanno “nel retroscena” – se non “nelle retrovie” – sono inestimabili e non vanno assolutamente date per scontato. Ricapitolando: per trovare oggi canzoni che hanno a che fare con l’anarchia dobbiamo anche sondare la musica estrema proveniente dell’altra parte del mondo, e gli Storm of Sedition ce lo hanno dimostrato, adesso tocca a Sanremo: il covo per eccellenza della musica mainstream del belpaese. Conto ogni pronostico ebbene sì, anche qui possiamo trovare interessanti sprazzi di anarchia. Nell’edizione del 2022 Giovanni Truppi porta a Sanremo nella serata delle cover “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De André, e già partiamo bene. Truppi ha come ospiti Capossela e Mauro Pagani. Tutti si presentano vestiti di nero e rosso, con un abbinamento cromatico impeccabile. In particolare, Truppi – sempre in canottiera – ha appuntato sul petto un cuore rosso-nero. Ma non si tratta di una spilla qualsiasi, gliel’ha regalata Gogliardo Fiaschi (militante anarchico carrarino che combatté anche nella Spagna franchista e pagherà con lunghi anni di detenzione in Spagna e in Italia le sue azioni, a cui oggi è intitolato un circolo a Carrara4 ) in persona. Lo ha dichiarato l’artista stesso, e se ne trova notizia su tutti i giornali5. Vi sfido a trovare un momento di più alta diffusione del nome di Gogliardo – ve lo avevo detto che c’erano delle provocazioni eh! De Andrè e Gogliardo sono andati letteralmente in mondovisione, mica male no? Ecco che a tendere bene l’orecchio, e ad avere pazienza, il canto anarchico fa capolino anche da Sanremo. Quindi credo che non dobbiamo aver paura del pop, e non dobbiamo chiuderci a prescindere. Dall’altra parte poi non basta andare a Sanremo, De André è letteralmente l’artista preferito di Matteo Salvini – e vista la situazione ho paura di sapere quale sia quello di Vannacci… Ci contendono già la nostra musica, e anche questa è una battaglia a cui non possiamo sottrarci nascondendoci dietro a un dito. Venendo poi alle canzoni SUGLI anarchici credo che negli ultimi decenni possiamo registrare la nascita di un gran numero di canzoni su anarchici italiani, o meglio “di lingua italiana”. Credo che sia una cosa molto importante, e forse che tutto sommato ci possa anche sorprendere positivamente. Troviamo infatti canzoni su Gogliardo Fiaschi (appena citato), ma anche per Umberto Tommasini, Argo Secondari, Oreste Ristori, Anteo ma anche Mammolo Zamboni, Gino Lucetti, Angelo Sbardellotto (di questi ultimi mi sono tra l’altro occupato recentemente in un’autoproduzione che uscirà a breve). Ancora oggi poi continua la memoria cantata per Bresci, Pinelli, Serantini. E sono citati in canzoni, credo per la prima volta, di Bruno Filippi e Antonio Cieri. Anche se sparpagliate in micro-autoproduzioni o su qualche piattaforma online, comunque queste canzoni esistono. Soprattutto si può registrare un fiorire di canti per Bakunin e Malatesta, quantomeno in Italia o in italiano. Credo sia interessante perché una volta le canzoni raramente erano dedicate a ideologi, pensatori o organizzatori del movimento, per esempio Malatesta viene citato nei canti coevi direi solo quando viene arrestato, quindi nel raccontare la repressione subita in seguito a una lotta. Le canzoni quindi si concentravano sui fatti, sulle lotte, sulle azioni, gli esempi più celebri restano sicuramente la Comune di Parigi, e poi gli atti di Passannante, Caserio e Bresci. Oggi le canzoni fanno anche memoria, e quindi il loro registro e il loro senso è cambiato, alle volte per dire ti spiegano chi erano Bakunin e Malatesta, cosa che “non serviva” mentre questi erano in vita e attivi. Questa operazione di “conoscenza”, da fare sia individualmente che collettivamente, o se vogliamo di mappatura è importante perché ci porta a indagare anche l’humus che fa vivere e prosperare le canzoni e in generale le produzioni culturali. Come nasce infatti una canzone? Come arrivano le storie anarchiche e la Storia dell’anarchica agli artisti che poi decidono di orientare il loro repertorio in quella direzione? L’intreccio storia-memoria-cultura credo sia ancora ampiamente da indagare. Oggi questo rapporto non è sicuramente organizzato, gestito o programmato ma comunque accade che nascano canzoni per fare memoria in questa direzione. Il fatto che succeda e che il nesso storia-memoria-cultura “funzioni”, credo sia molto interessante. L’altra “somma” citazione di Guccini sul canto politico credo che sia: “a canzoni non si fan rivoluzioni”. Non tanto per smentire quanto detto fino ad ora riguardo l’importanza del canto di lotta, ma per dare il giusto peso, il “senso” a quanto stiamo facendo con questo festival. Ovviamente non sarà una canzone che “dice cose rivoluzionare” a “fare la rivoluzione”. La cultura non basta. Come ci insegna Bermani: i canti politici e di protesta proliferano “nei momenti di maggior vigore rivoluzionario”6, e questo le tante ricerche storiche ce lo hanno ampiamente dimostrato. E quindi come collocarci oggi? Siamo all’interno di un paradosso? Sicuramente non viviamo tempi rivoluzionari ma possiamo comunque registrare una produzione interessante di canti, per certi aspetti inediti, a cui prima facevo riferimento. Come porci allora? È solo cultura? È tutto inutile? La frase di Bermani sopracitata ci dice anche però che a volte ci sono canzoni che “non sono solo canzoni”. Alcune di esse, infatti, possono riassumere intere visioni, idee, programmi, immaginari, pulsioni, drammi collettivi, paure, speranze, come rabbia, odio, gioia e aspirazione. Possono raccontare interi movimenti politici o spaccati di classe. Sicuramente almeno ci sono stati dei periodi storici in cui è stato così. Oggi sembra tutto più complicato. Credo che esclusivamente attraverso la musica non riusciamo a cogliere esattamente lo stato delle persone oppresse e sfruttate, e spesso nemmeno le condizioni, o le pulsioni, di chi lotta. E questo è un problema da porre. Se non sono le canzoni “a far rivoluzioni” è infatti la lotta a produrre i canti, e ancora oggi credo ci siano dei casi, soprattutto nei cortei, di cori collettivi che ricorrono e che rappresentano i movimenti stessi che li cantano. Due esempi per tutti possono essere: No Tav e GKN (Con “Grida forte la Valsusa che paura non ne ha…” e “Occupiamola, fino a che ce ne sarà…”). Dunque le canzoni, o più in generale la produzione musicale, possono ancora servire per sondare come e quanto le aree sociali e politiche si muovono, e magari in che direzione. Dal momento che non viviamo in un “periodo rivoluzionario” significa anche che ascoltando gli ultimi, gli oppressi, gli sfruttati, o anche le produzioni underground o alternative non troveremo per forza contenuti libertari, radicali o rivoluzionari; figuriamoci poi se sondiamo quelle apolitiche, mainstream o proprio di regime. A volte però vi si possono scorgere quelle ansie, paure, desideri ecc. a cui prima facevo riferimento. Già negli anni ’70 Muzak7 si proponeva di fare un’operazione analoga ascoltando la musicaccia, per “sentire il polso” del popolo, della massa o della minoranza che ascolta quella musica. Credo che questo “sforzo” di rivolgere l’orecchio verso lidi inesplorati – per non dire “inascoltati” – potrebbe infatti essere importante, se non proficuo. Concludo con un esempio per me molto evocativo. Qualche anno fa una band molto famosa e amata nella scena punk-Oi! ha scritto una canzone che si chiama e tratta di “Ansia”8. Ecco io non sono un esperto, ma credo che in due secoli di Movimento operaio e più in generale in millenni di oppressione e sfruttamento, oppressi e sfruttati abbiano provato letteralmente di tutto, ma mai “ansia”. Sapere che degli skinhead provano ansia può suonare quasi bizzarro, e forse sicuramente lo è in riferimento al secolo scorso, ma evidentemente c’è un cambiamento non indifferente in questo tempo. Ecco che allora la musica ci dice ancora qualcosa. Ha ancora senso cantare, come ce l’ha ascoltare, tendere l’orecchio proprio a quei “lidi inascoltati”, perché anche lì troviamo la voce di chi subisce sfruttamento e oppressione.
Enri Volta
1 Un assaggio firmato da Marco Pandin apparso su Umanità Nova può essere questo: https://umanitanova.org/ilmotocrossista-senza-nome-ne-faccia/ canadesi sia verso Sanremo.
2Un ricco e completo approfondimento sia sul lato musicale che storico-artistico sul disco in questione si trova qui: https://disastrosonoro.altervista.org/storm-of-sedition-howl-of-dynamite-2019/
3 Per maggiori informazioni si veda la pagina a lui dedicata su Anarcopedia e un sito ad hoc accessibile come archiviato: https://www.anarcopedia.org/index.php/Renzo_Novatore
https://web.archive.org/web/20110722043854/http://www.novatore.it/
ArchivioRenzoNovatore.html Inoltre c’è la sua scheda biografica, che riporta il suo vero nome “Abele Ricieri Ferrari”: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13381
4 Per approfondire la sua biografia (a volte il suo nome è riportato “Goliardo”): https://www.anarcopedia.org/index.php/Gogliardo_Fiaschi
5 Qui l’annuncio dell’artista: https://www.facebook.com/GiovanniTruppiOfficial/posts/credo-che-tra-i-compitidi-un-artista-ci-sia-quello-di-porgere-dubbi-piuttosto-c/484245639939674/ Qui una delle interviste ufficiali: https://www.instagram.com/reel/CZkaLesI0u1/ Inoltre ne era stato accennato qui: https://umanitanova.org/di-respirare-la-stessa-aria-dei-secondini-non-ci-vanote-bandite-nel-distruggere-la-gabbia/
6 [Cesare Bermani], “Li beli braghi bianchi”, in “Il canzoniere del lavoro – Cinquanta canzoni per la protesta operaia”, a cura del Gruppo di studi e ricerche del “Nuovo canzoniere italiano” (Luigi Arbizzani, Dante Bellamìo, Cesare Bermani, Gianni Bosio, Franco Coggiola, Giampiero Dell’Acqua, Ivan Della Mea, Sandra Mantovani e Michele L. Straniero), inserto di 32 pagine in “Vie Nuove”, Roma, n.17, 29 aprile 1965.
7 L’intera collezione è leggibile qui (Si veda in particolare la seconda serie): https://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=171&t=elenco-flipping-Muzak
8 Il brano compare nell’album “Il fuoco non si è spento” (2021) dei Bull Brigade, terza pubblicazione del gruppo torinese che aveva inaugurato la sua discografia con “Strade smarrite” nel 2008. Per ascoltare il disco questo è il loro profilo Bandcamp: https://bullbrigade.bandcamp.com/album/il-fuoco-non-si-spento il testo del brano si trova anche qui: https://genius.com/Bull-brigade-ansia-lyrics
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