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Trump tradisce l’Ucraina, ma cosa porta a casa? L’analisi del gen. Jean

Il “tradimento” di Trump nei confronti di Zelensky e del popolo ucraino è uno degli eventi che susciterà numerosi commenti malevoli nella storia. Esso consiste nel rigetto da parte del Presidente americano del regime sanzionatorio specie sull’energia, elemento essenziale per il finanziamento dello sforzo bellico russo.

Il tradimento è mascherato da una delle solite bugie con le gambe corte (e il naso pure) di cui si diletta Donald Trump. Egli ha sostenuto di aver raggiunto un accordo sia con Mosca che con Kyiv per una sospensione degli attacchi aerei alle strutture energetiche, come premessa per ulteriori progressi nel processo di pace sponsorizzato dai suoi due inviati speciali, Jared Kushner e Steve Witkoff. Entrambe le capitali hanno smentito l’esistenza di accordi al riguardo. Putin ha continuato tranquillamente a bombardare l’Ucraina. Zelensky, che dipende per l’intelligence e per le comunicazioni dal sostegno degli Usa – in particolare SpaceX e Starlink – ha sospeso per tre giorni gli attacchi alle raffinerie e i terminali energetici russi, per poi riprenderli con le stesse modalità di prima.

Come ha fatto presente al recente Consiglio Europeo, le comunicazioni di allarme dell’arrivo di droni o attacchi missilistici russi sono state volutamente limitate da parte di Elon Musk su disposizioni della Casa Bianca. Ne hanno sofferto sia la tempestività degli allarmi dell’attacco imminente alla popolazione ucraina, sia la precisione dei droni a più lungo raggio ucraini destinati a colpire le infrastrutture di rilevanza militare o energetica russe. I primi hanno comportato un aumento delle vittime civili ucraine.

La loro notizia sta provocando notevoli reazioni e proteste negli stessi Stati Uniti. Il tentativo di Trump di fare pressioni su Zelensky, perché continuasse a cessare gli attacchi sulle reti energetiche russe, è miseramente fallito, suscitando pesanti critiche nei confronti degli Stati Uniti e dei livelli etici della loro politica estera e strategia militare.

Va aggiunto che lo stesso obiettivo di Trump di ottenere una quantità sufficiente di gasolio per abbattere i costi energetici del mercato americano appare poco credibile. Il loro aumento non è tanto dovuto al conflitto tra Russia e Ucraina, quanto all’andamento delle aperture/chiusure degli Stretti di Hormuz e di Bab-al-Mandab le cui difficoltà vanno attribuite completamente alle decisioni di Trump di attaccare l’Iran e alla sua incapacità di provvedere per tempo a regolare il traffico petrolifero nei due Stretti strategici, non solo per l’Europa e per l’Asia, ma anche per il mercato americano.

In ogni caso, poi, il gasolio che la Russia – già carente al riguardo – potrebbe esportare per tempo – prima delle midterm – negli Stati Uniti non sarebbe tale da poter abbattere i prezzi e influire positivamente sui risultati di Trump. Al contrario, la sua propaganda sull’accordo con la Russia per il gasolio potrebbe rivelarsi un boomerang, poiché gli americani si accorgerebbero che nonostante le parole presidenziali i prezzi alla pompa non sono diminuiti.

Il rifiuto di Putin di accettare la “pace del gasolio” di Trump è più che evidente dalla sua necessità strategica di non consentire sosta all’Ucraina per organizzarsi per l’inverno. Il Cremlino, anche nelle condizioni disastrose in cui si trovano le sue truppe nel Donbass e nella eroica resilienza della popolazione e della economia ucraina, non ha alternativa a perseguire una completa vittoria che consiste almeno nella conquista delle zone del Donbass che non è riuscito a occupare con la forza delle armi. Il suo regime interno subirebbe un grave colpo da cui forse non potrebbe riprendersi.

Anche per gli ucraini non vi è alternativa alla prosecuzione della guerra, nonostante le distruzioni e le perdite che essa comporta. Sicuramente entrambe aumenteranno per l’esaurimento della contraerea ucraina degli stock di Patriot PAC-3 e per l’indisponibilità di riceverne dagli Stati che ne dispongono ancora di un rilevante numero (Grecia, Spagna, Giappone, Corea del Sud, ecc,. mentre non potrà fare affidamento sul sostegno degli Usa che hanno esaurito parte delle loro scorte nel Golfo, ma soprattutto non sono disponibili a fornire tali mezzi all’Ucraina dato il carattere umorale di Trump). L’alternativa è quella di colpire i missili sulle loro basi, ma essa richiede la sicura disponibilità di SpaceX e di Starlink per la guida di droni a lungo raggio e di elevata velocità, oppure la fornitura da parte della Germania di missili Taurus che hanno la gittata tale da poter colpire gran parte delle basi dei missili russi a medio raggio, ma che il Cancelliere Merz non vuole cedere per non coinvolgere troppo la Germania nel conflitto.

In conclusione, la speranza di Trump di far crollare di un paio di punti il prezzo di gasolio che oggi è di 6.2$ al gallone, e che è all’origine del suo “tradimento” e della perdita forse irreversibile del prestigio degli Usa, è destinata a non avverarsi.

Il conflitto durerà con le attuali caratteristiche di stallo, malgrado l’estensione dalle operazioni terrestri a quelle aeree e missilistiche. Non è pensabile che la Russia si ritiri per l’aumento insopportabile delle perdite come avvenne in Afghanistan. Lo stesso vale per l’Ucraina che non cederà ampi tratti del suo territorio.

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Il Marocco punta al ritorno della politica. La squadra di El Mansouri tra continuità e nuove priorità

Il ritorno della politica

Un ritorno della politica, prima ancora che un cambio di squadra. È questa la chiave di lettura proposta dal materiale che accompagna la composizione del nuovo governo marocchino guidato da Fatima Ezzahra El Mansouri. Un esecutivo chiamato a combinare rinnovamento dei profili e continuità nelle funzioni strategiche, con una promessa che attraversa l’intero impianto programmatico: rendere più riconoscibili le responsabilità e misurare l’azione pubblica sui risultati.

Il re Mohammed VI ha presieduto il 16 ottobre, al Palazzo reale di Rabat, la cerimonia di nomina dei componenti del governo, che hanno prestato giuramento davanti al sovrano. Alla guida della squadra figura El Mansouri, mentre la distribuzione dei portafogli affianca nomi già presenti nella vita politica e istituzionale marocchina a nuovi ingressi.

Il messaggio che emerge è quello di un governo che non intende presentarsi soltanto come una struttura di amministrazione. La componente politica viene indicata come lo strumento per stabilire priorità, sostenere le riforme, spiegarne le ragioni e rispondere della loro attuazione. Un’ambizione impegnativa: rendere visibile non soltanto chi decide, ma anche chi deve rendere conto.

Continuità nei dicasteri strategici

Nella composizione indicata, Abdelouafi Laftit assume l’Interno e Nasser Bourita gli Affari esteri, la Cooperazione africana e i Marocchini residenti all’estero. Abdellatif Ouahbi figura alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Habous e agli Affari islamici, mentre Abdeltif Loudyi è ministro delegato incaricato dell’Amministrazione della Difesa nazionale.

Accanto a questi elementi di continuità, l’assetto economico assume una particolare rilevanza. A Fouzi Lekjaa viene attribuito il ministero dell’Economia, delle Finanze e della Performance pubblica. L’inserimento di quest’ultima competenza nella denominazione del dicastero esplicita uno dei criteri rivendicati dal nuovo impianto: collegare le risorse impiegate alla qualità dell’attuazione e agli effetti delle politiche.

È qui che si colloca il primo banco di prova dell’esecutivo. La semplificazione delle responsabilità potrà dirsi riuscita soltanto se produrrà decisioni più tempestive e servizi migliori, non se resterà confinata nell’organigramma.

La scelta di accorpare le competenze

La nuova architettura privilegia ministeri ampi, affiancati da ministri delegati con attribuzioni specifiche. Nella lista non compaiono segretari di Stato. La logica dichiarata è quella di tenere insieme politiche collegate, evitando che la frammentazione delle competenze ostacoli l’azione.

Ryad Mezzour riunisce Industria, Commercio, Investimenti e Inclusione economica. Nizar Baraka assume Infrastrutture, Acqua e Foreste. A Nabil Benabdallah vengono affidate Educazione nazionale, Prescolare, Formazione professionale e Qualificazione, con deleghe dedicate ad alcuni di questi ambiti.

Sono accorpamenti che raccontano una scelta di metodo. Formazione e qualificazione vengono ricondotte a una medesima responsabilità politica; investimenti e inclusione economica entrano nello stesso perimetro. Il vantaggio atteso è una maggiore coerenza. Il rischio da evitare è che l’ampiezza dei portafogli renda più complesso proprio quel coordinamento che si vuole rafforzare.

Dall’intelligenza artificiale alla sovranità alimentare

Anche le denominazioni dei dicasteri segnalano le priorità. Ahmed Rahhou figura alla guida del ministero dell’Intelligenza artificiale, della Trasformazione digitale e della Riforma dell’amministrazione. L’accostamento indica la volontà di leggere l’innovazione tecnologica anche come leva per cambiare il funzionamento dello Stato.

La sovranità alimentare entra invece nel portafoglio affidato a Khalid Hatimy, insieme ad Agricoltura e Pesca marittima. Abderrahim Chahid assume l’Occupazione e il Dialogo sociale; Najwa Koukouss la Famiglia, lo Sviluppo sociale e l’Uguaglianza. Charafat Afailal figura all’Energia, alle Miniere e allo Sviluppo sostenibile.

Intelligenza artificiale, performance pubblica, sovranità alimentare e dialogo sociale diventano così le parole attraverso cui il governo presenta il proprio rinnovamento. Non ancora risultati, ma impegni politici sui quali valutarne l’azione.

Donne e giovani, un rinnovamento da dimostrare

Il documento di accompagnamento insiste sul ruolo delle donne e dei giovani come motore del ricambio. La presenza di una donna alla guida dell’esecutivo costituisce il segnale più evidente di questa impostazione, insieme agli incarichi femminili nei ministeri e nelle deleghe.

Il significato politico attribuito ai nuovi ingressi va però oltre il ricambio dei nomi. L’obiettivo dichiarato è portare nell’azione pubblica sensibilità differenti, nuove idee e una maggiore capacità di intercettare le aspettative della società.

La composizione, da sola, non consente di misurare quanto profondo sia il rinnovamento generazionale. Saranno le responsabilità effettivamente esercitate e la capacità di incidere sulle decisioni a chiarire se il cambiamento dei profili corrisponderà anche a un cambiamento dei metodi.

La prova della giustizia sociale e territoriale

Il punto di arrivo dell’impianto programmatico è la dignità dei cittadini. La performance amministrativa viene presentata come un mezzo per ridurre le vulnerabilità, ampliare l’accesso alle opportunità e rafforzare la protezione sociale, non come un obiettivo autosufficiente.

A questa dimensione si lega l’equità territoriale: fare in modo che servizi e possibilità di sviluppo raggiungano tutte le regioni e le diverse componenti della popolazione. È il terreno sul quale la promessa di efficienza incontra quella di giustizia sociale.

La sfida della squadra di El Mansouri, nella lettura proposta dal documento, è dunque tenere insieme tre esigenze: una direzione politica riconoscibile, un’amministrazione capace di attuarla e benefici concretamente percepibili. Senza minimizzare le difficoltà né affidarsi alla promessa di soluzioni facili. È su questo passaggio, dall’organizzazione ai risultati, che si misurerà la portata del rinnovamento annunciato.

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Proteste e scontri in Francia, a Parigi 61 fermi

Proteste e scontri in Francia, a Parigi 61 fermi

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – La polizia francese ha effettuato 61 arresti a Parigi mentre due manifestazioni non autorizzate sono state disperse. E’ il bilancio delle proteste di questa mattina nella capitale francese secondo quanto riporta l’emittente Bfmtv.

Dei 61 arresti, 21 sono stati effettuati davanti alla sede di CNews, dove erano state infrante delle finestre. Tra gli arrestati ci sono quattro minorenni. La prefettura di Parigi riferisce inoltre di aver effettuato finora quasi 600 controlli, durante i quali sono stati sequestrati in particolare dispositivi di protezione vietati come i passamontagna. Sempre secondo la prefettura, due manifestazioni non autorizzate sono state disperse dalle forze dell’ordine.

La prima, una manifestazione sindacale di circa cento persone, si era formata nei pressi della stazione ferroviaria Gare du Nord prima di spostarsi in Rue du Faubourg-Saint-Denis. Una seconda, di dimensioni simili e composta da studenti delle scuole superiori, era partita da Rue de Rennes.

PREFETTURA “STAZIONE POLIZIA PRESA DI MIRA DA MANIFESTANTI A MARSIGLIA”

A Marsiglia, una stazione di polizia municipale “è stata presa di mira dai manifestanti in via La Canebière”. Lo riferisce l’emittente francese Bfmtv. “Sono state infrante le finestre e lanciati fumogeni all’interno. Un tentativo di incendio doloso è stato sventato. Non si sono registrati feriti”, ha appreso Bfmtv dalla prefettura di Marsiglia. “Condanniamo con la massima fermezza queste azioni, che sono palesemente inaccettabili, non corrispondono ad alcuna richiesta e costituiscono un attacco alla proprietà pubblica nonché al servizio fornito alla popolazione”, ha aggiunto la prefettura.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra”

Zelensky contro gli Usa: “Allentare le sanzioni incoraggia Putin a continuare ad attaccare”

“In un momento in cui i russi hanno condotto un attacco tanto massiccio contro il nostro settore dell’energia, è stata purtroppo presa in America la decisione di ignorare completamente il Lindsey Graham Act, che avrebbe dovuto esercitare una pressione davvero efficace sulla Russia per porre fine a questa guerra. Avrebbe potuto aiutare enormemente, e può ancora farlo!”. Così in un post su X il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che accusa i russi per aver sferrato ieri “uno dei più grandi attacchi al settore dell’energia” in Ucraina e denuncia come la Russia stia “cercando di provocare un blackout in Ucraina, proprio prima dell’inverno”, come stia “cercando di lasciare milioni di nostri cittadini senza elettricità e senza riscaldamento”.

Servono pressioni, insiste. “Un blackout delle sanzioni Usa, allentare il pressing sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin, tutto questo lo incoraggia solo a continuare ad attaccare – afferma Zelensky – Dobbiamo continuare a cercare di porre fine alla guerra. Di porre fine al conflitto, non di dare a Putin ogni motivo per continuarla senza fine“.

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Hormuz, superpetroliera colpita da una mina: incendio a bordo. L’allarme dei Pasdaran

Iran, il Wsj: intelligence e addestramento agli Houthi per colpire l’Arabia Saudita

Una superpetroliera sarebbe stata investita dall’esplosione di una mina nello Stretto di Hormuz. La notizia è stata diffusa dai media iraniani, che citano informazioni dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. A bordo della nave sarebbe divampato un incendio. Stando alle ricostruzioni, l’imbarcazione trasportava oltre due milioni di barili di greggio. Secondo i Pasdaran, avrebbe tentato di attraversare lo Stretto lungo una rotta non autorizzata, con il sostegno delle forze statunitensi. Al momento, tuttavia, non sono disponibili conferme indipendenti di questa versione.

Nuova segnalazione anche da parte di Ukmto (United Kingdom Maritime Trade Operations) per un episodio avvenuto al largo delle coste saudite. In un avviso pubblicato su X, l’organizzazione riferisce di aver ricevuto notizia di un “incidente” verificatosi ieri a 78 miglia nautiche a nord-est di Al Jubayl, in Arabia Saudita. Il comandante di una petroliera avrebbe segnalato un attacco condotto con “un Rpg”, lanciato da una “piccola” unità navale, che avrebbe provocato danni all’imbarcazione. L’equipaggio, secondo quanto riferito, è rimasto illeso.

Wsj: sostegno Iran per attacchi sofisticati Houthi contro Arabia Saudita

Nel frattempo, secondo il Wall Street Journal, che cita fonti a conoscenza di informazioni di intelligence saudite e yemenite, il sostegno dell’Iran ha aiutato gli Houthi dello Yemen, da anni accusati di ricevere appoggio dalla Repubblica islamica, a sferrare attacchi sofisticati – sinora i più potenti – contro l’Arabia Saudita e le forze yemenite alleate della monarchia del Golfo. Teheran avrebbe fornito informazioni di intelligence, indicazioni tattiche e addestramento.

“A livello operativo il legame è molto, molto forte“, ha dichiarato al quotidiano Danny Citrinowicz, ex responsabile della sezione Iran dell’intelligence israeliana. “L’Iran ha grande interesse nel successo degli Houthi. Danneggia l’Arabia Saudita, fa salire i prezzi del petrolio – ha osservato – Si tratta di un interesse strategico condiviso”. Citrinowicz ha quindi definito il rapporto una forma di “cooperazione strategica”.

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Tra commercio e sicurezza, l’Adriatico torna al centro della geopolitica europea

La frammentazione dell’economia globale sta ridisegnando la geografia strategica dell’Europa. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni sulle rotte marittime, la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina e la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture stanno modificando il valore di porti e corridoi logistici. In questo scenario, il Mare Adriatico, a lungo considerato periferico rispetto ai grandi centri del commercio europeo, potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nella sicurezza economica del continente.

È la tesi centrale di The New Centrality of the Adriatic Sea and Napa in the Age of Fragmentation, un rapporto realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) insieme alla North Adriatic Ports Association (Napa), con Roberto Italia, Giovanni Maria Della Gatta e Matteo Villa come autori principali. Il documento esamina come i cambiamenti negli equilibri internazionali stiano creando nuove opportunità per il sistema portuale dell’Alto Adriatico, individuando una questione che riguarda direttamente Bruxelles: quanto può contribuire questa regione alla resilienza strategica dell’Unione europea?

La risposta parte dalla geografia. I cinque porti dell’associazione – Ravenna, Trieste-Monfalcone, Venezia-Chioggia, Capodistria e Fiume – costituiscono una porta d’accesso naturale all’Europa centrale e orientale. Una nave proveniente da Busan, in Corea del Sud, può raggiungere il Nord Adriatico attraverso Suez percorrendo circa 2.000 miglia nautiche in meno rispetto a una destinazione nell’Europa settentrionale, con un risparmio teorico di circa cinque giorni.

Eppure, storicamente, i grandi porti del Northern Range, da Rotterdam ad Anversa, hanno dominato il commercio continentale grazie alla loro capacità logistica e alle connessioni con i mercati interni. Oggi, secondo l’Ispi, la crescente importanza della diversificazione delle rotte potrebbe contribuire a riequilibrare questa gerarchia.

La sicurezza economica cambia la geografia

Il punto di partenza del rapporto è che le infrastrutture marittime sono diventate parte integrante della sicurezza nazionale ed europea. Le crisi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento dipendano da pochi passaggi vulnerabili. La guerra in Ucraina ha trasformato il Mar Nero in uno spazio di confronto militare, mentre nel Baltico le minacce ibride russe aumentano l’attenzione verso le infrastrutture critiche.

In questo contesto, il Nord Adriatico offre un accesso meridionale ai mercati europei, complementare alle tradizionali rotte settentrionali. La sua importanza deriva anche dalla possibilità di collegare Mediterraneo, Balcani ed Europa centrale attraverso infrastrutture già inserite nelle reti transeuropee di trasporto.

Le prospettive economiche rafforzano questa valutazione. Secondo le proiezioni elaborate nel rapporto, il traffico complessivo dei porti Napa potrebbe aumentare da 144 milioni di tonnellate nel 2024 a circa 170 milioni nel 2031, una crescita del 18%. Un’espansione legata soprattutto alla domanda dei mercati retrostanti, alla diversificazione energetica e alla ricerca di collegamenti commerciali più affidabili. La geografia favorevole, tuttavia, non garantisce automaticamente competitività. La capacità ferroviaria, l’interoperabilità transfrontaliera e l’efficienza dei collegamenti terrestri rimangono decisive.

Dall’Adriatico ai nuovi corridoi eurasiatici

La nuova centralità dell’Adriatico si inserisce anche nella competizione per le connessioni tra Europa e Asia. Il rapporto dedica particolare attenzione all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), l’iniziativa lanciata al G20 di Nuova Delhi nel 2023 per sviluppare collegamenti commerciali, energetici e digitali attraverso India, Golfo, Medio Oriente ed Europa.

Per i porti adriatici, Imec rappresenta una possibile opportunità di integrazione nelle nuove reti eurasiatiche. Il documento sottolinea però che il corridoio richiederà anni per diventare pienamente operativo e dovrà superare ostacoli infrastrutturali e geopolitici considerevoli. Accanto a Imec, l’Ispi analizza il Middle Corridor, la rotta transcaspica che collega Asia centrale ed Europa aggirando la Russia. Entrambe le iniziative rispondono alla ricerca di ridondanza delle connessioni commerciali: una priorità crescente per un’Unione europea che intende ridurre le proprie vulnerabilità senza rinunciare all’apertura internazionale. Il Nord Adriatico potrebbe così consolidarsi come punto di convergenza tra diverse direttrici, collegando i flussi mediterranei con quelli provenienti dai Balcani, dal Caucaso e dall’Europa orientale.

Energia, difesa e infrastrutture digitali

La dimensione commerciale costituisce soltanto una parte del potenziale individuato dall’Ispi. I porti adriatici sono già importanti per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, soprattutto verso i Paesi senza accesso diretto al mare. La riduzione della dipendenza dagli idrocarburi russi ha rafforzato il valore strategico delle infrastrutture regionali.

A questo si aggiungono la transizione energetica, i progetti di decarbonizzazione e le prospettive della connettività digitale, compreso il futuro sistema di cavi sottomarini GreenMed. Il rapporto attribuisce inoltre crescente rilevanza alla mobilità militare. In un’Europa impegnata ad aumentare gli investimenti nella difesa, porti, ferrovie e collegamenti intermodali diventano infrastrutture a duplice uso, necessarie anche per il trasferimento di materiali e mezzi verso il fianco orientale della Nato. È qui che la centralità adriatica assume una dimensione propriamente strategica: quella di un sistema capace di contribuire simultaneamente alla competitività economica, alla sicurezza energetica e alla resilienza europea.

La sfida per Bruxelles

La trasformazione descritta dall’Ispi richiede investimenti e coordinamento. Il rapporto individua 43 progetti infrastrutturali collegati alla rete TEN-T nei porti Napa, per circa 3,26 miliardi di euro. Ma evidenzia anche i rischi di interventi frammentati, incapaci di risolvere le strozzature lungo i corridoi logistici. La proposta è considerare i cinque porti come un sistema integrato, preservandone le specializzazioni e rafforzando la cooperazione transfrontaliera. Un modello di governance che potrebbe offrire indicazioni utili anche ad altre regioni europee.

Il messaggio politico arriva mentre l’Unione negozia il prossimo quadro finanziario pluriennale. Per Bruxelles, riconoscere la centralità dell’Adriatico significherebbe investire in una geografia economica europea più diversificata, capace di sostenere l’integrazione dei Balcani e dell’Europa orientale. La conclusione del rapporto è, in definitiva, una sollecitazione strategica: in un mondo nel quale le rotte commerciali sono sempre più esposte alle rivalità geopolitiche, la sicurezza europea dipenderà anche dalla capacità di moltiplicare gli accessi al continente. E l’Adriatico potrebbe diventare uno dei protagonisti di questa trasformazione.

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Ucraina, Crosetto contro Trump: “Errore grave” limitare intelligence e satelliti a Kiev

Crosetto avverte gli Usa: “Privare Kiev delle risorse significa prolungare la guerra”

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha giudicato un “errore completo, un grave errore” la decisione degli Stati Uniti di restringere l’accesso dell’Ucraina ai sistemi satellitari e ai dati di intelligence impiegati per contrastare gli attacchi russi. Intervistato dalla Bbc, il ministro ha definito una simile scelta dell’amministrazione Trump una misura che “non ha assolutamente senso”, destinata a rischiare di prolungare l’invasione russa anziché favorire il raggiungimento della pace.

“La pace arriverà quando Putin si convincerà che la guerra è allo stallo”

“La pace arriverà quando Putin sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente – ha dichiarato Crosetto, intervistato nella sede del ministero a Roma – Se vede delle debolezze da parte ucraina, e se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora crederà di poter vincere. Quindi continuerà la guerra”, ha sottolineato il ministro, che ha ribadito: “Penso che sia completamente sbagliato.” Crosetto ha assicurato che l’Italia manterrà gli aiuti militari a Kiev “finché questo governo sarà in carica”, precisando tuttavia che ottenere il via libera parlamentare per nuovi invii sarà “più difficile” man mano che si avvicineranno le elezioni.

Infine, ha dichiarato: “Quando uno Stato oltrepassa il confine di un altro Stato con i carri armati, quando bombarda ospedali e scuole, uccide civili e bombarda centrali elettriche, e lo fa da quattro anni, non posso che definirlo malvagio”.

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Francia, sindacati, “gilet gialli” e gruppi studenteschi oggi in piazza contro il caro vita: allerta massima per possibili scontri

Francia, oggi proteste in tutto il Paese: allerta massima per il rischio di scontri

La Francia è in stato di massima allerta per le grandi proteste in programma oggi, 17 ottobre, in tutto il Paese. Sindacati e cittadini che si definiscono “gilet gialli” manifesteranno contro la crisi del costo della vita e l’aumento dei carburanti, con una forte presenza prevista di studenti. Secondo una fonte vicina al ministero dell’Interno, sono attese circa 500 azioni sul territorio nazionale e una novantina di manifestazioni.

Le mobilitazioni arrivano dopo quattro settimane di proteste studentesche contro le assenze dei docenti, le classi sovraffollate e gli edifici scolastici vetusti. Nella maggior parte dei casi si sono svolte pacificamente, ma non sono mancati scontri con gruppi di facinorosi e pesanti critiche per presunte violenze degli agenti. Venerdì il presidente Emmanuel Macron ha ribadito che il diritto a manifestare è pienamente rispettato, ma deve andare di pari passo con il rispetto delle persone e dei beni, rivolgendo un appello alla calma.

Sotto osservazione c’è anche il comportamento della polizia. In un caso, uno studente di 15 anni avrebbe perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma; in un altro, un quattordicenne avrebbe perso una mano raccogliendo una granata stordente. Entrambe le vicende sono oggetto di indagine. Dopo il secondo episodio la Francia ha sospeso l’uso di alcuni tipi di granate stordenti, ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha detto in un’intervista che oggi saranno autorizzate in caso di “gravi violenze urbane”, e mai quando la situazione è tranquilla. Martedì al Senato Nuñez ha riferito di 36 inchieste aperte su presunte violenze delle forze dell’ordine durante le proteste studentesche: quattro riguardano lesioni mutilanti, sei ferite gravi, le altre presunti pestaggi, insulti e segnalazioni di violenze sessuali.

Il ritorno dei gilet gialli

Alcuni osservatori ipotizzano che la giornata possa segnare il ritorno dei gilet gialli, il movimento nato nel 2018 contro il rincaro di benzina e diesel, che per mesi bloccò rotatorie, autostrade e depositi di carburante con frequenti tensioni con la polizia. Intanto il governo deve fronteggiare una grave crisi del debito pubblico e cerca di far approvare una legge di bilancio con misure di austerità in un parlamento privo di maggioranza assoluta.

Dall’inizio delle proteste sono rimasti feriti 937 tra poliziotti e gendarmi, 248 studenti e 149 membri del personale docente, il dato più alto mai registrato dal ministero dell’Istruzione. Martedì Alliance Police Nationale, uno dei principali sindacati di polizia, ha annunciato una denuncia contro lo Stato per “messa in pericolo della vita altrui”, lamentando istruzioni contraddittorie che lascerebbero gli agenti esposti alla violenza e all’ostilità pubblica.

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Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

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Tutti gli uomini (e le donne) del presidente: da Spicer ai 5 giorni di Katie Zacharia, la girandola dei portavoce di Trump

Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

L’ha presa con sportività, Katie Zacharia, la portavoce più breve della storia che, dopo aver lasciato la Casa Bianca, ha voluto salutare Donald Trump con parole di grande stima. “Il presidente è un uomo gentile, meraviglioso, attento, premuroso, entusiasta e laborioso. Vorrei che più americani lo apprezzassero. Nessuno riuscirà mai più a rendere grande l’America come lui ha fatto e continua a fare. È stato un onore lavorare per lui”, ha scritto sul suo profilo X.

Il messaggio è comparso poche ore dopo l’uscita di scena, a meno di una settimana dalla nomina. Zacharia era stata scelta il 9 ottobre per sostituire Karoline Leavitt, che ad agosto aveva lasciato l’incarico per dedicarsi alla famiglia. A pesare è stato soprattutto il debutto con la stampa: un briefing di quattordici minuti, con sole tre domande, tutte di giornalisti vicini all’amministrazione. In quella stessa occasione è arrivato anche l’annuncio del licenziamento dell’ambasciatrice americana ad Atene, Kimberly Guilfoyle. Alle critiche sulla conferenza si sono poi sommati i dubbi sul suo percorso professionale. Zacharia ha ammesso di non aver superato l’esame da avvocato in California, nonostante si fosse presentata come legale nelle sue apparizioni a Fox News. A quel punto, secondo quanto riportato, è stato lo stesso Trump a suggerirle di fare un passo indietro.

In due mandati presidenziali, Trump ha cambiato sette portavoce. Katie Zacharia è rimasta in carica appena cinque giorni: ecco chi l’ha preceduta.

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Sean Spicer, sei mesi

È stato il primo portavoce della Casa Bianca del primo mandato di Trump. Il suo nome è rimasto legato alle polemiche sul numero di persone presenti alla cerimonia di insediamento del gennaio 2017. Spicer sostenne che si fosse trattato del pubblico più numeroso di sempre, nonostante le immagini mostrassero una partecipazione inferiore a quella registrata per l’insediamento di Barack Obama. In seguito riconobbe di aver commesso alcuni “passi falsi”. Si dimise nel luglio 2017, dopo circa sei mesi.

Sarah Huckabee Sanders, due anni

Tra le collaboratrici più fidate di Trump, aveva avuto un ruolo importante nella campagna elettorale del 2016. Il suo periodo alla Casa Bianca fu segnato da rapporti difficili con i giornalisti e da lunghe pause senza briefing formali. Nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 emerse che Sanders aveva ammesso di aver formulato un’affermazione priva di fondamento sul presunto mancato sostegno di “innumerevoli” agenti dell’Fbi all’allora direttore James Comey, licenziato da Trump. Lasciò l’incarico alla fine di giugno 2019. Oggi è governatrice dell’Arkansas.

Stephanie Grisham, meno di un anno

Già portavoce di Melania Trump dal marzo 2017, Grisham lavorava con il presidente fin dall’inizio della campagna elettorale del 2015. Assunse l’incarico di portavoce della Casa Bianca nel luglio 2019, distinguendosi per una scelta senza precedenti: non tenne mai un briefing formale con i giornalisti. Rimase in carica meno di un anno, prima di passare al ruolo di capo di gabinetto della first lady.

Kayleigh McEnany, da aprile 2020 a gennaio 2021

Dopo aver inizialmente criticato Trump durante le primarie repubblicane, McEnany diventò l’ultima portavoce del suo primo mandato. Il momento più delicato arrivò dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. In una breve apparizione davanti alla stampa, dichiarò che la Casa Bianca condannava le violenze “nei termini più forti possibili” e le definì “inaccettabili”. Trump non partecipò al briefing.

Karoline Leavitt, da gennaio 2025 ad agosto 2026

Già componente dello staff della comunicazione durante il primo mandato di Trump, Leavitt è diventata la più giovane portavoce della Casa Bianca nella storia degli Stati Uniti. Aveva appena 28 anni quando ha annunciato l’uscita dall’amministrazione, spiegando di voler dedicare più tempo alla famiglia. Resta ora una sola domanda: chi sarà il prossimo?

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Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

Sette portavoce in due mandati, tra scontri con la stampa, briefing ridotti e addii lampo. L'ultima, Katie Zacharia, è rimasta in carica appena cinque giorni, stabilendo un nuovo record di brevità alla Casa Bianca

© RaiNews

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L’Europa abbraccia Zelensky mentre Trump volta ancora le spalle all’Ucraina

Andrii Parhomchuk, un residente ferito, fuma una sigaretta davanti alla sua casa danneggiata da un attacco missilistico russo a Kyjiv, in Ucraina, mercoledì 14 ottobre 2026 (AP/LaPresse)

L’Europa non intende lasciare sola l’Ucraina. È il messaggio arrivato da Bruxelles, dove il presidente Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader europei nel secondo giorno del Consiglio europeo, mentre il rapporto con Donald Trump attraversa una nuova fase di tensione. Energia, difesa aerea e finanziamenti per il 2026 e il 2027 sono le priorità immediate di Kyjiv. Ma sullo sfondo c’è una questione più grande: quanto può ancora contare l’Ucraina sugli Stati Uniti e quanto l’Europa è pronta a fare per sostenerla.

«Percepisco il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese», ha detto Zelensky al termine degli incontri. Il presidente ucraino ha ringraziato il Consiglio europeo, la Commissione e i leader che sono rimasti al fianco di Kyjiv dall’inizio dell’invasione russa. Un messaggio che assume un significato particolare mentre Washington sembra allontanarsi dalle posizioni ucraine e la Russia continua a colpire le infrastrutture del Paese.

Il primo banco di prova è l’inverno. Mosca non mostra segnali di voler porre fine alla guerra e gli attacchi contro la rete energetica ucraina rendono urgente rafforzare le difese e garantire le forniture necessarie a mantenere in funzione il Paese. Il pacchetto invernale chiesto da Zelensky non riguarda soltanto l’energia, ma anche la difesa aerea e le risorse finanziarie per sostenere lo Stato. La prospettiva di una pace rapida, ha spiegato il presidente, non trova al momento riscontri nelle intenzioni russe.

Sul fronte militare, la questione più urgente è la disponibilità di missili intercettori. Zelensky ha assicurato che, sulla base dei fabbisogni minimi comunicati da Kyjiv, i Paesi europei dispongono di quantità sufficienti di Patriot Pac-2 e Pac-3 per aiutare l’Ucraina a superare l’inverno. Ma il presidente ha anche riconosciuto che non è ancora chiaro quanti missili arriveranno effettivamente. Una parte consistente delle forniture viene oggi dirottata verso il Medio Oriente: «È un segreto di Pulcinella che oggi non siamo una destinazione prioritaria per questi missili», ha detto.

Kyjiv deve quindi mettere insieme contributi provenienti da più Paesi, mentre cerca di accelerare lo sviluppo di una capacità europea autonoma. In questo quadro rientra FREYJA, il progetto di difesa antibalistica sul quale l’Ucraina sta lavorando con i partner europei. Zelensky punta a trasformarlo in un sistema più rapido ed economico da produrre, da condividere anche con gli alleati. Dopo l’incontro con Emmanuel Macron, ha inoltre annunciato nuovi pacchetti destinati a rafforzare l’aviazione da combattimento e ha ringraziato Parigi per le licenze di produzione di armamenti già concesse.

La solidarietà europea si misura però anche in una dimensione meno visibile, ma ormai essenziale per la guerra: quella delle comunicazioni satellitari. I recenti problemi di Starlink hanno rappresentato una sorpresa «pericolosa e spiacevole» per Kyjiv. Zelensky ha precisato che il servizio non è stato completamente disattivato, ma che sono stati abbassati i limiti di velocità, con conseguenze sulle capacità operative ucraine.

La connessione satellitare è utilizzata anche per coordinare i droni intercettori impegnati contro gli attacchi russi. Non soltanto per le operazioni in profondità sul territorio nemico, ha chiarito il presidente, ma per proteggere la popolazione dagli aerei e dai droni che prendono di mira le città e le infrastrutture. Kyjiv sta discutendo con alcuni Paesi, tra cui la Francia, per ottenere capacità aggiuntive. È un segnale della necessità di ridurre una dipendenza tecnologica che, nel momento in cui i rapporti politici si deteriorano, può trasformarsi in una vulnerabilità militare.

Come abbiamo raccontato su Linkiesta, il problema non riguarda soltanto le armi che Washington decide di fornire. Le capacità statunitensi di intelligence, allerta e comunicazione sono parte integrante della difesa ucraina. L’Europa può offrire sostegno politico e finanziario, ma sostituire rapidamente queste infrastrutture è molto più difficile. La crisi di Starlink rende questa contraddizione evidente.

Zelensky, tuttavia, non è tornato da Bruxelles – e da Londra, dove giovedì aveva incontrato il premier Andy Burham che ha autorizzato l’invio di altri missili a lungo raggio Storm Shadow per colpire le operazioni militari russe e frenare gli attacchi di Mosca contro le infrastrutture civili ucraine – soltanto con promesse militari. Ha rivendicato anche i progressi del percorso di adesione all’Unione europea, ringraziando il governo e il Parlamento ucraini per le riforme approvate nonostante gli attacchi russi. Kyjiv punta ad aprire gli ultimi due gruppi negoziali entro la fine dell’anno.

Il messaggio europeo è dunque duplice: l’Ucraina resta una priorità strategica e il suo futuro è legato a quello dell’Unione. António Costa ha ribadito che non è il momento di ridurre il sostegno a Kyjiv né di alleggerire le sanzioni contro Mosca. Ursula von der Leyen ha escluso concessioni finché la Russia non fermerà la guerra.

È una presa di posizione importante mentre la Casa Bianca alimenta nuove incertezze. Ma la prova decisiva sarà trasformare l’unità mostrata a Bruxelles in forniture, finanziamenti e capacità operative. Per Zelensky, l’abbraccio europeo è un segnale politico prezioso. Per l’Europa, è anche una responsabilità sempre più difficile da rinviare.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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L’Atlantic Council punta su Roma. Mezran: “Italia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia”

(Adnkronos) - Il think tank americano rafforza la sua presenza nella Capitale per rilanciare il dialogo transatlantico sul Nord Africa e sul Medio Oriente. Lunedì 19 ottobre il primo incontro al Centro Studi Americani. Il direttore della North Africa Initiative parla di Italia, Libia, Egitto, Turchia, Iran e Israele: “Stanno cambiando gli equilibri della regione”

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