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Libia, i 25 milioni europei e il confine delle responsabilità

Venticinque milioni di euro possono sembrare una cifra modesta nei bilanci europei. Diventano una questione politica assai più grande quando sono destinati a sostenere attività di controllo delle frontiere in un Paese che da anni non dispone di un’autorità statale unificata. Il 13 ottobre Reuters ha riferito, sulla base di una lettera della presidente della Commissione Ursula von der Leyen ai leader europei, che l’Unione Europea ha sottoscritto un ulteriore finanziamento di 25 milioni di euro per estendere la cooperazione migratoria alla Libia orientale. Gli ambiti indicati sono la gestione delle frontiere, la ricerca e il soccorso e il contrasto al traffico di migranti. Non è però possibile dedurre dalla sola notizia chi riceverà materialmente ogni euro, attraverso quali contratti e con quali condizioni operative.

La Libia rimane divisa fra istituzioni rivali. L’Unione Europea intrattiene rapporti ufficiali con il governo di Tripoli, ma ha intensificato i contatti con l’Est, dove esercitano il controllo le forze guidate da Khalifa Haftar. È la contraddizione fondamentale della scelta europea: per gestire le partenze occorre parlare con chi controlla il territorio; parlare con chi controlla il territorio, tuttavia, può rafforzarne il peso politico senza risolvere la questione della legittimità istituzionale. Reuters riferisce inoltre che Bruxelles ha annunciato a luglio un centro di coordinamento del soccorso marittimo a Bengasi. Un centro simile può migliorare il coordinamento dei salvataggi, ma la sua efficacia si misura anche in base alla destinazione delle persone soccorse e alla responsabilità delle autorità coinvolte.

La Commissione europea indica, per la cooperazione bilaterale con la Libia nel periodo 2021-2027, una dotazione di 224 milioni di euro. Per i programmi migratori bilaterali e regionali adottati fra il 2021 e il 2024 riferisce circa 220 milioni, dei quali oltre due terzi destinati a protezione, rimpatri umanitari volontari ed evacuazioni; ricorda inoltre i 465 milioni assegnati fra il 2015 e il 2021 attraverso il Fondo fiduciario d’emergenza per l’Africa. Sono cifre riferite a strumenti e periodi diversi: sommarle meccanicamente per descrivere la singola iniziativa di ottobre sarebbe fuorviante. Allo stesso modo, “finanziamento sottoscritto” non significa necessariamente “denaro già versato alle forze di Haftar”. La documentazione pubblica consultata non permette di stabilire i beneficiari finali dei nuovi 25 milioni.

Nel settembre 2025, rispondendo a un’interrogazione del Parlamento europeo, la Commissione sosteneva che la cooperazione con la Libia era sottoposta a monitoraggi dei partner attuatori, verifiche sul campo e controlli di soggetti terzi. Citava due missioni specifiche di valutazione dei risultati, una revisione finanziaria in corso e altre valutazioni programmate entro la fine del 2026. È una risposta importante: dimostra che Bruxelles riconosce il problema del controllo. Ma per giudicare i nuovi 25 milioni servono dati ulteriori: elenco degli attuatori, procedure di selezione, eventuali forniture di mezzi, clausole di sospensione, indicatori di risultato e rapporti di verifica accessibili. Un sistema di monitoraggio dichiarato non equivale, da solo, alla prova che ogni rischio sia stato neutralizzato.

Nel luglio 2026 trentuno organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, hanno chiesto alle istituzioni europee di interrompere la cooperazione con le autorità libiche sul controllo migratorio, denunciando gravi violazioni nei confronti di migranti e richiedenti asilo. La loro è una posizione di advocacy, che va attribuita come tale; le accuse, tuttavia, si inseriscono in un quadro di abusi documentati anche da organismi delle Nazioni Unite. Una notizia di Associated Press pubblicata questa settimana riporta inoltre la denuncia di Human Rights Watch su almeno 31 esecuzioni compiute nella Libia orientale dopo processi militari segreti: un fatto distinto dal programma migratorio, che non prova alcun uso improprio dei fondi, ma rende più stringente la domanda sulla *due diligence* dei partner. Non basta chiamare “soccorso” un’attività perché sia automaticamente conforme agli obblighi internazionali.

La cooperazione ha anche una motivazione comprensibile: contrastare le reti criminali, ridurre le morti in mare, coordinare i soccorsi e gestire flussi che incidono sui Paesi mediterranei. Rinunciare a qualsiasi interlocuzione con le autorità che esercitano il controllo effettivo potrebbe lasciare spazi maggiori ai trafficanti. Ma l’argomento della necessità non risolve quello della responsabilità. Proprio perché la situazione è complessa, il finanziamento dovrebbe essere accompagnato da condizioni verificabili, controlli indipendenti e conseguenze concrete in caso di violazioni.

Per l’Italia la questione non è astratta. Ogni decisione sulle partenze dalla Libia influenza il Mediterraneo centrale, le attività di soccorso, i rapporti diplomatici e il dibattito interno sull’immigrazione. Eppure la misura del successo non può ridursi al numero delle persone che non arrivano sulle coste europee. Occorre sapere quante vite sono state salvate, quali procedure hanno protetto chi chiedeva asilo, quante persone hanno avuto accesso a rimpatri realmente volontari e quali abusi sono stati denunciati e sanzionati. Un confine più distante non è necessariamente un confine meglio governato.

L’inchiesta deve ora seguire i documenti, non le impressioni: pubblicazione dell’accordo e degli allegati finanziari; identificazione di attuatori e subappaltatori; chiarimento dei rapporti con le strutture della Libia orientale; verifiche sui luoghi di sbarco; accesso ai rapporti di monitoraggio e ai meccanismi di reclamo. Senza questi elementi non sarebbe corretto accusare Bruxelles di aver finanziato specifici abusi. Sarebbe però altrettanto scorretto considerare sufficienti rassicurazioni generiche. La trasparenza non è un favore concesso ai critici: è una condizione di legittimità della spesa pubblica.

L’Europa ha il diritto e il dovere di governare le proprie frontiere. Non può però affidare all’altra sponda del Mediterraneo anche la responsabilità di spiegare che cosa accade alle persone fermate prima di raggiungerle. Il vero confine, in questa vicenda, non passa soltanto fra Libia e Italia. Passa fra una politica che contabilizza le partenze impedite e una politica disposta a rendere conto delle conseguenze dei propri accordi. Venticinque milioni possono acquistare mezzi e servizi. Non dovrebbero mai acquistare il silenzio sulle responsabilità.

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