❌

Modalità di lettura

Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Così si incoraggia Putin a continuare gli attacchi”

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

L'articolo Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Così si incoraggia Putin a continuare gli attacchi” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

600 soldati Usa a Panama: Washington prova a smentire il NYT, poi conferma l’operazione. Le proteste: “Incostituzionale”

Panama riceverà circa 600 soldati Usa, appartenenti alla 10th Mountain division, per esercitazioni nella foresta del Paese centramericano, in particolare nella base aeronautica “Cristobal Colón“. È previsto l’addestramento congiunto con le forze locali nell’ottica di una “presenza militare continua e duratura”, che si estende anche ad altri Paesi della regione, tra cui Colombia e Honduras, presto teatro di operazioni, secondo quanto rivelato da fonti del Dipartimento della Guerra Usa al New York Times. La presenza dei soldati sarà anche a rotazione, al fine di aggirare limiti costituzionali e vincoli di sovranità negli Stati interessanti.

Immediata la reazione dell’ambasciata statunitense a Panama, che ha provato a smentire la notizia definendola “categoricamente falsa” e “sensazionalista”. Dichiarazioni riprese dal ministero panamense della Sicurezza, che ridimensiona la presenza militare Usa a 128 unità. Il dibattito sull’ingerenza di Washington si espande comunque nel Paese centramericano, ancora in ginocchio dopo il terremoto di magnitudo 7,6 che lo scorso 9 ottobre ha colpito il Paese. “Qualsiasi accordo o intesa che apra le porte a truppe o personale militare straniero per operare nella nostra regione è incostituzionale e viola lo Spirito dei trattati Torrijos-Carter”, osserva Miguel Antonio Bernal, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Panama, in riferimento agli accordi che nel 1977 hanno posto fine alla presenza militare Usa nella cosiddetta “Zona del Canal”.

Ma i piani statunitensi vanno ben oltre Panama e prevedono l’attivazione di un centro di operazioni a Miami, dedicato all’emisfero occidentale, al quale verranno assegnati altri contingenti sotto la guida del maggiore generale Kevin Jarrard. Il tentativo del Dipartimento della Guerra è quello di “restaurare il predominio militare americano” nel cortile di casa, “dopo decenni di abbandono”, come si legge nel documento del Pentagono dedicato alla National Defense Strategy. A riguardo, gli Usa hanno anche avviato il trasferimento della flotta di droni MQ-9 Reaper – all’avanguardia nell’ambito dei sistemi letali automatizzati – dal Sahel al Corno d’Africa fino al Sudamerica. All’emisfero sono stati inoltre assegnati 52 milioni di dollari in precedenza destinati a Paesi dell’Est Europa e del Nordafrica, lasciando scoperti Stati come Montenegro, Slovacchia e Tunisia. I nuovi destinatari, in particolar modo Colombia, Ecuador, Panama e Perù, sono vincolati all’acquisto di armi e tecnologia presso fornitori approvati dal Dipartimento di Stato, quali Boeing, General Atomics e Lockheed Martin.

L’insieme delle operazioni rientra nell’ambito della Joint Task Force Western Hemisphere, lanciata dagli Usa a inizio agosto con la finalità di “localizzare, accerchiare e distruggere” i cartelli e la filiera del narcotraffico nella regione. “Non riesco a ricordare un singolo trasferimento di truppe statunitensi nella regione che si avvicini alle seicento unità, eccezion fatta per invasioni o disastri naturali”, ha commentato Adam Isacson, del Washington office on Latin America (Wola). Tali movimenti, secondo esperti come Richard Hass, presidente emerito del Council on Foreign relations, confermano la transizione “da un’era di governance globale guidata dagli Stati Uniti a un mondo plasmato dalla regionalizzazione, dove le grandi potenze cercano di isolare (i concorrenti, ndr) e dettare condizioni dentro le proprie e immediate sfere d’influenza”. Un riassetto, o equilibrio di potenze, che dall’altra parte vede Cina e Russia, con le quali l’amministrazione di Donald Trump ha più volte cercato intese e compromessi, tra cui il recente accordo con Mosca in materia di gasolio.

Di qui la scelta di Panama – Paese conteso dalla Cina, in passato incluso nella Nuova via della Seta – come primo approdo. Forte della sua posizione geografica, il Paese fa da nodo logistico e checkpoint dell’emisfero e ospita basi e centri d’addestramento militare costruiti da Washington prima del 1977. Il pacchetto prevede anche il riallineamento ideologico del continente, che risulta quasi compiuto, eccezion fatta per Brasile (dove si deciderà tutto al secondo turno delle elezioni, domenica 25 ottobre), Messico, Cuba e Nicaragua. Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ne parla senza mezzi termini, e con tono celebrativo dice a Trump: “Praticamente tutte le elezioni che si sono svolte nell’emisfero occidentale da quando lei è stato eletto presidente hanno portato alla vittoria di qualcuno favorevole agli Stati Uniti. E credo che questa sia una situazione straordinaria”.

L'articolo 600 soldati Usa a Panama: Washington prova a smentire il NYT, poi conferma l’operazione. Le proteste: “Incostituzionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump sospende le sanzioni alla Russia a due giorni dal via, Mosca esulta: “Momento storico”. Dazi bloccati per abbassare il prezzo del diesel negli Usa poche settimane prima delle elezioni di metà mandato

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

L'articolo Trump sospende le sanzioni alla Russia a due giorni dal via, Mosca esulta: “Momento storico”. Dazi bloccati per abbassare il prezzo del diesel negli Usa poche settimane prima delle elezioni di metà mandato proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Scontri di piazza in Argentina durante la marcia delle università: 31 arresti, oltre 500 persone colpite dalla repressione. Il governo: “Paghino gli organizzatori”

Ottobre caldo anche a Buenos Aires: gli scontri di giovedì davanti al Congresso hanno causato 31 arresti, 8 agenti feriti e 550 persone colpite dall’uso massiccio di camion idranti, gas lacrimogeno e proiettili di gomma da parte delle Forze dell’ordine. Aggrediti diversi giornalisti, tra cui Laura Quispe (Te1esisa) e Guido Piotrkowski, entrambi feriti da proiettili di gomma, e Carla Ricciotti (LN+) e Charly Sjödin (C5N), colpiti da soggetti incappucciati. Gli scontri si sono verificati a margine della Quinta marcha federal degli atenei pubblici argentini a cui hanno partecipato 100mila manifestanti che, sotto una pioggia torrenziale, esigevano l’applicazione della Legge sul finanziamento universitario, cioè l’adeguamento automatico dei fondi in base all’inflazione, bloccata dall’austerity del governo di Javier Milei.

Le ragioni della “marcha”

I manifestanti – convocati dal Consejo interuniversitario nacional, Federación universitaria argentina e Frente sindacal de universidades nacionales – chiedevano anche aumenti di stipendio del 32% per compensare la perdita di potere d’acquisto, la modifica dell’esiguo bilancio universitario (meno di 5 milioni di dollari per tutto il Paese) e l’abrogazione del Decreto 70/23 in materia di deregulation, che ha fatto lievitare i costi di trasporti e affitti per studenti fuorisede.

Inflazione, disoccupazione e povertà in crescita

Dietro la protesta degli universitari si cela però un malessere più ampio. Secondo Paola Zuban, analista e direttrice della società di consulenza Zuban Córdoba, il Paese manifesta anche contro “la perdita di potere d’acquisto, l’inflazione – che resta un problema molto pressante, ancora oggi –, la disoccupazione o la paura stessa di perdere il lavoro, oltre all’indebitamento delle famiglie”. Pesano anche i dati sulla povertà urbana, che a fine settembre ha raggiunto il 32,3% della popolazione residente nelle città: +4,1 punti percentuali rispetto alla seconda metà del 2025, secondo l’Instituto nacional de estadística y censos. La peggior parte la subiscono i bambini (fascia 0-14), dove il tasso di povertà è di 44,5%. Preoccupa anche l’indigenza minorile, che risulta del 10,8%.

Il dibattito sui violenti

Secondo diverse ricostruzione, gli scontri sarebbero stati provocati da una trentina di persone dal volto coperto, tuttora ignote agli organizzatori. Immediata – e altrettanto sproporzionata – la risposta delle Forze dell’ordine. “È chiaro che si è trattato di un’operazione montata da piccoli gruppi estranei al movimento studentesco – spiega a ilFattoQuotidiano.it Piero Ghezzi, rappresentante del Consiglio interuniversitario nazionale –. Volevano delegittimare una manifestazione storica, pacifica e democratica in difesa dell’Istruzione pubblica”. Condanne anche dal rettore dell’Università di Buenos Aires, Emiliano Yacobitti: “Chiediamo alla Giustizia di identificare e punire i responsabili dei disordini, che non hanno nulla a che fare con la comunità universitaria”. Tuttavia, il governo centrale nega la presenza di infiltrati. “Coloro che hanno attaccato il parlamento e la polizia sono criminali e delinquenti. La violenza non è un diritto. E la giustizia agirà con fermezza”, è la minaccia della segretaria alla Sicurezza argentina Alejandra Monteoliva.

Criminalizzare chi protesta

A sua volta, il governo della Ciudad de Buenos Aires parla di 60mila dollari americani in danni, che vorrebbe imputare agli organizzatori. L’intento, secondo fonti consultate da ilFatto.it, è quello di indebolire le sigle sindacali e dissuadere future manifestazioni. Quanto ai 31 detenuti: si ipotizzano reati come “resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato”.

Il tutto sulla base del Protocollo anti-picchetti (risoluzione 943/2023), che viete “impedimenti al transito di persone e mezzi” e attribuisce “i costi di eventuali operativi” dispiegati agli organizzatori stessi delle manifestazioni, tenuti ad affrontare spese relative al “risarcimento danni”.

Scontro tra poteri

Ma le università non fanno un passo indietro. Nel giorno successivo alla marcia si registrano occupazioni e assemblee in diversi atenei del Paese – intenti a stendere un calendario di future manifestazioni – oltre agli scioperi, già programmati, nell’Università di Buenos Aires, dove le Facoltà di Scienze economiche, Odontologia e altre si fermeranno a turni, dal 19 al 22 ottobre, in protesta contro la stretta di Milei.

Lo scontro però non si limita alla piazza, ma si consuma tra i poteri dello Stato: il giudice federale Martín Cormick aveva imposto una multa giornaliera di 100mila pesos argentini a Diego Santilli, capo gabinetto di Milei, per l’inadempimento di un provvedimento d’urgenza legato all’applicazione della Legge di finanziamento universitario in materia di adeguamento salariale. La misura è stata sospesa in seguito dal Terza sala della Camera nazionale d’appello per il Contenzioso amministrativo federale, previo ricorso introdotto dai legali del Ministero del Capitale umano.

E mentre la protesta dilagava, Milei era negli Usa, ben lontano dall’Argentina, come già accaduto di fronte all’esplodere di altri dossier, tra cui i casi Libra$ e Adorni. Questa volta era alla Camera di commercio statunitense, dove ha ricevuto il riconoscimento “Campione della libera impresa” dopo aver difeso a spada tratta le proprie ricette economiche. “Le società non si suicidano – ha detto, sicuro della sua rielezione nel 2027 –. Inoltre, con i risultati che stiamo mostrando, confido che l’anno prossimo gli argentini potremmo validare nelle urne questo modello”.

L'articolo Scontri di piazza in Argentina durante la marcia delle università: 31 arresti, oltre 500 persone colpite dalla repressione. Il governo: “Paghino gli organizzatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Francia torna in piazza contro il caro vita: oltre 500 blocchi e asse Gilet Gialli-studenti. Governo: “Ci aspettiamo disordini”

Sul sito 17octobregiletjaune.net una mappa raccoglie tutte le azioni previste oggi in Francia per la giornata di mobilitazione contro il caro vita: “Gilet gialli, Generazione Z, Indignati, agricoltori, vigili del fuoco, operai, insegnanti, operatori sanitari, militanti ecologisti, pensionati – si legge sul sito -: sabato 17 ottobre, ovunque, le nostre lotte si organizzano, le nostre rivendicazioni si esprimono e la nostra solidarietà si rafforza”. Sul sito figurano più di 500 azioni, cortei, blocchi di autostrade, rotonde, depositi di carburante, stazioni di servizio. Ma le autorità si aspettano anche a centinaia di raduni e manifestazioni spontanei. Alcuni appelli sono stati lanciati da alcune figure storiche dei Gilet gialli, come Jérôme Rodrigues e Éric Drouet, protagonisti del movimento contro l’aumento delle tasse sui carburanti del 2018 e 2019. Attorno alla mobilitazione si ritrovano anche sindacati, militanti della sinistra radicale e poi ci saranno gli studenti, che da metà settembre protestano per rivendicare condizioni di studio più degne e uguali per tutti.

L’appello è nato sui social in sordina e si è intensificato nelle ultime settimane trainato proprio dai blocchi dei licei, a cui si sono aggiunte le università. I motivi per unirsi sono diversi, l’invito è a far convergere i malcontenti diversi. Difficile prevedere quale sarà la portata reale della protesta. Gli studenti in ogni caso ci saranno. Dalla riunione di oggi con il ministro dell’Educazione, Edouard Geffray, non è emerso nulla di concreto. L’Unione sindacale dei liceali ha pure annunciato che boicotterà la prossima riunione già fissata per lunedì 19. Il governo insiste che la mobilitazione è in calo, ma anche oggi numerosi licei erano bloccati. È rimasta chiusa anche l’HEC, la prestigiosa Scuola di studi commerciali di Parigi.

Al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, che è stato tra i primi a mobilitarsi un mese fa, insegnanti e studenti hanno denunciato la “violenza” con cui alcuni poliziotti in borghese sono intervenuti per fermare uno studente. Secondo le prime ricostruzioni, gli agenti sono stati circondati da una cinquantina di persone, tra insegnanti e personale scolastico, che cercavano di impedire loro di portare via il ragazzo. I poliziotti alla fine lo hanno lasciato andare.

Dall’inizio del movimento, 36 inchieste interne sono state aperte dall’Ispettorato di polizia. I metodi utilizzati dalle forze dell’ordine contro i ragazzi sono sotto accusa da settimane. A questo proposito, è diventata virale sui social, una foto – che in realtà è un foto montaggio – una foto della Pantera rosa che fugge dai cannoni ad acqua. Contro i black bloc il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, ha autorizzato l’uso di tutte le controverse armi non letali, dette intermedie, utilizzate dalle forze dell’ordine, comprese e pistole LBD che sparano proiettili di gomma, e le pistole a impulsi elettrici taser, e anche le granate stordenti, il cui uso era stato sospeso in via precauzionale durante le proteste dei liceali, dopo che a Lens un quindicenne aveva perso una mano in seguito all’esplosione di uno di questi ordigno. Il via libera alle armi intermedie riapre il dibattito sulla gestione delle manifestazioni e sulla proporzionalità degli interventi delle forze dell’ordine.

A Parigi le organizzazioni sindacali dei giovani si uniscono alla protesta dei gilet gialli. Nella capitale si attendono due cortei, accanto ai gilet gialli ci sarà sicuramente la Cgt. “Il governo deve prendere i soldi dove ci sono”, ha detto la segretaria generale del sindacato, Sophie Binet, chiedendo che il peso delle misure economiche previste dalla nuova legge di Bilancio per il 2027 non ricadano solo sui lavoratori e sui pensionati. In strada ci sono anche i militanti di La France Insoumise, che sostengono sin dall’inizio le rivendicazioni degli studenti. Contro Jean-Luc Mélenchon si è scagliato Jordan Bardella, presidente del Rassemblement national, che ha accusato il leader LFI di strumentalizzare la manifestazione, “un’occasione per la Francia del caos – ha detto – di riunirsi dietro Mélenchon”.

Anche Nuñez punta il dito contro la sinistra radicale. Il ministro si aspetta “disordini, in particolare nei cortei parigini e nelle grandi città, che i movimento di estrema sinistra cercheranno probabilmente di far degenerare con le consuete azioni di aggressione alle forze dell’ordine e tentativi di violenze lungo i percorsi”, ha riferito alla stampa francese una fonte vicina al ministro dell’Interno. Le azioni di blocco su arterie stradali strategiche e su infrastrutture di grande rilevanza “non saranno tollerate”.

L'articolo La Francia torna in piazza contro il caro vita: oltre 500 blocchi e asse Gilet Gialli-studenti. Governo: “Ci aspettiamo disordini” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione

Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.

Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.

E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.

Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.

L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.

“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.

E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.

Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.

L'articolo Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

L'articolo Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe) proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌