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Manifestazione della Cgil “La Via Maestra”, la diretta da Roma. Tra gli interventi anche quelli dei leader del centrosinistra

“Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”. Sono le parole d’ordine della manifestazione della Via Maestra, la rete composta da 100
associazioni tra cui la Cgil. L’appuntamento vede la partecipazione, oltre che del segretario del sindacato Maurizio Landini, anche delle principali realtà progressiste e dei leader dei partiti del centrosinistra.

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Forza Italia, l’avvocato dei Berlusconi è sbarcato in Parlamento: il partito lo manda dritto in commissione Giustizia

Martedì 6 ottobre era stato oggetto di qualche ilarità tra i colleghi perché si era presentato di buon mattino al suo nuovo scranno di Montecitorio durante la discussione generale sulla legge elettorale a cui avevano partecipato solo una decina di deputati. Il tesoriere di Forza Italia Fabio Roscioli sta prendendo il nuovo e inedito ruolo di deputato molto sul serio: da quando si è insediato alla Camera dopo la vittoria alle suppletive di Reggio Calabria, il partito gli ha assegnato la commissione Giustizia. E nelle prime due settimane non si è perso una seduta, oltre ai lavori d’aula. Una scelta significativa alla luce del fatto che Roscioli è anche avvocato ed è stato legale della famiglia Berlusconi.

Roscioli è considerato l’uomo di Marina Berlusconi nei palazzi romani ed è un noto avvocato civilista. È storico legale di Fininvest in diverse cause note alle cronache: ha curato il ricorso (perso) in Cassazione di Silvio Berlusconi costretto a pagare 50 mila euro all’ex pm di Milano Guido Robledo per averlo attaccato nel 2006 sul processo Mills, ma anche il ricorso (anche questo perso) di Fininvest nei confronti del giornalista Ferruccio Pinotti e del magistrato Luca Tescaroli sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia riportate in un libro. Roscioli è stato anche il liquidatore del Popolo delle Libertà nel 2013, gruppo politico durato pochi mesi tra l’allora Forza Italia e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. E avrà un ruolo fondamentale in Forza Italia nei prossimi mesi: da tesoriere dovrà essere lui a mettere la firma, e quindi la certificazione, sulle liste elettorali del partito.

La decisione di inserirlo in commissione Giustizia è legata sia alla sua professione, ma anche al fatto che nelle ultime settimane si era liberato un posto da ricoprire in commissione: quello di Tommaso Calderone, nel frattempo passato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. La maggioranza, insomma, aveva un parlamentare in meno in una commissione chiave e quindi doveva scegliere qualcuno per sostituire Calderone che, nel frattempo, ha mantenuto il suo posto di vicepresidente della Commissione nonostante sia dell’opposizione. La commissione Giustizia è tra quelle più importanti e in cui la maggioranza è più risicata in termini numerici, dunque serviva un rinforzo.

Roscioli comunque sarà presto chiamato a discutere e votare su provvedimenti importanti sul fronte della Giustizia: alla Camera, infatti, è in discussione il disegno di legge che limita il sequestro degli smartphone da parte dei magistrati, il disegno di legge sulla geografia giudiziaria oltre al decreto Giustizia che arriverà in commissione la prossima settimana. Se dovesse essere approvata al Senato, la commissione Giustizia di Montecitorio sarà chiamata anche ad esprimersi sulla riforma della prescrizione.

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Sicurezza nei parchi, Perini attacca il Pd: “Bocciato il nostro piano”

LIVORNO – La sicurezza nei parchi cittadini torna al centro del confronto politico.

A riaprire il tema è Alessandro Perini, consigliere comunale di Fratelli d’Italia, dopo la bocciatura della mozione presentata insieme a Marcella Amadio sugli interventi per sicurezza, decoro e piena fruibilità delle aree verdi comunali.

L’atto, discusso in consiglio comunale il 12 ottobre, è stato respinto con 5 voti favorevoli, 12 contrari e nessun astenuto.

Nel suo intervento Perini sintetizza la polemica con una frase: “La polizia spaventa i bambini”. Il consigliere contesta alla maggioranza di avere respinto una proposta che, nelle intenzioni dei firmatari, avrebbe dovuto rafforzare i controlli e la presenza della polizia locale nei parchi.

Perini collega il tema anche ad alcuni episodi avvenuti nei mesi scorsi al Parterre. A maggio un bambino di 11 anni era stato aggredito e derubato della bicicletta; a giugno un altro minorenne aveva denunciato una rapina con la sottrazione di cellulare, portafoglio e scarpe.
Sono fatti che avevano già riacceso il dibattito sulla sicurezza del parco Sandro Pertini e, più in generale, sulla gestione degli spazi pubblici cittadini.

Perini sostiene che il Pd abbia “bloccato il piano sicurezza” e respinge l’idea che una maggiore presenza degli agenti possa rappresentare un problema per bambini e famiglie.

Sul piano amministrativo, il dato è che il consiglio comunale ha respinto la mozione. Le diverse posizioni emerse nel dibattito riguardano invece le modalità con cui organizzare il presidio e i controlli nelle aree verdi.

A settembre erano già state discusse sia la proposta Perini-Amadio sia un’altra iniziativa sulla sperimentazione della polizia di prossimità, segno che la questione continua a occupare un posto rilevante nell’agenda politica cittadina.

Dopo gli episodi che hanno coinvolto anche minori, il confronto si concentra ora su quale modello di presidio adottare nei parchi e su come garantire maggiore sicurezza senza snaturarne la funzione di spazi pubblici aperti e frequentati dalle famiglie.

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Matteo Salvini contro le banche: “Mazzolati? Profitti giganteschi con un tax rate al 19,2%, tagli e chiusure”

“Sorprendenti le parole del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che tirando in ballo addirittura la Costituzione lamenta che i banchieri siano economicamente ‘mazzolati’. I numeri, buon per loro, raccontano l’esatto contrario”. Matteo Salvini replica così al presidente della lobby delle banche che venerdì ha protestato contro l’ultima trovata del governo che intende inserire un manovra un prelievo di 5 miliardi a carico del sistema “finanziario”.

Salvini, quindi, fa i conti in tasca alle imprese bancarie: 25,5 miliardi di utili nel 2022, 40,6 nel 2023, 46,5 nel 2024 e 47,5 nel 2025. E quest’anno si prevedono profitti per oltre 50 miliardi di euro. Nel frattempo, tra il 2022 e il 2025, le banche hanno chiuso 2.510 sportelli e lasciato a casa 12.900 dipendenti – dice – Senza dimenticare che nel 2025 il loro tax rate effettivo è stato del 19,2%, una tassazione ben inferiore a quella di altre imprese. Profitti giganteschi che derivano soprattutto dagli interessi e dalle commissioni pagati da cittadini, famiglie e imprese. Chiedere un contributo di almeno 5 miliardi di euro a uno dei settori più ricchi e tutelati d’Italia sarà un intervento di assoluto buonsenso”.

Non la pensa così Patuelli. “Noi ci muoviamo in uno stato costituzionale di diritto e nella Costituzione non c’è scritto che alcuni debbono essere mazzolati”, aveva detto a caldo il presidente dell’Abi. Del resto la coperta è corta: dei 23,5 miliardi necessari per coprire la manovra, poco più di 10 sono indipendenti dalla clausola di salvaguardia europea per l’energia e la difesa. E così è più che probabile che molte delle misure ipotizzate siano tra loro alternative. La flat tax fino a 100mila euro a cui punta la Lega o il taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 50mila euro ambìto da Forza Italia e Fratelli d’Italia. Misure generalizzate o mirate, anche mini, in qualche caso, come sconti sui mezzi pubblici per gli studenti o il bonus sanitario per gli anziani. Le scelte, molto probabilmente, saranno chiuse la prossima settimana dalla maggioranza.

L’Associazione bancaria italiana però non ci sta a sostenere il maggior peso della manovra. “Non li pagano i banchieri con il cilindro della City”, ma investitori e risparmiatori ai quali “dobbiamo garantire che ci sia la certezza del diritto“, ha detto Patuelli facendo un riferimento alla Costituzione che non prevede che qualcuno debba essere mazzolato. C’è poi arrivo l’euro digitale, che per gli istituti rappresenterà un aumento dei costi. Dalla loro le banche hanno come sempre Forza Italia. Per Antonio Tajani, che batte sul tasto del confronto e dice che non esiste l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, serve prudenza e una scelta concordata con il settore perché quando si cominciano a mettere le tasse si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce.

“Per quanto riguarda le banche, io per principio sono contrario a tassare gli extra profitti perché non esistono gli extra profitti, né in diritto né in economia. È un conto dare un contributo, se ne può discutere, sono favorevole a un confronto anche con il sistema bancario. Non sono favorevole a un’aggressione violenta, anche verbale, nei confronti delle banche perché sono parte del nostro sistema economico”, ha detto il ministro degli Esteri parlando a margine del convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria a Capri .”Non dobbiamo spaventare i mercati e gli investitori”, ha aggiunto.

Il tema banche rimbalza anche nei commenti di Fratelli d’Italia, che rivendica che l’esecutivo Meloni è il “primo governo” a far pagare le banche, finora protette dai governi di sinistra. Non è d’accordo il deputato di Avs Nicola Fratoianni. Per lui quello del governo è “un balletto” che va avanti da anni e le misure sulle banche sono prestiti e anticipazioni ampiamente rimborsati. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dal canto suo parla di un intervento sostenibile per il quale ‘non morirà nessuno’. Per gli analisti di Intermonte, l’impatto della manovra “dovrebbe restare gestibile”: le ipotesi dalle quali si parte prevedono che circa il 30% del contributo 2027 derivi da maggiore tassazione, con un aumento di 2 punti percentuali dell’aliquota Irap o Ires e il restante 70% da misure di cassa e temporali, con un impatto medio del 2,7% sull’utile per azione 2027.

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Urso “Il Governo è pronto a sostenere Stellantis per il secondo modello a Mirafiori”

Urso “Il Governo è pronto a sostenere Stellantis per il secondo modello a Mirafiori”

ROMA (ITALPRESS) – Il governo è pronto a sostenere Stellantis nella produzione di un secondo modello a Mirafiori. Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista a Milano Finanza. “Ho parlato con l’azienda per aumentare le potenzialità produttive di Mirafiori, in diversi incontri avuti negli ultimi mesi. Trovo un riscontro positivo nelle dichiarazioni rilasciate da Arnaud Belloni, nuovo ceo di Fiat, al Salone di Parigi che ha fatto specifico riferimento a un secondo modello. Siamo pronti a supportare questa opportunità con gli strumenti a nostra disposizione”, ha detto Urso.

Secondo il ministro, “Nei primi nove mesi dell’anno la produzione negli stabilimenti italiani di Stellantis è aumentata del 28,3% rispetto all’anno precedente. Si è ridotto il ricorso alla cassa integrazione di oltre il 30% e il beneficio è stato immediato anche per la filiera automotive, con contratti per almeno 7 miliardi destinati alle imprese italiane”. Urso lo ha definito “un risultato importante se si pensa che altrove in Europa gli stabilimenti vengono chiusi e i licenziamenti vengono annunciati. Ma vi è senz’altro ancora molto da fare, soprattutto rispetto ad alcune regole europee che hanno portato alla crisi del comparto e al collasso di quelle aziende che hanno perseverato nell’ideologia del tutto elettrico”.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Visita all’IILA del Presidente della Repubblica Dominicana, Luis Abinader Corona. 

FOTO Il Consiglio dei Delegati IILA incontra il Presidente della Repubblica Dominicana, Luis Abinader Corona

Visita all’IILA del Presidente della Repubblica Dominicana,

Luis Abinader Corona.

 

Roma, 16 ottobre 2026 – Il Segretario Generale, Giorgio Silli, e il Consiglio dei Delegati dell’IILA hanno accolto presso la sede dell’Organizzazione il Presidente della Repubblica Dominicana, Luis Abinader Corona. In occasione della visita è stata inaugurata una targa celebrativa, secondo la tradizione che accompagna la presenza di un Capo di Stato alla presidenza di una riunione del Consiglio dei Delegati. Quella del Presidente Abinader è stata la prima visita a segnare questo momento, che testimonia il legame tra la Repubblica Dominicana e l’IILA. Il Segretario Generale ha inoltre consegnato al Presidente Abinader la Medaglia commemorativa del 60° anniversario dell’IILA, come segno di amicizia e riconoscimento nei confronti della Repubblica Dominicana, Paese membro e partner strategico dell’Organizzazione. L’incontro ha rappresentato un’ulteriore occasione per rinnovare la volontà condivisa di rafforzare il dialogo e sviluppare nuove opportunità di collaborazione.

 

L’incontro ha inoltre consentito di ripercorrere i risultati della missione istituzionale dell’IILA in Repubblica Dominicana, svoltasi lo scorso 25 giugno, e di rinnovare il ringraziamento alle autorità dominicane per la calorosa accoglienza riservata alla delegazione. Particolare attenzione è stata dedicata ai risultati raggiunti nel campo della giustizia e della sicurezza, tra cui l’approvazione a Santo Domingo del Modello Regionale di Giustizia Minorile Riparativa nell’ambito dei programmi SICA, la partecipazione attiva al programma EL PACCTO 2.0 (di cui la Repubblica Dominicana detiene la Segreteria della Red de Academias Penitenciarias – RAP) e le iniziative COPOLAD III per il contrasto al narcotrafico e al riciclaggio. Durante la visita è stato fatto il punto anche sui progetti di cooperazione scientifica, come il programma spaziale in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e il progetto sui nanosatelliti CubeSat per il monitoraggio del sargasso, nonché sulle iniziative per lo sviluppo sostenibile, tra cui l’agricoltura di precisione nella zona di frontiera, la formazione imprenditoriale femminile nel settore cafetalero, le strategie della transizione ecologica ed economia circolare legate al programma “Sociedades Inclusivas” e la tutela del patrimonio culturale. È stato inoltre richiamato l’esito positivo del Business Forum Italia–Repubblica Dominicana, tenutosi il 14 ottobre a Villa Madama alla presenza del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani.

 

«La Repubblica Dominicana è, per l’IILA, un partner di grande valore con cui abbiamo sviluppato nel tempo una collaborazione articolata che abbraccia la giustizia e la sicurezza, la scienza e l’innovazione, lo sviluppo economico sostenibile e la cultura. La cooperazione genera valore quando rafforza le capacità dei territori, favorisce la condivisione delle conoscenze e crea opportunità concrete per le persone. Auspico che questo incontro rappresenti un’ulteriore occasione per consolidare il dialogo e rafforzare la cooperazione tra la Repubblica Dominicana e l’IILA, nella consapevolezza che il valore della nostra Organizzazione risiede proprio nella capacità dei suoi Paesi membri di condividere esperienze, competenze e prospettive di sviluppo», ha dichiarato il Segretario Generale dell’IILA, Giorgio Silli.

 

L’IILA ha ribadito la propria disponibilità ad accompagnare iniziative concrete in settori strategici per il futuro del Paese, nella convinzione che il dialogo e la cooperazione rappresentino strumenti essenziali per promuovere uno sviluppo sostenibile e rafforzare i legami tra l’Italia e l’America Latina.

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Conte: “Meloni mi evita come competitor. Le primarie del campo progressista? Anche entro Natale va bene”

“Le primarie? Per me anche entro Natale va bene. Ma prima il programma, che si può scrivere in 2/3 settimane”. Così Giuseppe Conte ieri sera durante un incontro pubblico al teatro Umberto di Nola. Il leader 5Stelle ha poi parlato anche a ‘Myrta Confidential’ su San Marino Rtv e a proposito della presenza di Renzi nella coalizione ha detto: “Il tostapane l’ho già comprato, anzi, a casa ne ho due con tutte le garanzie non ancora scadute. C’è un equivoco: non è Renzi che mi deve dare una garanzia, perché che può dire di sé? Le ho chieste al Partito Democratico, a Schlein, al Nazareno, che ritengono assolutamente determinante che ci sia anche Renzi in questo progetto”. E sulla chat con WhatsApp con gli altri leader progressisti, Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: “È una ‘chat costituzionale’. E anche per questo ho proposto ‘Alleanza per la Costituzione’ come nome per la coalizione. ‘Campo largo’ come nome non mi ha mai sfiorato, è una cosa molto giornalistica”.

Poi una risposta alla premier Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi a proposito di legge elettorale ha sostenuto – cosa però inesatta – che il leader 5 Stelle con il nuovo sistema di voto nel 2018 non sarebbe potuto approdare a Palazzo Chigi: “Credo che mi voglia evitare come competitor, il suo è un attacco un po’ scomposto”.

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Lombardia, il vicepremier Salvini contestato a Palazzo Pirelli dai consiglieri Pd. Majorino: “Pensi ai treni”

Venerdì pomeriggio il vicepremier Matteo Salvini è stato contestato nei corridoi di Palazzo Pirelli a Milano dai consiglieri regionali Pd. Salvini era arrivato per partecipare a una conferenza stampa sulla proposta di legge regionale della Lega sullo stop alle moschee. Ma all’arrivo ha trovato ad accoglierlo una folta schiera di consiglieri dem che hanno urlato slogan e hanno esibito cartelli con su scritto “Pensa ai treni”. “Io credo che sia abbastanza incredibile che mentre decine di migliaia di passeggeri sono a terra Salvini venga a Palazzo Pirelli a parlare di tutt’altro – ha detto il consigliere Pd Piefrancesco Majorino – glielo abbiamo scritto e lo ribadiamo: il ministro Salvini deve occuparsi di treni, aerei, bus, metropolitane, non di leggi regionali che non lo riguardano”.

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Il mistero del concerto di Bocelli a Gemona, la Regione Friuli Venezia Giulia nega il verbale “per indagini sui reati”. Ecco come è stata scelta la società organizzatrice

C’è un foglio che in Friuli Venezia Giulia cambia natura a seconda di chi lo chiede ma può forse spiegare il mistero per cui metà dell’intero budget del cinquantennale del terremoto se n’è andata in una serata di musica. È il verbale del 16 gennaio 2026, con cui il Comitato per il cinquantennale del terremoto decise il concerto di Andrea Bocelli a Gemona: 3,1 milioni di euro affidati senza gara a Fvg Live, unica società invitata. Al capogruppo del Pd Diego Moretti, che lo aveva chiesto l’8 settembre, è stato consegnato un mese dopo con i nomi dei presenti oscurati e un richiamo al “segreto d’ufficio”: è lui, ora, a mostrare quei fogli anneriti.

Il documento mostrato in Regione ci era stato negato il 13 ottobre invocando la norma del decreto trasparenza che protegge “la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento”: quale autorità, quale procedimento, la Regione non lo scrive. E il 15 ottobre in aula la giunta lo ha declassato a “mero resoconto […] quale memoria storica delle sedute”, “un atto d’ufficio interno che non necessita di approvazione”. Segreto investigativo, dato personale, memoria storica: dipende dallo sportello. Per Moretti “una risposta indecente, scritta in un burocratese che sa di presa in giro”: in aula, per definirla, ha evocato Ugo Tognazzi senza pronunciare la parola, “per rispetto di tutti noi”.

Quale indagine, però, chi dovrebbe condurla non se lo spiega. Raggiunto dal Fatto, il procuratore della Repubblica di Udine Massimo Lia non conosce “la ragione per cui la Regione abbia citato questo articolo per quanto riguarda il mio ufficio”. Una cosa sola la conferma: “Da parte della Corte dei conti hanno richiesto della documentazione, questo posso dirle” — un procedimento contabile, che quella norma non copre. E alla domanda se il suo ufficio se ne stia occupando o abbia aperto un fascicolo: “Su questo non le posso rispondere”. Il verbale, intanto, il Fatto ha potuto leggerlo e insieme ad atti, visure e catasto ricostruire l’intera filiera dell’affidamento: dai fornitori segretati all’operazione della holding di famiglia, chiusa quattordici giorni prima del decreto.

Il “mero resoconto”, intanto, smentisce l’aula tre volte: l’ordine del giorno prevede l’illustrazione dei progetti “e loro approvazione”, il testo scrive che “il Comitato approva nella seduta odierna tutti i progetti”, la chiusa è “letto, approvato, sottoscritto” — da due firme sole: il presidente del Comitato, cioè Riccardo Riccardi, assessore delegato alla Protezione civile, e il direttore della Protezione civile che verbalizza. Soprattutto, il Comitato “aderisce alla proposta trasmessa da FVG Live, società detenente l’esclusiva dell’artista”. È il 16 gennaio: la lettera con cui Bocelli concede l’esclusiva porta la data del 26 febbraio e la firma del 2 marzo, la proposta formale è del 9 marzo, la procedura — un solo invitato — dura dal 12 al 13. Sei settimane prima che l’esclusiva risulti da un atto, la Regione la dà per esistente e la mette a verbale come ragione per non fare la gara.

Nella scheda dei budget allegata, mai pubblicata, l’intero cinquantennale vale 6,23 milioni: il concerto da solo ne assorbe la metà. Accanto ai 3.133.838,40 euro compare una seconda posta mai emersa: 733 mila più Iva, 894.260 euro, per il concerto di Osoppo, la “logistica” della messa del 3 maggio e i social del cinquantennale. Più in basso: 50 mila euro all’Associazione dei consiglieri regionali per un volume sul racconto del “Modello Friuli” — gli eletti che si finanziano il libro sulle proprie scelte con i fondi del terremoto — e 50 mila alla Fondazione per la Sussidiarietà per una pubblicazione sul Corriere della Sera.

Gli atti che la Regione ha dovuto consegnare al Fatto aggiungono il resto. Il ribasso dell’unico offerente, lo 0,73 per cento, era la “percentuale massima preimpostata dalla Stazione appaltante”: lo sconto lo aveva fissato chi comprava. L’esclusiva che giustifica l’assenza di gara, nel disciplinare, è una promessa del beneficiario: “L’operatore economico si impegna a garantire il possesso dell’esclusiva dell’artista Andrea Bocelli”. E dei 2.549.968 euro liquidati, le “prestazioni di carattere artistico” valgono 1.250.000: meno della metà. Il resto — palco, audio, tribune, facchini, fino ai bagni chimici — non è coperto da nessuna esclusiva, ma sta in un lotto unico motivato come “unitario e inscindibile” da un capitolato che lo divide in tre blocchi e da un contratto che paga la parte artistica separatamente. Perfino il capitolo di bilancio è nato su misura: istituito il 12 marzo, su una e-mail dell’11, con i 3.133.838,40 stornati dalla Protezione civile; il 13 l’affidamento era fatto.

Negato anche l’elenco dei fornitori, su opposizione formale di Fvg Live: in “un mercato caratterizzato da un numero ristretto di operatori” conoscerlo aiuterebbe “i concorrenti”. I concorrenti dunque esistono: non sono stati invitati. Negata pure la “documentazione prodotta a titolo di rendiconto (fatture di fornitori, contratti di subfornitura, prospetti di costo)”: il contratto definiva il corrispettivo “fisso e invariabile” senza prevedere alcun rendiconto, ma la Regione mette per iscritto di averne uno. Il Fatto ha depositato due istanze di riesame; il termine scade il 4 novembre. Chi siano i fornitori lo direbbe quell’elenco.

Le visure e i bilanci acquisiti dal nostro giornale raccontano intanto “a chi”. Fvg Live — 46 concessioni regionali per 5 milioni dal 2017 — ha chiuso il 2025 raddoppiando i ricavi a 8,6 milioni: con zero addetti, costi per servizi al 92 per cento e, per il terzo anno di fila, un utile inferiore ai contributi pubblici incassati. VignaPr, l’altra beneficiaria, ne muove 6,7 con 61 mila euro di costo del personale. Concorrenti negli atti, nei registri i promoter sono soci: Luigi Vignando (VignaPr), Andrej Petaros e Matteo Roman hanno un terzo ciascuno di Grande Amore dal 2020, e il 18 febbraio 2026 hanno costituito insieme a Fiume la Kolektiv Vigna d.o.o.

Fvg Live e VignaPr condividono poi il 55 per cento di Levante, ristorazione — vicepresidente Alessandro Corso, che di Fvg Live ha il 35 — in quella via Varese 3 di Tavagnacco dove hanno sede Fvg Live e anche Eps Italia, che noleggia palchi ai grandi tour e alla Formula 1: dal 13 febbraio 2026 la presiede Luca Tosolini, socio di maggioranza di Fvg Live. Il bilancio di Eps la dichiara “soggetta a direzione e coordinamento” della eps holding gmbh di Krailling, colosso tedesco delle infrastrutture per lo spettacolo — 820 dipendenti dopo la fusione di agosto con la svizzera Nüssli — che i registri danno di proprietà della famiglia Tombulca.

E il capo del gruppo, Okan Tombulca, è personalmente socio di Tosolini: ha il 51 per cento di Lore, l’immobiliare dello stesso indirizzo — 49 per cento e amministrazione a Tosolini — che incassa da Eps Italia 207.993 euro l’anno di canoni. Dal bilancio 2025 di Fvg Live la nota sugli acquisti dalla “parte correlata” Eps Italia, presente nei due esercizi precedenti, è sparita — lo consente la legge — proprio nell’anno del raddoppio; il dato lo dichiara Eps: 413.966 euro venduti a Fvg Live. Nessun atto collega Eps Italia a Gemona: il documento che lo direbbe, probabilmente, è l’elenco che la Regione nega.

Infine i nomi e le date del capitolo di famiglia. Di Eilo — il circuito che vendeva i biglietti di Cremonini, partecipato al 46 per cento da Opix Holding, amministrata da Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore, al 36 da Fvg Live e all’8 da Grande Amore, la società dei tre promoter — avevamo scritto a settembre. Le visure e le risultanze catastali acquisite dal Fatto aggiungono il resto. Il bilancio di Opix attesta che al 31 dicembre 2025 la holding non possedeva alcuna partecipazione: il suo 46 per cento discende da un atto del 27 febbraio 2026, quattordici giorni prima del decreto che assegna i 3,1 milioni. Non un aumento di capitale: una cessione di quote esistenti; venditore e prezzo dagli atti camerali non risultano.

Chi possiede Opix lo dice la visura: socia unica, con il 100 per cento, è Rosalba Zanin, nata a Camino al Tagliamento nel 1956; amministratore unico è Giovanni Riccardi. Che cosa leghi la socia all’amministratore, gli atti camerali non lo dicono. Un annuncio funebre pubblicato sul Messaggero Veneto nel marzo 2015 — la morte di Pietro Zanin, 83 anni, proprio a Camino al Tagliamento — elenca fra i familiari “i figli Rosalba con Riccardo e Giovanni”: i cognomi, come d’uso nei necrologi, non sono riportati.

Alla presidenza di Eilo siede dal 2021, con poteri fino a 200 mila euro per operazione, Silvia Tosolini; vicepresidente è Luca Tosolini, il socio di maggioranza di Fvg Live. E gli atti dicono una cosa precisa: al Registro imprese Giovanni Riccardi e Silvia Tosolini dichiarano lo stesso domicilio, un appartamento al settimo piano che il catasto registra in piena proprietà di lui; e allo stesso civico, il 10 marzo 2025, i due hanno aperto lo stesso giorno due imprese individuali — marketing lui, supporto amministrativo lei. Nei registri sono una coppia economica.

Riccardi, che il 4 settembre ha querelato La Verità chiedendo ai pm di cercare il “mandante politico”, ha fatto sapere tramite il legale che il figlio non ha avuto “alcun tipo di incarico” a Gemona. “Su una vicenda di questa rilevanza — dice Moretti al Fatto — non possono esserci zone d’ombra e opacità”: e conferma che sta valutando di presentare lui stesso un esposto alla Procura di Udine.

Le domande di questo articolo sono state inviate alla Regione, a Fvg Live, a VignaPr e a Opix Holding. Fvg Live ha risposto via pec senza rispondere, ringraziando per il “pur ristretto tempo” concesso: assicura “piena disponibilità” a fornire ogni chiarimento “alle Autorità che riterranno eventualmente di interpellarla, nelle sedi opportune” e per il resto rinvia agli atti “pubblicati” e “liberamente consultabili”. Come l’elenco dei fornitori, che la Regione ha negato proprio su opposizione della stessa Fvg Live.

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La crisi del diritto tra ragionevolezza e autorità. Scrive il prof. Corbino

Tra le ragioni che hanno reso esasperatamente conflittuali le nostre società, credo meriterebbe molta più considerazione la crisi nella quale, da almeno un cinquantennio, è precipitato il diritto.

Politica e diritto hanno sempre convissuto. Non vi è stato tempo nel quale le società umane non siano state rette da leggi e costumi e dunque da una continua riflessione sul loro significato normante (diritto) cui guardare per le necessità della pratica. Quasi dovunque nella storia delle civiltà, questa concreta “determinazione” della regola è stata agevolata da “interpreti” accreditati. Nelle società antiche, erano in genere sacerdoti. Poi, nel tempo, persone individuate attraverso modalità più complesse. Le nostre attuali affondano le radici nelle due (non uniformi) visioni che ne praticarono Greci e Romani.

Ad Atene (che adottava la democrazia) era la collettività cittadina che “dichiarava” quale fosse il diritto cui fare riferimento. Vi provvedeva, in astratto, deliberando (in assemblea, a maggioranza) quale fosse il “senso” vincolante dei costumi (tali anche in ragione del consenso divino che li assisteva), che divenivano così “enunciati formali” di più definita configurazione (leggi appunto). E ne faceva seguire, in concreto, una decisione delle liti – orientata da quelle leggi – rimessa a tribunali popolari di così larga numerosità (centinaia, non raramente migliaia, di giudici sorteggiati) da potersi considerare sicuramente rappresentativi del pensiero della città. Il diritto nasceva, insomma, dal combinarsi delle tradizioni (come codificate) e dall’effettività sancita dal giudizio dell’autorità delegata (tribunale), cui spettava di sciogliere, con la decisione, le antinomie e le ambiguità.

A Roma (che adottava logiche politiche meno lineari), le cose presero una strada diversa. Dopo un’iniziale legittimazione di specialisti (ritenuti tali in ragione dello studio che dedicavano al problema) “anche” sacerdoti, la materia si considerò di competenza di specialisti spontaneamente accreditati nella pratica quotidiana. Gli interessati chiedevano loro “consiglio”, che essi elargivano e che gli altri specialisti approvavano/disapprovavano. Si formavano così nel tempo “opinioni” di largo seguito, alle quali si uniformavano gli attori della vita sociale (privati, magistrati e senato, giudici). Il diritto si fece “scienza”, espressione di un sapere coltivato liberamente (attraverso cioè il meccanismo dell’adesione/rifiuto), che generava “precetti” (ammaestramenti) di (tendenziale) generale condivisione. Condizionavano l’agire di tutti. Ne derivò un “ordinamento” della comunità (regole di organizzazione e di relazione) in permanente discussione. Quando la legge e il costume perdevano presa sociale, gli specialisti – forti del loro credito sociale di uomini di “scienza” (dal sapere perciò “convergente” e non “individuale”) – ne suggerivano (ordinariamente ascoltati) le opportune revisioni. Il “diritto” non si formava (come ad Atene) in ragione di “autorità” (una posizione eminente “attribuita”), ma di “autorevolezza” (una posizione eminente spontaneamente “riconosciuta”). Fatto che non impediva tuttavia che l’autorità conservasse un suo importante ruolo “politico”. Era pur necessario sciogliere infatti le ambiguità del costume e i dissensi degli specialisti. Da qui, la “legge” (un enunciato di “parole certe”) e il “decisore” (designato): un magistrato pubblicamente eletto (per gli affari politici) e un giudice “scelto” in accordo dai diretti interessati (per spegnere i conflitti insorti).

Semplificando nel massimo, il “diritto” era, dunque, concepito a Roma come il frutto di una “razionalità” impersonale e politica. Impersonale, perché ricavata da una riflessione dialetticamente condotta. Politica, perché operante come sintesi colta (conseguita cioè da specialisti) e momentanea (provvisoria e rivedibile) del pensiero sociale. Si “imponeva” solo nel “caso” (l’affare in questione). Per un’evidente ragion pratica. Non si poteva non chiudere un conflitto aperto o non assumere una decisione richiesta dalle circostanze. Ma l’autorità (del magistrato o del giudice) vincolava solo nel caso a mani. Con conseguenze anche di efficienza. Di un giudice scelto (fiduciariamente investito) non si poteva contestare la decisione (non esisteva perciò appello). La discrezionalità del magistrato assicurava tempestività, ma era temperata dai limiti della collegialità. Subiva il “veto” del collega nella carica, del magistrato gerarchicamente superiore, di un tribuno della plebe. Fattualmente operante era però (in quella cultura di governo) non il “veto”, ma il “non veto”.

La descritta visione cedette nel tempo.

La difficoltà di coltivare un sistema di equilibri complessi come quelli accennati (in un tempo nel quale la città divenne la capitale di un impero universale di molto meno compatta cultura) aprì la strada alla crisi della repubblica e all’avvento (dopo un travagliato secolo di lotte intestine) del principato. Dilagò lo strumento (semplificante) dell’autorità. Si moltiplicarono le “leggi” e i sapienti (giuristi) non furono più legittimati da spontaneo consenso ma dal principe, che ora ne autorizzava direttamente l’attività (ovviamente, dei fedeli ideologicamente). Si spense la discrezionalità dei magistrati (tenuti ad osservare le direttive del principe). I giudici divennero pubblici funzionari (e i loro giudizi perciò appellabili). Il diritto non fu più espressione di una razionalità “impersonale” (e mediante), ma di una “personale” (e indirizzante). Conformativa. Non ne siamo più usciti.

Da quel momento, si è imposta come “naturale” l’idea di una giuridicità espressione di un soggettivo punto di vista (quello del “governante” insediato). Al punto che – caduto l’assolutismo – è stata fatta propria dai regimi (“liberali” e poi “democratici”) subentrati. Ne hanno solo spostato il focus. Non più il “monarca”, ma la “maggioranza”. È stata rimossa dal nostro orizzonte l’idea (di Roma repubblicana) di una “politica” che dovesse agevolare convergenze piuttosto che prevalenze.

Siamo così a oggi.

È divenuta comune l’idea che il “diritto” sia uno strumento rivolto ad “affermare” visioni e valori. A “plasmare” ideologicamente le società. Nelle “autoritarie”, spudoratamente. Surrettiziamente, purtroppo, anche nelle “libere”. Adottiamo costituzioni “rigide”, tarate non su una storia in movimento, ma su una cristallizzata (quella del tempo della loro scrittura). Non comprendendo che – divenendo quel tempo progressivamente più distante – tende a riflettere equilibri spesso non più sostenibili, che non sopiscono ma acuiscono le tensioni.

L’autorità è una componente ineliminabile della “giuridicità”. Non ne può essere però la dominante. Il diritto ha una funzione pratica. Serve a governare le “decisioni”. A scegliere tra possibilità. Altro, perciò, che la sua determinazione “autoritativa” (legge, sentenza) operi come criterio ultimo dirimente (il “punto di vista” di una provvisoria maggioranza o di un giudice), altro invece come criterio primo. Se si cancellano dall’orizzonte i costumi (che tuttavia vivono e orientano nei fatti) e si vede nella “legge” il solo criterio di riferimento, se il giudice diviene un “funzionario” preposto che esprime la “sua” razionalità (di individuo o di corporazione non cambia molto) e non quella ricavata da un’elaborazione studiata “aperta” (un approdo “mediante” di convergenti consensi), accadrà quel che osserviamo quotidianamente. Con il seguito di montanti tensioni che ne vengono.

Solo a titolo di esempio. La Corte costituzionale francese ha giudicato di recente “irragionevolmente” compressivo della libertà di espressione, limitare l’uso dei cellulari ai minori di 15 anni. Quella spagnola ha dichiarato addirittura che il mare non è una barriera e che chi, perciò, approda su una costa esposta non viola alcun confine. Due idee di “ragionevole” che non so quanti sottoscriverebbero.

Siamo sicuri che le nostre (intendo quelle “libere” nelle quali viviamo) siano ancora società presidiate da regole che abbiano la finalità di assicurare a chi vi appartiene limiti che siano espressione di una “razionalità” comune o non piuttosto aggregati che subiscono vincoli giustificati da una “razionalità” (rispettabile, ma) soggettiva? La “razionalità” che orienta il “decisore” pubblico di una vicenda a lui rimessa nasce ancora dai consociati o non piuttosto da una ristretta e “chiusa” cerchia di legittimati “autoritativamente”? È una razionalità che può dirsi ancora fonte di “diritto” (regola mediante e storicamente fluida) o non piuttosto di “legge” (regola imposta), per di più né di parole certe e nemmeno voluta da una maggioranza (come almeno la decisione parlamentare resta ancora)?

È davvero un progresso civile avere esasperato il ruolo della “legge” (la decisione “autoritativa”) e cancellato il “diritto-scienza” (la proposta “autorevole”) dai nostri orizzonti?

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Israele non attaccherà l’Iran prima delle elezioni

All’interno dell’establishment politico e della sicurezza israeliano è diffusa la convinzione che il Paese non attaccherà l’Iran prima delle elezioni parlamentari del 27 ottobre. Lo riporta la testata israeliana Ynet.

 

La notizia giunge dopo che il premier dello Stato Ebraico israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato mercoledì alla radio dell’esercito che sarebbe «sconveniente» lanciare attacchi preventivi contro l’Iran in questo momento, affermando tuttavia  che «gruppi filo-iraniani» stavano pianificando di lanciare razzi contro Israele.

 

«Anche se l’Iran ci lanciasse missili, darebbero la colpa a me», ha detto, aggiungendo che Israele reagirebbe a qualsiasi attacco.

 

Netanyahu ha cercato di smentire le speculazioni sorte in seguito a un servizio del Canale 12, secondo il quale avrebbe esortato Washington a colpire l’Iran prima delle elezioni israeliane e delle elezioni di medio termine statunitensi previste per il 3 novembre.

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All’inizio di questa settimana, la testata americana Axios ha citato un funzionario statunitense secondo il quale Netanyahu «sembra voler tornare a combattere» contro l’Iran. L’ufficio di Netanyahu ha smentito tali affermazioni.

 

Nelle ultime settimane, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente lasciato intendere che potrebbe riprendere la campagna di bombardamenti se l’Iran non accettasse le sue condizioni. I media americani hanno riportato che il Pentagono avrebbe preparato piani per utilizzare un ordigno convenzionale di enorme potenza, soprannominato «la madre di tutte le bombe». La Casa Bianca, tuttavia, ha negato che Trump e Netanyahu abbiano discusso della ripresa della guerra.

 

Gli sforzi diplomatici per porre fine al conflitto si sono arenati, con Washington e Teheran che si accusano a vicenda di avanzare richieste inaccettabili. I funzionari iraniani hanno avvertito che il Paese è pronto a una nuova guerra qualora le forze americane o israeliane dovessero lanciare un altro attacco.

 

Le elezioni della Knesset (il Parlamento dello Stato Giudaico) determineranno se Netanyahu riuscirà a rimanere al potere dopo oltre tre anni di governo con una coalizione di partiti di destra e religiosi. È stato accusato di fallimenti nell’Intelligence in vista degli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno innescato l’offensiva militare israeliana a Gaza, e criticato per la sua gestione degli sforzi per ottenere il rilascio degli ostaggi israeliani. Anche il suo processo per corruzione, ancora in corso, rappresenta un peso politico.

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Né la coalizione di Netanyahu né l’opposizione hanno la certezza di ottenere i 61 seggi necessari per la maggioranza nella Knesset, composta da 120 membri.

 

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti determineranno il controllo del Congresso per i restanti due anni della presidenza Trump, in un contesto di crisi energetica aggravata dai conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. I repubblicani difendono una risicata maggioranza in entrambe le camere del parlamento, mentre i democratici sperano di riconquistare il controllo e di limitare l’agenda di Trump.

 

Un sondaggio del Pew Research Center pubblicato l’8 ottobre ha rilevato che il 65% degli americani disapprovava la sua gestione della guerra con l’Iran, mentre il suo indice di gradimento complessivo era sceso al 30%, il livello più basso del suo secondo mandato.

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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Il ministero dell’Istruzione albanese dato alle fiamme. Violenti disordini nel Paese

L’edificio del ministero dell’Istruzione è stato dato alle fiamme a Tirana. La capitale albanese è sotto shock per il terzo giorno consecutivo di proteste di massa guidate dagli studenti.

 

Le proteste iniziate nel Paese questa settimana sarebbero state innescate dai disordini in corso in Francia e inizialmente erano dirette contro l’aumento dei costi dell’istruzione, le pessime condizioni delle strutture scolastiche e la corruzione diffusa.

 

Le proteste sono presto degenerate in violenza e in dinamiche politiche, e ora i manifestanti chiedono le dimissioni del primo ministro socialista albanese Edi Rama, nonché del leader dell’opposizione democratica, Sali Berisha. Entrambi hanno dominato la scena politica albanese per circa quarant’anni e sono stati ripetutamente accusati di corruzione.

 

I disordini si aggiungono a mesi di proteste antigovernative in Albania, incentrate principalmente su un importante progetto di sviluppo turistico di lusso legato al genero del presidente statunitense Donald Trump, Jared Kushner. Il movimento, noto come «Rivoluzione dei Fenicotteri», è stato condannato dal primo ministro come parte di una «guerra ibrida» condotta dai «nemici di Israele e dell’Albania».

 

Mercoledì, una grande folla di manifestanti ha fatto irruzione nella sede del ministero dell’Istruzione, appiccando il fuoco all’edificio. Le immagini riprese sul posto mostrano la recinzione del complesso danneggiata, con un folto gruppo di manifestanti che osserva il fumo nero che fuoriesce dalle finestre. I manifestanti sono stati visti distruggere telecamere di sorveglianza in tutta Tirana. Hanno giustificato le loro azioni affermando che le società che gestiscono le telecamere utilizzano «software spia israeliano».

Tirana, Albania. Student and anti-government protests. Flames outside the PM’s office. https://t.co/G5Jrsl0gZ6 pic.twitter.com/bHT0etCjW7

— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 16, 2026

Violent protests continue in Tirana, while the Ministry of Education building has caught fire.Citizens are demanding the resignation of PM Rama & the removal of opposition leader Berisha-two strongmen who have dominated Albania for nearly 40 years with abuse & massive corruption https://t.co/OXEJbCVwF0 pic.twitter.com/wfE4N6SM8d

— Tirana Report (@Tirana_Report) October 14, 2026

📌 Student protesters in Albania have destroyed surveillance cameras, accusing companies of allegedly using Israeli spyware

The protesters are demanding better conditions for young people and opposing what they describe as the growing influence of the “Kushner clan” in the… pic.twitter.com/IcdNY5EJ1K

— Context 360 (@NewsContext360) October 15, 2026

 

Not only Paris. Tirana is on fire, too. Europe in total chaos. https://t.co/ckD4lWae2n pic.twitter.com/zGjhUjQ8eG

— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 16, 2026


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Numerosi video che circolano online mostrano la polizia antisommossa scontrarsi con i manifestanti per le strade, usando manganelli, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua nel tentativo di sedare i disordini. È stato segnalato l’ingresso di una lunga colonna di camion militari nella capitale, il che potrebbe indicare che il governo ha optato per il dispiegamento di soldati nelle strade.

🚨🇦🇱 BREAKING: COLUMNS OF MILITARY TRUCKS ENTER TIRANA, ALBANIA’S CAPITAL

Columns of military trucks have reportedly entered Tirana as tensions continue amid ongoing student protests and wider anti-government demonstrations. pic.twitter.com/JMIgO9GXnQ

— Anonymous TV 🇺🇦 (@YourAnonTV) October 15, 2026

 

Albania has fallen. pic.twitter.com/dVttnySEzv

— ColdJack (@TheColdJack) October 16, 2026

Total chaos in Europe. Tirana, Albania. Students set the city on fire. Ministries and banks burning as thousands demand PM Rama resign. pic.twitter.com/zs0MLTi5J8

— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 16, 2026


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Le violenze fanno seguito alle diffuse rivolte che hanno imperversato nella capitale mercoledì, quando gruppi di manifestanti hanno attaccato edifici governativi, banche e attività commerciali. Almeno 89 persone, tra cui 61 agenti di polizia, sono rimaste ferite nel corso della giornata, secondo il ministero della Salute albanese.

 

Rama ha già rifiutato di dimettersi, insistendo sul fatto che il suo governo terminerà esclusivamente attraverso una procedura democratica e sottolineando che le elezioni nazionali si sono tenute solo l’anno scorso. Pur mostrandosi disponibile a discutere di questioni relative all’istruzione, il primo ministro ha condannato le violenze e ha promesso di non permettere che i disordini distolgano l’Albania dal suo percorso verso un «futuro europeo».

 

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Immagine screenshot da Twitter

 

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Nuovo Codice della Strada, Carnieri (PD): una riforma che toglie sicurezza a tutti.

Il PD Livorno va a congresso. Già indicati i due segretari

Livorno 17 ottobre 2026   Il testo di riforma del Codice della Strada approvato dal Consiglio dei Ministri il 13 ottobre, a un giorno dalla scadenza della delega, non è una semplificazione tecnica. È una scelta politica che abbassa l’asticella della prevenzione e ne scarica il costo sulle persone più fragili. Il Governo la presenta …

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Lula-Bolsonaro, sfida per la presidenza tra riforme sociali e manipolazione digitale

Quando mancano pochi giorni alle elezioni più importanti del continente latinoamericano, destinate a definire l’inquilino del Palazzo del Planalto per i prossimi 4 anni, le rilevazioni demoscopiche (Quaest, PowerData, Nexus) indicano una situazione di estrema incertezza e pareggio tecnico, con il senatore Flávio Bolsonaro in leggero vantaggio sul presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (PT). Lo scenario elettorale del Paese più grande e popoloso dell’America Latina, segnato di recente anche dalla battaglia legislativa sulla settimana lavorativa, appare dunque fortemente polarizzato e incerto, mentre si moltiplicano le prove di ingerenze elettorali — già emerse nel corso del primo turno —attraverso disinformazione e manipolazione delle piattaforme social, con un ruolo decisivo giocato da consulenti legati al mondo MAGA e a Israele.

Il paradosso di Lula

Nel corso del primo turno elettorale, celebrato lo scorso 4 ottobre e che ha registrato uno dei più alti tassi di astensione della storia recente, Bolsonaro si è piazzato in testa – contrariamente a tutti i pronostici – con il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% ottenuto da Lula. Quest’ultimo, all’indomani del risultato elettorale, ha definito il risultato «inatteso», dopo che i sondaggi di intenzione di voto avevano indicato in modo costante nel suo caso un vantaggio di circa 6 punti percentuali. Nonostante indicatori macroeconomici positivi — disoccupazione ai minimi storici dal 2012, inflazione contenuta, crescita media del PIL del 2,8% e aumento dei salari reali —, una parte dell’elettorato percepisce una discrepanza tra i risultati ottenuti nel corso di un mandato considerato come eccessivamente cauto e frenato da un Parlamento conservatore e i successi delle prime investiture di Lula (2003-2010).

Come ha, infatti, sottolineato il giornalista di Opera Mundi Breno Altman durante una puntata de La Base América Latina, «nei governi Lula 1 e 2 i progressi sociali furono molto più rapidi e molto più ampi; si generò nel paese uno scenario di ottimismo, quasi di euforia». Nel mandato che sta per terminare, Lula aveva la minoranza in Parlamento e questo fattore ha generato difficoltà concrete nella gestione del rapporto di forze, oltre ad aver imposto una strategia di forte gradualismo e moderazione politica.

Orario di lavoro, la bandiera di Lula passa al Senato

Tra i temi divenuti centrali a ridosso del ballottaggio presidenziale che si celebrerà il prossimo 25 ottobre, c’è la riforma dell’orario di lavoro. Lo scorso 14 ottobre, infatti, il Senato ha approvato la Proposta di emendamento costituzionale (PEC) che pone fine alla formula 6×1 — sei giorni di lavoro, uno di riposo — e che garantisce a lavoratori e lavoratrici due giorni di riposo a settimana senza riduzione dello stipendio. L’orario di lavoro massimo sancito dalla Costituzione scende così da 44 a 40 ore settimanali. La PEC è stata approvata con 75 voti a favore — compreso quello di Bolsonaro, il quale ha cambiato strumentalmente posizione sul provvedimento che godeva di un forte favore popolare — e un solo voto contrario in entrambi i turni di votazione, quello del senatore ed ex vicepresidente di Jair Bolsonaro, Hamilton Mourão.

Nonostante il voto favorevole di facciata, il coordinatore della campagna di Bolsonaro, Rogério Marinho, e i capigruppo del suo partito hanno annunciato che in un eventuale governo guidato dal candidato di destra punteranno a una controriforma basata sul modello dell’«ora lavorata, ora pagata», provvedimento che non prevederebbe salario minimo, orario minimo garantito né tutele come ferie retribuite e tredicesima.

A soli 11 giorni dal secondo turno, l’esito ha rappresentato una netta vittoria per la campagna di Lula, che aveva trasformato il superamento della settimana 6×1 in una delle sue bandiere elettorali. Ma a pesare sul ballottaggio ci sono altri fattori come le rivelazioni fatte da Nadia Beller, l’avvocata boliviana, ex compagna di Fernando Cerimedo, il “guru digitale” artefice dell’ascesa di molti leader di estrema destra in America Latina.

L’ombra di Cerimedo sul ballottaggio 

«Nei primi giorni di agosto, Fernando mi ha mandato una foto con uno dei Bolsonaros negli Stati Uniti. Non posso darvi la data esatta ora perché il mio cellulare è al Ministero Pubblico, ma dal 1 al 5 agosto, il periodo in cui era negli Stati Uniti, mi ha mandato una foto. Mi ha detto che si stavano occupando della questione della campagna elettorale, che stava cercando finanziamenti e che avrebbe partecipato a queste elezioni». Sono le parole di Beller, sopravvissuta a un tentato femminicidio di cui Cerimedo è il presunto mandante. Quest’ultimo si trova attualmente in carcere in Bolivia, dove è accusato anche di arricchimento illecito e narcotraffico.

La donna ha dichiarato che il consulente politico gestivala più grande bot farm della regione sudamericana, situata a Buenos Aires, ma le sue ultime rivelazioni sembrano aggiungere importanti tasselli al puzzle di dimensioni continentali che vede al centro colui che viene definito “l’uomo MAGA in America Latina”. Secondo la sua ex compagna, infatti, Cerimedo avrebbe avuto un accesso privilegiato agli strumenti di Meta, la società madre di Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads, piattaforme usate da centinaia di milioni di persone in America Latina e nel mondo. 

Guasti tecnici o favoritismi?

Beller, oltre ad aver confermato l’impiego da parte di Cerimedo di strutture automatizzate già nelle elezioni brasiliane del 2022, ha reso noto che l’uomo ha anche stretto accordi con la dirigenza di Meta, con cui ha contatti diretti, per ridurre artificialmente la visibilità online di Lula. Il suo team ha continuato a lavorare su questo fronte anche dopo l’arresto dello stratega politico. Secondo quanto riportato da Revista Forum, in un documento presentato lo scorso 12 ottobre alla Corte Elettorale Superiore del Brasile, Meta ha riconosciuto l’esistenza di guasti tecnici che hanno interessato gli annunci e le pubblicazioni della campagna di Lula — lo scorso settembre la sua pagina ufficiale con 7 milioni di follower era stata sospesa, con conseguente blocco dell’account pubblicitario —, ma ha respinto l’accusa principale del team del PT — che aveva presentato un reclamo al tribunale e all’Autorità Nazionale per la Protezione dei Dati —, secondo cui il colosso tecnologico avrebbe favorito la candidatura di Bolsonaro. L’azienda ha dichiarato che «i sistemi di distribuzione dei contenuti di Meta non operano secondo criteri ideologici» e che «Meta non utilizza i suoi sistemi per danneggiare o favorire i candidati».

Eppure, la Segreteria Nazionale della Comunicazione del PT ha condotto un sondaggio che evidenzia un dato significativo: la pagina di Bolsonaro ha registrato, in media, un coinvolgimento 2,96 volte superiore a quella di Lula, pur avendo il 17,2% di follower in meno. Il New York Times rivela che CTRL + Z — organizzazione no-profit brasiliana indipendente — ha pubblicato un rapporto in cui afferma di aver identificato1.088 casi di censura elettorale, blocco di account e restrizioni di accesso sulle piattaforme di Meta. Il gruppo sostiene che tali misure abbiano colpito in modo sproporzionato i contenuti a sostegno di Lula rispetto a quelli a sostegno di Bolsonaro.

Il quotidiano Folha de S.Paulo, sulla base di alcuni messaggi interni a Meta a cui la testata ha avuto accesso, riporta che la piattaforma ha favorito il profilo Instagram di Bolsonaro e il suo canale WhatsApp.
Il 16 ottobre un giudice ha stabilito che Meta deve intervenire per garantire la parità di trattamento tra i candidati alla presidenza. La società non ha rilasciato commenti immediati.

Il fronte israeliano nella corsa elettorale brasiliana

L’apparato di ingerenze elettorali non si limita alla sola costellazione trumpista. Nevo Cohen — stratega politico israeliano che ha lavorato per Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano e figura di spicco dell’estrema destra del Paese, — ha ripetutamente affermato di essere coinvolto nella campagna elettorale in Brasile, ma non ha rivelato chi lo ha ingaggiato. A renderlo noto è il progetto di giornalismo indipendente Panamerican Dispatch sul quale si legge anche che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Cohen, il suo team aveva preparato una campagna direttamente legata ai Mondiali di calcio e l’eliminazione precoce del Brasile ha imposto modifiche rapide ai contenuti multimediali in fase di diffusione.

Sebbene il consulente israeliano non abbia dichiarato esplicitamente il nome del candidato per cui lavora, il clan Bolsonaro vanta legami consolidati con il governo di Benjamin Netanyahu, il quale ha peraltro espresso sostegno pubblico a Flávio. Al contrario, il presidente Lula è stato il primo leader brasiliano a recarsi in Palestina e ha ripetutamente accusato Tel Aviv di violazioni dei diritti umani a Gaza.

Fonti

https://g1.globo.com/politica/noticia/2026/10/14/senado-aprova-pec-do-fim-da-escala-6×1.ghtml

https://revistaforum.com.br/politica/cerimedo-flavio-bolsonaro-meta-lula

https://www.nytimes.com/2026/10/14/world/americas/brazil-president-lula-meta-bolsonaro.html

https://www.panamericandispatch.org/p/far-right-israeli-strategist-confirms

https://www1.folha.uol.com.br/poder/2026/10/em-mensagens-internas-meta-admite-que-contas-de-lula-foram-prejudicadas-por-restricoes-engenheiros-falam-em-falhas-tecnicas.shtml

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I guappi di Schlein danno la caccia ai riformisti del Pd, e fanno il gioco di Conte

AP/LaPresse

A Elly Schlein non conviene proprio perdere pezzi del suo partito. Altrimenti, contro Giuseppe Conte, nel duello rusticano che si profila, rischia di soccombere. Già, perché è possibile, per non dire probabile, che queste benedette primarie saranno una sfida a due: lei contro lui.

Sembra la dinamica politica generale: con il turno unico, un terzo polo sembra un’avventura. Invece è partita la caccia. La caccia ai riformisti del Partito democratico. Si invocano purghe. Soprattutto da gente che non è del Pd: Marco Travaglio e le sue giornaliste, tipi come Andrea Scanzi, intellettuali come Marco Revelli – questi scrivono tutti sul Fatto – ma anche ex dirigenti o ex parlamentari che tifano Schlein. È un’arietta tardostaliniana che filtra sotto le porte del Nazareno e avvelena il clima interno. La causa è sempre la stessa. I riformisti reclamano chiarezza sul completo sostegno all’Ucraina, che sarebbe poi la posizione ufficiale così com’è scritta nella mozione parlamentare di mercoledì scorso. Quindi chi è “fuori linea” sono gli agitati turboschleiniani che di fatto sposano più la posizione di Conte – basta armi, cioè arrendetevi – che quella ufficialmente sostenuta dalla segretaria, sia pure con tutte le cautele e sottovoce per non disturbare il Conte russo, il Vronskij dei Cinquestelle.

I reprobi fedeli a Kyjiv – «zavorra» l’ha definita Scanzi come se fosse il responsabile organizzazione del Pd – sono bersagli sui social, sui giornali, nei conciliaboli, probabilmente anche in certe riunioni delle correnti che sostengono Schlein.

L’applauso a Giorgia Meloni dei senatori riformisti al passaggio sull’Ucraina ha fatto saltare i nervi a qualcuno. Peccato che il sostegno anche armato all’Ucraina sia la linea del socialismo europeo, dal premier britannico Andy Burnham a quello spagnolo Pedro Sanchez, dal candidato socialista francese Raphaël Glucksmann alla premier danese Mette Frederiksen.

Quella che perciò sta venendo fuori nel Pd non è dunque la quinta colonna di Matteo Renzi, ma semmai una posizione simile a quella di Conte, cioè l’avversario di Schlein.

Dunque, questi che danno la caccia ai riformisti tifando Elly stanno lavorando per il Re di Prussia – o di Russia – cioè Conte. Così, il tema del sostegno all’Ucraina sta diventando la principale linea di faglia tra i duellanti. Un discrimine talmente profondo che, per come si stanno mettendo le cose, sembra destinato a trascinarsi nei gazebo delle primarie. Elly Schlein rischia di farsi male. Vedremo cosa dirà la segretaria domani mattina all’assemblea nazionale del Pd chiamata a prolungarne il mandato.

La prima cosa che dovrebbe fare è unire il suo partito su una linea chiara che non può essere diversa da quella del socialismo europeo. E calmare i bollori degli stalinisti filocontiani che stanno avvelenando i pozzi.

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Firenze, tranvia: parte raccolta firme per referendum contro taglio alberi Campo Marte

Firenze, tranvia: parte raccolta firme per referendum contro taglio alberi Campo Marte

Lo ha dichiarato il consigliere della lista Schmidt a Palazzo Vecchio, Massimo Sabatini. Per poter andare avanti nell’iter sono necessarie 5.000 firme.

“Più di 2.000 persone hanno sfilato per dire no all’abbattimento degli alberi in viale dei Mille. Da domani partiremo con la raccolta firme” per chiedere una consultazione popolare per evitare il taglio delle alberature sulla futura linea della tramvia per Rovezzano“. Lo ha dichiarato il consigliere della lista Schmidt a Palazzo Vecchio, Massimo Sabatini. Per poter andare avanti nell’iter sono necessarie 5.000 firme.

Sabatini ha sottolineato che “se prima” i gruppi di cittadini “erano considerati nessuno, poi si sono rivelati in più di 2.000 sui viali alberati, con le firme faranno vedere di essere molti di più. C’è qualcuno in grado di capire questo alla guida di Firenze?”.

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Almeno 2 mila a manifestazione studentesca a Firenze, cori contro Meloni

Almeno 2 mila a manifestazione studentesca a Firenze, cori contro Meloni

Striscioni con scritto ‘Qui nessuno è straniero’ e ‘L’Ecole est a nous’ fanno da cornice alla manifestazione studentesca che partirà tra pochi minuti da piazza San Marco, a Firenze per protestare in particolare contro i tagli alla scuola ma anche contro il Dl Valditara sul tetto agli studenti stranieri in classe. Diverse le bandiere della Palestina. Oltre 2.000 le persone presenti di almeno 15 scuole superiori.

“Mentre le scuole cadono a pezzi, i professori vivono in situazioni di precarietà sempre più grave e il sistema scolastico rende impossibile allo studente vivere la scuola in modo sano e libero, le istituzioni si voltano dall’altra parte e invece di risolvere le problematiche che rendono la scuola un ambiente performativo, soffocante e oppressivo scelgono di colpevolizzare gli studenti stranieri, alimentando una politica di discriminazioni ed emarginazione”, viene spiegato dagli organizzatori. Tra i cori anche “Siamo tutti antifascisti”. Cori contro la premier Giorgia Meloni. “Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente”, si legge anche in uno striscione.

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