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Cgil, Landini dal palco di Roma: “Siamo più di 100mila, è ora di riprenderci la parola”. E annuncia lo sciopero generale

“Ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico di cambiamento che rimette al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale. E posso dire non ci fermerà nessuno, andiamo avanti con forza e con solidarietà”. Dal palco della manifestazione La Via Maestra a piazza del Popolo, il segretario della Cgil Maurizio Landini annuncia la proclamazione dello sciopero generale il 20 novembre (qui il video integrale). “Lo sciopero è un diritto sancito dalla Costituzione” e “lo strumento più solidale che esiste perché quando tu fai sciopero non lo fai solo per difendere i tuoi diritti, ma lo fai anche per estendere quei diritti alle altre persone”, ha aggiunto.

“Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlano al Paese“. ha aggiunto il segretario della Cgil sottolineando che “è ora di riprenderci la parola, difendiamo la democrazia praticandola”, aggiunge. In piazza c’erano anche tutti i leader del campo progressista: da Giuseppe Conte a Elly Schlein passando per Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Landini rilancia anche la proposta della patrimoniale. “Se a chi ha un patrimonio netto di 2 milioni – rileva – si chiede di versare un contributo di solidarietà dell’1% si recuperano 25 miliardi”; risorse che “da investire in sanità, scuola, casa“. Duro affondo contro il governo Meloni: “Quando a una delle sorelle Meloni è scappato detto che con questa legge elettorale inizia la terza Repubblica, vorrei che fosse chiaro a tutti non si è sbagliata. Hanno in testa una cosa molto precisa: cancellare la nostra Costituzione”, ha detto il segretario generale del sindacato. “Quando parlano di terza Repubblica hanno in mente una cosa molto precisa, una Repubblica non democratica ma autoritaria – dice Landini – non fondata sul lavoro ma sul mercato e sullo sfruttamento del lavoro. Sia chiaro: noi alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza non rinunceremo mai”.

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Roma, in piazza la marcia della Cgil: Landini annuncia lo sciopero generale per il 20 novembre

La Via Maestra riempie Roma, Landini attacca sul riarmo: “No alle armi, la sicurezza è il lavoro”

Migliaia di persone sono scese in strada a Roma dietro allo striscione “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”. La mobilitazione nazionale, organizzata dalla Cgil insieme a più di cento sigle del mondo laico e cattolico raccolte nel cartello “La Via Maestra”, ha attraversato il centro della capitale: la testa della sfilata è partita da piazza della Repubblica per raggiungere piazza del Popolo.

Proprio dal palco finale il leader del sindacato di corso d’Italia, Maurizio Landini, ha lanciato la proclamazione di uno sciopero generale fissato per il 20 novembre. All’appello hanno risposto anche i vertici del Campo largo, con le presenze di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Le rivendicazioni: salari, fisco e sanità

Al centro della piazza un lungo elenco di istanze sociali e politiche. In prima fila la lotta all’occupazione precaria e il rialzo delle buste paga e dei trattamenti pensionistici, uniti al contrasto dei contratti svantaggiosi e al superamento del divario retributivo di genere. Fronte caldo anche quello del prelievo fiscale: la piattaforma chiede una stretta sull’evasione, il calo delle trattenute sui redditi da lavoro e pensione, oltre a un prelievo straordinario su rendite, grandi patrimoni ed extraprofitti per ripristinare il principio di progressività.

Sul versante dei servizi essenziali, si sollecita l’innalzamento dei fondi per la sanità al 7,5% del PIL e per la scuola al 5%, puntando su nuove assunzioni e l’abbattimento dei tempi di attesa. Spazio infine al tema della pace, con un secco rifiuto all’incremento degli stanziamenti per le armi e la difesa della libertà di espressione.

Landini dal palco: “Oltre centomila in piazza”

Imponente la partecipazione secondo gli organizzatori. “Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlano al Paese”, ha proclamato Landini dal palco. “È ora di riprenderci la parola, difendiamo la democrazia praticandola”.

Lo stop al riarmo e la sfida sul lavoro

Il numero uno della Cgil ha poi affondato il colpo sulle scelte di politica estera e di spesa pubblica: “C’è il rischio che le armi si sostituiscano alle parole e alla democrazia. La sicurezza non è armi, questa è una balla colossale. Dobbiamo dire con forza no all’aumento delle spese militari – ha rimarcato Landini – La vera sicurezza è l’autonomia energetica: serve un piano straordinario per le fonti rinnovabili”. Prima di chiudere con un ultimo richiamo alle priorità economiche: “Dobbiamo rimettere al centro il lavoro”.

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“Un ottimo segnale per il recupero”, lo pneumologo sulle dimissioni di Papa Leone XIV dopo l’intervento al polmone

Le dimissioni di Papa Leone XIV dopo cinque giorni di ricovero al Policlinico Gemelli rappresentano un segnale incoraggiante per il recupero dopo l’intervento chirurgico al polmone destro. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è Claudio Micheletto, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia dell’azienda ospedaliera universitaria di Verona e membro del direttivo dell’Associazione italiana pneumologi ospedalieri (Aipo), che invita però ad attendere gli esiti degli esami per delineare con maggiore precisione i prossimi passi. Martedì 13 ottobre il Pontefice è stato sottoposto a un intervento per l’asportazione di un adenocarcinoma, un tumore maligno del polmone destro. Il fatto che abbia potuto lasciare l’ospedale dopo pochi giorni è, secondo lo specialista, un elemento positivo. Le dimissioni sono “un ottimo segnale, vuol dire che è andato tutto bene“, sottolinea Micheletto.

Dopo un’operazione di questo tipo, una fase importante del recupero riguarda il ripristino della normale espansione del polmone. “Il polmone deve tornare a espandersi completamente. Durante l’operazione, una parte del polmone collassa. Successivamente, deve riespandersi”, spiega lo pneumologo. A favorire il processo è anche un tubo di drenaggio, utilizzato per rimuovere aria e liquidi dalla cavità toracica. I tempi di recupero non sono uguali per tutti e possono variare da paziente a paziente. La rimozione dei drenaggi, osserva l’esperto, è un passaggio favorevole: “È un ottimo segnale perché i medici hanno rimosso i tubi di drenaggio. Ora dovrà fare alcuni controlli più avanti”.

Anche il movimento contribuisce alla ripresa. Non è necessario pensare soltanto a esercizi specifici di fisioterapia respiratoria: “Anche camminare rappresenta una forma di riabilitazione, perché favorisce il recupero della funzionalità respiratoria”. L’attività fisica, svolta gradualmente, aiuta infatti a recuperare la capacità respiratoria e a riprendere progressivamente le normali abitudini. Tra gli elementi favorevoli indicati da Micheletto c’è inoltre l’assenza, per quanto risulta, di patologie respiratorie croniche. “È che il Santo Padre non risulta affetto da patologie respiratorie croniche come la Bpco”, osserva lo specialista, riferendosi alla broncopneumopatia cronica ostruttiva, una malattia che può compromettere la respirazione e rendere più complesso il recupero.

Per stabilire come proseguirà il percorso clinico sarà però necessario attendere gli esiti dell’esame istologico, effettuato sui tessuti prelevati durante l’intervento. Un’attenzione particolare sarà riservata ai linfonodi, per verificare se siano presenti cellule tumorali. “In particolare, sarà importante conoscere l’esito dell’esame dei linfonodi, per verificare l’eventuale presenza di cellule tumorali”, precisa Micheletto. Il risultato potrà contribuire a definire il quadro e le successive indicazioni mediche. “Se i linfonodi risulteranno negativi, il quadro potrà essere più favorevole. In ogni caso, saranno i medici a stabilire il percorso di sorveglianza più appropriato”. Tra le possibilità per seguire nel tempo le condizioni del Pontefice, lo pneumologo indica controlli radiologici periodici: il “monitoraggio potrebbe prevedere una Tac ogni 3-6 mesi, per controllare nel tempo la situazione clinica e verificare che non compaiano nuovi segni della malattia”. Saranno comunque gli specialisti che hanno in cura il Papa a definire tempi e modalità dei controlli sulla base dei risultati degli esami e dell’evoluzione clinica.

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Dagli abiti da sposa alla moda di tutti i giorni: la rivoluzione di Emé sfila a Roma tra bermuda di paillettes, completi maschili e una sposa con gli stivali biker

Chi l’ha detto che chi nasce quadro non può morire tondo? A smentire il noto proverbio ci pensa Emé, brand del gruppo Oniverse, che ne è la prova vivente. Nato Atelier Emé come brand specializzato in abiti da sposa, passato il boom dei matrimoni post covid, nell’ultimo paio d’anni ha fatto un lavoro pazzesco di rebranding e oggi è un marchio di pronto moda, come si diceva una volta, concreto, desiderabile e utile per il cliente, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Via dal nome quell’Atelier che faceva troppo negozio di spose, oggi è solo Emé: il passaggio evolutivo si è compiuto in modo graduale, così come il cambio di passo stilistico. Dapprima accostando abiti da cerimonia al mondo sposa e poi lavorando in modo sempre più focalizzato su un guardaroba quotidiano che non rinuncia però a qualche tocco speciale. E promette di dare del filo da torcere ai grandi marchi della stessa fascia, come ha dimostrato la sfilata andata in scena a Roma. Anche qui emblematico. Dopo la prima in Stazione Centrale dello scorso anno, non sono più presentazioni di collezione, ma défilé a tutti gli effetti sempre più in grande stile.

La Città Eterna e “A Love Affair” al Chiostro di Michelangelo

Per svelare la collezione Occasionwear Autunno/Inverno 2026/27, ribattezzata Escape the Ordinary, il brand ha puntato al massimo dell’impatto visivo, scegliendo una cornice monumentale e intrisa di storia: il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, tradizionalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti. Se per le Terme non si tratta di un debutto assoluto nel mondo della moda (vi sfilarono il Sindacato Italiano Alta Moda nel 1956, Sylvio Giardina nel 2023 con l’opera Si/Lenzio e Bvlgari nel 2024 per i suoi 140 anni), per l’antico Chiostro è invece un’assoluta prima volta. In questa oasi di rigore geometrico, illuminata dalla luce naturale e circondata da oltre cento colonne monolitiche, hanno sfilato 30 look pensati per liberare il concetto di eleganza dalle vecchie etichette.

Sotto gli sguardi attenti di un parterre che includeva l’étoile Eleonora Abbagnato, la regista Sabrina Iannucci, Chanel Totti e le attrici Giulia Bevilacqua, Giulia Michelini, Nicoletta Romanoff e Vittoria Belvedere, Emé ha celebrato il suo legame strategico con la Capitale. “Roma è una città a cui siamo molto legati, dove abbiamo i nostri tre negozi più importanti, incluso il flagship di via del Corso, e molte delle nostre clienti più affezionate: questa è la prima volta che abbiamo aperto lo show anche a loro”, ha spiegato Silvia Falconi, direttrice creativa ventinovenne del marchio, in attesa del suo primo figlio. “Dopo Milano, dove abbiamo sfilato varie volte, ci sembrava la scelta più naturale. Inoltre, stiamo sostenendo il restauro di questo luogo incredibile e il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, con le sue numerose statue e colonne, chiaramente ‘rovinate’ dal tempo, ma comunque bellissime, rappresenta appieno il tema del ‘perfetto nell’imperfetto’ che vogliamo esprimere con questa nuova collezione”. Con una sponsorizzazione tecnica, infatti, l’azienda finanzierà entro il 2027 il restauro del grande plastico di inizio Novecento del complesso termale.

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L’estetica Wabi-sabi e la ribellione bucolica del Rural Punk

Il contrasto tra la pietra chiara, segnata dal trascorrere dei secoli, e la geometria rinascimentale del luogo è diventato il manifesto concettuale della stagione. A ispirare Falconi sono state due suggestioni stilistiche: l’estetica giapponese del wabi-sabi, che trova l’autentica bellezza nell’incompiuto e nell’imperfezione, e l’attitudine “rural punk”, una ribellione bucolica che intreccia la natura all’energia rock.

“Lavorando a questa collezione abbiamo introdotto un desiderio di evasione, senza perdere il legame con il nostro heritage”, ha proseguito la stilista. “Ancora una volta, i contrasti si armonizzano: maschile e femminile, struttura e fluidità, volumi importanti e leggerezza. Tessuti opachi e paillettes luminose convivono nelle silhouette, mentre le linee oversize si alternano a forme più avvolgenti e sensuali, in un equilibrio tra forza e delicatezza”.

La palette cromatica, dichiaratamente invernale, esplora i colori della terra: si passa dal bordeaux profondo del Deep Plum al marrone terroso del Rural Brown, fino alle calde sfumature mattone del Rust Rouge e a un vibrante ottanio (Urban Teal). Accanto a queste tonalità intense spiccano il grigio tortora dello Smoky Grey e accenti inaspettati, come il rosa saturo del Punk Rose e l’azzurro del Soft Indigo.

Sartorialità, paillettes e styling di rottura

Il nuovo volto della donna Emé — definita da Falconi come “intraprendente, impegnata, non solo nel lavoro, ma anche con la famiglia, le amiche” — emerge in un guardaroba in cui i capi cambiano vocazione a seconda degli abbinamenti. Le rigide regole dell’abbigliamento per eventi cadono a favore di una libertà istintiva. La severità della matrice sartoriale di completi gessati, spigati e check viene decostruita e illuminata da fili lamé, micro paillettes e bluse in twill con ricami botanici. La separazione tra giorno e sera svanisce: le paillettes ricoprono capispalla e persino un paio di bermuda che, indossati con camicia bianca e mocassini, hanno aperto trionfalmente la passerella. Un corpino gioiello si accompagna senza timore a un caldo cardigan in maglia a costa inglese; una minigonna a pieghe viene sovrapposta ai pantaloni; una bralette in pizzo effetto trompe-l’œil si inserisce in un rigoroso completo spigato.

L’eredità del mondo bridal non scompare ma si alleggerisce. Dettagli lingerie, pizzi anni Venti e velluti dalla lucentezza quasi liquida sfilano accanto a giacche costruite come corsetti, bustier in similpelle e chiodi con texture coccodrillo che infondono energia contemporanea. La sintesi perfetta di questa versatilità, come sottolinea la direttrice creativa, si legge in un outfit specifico: “Una giacca lunga con un taglio nuovo e molto particolare, ma realizzata in un tessuto intramontabile come il raso, abbinata a un pantalone cargo sempre in raso; un outfit da giorno ma con un tessuto da sera”.

Gli anfibi e la sposa rock del gran finale

L’evoluzione Escape the Ordinary del marchio si riflette anche negli accessori, protagonisti di un’importante espansione. Per sfuggire ai dettami classici del tacco da cerimonia, la collezione si popola di mocassini in suede (dalla linea affusolata o chunky con stampa coccodrillo), tote bag versatili, ballerine e stivali bassi punteggiati di strass. Ma la vera rottura arriva con l’introduzione degli anfibi in pelle con fibbie logate, che secondo Falconi sono il “segno tangibile che si tratta di una collezione di rottura rispetto al passato per il brand”.

Un messaggio stilistico ribadito in maniera deflagrante proprio alla chiusura dello show. Per l’ultima uscita è apparso in passerella un abito da sposa a sirena in raso lucido, caratterizzato da uno scollo all’americana, schiena scoperta, spacco vertiginoso e una coda lunghissima. Ai piedi della modella, però, niente décolleté in seta, ma un grintoso paio di stivali biker. La dimostrazione definitiva che la cerimonia moderna, firmata Emé, poggia su regole del tutto nuove.

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Un lago che combatte contro la speculazione

Vi ricordate quando spuntò un lago sulla Prenestina? La vicenda che vide la forza di eventi naturali vincere davanti a profitto e affarismo dei palazzinari rimarrà memorabile per tutta la città di Roma.

Anni dopo quell’evento, continua la battaglia per la difesa del Lago Bullicante e perchè l’intera zona dell’ex Snia diventi monumento naturale. Nonostante l’enorme sostegno popolare che il progetto del lago ha sempre avuto, incombe ancora la minaccia del costruttore Puccini, che detiene una ampia area e che negli anni a più riprese ha proposto interventi in ottica di cementificazione, dalla logistica allo studentato.

Le istituzioni preposte non hanno ancora avuto il coraggio di fare l’unica cosa necessaria, ossia un esproprio che permetta di appropriarsi di un bene comune e che garantisca a chi vive in una delle zone più cementificate di Roma di poter godere di una isola verde, anche per ripararsi da estati sempre più insopportabili.

Domenica la lotta per il Lago Bullicante torna a mobilitarsi. Appuntamento alle h. 11.00

Abbiamo qui raccolto gli articoli più importanti che abbiamo scritto negli ultimi anni a sostegno di questa battaglia.

Valentinelli: «La Rete ecologica va ampliata e potenziata»

Un appello firmato da molte lotte territoriali e associazioni chiede l’ampliamento della rete ecologica del Piano regolatore. Ne abbiamo parlato con Alessandra Valentinelli del Forum Territoriale Parco delle Energie, impegnato nella difesa delle aree della Ex-Snia e del Lago Bullicante

Ex-Snia: le ruspe non possono sradicare un sogno

Da giorni intorno al lago dell’Acqua Bullicante sono in azione le ruspe del proprietario per sradicare la natura che è cresciuta intorno ai ruderi dell’ex-fabbrica Snia Viscosa. La comunità che da anni si batte per la difesa del parco e del lago chiede di fermare il massacro della natura e che sia finalmente espropriata l’intera area e inserito il lago fra le acque demaniali

Ex-Snia monumento naturale, ma il lago continua a combattere

Dopo 25 anni di lotte un primo risultato è stato raggiunto, ma non basta per mettere al sicuro l’intera area che circonda il lago Bullicante. Il territorio non si arrende e continua a battersi per ottenere l’esproprio di tutta l’area e la realizzazione di un grande parco

Tutte le immagine di Ex-Snia

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Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare

Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.

Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.

Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.

Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.

Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.

Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.

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False email per rinnovo tessera sanitaria, è una truffa

ROMA - Attenzione alle false e-mail sulla Tessera Sanitaria. E' l'allerta del ministero della Salute su Instagram. Sono infatti in circolazione, informa il dicastero, e-mail che utilizzano indebitamente il nome del Ministero della Salute e invitano a sostituire la Tessera Sanitaria. Si tratta, si avverte, di un "tentativo di phishing per sottrarre dati personali".    Il Ministero ricorda inoltre che non Continue Reading

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Case popolari, affitti, “palazzinari” e fondi immobiliari: ecco perché Roma non è Madrid

In Italia il caro affitti ha portato in piazza studenti e movimenti per il diritto all’abitare, ma senza raggiungere i numeri delle mobilitazioni spagnole. A Roma, fra le tende degli universitari e le proteste per Spin Time, le iniziative sono rimaste legate a singole vertenze. Nella capitale spagnola e in tutto il paese iberico, invece, il disagio abitativo è una rivendicazione nazionale. La differenza fra cosa accade nella a Roma e a Madrid affonda le radici nella struttura economica del mercato immobiliare e il rapporto tra movimenti, sindacati e partiti.

Roma contro Madrid: comprare casa costa meno in Spagna ma riuscirci è più facile in Italia

Il confronto tra Roma e Madrid aiuta a comprendere le differenze tra i due mercati immobiliari. Il prezzo di acquisto, tuttavia, non basta da solo a stabilire quanto una casa sia accessibile: occorre considerare anche il reddito delle famiglie, il costo dei finanziamenti e la disponibilità di abitazioni. Roma, in questo senso può offrire opportunità in alcune zone, soprattutto fuori dai quartieri più costosi. In Spagna invece tra la metà degli anni Novanta e il 2007 Madrid, come tutto il paese, ha vissuto una bolla immobiliare: 9,8 milioni di mutui per mille miliardi di euro e la costruzione di 6,5 milioni di abitazioni. Con la crisi finanziaria del 2008 arrivano pignoramenti e sfratti e l’accesso alla liquidità diventa complesso: tra il 2011 e il 2020, secondo la Banca di Spagna, la quota di proprietari tra le famiglie più giovani è scesa dal 69 al 36 per cento.

Fondi immobiliari e case popolari: le differenze tra Italia e Spagna

Case popolari, affitti, “palazzinari” e fondi immobiliari: ecco perché Roma non è Madrid

In Spagna i grandi investitori fiutano l’aria e acquisiscono un ruolo centrale. Nel 2012 lo Stato crea SAREB, ente che rileva dalle banche abitazioni e successivamente cede a fondi internazionali. Gli operatori accumulano così importanti portafogli immobiliari, soprattutto a Madrid.  In Italia, invece, soprattutto nella Capitale, i fondi non investono sul mattone, dunque il mercato degli affitti è meno finanziarizzato: secondo l’Agenzia delle Entrate, l’87 per cento delle 3,6 milioni di abitazioni locate appartiene a piccoli proprietari. Il restante 13% è dei cosiddetti “palazzinari” che investono o costruiscono immobili su territori dislocati fra i vari quartieri. Una vera e propria spartizione di cantieri e fatturati. Risultato: la  frammentazione rende meno immediato individuare un bersaglio comune per le proteste come invece è accaduto a Madrid.

Roma e la fascia grigia: case popolari, mutui, affitti e politica

Case popolari, affitti, “palazzinari” e fondi immobiliari: ecco perché Roma non è Madrid

A Roma l’edilizia pubblica e gli interventi locali hanno svolto una funzione di contenimento. Un equilibrio che oggi mostra però i suoi limiti: in un paese sostanzialmente fermo da 30 anni, è cresciuta la cosiddetta fascia grigia, composta da persone che lavorano senza riuscire a sostenere le spese per un mutuo o un affitto ma nel contempo non hanno i requisiti per accedere alle case popolari. Una comunità sempre più esposta ma che non polarizza  interlocutori nazionali come Podemos e Sumar. E poi c’è il fattore politico: i partiti si muovono con cautela perché il caro affitti colpisce soprattutto le grandi città, molte, Roma in primis, amministrate dal centrosinistra. Riassumendo: Madrid, dunque, In Spagna la crisi ha prodotto un fronte riconoscibile contro sfratti e grandi proprietari. In Italia il disagio è rimasto distribuito tra singole vertenze e risposte (anche politiche) diverse.

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Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

Dalla PFM a Fabrizio De André, passando per David Byrne: il grande musicista torna con un album di inediti dopo 23 anni. E racconta perché il prog è morto, la musica va riscoperta e la nostalgia può diventare una trappola.

C’è chi a ottant’anni si gode la pensione, chi passa il tempo a raccontare quanto fosse bella la musica di una volta e chi, come Mauro Pagani, preferisce continuare a inventarsela. Ventitré anni dopo l’ultimo album di inediti, l’ex polistrumentista della Premiata Forneria Marconi torna con Tutto è già qui. Un titolo apparentemente definitivo per un musicista che, invece, non ha alcuna intenzione di mettere il punto.

Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

Violinista, compositore, produttore e instancabile esploratore di sonorità, Pagani ha attraversato mezzo secolo di musica italiana evitando di trasformarsi in un monumento a se stesso. Dalla PFM alle collaborazioni con Fabrizio De André, fino alle Officine Meccaniche, il suo studio milanese, ha sempre preferito la curiosità alla rendita di posizione.

Il progressive? Morto per overdose di virtuosismo

In una recente intervista, Pagani riserva una diagnosi impietosa al genere che contribuì a rendere celebre: il progressive si è suicidato per eccesso di note. Assoli interminabili, virtuosismi esasperati, libertà compositiva diventata ostentazione. Alla fine degli anni Settanta, mentre punk e new wave spazzavano via le cattedrali sonore del rock sinfonico, Pagani aveva già cambiato strada.

Nel 1978 pubblicava il suo primo album solista, gettando le basi di quell’esplorazione delle musiche del mondo che avrebbe trovato la consacrazione in Crêuza de mä, capolavoro realizzato a quattro mani con De André nel 1984.

Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

David Byrne, il Mediterraneo e il piacere di cercare

Proprio quell’album conquistò David Byrne, il leader dei Talking Heads, che lo indicò tra le opere musicali più straordinarie. Pagani ammette di averne ricavato una comprensibile soddisfazione, senza però trasformare il complimento in un lasciapassare per la vanità. Oggi guarda al Mediterraneo con amarezza, denunciando le tragedie dei migranti e la chiusura dell’Occidente. Ma continua a cercare bellezza, anche nelle nuove generazioni: nell’album compare Daniela Pes, ospite del brano Rotta Orientale.

«Il nuovo disco è un diario intimo ed essenziale, aperto al mondo – afferma Pagani – e scriverlo ha significato fare i conti con la mia storia, riscoprire la forza dei legami resistenti alle tempeste degli anni. Avevo il bisogno di narrare le mie umane vulnerabilità, il mio amore per la vita. Celebro il traguardo dei miei ottant’anni trasformando le canzoni in uno specchio dell’esistenza. Il mio bisogno di scavare nei sentimenti profondi dell’animo umano, esplorando la nostalgia, l’amore, l’amicizia e la fragilità del tempo. Non mancano i bilanci personali, ho scelto una narrazione trasparente che mette sullo stesso piano le vittorie e le sconfitte».

E mentre lo streaming riversa migliaia di canzoni ogni giorno, Pagani invita a recuperare il piacere di comprare dischi, leggere copertine e conoscere chi li ha realizzati. Niente nostalgia obbligatoria, dunque. Nei suoi archivi aspettano ancora decine di provini. Perché il passato può essere magnifico, ma trasformarlo nell’unico posto in cui abitare è il modo migliore per smettere di fare musica.

Foto di Chiara Mirelli

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Meneguzzi lancia le Fourteen: quattro adolescenti alla conquista del pop. L’Italia sogna la sua Corea – VIDEO

Età media 14 anni, oltre 5mila aspiranti popstar ai casting e un investimento milionario. Warner Music e Rai scommettono sulla prima grande operazione italiana ispirata al K-pop. Dietro il progetto Paolo Meneguzzi, che da idolo dei Duemila si reinventa fabbricante di stelle.

La Corea del Sud ha conquistato il pianeta a colpi di coreografie perfette, ritornelli irresistibili e milioni di adolescenti in adorazione. Adesso l’Italia prova a rispondere. E per farlo tira fuori dal cilindro un nome che i nostalgici degli anni Duemila conoscono bene: Paolo Meneguzzi. Il cantante di Verofalso e Non capiva che l’amavo cambia mestiere, o quasi. Da protagonista delle classifiche diventa il regista di Fourteen, una girlband costruita sul modello dei fenomeni coreani BTS e Blackpink, ma con passaporto decisamente più europeo.

Quattro ragazze, età media appena 14 anni, e un’ambizione che non conosce mezze misure: creare un marchio musicale capace di conquistare pubblico, televisione e piattaforme digitali.

Cinquemila candidate, quattro prescelte e milioni sul tavolo

Le protagoniste sono Viola Scalzo, tredicenne di Biella; Sofia Di Giamberardino, quattordicenne romana che si presenta come Deegee; Cahaya Lovisa Kabuhung, quattordicenne di Barcellona con origini svedesi e indonesiane; e Sofia Peleggi, quindicenne romana in arte Sofy. Per individuarle sono state esaminate oltre 5mila candidature, attraverso selezioni online, audizioni a Roma, Milano e Napoli e una settimana intensiva di prove artistiche. Una specie di accademia del pop in versione accelerata, tra canto, ballo, recitazione e presenza sui social.

Il primo singolo, One More Kiss, è già il biglietto da visita. Ma dietro le quattro adolescenti si muove una macchina industriale ben più imponente. Warner Music Italy ha sottoscritto un accordo per tre album, mentre Rai prepara una serie originale destinata a debuttare nel 2027 su V/BE, il nuovo canale per adolescenti di Rai Kids. In lavorazione anche un film dedicato alla selezione delle ragazze.

Meneguzzi cambia spartito: nasce la fabbrica italiana delle idol

Il progetto, sviluppato da Meneguzzi insieme a Daniele Petirro, ha richiesto cinque anni di preparazione e investimenti che, secondo i promotori, raggiungono cifre milionarie. L’obiettivo non è soltanto vendere dischi. È costruire un universo nel quale musica, televisione, video e comunità digitali si alimentino reciprocamente, puntando soprattutto sulle ragazze tra i 10 e i 14 anni. Una strategia che guarda alla Corea, dove le popstar non pubblicano semplicemente canzoni: diventano fenomeni culturali e commerciali.

La scommessa è affascinante, ma il mercato resta il giudice più severo. Perché mettere insieme quattro talenti è una cosa. Trasformarli nelle nuove Blackpink italiane è tutt’altra faccenda.

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Quando la “scarpetta” diventa gourmet: ora anche il pane si sceglie come il vino. E il galateo si arrende

A Vigna Clara lo chef Marco Benedetti reinventa il rito più irresistibile della tavola italiana: a ogni portata il suo pane. Tra grani antichi, lievito madre e abbinamenti ricercati, nasce il bread pairing.

E pensare che una volta a Roma bastavano due parole: «Passame er pane». Quando il pane serviva a raccogliere il sugo rimasto nel piatto, possibilmente quando nessuno guardava. Oggi quella che le nonne chiamavano semplicemente scarpetta è diventata una raffinata esperienza gastronomica. Con tanto di nome inglese, naturalmente: bread pairing. Perché anche il gesto più italiano del mondo, per diventare di tendenza, deve concedersi una spruzzata di internazionalità.

Succede a Roma, nel quartiere Vigna Clara, dove lo chef Marco Benedetti, 34 anni, ha deciso di promuovere il pane da comparsa a protagonista. Nel suo ristorante Gordito, inaugurato nel settembre 2025, non esiste il solito cestino abbandonato sul tavolo: ogni preparazione viene accompagnata da un pane studiato appositamente per esaltarne sapori e consistenze.

Dalla scarpetta clandestina al pane su misura

L’idea nasce da una passione coltivata tra Sicilia e Alto Adige, passando per cucine prestigiose come quella del Signum di Salina e dello chef Norbert Niederkofler. Nel laboratorio di Gordito si lavora quotidianamente con lievito madre, lunghe fermentazioni e farine selezionate: Tumminia siciliana, farro, grano arso e antiche varietà cerealicole. Il risultato è un percorso nel quale la focaccia al rosmarino incontra scampo e lardo, il pane di grano arso accompagna la lingua con chimichurri fermentato e le tagliatelle al ragù di cinghiale trovano il loro compagno ideale nel pane di mais. Insomma, la scarpetta non arriva più alla fine, quasi di nascosto: entra dalla porta principale e si siede a capotavola.

L’origine del termine

L’origine dell’espressione “fare la scarpetta” non è del tutto certa, ma le interpretazioni popolari sono gustose quanto il gesto che descrivono. Secondo una delle ipotesi più diffuse, il nome deriverebbe dalla somiglianza tra il pezzetto di pane utilizzato per raccogliere il sugo e una piccola scarpa, capace di scivolare sul fondo del piatto ripulendolo. Un’altra spiegazione richiama invece la povertà contadina, quando non si sprecava neppure una goccia di condimento e il pane diventava lo strumento indispensabile per recuperare ogni avanzo. C’è poi chi collega il termine all’antica abitudine di utilizzare il pane come una sorta di spugna alimentare. Nessuna di queste teorie gode però di una conferma etimologica definitiva. Quel che è certo è che la scarpetta rappresenta uno dei gesti più autentici e irresistibili della cucina italiana. Quello che un tempo poteva apparire come una trasgressione al galateo oggi, come dimostra anche questo articolo, viene rivalutato persino nell’alta ristorazione.

Cinque portate, 40 euro e il galateo va in pensione

Il percorso comprende anche fegato e cipolle serviti con un panino al cacao e noci. Gran finale con brioche di Tumminia, caprino e frutti rossi. Prezzo della degustazione: 40 euro a persona. Naturalmente non manca il menu alla carta, ma la provocazione gastronomica è chiara: il pane non è più un accessorio gratuito, bensì un ingrediente da progettare con la stessa attenzione riservata alle portate principali.

Una piccola rivoluzione che restituisce dignità a un’antica abitudine popolare. Con una differenza: un tempo la scarpetta era il modo migliore per non lasciare nulla nel piatto. Oggi si è trasformata in una filosofia culinaria.

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Tormento, sofferenza ed estasi di Jovanotti: alla Festa di Roma il documentario monumento su Lorenzo Cherubini che non t’aspetti

Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party. Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.

Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.

Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.

Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto Rick Rubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.

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Lazio, la sanità presenta il conto: 82 milioni ad Angelucci. Una stangata per il bilancio regionale

Una controversia nata nel 2010, nella quale Il gruppo San Raffaele ottiene ragione dal Consiglio di Stato, le opposizioni chiedono chiarezza e la Giunta Rocca annuncia nuovi ricorsi. Sullo sfondo, il paradosso della sanità pubblica chiamata a saldare il conto con quella privata.

Da tre a 82 milioni: il conto che fa tremare la Pisana

Sedici anni di contenziosi, tre amministrazioni regionali e un conto finale da far impallidire qualsiasi direttore finanziario. La Regione Lazio si ritrova a dover riconoscere 82,14 milioni di euro al gruppo San Raffaele, riconducibile ad Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega.

Tutto comincia nel 2010, quando la Giunta Polverini impone una riduzione del 4% ai budget delle strutture accreditate. Il San Raffaele contesta il provvedimento e avvia una battaglia giudiziaria che, dopo pronunciamenti inizialmente favorevoli alla Regione, approda a un esito opposto davanti al Consiglio di Stato. Il particolare più clamoroso riguarda le cifre. La Regione aveva ipotizzato un pagamento di poco superiore ai tre milioni. Il gruppo privato ne chiedeva circa 60, oltre agli accessori. Alla fine, tra rivalutazioni e interessi, il conto riconosciuto supera gli 82 milioni.

La sanità pubblica paga quella privata

La somma compare nella deliberazione approvata il primo ottobre dalla Giunta Rocca, all’interno di oltre 83 milioni di debiti fuori bilancio.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, le risorse potrebbero essere reperite attraverso il fondo rischi della Gestione sanitaria accentrata. Una prospettiva che ha acceso lo scontro politico: mentre ospedali e servizi territoriali devono fare i conti con risorse limitate, una cifra imponente viene destinata a chiudere un contenzioso con un operatore privato. Le opposizioni, da Pd a M5S, Azione e Italia Viva, chiedono spiegazioni sulla gestione della vertenza, sulle trattative fallite e soprattutto sull’enorme distanza tra la prima valutazione regionale e la cifra definitiva.

Nel mirino finiscono anche le questioni relative all’accreditamento di alcune strutture e il peso complessivo dei contenziosi sanitari con il gruppo Angelucci.

Rocca prepara i ricorsi, ma intanto paga

L’assessore al Bilancio Giancarlo Righini annuncia che la Regione procederà con un ricorso per revocazione e uno in Cassazione. Ma conferma anche l’intenzione di versare quanto dovuto per evitare ulteriori interessi. Intanto, le opposizioni reclamano una seduta della commissione Trasparenza e nuovi chiarimenti dai vertici regionali, a cominciare dal direttore Urbani.

La battaglia, insomma, non è finita. Resta però una domanda politica che supera le carte bollate: come ha potuto una controversia valutata dalla Regione poco più di tre milioni trasformarsi in un esborso superiore a 82? E soprattutto, quali conseguenze avrà sul sistema sanitario laziale?

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Endrick, il gol alla Roma con l’aiuto di Dio: «Parlavo con Lui in panchina». Mourinho può mettersi in coda

Il baby fenomeno del Real Madrid entra all’Olimpico, segna e rivela il segreto della sua prestazione: una conversazione con l’Altissimo.

Gasperini rimpiange il talento sfumato sul mercato, mentre Mourinho deve decidere quanto farlo giocare. Ma lassù, evidentemente, qualcuno ha già espresso una preferenza. Altro che indicazioni tattiche, lavagnette magnetiche e discorsi motivazionali. Per segnare alla Roma basta avere il numero giusto in rubrica. Possibilmente quello di Dio.

Endrick, gioiellino brasiliano del Real Madrid, ha raccontato il curioso retroscena della sua serata all’Olimpico. Mentre i compagni correvano e sudavano, lui era seduto in panchina a conversare con l’Onnipotente. Poi, improvvisamente, la chiamata dalla panchina. Quella terrena, stavolta.

«Ero in panchina a parlare con Dio», ha confessato il ragazzo, spiegando di aver continuato a pregare anche mentre si preparava a entrare. Risultato? Ingresso devastante e gol alla Roma. Una specie di assistenza divina, senza bisogno di passare dal centrocampo.

E pensare che il brasiliano, inseguito durante il mercato proprio dai giallorossi, avrebbe potuto indossare la maglia della Roma. Gasperini e D’Amico lo avevano messo nel mirino, ma il talento è rimasto a Madrid. Salvo presentarsi all’Olimpico per ricordare quanto sarebbe stato comodo averlo dalla parte giusta.

Mourinho decide, ma l’ultima parola spetta all’Altissimo

Il problema, adesso, è capire chi abbia più voce in capitolo sul futuro del ragazzo: José Mourinho oppure il suo interlocutore celeste. Alla domanda su un possibile aumento del minutaggio, Endrick risponde con prudenza. Le scelte spettano all’allenatore, che deve pensare agli interessi della squadra. Lui promette lavoro, sacrificio e pazienza. Un atteggiamento ammirevole. Ma con una linea diretta così privilegiata, potrebbe anche chiedere una piccola raccomandazione. Magari senza disturbare San Pietro.

Intanto, dopo appena quattro minuti giocati nella Liga, il brasiliano si è trasformato nel protagonista della rimonta madrilena: dal 3-1 al 4-3, con gol del pareggio e premio di migliore in campo.

Vinicius squalificato, il Paradiso apre una finestra

A favorire Endrick potrebbe arrivare anche la squalifica di Vinicius, fermato per quattro giornate nel campionato spagnolo. Il giovane attaccante difende il compagno, giudicando eccessivo il provvedimento e denunciando quello che considera un accanimento nei suoi confronti. Nel frattempo, però, qualche posto nell’attacco del Real potrebbe liberarsi. E il brasiliano è pronto ad approfittarne.

Per la Roma resta una beffa doppia: aver sfiorato un talento sul mercato e averlo poi visto segnare all’Olimpico, contribuendo a una rimonta che sembrava impossibile. Per Mourinho, invece, si profila un problema di abbondanza. E forse anche di competenze: fino a ieri il suo celebre soprannome era Special One. Adesso, con Endrick che conversa direttamente con il Padreterno, rischia di essere retrocesso a semplice intermediario.

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Arriva il fondo di quattrocentomila euro per i soggetti con disabilità motoria e neuromotoria

Si ispira ai principi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità l’iniziativa Bando 2026 lanciata dalla Fondazione G. B. Baroni ETS – Ente Filantropico che mette a disposizione 400 mila euro a sostegno di progetti finalizzati all’inclusione sociale, all’autonomia, alla partecipazione attiva ed al miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità motoria e neuromotoria, con particolare attenzione al territorio di Roma e del Lazio. Seppur negli ultimi anni siano stati molti i progressi sul tema, gli ostacoli nell’accesso ai diritti, al lavoro e alla vita comunitaria risultano ancora troppi. Nata nel 1972, la fondazione sostiene da oltre cinquant’anni progetti di solidarietà, assistenza e ricerca a favore delle persone con deficit e lesioni neurologiche e motorie.

Contro esclusione e vulnerabilità

“Con i nostri bandi sosteniamo percorsi costruiti su misura partendo dall’ascolto” – spiega il Presidente della Fondazione Baroni, Giuseppe Signoriello – “solo se tradotte in possibilità reali di vita, le risorse trovano un senso”. Snellire le tempistiche ed i passaggi attraverso digitalizzazioneed accompagnare le famiglie e gli enti nel concreto. “È qui che la Fondazione Baroni vuole fare la sua parte” – sottolinea il presidente – “investendo su chi rende luoghi e servizi davvero accessibili, anche online; e su chi aiuta a capire come muoversi nel nuovo sistema. Nessun diritto dovrebbe perdersi tra moduli e procedure”. 

Arriva il fondo di quattrocentomila euro per i soggetti con disabilità motoria e neuromotoria
La vittoria sta nell’abbraccio. Densa di significati la campagna promozionale con le immagini della Fondazione Baroni

Sport, assistenza e ricerca scientifica

Una quota di  125 mila euro è rivolta ad associazioni sportive dilettantistiche, onlus ed organizzazioni del Terzo Settore; di medesimo importo, un ‘altra quota destinata a progetti per persone e famiglie in condizioni di fragilità. I restanti 150 mila euro, infine, a studi e sperimentazioni su malattie rare o altamente debilitanti e per sostenere progetti innovativi in ambito medico e tecnologico. Costo minimo per ogni progetto, 25 mila euro ed una durata non superiore a 12 mesi con la causa che non è possibile superare la cifra 40 mila euro a progetto. Il 70% del finanziamento sarà erogato entro 30 giorni dalla sottoscrizione dell’accordo, mentre il restante 30% sarà liquidato dopo l’approvazione della rendicontazione finale. L’area di azione dei progetti concerne la Città Metropolitana di Roma Capitale, mentre su tutto il territorio nazionale vale per la ricerca scientifica. I risocontri alle domande – da consegnarsi entro il 30 novembre 2026 – verranno comunicati entro il 31 gennaio 2027. 

Arriva il fondo di quattrocentomila euro per i soggetti con disabilità motoria e neuromotoria
Medici e pazienti nella campagna creata dalla Fondazione Baroni a sostegno delle attività sportive per chi ha disabilità

Municipi attivi, dal nuoto agli sport di squadra

Basket in carrozzina, atletica, trekking accessibile e sitting volley. Ma anche rugby integrato, nuoto, e – persino – equitazione. Ogni municipio della città offre numerose possibilità per praticare sport che includono persone con disabilità in sedi di associazioni sportive dilettantistiche o strutture del comune. Alla pagina ufficiale del Comune di Roma – Strutture Sportive per Disabili è pubblicato il lungo elenco della sedi e delle attività sportive che offrono servizi adattati come Villa York, SS Lazio Nuoto, UISP Roma ed il Centro Sportivo Garbatella. Tra gli sport più originali, è possibile praticare baseball per ciechi, basket in carrozzina e calcio integrato in sedi capitoline come ImplaccAbili /Rugby Capitolina, ASD Disabili Roma 2000, ASD Polisportiva Roma 7 Volley. Non mancano le attività da fare all’aperto come il trekking inclusivo grazie a Fateci Posto APS e gli sport nautici con Io Sono Pablo E Qui Sto Bene APS. La ginnastica adattata per disabilità motorie si può trovare presso ASD Polisportiva Roma Sud.

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Per Lotito esisterebbe un complotto contro la Lazio. Qualcuno vuole fargliela vendere

Il presidente biancoceleste racconta ai magistrati minacce, pressioni e presunte manovre per costringerlo a vendere. Nel mirino ultras, informazione e politica. Ma quando gli chiedono i nomi, il mistero si infittisce.

Più che una deposizione, una sceneggiatura per Sergio Leone. Claudio Lotito entra idealmente nel saloon della giustizia romana con due pistole, una collezione di nemici e la convinzione che qualcuno voglia strappargli la Lazio. Mancano soltanto la polvere del deserto e la colonna sonora di Ennio Morricone.

Il presidente biancoceleste, ascoltato il 30 giugno dalla Procura di Roma come persona informata sui fatti, ha descritto un universo di minacce, contestazioni e possibili interessi nascosti. Una ricostruzione personale che i magistrati dovranno verificare.

Due pistole e un presidente da Far West

Il particolare più cinematografico arriva dall’audizione del 5 marzo davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Lotito racconta di aver girato per un periodo armato con due pistole: un’automatica e una Smith & Wesson. Una davanti, l’altra dietro. Altro che doppio centravanti.

Secondo il senatore, sarebbero state le forze dell’ordine a imporgli simili precauzioni. Una delle armi, sostiene, gli avrebbe perfino salvato la vita in una circostanza che non ha dettagliato.

Il complotto c’è, i nomi un po’ meno

Lotito ritiene che dietro le contestazioni esista una strategia per indurlo a cedere il club. Parla di ambienti ultras, campagne mediatiche, manifesti e settori della politica che gli sarebbero ostili. Ma quando i magistrati chiedono di identificare gli eventuali registi, non arrivano indicazioni precise. Il sospetto ha una trama, ma per ora il cast rimane sconosciuto.

Intanto la Procura indaga per ipotesi di aggiotaggio su Luigi Bisignani, Mauro Masi e Francesco Maiolini, sospettati di un possibile intervento informativo volto a influenzare il titolo della Lazio. Accuse ancora da dimostrare, con gli indagati da considerare innocenti.

Gli ultras, i manifesti e la battaglia per la Lazio

Il patron sostiene che una parte del tifo organizzato abbia interessi economici legati a merchandising e locali dove seguire le partite. Racconta di migliaia di manifesti comparsi contro di lui e di una contestazione che, a suo giudizio, avrebbe superato i confini dello stadio. Anche queste restano affermazioni di parte, prive nel verbale di specifici riscontri. Va inoltre ricordato che gli ultras coinvolti nella vecchia vicenda della presunta scalata alla Lazio furono assolti.

Dal canto suo, Bisignani respinge ogni accusa: sostiene di aver voluto aiutare Lotito, non danneggiarlo, e nega collegamenti con il tifo organizzato. Il finale, dunque, è ancora tutto da scrivere. La Procura cerca eventuali responsabilità, Lotito denuncia una guerra contro la sua presidenza e i tifosi continuano a chiedere risposte.

Nel frattempo, tra pistole, finanza e politica, la Lazio sembra diventata un western ambientato a Piazza Affari. Con una differenza: nel Far West i duelli si risolvevano all’alba. Qui serviranno le prove.

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17 ottobre 1978 – Muore Giovanni Gronchi, il presidente del miracolo economico

Il giorno dopo l’elezione del Papa polacco, la Capitale saluta il terzo presidente della Repubblica. Aveva 91 anni e aveva accompagnato l’Italia dal dopoguerra al boom economico, inaugurando anche le Olimpiadi di Roma.

La città ha ancora gli occhi puntati su San Pietro. Soltanto ventiquattr’ore prima, un cardinale polacco dal nome quasi impronunciabile, Karol Wojtyła, è diventato Giovanni Paolo II, sorprendendo il mondo. Ma mentre Roma celebra il nuovo Pontefice, un’altra pagina della storia italiana si chiude nel silenzio.

Alle sei del mattino muore Giovanni Gronchi, terzo presidente della Repubblica, protagonista di una stagione nella quale l’Italia aveva smesso di ricostruire le proprie macerie per cominciare a inseguire il benessere. La notizia viene diffusa alle 7.30. Gronchi si spegne nella sua abitazione romana di via Carlo Fea, nel quartiere Nomentano. Ha 91 anni. Nel pomeriggio il presidente Sandro Pertini raggiunge la casa per rendere omaggio al predecessore.

Il presidente che vide Roma diventare olimpica

Nato a Pontedera nel 1887, cattolico sociale, antifascista e fondatore del Partito Popolare, Gronchi arriva al Quirinale nel 1955. È un presidente interventista, convinto che il capo dello Stato non debba limitarsi a inaugurare monumenti e tagliare nastri. Il suo settennato attraversa gli anni del miracolo economico, quelli della Seicento, della televisione che entra nei salotti e degli italiani che scoprono le vacanze.

Il momento più spettacolare arriva il 25 agosto 1960, quando Gronchi inaugura allo Stadio Olimpico i Giochi di Roma. La Capitale si mostra al mondo con il volto moderno di una città capace di trasformare la propria storia in futuro.

L’ultimo saluto tra Quirinale e Santa Maria degli Angeli

Il 18 ottobre la salma viene trasferita a Palazzo Madama, dove viene allestita la camera ardente. Il 19 ottobre i funerali nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, a piazza della Repubblica, alla presenza di Pertini. Poi il ritorno nella natia Pontedera.

Gronchi lascia un’eredità politica discussa, segnata anche dalla controversa esperienza del governo Tambroni, ma soprattutto il ricordo di una presidenza che cercò di ampliare il ruolo del Quirinale. Quel 17 ottobre 1978 Roma assiste così a uno straordinario passaggio di epoche: mentre in Vaticano comincia il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, al Quirinale si ricorda l’uomo che aveva accompagnato l’Italia verso la modernità.

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