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California, l’incendio assedia le case a sud di Los Angeles: 16.000 sfollati, 6 abitazioni distrutte

SAN CLEMENTE — Il tratto verso nord dell’Interstate 5, l’autostrada che collega San Diego a Los Angeles, è chiuso da venerdì pomeriggio; sulle colline ai lati scorrono ancora le linee arancioni delle fiamme e il fumo ha reso l’aria «nociva per i gruppi sensibili» in quattro cittadine della costa. È il Norte Fire, l’incendio che da ventiquattro ore brucia tra San Clemente e San Juan Capistrano, nella contea di Orange, a metà strada tra Los Angeles e San Diego, spinto dai venti di Santa Ana.

Il bilancio aggiornato dall’autorità antincendio della contea alle 19:30 di venerdì (le 4:30 di sabato in Italia) parla di circa 230 ettari bruciati e contenimento zero. Sei abitazioni sono state colpite o distrutte, due vigili del fuoco sono in ospedale con ferite «significative» ma in condizioni stabili, riferisce CNN. Circa 16.000 residenti e 6.000 case sono sotto ordine di evacuazione.

Le fiamme sono partite poco dopo le 11:30 di venerdì (le 20:30 in Italia) tra due strade residenziali di San Clemente, a est dell’autostrada. In poche ore il fronte è passato da 4 a quasi 190 ettari e ha scavalcato il confine con San Juan Capistrano. La causa non è nota e nessuna società elettrica è stata chiamata in causa.

Il capitano dell’autorità antincendio della contea, Steve Concialdi, ha detto nel tardo pomeriggio che il fronte principale era in gran parte domato, ma ha aggiunto: «Abbiamo ancora case colpite qui, il vento soffia ancora forte». Il capo del corpo, T.J. McGovern, ha fissato l’obiettivo della notte: «tenere il fuoco dentro il perimetro attuale». Squadre di rinforzo sono arrivate dalle contee di Los Angeles e San Bernardino.

Le scuole del distretto di Capistrano hanno mandato a casa gli studenti in anticipo «per abbondanza di cautela», secondo ABC News. L’agenzia per la qualità dell’aria della California meridionale ha classificato come nociva per bambini, anziani e malati l’aria di San Clemente, Dana Point, San Juan Capistrano e Laguna Niguel fino a sabato mattina.

Il vento di Santa Ana

Il Norte Fire non è il solo. Lo stesso episodio di venti di Santa Ana, le correnti secche e calde che in autunno scendono dai deserti interni verso la costa californiana, ha acceso venerdì il Bryson Fire a Malibu, dove sono scattate evacuazioni, il Peak Fire ad Azusa, fermato nella sua avanzata, e altri roghi nella contea di Los Angeles e nella base dei marines di Camp Pendleton. Le raffiche hanno toccato i 40 chilometri orari nel pomeriggio. L’allerta rossa su Los Angeles e Ventura resta in vigore fino alle 20 di sabato (le 5 di domenica in Italia), con venti ancora sostenuti oggi e in calo da domenica.

Decine di migliaia di utenze sono senza corrente per i distacchi preventivi decisi dalle società elettriche, la prassi adottata in California dopo i grandi incendi degli ultimi anni per evitare che una linea caduta accenda un nuovo rogo. L’azienda idrica locale ha chiesto ai residenti di ridurre i consumi; McGovern ha assicurato che le riserve d’acqua per le squadre non sono a rischio.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ottenuto dall’agenzia federale per le emergenze un finanziamento per le operazioni e ha scritto su X: «Restate vigili, continuiamo ad affrontare forti venti di Santa Ana». Katrina Foley, membro del consiglio della contea di Orange, ha insistito sugli ordini di evacuazione: «Seguiteli, non sappiamo mai quando il vento cambierà».

Tra chi ha lasciato casa c’è Zachary Torgesson, uscito dall’unica abitazione che conosce da sedici anni. Robert Morris, che a San Juan Capistrano vive dal 1995, ha raccontato che «è la prima volta che abbiamo un incendio in questa zona». Il sindaco John Campbell ha promesso che «la comunità ne uscirà insieme».

I due rifugi aperti dalle amministrazioni, il centro comunitario di San Juan Capistrano e quello di San Clemente in Calle Seville, hanno tenuto le porte aperte tutta la notte: sono ammessi anche i piccoli animali.

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Cisgiordania, la fotografa del Washington Post pestata dai coloni ha 4 vertebre rotte. Netanyahu: «fatti poco chiari»

Aggiornato alle 11:43

RAMALLAH — Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter americana del Washington Post, è stata trasferita dall’ospedale governativo di Ramallah al Beilinson di Petah Tikva, alle porte di Tel Aviv, con quattro vertebre rotte, una costola fratturata, lacerazioni su tutto il corpo e un dito aperto fino all’osso che ha richiesto un intervento alla mano. È il bilancio, aggiornato stamattina, del pestaggio subito ieri negli uliveti di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, da parte di un gruppo di coloni israeliani.

Mentre il bollettino medico si aggravava, l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito «poco chiari» i fatti e ha parlato di uno «scontro» durante il quale la fotografa «sarebbe stata aggredita». Il direttore esecutivo del Washington Post, Matt Murray, ha risposto che «alcuni fatti non sono né in discussione né poco chiari» e il giornale ha inviato una lettera formale al governo israeliano. Il Dipartimento di Stato americano chiede «indagini, arresti e condanne». Nessun arresto è stato annunciato.

L’aggressione è cominciata venerdì verso le 8:30 (le 7:30 in Italia). Circa 80 uomini vestiti di nero, molti col volto coperto, sono scesi da una collina sopra i terrazzamenti dove gli abitanti raccoglievano le olive; alcuni portavano taniche di carburante, altri fionde per le pietre, e almeno uno, armato, ha sparato, riferisce Reuters, che aveva una propria inviata sul posto. Olivi e automobili sono stati incendiati. Levine indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta Press davanti e dietro.

«Mi hanno attaccata, buttata a terra. Per fortuna avevo giubbotto ed elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui, perché continuavano a prendermi a calci», ha raccontato dal letto d’ospedale. I calci, stima, sono stati una cinquantina in dieci minuti. Le hanno strappato le macchine fotografiche, la borsa e il telefono. «Non ho visto nessuno che provasse a fermarli», ha aggiunto. E sui responsabili: «Non saranno processati, ne sono sicura». In un video girato sul posto da un giornalista americano indipendente la si sente ripetere a terra: «Morirò», «hanno preso tutto».

Lo stesso giornalista ha detto alla Cnn: «Temevo che l’avrebbero uccisa»; a farle scudo, secondo lui, sono stati alcuni giovani palestinesi. Un videoblogger israeliano presente ad Abu Falah descrive i colpi di bastone e sostiene che i soldati arrivati poco prima «stavano spalla a spalla con i coloni», venuti dall’avamposto di Meshulash. Il figlio della fotografa ha parlato al Jerusalem Post di lacerazioni a gambe, fianco e glutei e di un taglio profondo alla mano sinistra.

La versione di Netanyahu

Il comunicato del premier, diffuso venerdì sera, afferma che «Israele condanna senza riserve la violenza contro chiunque, ebrei, arabi, cristiani o giornalisti» e che «i responsabili saranno chiamati a rispondere». Su X lo stesso ufficio parla però di «domande serie ancora aperte»: 200 palestinesi contro una quarantina di coloni, oggetti lanciati «da entrambe le parti», fuochi d’artificio contro «giovani ebrei». L’esercito dice di aver disperso lo scontro con mezzi antisommossa, di aver sparato colpi in aria e poi contro un sospetto che correva verso i soldati con «un oggetto affilato». Polizia e forze armate hanno aperto indagini e promettono di trattare il caso «con la massima serietà».

Il contrasto tra le due versioni è diventato una questione tra Washington e Gerusalemme a dieci giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, e la partita si gioca anche nel Congresso americano. Il deputato democratico Jamie Raskin ha definito l’attacco «inconcepibile» e ha ricordato che Donald Trump ha revocato le sanzioni ai coloni violenti decise da Joe Biden; il senatore Andy Kim cita «notizie di un attacco coordinato» e del mancato intervento dei soldati; Ro Khanna chiede lo stop agli aiuti usati per le attività degli insediamenti. La Foreign Press Association, che riunisce i corrispondenti stranieri in Israele, invita il comandante militare della Cisgiordania a «smettere di cercare scuse e fare il proprio lavoro».

Il pestaggio di Levine è uno dei circa 24 attacchi ai raccoglitori di olive registrati venerdì dalla Mezzaluna Rossa palestinese, con 20 feriti in almeno otto villaggi del nord della Cisgiordania. Dieci giorni prima il fotografo dell’Afp Jaafar Ashtiyeh era stato picchiato col calcio dei fucili ad Aqraba, episodio che Levine aveva raccontato in un articolo per il Post. A Turmus Ayya, dove l’esercito dice che gli aggressori erano fuggiti prima dell’arrivo delle truppe, il sindaco riferisce auto bruciate tra gli ulivi: «Non è rimasto nulla di intatto».

L’ufficio Onu per gli affari umanitari ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni da gennaio ad agosto; dall’inizio della stagione delle olive un palestinese è stato ucciso e più di 2.500 ulivi o piantine sono stati danneggiati. Per nessuno di questi episodi, come per quello di Abu Falah, è stato finora annunciato un arresto.

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Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

Sette portavoce in due mandati, tra scontri con la stampa, briefing ridotti e addii lampo. L'ultima, Katie Zacharia, è rimasta in carica appena cinque giorni, stabilendo un nuovo record di brevità alla Casa Bianca

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Trump sospende le sanzioni alla Russia che lui stesso aveva firmato: via libera al diesel di Putin

WASHINGTON — Donald Trump ha sospeso venerdì, a un giorno dall’entrata in vigore, le sanzioni contro Russia e Iran che lui stesso aveva firmato in legge meno di un mese fa. L’ordine esecutivo porta la sua firma, come la portava il 18 settembre la legge che prende il nome dal senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei suoi alleati più stretti al Congresso. Le misure dovevano scattare il 18 ottobre.

La legge prevede dazi fino al 500 per cento sui beni russi e fino al 100 per cento sui cinque maggiori importatori di petrolio e gas di Mosca, oltre che su chiunque acquisti consapevolmente energia russa e sui principali intermediari che aiutano ad aggirare i divieti. Tutto questo resta ora sulla carta. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui concedere questa deroga in questo momento è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», si legge nell’ordine, riferisce Reuters. La sospensione vale finché il presidente o i suoi collaboratori più alti non decideranno diversamente.

Il testo non spiega perché. La deroga si appoggia a un articolo della stessa legge, il 115, che consente al presidente di fermarne l’applicazione con una certificazione scritta e un rapporto al Congresso. Restano in vigore le sanzioni decise con i precedenti ordini esecutivi, e resta in piedi la parte della legge che proroga le sanzioni all’Iran. La Casa Bianca non ha diffuso altre motivazioni oltre al testo dell’ordine.

La spiegazione, nei fatti, era arrivata una settimana prima. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato sul suo social Truth una «discussione di grande successo»: oltre 300.000 tonnellate di diesel russo «immediatamente», 500.000 a novembre, poi un milione al mese. In totale 4,8 milioni di tonnellate, circa 36 milioni di barili, fino a metà aprile. Lo stesso giorno il Tesoro aveva emesso una licenza generale, la numero 135, che autorizza le transazioni sul diesel di origine russa, importazioni negli Stati Uniti comprese.

Il mese scorso il diesel aveva toccato negli Stati Uniti il record di 6,53 dollari al gallone, circa 1,72 dollari al litro. I rincari sono legati alle interruzioni provocate dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, da cui passa gran parte del greggio del Golfo. Le elezioni di metà mandato sono il 3 novembre. La partita, per la Casa Bianca, si gioca sul prezzo alla pompa nelle tre settimane che restano prima del voto.

La lettera dei 12 senatori

La reazione più dura è venuta dal Senato, e non solo dai democratici. Martedì 13 ottobre dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno scritto a Trump una lettera guidata dal democratico Richard Blumenthal: «Questo accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; va revocato». Tra i firmatari repubblicani ci sono Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, John Cornyn del Texas e Mitch McConnell del Kentucky, per anni capo del partito al Senato.

Thom Tillis, senatore repubblicano della Carolina del Nord e anche lui firmatario, è andato oltre nel programma Meet the Press della NBC: c’è un «caso legittimo» per sostenere che Trump «non sta rispettando la legge». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha risposto su Fox: «Chiunque al Congresso dica che una vecchia legge o l’attuale legge Graham ci vieta di farlo si sbaglia».

Trump ha liquidato i critici lunedì, parlando davanti alla Casa Bianca. «Tutto ciò che può aiutare i nostri agricoltori, i nostri allevatori, mi piace», ha detto; i repubblicani che protestano «non possono fare sul serio». Ha attribuito a Volodymyr Zelensky i prezzi alti del diesel e ha aggiunto che il presidente ucraino dovrebbe farsi da parte. Giovedì 22 deputati di entrambi i partiti hanno chiesto in una seconda lettera, indirizzata a Trump, al segretario di Stato Marco Rubio e a Bessent, di revocare la licenza sul diesel. Il deputato democratico Don Beyer, della Virginia, ha parlato di «ultima resa a Putin» che «tradisce i nostri partner ucraini e sfida la chiara volontà del Congresso». William Taylor, ex ambasciatore americano a Kiev oggi all’Atlantic Council, un centro studi di Washington: «Il danno per gli ucraini è reale, e il costo per noi, gli Stati Uniti, è alto».

Bruxelles e Kiev

A Bruxelles, dove venerdì si riuniva il Consiglio europeo, Emmanuel Macron ha definito la decisione «inappropriata e inefficace». «I volumi di diesel che escono dalla Russia esistono già, sono acquistati da alcuni Paesi e sono già sul mercato globale», ha detto il presidente francese in conferenza stampa, secondo l’agenzia di Stato turca Anadolu. Quei flussi, ha aggiunto, sono «tracciati, documentati e ben noti»; l’accordo «manda un messaggio negativo ed è un elemento di divisione o di dubbio».

Zelensky, nella stessa sede, ha usato la stessa parola, «inappropriata», e ha detto di aspettarsi un accordo analogo sul gas. «Vedremo i soldi ricominciare a scorrere verso la Russia», ha avvertito. Putin, secondo lui, «non vuole negoziati di pace in nessuna forma». Il presidente ucraino ha stimato in 155 miliardi di euro le spese di guerra del suo Paese per il 2027.

Il Cremlino non ha commentato l’ordine di venerdì. Cina e India, i maggiori acquirenti di greggio russo e i primi bersagli dei dazi secondari ora congelati, avevano espresso preoccupazione per la legge nelle settimane scorse; Pechino aveva detto di opporsi a quella che chiama «giurisdizione a lungo braccio» degli Stati Uniti. Le prime 300.000 tonnellate di diesel russo, secondo l’annuncio del 9 ottobre, sono già in viaggio.

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Caraibi, la Marina francese sequestra 8,6 tonnellate di droga nelle acque dei raid Usa: 5 fermati in Martinica

FORT-DE-FRANCE — Centocinquanta balle stipate nella stiva di un peschereccio senza bandiera, in mezzo all’Atlantico, e cinque uomini di equipaggio che non hanno sparato un colpo. È la scena dell’8 ottobre che la Marina francese ha reso pubblica ieri, venerdì, con un comunicato firmato fra gli altri dal prefetto della Martinica: a bordo c’erano 5.292 chili di cocaina e la barca, scrivono i militari, «iniziava una traversata transatlantica».

Quel fermo è il colpo maggiore di una serie di operazioni condotte fra il 4 e il 13 ottobre nel mar dei Caraibi e nell’Atlantico, riferisce l’agenzia France-Presse: in tutto 8,6 tonnellate di stupefacenti, 6,9 di cocaina e 1,7 di marijuana. Nelle stesse acque, dal settembre 2025, l’esercito americano ha ucciso almeno 235 persone in 70 attacchi contro imbarcazioni sospette. La Francia ha scelto l’altra strada: fermo, sequestro, consegna ai giudici.

Il carico dell’8 ottobre e i cinque membri dell’equipaggio sono stati portati a Fort-de-France, capoluogo della Martinica, su richiesta della procura. Gli uomini sono in stato di fermo, nelle mani degli investigatori dell’ufficio antidroga francese dei Caraibi.

Le altre due operazioni si sono svolte nel mar dei Caraibi. Il 4 ottobre una fregata francese, con il proprio elicottero e l’appoggio della marina colombiana, ha bloccato un «go-fast», il motoscafo veloce dei narcotrafficanti, anch’esso senza bandiera: 16 balle di cocaina. Il 13 ottobre è toccato a un peschereccio venezuelano con 166 balle di cocaina e marijuana. Insieme le due operazioni caraibiche superano le 3 tonnellate. Equipaggi, droga e imbarcazioni «sono stati consegnati alle autorità colombiane e venezuelane competenti per il seguito giudiziario», scrive il ministero delle Forze armate. Né Bogotá né Caracas hanno commentato.

La ministra delle Forze armate Catherine Vautrin si è congratulata su X con gli equipaggi e ha aggiunto una frase che non riguarda soltanto i marinai: «L’azione delle forze armate francesi si iscrive nel rigoroso rispetto del diritto».

Le stesse rotte

Il 4 ottobre, lo stesso giorno della fregata francese, il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato un «attacco letale e cinetico» contro un go-fast «lungo le consolidate rotte del narcotraffico nei Caraibi»: quattro morti. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti sono in «conflitto armato» con i cartelli. A gennaio lo stesso dispositivo militare aveva portato alla cattura a Caracas di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Le Nazioni Unite hanno avvertito che i raid rischiano di violare il diritto internazionale.

Parigi lo ha detto in faccia a Washington. Al vertice dei ministri degli Esteri del G7, a Niagara-on-the-Lake, in Canada, il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato: «Abbiamo osservato con preoccupazione le operazioni militari nella regione dei Caraibi, perché violano il diritto internazionale e perché la Francia è presente in questa regione attraverso i suoi territori d’oltremare, dove risiedono più di un milione di nostri concittadini». L’alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas, a margine dello stesso incontro, ha aggiunto che quegli attacchi sarebbero giustificabili solo come legittima difesa. Washington non ha reagito al sequestro francese.

Anche la Marina francese può sparare: secondo Le Monde, i tiratori scelti sono autorizzati a colpire i motori dei go-fast per fermarli, ma «il principio dell’operazione è zero vittime». Alle domande sulle basi giuridiche delle proprie operazioni, però, Parigi e Londra hanno risposto soltanto con una formula, piena conformità al diritto nazionale e internazionale. Il centro antidroga marittimo europeo di Lisbona chiede nel frattempo più navi militari sulla rotta atlantica della cocaina.

Mentre a Fort-de-France i cinque fermati aspettano il giudice, il Pentagono ha cominciato a spostare verso l’America Latina diverse centinaia di soldati della 10ª Divisione da montagna, di stanza a Fort Drum, nello Stato di New York. Il primo battaglione, circa 600 uomini, è diretto a Panama, agli ordini del comando Usa per l’America Latina.

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Il Cremlino al Pontefice: “Lavoriamo insieme per proteggere i cristiani nel mondo”. Parolin: “Spero che Mosca accetti di mettere in atto la richiesta del Vaticano”. Zakharova: L’Italia obbedisce ai padroni di Bruxelles

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