Yemen, gli Emirati tornano a pagare le milizie contro gli Houthi: l’Arabia Saudita dà la copertura aerea
ADEN — Gli Emirati Arabi Uniti tornano nella guerra dello Yemen. Hanno ripreso a pagare le Brigate dei Giganti, la milizia che avevano addestrato e finanziato per anni e che è considerata la più efficace fra le forze che combattono gli Houthi nel sud del Paese, riferisce il Guardian citando fonti yemenite. In cambio l’Arabia Saudita garantirà la copertura aerea.
È un’intesa raccontata da chi sta sul terreno, non annunciata dalle capitali: né Riad né Abu Dhabi hanno commentato. È però il primo segnale concreto di riavvicinamento fra i due Paesi del Golfo dopo mesi di dissensi sul futuro dello Yemen. A gennaio gli Emirati avevano chiuso le operazioni e tagliato i fondi ai loro alleati, e i sauditi erano arrivati a bombardare forniture d’armi emiratine destinate ai separatisti del Sud.
La notizia arriva nelle ore più dure per il governo riconosciuto. Giovedì cinque missili hanno colpito il palazzo presidenziale di al-Maashiq, ad Aden, la capitale provvisoria: 5 morti e 16 feriti, fra cui guardie e impiegati civili. Il primo ministro Shaya al-Zindani era nel complesso ed è rimasto illeso; due delle sue guardie del corpo sono morte. È il primo attacco di questo tipo sulla sede del governo.
Venerdì altri due missili sono caduti sull’aeroporto di Aden, a circa 500 metri da un aereo della compagnia Yemenia pronto a decollare per Il Cairo. Nessun ferito, ma è il secondo attacco allo scalo in meno di una settimana. «Una minaccia diretta alla vita dei passeggeri e degli equipaggi», ha detto il ministro dell’Informazione Moammar al-Eryani.
Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato di aver colpito il «quartier generale delle operazioni militari saudite» ad Aden, nel quadro della politica dichiarata di colpire «i rinforzi sauditi ovunque si trovino». L’agenzia Saba, controllata dal movimento, parla di un comando gestito da ufficiali sauditi e, per l’aeroporto, di obiettivi nel campo militare di Badr, adiacente alla pista. Riad accusa l’Iran di aver «incoraggiato» l’escalation; Teheran respinge «ogni accusa di aver avuto un ruolo nelle operazioni yemenite» e offre i propri buoni uffici.
La guerra riaperta a settembre
La tregua del 2022 è saltata quest’estate. A settembre gli Houthi hanno lanciato un’offensiva lampo sulla costa del Mar Rosso, hanno preso il porto di Mocha e le alture che dominano il Bab al-Mandab, lo stretto che chiude il Mar Rosso a sud, e hanno annunciato il blocco delle navi saudite. Per Riad quella rotta è diventata vitale da marzo, quando l’Iran ha chiuso Hormuz e il Regno ha dirottato parte dell’export di petrolio verso il Mar Rosso attraverso l’oleodotto Est-Ovest.
Il 4 ottobre il presidente del Consiglio di comando presidenziale, Rashad al-Alimi, ha lanciato l’operazione «Alba dello Yemen» per riprendere Sanaa con copertura aerea saudita, i primi raid del Regno ammessi dal 2022. Mocha non è stata riconquistata. Taiz, terza città del Paese, è di fatto assediata: la strada per Aden è tagliata e il prezzo della benzina è triplicato in una settimana, racconta Al Jazeera. Gli Houthi rispondono sul territorio saudita: 20 attacchi sull’aeroporto di Riad dal 1° ottobre, secondo il portavoce della coalizione, con 19 morti e 364 feriti negli scali del Regno. L’inviato Onu Hans Grundberg ha parlato al Consiglio di sicurezza di ritorno alla «guerra totale».
Il ritorno dei soldi emiratini rimette in campo l’unica forza di terra che negli anni scorsi aveva fatto arretrare gli Houthi, in un momento in cui l’aviazione saudita da sola non ha riaperto né Mocha né la strada di Taiz. Per Thomas Juneau, esperto di Medio Oriente all’Università di Ottawa, l’escalation serve agli Houthi ad accumulare leva negoziale con Riad e a consolidare «il loro potere dentro lo Yemen».
L’intesa non scioglie il nodo del Sud. I separatisti del Consiglio di transizione hanno chiesto questa settimana un referendum sulla secessione, per tornare ai confini dello Stato che esistette fino al 1990; né Riad né Abu Dhabi hanno risposto. Il loro leader, Aidarous al-Zubaidi, vive ad Abu Dhabi da gennaio, dopo il fallito tentativo di prendere il controllo del Sud, e non ha contatti diretti con i sauditi. I suoi uomini non hanno ancora accettato di combattere oltre i vecchi confini. Dall’intensificarsi degli scontri oltre 200.000 persone hanno lasciato le loro case.

