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“L’eleganza non è sovrabbondanza, ma sottrazione”: dall’abbronzatura di Coco Chanel alle curve di Rubens, Philippe Daverio svela come la storia ha cambiato i canoni della bellezza nel suo libro postumo

Basta abbassare lo sguardo su un paio di scarpe di cuoio stringate o abbottonare fino al collo una giacca maschile per accorgersi di indossare, letteralmente, un reperto storico. Le calzature sono identiche a quelle dei signori del 1880; il taglio della giacca tradisce una chiara derivazione militare, e l’abbinamento con pantaloni dello stesso colore risponde ancora all’antica logica dell’uniforme. Parte esattamente da qui, dalla superficie concreta degli oggetti quotidiani e dalle parole che pronunciamo per inerzia, Le origini dell’eleganza. Un viaggio nella storia dell’arte per capire noi stessi (Solferino, 224 pagine), libro postumo di Philippe DAverio.

A sei anni dalla scomparsa del critico dal papillon rosso e dal ricciolo barocco, il volume raccoglie e ordina le lezioni tenute alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano. Il lavoro di curatela, affidato al figlio Sebastiano, non ha lo scopo di musealizzare un pensiero, ma di mantenerlo vitale: “Quello che mi interessa è che l’eredità di Philippe non diventi qualcosa di immobile”, spiega il figlio. “Non limitarsi a conservare un archivio, ma permettere a quei pensieri di incontrare persone nuove“. Ne scaturisce un libro che rifiuta l’impostazione del manuale accademico per abbracciare lo stile inconfondibile di Daverio: la conversazione colta, aneddotica ed elegantemente provocatoria.

L’etimologia come arma: l’invenzione del Classico e della Moda

Daverio procede per continui cortocircuiti logici. Prende i concetti assoluti dell’estetica occidentale e li riporta brutalmente alla loro radice materiale, tecnica o politica. L’aggettivo “classico“, ad esempio, prima di definire un canone dell’arte, indicava a Roma una fascia fiscale. Quando Servio Tullio suddivise i cittadini in base al reddito, stabilì che i “classici” (gli appartenenti alla prima classe) erano gli unici abbastanza ricchi da potersi comprare l’equipaggiamento militare completo. Di conseguenza, combattevano in prima fila. Il principio era brutale: chi guadagna di più ha il diritto di morire per primo. Solo secoli dopo la parola è scivolata dalle trincee alle biblioteche.

Altrettanto folgorante è la genesi del “moderno“. A metà dell’XI secolo, in Francia, le cancellerie scoprono che la penna d’oca permette di scrivere dieci volte più velocemente del vecchio calamo. Questo nuovo strumento spezza l’armonia tondeggiante della scrittura, imponendo un tratto nervoso, verticale e appuntito che dalle pergamene finirà per contagiare persino l’architettura delle cattedrali gotiche. Quella nuova scrittura veloce si chiamava modus parisiensis: dalla sua contrazione, sostiene Daverio, nasce la parola “moderno”, e di conseguenza il concetto stesso di “moda”.

Lusso contro Eleganza: il peso dell’oro e l’arte di togliere

Nella seconda metà del saggio si consuma un affascinante divorzio linguistico e concettuale: quello tra lusso ed eleganza. Attraverso la comparazione tra lingue, Daverio smonta l’idea di una bellezza universale. Nel mondo germanico, la parola bello (schön) rimanda a scheinen (brillare): è una questione di ostentazione muscolare, di quantità di materia, che attraversa i secoli dalle coppe micenee fino agli interni sovraccarichi delle odierne berline tedesche.

Nella tradizione latina, al contrario, il lusso (da lux, ciò che luccica) era considerato una degenerazione morale da arginare per legge. Il valore assoluto risiedeva nell’eleganza, termine che deriva da exlegere, ovvero “trarre fuori”, “selezionare”. Era il gesto con cui i censori romani sceglievano i senatori, riconoscibili non per lo sfarzo, ma per una sobria toga candida con un orlo purpureo. L’eleganza, conclude Daverio, “non è sovrabbondanza, ma sottrazione”. È la medesima misura aurea che i Greci usavano battendo l’oro fino a renderlo una foglia leggerissima, e che il miglior design italiano sapeva infondere nelle linee pulite di una Lancia storica.

Il corpo femminile come termometro geopolitico

Se la bellezza non è un’idea platonica ma un patto sociale mutevole, nulla ne registra le scosse meglio del corpo femminile. Le figure esili e diafane dipinte da Botticelli sono lo specchio di una Firenze ricca e sedentaria, mentre i corpi muscolosi scolpiti da Michelangelo rispondono all’urgenza delle guerre d’Italia (“meglio avere un fisico pronto a scattare”). La celebre “cellulite barocca” e le carni opulente delle donne di Rubens sono invece un esorcismo pittorico contro la fame nera della Guerra dei Trent’anni.

Il Novecento ribalta nuovamente il paradigma. L’abbronzatura, per secoli marchio d’infamia legato al lavoro nei campi, diventa status symbol nell’estate del 1923, grazie a una vacanza di Coco Chanel in Costa Azzurra. Il boom calorico del secondo dopoguerra trova la sua incarnazione formosa in Sophia Loren, subito soppiantata nei ruggenti anni Sessanta dai 43 chili di Twiggy: un corpo filiforme che decreta la fine definitiva della memoria della fame.

La cultura del contagio e il Medioevo Digitale

Il vero motore della creatività umana, sottolinea il critico citando il Cardinale Carlo Maria Martini, è la “cultura del contagio”. L’identità europea è un ininterrotto meticciato: lo zero arabo portato da Fibonacci, lo zafferano che nasce come pigmento pittorico e finisce nelle cucine per inventare il risotto alla milanese. Ma è la contaminazione giapponese di metà Ottocento a riscrivere il nostro sguardo. Le stampe ukiyo-e e l’Expo parigina del 1867 insegnano all’Europa, ossessionata dalla mimesi e dall’imitazione, la genialità della sintesi e del concetto. Il giapponese non dipinge un uccello, ma l'”uccellicità”; da questa epifania nasce la grande ripulitura visiva che porterà all’astrazione, al razionalismo di Adolf Loos e ai muri bianchi del design moderno.

Chiudendo il cerchio, Daverio sposta la sua lente sul nostro “medioevo digitale”, un’epoca frammentata dallo smartphone in cui dominano i nuovi “frati predicatori” dello slogan emotivo. Di fronte al caos della comunicazione contemporanea, l’ultima lezione del critico è un antidoto contro la dittatura della semplificazione: «Più un linguaggio è comprensibile e diretto, più si avvicina alla pubblicità e si allontana dall’arte. Se un quadro ci racconta tutto al primo sguardo, è decorazione». Le origini dell’eleganza lascia in eredità un vibrante elogio dell’ambiguità: molto meglio un’idea confusa, complessa e sfaccettata, piuttosto che la rassicurante banalità di un’idea chiara. Un estremo e giocoso esercizio di libertà intellettuale, per ricordarci che l’arte è certamente lo specchio di ciò che siamo stati, ma soprattutto una finestra spalancata su ciò che potremmo diventare.

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Premio per la Cultura Mediterranea 2026 I vincitori della XX edizione

Premio per la Cultura Mediterranea 2026
I vincitori della XX edizione


Nicolò Govoni
(Società Civile) | Antonella Fioravanti (Scienze dell’uomo)
Barbara Gallavotti (Cultura dell’Informazione) | Yasmina Mélaouah (Traduzione)
Aysegül Savas con Gli Antropologi (Narrativa)
Rosita Manuguerra con Malanima (Narrativa Giovani)
Majd al-Assar con Il mio cuore libero, la forza di una madre di Gaza (Premio Speciale della Giuria)
Marco Lavalle
(Premio Speciale della Fondazione Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania)

Cosenza, 16 ottobre – Una cerimonia speciale per un’edizione speciale: il Premio per la Cultura Mediterranea ha celebrato oggi il traguardo della XX edizione, con la proclamazione, al Teatro Alfonso Rendano di Cosenza, dei vincitori del 2026. Promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania, il riconoscimento internazionale valorizza da vent’anni l’impegno di studiosi, scrittori, giornalisti e traduttori che, attraverso il loro lavoro, contribuiscono alla conoscenza delle diverse espressioni culturali del Mediterraneo.

 

I premiati sono stati selezionati da una giuria internazionale presieduta da Mario Bozzo, presidente del Premio, e composta da: Felicita Cinnante, scrittrice; Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario; Paolo Collo, ispanista, traduttore e critico letterario; Shahrzad Houshmand Zadeh, docente di Lingua e Letteratura Persiana – Università “La Sapienza” di Roma; Martine Van Geertruijden, docente di Lingua e Traduzione Francese – Università “La Sapienza” di Roma; José Manuel Martín Morán, ordinario di Letteratura Spagnola – Università del Piemonte Orientale; Karima Moual, scrittrice e giornalista; Ayse Saracgil, docente di Lingua e Letteratura Turca – Università di Firenze.

Ad assegnare la palma d’oro all’autrice o all’autore della sezione Narrativa Giovani è una giuria scolastica formata da oltre trecento studenti e studentesse di dieci istituti calabresi e lucani. Il Premio Speciale della Fondazione Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania, invece, è assegnato direttamente da Mario Bozzo e dal Presidente della Fondazione Giovanni Pensabene, e ogni anno va ad una personalità d’eccellenza a livello internazionale del mondo economico, imprenditoriale, culturale, sociale e scientifico della Calabria e della Basilicata.

I vincitori della XX edizione

 

Società Civile: Nicolò Govoni, attivista per i diritti umani e fondatore di Still I Rise

Scienze dell’Uomo: Antonella Fioravanti, biologa molecolare

Cultura dell’Informazione: Barbara Gallavotti, giornalista e divulgatrice scientifica

Traduzione: Yasmina Mélaouah (francese)

Narrativa: Gli antropologi di Ayşegül Savaş (Gramma Feltrinelli)

Narrativa Giovani: Malanima di Rosita Manuguerra (Feltrinelli)

Premio Speciale della Fondazione Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania: Marco Lavalle, scienziato nato a Tricarico (Matera), attualmente impiegato presso il NASA Jet Propulsion Laboratory (JPL) come responsabile di progetto di un gruppo tecnico specializzato, con compiti centrali nell’ingegneria dei sistemi radar e l’osservazione della Terra.

Premio Speciale della Giuria per la Narrativa: Il mio cuore libero, la forza di una madre di Gaza (Garzanti) di Majd al-Assar, scrittrice e giornalista palestinese. Durante la serata, Majd al-Assar ha portato la sua testimonianza direttamente dalla Striscia di Gaza, dando voce al dramma che la popolazione palestinese sta vivendo, nel segno del racconto che attraversa il suo libro: quello di una madre che cerca di proteggere i propri figli e preservare, anche nell’orrore della guerra, uno spazio per la vita e la speranza.

 

«Vent’anni fa, quando fondai questo nostro Premio, il successo era una speranza. Oggi possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto. La nostra iniziativa, per le sue caratteristiche distintive, compreso il coinvolgimento delle scuole ed il riferimento alle culture del Mediterraneo, ha conquistato uno spazio di credibilità ed è riconosciuto come uno degli eventi culturali più importanti del Paese. Il merito è di tutta la squadra, a partire dal personale, che vi si dedica per un anno intero con competenza e passione. Ed è proprio questo che dovrà essere un punto fermo per l’avvenire al riparo da ogni forma di protagonismo solitario», afferma Mario Bozzo, fondatore e presidente del Premio.

 

Ospite d’onore in collegamento da Parigi, lo scrittore Tahar Ben Jelloun, vincitore assieme ad Amos Oz della Sezione Società Civile nella I edizione del Premio, che ha offerto appassionate riflessioni sul ruolo della cultura e sul dovere di educare i giovani ai valori del rispetto e della tolleranza.

 

La cerimonia conclusiva della XX edizione del Premio, condotta dalla giornalista del Tg1 Maria Gabriella Capparelli, si è svolta attorno al tema dell’Intelligenza Artificiale, oggi al centro del dibattito pubblico tra speranze e timori per il futuro.

Sul palco del Teatro Rendano, i momenti di riflessione e confronto con i vincitori si sono alternati a performance che hanno intrecciato parole, musica e danza per esplorare il rapporto tra esseri umani e tecnologia. Ideati e coordinati da Stefano Bellu, regista e direttore organizzativo della manifestazione, i momenti performativi – interpretati dagli attori Carla Serino, Stefania De Cola, Francesco Antonio Conti, Massimo Garritano alla chitarra elettrica, coreografie di Paola Stefano e Salvatore Lombardo – hanno attinto alla tradizione letteraria fantascientifica, a partire da Isaac Asimov, immaginando un futuro nel quale l’umanità è governata da un’intelligenza artificiale superiore, Elhian, con rischi per la libertà individuale e collettiva.

 

 

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La grande scultura senese in mostra a New York

Ospitata in una delle ultime grandi dimore risalenti alla fine del XIX secolo a New York, la Frick Collection ha riaperto le sue porte, nell’aprile del 2025, dopo un imponente progetto di ampliamento durato quasi cinque anni e costato duecentoventi milioni di dollari. 

Camminare per il centro di Manhattan e imbattersi in grandi manifesti che invitano visitare qui una mostra di quaranta bronzi senesi fa un certo effetto. 

Varcarne la soglia precipitando dal rumore implacabile della megalopoli nella sua iconica atmosfera intima, procura un sollievo immediato che predispone al meglio. E non si rimane delusi: all’interno il visitatore incontra, oltre alla straordinaria collezione permanente, ineguagliabili opere in bronzo senesi che includendo prestiti provenienti da musei fiorentini, umbri, campani, ma pure inglesi, tedeschi e americani. 

Una riunione di opere senza precedenti, che propone statue, rilievi, candelabri, medaglie e altro ancora, realizzate da alcuni degli scultori più influenti dell’epoca, come Donatello, Vecchietta e Francesco di Giorgio.

Giovanni di Stefano, Ercole in lotta con Acheloo, 1526, dettaglio @Frick Collection

Siena ne emerge come centro di eccellenza, tanto artistica quanto tecnica, nell’utilizzo di questo metallo nel periodo rinascimentale. 

La lavorazione del bronzo non è mai stata opera di una sola persona. Nella Siena del Quattrocento, fonditori di campane, ingegneri, orefici e scultori condividevano materiali e competenze: manufatti che ne derivavano erano espressione di un’intelligenza collettiva dove arte e industria si intrecciavano. 

Il bronzo, una lega composta principalmente da rame e stagno (spesso con l’aggiunta di piombo o zinco) era un materiale raro, costoso e vulnerabile: conservare anche solo una piccola statua significava scegliere tra l’utilizzo immediato e bellezza da consegnare ai posteri. In tempi di conflitto, qualsiasi manufatto in bronzo poteva essere rifuso e reimpiegato per scopi bellici, cosa che ha reso eccezionalmente rare le opere giunte fino a noi.

Le stesse conoscenze necessarie per fissare l’espressione del volto di un santo servivano anche a far risuonare una campana in tutta la città o a far tremare le mura con il colpo di un cannone.

Attribuito a Giovanni di Stefano, Davide con la testa di Golia, 1490, particolare @Frick Collection

Alla Frick Collection ora tre sale propongono l’“ascolto” di questa vicenda. Nella prima, gli oggetti esposti esplorano manufatti in bronzo spaziando tra chiesa, abitazione privata, scuderia e campo di battaglia.

Alla complessità della fusione delle campane, illustrata da una maestosa opera realizzata nel 1454 e collegata al grande complesso ospedaliero di Santa Maria della Scala, si affiancano alcuni volumi contenenti disegni di cannoni in bronzo, realizzati per la potente famiglia Orsini e per lo Stato senese.

A Donatello, lo scultore più celebre dell’epoca, e al suo soggiorno senese tra il 1457 e il 1461 fa riferimento la lastra tombale di Giovanni di Bartolomeo Pecci, vescovo di Grosseto. Si tratta di una delle sole otto opere firmate dall’artista giunte fino a noi.

Giovanni Tofano Bell, campana fusa nel 1420 @Frick Collection

Nella sala più ampia una prima sezione esplora la capacità del bronzo di perpetuare la memoria nella scultura funeraria. La sezione successiva presenta un gruppo di significative medaglie che servivano a plasmare e promuovere l’immagine dei soggetti illustri come governanti, umanisti, banchieri, militari o prelati. 

Stupisce infine il gruppo di sei statue e statuette a tutto tondo, una tipologia che sfrutta le qualità del bronzo più pienamente di quasi ogni altro materiale. A differenza della pietra o del legno, la lega fusa è in grado di sostenere braccia protese, gambe sollevate e corpi in equilibrio oltre il proprio centro di gravità. 

Le statue monumentali affermano da sempre la propria presenza in spazi religiosi e civili. Ma qui non sono le dimensioni a determinare l’ambizione del progetto. Un piccolo bronzo poteva fungere da monumento in miniatura, invitando l’osservatore a girarvi attorno e dando forma a idee suscettibili di essere ingrandite in seguito. 

A Siena, questo tipo di sperimentazioni contribuirono a definire un linguaggio della scultura a tutto tondo destinato a ispirare artisti successivi, tra cui il giovane Michelangelo, che nel Duomo di Siena lavorò tra il 1501 e il 1504.

Un ultimo aspetto merita di essere sottolineato. La narrazione tradizionale del Rinascimento si concentra sul ruolo cardine di Firenze. Questa mostra, documentando gli straordinari risultati raggiunti dai maestri senesi nella lavorazione artistica del bronzo, invita a riconsiderare tale prospettiva: Siena, che all’epoca seguiva un percorso artistico legato a quello della sua rivale, ne tracciò un altro consapevolmente autonomo.

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