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Decimo rapporto Copernicus sui mari

Nei giorni scorsi è stata pubblicata la decima edizione del Copernicus Ocean State Report (OSR10), il rapporto annuale del Copernicus Marine Service, redatto da Mercator Ocean International. Basato su oltre duecento contributi di 636 ricercatori di 37 Paesi, analizza lo stato dei mari attraverso osservazioni satellitari, misurazioni dirette e rianalisi oceanografiche. Tra i contenuti principali figura lo Starfish Barometer, che analizza cinque settori: stato degli oceani, pressioni umane, danni sociali, sforzi in termini di protezione e opportunità per il futuro.

Il giudizio finale è uno solo: le pressioni sugli oceani continuano a crescere e le misure di tutela non sono sufficienti a contrastarle.

Nell’Artico, il riscaldamento e la perdita di ghiaccio marino si combinano con l’erosione costiera e i cambiamenti ecologici. In Antartide, la protezione della biodiversità richiede sia interventi di conservazione sia misure di mitigazione dei cambiamenti climatici. I ricercatori confermano che i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS) sono particolarmente vulnerabili all’innalzamento del livello del mare, al riscaldamento oceanico e ai cicloni tropicali. Un dato emerso durante le ultime COP sulle emissioni di CO₂ è che questi Stati hanno responsabilità storiche limitate per le emissioni globali. La responsabilità maggiore ricade su alcuni Stati sviluppati o in via di sviluppo che, dopo non essere riusciti a garantire a se stessi e agli altri Paesi uno sviluppo sostenibile, né tantomeno resiliente (termini sempre terribilmente abusati, ma che in questo ambito appaiono privi di significato), spesso si sono rifiutati di tenere fede agli impegni assunti per compensare i danni causati.

Ma non basta. Trent’anni di osservazioni satellitari suggeriscono uno spostamento verso latitudini più elevate di alcuni cicli stagionali del fitoplancton, componente fondamentale delle reti alimentari marine e del ciclo del carbonio. I cambiamenti nella sua distribuzione possono ripercuotersi sugli ecosistemi e sulle specie che dipendono da esso.

Nell’ultimo periodo, tutto questo ha avuto conseguenze particolarmente rilevanti nel Mar Mediterraneo: secondo lo studio incluso nell’OSR10, le ondate di calore marino sono state più frequenti rispetto ai due decenni precedenti. Un esempio di come ciò che accade nei bacini fluviali possa influenzare direttamente il mare è quanto sta avvenendo nel Mar Adriatico settentrionale: gli intensi apporti fluviali del 2023 e del 2024, associati a temperature elevate e a cambiamenti nella circolazione, hanno contribuito a variazioni della salinità, della torbidità e dell’attività algale. In generale, il Mar Mediterraneo orientale mostra valori particolarmente elevati di questi cambiamenti. Anche se i risultati dipendono dal metodo di rilevamento e dal periodo climatico di riferimento utilizzato, è innegabile che si tratti di fenomeni che possono alterare gli ecosistemi, favorire la mortalità degli organismi marini e mettere sotto pressione la pesca e l’acquacoltura.

Altri dati importanti riguardano la salinità del mare e il livello medio delle acque. Il livello del Mar Mediterraneo cresce in modo non uniforme, influenzato da temperatura, salinità, circolazione e movimenti locali del suolo. Questo ha effetti sulla pianificazione costiera, che deve basarsi non soltanto su medie globali, ma anche su dati locali. Molte regioni mostrano una tendenza verso acque più dolci dove già lo erano o più salate dove prevaleva una maggiore salinità, sebbene la variabilità naturale possa modificare le tendenze nel breve periodo.

Anche nel Mar Baltico sono in atto cambiamenti rilevanti che riguardano la circolazione dei nutrienti, la ventilazione delle acque profonde e il rischio di carenza di ossigeno.

In generale, i dati dell’OSR10 confermano che gli oceani si stanno riscaldando e che gli ecosistemi si stanno trasformando, con ondate di calore marine e pressioni crescenti sulle coste. Si tratta di fenomeni che non sono indipendenti: interagiscono e possono amplificarsi reciprocamente.

Il fatto che si parli di dati relativi agli oceani o al Mar Mediterraneo non deve trarre in inganno: hanno tutti un impatto non indifferente sul clima, sull’assorbimento di una parte importante del calore in eccesso e sulla biodiversità, sull’alimentazione e, in generale, sulla vita sulla terraferma.

Il messaggio del rapporto è semplice: la capacità degli oceani di assorbire gli impatti umani non è illimitata. Osservare e comprendere i cambiamenti è indispensabile, ma da solo non basta. Servono azioni concrete per ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi e favorire politiche di adattamento più efficaci. Ma, prima di tutto, serve ammettere che le scelte di alcuni hanno un effetto non secondario sulla vita di tutti.

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Brasile, la deforestazione dell’Amazzonia cala del 42%: è il minimo dal 1988, a 9 giorni dal ballottaggio

BRASÍLIA — L’Amazzonia brasiliana ha perso 3.335 chilometri quadrati di foresta in dodici mesi, un’area più piccola di Maiorca: è il dato più basso da quando il Brasile misura il disboscamento dallo spazio, cioè dal 1988. Lo ha diffuso venerdì l’Inpe, l’agenzia spaziale brasiliana, con il rapporto annuale che copre il periodo dal 1° agosto 2025 al 31 luglio 2026. Rispetto all’anno precedente il calo è del 42%.

Il numero arriva nove giorni prima del ballottaggio del 25 ottobre, in cui il presidente Luiz Inácio Lula da Silva sfida il senatore Flávio Bolsonaro, figlio maggiore dell’ex presidente Jair. Al primo turno del 4 ottobre Bolsonaro ha preso il 47% dei voti contro il 45% di Lula, e i sondaggi danno i due testa a testa. Il ministro dell’Ambiente João Paulo Capobianco ha presentato i dati in conferenza stampa a Brasília: «È un calo assolutamente stratosferico, è come un sogno».

Anche il Cerrado, la savana alberata che si estende a sud dell’Amazzonia, ha toccato il minimo dall’inizio delle rilevazioni nel 2001: 5.517 chilometri quadrati abbattuti, il 24% in meno. Il precedente record positivo per l’Amazzonia risaliva al 2011-2012, con 4.571 chilometri quadrati. La misurazione va da agosto a luglio perché a metà anno le nuvole sono meno fitte e i satelliti vedono meglio, spiega Reuters.

Lula ha commentato su X: «Il nostro obiettivo è arrivare a zero deforestazione illegale entro il 2030». Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, rete di organizzazioni ambientaliste brasiliane, ha parlato di «un risultato storico» e ha aggiunto che l’agricoltura «ha registrato record di produzione ed export mentre la deforestazione calava», smentendo a suo dire «la falsa narrativa» per cui tutelare l’ambiente danneggia l’economia.

Il comitato di Flávio Bolsonaro non ha commentato i dati. Nel programma il candidato promette di rafforzare la vigilanza ambientale in Amazzonia, concentrando i controlli sulla criminalità organizzata anziché su estrattivisti e piccoli agricoltori, e di porre fine alla deforestazione illegale entro il 2029, un anno prima dell’obiettivo di Lula. Ha però elogiato il padre, che sconta 27 anni agli arresti domiciliari per il tentato colpo di Stato, per essersi opposto a quella che definisce «un’agenda ambientale radicale».

Il climatologo Carlos Nobre, dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di San Paolo, non nasconde da che parte sta: «Siamo molto preoccupati per i rischi per l’Amazzonia se vince Flávio, perché è un negazionista del clima». Il risultato di venerdì lascia comunque aperte diverse partite: sette dei nove governatori degli Stati amazzonici sono alleati di Bolsonaro, nel Pacifico si sta formando un super El Niño che porta siccità e incendi, e il governo Lula sostiene nello stesso tempo l’espansione delle trivellazioni petrolifere.

Quarant’anni di satelliti

La serie storica racconta quasi quattro decenni di politica brasiliana. Il primo crollo del disboscamento arrivò dopo il 2004, quando il primo governo Lula varò il piano d’azione contro la deforestazione, che legava multe e controlli alle immagini satellitari. Con Jair Bolsonaro, presidente dal 2019 al 2022, il piano fu accantonato e il disboscamento risalì di circa il 60%: oltre 45.000 chilometri quadrati in quattro anni, secondo i calcoli dell’Associated Press.

Tornato al potere nel gennaio 2023, Lula ha riattivato quel piano come primo atto, ha ripristinato le sanzioni automatiche per i tagli rilevati dal satellite, ha proposto di negare il credito bancario alle proprietà con disboscamento illegale e ha finanziato i comuni amazzonici che riducono i tagli. Ha anche richiamato al ministero dell’Ambiente Marina Silva, la ministra di quel primo piano, dimessasi in aprile per candidarsi al Congresso, e il suo allora vice Capobianco, che oggi guida il dicastero. Da allora il dato scende ogni anno: il 71% in meno in quattro anni.

A metà degli anni Novanta, quando la serie dell’Inpe era appena cominciata, i satelliti registravano quasi 30.000 chilometri quadrati di foresta in meno ogni anno: nove volte il dato diffuso venerdì.

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