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Decreto bollette, intesa Ue-Italia: cosa prevede l’accordo per frenare i costi dell’energia

Decreto bollette, c’è l’accordo tra Italia e Ue: le novità sul tetto al gas e i tagli alle tariffe

Mentre a Bruxelles proseguono accesi i confronti su rincari energetici, patto di stabilità e sistema Ets, la diplomazia italiana incassa un risultato strategico: dopo un lungo braccio di ferro durato mesi, l‘esecutivo e l’Ue hanno trovato la quadra sugli interventi del decreto Bollette.

L’intesa è stata resa nota da Palazzo Chigi con una nota ufficiale, sottolineando come l’intesa sia maturata “dopo intensi e costruttivi scambi tra la Commissione e le autorità italiane l’obiettivo comune di attenuare l’impatto dei costi energetici e limitare l’effetto dell’aumento dei prezzi del gas sul prezzo dell’energia elettrica per le famiglie e le imprese, preservando al contempo la parità di condizioni nel mercato interno minimizzando le distorsioni”. 

Copertura focalizzata sulla materia prima

Dagli uffici della Commissione europea è stato ribadito come il meccanismo “avrà carattere temporaneo e sarà concepita per ridurre al minimo le distorsioni nel mercato dell’energia elettrica dell’Ue e per preservare gli incentivi agli investimenti a lungo termine nell’energia pulita”. Pertanto la norma “compenserà esclusivamente l’aumento dei costi del gas e non coprirà i costi del sistema Ets, garantendo al contempo il pieno trasferimento dei benefici ai consumatori finali”. Infine “ci aspettiamo che l’Italia notifichi rapidamente i propri piani in conformità con il diritto dell’Unione europea”.

Come funziona lo scudo anti-rincari

Lo schema concordato tra Roma e le autorità comunitarie riprende la formula già applicata a Madrid e Lisbona nel 2022: all’epoca la Commissione consentì un calmiere sui listini dell’energia. Il punto cruciale del negoziato risiedeva nella struttura del mercato italiano, dove la quotazione della luce all’ingrosso viene determinata principalmente dal metano. Ponendo un calmiere sulla sola materia prima impiegata nella produzione elettrica, le bollette finali subiranno un taglio sensibile. È il cuore del provvedimento varato a febbraio dal governo Meloni, rimasto in stand-by in attesa dell’ok comunitario.

Restano fuori le quote Co2

L’architettura del decreto scatta mantenendo inalterati i costi legati alla Co2 previsti dal sistema Ets, che continueranno a gravare sul tessuto produttivo, elemento che secondo i tecnici dell’esecutivo rappresenta un’ulteriore spinta al rialzo sulle tariffe. Sarà pertanto la finanza pubblica a coprire il divario tra la quotazione reale del gas e il valore calmierato, che verrà fissato di concerto tra governo e compagnie energetiche.

Il commento della premier Meloni

A margine dei lavori del Consiglio europeo a Bruxelles, la premier Giorgia Meloni ha espresso forte soddisfazione: “Abbiamo chiuso con la Commissione Europea la trattativa sul cosiddetto decreto bollette, ovvero su misure che avevano bisogno che abbiamo varato mesi fa che avevano bisogno di un ok da parte della Commissione europea, è stata una trattativa lunga, ma costruttiva che ci ha portato a trovare una soluzione. È molto importante perché questo ci consente di intervenire sulla generazione del prezzo dell’elettricità e sull’impatto che ha il costo del gas”.

Secondo la presidente del Consiglio “in questi giorni soprattutto nell’attuale contesto ci consente sostanzialmente di intervenire per abbassare le bollette. Lo considero molto importante e sono molto contenta di questo risultato”.

La posizione del ministro Pichetto Fratin

Sulla stessa linea il titolare dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha annunciato l’invio imminente a Bruxelles di “un nuovo testo della norma, coerente con il quadro temporaneo di aiuti di Stato per la crisi in Medio Oriente, al fine di finalizzare l’accordo formale”. Il ministro ha ribadito “soddisfazione per l’accordo politico preliminare raggiunto tra il Governo italiano e la Commissione europea sulle misure previste dal decreto Bollette. È un primo passo importantissimo, frutto di un confronto intenso e costruttivo, che consente di perseguire il nostro obiettivo prioritario: attenuare l’impatto dei costi energetici su famiglie e imprese, limitando gli effetti dell’aumento del prezzo del gas sul costo dell’elettricità”.

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Le Picchiaie, Essence Hotels acquisisce il resort per 5 milioni: nuovi investimenti e assunzioni

PORTOFERRAIO – Un’acquisizione da circa 5 milioni di euro, nuovi investimenti per ampliare e rinnovare la struttura e la prospettiva di aumentare il personale fino a 60 dipendenti entro il 2028. Il resort Le Picchiaie, sulle colline di Portoferraio, passa a Essence Hotels, gruppo alberghiero che già ne aveva assunto la gestione all’inizio del 2026 e che ora, con il passaggio alla proprietà, avvia un piano di sviluppo destinato a trasformare progressivamente l’offerta della struttura.

L’operazione, annunciata il 15 ottobre, prevede ulteriori 1,5 milioni di euro di investimenti nei prossimi due anni, ai quali si aggiungono circa 200mila euro già impiegati durante la stagione 2026 per ampliare il centro benessere e la spa.

A illustrare al Corriere Livornese tempi e prospettive del progetto è Antonio Cafarelli, fondatore di Essence Hotels e amministratore delegato di Essence Corporate Company, che ha fornito ulteriori dettagli sulle fasi dei lavori, sulle nuove posizioni lavorative e sull’obiettivo di estendere il periodo di apertura del resort.

Dalla proprietà russa all’acquisizione di Essence Hotels

Il passaggio di proprietà segna una nuova fase nella storia del resort, che nel 2016 era stato acquisito dal gruppo internazionale Petroholding, di origine russa e attivo nei settori energetico e immobiliare.

L’operazione, avvenuta nell’ottobre di quell’anno, aveva rappresentato il primo investimento immobiliare in Italia del gruppo, presieduto da Vladimir Bulavin e presente nel nostro Paese attraverso Petroholding Italia, società sviluppata con il manager Stefano Casarelli. In precedenza la struttura era riconducibile alla società Relais S.r.l., legata all’albergatore elbano Francesco Paladini.

Dieci anni dopo, la nuova acquisizione si inserisce nel piano di espansione di Essence Hotels, che punta all’acquisto e alla valorizzazione di strutture alberghiere in diverse destinazioni italiane. Il progetto era stato annunciato durante l’estate, in occasione del lancio di un prestito obbligazionario fino a 15 milioni di euro, ammesso alla negoziazione sul segmento Vienna MTF della Borsa di Vienna.

Investimenti e lavori in due fasi fino al 2028

Il programma di rinnovamento delle Picchiaie sarà articolato in due fasi, concentrate nei periodi di chiusura della struttura per consentire la regolare ripresa delle attività turistiche.

“Apriremo il cantiere per la prima tranche di investimenti già entro fine ottobre o i primi di novembre, per concludere ad aprile, in tempo per la prossima stagione”, spiega Cafarelli.

La seconda fase prenderà invece avvio nell’ottobre 2027, con la conclusione degli interventi prevista entro aprile 2028.

Una parte dei lavori è stata già realizzata durante la stagione appena trascorsa. “Abbiamo già effettuato, a stagione in corso, l’ampliamento del centro benessere e della spa, con un primo investimento di 200mila euro”, precisa l’imprenditore.

Il piano complessivo comprende il rinnovamento degli spazi dedicati al benessere, il potenziamento dell’offerta gastronomica e la valorizzazione degli otto ettari di terreno che circondano il resort. Tra gli interventi annunciati figurano percorsi per biciclette, un parco avventura e nuove attività legate alla natura e al turismo all’aria aperta.

Nuove assunzioni, previste anche posizioni annuali

Accanto agli investimenti strutturali, il progetto prevede un ampliamento dell’organico. Dagli attuali 40 dipendenti, Essence Hotels punta a raggiungere circa 50 addetti nel 2027 e 60 nel 2028, con un incremento complessivo del 50%.

Un aspetto chiarito da Cafarelli riguarda la tipologia delle nuove posizioni, che non saranno esclusivamente legate alla stagione turistica. “L’incremento del personale è previsto sia per posizioni stagionali sia per posizioni annuali”, spiega il fondatore di Essence Hotels.

Tra le figure che potrebbero essere impiegate per l’intero anno rientrano ruoli di responsabilità, tra cui il capo manutenzione, il responsabile del ricevimento, la governante e il Rooms Division Manager, figura incaricata di coordinare i servizi legati all’accoglienza e alla gestione delle camere.

L’aumento previsto del personale sarà legato all’ampliamento dei servizi e alla progressiva estensione dell’attività della struttura.

L’obiettivo di prolungare la stagione turistica

Il resort, che dispone di 58 camere, è attualmente aperto da aprile a ottobre. Il progetto di Essence Hotels punta però a superare gradualmente questa stagionalità, ampliando inizialmente il periodo di attività ad almeno otto mesi e valutando, nell’arco di un triennio, la possibilità di un’apertura annuale.

“Si lavora per avere un’apertura quantomeno sugli otto mesi, per arrivare poi, in un triennio, a pensare anche a un’apertura annuale”, afferma Cafarelli.

Per i mesi autunnali e invernali, la società intende sviluppare un’offerta che affianchi all’ospitalità tradizionale l’organizzazione di eventi, banqueting e manifestazioni locali, con l’obiettivo di attrarre visitatori anche al di fuori della stagione balneare.

La prospettiva si inserisce nel più ampio tema della destagionalizzazione del turismo all’Isola d’Elba, dove l’attività ricettiva continua a concentrarsi prevalentemente nei mesi primaverili ed estivi.

L’apertura annuale resta, al momento, un obiettivo da valutare e sviluppare nei prossimi tre anni. I primi interventi, invece, secondo il calendario illustrato dalla nuova proprietà, dovrebbero prendere il via già nelle prossime settimane, segnando l’inizio del programma di trasformazione del resort.

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San Vincenzo, la Corte dei conti dà il via libera alle correzioni di bilancio: superate le irregolarità

SAN VINCENZO – La Corte dei conti ha giudicato idonee le misure correttive adottate dal Comune di San Vincenzo per superare le irregolarità contabili rilevate nei rendiconti degli anni precedenti. Con la deliberazione numero 177, depositata martedì 13 ottobre a seguito della Camera di consiglio del 24 settembre, la sezione regionale di controllo per la Toscana ha preso atto degli interventi effettuati dall’amministrazione, ritenendo superate le criticità oggetto delle correzioni.

Il provvedimento riguarda il percorso di riallineamento dei conti comunali, avviato dopo i rilievi della magistratura contabile sui rendiconti dal 2022 al 2024 e proseguito con l’aggiornamento dei risultati relativi al 2025. Secondo quanto comunicato dall’amministrazione, le modifiche hanno consentito di confermare per quest’ultima annualità un avanzo effettivo di amministrazione di 182.696,02 euro.

La vicenda risale alla deliberazione numero 111 del giugno 2026, con la quale la Corte dei conti aveva evidenziato alcune irregolarità nella rappresentazione delle risorse finanziarie del Comune.

Le osservazioni riguardavano in particolare la classificazione delle somme vincolate, ossia le risorse che possono essere utilizzate soltanto per determinate finalità, quelle destinate agli investimenti e le modalità di contabilizzazione del Fondo anticipazione di liquidità.

Nel rendiconto 2024, pur senza contestare il risultato complessivo di amministrazione, la Corte aveva richiesto una diversa ripartizione delle risorse, rideterminando la parte disponibile in un valore negativo di circa 620mila euro. L’amministrazione aveva quindi avviato un percorso di revisione dei documenti contabili, approvando il 25 agosto in Consiglio comunale le misure richieste.

Con la nuova deliberazione, secondo quanto riportato dal Comune, la magistratura contabile ha riconosciuto l’idoneità degli interventi effettuati.

Il riallineamento ha interessato i rendiconti del 2022, 2023 e 2024, che sono stati riapprovati dopo la riclassificazione delle diverse componenti del risultato di amministrazione e il ricalcolo dei disavanzi dei singoli esercizi.

È stato inoltre aggiornato il rendiconto 2025, con la conferma di un avanzo effettivo pari a 182.696,02 euro.

Tra le misure adottate figura anche l’inserimento nel bilancio 2026 di un fondo non utilizzabile per nuove spese, destinato a recepire le indicazioni della Corte sulla contabilizzazione del Fondo anticipazione di liquidità. Il Comune ha inoltre avviato l’aggiornamento degli allegati contabili e dei dati trasmessi alla banca dati ministeriale.

La decisione arriva dopo mesi di confronto politico sulla situazione finanziaria del Comune, durante i quali maggioranza e opposizioni avevano espresso valutazioni differenti sui rilievi della magistratura contabile e sulle conseguenti correzioni di bilancio.

Per il sindaco Paolo Riccucci, il nuovo pronunciamento conferma la posizione sostenuta dall’amministrazione.
“La decisione della magistratura contabile mette un punto fermo e fa chiarezza su ogni speculazione – sottolinea il primo cittadino –: non è mai esistito alcun buco nei conti del Comune di San Vincenzo, ma solo la necessità di armonizzare e riclassificare alcune poste di bilancio secondo i criteri indicati dalla sezione di controllo della Corte”.

Sulla stessa linea l’assessora Caterina Franzoi, che esprime soddisfazione per l’esito del percorso e ringrazia gli uffici comunali per il lavoro svolto. “Abbiamo sempre avuto totale fiducia nell’operato e nella competenza dei nostri uffici, che ringrazio e verso i quali non c’è mai stato alcun dubbio. I risultati approvati dimostrano la solidità finanziaria dell’ente e ci consentono di guardare avanti con rinnovata serenità continuando ad applicare il massimo rigore amministrativo”.

Il pronunciamento rappresenta dunque un passaggio significativo nel percorso di regolarizzazione contabile del Comune. Il via libera riguarda le misure correttive adottate per le irregolarità rilevate, mentre la valutazione complessiva sulla situazione finanziaria dell’ente resta distinta dalle dichiarazioni politiche espresse dall’amministrazione.

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A settembre il totale dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 3,7% rispetto al 2025

A settembre il totale dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 3,7% rispetto al 2025

ROMA (ITALPRESS) – A settembre 2026, il totale dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 3,7% su base annua, in accelerazione rispetto alla variazione registrata il mese precedente (+3,5%), proseguendo il percorso di crescita dei prestiti iniziato a marzo 2025. E’ quanto emerge dal rapporto mensile dell’Abi.

Per le famiglie è il ventunesimo mese consecutivo di incremento e per le imprese è il quindicesimo mese consecutivo di crescita dei prestiti. Infatti, ad agosto 2026 i prestiti alle imprese sono aumentati del 4,2%, mentre quelli alle famiglie del 2,9%.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Giorgetti al vertice Fmi: “Servono banche centrali indipendenti contro gli shock di energia”

Fmi, Giorgetti: “Banche centrali concentrate sull’inflazione e indipendenti per preservare la credibilità”

“Le banche centrali dovrebbero mantenere un orientamento fermamente incentrato sulla stabilità dei prezzi, in linea con i propri mandati, calibrando la politica monetaria in funzione delle specificità di ciascun paese e dell’evoluzione dei rischi. È necessaria vigilanza riguardo a possibili effetti di secondo impatto derivanti da shock nei prezzi dell’energia e delle materie prime, nonché ai rischi per le aspettative di inflazione. L’indipendenza delle banche centrali e una comunicazione chiara restano elementi essenziali per preservare la credibilità e mantenere le aspettative ben ancorate”. Lo afferma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nello statement a nome di Albania, Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Repubblica di San Marino, al comitato internazionale monetario e finanziario del Fmi che si svolge a Bankok.

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Su iniziativa di Mariastella Gelmini

Piccole imprese, la politica si siede allo stesso tavolo: l’intergruppo apre il confronto

Su iniziativa di Mariastella Gelmini, sala piena di associazioni e progetti consegnati per le MPMI

Maggioranza e opposizione nella stessa sala, davanti a una platea gremita di rappresentanti delle associazioni di categoria. Al centro, il futuro delle micro, piccole e medie imprese italiane. L’intergruppo parlamentare nato su iniziativa della senatrice Mariastella Gelmini prova a trasformare il dialogo tra istituzioni e mondo produttivo in un metodo stabile, e raccoglie un pacchetto di proposte concrete.

Un tavolo che punta a diventare stabile, non un appuntamento occasionale. È questo il segno dell’incontro dell’intergruppo parlamentare dedicato alle micro, piccole e medie imprese italiane, nato su impulso della senatrice Mariastella Gelmini.

L’obiettivo dichiarato è costruire un confronto permanente e strutturato tra istituzioni politiche, professionisti del settore e associazioni di categoria. Tre le direttrici: sostegno, competitività e valorizzazione delle MPMI, che restano la spina dorsale del sistema produttivo nazionale e, al tempo stesso, la parte più esposta a costi energetici, burocrazia e difficoltà di accesso al credito.

Il dato politico più rilevante è la composizione del parterre istituzionale. Accanto alla promotrice erano presenti Maurizio Gasparri, Stefano Patuanelli e Matteo Gelmetti: esponenti di forze politiche diverse, seduti allo stesso tavolo su un tema che, almeno nelle intenzioni, prova a sottrarsi alla logica degli schieramenti. Un segnale che il tessuto delle piccole imprese resta terreno di possibile convergenza parlamentare.

Altrettanto significativa la risposta della platea: una sala piena, con una partecipazione ampia e trasversale delle associazioni di categoria. Tra le realtà presenti anche SIRIP – Sindacato Italiano Rappresentanti di Interessi e Portatori d’interesse, con il presidente Ducoli e il segretario Pietro Vivione.

Nel corso dei lavori sono state consegnate diverse progettualità pensate per sostenere le aziende italiane, che, secondo quanto emerso, saranno prese in considerazione nelle sedi istituzionali competenti.

Il formato scelto rappresenta di per sé un elemento di novità: non la consueta audizione, ma un luogo di scambio diretto tra chi rappresenta gli interessi delle imprese e il Parlamento. Una modalità che rafforza il ruolo dei portatori d’interesse come canale trasparente tra territori, categorie produttive e istituzioni.

La verifica, ora, si sposterà sul terreno degli atti: sarà la capacità di tradurre le proposte raccolte in misure concrete a stabilire se il confronto avviato diventerà davvero permanente.

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Carburanti, i dati Mimit: benzina self a 2,03 euro al litro, gasolio a 2,25 euro

Benzina e diesel oltre i 2 euro al litro: stangata carburanti in strada e autostrada 

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, in data odierna – sabato 17 ottobre 2026 – il prezzo medio dei carburanti in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,030 euro/l per la benzina e 2,257 euro/l per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,050 euro/l per la benzina e 2,296 euro/l per il gasolio.

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Ex Ilva, cassa integrazione per 9 lavoratori su 10: la richiesta di Acciaierie d’Italia a governo e sindacati. Fiom: “Numeri raddoppiati, provocazione inaccettabile”

Acciaierie d’Italia (Adi) vuole aumentare il numero dei lavoratori ex Ilva in Cassa integrazione straordinaria (Cigs) dagli attuali 4.450 fino a 8.622 (quasi il doppio) fino al 28 febbraio 2027, ma non si escludono le proroghe. Lo ha comunicato l’azienda in amministrazione straordinaria ai ministeri del Lavoro, delle Imprese e ai sindacati. E’ quanto si apprende dalle organizzazioni dei lavoratori. Questi ultimi sono impiegati in vari siti produttivi, dal nord al sud Italia: si prevedono fino a 6.964 lavoratori in cig a Taranto (su un totale di 7.875); 870 a Genova (su un totale di 917); 515 a Novi (su un totale di 542). Attualmente i dipendenti totali di Adi sono 9.626. La cassa integrazione straordinaria tocca quasi 9 lavoratori su 10: l’89,57%. Un piano “imposto”, secondo Adi, dall’ordine della magistratura sulla sospensione dell’area a caldo. Cgil e Uil sono d’accordo: una richiesta “inaccettabile”. Uil sottolinea la portata “drammatica e senza precedenti” della crisi industriale. Per il sindacato Cisl, la batosta non è un fulmine a ciel sereno: “Fondamentale ribadire che le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa”, ha dichiarato il segretario nazionale della Fim, Valerio D’Alò. Intanto, a Taranto nel pomeriggio scenderà in piazza la rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’.

Loris Scarpa (Fiom): “A palazzo Chigi chiederemo conto delle scelte di Adi”.

“Inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi visti i prossimi incontri e le scadenze”, ha commentato in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, bollando la richiesta di Adi come “una provocazione“. “Ieri in tarda serata abbiamo ricevuto la nuova istanza di cassa integrazione con numeri pressoché raddoppiati, lavoratrici e lavoratori coinvolti – prosegue il documento sindacale – I lavoratori hanno lottato con scioperi e manifestazioni, nell’ultima settimana per garantirsi il lavoro, la continuità produttiva degli stabilimenti e le manutenzioni e per aprire una vera discussione sul proprio futuro e per un ex Ilva decarbonizzata. Questa cassa integrazione non tiene conto di quanto ottenuto dai lavoratori nell’ultima settimana nei numeri e nelle modalità”. La nota elenca le prossime tappe: “Il 20 ottobre abbiamo un incontro al Ministero del Lavoro per discutere le misure straordinarie per i lavoratori e chiedere modifiche al decreto del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre scorso e, per il 27 ottobre abbiamo ottenuto, grazie alla lotta dei lavoratori, un nuovo confronto a Palazzo Chigi“. All’appuntamento previsto presso la presidenza del Consiglio dei ministri, “chiederemo conto ai commissari straordinari di queste scelte visto che è dall’esplosione dell’Altoforno 1 a maggio del 2025 che non accettiamo e non condividiamo più l’uso della cassa integrazione”, conclude Loris Scarpa.

Guglielmo Gambardella (Uil): “Richiesta vergognosa, situazione drammatica”

Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm e responsabile del settore siderurgico, punta il dito sulla “drammaticità dei numeri” e “la portata della crisi dell’ex Ilva: quasi 9mila lavoratori sospesi contemporaneamente dal lavoro. Una situazione senza precedenti per dimensioni nella storia industriale del nostro Paese”. La nuova cassa integrazione “è inaccettabile e vergognosa“, mentre è “responsabilità del Governo accompagnare questo processo con strumenti concreti, risorse adeguate e garanzie per le persone”. Anche Gambardella ricorda l’incontro del 20 ottobre al ministero del Lavoro, dove “ribadiremo la necessità di introdurre strumenti straordinari che riconoscano la particolare gravosità e l’usura delle lavorazioni del ciclo siderurgico integrale, insieme a misure di prepensionamento e incentivi all’esodo volontario, accessibili a tutti i dipendenti dell’ex Ilva che ne abbiano i requisiti. La transizione industriale e ambientale non può essere realizzata scaricandone il costo sociale sui lavoratori”.

Le motivazioni di Adi: richiesta “imposta dall’ordine della magistratura”, “revocati approvvigionamenti”

Acciaierie d’Italia spiega la sua richiesta con “il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale“, nel comunicato inviato ai ministeri, sindacati e Regioni dove hanno sede gli stabilimenti. La sospensione dell’attività nell’area a caldo nell’impianto ex Ilva di Taranto, prosegue l’azienda, “risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della Società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio” di quell’area “impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”. Secondo Adi è l’ordine della magistratura ad obbligare l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria. L’azienda in amministrazione straordinaria sottolinea di mantenere “in servizio 1004 unità al fine di garantire la guardiania degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all’adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva”. “La Società ha provveduto – tra le altre – alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, concludono i commissari.

In piazza a Taranto nel pomeriggio

Questo pomeriggio a Taranto si svolgerà la manifestazione promossa dalla rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’, che invoca la chiusura del polo siderurgico, la bonifica del Sito di interesse nazionale, la tutela della salute e la costruzione di alternative economiche e occupazionali. Il concentramento è previsto alle 16 in piazzale Democrate, con partenza del corteo alle 17 e arrivo in piazza Maria Immacolata.

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Sciopero dei tir in Sicilia, autotrasportatori a Salvini: “Tavolo il 20 ottobre o il fermo prosegue”

Caro carburanti, autotrasportatori siciliani: “Pronti a revocare il fermo se Salvini firma l’intesa”

“Se il ministro Salvini accetta di firmare il protocollo d’impegni e incontrarci il 20 ottobre revochiamo il fermo. Diversamente rimane fino al 27 ottobre”. È quanto annuncia Salvatore Bella, coordinatore del comitato trasportatori siciliani (Cts). Gli autotrasportatori protestano da ieri a mezzanotte. Il comitato esprime il proprio ringraziamento al presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno, e al vicepresidente della Regione Luca Sammartino, “per essersi recati a Roma a difendere la causa della categoria”.

“Grazie al loro intervento, una delegazione parteciperà al tavolo convocato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale accoglierà le principali istanze presentate”, sostiene il comitato.

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Il conto di benzina, gasolio, elettricità e gas nel 2026 potrebbe superare i 200 miliardi di euro

Il conto di benzina, gasolio, elettricità e gas nel 2026 potrebbe superare i 200 miliardi di euro

ROMA (ITALPRESS) – Per imprese e famiglie il conto di benzina, gasolio, elettricità e gas potrebbe superare i 200 miliardi di euro nel 2026. È lo scenario elaborato dalla CNA proiettando sull’intero anno l’andamento dei consumi e della spesa per carburanti, luce e gas nello scenario in cui i prezzi finali medi risultino superiori del 20% rispetto al 2025. In queste condizioni, la spesa raggiungerebbe circa 206 miliardi, oltre 33 miliardi in più rispetto ai 172,5 miliardi stimati per lo scorso anno.

Un livello superiore persino al 2022 quando la spesa energetica per famiglie e imprese raggiunse i 202 miliardi. Per le famiglie italiane in media un incremento di spesa di oltre 500 euro su base annuale, mentre per l’intera platea delle imprese un aggravio di oltre 4.500 euro. Nello scenario con un incremento del 10% dei prezzi finali medi di elettricità e gas e la conferma dei prezzi dei carburanti ai livelli attuali, il conto complessivo arriverebbe a circa 195 miliardi, con un aggravio di 22,6 miliardi rispetto al 2025. Se invece l’aumento raggiungesse il 30%, la spesa salirebbe a circa 217 miliardi, quasi 44,5 miliardi in più.

La dinamica dei carburanti evidenzia come l’effetto dei prezzi possa prevalere su quello dei consumi. Nei primi otto mesi del 2026 i volumi di gasolio per autotrazione sono diminuiti del 4,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, ma la spesa è aumentata del 12,6%. Per la benzina, a un incremento dei volumi del 4,8% corrisponde una crescita della spesa del 9,6%. Se queste dinamiche proseguissero, il conto annuale dei due carburanti salirebbe complessivamente da 66,6 a 74,4 miliardi di euro.

Se il fabbisogno elettrico nazionale e il consumo di gas confermeranno nei dodici mesi il trend da inizio anno (+5% nei primi otto mesi per l’energia elettrica e +1% il gas) la spesa per l’elettricità raggiungerebbe circa 87,8 miliardi e quella per il gas destinato agli utilizzatori finali 43,8 miliardi nello scenario di aumento dei prezzi del 20%.

“Ridurre i prezzi dell’energia deve diventare una priorità della politica economica – afferma il presidente della CNA, Dario Costantini -. Per gli artigiani e le piccole imprese, bollette più pesanti significano meno risorse per investire, innovare e creare occupazione. Nella prossima legge di bilancio chiediamo di istituire un fondo da un miliardo di euro l’anno dedicato ai piccoli impianti fotovoltaici per l’autoproduzione delle micro e piccole imprese. È un intervento concreto per ridurre i costi, rendere le imprese meno esposte alle oscillazioni dei mercati e accelerare la transizione energetica”.

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(ITALPRESS).

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Il caro carburanti colpisce chi non può ridurre gli spostamenti

A mezzanotte scade la proroga di due giorni sullo sconto di 17 centesimi al litro deciso il 4 agosto. Il Governo si riunisce oggi per valutare le contromisure: in arrivo una prima proroga di pochi giorni sulle accise del gasolio fino a settembre, seguita da un intervento mirato a tutela delle fasce pi deboli. - Mercoled“, 26 Agosto , 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Midnight marks the end of the two-day extension on the 17-cent-per-liter fuel discount introduced on August 4. The Cabinet meets today to discuss next steps: a initial few-day extension of the diesel excise tax cut through September is expected, followed by targeted measures to support low-income households.- Wednesday, August 26, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Per alcune famiglie l’automobile è l’unico mezzo per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola o spostarsi per un altro impegno qualsiasi della vita quotidiana. Le stazioni dei treni possono essere lontane e gli orari degli autobus non sempre coincidono con le necessità dei cittadini. Allora per molti rinunciare alla macchina non è un’opzione concreta. È il cosiddetto «possesso forzato dell’auto»: una condizione in cui anche chi ha poche risorse economiche deve sostenere i costi di un veicolo privato perché non ha alternative praticabili.

Il rincaro dei carburanti rende l’equazione ancora più complessa. Il 14 ottobre 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio sulla rete stradale nazionale in modalità self-service era di 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 euro per il gasolio. Eppure il prezzo alla pompa, da solo, dice poco sull’impatto del caro carburanti. Perché un rincaro pesa diversamente a seconda del reddito, delle distanze da percorrere e delle alternative disponibili.

Il legame tra costi della mobilità, reddito e territorio è al centro di una ricerca commissionata da Transport & Environment (T&E) a Tessa, spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, pubblicata il mese scorso. Il rapporto tecnico “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: evidenze, mappatura e opzioni di policy” incrocia dati Istat sulle spese delle famiglie e sulla vita quotidiana con informazioni su redditi, parco automobilistico, emissioni e accesso ai servizi.

La povertà dei trasporti non riguarda soltanto la difficoltà di pagare gli spostamenti. Comprende anche la mancanza di alternative praticabili per raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Lo studio sottolinea come nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie italiane, il 18,46 per cento del totale, destinassero alla mobilità una quota della spesa complessiva superiore al doppio della mediana nazionale. Un indicatore più specifico individua circa 643mila famiglie vulnerabili alla spesa per carburante: nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi, per i quali la spesa mensile in benzina e gasolio supera il doppio del valore mediano nazionale. Le due stime misurano fenomeni diversi, perché la prima riguarda la sostenibilità economica della mobilità nel suo complesso, la seconda individua le famiglie a basso reddito particolarmente esposte ai costi del carburante.

Sempre nel 2024, le famiglie italiane hanno speso in media 297 euro al mese per i trasporti, pari al 10,78 per cento della spesa complessiva. È una media riferita a tutte le famiglie, non soltanto a quelle in difficoltà, che dà un’idea del peso economico degli spostamenti.

A fare la differenza è anche la possibilità di rinunciare all’auto. Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è di 0,50 nelle città metropolitane e sale a 0,90 nei comuni con meno di cinquantamila abitanti. Il dato suggerisce che, dove i collegamenti sono meno frequenti, anche chi ha poche risorse può essere costretto a sostenere i costi di un’auto privata.

La ricerca dell’Università della Tuscia individua 766 comuni, il 9,7 per cento del totale, in cui raggiungere il lavoro e i servizi essenziali è particolarmente difficile. Sono soprattutto aree montane, insulari e interne (chi vive o frequenta questi luoghi, che coprono una fetta grossa del territorio italiano, sa bene che le alternative all’automobile sono spesso insufficienti).

La vulnerabilità non segue quindi solo il divario tra Nord e Sud, e le linee di faglia sono diverse. Conta anche la differenza tra città e piccoli comuni, ad esempio. La quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante è del tre per cento nei comuni con meno di cinquantamila abitanti, contro il 2,1 per cento nelle periferie e nei comuni più grandi non metropolitani e l’1,4 per cento nelle città metropolitane. Tra le regioni maggiormente esposte ci sono Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia. Nei piccoli comuni, inoltre, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva delle famiglie vulnerabili. Nelle periferie e nei comuni con più di cinquantamila abitanti la quota è del 6,4 per cento, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.

La ricerca simula anche gli effetti di diversi rincari sui bilanci familiari, sulla base dell’andamento storico dei prezzi. Con un aumento del 26,82 per cento in sei mesi, la spesa media per carburante crescerebbe di 27,43 euro al mese e altre 1,62 milioni di famiglie supererebbero la soglia di vulnerabilità. Con un rincaro del 34,77 per cento in dodici mesi, l’aumento medio sarebbe di 35,57 euro mensili e le famiglie in più oltre la soglia salirebbero a circa 2,07 milioni. Nello scenario estremo, basato sulla differenza tra il picco e il minimo dei prezzi nel periodo storico analizzato, un aumento del 96,1 per cento farebbe crescere la spesa media di 98,30 euro al mese e porterebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più oltre la soglia. Certo, sono simulazioni, non previsioni sui prezzi futuri. Ma servono a mostrare come rincari più o meno intensi possano allargare la fascia delle famiglie vulnerabili.

La disuguaglianza emerge anche nell’accesso alla mobilità elettrica. Nei comuni con i redditi medi più bassi si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille abitanti, contro i 7,76 dei comuni più ricchi – oltre cinque volte tanto. La mobilità elettrica può essere una risposta, ma solo in parte, almeno per il momento: l’accesso ai veicoli e alle infrastrutture di ricarica resta diseguale, e chi dispone di meno risorse rischia di rimanere più a lungo esposto alle oscillazioni dei prezzi dei carburanti.

È una delle direzioni indicate dal report, che affianca a questo obiettivo interventi immediati a sostegno delle famiglie più esposte. Nel breve periodo, i ricercatori suggeriscono aiuti economici temporanei e mirati, anziché sussidi generalizzati ai carburanti o tagli indiscriminati delle accise. Nel medio-lungo periodo, propongono di facilitare l’accesso ai veicoli a zero emissioni e di rafforzare le infrastrutture, insieme al trasporto pubblico, alle tariffe agevolate e ai servizi a chiamata nelle aree meno servite.

Il caro carburanti ci ricorda ogni giorno quanto costa fare rifornimento oggi, ma è anche una spia su quanto famiglie e territori avrebbero bisogno di alternative. Ovviamente non si può chiedere a tutti di rinunciare all’automobile: serve fare in modo che muoversi non significhi necessariamente dipendere da benzina e gasolio. Per riuscirci, la transizione elettrica deve diventare accessibile anche a chi oggi è più esposto ai rincari, mentre dove l’auto può essere sostituita servono trasporti pubblici capaci di rispondere alle esigenze quotidiane.

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Petrolio e debito, il Venezuela scopre le carte

Un piano spiegato ai creditori. Perché chi ha un debito, e il Venezuela ne ha uno estero di 240 miliardi di dollari, tra i più consistenti al mondo, deve chiarire come e dove trovare i soldi con cui saldare il conto. Creditori tra i quali c’è il Fondo monetario internazionale che, non ultimo, ha accordato a Caracas alcuni finanziamenti per la ricostruzione all’indomani del sisma di pochi mesi. Ora, per un Paese che ha sotto i propri piedi un quinto delle riserve mondiali di petrolio, c’è solo un modo per onorare i propri impegni ed evitare il fallimento: vendere greggio. Prospettiva più che concreta, ora che gli Stati Uniti hanno rimesso in piedi l’industria petrolifera nazionale, anche grazie al coinvolgimento di grandi compagnie straniere.

Ma, comunque, bisogna spiegare. Per questo, in occasione degli incontri del Fmi organizzati a Bangkok, il vicepresidente Calixto Ortega ha presentato un piano per incrementare l’estrazione di petrolio e minerali, i cui proventi saranno destinati sia al ripristino delle reti idriche ed elettriche, sia al sostegno all’economia. Il che, ovviamente, è interesse dei creditori. Ortega ha descritto l’estrazione di petrolio e minerali come le principali fonti di valuta estera per il Venezuela. E secondo la Banca centrale del Venezuela, il piano stesso prevede anche di destinare le entrate ai servizi pubblici essenziali, ridurre l’inflazione a un livello a due cifre, ristrutturare il debito pubblico e semplificare le procedure burocratiche. Ortega ha affermato che le nuove entrate dovrebbero essere utilizzate per ripristinare i servizi idrici ed elettrici, che, a suo dire, erano stati trascurati per un decennio.

Non è finita. Il vicepresidente venezuelano ha inoltre affermato che dall’inizio dell’anno il governo si è adoperato per reinserire il Paese nel sistema finanziario internazionale. Ma, come prevedibile, Ortega ha respinto l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale del Venezuela: il Paese deve rafforzare il bolívar, che nel medio termine dovrebbe essere in grado di sostenere l’intera economia nazionale. Allo stesso tempo, il dollaro rimane il principale punto di riferimento per i prezzi nei negozi venezuelani, dopo il periodo di iperinflazione del 2017-2021. Di sicuro, tra i creditori che rischiano di rimanere a bocca asciutta, c’è la Cina.

Caracas venderà sì petrolio, ma forse non al Dragone. Essendo la Cina creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Ma il nuovo corso americano, quei barili, forse li terrà lontano dalla Cina.

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Il parametro scelto per il bonus affitto ai genitori separati produce effetti paradossali

Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.

di Maria Cecilia Guerra (Fonte: lavoce.info)

La legge di bilancio per il 2026 ha previsto l’introduzione di un fondo, con una dotazione di 20 milioni annui, finalizzato a finanziare un sostegno abitativo a favore dei genitori separati o divorziati, con figli a carico di età non superiore ai 21 anni, che non risultino assegnatari dell’abitazione familiare di proprietà. Un sostegno su cui ci sarebbe da discutere, ad esempio perché si preoccupa del genitore separato che deve affrontare il costo di un affitto, solo se lui, il coniuge o i figli conviventi sono proprietari della casa familiare che viene assegnata all’altro genitore, come se i non proprietari non dovessero anch’essi affrontare un affitto in più a seguito di una separazione. Considera inoltre solo le coppie legalmente sposate, pur in presenza di un provvedimento del tribunale relativo all’affidamento e al mantenimento dei figli.

Pochi giorni fa, a ben dieci mesi di distanza, è stato approvato il decreto interministeriale del ministero delle Infrastrutture e trasporti e del ministero dell’Economia e finanze, che fissa l’importo del bonus, pari al 50 per cento del canone annuale di affitto fino a un massimo di 6mila euro annui, e individua i criteri, fra cui la prova dei mezzi, per l’esclusione dal beneficio e le graduatorie di accesso. È su questi criteri che ci si soffermerà qui.

Il reddito individuale come indicatore della condizione economica

Il requisito economico per accedere al bonus previsto sarà il reddito individuale che risulta dall’ultima dichiarazione e non l’Isee. In questo modo, dice Matteo Salvini, si va incontro al ceto medio con un reddito fino a 35mila euro che sarebbe altrimenti escluso da soglie Isee che privilegiano i più poveri.

Una dichiarazione in linea con tutte quelle che continuano ad attribuire all’Isee le difficoltà di accesso a questo o quel servizio, a questa o quella prestazione, ma assolutamente sbagliata. La limitazione non dipende dall’Isee, ma dal fatto che l’accesso è selettivo: non è riservato a tutti i potenziali beneficiari, cioè a tutti quelli che ne avrebbero bisogno, perché le risorse messe a disposizione sono insufficienti. Viene allora limitato sulla base di graduatorie o sulla base di un indicatore della condizione economica. L’indicatore utilizzato, qualunque esso sia, non allarga o restringe la platea, che dipende da quante sono le risorse in campo, stabilisce solo un ordinamento: chi è davanti in graduatoria e chi è dietro e può restare escluso.

Per questo è una scelta delicata. Per questo l’Isee non è stato inventato a caso, ma riformato dal 2014 alla luce dell’esperienza decennale precedente, attraverso il confronto con le istituzioni e le parti sociali, e tenendo conto dei criteri suggeriti dagli studi scientifici a disposizione, ad esempio quelli relativi alla scala di equivalenza che permette di confrontare la situazione economica di nuclei familiari con un differente numero di membri. Ovviamente, come tutti gli strumenti, l’Isee è modificabile e migliorabile alla luce anche di eventuali problematiche legate al suo funzionamento. Ma è stato posto come Livello essenziale delle prestazioni, Lep, per cui esiste l’obbligo di utilizzarlo in tutte le prestazioni che a livello locale e nazionale fanno riferimento alla prova dei mezzi, proprio per evitare quel proliferare di misure discrezionali, casuali, che aveva dato luogo, nel periodo antecedente alla sua introduzione, a risultati paradossali: un utente che risultava “ricco” in base ai criteri utilizzati per l’accesso a un certo servizio e “povero” in base ai differenti criteri utilizzati per l’accesso a un altro servizio, addirittura nello stesso comune.

Il decreto 200/2026 viola questo principio: non adotta l’Isee ma fa riferimento unicamente al reddito individuale dell’ultima dichiarazione. Un indicatore troppo povero di informazioni sulla reale condizione economica del potenziale beneficiario del bonus.

Con quali conseguenze?

La caratteristica fondamentale dell’Isee è di valutare la condizione economica non su base individuale ma con riferimento al nucleo familiare. Una persona può infatti essere povera individualmente ma vivere in un nucleo in cui beneficia del reddito percepito dagli altri componenti. Viceversa, può stare bene individualmente ma doversi poi occupare di un insieme ampio di persone non autonome economicamente, come ad esempio minori o persone con gravi disabilità. Regole specifiche servono a tenere conto dei doveri economici che i genitori separati hanno nei confronti dei figli anche non conviventi.

In base al decreto 200/2026, invece, ad esempio: un genitore separato con un reddito di 37mila euro e 4 figli a carico sarà escluso, quello con 33mila euro e un solo figlio a carico potrà invece aspirare ad ottenere il beneficio.

L’Isee tiene poi conto di tutti i redditi, compresi quelli finanziari, che non sono dichiarati in Irpef. Il nuovo indicatore proposto invece non considera i redditi finanziari. Sulla base della norma generale dovrebbe fare riferimento anche ai redditi tassati fuori dall’Irpef, come quelli degli autonomi in regime forfetario, o degli affitti sottoposti alla cedolare secca. Vedremo se almeno questa norma verrà rispettata.

Inoltre, l’Isee è un indicatore misto: tiene conto, oltre al reddito, anche del patrimonio, nell’assunto che a parità di reddito chi possiede un patrimonio, al di sopra di certe franchigie, si trovi in una situazione economica migliore. La franchigia è molto elevata per la prima casa, ma correlativamente si esclude dal reddito la spesa per affitto per chi non ha la casa di proprietà. In base al decreto 200/2026, invece, ad esempio: un genitore separato con un reddito di 34mila euro e attività finanziarie pari a 50mila euro, potrà aspirare a prendere il bonus, quello con un reddito di 35.100 euro e attività finanziarie pari a 5mila euro no.

Esclusioni e punteggi per patrimonio immobiliare e figli

Del patrimonio e dei figli a carico il decreto interministeriale 200/2026 tiene conto, non con l’Isee, ma nelle regole di esclusione e nei punteggi. Lo fa in modo rozzo, generando ulteriori effetti paradossali.

Dalla interazione fra il criterio reddituale prescelto e le altre regole di esclusione previste emerge ad esempio che: un genitore separato con un reddito di 34mila euro, e una casa di proprietà a più di 50 chilometri di distanza dal comune ove è collocata l’abitazione familiare di proprietà può aspirare al bonus, quello con un reddito di 36mila euro ma senza alcun patrimonio immobiliare non lo prenderà. Analoghi effetti paradossali emergono dai punteggi assegnati per stabilire le graduatorie di accesso al bonus: un genitore separato con un reddito di 24.900 euro e solo un figlio, a parità di altre condizioni, passerà davanti in graduatoria a quello con un reddito di 25.100 euro e due figli a carico.

Verità e bugie

Nella sua dichiarazione sugli effetti del nuovo indicatore Salvini dice quindi una verità e una bugia. La verità: abbandonare l’Isee avrà l’effetto di riconoscere il bonus anche a persone che stanno abbastanza bene, al prezzo però di escludere persone che stanno abbastanza male – cosa su cui invece tace. La bugia: con l’abbandono dell’Isee, il numero di genitori che alla fine prenderà il bonus non si amplia, potrebbe anzi addirittura ridursi se i genitori più benestanti ammessi pagano affitti più alti di quelli esclusi, essendo il bonus pari al 50 per cento dell’affitto pagato.

Quello che avverrà è che l’ordinamento fatto non con l’Isee, ma con soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli molto discutibili produrrà effetti paradossali quali quelli riportati sopra.

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Ex Ilva, chiesta la cassa integrazione per altri 4.172 dipendenti dopo lo stop all’area a caldo: 8.622 i lavoratori sospesi

Ex Ilva, la cassa integrazione sale a 8.622 lavoratori dopo il decreto sull’area a caldo

L’ex Ilva allarga la cassa integrazione. L’azienda ha chiesto di aggiungere 4.172 lavoratori ai 4.450 già autorizzati, per un totale di 8.622 sospensioni. Solo 1.004 dipendenti resteranno in servizio, per sorvegliare gli impianti, proteggere gli asset e garantire gli adempimenti amministrativi e ambientali. La richiesta è contenuta in una comunicazione dei commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli, inviata ai sindacati nazionali e territoriali, alle Regioni coinvolte e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese. Vale dalla data dell’autorizzazione fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe o rinnovi. A Taranto la notizia è arrivata a ridosso della fine di cinque giorni di sciopero, nell’ex Ilva e nell’indotto, con il blocco delle principali strade statali da e per la città.

L’azienda precisa che 8.622 è il numero medio massimo di sospensioni contemporanee. Al 30 luglio i dipendenti erano 9.626: 7.875 a Taranto, 917 a Genova, 542 a Novi Ligure, 127 a Milano, più quelli degli altri siti. La nuova richiesta riguarda 6.964 persone a Taranto, 870 a Genova, 515 a Novi Ligure e 117 a Milano, con un impatto simile sulle altre sedi. A Taranto la cassa è oggi in corso per circa 3.500 persone, con un tetto autorizzato di 3.800 all’interno del contingente di 4.450. Con la nuova richiesta i cassintegrati sfiorerebbero quota 7mila: 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree più colpite sono quelle di fusione, con 2.660 persone, e di staff e servizi, con 3.225. Per la laminazione si parla di 1.079 lavoratori.

Leggi anche: Ex Ilva, sciopero senza tregua a Taranto: strade bloccate, autobus quasi fermi e il decreto del Governo non convince gli operai

La nota

“Il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio dell’area ‘a caldo’ impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”, fanno sapere i commissari di Acciaierie. “In esecuzione del provvedimento giudiziale di spegnimento dell’area a caldo, la società ha provveduto alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, si legge nella comunicazione rivolta a ministeri, sindacati e Regioni interessate.

“Infatti – si prosegue -, dalla temporanea sospensione dell’esercizio di tutti gli impianti di produzione funzionali all’out put di bramme e coils, già a decorrere dal 09.10.2026, consegue l’improcrastinabile necessità della rimodulazione degli assetti aziendali. Questo determinerà gradualmente, ricadute sulle lavorazioni in essere in tutti gli stabilimenti del gruppo, di potenziale variabile entità nel tempo, in relazione al progressivo ripristino di condizioni di esercizio, funzionali a garantire le condizioni di cedibilità degli asset, mediante il potenziale ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di autonoma capacità produttiva”. 

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Laboratorio di moda creativa, rigenerata e inclusiva della Fondazione Isola d’Elba ottiene il finanziamento regionale

PORTOFERRAIO – La Fondazione Isola d’Elba Ets, con un ottimo punteggio, si è aggiudicata il finanziamento regionale previsto dell’avviso pubblico per la concessione di contributi in ambito sociale a sostegno di iniziative e progetti di rilevanza locale anno 2026.

Fra gli oltre 450 progetti presentati ne sono stati finanziati 86, solamente dieci nella Provincia di Livorno, dei quali solo uno all’Elba. Le risorse regionali vanno a sommarsi al 20% di risorse proprie della Fondazione, per coprire le spese di realizzazione dell’intero programma che prenderà avvio con il coinvolgimento dei numerosi partner e sostenitori. Il progetto denominato The Clothest Isola d’Elba: laboratorio di moda creativa, rigenerata e inclusiva nasce dal confronto con l’Usl Toscana Nord Ovest (Servizio SerD), altre associazioni elbane e toscane,  la comunità della Fondazione Exodus La Mammoletta, dal quale emerge che i linguaggi giovanili individuano nell’ ambiente, nella musica e nella moda ambiti di forte attrattività. La moda, in particolare, viene intesa non solo come consumo, ma come potente linguaggio identitario che va oltre l’immagine, recuperando una valenza produttiva ed educativa, in grado di promuovere la sostenibilità e la rigenerazione sociale ed economica.

Obiettivo del progetto  è creare un laboratorio di moda etica e rigenerata che unisca la difesa ambientale, l’inclusione sociale, la formazione professionalizzante e lo sviluppo economico sostenibile. Tra i risultati attesi rientrano l’impatto sociale con la formazione e l’inserimento lavorativo di alcuni addetti individuati fra i più fragili con il coinvolgimento di volontari come tutor; l’impatto ambientale con la riduzione degli scarti tessili e il recupero delle eccedenze; l’impatto economico-territoriale, con la creazione di un brand territoriale. Rilevante l’utilità sociale poiché il progetto offre nuove opportunità di formazione e lavoro per persone con fragilità, favorendone l’autonomia, oltre a promuovere una cultura del consumo consapevole contrapposta all’usa e getta, unendo momenti educativi a iniziative ludiche e di aggregazione giovanile. 

Ampia la rete del volontariato a sostegno del progetto con il coinvolgimento di sostenitori pubblici e privati – Circolo degli Artisti, Incontriamoci in diversi aps, Jem 57 srl, Locman spa, Italia Circolare srl, Elba Officinale aps,  Pedalta aps, Simtur Associazione Professionale, Pubblica Assistenza Società Volontaria di Soccorso  Odv, Tip Tap One asd, Insieme per l’Elba aps – e di partner – Clothest Aps, Pro Loco Porto Azzurro, Pro Loco Capoliveri, Pro Loco Portoferraio. Il progetto conta anche sulla collaborazione dell’USL Nord Ovest Servizio Serd e delle scuole superiori.

Le attività si terranno nel 2027 e saranno inserite nel calendario degli eventi in fase di condivisione con i partner, che prevede momenti di coinvolgimento tra cui performance creative, installazioni, momenti ludici legati alla salvaguardia ambientale e iniziative nautiche con le barche a vela gestite dalla Fondazione Exodus La Mammoletta. 

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L’intelligenza artificiale non può decidere chi assumere, sanzionare o licenziare

Ufficio

Il 23 ottobre entra in vigore il decreto legislativo n. 179/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 ottobre, che adegua la normativa italiana all’AI Act emanato nel 2024 dall’Unione europea. Per quanto riguarda il rapporto tra imprese e dipendenti, le novità riguardano soprattutto il rapporto di lavoro e la salute e sicurezza in azienda.

Se il datore di lavoro usa sistemi di intelligenza artificiale, le decisioni finali riguardanti il rapporto di lavoro non possono essere prese solo dalla macchina. Questa regola vale per assunzione, modifiche del rapporto e licenziamento, ma anche per provvedimenti disciplinari e valutazioni delle prestazioni. La decisione spetta a una persona con un potere effettivo e autonomo: non basta una semplice firma di conferma.

Per essere concreti, se un software segnala un dipendente come «poco produttivo», il responsabile non può limitarsi a recepire il punteggio. Deve valutare il dato ed essere libero di prendere la decisione che ritiene più opportuna, supportata da un’adeguata motivazione. Eventuali scelte assunte in violazione della normativa sono nulle. Attenzione però a un’esclusione prevista espressamente dalla normativa: ricerca e selezione dei candidati non sono ritenute “decisioni finali”, anche quando comportano l’esclusione dai colloqui successivi.

Se un sistema di intelligenza artificiale incide sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi, sul modo di svolgere la prestazione o su decisioni rilevanti per la sicurezza, va considerato nel documento di valutazione dei rischi aziendale. I lavoratori vanno inoltre informati e formati sui rischi specifici derivanti dall’uso delle macchine nell’esecuzione delle loro mansioni. In questo caso, pensiamo a un algoritmo che assegna i turni o detta i ritmi in un magazzino: maggiore efficienza deve essere sempre bilanciata con il diritto alla salute di chi lavora.

La legge sull’intelligenza artificiale del 2025 aveva fissato i principi: uso sicuro, trasparente, rispettoso della dignità e senza discriminazioni. Il decreto recentemente approvato li traduce in regole con conseguenze concrete, introducendo norme più favorevoli ai lavoratori rispetto alle previsioni generali previste dall’AI Act europeo. Maggiori tutele che tuttavia si devono coordinare con la normativa già esistente in materia di rapporto di lavoro e protezione dei dati personali. Una giungla che le imprese dovranno districare per evitare le pesanti sanzioni imposte dalla normativa comunitaria.

 

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Il governo Meloni ha speso tra bollo e accise quasi quanto vuole ottenere dalle banche

Il governo Meloni ha un problema: l’esenzione del bollo auto e gli sconti a ripetizione sulle accise dei carburanti hanno già assorbito risorse che avrebbero potuto finanziare altre misure. La prima costerà 2,36 miliardi di euro nel 2027, di cui 1,46 coperti con risparmi accertati su interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza; per i secondi sono stati stanziati circa 2,27 miliardi nel 2026. In tutto fanno 4,63 miliardi distribuiti su due anni: quasi quanto i cinque che Giancarlo Giorgetti vuole ottenere da banche e assicurazioni nel solo 2027

In teoria, la manovra vale 23,5 miliardi di euro, secondo il Documento programmatico di bilancio che il ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione europea il 15 ottobre. Di questi circa tredici saranno finanziati facendo più debito. Per gli altri dieci miliardi e mezzo, invece, il governo dovrà trovare nuove entrate o tagliare altre spese. Giorgetti conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare interventi nella difesa e nella sicurezza energetica. Il margine è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte serve a coprire spese già previste e non può essere utilizzata, per esempio, per tagliare le tasse. Il deficit dovrebbe così passare dal 2,9 per cento del PIL nel 2026 al 3,4 per cento nel 2027, per poi scendere al 3,2 nel 2028. Intanto Forza Italia chiede di estendere il taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre l’economia crescerà appena dello 0,8 per cento, secondo le previsioni del Tesoro.

Per finanziare una parte della manovra facendo più deficit, il governo conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente la spesa per la difesa e la sicurezza energetica. Lo spazio previsto è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte riguarda interventi già messi in conto. E soprattutto quei soldi possono essere utilizzati soltanto per le spese ammesse da Bruxelles, non per nuovi tagli delle tasse, che farebbero comodo ai partiti della maggioranza.

Per il resto, i margini sono esauriti. Lo ha chiarito il 12 ottobre l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che verifica le previsioni dei conti pubblici. Escluse le spese coperte dalla deroga, nel 2027 la spesa pubblica soggetta ai vincoli europei crescerà già dell’1,9 per cento, raggiungendo il limite previsto dal percorso di bilancio. I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni coprirebbero quasi metà delle risorse che il governo deve trovare per finanziare la manovra. E la richiesta non si fermerebbe al 2027: il Tesoro conta di incassare poco più di tre miliardi nel 2028 e circa 2,4 nel 2029. In tutto, 10,7 miliardi in tre anni, secondo i calcoli di Reuters.

La legge di bilancio 2026 aveva già previsto circa dodici miliardi di entrate dal settore finanziario e bancario fino al 2028, attraverso diverse misure. Tra queste, l’aumento di due punti dell’IRAP, l’imposta sulle attività produttive, con l’aliquota base salita al 6,65 per cento per le banche e al 7,9 per cento per le assicurazioni. Il governo ha anche rinviato al 2028 e al 2029 una parte delle deduzioni fiscali previste per il 2027 sulle perdite dei prestiti e su alcune svalutazioni contabili. Per altre perdite attese sui crediti, dal 2026 al 2029, gli sconti fiscali vengono distribuiti su cinque anni anziché essere riconosciuti subito. In questo modo lo Stato incassa più imposte nell’immediato, ma ne riceverà meno negli anni successivi. A queste misure si aggiunge la possibilità per le banche di liberare, dietro pagamento, le riserve accantonate per evitare la tassa sugli extraprofitti del 2023. Una parte dei dodici miliardi deriva quindi da entrate fiscali anticipate, alle quali Giorgetti vorrebbe ora aggiungere altri cinque miliardi nel solo 2027, senza aver ancora spiegato come incassarli. 

Il Documento programmatico di bilancio non indica quale imposta verrà applicata, come sarà calcolata e quanto dovranno versare rispettivamente banche e assicurazioni. Sembra quasi che il governo voglia vedere l’effetto che fa sull’opinione pubblica questa richiesta, prima di lavorare su una trattativa con l’Associazione bancaria italiana. Il ministro dell’Economia ritiene che gli istituti possano permettersi un ulteriore contributo, dopo gli utili favoriti dagli alti tassi d’interesse degli ultimi anni e le garanzie pubbliche sui prestiti durante la pandemia. Le banche, invece, sostengono di aver già fatto la propria parte e contestano una nuova richiesta dopo gli accordi raggiunti con il governo. Da Bangkok, dove partecipa agli incontri del Fondo monetario internazionale, ieri Giorgetti ha risposto che sono cambiate le circostanze economiche e quindi il governo chiederà uno sforzo aggiuntivo. 

L’Abi potrà trovare una sponda politica nella maggioranza grazie a Forza Italia, contraria a una nuova tassa sugli extraprofitti. Ma allo stesso tempo Antonio Tajani chiede tagli fiscali senza chiarire dove trovare le risorse. Il ministro degli Esteri vuole estendere la riduzione dell’Irpef al 33 per cento anche ai redditi tra 50mila e 60mila euro, introdurre nuove agevolazioni per i giovani e ampliare l’esenzione del bollo auto. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede appena 2,2 miliardi per l’insieme delle nuove misure fiscali. Se Forza Italia vuole evitare un altro prelievo sulle banche, dovrà anche spiegare come finanziare le proprie proposte.

Per le famiglie e la spesa sociale sono previsti circa cinque miliardi, mentre alla sanità dovrebbero andare altri 2,4 miliardi. Sono ancora cifre complessive: il documento non precisa quali prestazioni saranno aumentate, né chi riceverà i benefici. E la distribuzione delle risorse conterà parecchio, considerando che nel 2027 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere appena dello 0,5 per cento in termini reali, dopo l’1,2 per cento stimato per quest’anno. 

In attesa di conoscere i dettagli della manovra, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni economiche del governo, pur considerando ottimistiche quelle per il 2028 e il 2029. La crescita stimata dal Tesoro supera rispettivamente di 0,1 e 0,2 punti percentuali anche le previsioni più favorevoli degli esperti indipendenti consultati dall’Upb. Il rischio maggiore riguarda gli investimenti, soprattutto nelle costruzioni, che potrebbero rallentare con il progressivo esaurimento della spinta straordinaria del Pnrr. La nuova manovra dovrebbe aiutare, ma poco: sempre secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, alla fine del 2029 il Prodotto interno lordo sarebbe appena lo 0,3 per cento più alto rispetto a uno scenario senza nuovi interventi.

Una delle voci più consistenti della manovra riguarda la difesa, con circa 4,5 miliardi nel 2027. Il governo vuole utilizzare la deroga europea anche per rafforzare la sicurezza energetica, ma Bruxelles ha fissato condizioni precise: gli interventi devono contribuire a rendere più sicuri gli approvvigionamenti e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La Commissione europea ha raccomandato l’autorizzazione per l’Italia l’8 ottobre, mentre restano da definire i passaggi con il Consiglio dell’Unione europea e le spese effettivamente ammissibili.

La deroga scadrà nel 2028. Alcuni degli impegni che il governo vuole assumere, però, continueranno a costare anche negli anni successivi. I nuovi sistemi di difesa, per esempio, richiedono manutenzione e spese di funzionamento. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha chiesto al governo di chiarire come intende finanziarli quando non sarà più disponibile il margine straordinario concesso dall’Europa. Le sue simulazioni indicano che, dopo il 2028, il percorso di risanamento potrebbe richiedere correzioni annue dei conti comprese tra lo 0,45 e lo 0,75 per cento del PIL, a seconda della durata del nuovo piano di bilancio. Sono scenari, non tagli già decisi. Ma rendono evidente una difficoltà: finanziare oggi spese destinate a continuare negli anni utilizzando una deroga temporanea può creare nuovi problemi quando quella deroga terminerà. Ma saranno problemi del prossimo governo.

A pesare sui conti sarà anche il debito pubblico, che secondo il governo raggiungerà il 138,5 per cento del PIL nel 2027, prima di iniziare a diminuire. Il problema è soprattutto quanto costa finanziarlo. Secondo un’analisi di Intesa Sanpaolo, la spesa per interessi passerà dagli 87 miliardi del 2025 a circa 103 miliardi nel 2027: sedici miliardi in più in due anni, che lo Stato non potrà utilizzare per altre politiche. La situazione potrebbe migliorare se l’Italia ottenesse una promozione dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s assegna attualmente al debito italiano un giudizio BBB+, con prospettive positive: un passaggio ad A− potrebbe aumentare la fiducia degli investitori e contribuire a ridurre i tassi richiesti per acquistare i titoli di Stato. Non sarebbe però un risparmio automatico, né immediato: molto dipenderebbe dall’andamento dei mercati e i benefici si vedrebbero soprattutto sui nuovi titoli emessi per finanziare il debito.

Anche il rapporto con Bruxelles resta delicato. Il governo punta a riportare il deficit sotto il tre per cento del PIL nel 2026, una condizione importante per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Banca d’Italia ha però avvertito che il nuovo aumento del deficit previsto per il 2027 e il 2028 potrebbe complicare la valutazione delle istituzioni europee. L’UPB ha inoltre segnalato che anche piccoli scostamenti rispetto al 2,9 per cento previsto per quest’anno potrebbero compromettere il raggiungimento dell’obiettivo.

Il Tesoro conta anche su circa 1,2 miliardi di tagli alla spesa dei ministeri nel 2027, destinati a salire a quasi due miliardi l’anno nel 2028 e nel 2029. Ma il Documento programmatico di bilancio non dice ancora quali ministeri dovranno rinunciare alle risorse e quali attività subiranno i tagli. Non sarà semplice, considerando che la precedente legge di bilancio aveva già ridotto gli stanziamenti delle amministrazioni centrali. Bisognerà capire se Giorgetti riuscirà a risparmiare sui costi di funzionamento oppure se verranno sacrificati fondi destinati ai servizi e agli investimenti.

Altri settecento milioni dovrebbero arrivare dal settore dei giochi, con un gettito analogo previsto per il 2028 e circa 480 milioni nel 2029. Anche qui, però, mancano i dettagli. Il governo non ha ancora chiarito se intenda aumentare le imposte sul gioco, modificare le condizioni delle concessioni o intervenire in altro modo sugli operatori. Sono quasi due miliardi di entrate previste in tre anni, senza che sia ancora stata definita la misura per incassarli. Le risposte dovranno arrivare con il disegno di legge di bilancio.

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