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Alberto Contri: “I figli vivono oggi generalmente peggio dei padri…”



Alberto Contri analizzi i punti critici dei nostri tempi. “I giovani protestano con buone ragioni…”

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Iran: Trump esclude l’uso di armi nucleari e respinge l’invio di truppe di terra

di TRT French

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato giovedì che non userà armi nucleari contro l’Iran e che non sta prendendo in considerazione l’invio di truppe statunitensi sul terreno, pur mentre Washington sta valutando nuove opzioni militari.

In un’intervista con il canale americano Newsmax , a Donald Trump è stato chiesto un commento sulle notizie riguardanti i preparativi militari americani per possibili attacchi contro le infrastrutture iraniane, compresi siti nucleari ed energetici.

Il presidente americano ha fatto riferimento alla “madre di tutte le bombe” (MOAB), una bomba convenzionale molto potente il cui utilizzo contro l’Iran sarebbe oggetto di valutazione. 

“Questa bomba non è nucleare “, ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti non avevano bisogno di usare armi nucleari contro Teheran. 

“No, non userei un’arma nucleare. Non ne abbiamo bisogno “, ha insistito.

Secondo quanto riportato dalla CNN e ripreso da Reuters , il Pentagono avrebbe sviluppato diverse opzioni di attacco, tra cui l’utilizzo di bombe MOAB contro le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani. 

Reuters dichiara di non essere stata in grado di verificare autonomamente queste informazioni.

Donald Trump ha inoltre indicato di non avere intenzione di schierare truppe americane in Iran. Il presidente degli Stati Uniti aveva annunciato che Washington non avrebbe lanciato nuovi attacchi contro l’Iran prima delle elezioni parlamentari di medio termine, previste per il 3 novembre.

Fonte : TRT francese

Traduzione: Gerard Trousson

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Iran, i Pasdaran rivendicano la mina contro una superpetroliera nello stretto di Hormuz: «Lo stretto è chiuso»

TEHERAN — Più di due milioni di barili di greggio in fiamme in mezzo allo stretto di Hormuz. Così la marina dei Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, il corpo militare che in Iran risponde direttamente alla Guida suprema, ha descritto sabato mattina la sorte di una superpetroliera che, secondo il comunicato, ha urtato una mina mentre tentava «un passaggio non autorizzato» ed è stata avvolta da «una massiccia esplosione e un incendio violento».

La rivendicazione, diffusa dai media statali iraniani e ripresa dall’agenzia France Presse, non dice dove sia avvenuto l’urto, non dà il nome della nave, la bandiera, l’armatore, né una parola sull’equipaggio. L’agenzia semiufficiale Fars ha pubblicato un video girato di notte, con lo scafo illuminato dalle fiamme. Il comando americano per il Medio Oriente, il Centcom, e l’agenzia marittima britannica che registra gli incidenti nel Golfo non hanno confermato l’episodio.

Il meccanismo che quel comunicato racconta è ormai la routine dello stretto dall’inizio della guerra fra Iran e Stati Uniti, il 28 febbraio. Teheran dichiara chiuso il passaggio obbligato per il greggio del Golfo; Washington lo dichiara aperto e lo scorta; le petroliere tentano il transito spegnendo i sistemi di localizzazione; i Pasdaran le colpiscono. La nave di sabato, dice il comunicato, «ha tentato di attraversare lo stretto con il sostegno degli Stati Uniti, disattivando tutti i sistemi di tracciamento».

Il linguaggio è quello delle ultime settimane. «Lo stretto di Hormuz è chiuso, e la conseguenza di sfidare le regole iraniane è bruciare nel fuoco della fiducia nell’esercito terrorista Usa», recita il testo rilanciato dall’agenzia semiufficiale Tasnim. La tv di Stato Press TV parla di un transito protetto dall’«esercito contrabbandiere» americano.

La risposta di Washington era arrivata in anticipo. Venerdì l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, aveva detto: «Sia chiaro, lo stretto di Hormuz è controllato dagli Stati Uniti e dai nostri partner regionali, non dall’Iran. Resta aperto agli affari». Il comando americano sostiene da mesi che le navi continuano a passare «nonostante l’aggressione ingiustificata» dei Pasdaran.

Dieci navi in una settimana

I numeri raccontano un’escalation. Secondo l’agenzia marittima britannica, almeno dieci navi sono state attaccate dentro o vicino allo stretto da domenica, il massimo settimanale dall’inizio del conflitto; dal 1° ottobre gli attacchi sono 23, quasi il doppio della media dei mesi precedenti. Venerdì due mercantili sono stati colpiti al largo di Jubail, il grande porto petrolchimico saudita sul Golfo, uno da un razzo anticarro sparato da un barchino: «danni al quarto di poppa sinistro, equipaggio incolume», secondo il rapporto.

La partita si gioca sul prezzo: ogni nave colpita è un messaggio ai mercati prima ancora che a Washington. Il Brent ha chiuso venerdì a 109,86 dollari al barile, in rialzo del 3,7%, al massimo dal 19 maggio; il greggio americano Wti ha superato i 101 dollari, con un balzo del 10% in una settimana. Noleggiare una petroliera dal Golfo alla Cina costa fino a un milione di dollari al giorno, ha detto a Cnbc il direttore di Lloyd’s List, la bibbia dell’informazione marittima.

Sul fronte politico Teheran tiene chiusa anche la porta negoziale. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha definito «insufficiente» la risposta americana alle sette condizioni presentate all’Assemblea generale dell’Onu e ha escluso trattative. Il presidente Masoud Pezeshkian, venerdì in visita in Armenia, ha negato che l’Iran cerchi l’atomica e ha definito «ingiustificabili» le sanzioni. Il Qatar continua a fare da mediatore.

Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha fissato venerdì su X la condizione per riaprire il passaggio: «Se gli Stati Uniti lasciano la regione, lo stretto di Hormuz riaprirà. Se non se ne va, lo cacceremo».

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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