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Colleferro. Perché ora non si può escludere la pista del sabotaggio (russo)

Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.

D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.

La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.

Cosa è successo

L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.

Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.

Perché è importante

Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?

Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.

Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.

Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.

La zona grigia

Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.

L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.

Il problema, però, precede l’eventuale sabotaggio

Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.

Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.

Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.

Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.

Cambio della dottrina sulla sicurezza?

È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.

Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.

Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.

La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Europa non può più permettersi di escluderlo a priori.

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Spionaggio in Corea del Sud, due ex militari cinesi arrestati vicino alle installazioni Usa

Due cittadini cinesi, entrambi con un passato nelle forze armate del loro Paese, sono stati arrestati in Corea del Sud con l’accusa di avere raccolto illegalmente informazioni riguardanti le attività militari sudcoreane e statunitensi. Un’indagine che tocca direttamente uno dei dispositivi di sicurezza più importanti dell’Indo-Pacifico, ma sulla quale restano ancora da chiarire alcuni passaggi decisivi: soprattutto se il materiale raccolto sia stato trasmesso alle autorità cinesi e se dietro l’attività dei due uomini vi fosse un committente.

A riferire gli arresti è Associated Press, citando la polizia sudcoreana. I due casi, almeno sulla base delle informazioni rese pubbliche finora, sono distinti. Li accomunano però il precedente servizio militare dei sospettati in Cina e la natura degli obiettivi: infrastrutture, comunicazioni e personale collegati alla presenza militare americana nella penisola coreana.

Le comunicazioni intercettate vicino alla base

Il primo sospettato è un cittadino cinese di circa sessant’anni. Secondo gli investigatori avrebbe installato in un albergo vicino a una base aerea utilizzata congiuntamente dalle forze sudcoreane e statunitensi un sistema composto da un ricevitore software-defined radio, un’antenna e un computer portatile.

L’apparato sarebbe stato utilizzato in diverse occasioni, a partire dal 2024, per intercettare le comunicazioni tra i caccia pilotati da militari sudcoreani e americani e i controllori del traffico aereo della base. L’uomo è stato arrestato il 10 agosto con l’accusa di avere violato, tra le altre, le norme sudcoreane sulla protezione delle comunicazioni.

Agli investigatori avrebbe spiegato di essere un appassionato di comunicazioni aeronautiche: dopo avere ascoltato quelle tra velivoli civili e torri di controllo, avrebbe voluto fare altrettanto con gli aerei militari. Una versione che la polizia sta verificando. Il computer sequestrato è sottoposto ad analisi forense proprio per stabilire se le informazioni intercettate siano rimaste nella disponibilità dell’uomo oppure siano state trasmesse ad altri soggetti, comprese eventuali autorità cinesi. Al momento, su questo punto, non è stata resa pubblica alcuna prova di un trasferimento a Pechino.

Informazioni sul comando americano

Il secondo arresto riguarda un cittadino cinese sulla quarantina, anch’egli già appartenente alle forze armate cinesi. Gestisce un negozio di forniture militari nei pressi del quartier generale statunitense nell’area di Seoul.

Secondo la ricostruzione della polizia, l’uomo avrebbe raccolto materiale sulle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, fotografie relative ai movimenti di armamenti e informazioni sugli avvicendamenti ai vertici militari americani. Una parte di questi dati sarebbe arrivata da una cittadina sudcoreana impiegata presso il comando Usa, alla quale il sospettato avrebbe consegnato denaro. Gli investigatori ritengono inoltre che tra i due vi fosse una relazione personale.

Anche in questo caso la spiegazione fornita dall’indagato è di natura privata: avrebbe cercato quelle informazioni perché le riteneva utili alla propria attività commerciale. La polizia contesta questa ricostruzione e procede per violazioni delle norme riguardanti, tra l’altro, la protezione delle installazioni militari.

L’ambasciata cinese a Seoul, contattata da Associated Press dopo l’annuncio degli arresti, non aveva risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia.

Il momento scelto da Seoul

Il calendario aggiunge inevitabilmente un elemento al quadro, senza per questo dimostrare un collegamento tra gli arresti e le manovre militari. Dal 17 al 27 agosto, Stati Uniti e Corea del Sud terranno infatti l’edizione 2026 di Ulchi Freedom Shield, la grande esercitazione annuale dedicata alla preparazione delle forze alleate sulla penisola. Circa 18 mila militari sudcoreani prenderanno parte alle attività, che quest’anno comprenderanno anche scenari legati a droni, interferenze Gps e attacchi informatici.

La Corea del Sud rimane uno dei pilastri della postura militare americana in Asia orientale. Washington mantiene nel Paese circa 28.500 uomini, formalmente destinati in primo luogo alla deterrenza nei confronti della Corea del Nord. La loro presenza, tuttavia, si inserisce ormai in un dispositivo regionale più ampio, nel quale la penisola coreana è anche uno dei punti di contatto tra la strategia statunitense e la crescente competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

È precisamente per questo che informazioni apparentemente circoscritte – frequenze radio, procedure operative, movimenti di mezzi, calendari delle esercitazioni, avvicendamenti del personale – assumono un valore diverso se raccolte sistematicamente. Il lavoro d’intelligence non passa necessariamente dalla sottrazione di un singolo documento classificato: può procedere anche attraverso l’accumulazione di dati separati che, messi insieme, consentono di ricostruire abitudini operative e vulnerabilità.

Una legge sullo spionaggio che sta cambiando

Il caso cade inoltre in una fase particolare per il sistema di controspionaggio sudcoreano. Per decenni l’architettura legislativa di Seoul è stata costruita principalmente attorno alla minaccia proveniente dalla Corea del Nord. L’articolo 98 del codice penale limitava infatti il tradizionale reato di spionaggio alle attività svolte nell’interesse di un “Paese nemico”, con conseguenti difficoltà nell’applicarlo a operazioni condotte per conto di altri Stati.

Il Parlamento ha modificato la norma il 26 febbraio 2026. Dal prossimo 13 settembre, il campo di applicazione verrà esteso alle attività svolte a beneficio di qualsiasi Paese straniero o organizzazione equivalente. È una revisione maturata dopo anni di discussione proprio sulla necessità di adeguare gli strumenti giuridici a una competizione che non riguarda soltanto il confronto militare con Pyongyang, ma anche tecnologia, industria e intelligence.

Gli arresti dei due ex militari cinesi precedono quindi l’entrata in vigore della nuova disciplina e saranno valutati sulla base delle norme attualmente applicabili. Ma mostrano quale sia il problema che Seoul intende affrontare: proteggere una presenza militare americana capillare e un apparato tecnologico avanzato da operazioni che possono muoversi in una zona molto più sfumata rispetto allo spionaggio tradizionale.

Per ora, ciò che è accertato è più limitato: due uomini sono stati arrestati, la polizia sostiene che abbiano raccolto informazioni di interesse militare e gli investigatori stanno cercando di capire quale uso ne sia stato fatto. L’eventuale regia di Pechino resta invece da provare. Ed è proprio questa distinzione, in una vicenda destinata a essere osservata da Washington oltre che da Seoul, a separare i fatti già emersi dalle conclusioni che l’indagine deve ancora raggiungere.

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Falsi colloqui e siti-clone, così l’intelligence cinese cerca esperti occidentali

Per mesi alla Horizzen, una piccola società di consulenza australiana con sede a Brisbane, sono arrivate richieste piuttosto strane. Curriculum di esperti di difesa, telefonate, candidature per presunti posti di lavoro negli Stati Uniti. Il problema era semplice: Horizzen non stava assumendo nessuno.

La spiegazione è arrivata molto più tardi. Qualcuno aveva copiato online il nome della società, l’indirizzo, il numero di telefono e parte dei contenuti del suo sito per dare credibilità a una falsa società di consulenza che cercava esperti di difesa, politica e commercio.

Il sito è finito nell’inchiesta dell’Fbi sulle operazioni di reclutamento che le autorità americane attribuiscono a soggetti collegati all’intelligence cinese.

La vicenda è stata ricostruita nelle ultime ore dal Guardian Australia, che ha collegato il sito-clone della società di Brisbane a una delle tredici piattaforme sequestrate dal dipartimento di Giustizia americano lo scorso giugno. Il particolare australiano è nuovo. Il metodo, invece, è diventato abbastanza frequente da spingere i servizi occidentali a parlarne pubblicamente.

Una società vera per costruirne una falsa

Secondo il Guardian, Horizzen aveva iniziato a ricevere le prime comunicazioni anomale dalla metà del 2025. Solo un anno più tardi l’azienda ha scoperto che il dominio che ne imitava l’identità era stato sequestrato dalle autorità federali statunitensi nell’ambito di un’indagine di controspionaggio.

Il valore della copertura era precisamente nella sua banalità. Invece di inventare da zero un’impresa dai contorni inevitabilmente vaghi, chi aveva costruito la piattaforma aveva preso in prestito i dettagli di una società realmente esistente.

Il dipartimento di Giustizia americano sostiene che le tredici piattaforme sequestrate facessero parte di uno schema costruito per avvicinare cittadini statunitensi, compresi funzionari ed ex funzionari in possesso di autorizzazioni di sicurezza e quindi potenzialmente esposti a informazioni classificate.

I posti di lavoro pubblicizzati avevano titoli assolutamente ordinari: analista senior, consulente per gli affari internazionali, esperto di geopolitica. Gli annunci apparivano su piattaforme per professionisti e freelance e le materie richieste coincidevano, secondo gli atti giudiziari americani, con temi di interesse per il governo cinese.

Prima una ricerca, poi le informazioni riservate

Il meccanismo ricostruito dall’Fbi non prevedeva di chiedere immediatamente un documento classificato.

Il primo incarico poteva consistere nella produzione di un rapporto di ricerca, accompagnato da una remunerazione relativamente elevata. Una volta costruito il rapporto personale, al candidato potevano essere chieste informazioni sempre più difficili da reperire pubblicamente, fino alla richiesta di materiale proveniente da fonti interne.

Per rendere credibili le società venivano utilizzati contratti e accordi di riservatezza. Le comunicazioni potevano poi spostarsi su Telegram o altre applicazioni cifrate, mentre i pagamenti venivano effettuati attraverso conti intestati a identità fittizie o criptovalute.

Secondo il dipartimento di Giustizia, i siti utilizzavano alias, identità rubate e fotografie generate con l’intelligenza artificiale. Gli investigatori sostengono che lo schema fosse operativo almeno dal novembre 2023. Le persone dietro l’operazione hanno negato qualsiasi rapporto con un governo straniero.

Il mestiere più vecchio, con strumenti nuovi

L’elemento interessante non è tanto l’uso dell’intelligenza artificiale in sé. Una falsa fotografia o un sito generato rapidamente non sostituiscono le tecniche tradizionali dello spionaggio. Le rendono però più economiche e scalabili.

Costruire una copertura commerciale credibile richiedeva un tempo personale, documenti e infrastrutture. Oggi parte di quel lavoro può essere automatizzata: testi professionali, immagini di dipendenti inesistenti, profili social e interi siti possono essere prodotti rapidamente e modificati quando vengono scoperti.

È un moltiplicatore, non un nuovo mestiere. Lo ha spiegato indirettamente anche l’Fbi quando, annunciando il sequestro dei tredici domini, ha indicato proprio la combinazione tra contenuti generati dall’IA, piattaforme professionali e sistemi di pagamento online come una delle caratteristiche del metodo attribuito ai servizi cinesi.

La vulnerabilità sono le persone

Nessuno dei bersagli deve necessariamente considerarsi una spia. Un ex militare può ritenere di essere pagato per la propria esperienza. Un diplomatico in pensione può pensare di scrivere un’analisi. Un funzionario può convincersi che un’informazione sia innocua perché non formalmente classificata, pssaggio graduale che rende efficace il reclutamento. Il bersaglio può rendersi conto molto tardi che la domanda successiva non riguarda più ciò che sa per competenza professionale, ma ciò che conosce perché ha avuto un determinato incarico. Il rapporto pubblicato questa settimana dall’intelligence neozelandese descrive uno schema quasi identico: falsi consulenti o reclutatori che cercano funzionari ed ex funzionari tramite piattaforme professionali, commissionano inizialmente studi e analisi e successivamente chiedono informazioni privilegiate.

È difficile considerare la coincidenza irrilevante. Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e gli altri partner Five Eyes stanno cercando di portare una parte del controspionaggio fuori dagli uffici dei servizi e dentro le normali abitudini professionali di chi ha lavorato nelle istituzioni. Il caso Horizzen racconta bene il perché. Una società può essere coinvolta in un’operazione d’intelligence senza saperne nulla. Un candidato può finire nel radar di un servizio straniero pensando semplicemente di avere trovato un lavoro ben pagato.

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Un anno dopo Anchorage, la pace in Ucraina resta un miraggio. Conversazione con Di Liddo (Cesi)

Si celebra in queste ore l’anniversario dell’incontro di Anchorage tenutosi nel 2025, durante il quale il presidente statunitense Donald Trump e quello russo Vladimir Putin si sono incontrati faccia a faccia in un bilaterale che avrebbe dovuto permettere di affrontare diversi dossier sul tavolo. A partire, ovviamente, dalla guerra in Ucraina. Eppure, nonostante le speranze e le speculazioni, dodici mesi dopo al situazione nel Paese dell’Est Europa non sembra essere cambiata più di tanto, con il conflitto che continua a mietere vittime su base quotidiana. Cosa resta di quell’incontro? E che prospettive ci sono oggi per la guerra in Ucraina? Formiche.net lo ha chiesto a Marco Di Liddo, direttore del Cesi ed esperto di spazio post-sovietico.

Un anno fa Putin e Trump si incontravano in Alaska. A un anno di distanza cosa rimane di quell’incontro?

Resta davvero poco, ma qualcosa resta. A partire da una visione comune del mondo che hanno il presidente degli Stati Uniti e il presidente della Russia, una visione incentrata sulla preminenza, almeno formale, delle grandi potenze, e quindi una loro fiducia nella politica di potenza a livello globale. In generale resta un tentativo di sinergia su tutta una serie di dossier: a cominciare dal rifiuto delle politiche di resilienza contro il cambiamento climatico, arrivando a una vicinanza rispetto a imporre la politica delle rispettive capitali nei principali teatri regionali e in generale la ricerca di intese tra i grandi della terra che devono creare un nuovo sistema di norme, una nuova governance globale che poi deve essere imposta a tutti quanti, andando a negare quello che è l’assetto costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo il 1991. Oltre a questo però le grandi visioni sull’Africa, sull’Europa, sull’Asia restano soltanto carta a straccia.

Proprio di una “divisione del mondo in sfere di influenza” tra i due leader si era parlato nell’immediato. Anche lei crede che fosse plausibile?

Assolutamente. I due leader continuano a credere in un mondo diviso in sfere di influenza. Ma dei due quello che avrebbe una struttura economica e una potenza militare, almeno sulla carta, in grado di promuovere questo tipo di visione è soltanto Trump. Putin non può che sfruttare circostanze positive che si creano nelle pieghe delle crisi internazionali, ma non è in grado più di imporre in maniera unilaterale la visione e l’interesse della Russia a livello globale soltanto con l’uso della forza, quindi deve portare avanti una politica internazionale basata sostanzialmente sul principio del contropiede, reattiva e non proattiva, volta a sfruttare le occasioni. C’è da dire però che anche gli Stati Uniti, soprattutto con i pessimi risultati della campagna militare e politica in Medio Oriente per quanto riguarda il conflitto con l’Iran, hanno dimostrato che anche il loro ventaglio di capacità non è infinito, e che neppure una macchina bellica così preparata come quella americana può essere sempre vincente. Parafrasando Darth Vader in Guerre Stellari, non bisogna andare troppo fieri del terrore tecnologico che si è costruito, perché la capacità di distruggere un pianeta è insignificante rispetto alla potenza della forza. In questo caso la capacità di fare operazioni a lungo raggio, di avere la flotta più potente del mondo, di bombardare per settimane un avversario è insignificante di fronte alla resilienza di un sistema politico, in questo caso quello iraniano, che invece si è dimostrato molto più coriaceo di quella capacità militare americana e israeliana che li si oppone.

Per quel che riguarda la guerra in Ucraina, che prospettive abbiamo oggi? Quanto è lontana una sua fine?

La guerra in Ucraina è ancora lontana da una soluzione, sia che si tratti di una soluzione sbilanciata, sia ancora più lontana che una situazione concertata, nel senso non c’è margine oggi che Kyiv e Mosca possano sedersi al tavolo e trovare un accordo, perché gli interessi sono ancora divergenti. Gli ucraini, nonostante le difficoltà legate alla mancanza di personale e soprattutto alla coperta cortissima per quanto riguarda la difesa aerea, lotteranno fino alla fine per la propria indipendenza, per il ripristino della propria integrità territoriale e in ultima istanza per la propria dignità di popolo. Dall’altra parte i russi sanno che non possono scendere a un compromesso che non possa essere venduto internamente e internazionalmente come vittoria, perché altrimenti il loro sistema di potere potrebbe avere l’ennesima crepa e quindi andare incontro a tumulti, a scossoni dagli esiti imprevedibili dal punto di vista interno, mentre dal punto di vista internazionale ciò risulterebbe in un ridimensionamento ulteriore di Mosca. Quindi per motivi diversi siamo di fronte a una guerra di sopravvivenza, una guerra di sopravvivenza nazionale per Kyiv, una guerra di sopravvivenza di un sistema preciso di potere per Mosca, e quindi tutti e due andranno avanti fino ad esaurire l’ultima carta a disposizione. E di conseguenza questa guerra finirà soltanto finché uno dei due non avrà esaurito tutte le carte e non sarà più fisicamente dal punto di vista militare o dal punto di vista politico in grado di continuare a combattere.

La crisi dello stretto di Hormuz pesa sulle dinamiche diplomatiche relative al conflitto? E come?

Indubbiamente le dinamiche dello stretto e in generale la guerra ad Hormuz influenza in maniera diretta tutto il mondo dal punto di vista economico e politico, e quindi anche la guerra in Ucraina. Sia la Russia che l’Ucraina proiettano quelle che sono le proprie reti di influenza, le proprie necessità e le proprie capacità nel Golfo Persico. Ed è ovvio che Putin spalleggi l’Iran, perché ha bisogno che l’Iran entro certi limiti invii dei sistemi d’arma, e soprattutto perché aiutando l’Iran mette in difficoltà gli Stati Uniti, fornendo intelligence per aiutare il targeting iraniano contro obiettivi sensibili degli Stati Uniti o degli alleati degli Stati Uniti e quindi questo si trasforma in capitale politico che Putin può mettere sul tavolo del conflitto in Ucraina. Come riesce a farlo? Innanzitutto se aumenti la pressione sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, costringi inevitabilmente gli Stati Uniti a dover fare una scelta sulle forniture dei sistemi antiaerei, e quindi se devi proteggere in modo prioritario l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati,  Kyiv deve aspettare. E se Kyiv deve aspettare il ratio di successo dei bombardamenti russi aumenta perché l’Ucraina non ha Patriot a sufficienza. Naturalmente questo è il circolo materiale, poi c’è il circolo politico.

Cosa intende?

Putin può presentarsi agli Stati Uniti sostenendo che, se Washington vuole che Mosca eserciti la propria influenza sull’Iran per convincerlo ad assumere una posizione più moderata sullo Stretto di Hormuz, sul programma missilistico o su quello nucleare, allora gli Stati Uniti dovrebbero concedere alla Russia qualcosa sul dossier ucraino. In pratica, Washington dovrebbe lasciare a Mosca più margine di manovra su Kyiv, ad esempio spingendo gli ucraini a interrompere gli attacchi contro le infrastrutture critiche russe o ad accettare condizioni di pace più favorevoli al Cremlino. Questo è il tipo di scambio strategico che Mosca cerca di proporre. Tuttavia, non si tratta di un meccanismo automatico e non è affatto detto che gli altri attori siano disposti ad accettarlo. La grande lezione dell’ultimo decennio è che la politica dei blocchi funziona sempre meno, e che le grandi potenze non hanno più la capacità di imporre unilateralmente la propria volontà ai rispettivi alleati. Le medie potenze hanno acquisito maggiore peso politico e autonomia decisionale, dando vita a un multilateralismo frammentato, in cui i tradizionali punti di riferimento si indeboliscono e la gestione delle crisi diventa molto più complessa e imprevedibile.

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Così la convergenza tra IA e biologia cambia la partita della sicurezza

Intelligenza artificiale sempre più potente e biologia sintetica in rapida evoluzione. Sono i progressi che promettono di accelerare la scoperta di nuovi farmaci, migliorare la diagnostica e rendere più rapida la risposta alle emergenze sanitarie. Ma che stanno anche modificando il perimetro dei rischi biologici, abbassando alcune delle barriere tecniche che finora separavano la progettazione digitale dalla sperimentazione in laboratorio.

Per trasformare una sequenza digitale in un agente biologico funzionante servono ancora competenze specialistiche, infrastrutture, materiali e numerosi passaggi sperimentali. Non bisogna, dunque, immaginare che un chatbot possa improvvisamente progettare un patogeno pandemico pronto all’uso. È però la direzione di marcia a richiedere attenzione, poiché strumenti sempre più avanzati possono rendere accessibili capacità che fino a pochi anni fa erano appannaggio di gruppi di ricerca molto specializzati.

Lo studio Rand

Un segnale dell’evoluzione delle capacità arriva anche dai test utilizzati per valutare i modelli più avanzati. Un nuovo rapporto della Rand Corporation, basato sull’analisi di oltre ottomila quesiti sottoposti a 45 modelli di frontiera, rileva che nei test biologici dual use sviluppati da SecureBio i sistemi migliori raggiungono prestazioni comparabili a quelle dei migliori esperti coinvolti nella valutazione, mostrando progressi anche nella capacità di diagnosticare errori e risolvere problemi complessi. La stessa Rand invita però alla cautela: questi risultati non dimostrano che le capacità misurate nei test possano essere automaticamente tradotte in attività di laboratorio.

Anche sul fronte delle protezioni restano diversi limiti. Un secondo studio della Rand ha testato alcune barriere inserite direttamente nei software di biologia computazionale, utilizzati per attività come la progettazione di proteine o la previsione di mutazioni virali capaci di sfuggire alla risposta immunitaria. L’obiettivo era verificare se queste protezioni riuscissero a impedire agli agenti di intelligenza artificiale di utilizzare i programmi o di guidare un utente nel loro impiego. Nessuna delle soluzioni analizzate si è dimostrata pienamente affidabile.

Dall’IA al laboratorio

Cosa succede, dunque, quando invece la capacità computazionale incontra il laboratorio? Lo studio recentemente pubblicato su Science, nel quale ricercatori di Stanford e dell’Arc Institute hanno utilizzato modelli di intelligenza artificiale per progettare nuovi batteriofagi, offre un esempio di questa evoluzione. E sebbene non dimostri che l’AI sappia costruire un virus pandemico, dimostra che l’intelligenza artificiale può già contribuire alla progettazione di genomi virali completi che, una volta sintetizzati e testati in laboratorio, risultano biologicamente funzionanti. È qualcosa di più circoscritto, ma sicuramente rilevante.

Francesco Branda, professore e ricercatore presso l’Unità di statistica medica ed epidemiologia del Campus Bio-Medico di Roma, aveva sottolineato su Formiche.net come la macchina agisca in questi processi più da architetto che da creatore autonomo. Il salto, tuttavia, resta significativo perché una parte della progettazione biologica può diventare più rapida, scalabile e accessibile. “Questo cambia radicalmente il nostro approccio alla biologia sintetica: non più soltanto leggere e correggere il Dna, ma scriverlo da zero con un partner computazionale capace di esplorare spazi di possibilità per noi troppo vasti, combinando frammenti evolutivi con una logica che sfida la nostra intuizione”.

Un tema di sicurezza

In questa compressione delle distanze si inserisce necessariamente il tema della sicurezza. “L’intelligenza artificiale sta comprimendo la distanza tra curare una malattia e costruirne una. È una frontiera straordinaria per la medicina, ma senza governance e responsabilità chiare diventa un rischio sistemico”, sottolinea Federica Onori, deputata e rappresentante speciale dell’Assemblea parlamentare dell’Osce per l’intelligenza artificiale, sentita da Healthcare Policy. Un rischio che non riguarda soltanto l’eventuale uso intenzionale delle nuove tecnologie, ma anche la capacità dei sistemi sanitari di riconoscere e contenere rapidamente una nuova minaccia biologica. “Dopo il Covid non possiamo permetterci di farci trovare di nuovo impreparati”, aggiunge Onori.

La questione della preparedness torna così centrale, poiché, se la capacità di progettare sistemi biologici accelera, deve crescere con la stessa velocità anche quella di individuarle e sviluppare contromisure. Da questo punto di vista la stessa intelligenza artificiale che amplia il rischio può diventare parte della risposta.

I programmi di Google e OpenAi

Google DeepMind ha recentemente annunciato l’avvio di un programma dedicato alla bioresilienza, con strumenti rivolti alla prevenzione, al rilevamento e alla risposta alle minacce biologiche. OpenAI ha lanciato lo scorso maggio Rosalind Biodefense, iniziativa costruita attorno al principio della “defensive acceleration”: utilizzare modelli avanzati per rafforzare sorveglianza, diagnostica, preparedness e sviluppo di contromisure. Il principio comune su cui si fondano è che la sicurezza non possa dipendere esclusivamente dal limitare le capacità dei sistemi, ma debba anche aumentare la velocità e la qualità della risposta.

Il fattore geopolitico

E se nell’Annual threat assessment 2026, la comunità di intelligence statunitense avverte che i progressi nelle biotecnologie dual use – dalla bioinformatica alla biologia sintetica, fino alle nanotecnologie e al genome editing – potrebbero generare nuove minacce biologiche o aumentare il rischio di incidenti con rilascio involontario di patogeni, la convergenza tra intelligenza artificiale e biotecnologie non può che rientrare sempre più anche nelle valutazioni di sicurezza nazionale. Nello stesso rapporto, Washington valuta che alcuni attori statali mantengano probabilmente conoscenze e capacità per produrre e impiegare patogeni e tossine biologiche tradizionali e segnala, in particolare, che Pyongyang continuerebbe a perseguire lo sviluppo di patogeni altamente infettivi o contagiosi.

Europa: il nodo delle regole

Più aumenta la possibilità di progettare, più diventa importante controllare i passaggi che permettono a una sequenza digitale di diventare materiale biologico, e anche l’Europa comincia a costruire una risposta a questa convergenza. L’AI Act inserisce tra i rischi sistemici dei modelli più avanzati anche la possibilità di abbassare le barriere allo sviluppo di armi chimiche o biologiche. La proposta di European biotech act va nella stessa direzione, introducendo un’attenzione specifica al rischio biologico associato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle applicazioni biotech. Ma l’architettura regolatoria presenta ancora dei punti ciechi.

“L’AI Act riconosce i rischi per la salute pubblica tra gli esempi di ‘rischio sistemico’ associati ai modelli di intelligenza artificiale per finalità generali. Tuttavia, la soglia prevista dal regolamento per identificare questo rischio dipende oggi in larga misura dalla potenza di calcolo impiegata per l’addestramento del modello, misurata in floating point operations”, osserva Malwina Wójcik-Suffia, research fellow e co-coordinatrice della linea di ricerca AI & Health presso l’Information society law centre, parlando con Healthcare Policy. Un criterio che, secondo la ricercatrice, potrebbe non essere sufficiente a seguire l’evoluzione della tecnologia: “È un limite sia di fronte alla rapida evoluzione delle capacità dei modelli, sia perché anche modelli più piccoli ma maggiormente specializzati potrebbero generare rischi analoghi”. “La forte attenzione regolatoria riservata ai fornitori dei modelli di IA per finalità generali, a fronte di obblighi comparativamente più limitati per i fornitori dei sistemi che li utilizzano (ovvero chi li integra in sistemi e applicazioni specifiche, ndr), solleva interrogativi sui rischi che possono emergere a livello di sistema”, ha aggiunto.

La questione, alla fine, è abbastanza concreta: di fronte a capacità nuove sono richiesti strumenti nuovi per valutarne e contenerne i rischi, ma anche per sfruttarne le opportunità. Senza trasformare ogni avanzamento in una minaccia, ma senza nemmeno aspettare la prossima emergenza per accorgersi che controlli e sistemi di risposta sono rimasti indietro.

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Pakistan, quando l’identità religiosa diventa strategia

Mentre gran parte del mondo insiste che l’unica soluzione possibile in Medio Oriente sia quella dei due Stati, ricorre l’anniversario di quando, quasi ottant’anni fa, la soluzione dei due Stati fu applicata in un’altra parte del mondo. Il risultato fu il Pakistan.

Per comprendere meglio il Pakistan di oggi, uno Stato nel quale l’esercito esercita da decenni un’influenza politica e istituzionale eccezionale e che recentemente ha acquisito nuova rilevanza internazionale grazie al ruolo di intermediario tra Stati Uniti e Iran, bisogna tornare alle circostanze della sua nascita. Il Pakistan ha contemporaneamente firmato alla Mecca, il luogo più sacro dell’Islam, un patto di difesa che lo lega ad Arabia Saudita e Turchia, due potenze sunnite che, in modi diversi, rivendicano la leadership del mondo musulmano.

Per un Paese nel quale la definizione dell’identità nazionale è stata a lungo intrecciata alla rivalità con l’India, è motivo di grande orgoglio. Il Pakistan può presentarsi come mediatore, potenza militare e, soprattutto, unico Stato musulmano dotato di armi nucleari. Il suo arsenale diventa così non soltanto il deterrente contro l’India, ma potenzialmente una risorsa strategica per l’intero mondo islamico.

Qui emerge una contraddizione. Il giorno in cui il deterrente nucleare pakistano dovesse realmente essere utilizzato per difendere un altro Stato sarebbe anche il giorno in cui il Pakistan rischierebbe la propria distruzione. Il feldmaresciallo Asim Munir ha costruito un sistema che garantisce enorme prestigio in tempo di pace ma potrebbe imporre una scelta impossibile in guerra. Non rispettare l’impegno significherebbe perdere credibilità. Rispettarlo in un conflitto esistenziale potrebbe significare l’annientamento.

È una contraddizione stranamente familiare. Lo stesso Pakistan nacque da una soluzione politica destinata a risolvere un conflitto comunitario apparentemente inconciliabile.

Le origini precedono di molto il 1947. La All-India Muslim League fu fondata a Dhaka nel 1906, inizialmente non per chiedere uno Stato musulmano separato, ma per tutelare gli interessi politici dei musulmani nell’India britannica. La politica coloniale contribuì a istituzionalizzare la divisione. Gli elettorati separati introdotti dalle riforme Morley-Minto del 1909 spinsero sempre più gli indiani a rapportarsi allo Stato coloniale come comunità religiose anziché come cittadini di una futura India.

Neppure Muhammad Ali Jinnah fu inizialmente il profeta della Partizione. Uno sciita gujarati finì per diventare il fondatore di uno Stato sunnita. Per buona parte della sua carriera sostenne la cooperazione tra indù e musulmani e garanzie costituzionali per questi ultimi. Nel 1940, però, la Muslim League approvò a Lahore la risoluzione che divenne la base politica del Pakistan, chiedendo che le regioni a maggioranza musulmana del nord-ovest e dell’est fossero raggruppate in entità politiche indipendenti.

Nei sei anni successivi l’ambiguità divenne una richiesta precisa. La Muslim League si presentò sempre più come unica rappresentante politica dei musulmani indiani e il successo nei collegi musulmani alle elezioni del 1945-46 rafforzò enormemente Jinnah.

Ma i musulmani indiani non erano affatto unanimi. Importanti organizzazioni e autorità religiose si opposero alla Partizione. Gran parte dell’establishment deobandi respinse la teoria delle due nazioni e sostenne un nazionalismo indiano condiviso. Al contrario, settori degli ulema, influenti pir e soprattutto reti barelvi appoggiarono la Muslim League. Il Pakistan stava diventando una patria musulmana.

La successiva escalation portò quindi a uno degli episodi più oscuri che precedettero la Partizione. La Muslim League proclamò il 16 agosto 1946 “Direct Action Day” per dimostrare la determinazione musulmana a ottenere il Pakistan.

Le conseguenze furono catastrofiche. Calcutta precipitò nella violenza comunitaria, poi estesasi al Bengala, Bihar, Punjab e altrove. Indù, musulmani e sikh furono vittime e carnefici in una spirale crescente di vendette. Gandhi continuò a tentare di impedire la divisione dell’India. Voleva preservare la convivenza. Ma Gandhi fallì.

Nehru e Patel, accettando la Partizione, non erano necessariamente convinti che fosse definitiva. Nehru parlò pubblicamente della possibilità che la divisione potesse, un giorno, ricondurre all’unità. Resta controverso anche il ruolo di Lord Mountbatten. Accelerò il ritiro britannico, previsto entro giugno 1948, trasferendo invece il potere nell’agosto 1947. Un subcontinente di quasi 400 milioni di persone fu diviso in pochi mesi da Cyril Radcliffe, un avvocato britannico che non aveva mai visitato l’India. Ebbe appena cinque settimane per dividere Punjab e Bengala. Il confine definitivo fu reso pubblico soltanto dopo l’indipendenza. Una Brexit rapida.

Il Pakistan nacque il 14 agosto 1947. L’India divenne indipendente il giorno successivo. Poi arrivò la catastrofe umana. Treni raggiunsero le stazioni carichi di cadaveri invece che di passeggeri. Donne furono rapite, violentate e convertite forzatamente all’Islam. Famiglie che vivevano fianco a fianco da generazioni si ritrovarono improvvisamente ai lati opposti di una frontiera internazionale.

Il numero esatto dei morti probabilmente non sarà mai conosciuto. Le stime più alte arrivano a circa due milioni in pochi mesi, mentre tra dieci e quindici milioni di persone furono sradicate. Fu una delle più grandi e rapide catastrofi umane del XX secolo. La soluzione dei due Stati.

All’epoca le cifre raccontavano una storia molto più piccola. Lo stesso Nehru ammise pochi mesi dopo che i dati militari sulle vittime erano una grave sottostima. La normalizzazione della tragedia iniziò quasi contemporaneamente agli eventi. Mountbatten, ormai governatore generale dell’India, Nehru e gli altri leader avevano bisogno di una narrativa. Il nuovo Stato pakistano doveva costruire una propria narrativa fondativa. La Gran Bretagna aveva interesse a raccontare un ritiro ordinato dall’Impero. Nessuno aveva interesse a sottolineare che la soluzione politica appena adottata aveva prodotto una catastrofe umanitaria su scala continentale.

Il Pakistan sopravvisse. Ma non rimase integro. Nel 1971, dopo discriminazioni politiche, repressione e infine guerra, il Pakistan orientale si separò diventando Bangladesh. L’identità musulmana che aveva giustificato la Partizione non bastò a tenere insieme bengalesi e pakistani occidentali, divisi da lingua, cultura, interessi economici e geografia.

La separazione del Bangladesh mostrò i limiti dell’identità religiosa come unico collante nazionale. Decine di milioni di musulmani erano rimasti in India dopo il 1947, mentre nel Pakistan orientale lingua, cultura, rappresentanza politica e interessi economici finirono per prevalere sull’appartenenza religiosa comune.

Il problema dell’identità pakistana emerse subito nella scelta della lingua. L’urdu divenne lingua nazionale pur non essendo la lingua madre maggioritaria di nessuna delle principali regioni del Pakistan. Il suo centro culturale era nell’India settentrionale, soprattutto Uttar Pradesh, Delhi e Lucknow, e arrivò con l’élite politica e burocratica muhajir.

La contraddizione era massima nel Pakistan orientale, dove i bengalesi costituivano il più grande gruppo linguistico del Paese. Eppure nel 1948, proprio a Dhaka, Jinnah dichiarò che l’urdu sarebbe stata l’unica lingua dello Stato. Nel 1971 il Bangladesh dimostrò i limiti della religione come sostituto di lingua, cultura e identità.

Un’ironia simile riguardava la religione. Il movimento deobandi, destinato a esercitare un’enorme influenza sulla vita religiosa pakistana e successivamente afghana, era nato a Darul Uloom Deoband, nell’Uttar Pradesh. Ancora più significativamente, importanti deobandi come Husain Ahmad Madani e la Jamiat Ulema-e-Hind avevano respinto la teoria delle due nazioni e si erano opposti alla Partizione.

Il paradosso è evidente. La nuova patria musulmana adottò una lingua nazionale il cui cuore culturale rimaneva in India e subì la crescente influenza di una tradizione religiosa nata anch’essa in India, mentre le identità punjabi, sindhi, pashtun, balochi e bengalese esistevano da secoli. Una comune identità nazionale pakistana doveva essere costruita sopra identità linguistiche, culturali e regionali molto più antiche.

Gli strumenti più efficaci furono l’Islam e l’esercito. Il vuoto fu progressivamente occupato dall’istituzione dotata della maggiore organizzazione, gerarchia e continuità: i militari, destinati a diventare uno degli attori determinanti della vita politica pakistana. L’Islam fornì la legittimità ideologica, i militari la continuità istituzionale.

È qui che si comprende il momento di Asim Munir. La mediazione tra Washington e Teheran ha restituito al Pakistan rilevanza internazionale, mentre l’accordo di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Turchia permette al Paese nato come patria dei musulmani indiani di immaginarsi oggi garante militare e nucleare di una ummah molto più vasta, uno spazio strategico islamico.

Eppure proprio la storia del Pakistan dovrebbe suggerire prudenza verso grandi progetti politici fondati sull’identità religiosa. La soluzione dei due Stati del 1947 non pose fine all’ostilità tra indù e musulmani. Né produsse un’identità nazionale capace di superare tutte le divisioni linguistiche, culturali e politiche: il Pakistan si spezzò in due appena ventiquattro anni dopo.

Quasi ottant’anni dopo, il Pakistan lega nuovamente la propria sicurezza a un’ambiziosa idea politica costruita in parte sulla solidarietà musulmana. Per Asim Munir, la Mecca è un trionfo diplomatico. Un deterrente nucleare ha un valore straordinario quando serve a garantire che non venga mai utilizzato. Il Pakistan acquista prestigio suggerendo che il proprio potere protegga una comunità più vasta, ma nel momento in cui quella promessa venisse realmente messa alla prova dovrebbe scegliere tra credibilità e sopravvivenza. È il paradosso al centro del successo di Asim Munir.

La storia possiede uno sgradevole senso dell’ironia. La prima soluzione dei due Stati non pose fine al conflitto che avrebbe dovuto risolvere. La seconda, quella che oggi viene proposta per la Terra Santa, non sarà migliore. Mentre il Pakistan celebra la propria indipendenza e una rinnovata centralità internazionale, l’anniversario della Partizione ricorda anche i milioni di indù, musulmani e sikh travolti dalla nascita di un nuovo ordine politico. Tutti indiani nell’ultimo giorno dell’India unita. È una memoria che dovrebbe accompagnare qualsiasi nuovo progetto che cerchi di trasformare la solidarietà religiosa in architettura strategica.

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L’attualità politica e culturale della sinistra Dc. Il commento di Merlo

Il ruolo della sinistra democristiana è stato importante e decisivo nella storia politica del nostro Paese. E non solo all’interno della Democrazia Cristiana. E questo per tre ragioni di fondo.

Innanzitutto perché la sinistra democristiana – sia quella “sociale” di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini e sia quella “politica” dei vari Ciriaco De Mita, Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Mino Martinazzoli – è stata un laboratorio politico e culturale di straordinaria levatura. E questo non solo perché la sinistra Dc ha sempre privilegiato la progettualità politica rispetto alla sola gestione del potere. Ovvero, per dirla con altre parole, con la sinistra democristiana la politica con la P maiuscola ha sempre avuto il sopravvento in qualunque tornante della vita democratica del nostro Paese. Insomma, parliamo di una concreta esperienza politica, culturale ed intellettuale che rappresenta quasi un “unicum” nelle vicende democratiche italiane.

In secondo luogo la sinistra democristiana ha confermato che, al di là dei numeri congressuali che di volta in volta regolavano le vicende all’interno della Democrazia Cristiana, si può condizionare pesantemente l’evoluzione del partito di appartenenza e dell’intera politica italiana anche attraverso la strada della costruzione di un progetto politico. E la conferma arriva proprio dalla concreta esperienza della sinistra Dc.

Basti pensare, per fare un solo esempio, alla storia della sinistra sociale di Forze Nuove guidata dal leader piemontese Donat-Cattin. Attraverso le sue riviste, i suoi tradizionali convegni settembrini e la concreta ed attiva partecipazione al dibattito politico, quella corrente era in grado di condizionare il cammino della politica italiana. Certo, molto dipendeva anche dalla autorevolezza e dal peso di quelle leadership. Ma è altrettanto indubbio che non tutto dipende dai numeri che vengono messi di volta in volta in campo. Molto, anzi, moltissimo, dipende anche e soprattutto dalla intelligenza politica di chi sa interpretare un ruolo e giocarlo nella contesa politica più generale. Era così per la sinistra sociale di Forze Nuove di Donat-Cattin ma lo era altrettanto per la sinistra politica di De Mita, Bodrato, Martinazzoli e Galloni.

Insomma, parliamo di una esperienza politica che ha saputo ritagliarsi un ruolo specifico non solo nella Dc ma nella politica italiana. Un ruolo che era riconosciuto da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. E anche, e soprattutto, dalla cosiddetta società civile nelle sue multiformi e variegate articolazioni sociali, culturali, professionali ed economiche.

In terzo luogo, per fermarsi solo a queste tre indicazioni, la sinistra Dc è stata forse la più alta espressione della iniziativa poltica, della progettualità politica e della elaborazione culturale ed ideale dell’area cattolica italiana. Certo, anche la sinistra Dc non rappresentava e non esauriva l’intera galassia cattolica italiana. Ma è indubbio che nel corso degli anni proprio la sinistra democristiana ha saputo interpretare e tradurre politicamente le istanze, le domande, gli interessi e le richieste che provenivano da larghi settori dell’area cattolica italiana. Una esperienza e una modalità che non si sono più ripetuti nella storia politica del nostro Paese.

Ecco perché, e per fermarsi a queste tre sole indicazioni, l’esperienza e la storia della sinistra Dc non possono e non devono essere archiviati banalmente. Semmai, e al contrario, occorre farne tesoro anche oggi. Soprattutto per quei cattolici impegnati in politica che ritengono ancora importante e decisivo l’apporto di questa cultura nelle dinamiche concrete della politica contemporanea.

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Il ritorno del centro? Da Calenda a Gori, le grandi manovre dell’area riformista

Nella Repubblica delle ciminiere mute e delle alchimie d’apparato, il Centro non è mai stato un luogo geometricamente definito, quanto piuttosto un arcipelago di ego e ambizioni. Al centro della scena torna a muoversi, con la consueta tempesta di tweet e riunioni riservate, Carlo Calenda, deciso a riaprire i battenti di quel “Terzo Polo” che in passato ha conosciuto la gloria effimera delle urne e la rapidità bruciante delle scissioni. Il leader di Azione batte il ferro finché è caldo, tesse la tela e tende la mano alla galassia centrista, provando a intercettare quel malessere diffuso che attraversa le forze moderate e i corpi intermedi, alla ricerca di una sponda politica autonoma, equidistante tanto dal sovranismo di governo quanto dal massimalismo pseudo-progressista.

Le grandi manovre centriste si scontrano, tuttavia, con le resistenze interne e con i veti incrociati dei potenziali alleati. A partire da Luigi Marattin e dal suo Partito Liberaldemocratico, che frenano sulle modalità dell’operazione: la linea dei libdem è chiara nel pretendere un percorso paritetico, non un’incorporazione nei ranghi di Azione. Sulla stessa lunghezza d’onda si registrano le freddezze di chi, come Alessandro Onorato, avverte che un’aggregazione costruita esclusivamente sui vecchi schemi parlamentari finirebbe per regalare un ulteriore vantaggio elettorale a Giorgia Meloni, frammentando lo spazio delle opposizioni senza incidere sui reali flussi dell’elettorato d’opinione.

Eppure, sotto la superficie increspata delle polemiche di palazzo, il movimento tellurico non si ferma. A guardare con interesse al progetto sono la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, con il suo Spazio Pubblico, e figure come Falasca, Scalpelli e Nahum, riunite nel loro soggetto Europeisti.eu, pronte a valutare un perimetro capace di coniugare rigore europeista, cultura di governo e riformismo liberale. A rendere ancora più dinamico lo scenario contribuiscono i sussulti in casa dem, dove il disagio di una parte della minoranza riformista nei confronti di un Partito democratico ritenuto troppo sbilanciato sull’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle sembra arrivare a un punto di non ritorno.

È in questo vuoto d’aria che prende corpo l’ipotesi, sussurrata con insistenza nei transatlantici, di un possibile avvicinamento al cantiere centrista di Giorgio Gori. L’uscita dell’ex sindaco di Bergamo, oggi parlamentare europeo, figura di riferimento del riformismo democratico, rappresenterebbe l’ennesimo terremoto negli equilibri del Pd. Gori, forte di un profilo amministrativo di spessore e di una critica mai celata nei confronti del collateralismo grillino, non ha al momento un proprio soggetto politico strutturato, ma guarda a un’area di respiro nazionale che sappia incarnare i valori liberali, del garantismo e del riformismo.

Per dare casa a queste istanze, intanto, si muove la nascente Federazione dei riformatori, un contenitore pensato per accogliere sensibilità riformiste, laiche, liberali e garantiste che faticano a riconoscersi nel bipolarismo muscolare odierno. Una galassia che potrebbe rivelarsi l’incubatore ideale per far convogliare le energie di chi, come Gori, guarda con favore alla causa terzopolista. Il punto di caduta, tuttavia, dipenderà dalla capacità di superare la sindrome dell’autosufficienza e la paralisi da candidature e di costruire un progetto che non si esaurisca nell’ennesima somma di sigle, ma sappia offrire agli elettori moderati un’alternativa di governo credibile e duratura.

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Ceuta, l’ondata di disinformazione social dietro l’arrivo dei migranti

Donne che camminano con i capelli bagnati e il sorriso, soddisfatto, stampato in faccia. Il pollice alzato in segno di tranquillità. Un video pubblicato su Facebook due giorni prima dell’inizio dell’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta sosteneva (falsamente) che le porte della Spagna erano aperte ai migranti che arrivavano in maniera illegale a chi arrivava in mare. Il post è stato condiviso migliaia di volte e ha generato una cascata di commenti e repliche nella stessa linea.

Dal 30 luglio, migliaia di persone si sono buttati in mare nella speranza di raggiungere la frontiera tra il Marocco e la Spagna. Novanta persone sono morte affogate e la situazione ha scatenato una crisi politica e diplomatica in tutta Europa (inclusa l’Italia).

Per Moustafa Ayad, ricercatore dell’Institute for Strategic Dialogue, tutto è iniziato in un lampo. Al quotidiano The New York Times, l’esperto ha spiegato che quei primi post sono diventati una valanga. Per tre settimane, milioni di post su Facebook, Instagram, WhatsApp, TikTok e Telegram hanno speculato sulla decisione del tribunale spagnolo sulle condizioni dei migranti illegali in Spagna, come risulta dalle analisi di Ayad e altri ricercatori sul caso nelle piattaforme di quei giorni.

“Il contenuto ha cominciato a diffondersi in maniera organica e ha sfruttato una disperazione latente in molti in Marocco e altri posti dell’Africa per cercare opportunità economiche in Europa”, si legge sul NYT. In seguito, quella disperazione è stata sfruttata da gruppi online che organizzano il traffico di persone, con offerte su Facebook e WhatsApp per aiutare chi voleva attraversare il confine. Non è ancora chiaro se le autorità di Spagna e Marocco fossero a conoscenza di questo fenomeno.

Almeno 215 account su Facebook hanno pubblicato il 30 luglio un messaggio falso sulla decisione del Tribunale spagnolo. Uno dei post più condivisi è di Youssef Belhaissi, portavoce della Delegazione Interministeriale di Diritti Umani di Marocco, un’agenzia del governo di Rabat.

Secondo Jorgen Carling, esperto del Peace Research Institute Oslo, per molto tempo le speculazioni hanno influito nel modo in cui i migranti decidono le rotte per andare all’estero. E i social network hanno amplificato questo processo. Nel caso di Ceuta, ci sono post che offrono consigli, mappe e il materiale da portare in viaggio, per cui tutto indica che c’è stata una strumentalizzazione con fini economici.

Marcelino Madrigal, esperto di disinformazione in Spagna, ha seguito il fenomeno dell’evoluzione dei contenuti e ribadisce che la presenza di informazione logistica dimostra che si vuole monetizzare sulla crisi. Per Madrigal ancora nessuno è responsabile. Al NYT l’esperto ha avvertito: “È Zuckerberg? (il colpevole, ndr). Il governo marocchino? Il governo spagnolo? Finché non sarà identificato potrà accadere di nuovo”.

Anche l’analisi realizzata dal gruppo specializzato nel contrasto alla disinformazione “411” sostiene che contenuti diffusi da profili riconducibili alla propaganda russa hanno raggiunto centinaia di migliaia di utenti nelle ore immediatamente successive all’inizio della crisi di Ceuta. Come scritto da Formiche.net, secondo i ricercatori la campagna sarebbe partita il 1° agosto, all’indomani del tentativo di decine di migliaia di migranti di attraversare il confine tra Marocco e Spagna. I messaggi descrivevano gli eventi come un “assalto organizzato” all’Europa, argomentando che le autorità fossero complici o incapaci di reagire. In numerosi casi, tali narrazioni sono state accompagnate da contenuti islamofobi e da teorie del complotto.

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Le supply chain europee aiutano la Cina sui dazi Usa. L’accusa della Casa Bianca

La guerra commerciale degli Stati Uniti contro la Cina si sta spostando dalle tariffe all’origine delle merci. E nel nuovo fronte aperto da Washington finiscono anche alcuni dei suoi principali alleati.

La Casa Bianca ha accusato più di 40 Paesi, tra cui Canada, Messico e Giappone, oltre all’Unione europea, di consentire agli esportatori cinesi di aggirare i dazi statunitensi facendo transitare merci attraverso giurisdizioni sottoposte a tariffe inferiori.

Secondo il rapporto “The Great Transshipment Scam”, il fenomeno interesserebbe circa 60 miliardi di dollari di commercio nella stima centrale, anche se le valutazioni citate dall’amministrazione oscillano tra 40 e 303 miliardi.

L’accusa arriva sei settimane prima della prevista visita di Xi Jinping a Washington, dopo l’incontro con Donald Trump a Pechino dello scorso maggio, mentre Stati Uniti e Cina cercano di mantenere aperto il dialogo consapevoli che la competizione è sempre più serrata e meno selettiva. La tregua commerciale concordata dai due presidenti a Busan resta in vigore, ma le tensioni continuano: Washington ha sollevato dubbi sul rispetto degli impegni cinesi sulle terre rare, mentre Pechino contesta nuove restrizioni americane (export control su tecnologie, soprattutto quelle abilitanti l’ecosistema dell’intelligenza artificiale), motivate dalla sicurezza nazionale.

Il rapporto della Casa Bianca –  presentato giovedì dal consigliere per il commercio e la politica industriale della Casa Bianca e direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy, Peter Navarro, uno dei più falchi nei confronti della Cina di un’amministrazione che non ha una linea univoca con Pechino – suggerisce però che il confronto commerciale sta assumendo una dimensione più ampia. Per Washington, contenere l’accesso cinese al mercato americano significa ormai intervenire sulle supply chain dei Paesi attraverso cui passano componenti, investimenti e prodotti cinesi.

È qui che entra l’Europa

La Casa Bianca classifica l’Unione europea tra i “Tier 1 Diversified Scale Leaders” della cosiddetta “Shadow Transshipment Network”, insieme a Canada, India, Israele, Giappone, Messico, Corea del Sud e Taiwan. Sono economie caratterizzate da grandi volumi commerciali, basi industriali diversificate e importanti piattaforme di esportazione verso gli Stati Uniti, nelle quali, secondo Washington, il rischio di transshipment può essere incorporato dentro flussi commerciali per il resto legittimi.

La distinzione è rilevante. L’amministrazione non descrive l’Europa come una semplice piattaforma di contrabbando commerciale. Il problema, nella lettura americana, è precisamente la profondità delle sue catene industriali: componenti cinesi possono entrare in processi produttivi sofisticati, subire assemblaggio, finissaggio, testing o repackaging e arrivare negli Stati Uniti con un’origine diversa, senza che la trasformazione sia necessariamente sufficiente a giustificarla secondo le regole doganali americane.

Il rapporto traccia anche una geografia interna del fenomeno. Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania formerebbero una “Central and Eastern European Processing Belt”, utilizzata per finissaggio, manifattura a contratto, stoccaggio doganale e rietichettatura. Belgio e Paesi Bassi, insieme alla Svizzera extra-Ue, vengono invece classificati tra le “Developed Logistics Platforms”: economie dotate di porti, trading houses, bonded warehouses e sistemi avanzati di riesportazione.

Dietro la contestazione tecnica sulle regole d’origine emerge una divergenza politica più ampia. Washington considera la competizione con Pechino sempre più come un sistema nel quale anche le politiche commerciali degli alleati possono rafforzare o indebolire l’efficacia delle misure americane. E questa lettura del contesto è univoca, indipendente dalle sfumature interne all’amministrazione corrente o dall’approccio differente dei Democratici.

I veicoli elettrici offrono un esempio dell’asimmetria. Il rapporto osserva che i prodotti cinesi colpiti dalle tariffe statunitensi (già ai tempi dell’amministrazione Biden), come gli EV, entrano nel mercato americano in quantità molto inferiori rispetto all’Unione europea. Ma più aumenta il differenziale tariffario tra Cina e Paesi terzi, maggiore diventa anche l’incentivo economico a modificare le rotte commerciali e, nei casi illegali, l’origine dichiarata delle merci.

È una delle contraddizioni della strategia tariffaria di Trump. Differenziare i dazi permette a Washington di esercitare pressioni diverse sui propri partner, ma crea contemporaneamente opportunità di arbitraggio. Navarro, per questo, ha avvertito che il modello sviluppato dalla Cina potrebbe essere replicato da altri Paesi sottoposti a tariffe elevate, citando esplicitamente India e Vietnam – e che questi non siano rivali degli Usa, ma anzi siano più vicini all’essere alleati, nella lettura statunitense è quasi indifferente.

La questione europea assume così un significato che supera il dossier doganale. Una parte delle frizioni transatlantiche sulla Cina deriva dalla percezione americana che l’Europa non stia partecipando alla competizione economica con Pechino con la stessa intensità richiesta da Washington. Il rapporto porta questa divergenza direttamente dentro le supply chain: agli alleati non viene più chiesto soltanto un maggiore allineamento politico sulla Cina, ma implicitamente anche che le loro strutture industriali non offrano percorsi alternativi verso il mercato statunitense.

La risposta americana sarà sempre più tecnologica

La Customs and Border Protection sta iniziando a utilizzare “Detective Border”, un sistema basato sull’intelligenza artificiale che dovrebbe combinare dati sulle spedizioni, rotte commerciali, classificazioni dei prodotti, relazioni proprietarie e capacità produttiva per individuare anomalie e distinguere investimenti e nearshoring legittimi dal semplice pass-through.

L’Executive Order 14411 rafforza parallelamente responsabilità degli importatori, garanzie finanziarie, trasparenza proprietaria e strumenti sanzionatori, mentre gli Agreements on Reciprocal Trade prevedono disposizioni per impedire che i vantaggi negoziati con Washington finiscano sostanzialmente a Paesi terzi.

Per le imprese europee, la conseguenza potrebbe essere un controllo americano molto più intrusivo sull’origine economica dei prodotti destinati agli Stati Uniti. Controllo che, se affidato a sistemi di intelligenza artificiale, rischia di diventare un processo freddo e automatizzato, privo del contesto e della flessibilità che finora hanno caratterizzato i waiver discrezionali concessi agli alleati.

Per Bruxelles, il problema è più politico. Se Washington considera l’integrazione delle supply chain europee con la Cina una vulnerabilità della propria strategia commerciale, la distanza transatlantica su Pechino non riguarderà più soltanto dazi, investimenti o sicurezza economica: riguarderà sempre più la domanda di quanto cinese possa esserci in un prodotto europeo prima che Washington smetta di considerarlo europeo.

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Tra terrorismo e flussi irregolari, l’Europa accelera sulla sicurezza delle frontiere

Mentre il ministro dell’interno italiano conferma lo stop a Schengen e la presidente del Consiglio rilancia la tesi che poggia sulla “difesa dei confini”, in Europa si registra una tendenza a cascata verso posizioni più rigide nei confronti dei flussi irregolari, che vanno letti in parallelo con i rischi di infiltrazioni terroristiche sventolati dalle analisi delle intelligence. Il Parlamento francese, ad esempio, ha votato un inasprimento delle procedure, mentre aumentano gli Stati membri che seguono i puntini politici tracciati dall’asse Meloni-Frederikssen.

La difesa dei confini

Giorgia Meloni, sin dall’inizio del suo arrivo a Palazzo Chigi, ha basato l’iniziativa del governo sui flussi migratori su un preciso assunto: i confini vanno difesi. Una traccia che non è solo stata seguita relativamente i fatti di Ceuta, con le note polemiche createsi sull’asse Roma-Madrid, ma che ha caratterizzato tutti i consigli europei dove la premier ha sollecitato gli Stati membri ad una ricalibratura delle politiche comunitarie. In questa direzione vanno letti gli incontri, più o meno ristretti, avuti da Meloni con vari leader che hanno condiviso in questi quattro anni dossier e soluzioni. Così nasce l’alleanza programmatica con la premier danese Mette Frederikssen, che pur partendo da diversi trascorsi politici, ha fatto una virata sulle posizioni di Roma. Che oggi raccoglie i frutti di un metodo e di un’idea (quella dei centri in Albania), su cui altri Paesi europei si stanno già muovendo.

La tendenza europea

La difesa dei confini è una tesi sostenuta anche dal governo francese. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha parlato di “un solo principio guida: la sicurezza del popolo francese”. Parole che ha pronunciato dopo l’approvazione di una misura che inasprisce la detenzione per i migranti. Poche settimane fa infatti il Parlamento francese ha approvato un disegno di legge che estende la detenzione agli stranieri considerati “pericolosi” in centri di detenzione amministrativa (Cra) per circa sette mesi, più che raddoppiando il periodo massimo per coloro che erano stati condannati per terrorismo. Dopo il voto del Senato, l’Assemblea Nazionale ha votato con 345 voti sì e 177 no il provvedimento sostenuto dal governo, dalla destra e dal Rassemblement National. Per cui a questo punto gli immigrati senza documenti possono essere trattenuti in un centro di detenzione amministrativa in attesa di espulsione se sussiste il rischio che fuggano.

In Germania è un momento difficile per il cancelliere Friedrich Merz, già in grande difficoltà per i sussidi tedeschi alle auto elettriche che nella stragrande maggioranza vanno a marchi cinesi: il tema dell’exploit nei sondaggi di AfD lo costringe ad un giro di vite sul tema migratorio. Ma il governo italiano si rifiuta di riprendere tre migranti il ​​cui trasferimento dalla Germania era previsto per il 19 agosto, dal momento che i casi risalgono a prima del 12 giugno, giorno in cui il nuovo patto europeo su migrazione e asilo è entrato pienamente in vigore.

La tesi di Piantedosi

Se la tutela della dignità della persona rappresenta uno dei valori fondanti dell’Unione europea, allora è doveroso pretendere dai Paesi terzi un impegno effettivo e verificabile nella lotta contro le organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani. Questa la tesi che il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, affida all’Audizione al Comitato Schengen, con una serie di precisazioni di merito. Innanzitutto chiama in causa l’Ue, che deve mostrare maggior rigore nei confronti degli Stati membri che, “per scelte politiche o ideologiche, adottano decisioni suscettibili di produrre effetti su tutto il territorio dell’Unione”. In secondo luogo chiede di “proteggere le frontiere europee e garantire la tenuta del complessivo sistema di gestione dell’immigrazione è la nostra priorità. Solo su queste basi possiamo continuare a costruire una politica migratoria europea credibile, difendendo davvero lo spazio di libera circolazione, a cui il Governo italiano tiene e che difenderà sempre”. L’Italia segnala un calo degli arrivi e un aumento delle espulsioni: arrivi a meno 55% dall’inizio dell’anno rispetto al 2025. Dall’inizio dell’attuale legislatura, la diminuzione è stata ancora più marcata, pari all’82%.

Scenari

Non c’è solo Ceuta a preoccupare le intelligence europee. Giorni fa un gruppo di migranti ha attaccato le guardie di frontiera lituane dopo essere entrato nel Paese attraverso un tunnel al confine con la Bielorussia. Stesso scenario nel Sahel, che sconta i movimenti geopolitici dei super players esterni. Un allarme che sta risuonando anche al Cairo, dove il governo sta dialogando con la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD) al fine di rafforzare il blocco e sviluppare i relativi meccanismi istituzionali per consolidare la sicurezza e la stabilità nella regione. La lotta al terrorismo, il contrasto dell’immigrazione clandestina e il rafforzamento delle capacità di sicurezza sono i tre obiettivi su cui è al lavoro anche il Centro Antiterrorismo del Sahel e del Sahara al Cairo.

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L’Ungheria rivede il progetto nucleare firmato da Orbán. Ecco perché

Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar apre un nuovo fronte nei rapporti con la Russia mettendo in discussione il Paks II, progetto di espansione della principale centrale nucleare del Paese affidata alla russa Rosatom e simbolo della lunga cooperazione tra Budapest e Mosca. La svolta arriva in un momento particolarmente delicato, con l’’ondata di caldo eccezionale che sta colpendo l’Europa ha ridotto il livello del Danubio ai minimi storici, limitando drasticamente la produzione della centrale di Paks, che normalmente copre circa un terzo del fabbisogno elettrico nazionale. In questi giorni l’impianto è sceso a poco più del 10% della capacità a causa della scarsità d’acqua necessaria al raffreddamento.

Secondo Magyar, proprio gli eventi climatici dimostrano i limiti del progetto ereditato dal precedente governo di Viktor Orbán. Il premier ha criticato la scelta di realizzare una centrale con un sistema di raffreddamento fortemente dipendente dal fiume, osservando che impianti di questo tipo sono ormai raramente costruiti a livello internazionale. Le dichiarazioni arrivano poche ore dopo l’intervento dell’amministratore delegato di Rosatom, Alexei Likhachev, che al contrario aveva assicurato come i lavori procedessero regolarmente nonostante il cambio di governo. Secondo il manager russo, la preparazione del sito del quinto reattore sarebbe completata per oltre l’80%, mentre sarebbero già in produzione componenti destinati al sesto reattore. Rosatom, ha aggiunto, non avrebbe ricevuto richieste di chiarimento dal nuovo esecutivo ungherese.

Magyar ha però contestato questa ricostruzione. Ricordando che il contratto originario prevedeva l’entrata in funzione di Paks II entro il 2024, il premier ha sottolineato come, dopo una spesa di circa 1.000 miliardi di fiorini (equivalenti a circa 2,8 miliardi di euro), sul sito siano presenti soprattutto infrastrutture preliminari e grandi scavi. Per questo il governo ha avviato una revisione completa del progetto, che riguarderà sia gli aspetti finanziari sia le soluzioni tecniche adottate per il raffreddamento dei futuri reattori.

La verifica potrebbe mettere in discussione una delle iniziative più rappresentative della politica estera di Orbán. L’accordo fu firmato nel 2014 direttamente a Mosca e prevedeva la costruzione di due nuovi reattori da parte di Rosatom, sostenuti da un finanziamento statale russo fino a 10 miliardi di euro. Due anni più tardi lo stesso Orbán definì l’intesa “l’affare del secolo”. Il progetto aveva resistito anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con Budapest che aveva continuato a difendere la cooperazione nucleare con Mosca, mantenendo Paks II al riparo dalle sanzioni europee e preservando uno dei principali canali di collaborazione energetica tra un Paese dell’Unione europea e il Cremlino.

La revisione annunciata da Magyar potrebbe quindi segnare una significativa discontinuità rispetto al passato. Pur senza annunciare la cancellazione dell’opera, il nuovo governo lascia intendere che tempi, costi e modalità di realizzazione saranno riesaminati alla luce delle mutate condizioni climatiche, economiche e geopolitiche. Una scelta che potrebbe incidere non solo sulla sicurezza energetica ungherese, ma anche sul futuro della presenza industriale russa nel settore nucleare europeo.

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Ecco come gli operatori della formazione droni rafforzano il dialogo con Enac

Il rapporto tra chi forma i piloti di droni e l’autorità che ne regola l’attività punta a diventare più strutturato. Il Polo nazionale droni ha affidato ad Antonio Mazza l’incarico di referente per i rapporti tra le Entità riconosciute ed Enac, con l’obiettivo di creare un punto di raccordo dedicato alle organizzazioni impegnate nella formazione Uas. Il nuovo canale dovrà raccogliere esigenze e criticità comuni e portarle in maniera coordinata nel confronto con l’Ente nazionale per l’aviazione civile.

Un raccordo per le Entità Riconosciute

Le Entità riconosciute (Re) sono organizzazioni autorizzate da Enac a svolgere attività legate alla formazione dei piloti Uas. Il nuovo referente dovrà mettere a sistema le questioni che emergono dal loro lavoro quotidiano. Tra gli ambiti indicati dal Polo figurano la formazione dei piloti, gli standard operativi e l’applicazione delle disposizioni regolamentari.

L’obiettivo, precisa Mazza, non è creare un ulteriore livello di rappresentanza, ma offrire alle Re e all’Ente “un punto di raccordo specifico e continuativo” per affrontare problematiche operative, regolamentari e organizzative.

Il rapporto con la regolamentazione

Il tema ha una dimensione concreta perché l’attività delle Re deve adattarsi all’evoluzione delle regole europee e delle procedure Enac. Un esempio recente riguarda l’addestramento negli scenari Sts-01 e Sts-02. A dicembre 2025 Enac ha introdotto un’esenzione che consente, a determinate condizioni, di utilizzare per l’addestramento pratico anche Uas privi della marcatura C5 o C6, purché abbiano caratteristiche tecniche equivalenti, con la misura che resterà valida fino alla fine del 2027. Il nuovo raccordo dovrebbe quindi servire soprattutto a far emergere problemi condivisi prima che arrivino al confronto con l’Autorità.

Verso un confronto più coordinato

Il percorso delineato dal Polo prevede anche la condivisione delle esperienze tra le Entità riconosciute e, quando utile, una partecipazione coordinata a tavoli tecnici e incontri istituzionali.

Non viene annunciata la nascita di un nuovo organismo interno a Enac. L’iniziativa parte dal Polo nazionale droni e punta piuttosto a organizzare meglio il confronto dal lato delle Re, trasformando esigenze operative comuni in temi tecnici da sottoporre all’Autorità.

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