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Non è ancora tempo di patrimoniale. Il dibattito controverso analizzato da Zecchini

Non si è mai spento il dibattito sulle proposte di introdurre una nuova imposta patrimoniale sulla ricchezza a supplemento di quelle esistenti sui redditi e sul patrimonio. Attualmente riaffiora sulla scena politica e nei media con motivazioni più ideologiche che analitiche e senza una visione complessiva del sistema tributario e delle implicazioni economiche. Le occasioni per risollevare il tema non mancano nello scenario italiano, né in quello di altri grandi paesi europei, in quanto è proposto come un rimedio agli annosi problemi di risanamento della finanza pubblica e come strumento per la giustizia ridistributiva.

Decenni di spese in disavanzo per ogni opportunità, di espansione mal governata del sistema del welfare e di convenienze elettorali hanno condotto ad accumulare un debito pubblico molto elevato rispetto al Pil e difficilmente comprimibile nel contesto attuale di stagnazione economica. Qual che sia il governo al potere in Italia, non dispone più di spazi di manovra sufficienti per fronteggiare nel contempo le sfide del rilancio della crescita, del potenziamento della difesa nazionale e del programma avviato di riduzione del debito pubblico e di uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo. Lo shock della guerra in Medio Oriente ha infranto il delicato equilibrio fra le tre esigenze, che era stato intessuto nel triennio con il consenso di Bruxelles, obbligando a rinviare il riequilibrio della finanza pubblica per sostenere i redditi ed investire nella difesa secondo l’impegno preso in sede Nato.

Le attese di un ritorno a una stabile espansione economica sostenuta dagli interventi previsti dal Pnrr si sono dimostrate illusorie, perché gli interventi del Pnrr sono in realtà serviti a contrastare tendenze recessive di medio periodo. Secondo accurate analisi econometriche, in mancanza delle misure introdotte col Pnrr, si sarebbe avuta una persistente decrescita, piuttosto che gli incrementi da zero virgola registrati nell’ultimo triennio. Gli shock dei rincari petroliferi e dei dazi imposti da Trump hanno prodotto un indebolimento della domanda e un rialzo dell’inflazione, fattori che hanno indotto il governo a misure anticicliche di mitigazione degli shock attraverso spese fiscali, ovvero detassazioni transitorie, non previste nei programmi di bilancio. Peraltro, nell’attuale clima pre-elettorale convenienze politiche sconsigliano rigorose politiche di osservanza degli obiettivi di spesa primaria netta concordati con Bruxelles. Pertanto, il governo ha chiesto ed ottenuto di poter deviare temporaneamente dalla traiettoria di aggiustamento ricorrendo alla clausola di salvaguardia prevista nelle regole europee.

Si tratta di una deviazione a finalità anticongiunturale e carattere transitorio, che comporta due conseguenze trascurate nei dibattiti, ossia un nuovo rialzo del già elevato debito pubblico (137,1% Pil nel 2025) con maggiori oneri per interessi, e la necessità di programmare nuove stabili entrate fiscali per rientrare nel sentiero di aggiustamento alla scadenza stabilita. In questa esigenza prevale la considerazione che non si può fare affidamento sulla ripresa della crescita nominale del Pil, benché gonfiata dall’inflazione, per piegare l’evoluzione del rapporto debito/Pil, che è uno dei principali indicatori a cui guardano governo, Bruxelles e i mercati finanziari.

È in questo contesto che è tornata a galla nel dibattito la proposta di referendum popolare per introdurre un’altra imposta patrimoniale per colpire i maggiori detentori di ricchezza. La giustificazione che viene data sta nel coprire maggiori spese per la sanità e il welfare, e per accentuare la redistribuzione della ricchezza. La proposta solleva molte considerazioni che lasciano dubitare della sua opportunità, specialmente in questa fase economica. La spesa pubblica attualmente è particolarmente elevata nel confronto con il reddito nazionale, in quanto va oltre la metà del Pil (51,2% Pil nel 2025), supera la media dell’area euro (49,6%) e si colloca al quinto posto per grandezza nella scala dell’Ue. Al tempo stesso è sbilanciata verso le spese correnti (45,2% contro 44,1% dell’Ue), nel cui ambito la componente destinata al welfare è la maggioritaria, superando il 60% del totale. La spesa sociale al netto di quella in natura ha raggiunto il 20,3% del Pil, che rappresenta l’incidenza più alta tra i paesi dell’euro. D’altronde, si sono ristretti gli spazi per continuare a innalzare la pressione fiscale sui redditi dopo tre anni consecutivi di rialzi, che l’hanno condotta tra le più alte nell’ambito europeo.

Alla luce di questi confronti intraeuropei non sembra che il Paese non spenda abbastanza per il sostegno sociale, ma semmai si può ritenere che non faccia un impiego efficiente e lungimirante delle risorse prelevate dai cittadini. Ad esempio, prima di allocare nuove risorse alla sanità, si dovrebbe esaminare se le Regioni gestiscano in maniera efficiente le risorse ricevute e se non sia possibile conseguire gli stessi risultati di cura medica con miglioramenti nell’organizzazione delle strutture e nell’impiego del personale. I notevoli dislivelli tra Regioni nella qualità e nel costo dei servizi sanitari forniti lascia ipotizzare che sussistano possibilità di efficienza e produttività ancora non sfruttate. Ovviamente, compete alla classe politica stabilire fino a che punto il potere pubblico debba farsi carico di soddisfare le richieste di assistenza e cura medica espresse dalle comunità.

Analogamente, compete ai rappresentanti del popolo decidere, secondo i meccanismi della democrazia costituzionale, il grado di ridistribuzione dei redditi e della ricchezza che debba realizzarsi intervenendo sia sulla spesa pubblica, sia sul prelievo fiscale. In questa funzione è essenziale per i decisori politici conoscere quanto già avviene per stabilire l’obiettivo da perseguire. Sarebbe in specie controproducente e destinato a fallire se si mirasse al massimo di ridistribuzione possibile, in quanto irrealizzabile e alla lunga fallimentare come ci mostrano le esperienze storiche del secolo scorso, perché tende a spegnere nei cittadini la propensione a generare nuova ricchezza con il lavoro e l’iniziativa imprenditoriale.

In realtà, il bilancio pubblico già realizza un significativo grado di ridistribuzione da entrambi i lati. Da quello della spesa la rilevante quota di spese sociali e la sua composizione per destinazione testimoniano i benefici che le classi a minor reddito ricevono in termini sia di risorse, sia di servizi. Nell’istruzione, sanità, previdenza, fabbisogno abitativo e contrasto della povertà le classi meno abbienti godono di assistenza, aiuti e servizi ampiamente sovvenzionati a costi pressoché nulli. Secondo il centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, che ha analizzato le dichiarazioni dei redditi presentate nel 2024, quasi la metà dei contribuenti (49,9%) ha dichiarato redditi nulli o fino a 20 mila euro l’anno e ha pagato il 5,5% dell’Irpef.

Di conseguenza, ha beneficiato di tutti i servizi pubblici a spese soprattutto del 17,2% dei contribuenti che ha corrisposto il 63,7% del gettito Irpef. L’effetto ridistributivo è altrettanto rilevante dal lato delle entrate. Secondo le stesse analisi, l’86% del gettito delle imposte dirette è andato interamente a beneficio del 53% dei contribuenti per le spese della sanità, assistenza ed istruzione, senza considerare le altre. La pressione fiscale, inoltre, è superiore alla media dell’area euro (43,1% del PIL contro il 41%) e altrettanto sbilanciata a vantaggio dei meno abbienti e dei presunti “poveri”. Nell’individuare questi ultimi, infatti, si rileva una contraddizione inspiegata tra la misurazione secondo i parametri ufficiali, quali l’indice Insee o quelli applicati dall’Istat, e diversi altri indicatori dei consumi delle famiglie che lasciano presumere una ridotta estensione dell’area di povertà.

Le imposte patrimoniali non sono una novità per il Paese: attualmente ne sono in vigore alcune, come l’Imu, quella di bollo, di successione e altre, che hanno generato nel 2024 un gettito complessivo di circa 51,2 miliardi, ovvero poco più del 7% delle entrate tributarie e pari al 2,3% del Pil.
A queste alcune parti politiche vorrebbero aggiungere nuove imposte miranti a colpire la ricchezza degli italiani. La proposta di referendum d’iniziativa popolare presentata di recente prevede una nuova imposta patrimoniale annuale sui patrimoni superiori a 2 milioni, escludendo l’abitazione principale e quelle corrisposte, ma includendo le eredità, con aliquote progressive che salgono dall’1% al 3,5%. La giustificazione è chiarita nel disporre un vincolo di destinazione del gettito, consistente nel perseguire l’equità fiscale, ridurre le disparità non meglio identificate e destinare nuove risorse a sanità, istruzione, welfare ed a diversi altri scopi fino alla riduzione del carico fiscale sui lavoratori. Il reddito atteso è stimato tra 26 e 65 miliardi all’anno, ossia tra 1,12% e 2,8% del PIL previsto per l’anno corrente.

Risalta la grande sproporzione tra l’ambizione delle finalità enunciate e il gettito atteso. Ancora più evidente la noncuranza dei problemi nel definire la base imponibile e delle implicazioni economiche a più lungo termine. Nella base rientrano cespiti la cui misurazione del “valore” è opinabile o avulsa dal mercato, come le partecipazioni in società non quotate, mentre non si considerano altre attività come i metalli preziosi e le opere d’arte, né la ricchezza delle imprese. Il semplicismo della proposta e il suo carattere sistemico, e non straordinario, generano pertanto l’impressione di un facile populismo a scopi predatori, o espropriatori, che ignora effetti controproducenti a vasto raggio.

Per un Paese appesantito dall’alto debito, che deve risanare le dissestate finanze pubbliche, con un’economia che ha smarrito la via della crescita, ha grande bisogno di investitori italiani ed esteri, già destina la maggioranza della spesa pubblica a fini sociali e di welfare con notevole ridistribuzione delle risorse, e già applica una pressione fiscale sui redditi superiore alla media europea, si propongono maggiori prelievi per espandere la già notevole spesa sociale. È la ricetta migliore per allontanare gli investitori ed incentivare gli impieghi all’estero del risparmio interno. Rafforza inoltre la diffusa opinione che l’onere fiscale sui cittadini sia eccessivo, specialmente a confronto dei modi in cui vengono utilizzate le risorse. In particolare, con le imposte patrimoniali il reddito verrebbe tassato due volte: la prima come frutto delle attività produttive e del capitale, e la seconda come risparmio risultante dalla rinuncia al consumo del reddito, che sia stato accumulato per essere impiegato nell’acquisizione di assets, ovvero cespiti patrimoniali.

Il dibattito sulle sperequazioni della ricchezza viene spesso confuso con quello sui redditi, mentre il collegamento tra i due non è così diretto come si presume. Le sperequazioni dei redditi hanno origini diverse e non necessariamente coincidono con quelle patrimoniali. Ridurre le prime risponde all’esigenza di assicurare a tutti un reddito dignitoso e a investire in beni, infrastrutture e servizi pubblici per la collettività. Ridurre le seconde tende a intaccare la base di capitale che permette di investire nell’accrescimento dei redditi e del potenziale economico del Paese.

La proposta di nuovi prelievi sui patrimoni non tiene altresì conto degli effetti macroeconomici ad ampia e lunga portata, che sono sfavorevoli per gli investimenti produttivi, il rendimento del capitale investito e il contenimento del debito pubblico, mentre incentivano gli impieghi all’estero del risparmio nazionale. La proposta stessa presenta profili di dubbia costituzionalità, ad esempio perché colpisce soltanto un gruppo limitato di soggetti a beneficio della maggioranza che è esentata dal prelievo.

Nel caso in cui si giustificasse la “patrimoniale” come strumento per spostare parte del carico fiscale dal lavoro al capitale, sarebbe necessario modificare il sistema dei prelievi tributari per evitare tassazioni multiple sulla stessa fonte di reddito e ricchezza. Sarebbe un’impresa complessa che susciterebbe forti opposizioni da tutti i soggetti che verrebbero toccati. L’equità fiscale, che sempre si invoca, è un ideale utopico che deve confrontarsi nella realtà con le molte finalità che i governi intendono raggiungere con la differenziazione del carico, comprese le esigenze di politica industriale.

Nell’attuale fase economico-finanziaria il ricorso a un nuovo prelievo patrimoniale non appare conveniente e potrebbe essere perfino controproducente e dannoso. Avrebbe, invece, migliore giustificazione se fosse presentato come un mezzo straordinario e temporaneo per ridurre il peso del debito pubblico per ricondurlo verso un primo traguardo del 100% del Pil. Non sarebbe nemmeno necessaria una nuova patrimoniale; basterebbe operare su quelle esistenti. Per esempio, si potrebbe adeguare progressivamente il valore catastale della ricchezza immobiliare complessiva ai livelli di mercato ed applicare un prelievo sull’incremento di valore. Una proposta equa, ma dalle forti opposizioni.

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La Royal Navy ferma Smyrtos, la petroliera della flotta ombra russa

La guerra delle sanzioni contro Mosca si sposta sempre più spesso in mare. Nelle prime ore di domenica, Royal Marine Commandos britannici, affiancati da ufficiali della National Crime Agency, hanno abbordato nel Canale della Manica la Smyrtos, una petroliera riconducibile alle flotte ombra russe. L’operazione, riportata dalla BBC e confermata dal ministero della Difesa britannico, è durata circa sei ore ed è stata sostenuta da assetti aerei della Raf, da elicotteri militari e da unità della Royal Navy.

La nave sarà trattenuta e monitorata al largo della costa meridionale inglese mentre proseguono gli accertamenti. La Nca ha arrestato un cittadino indiano di 38 anni con l’accusa di presunte violazioni delle sanzioni previste dai Russia Regulations. Altri ventiquattro membri dell’equipaggio, di nazionalità georgiana e indiana, sono rimasti a bordo e stanno collaborando con gli investigatori.

La Smyrtos, secondo i dati citati dalla BBC e da MarineTraffic, navigava sotto bandiera camerunense ed era partita il 5 giugno dal terminal petrolifero russo di Ust-Luga, nei pressi di San Pietroburgo. Il suo profilo è coerente con quello di molte unità impiegate da Mosca per mantenere attivi i flussi di greggio nonostante le restrizioni occidentali: passaggi di proprietà opachi, cambi di bandiera, rotte indirette, assicurazioni difficili da tracciare. OpenSanctions indica che la nave, già nota come Myrtos, è stata sottoposta a misure restrittive da parte dell’Unione europea, della Svizzera, del Regno Unito, dell’Ucraina e del Canada tra il 2025 e il 2026.

Per Londra il segnale è soprattutto politico-operativo. A marzo Keir Starmer aveva annunciato che le forze britanniche avrebbero potuto abbordare le navi sanzionate in transito nelle acque del Regno Unito. Con la Smyrtos, quella linea diventa azione. Il governo britannico sostiene che l’interdizione sia stata condotta nel rispetto del diritto interno e internazionale, e che l’operazione sia avvenuta in acque internazionali, a più di dodici miglia nautiche dalla costa.

Il premier ha definito l’azione “un altro colpo” contro chi alimenta la guerra di Vladimir Putin in Ucraina. Il ministero della Difesa britannico afferma che la flotta ombra russa conta oltre settecento navi e trasporta una quota rilevante del petrolio russo sottoposto a sanzioni. La funzione strategica di questa rete è quella di preservare entrate energetiche essenziali per il Cremlino, riducendo l’efficacia del price cap e delle restrizioni occidentali.

In reazione all’operazione, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ringraziato il Regno Unito e ha chiesto all’Europa di rafforzare il quadro normativo, fino a consentire non solo il fermo delle petroliere, ma anche la confisca del carico, passando dal contenimento dei traffici alla sottrazione materiale delle risorse economiche.

Per questo l’operazione britannica indica la volontà di intensificare la pressione sulle entrate energetiche di Mosca dal terreno delle sanzioni a quello del controllo marittimo, giocando un ruolo più attivo e indebolendo le flotte ombra bloccando, intervento dopo intervento, meccanismo che consente loro di continuare a muoversi.

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Taiwan apre un portale per raccogliere segnalazioni d’intelligence da cittadini cinesi

Il National Security Bureau ha collegato l’iniziativa alle difficoltà economiche attraversate dalla Cina e al mantenimento di un controllo politico particolarmente rigido. Nella comunicazione pubblicata in cinese e in inglese, l’agenzia sostiene che l’accumulo di problemi sociali e materiali abbia alimentato forme di malcontento, inducendo un numero crescente di persone a rivolgersi agli organismi taiwanesi per offrire informazionie offrendo un canale di connessione.

Il sito si apre con un video di circa un minuto, generato con strumenti di intelligenza artificiale. Il filmato mostra un funzionario cinese che osserva colleghi sottoposti a indagini e rimossi dai loro incarichi. La narrazione, in accento della Cina settentrionale e con sottotitoli in caratteri semplificati, richiama il clima di incertezza interna e si conclude con l’invito ad agire. “È il momento di cambiare”, afferma il personaggio, mentre acquista un telefono e inizia a digitare.

Il portale risulta bloccato in Cina, ma non basta di certo ad annularne l’efficacia. Molti utenti cinesi utilizzano infatti reti private virtuali per accedere a siti e piattaforme occidentali sottoposti a restrizioni. Proprio per questo Taipei si rivolge ai cittadini cinesi residenti nella Repubblica popolare e a quelli che vivono o si trovano all’estero.

L’agenzia taiwanese ha presentato la piattaforma come uno strumento per ampliare la varietà delle proprie fonti informative, richiamando pratiche adottate da servizi di intelligence di Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Taipei intende mostrare di poter operare nella stessa arena informativa in cui Pechino agisce da tempo con propri strumenti di raccolta, pressione e propaganda. Anche la Cina, del resto, ha sperimentato iniziative analoghe. Nel 2024 Pechino aveva annunciato un indirizzo email attraverso cui segnalare presunti reati commessi da “separatisti” taiwanesi. L’iniziativa del National Security Bureau aggiunge un tassello ulteriore della competizione tra i due sistemiconfermando il ruolo cruciale che la raccolta informativa, la comunicazione strategica e la gestione del dissenso siano ormai parte integrante del confronto tra Taipei e Pechino.

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Tregua o illusione? Cosa dicono i media sulla tregua Usa-Iran

Da infame a capestro, da debole a limitato, fino alla chicca della definizione di “accordo che non risolve il disaccordo”. I media internazionali, a cominciare dai principali quotidiani degli Stati Uniti, opinionisti ed esperti di strategie politico militari sono concordi nelle valutazioni che variano dalla forte critica, all’attesa della verifica dell’intesa raggiunta fra Stati Uniti e Iran e che verrà firmata a Ginevra il 19 giugno.

“Che il petrolio scorra” è l’ironico titolo del londinese Times, mentre per il New York Times: “L’accordo pone fine ai combattimenti per 60 giorni, riapre lo Stretto di Hormuz e revoca il blocco navale statunitense, ma le questioni nucleari più spinose sono state rimandate a un secondo momento. Il destino del programma nucleare iraniano è incerto”. Pessimismo al quale, nell’intervista rilasciata allo stesso autorevole quotidiano di New York, risponde il presidente Donald Trump: “Senza accordo sul nucleare riprendiamo attacchi all’Iran”. Nell’intervista il tycoon garantisce che lo Stretto di Hormuz sarà “permanentemente esente da pedaggi”, ma in realtà, lo smentiscono i media americani, il memorandum d’intesa sospende i pedaggi nello stretto solo per 60 giorni e promette solo un futuro dialogo regionale.

Per il Washington Post: “L’accordo sembra lasciare irrisolte importanti aree di disaccordo, soggette a ulteriori negoziati, in particolare il programma nucleare iraniano e l’ampia gamma di sanzioni statunitensi imposte a Teheran”.

Il Financial Times sottolinea che Trump si accontenta di una tregua di convenienza con l’Iran. “Si tratta di un accordo molto debole per gli Stati Uniti, considerando quali erano gli obiettivi dichiarati all’inizio” afferma sul FT l’ex ambasciatore Usa a Gerusalemme Daniel Benjamin Shapiro, secondo il quale inoltre “l’obiettivo principale è riaprire lo stretto, che era diventato senza dubbio il punto più importante. Ma questo dimostra quanta influenza avesse l’Iran per convincere Trump che fosse meglio porre fine a questa guerra, anche a condizioni deboli, piuttosto che continuarla”.

The Guardian contestualizza l’annuncio dell’accordo nell’ambito dei festeggiamenti per l’80esimo compleanno di Trump. Un birthday tutto sangue, sudore e sponsor miliardari, culminato con l’esibizione di lottatori in una bestiale gabbia allestita nel giardino della Casa Bianca. Il quotidiano britannico mette in evidenza in prima pagina: “La preoccupazione per il giudizio e il comportamento dell’uomo più potente del mondo, e i conseguenti rischi per il pianeta. Preoccupazione che non potrà che aumentare. Perché il tycoon mostra i segni dell’età già da tempo”. E in proposito The Guardian intervista Tara Setmayer, ex direttrice della comunicazione repubblicana a Capitol Hill che sostiene come sia evidente come Trump “quasi quotidianamente fatichi a rimanere sveglio durante gli incontri ufficiali, sia più irritabile e si lasci andare a scatti d’ira e capricci quando le cose non vanno come vuole lui. Questi non sono i segni di un adulto equilibrato che si avvicina agli 80 anni”.

I giornali israeliani e quelli iraniani sono paradossalmente convergenti nei giudizi più duri e sprezzanti sull’accordo con Teheran, trionfalmente annunciato da Trump. “Un pessimo accordo” sintetizza in due parole il titolo a tutta pagina di Yediot Aharonot, il popolare quotidiano ebraico che riassume il sentimento prevalente in Israele.

Mentre a Teheran i media rilanciano la dichiarazione del Capo di Stato maggiore delle forze armate: “L’Iran ha imposto la sua volontà divina e ferrea sui suoi umiliati nemici americani e sionisti. Il nemico non ha altra scelta che accettare la sconfitta e arrendersi”. Affermazioni che la dicono lunga sulle intenzioni del regime degli ayatollah, che per primo definisce, in sostanza, infame l’accordo con Trump.

Ottimismo a tutto spiano, invece, sul piano europeo. Un ottimismo euforico per l’immediato calo del prezzo del petrolio a circa 80 dollari al barile.

In una dichiarazione congiunta i leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia, accolgono con favore il memorandum d’intesa congratulandosi con Washington, Teheran e tutti i mediatori, tra cui Pakistan e Qatar, per quella che viene definita una svolta diplomatica.

“È un’opportunità per ristabilire la stabilità regionale e contribuire alla stabilizzazione dell’economia globale”, si legge nella nota, in cui i quattro Paesi chiedono di concludere rapidamente i negoziati di dettaglio e di attuare l’accordo in modo completo. Mai come in questi giorni “pecunia non olet” infatti per gli europei che temevano di fare la fila davanti ai distributori di benzina.

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I dilemmi dell’Iran e le scommesse della Cina. Scrive Sisci

Teheran non ha perso, ma nemmeno ha vinto. La nuova fase di ricostruzione sarà delicata, con una leadership divisa. La Russia potrebbe sgretolarsi, e la Cina deve raccogliere i cocci — ma quali? L’annuncio della pace nella guerra tra Stati Uniti e Iran segna una nuova fase strategica per entrambi i Paesi. L’Iran è un misto di radicalismo e pragmatismo. La guerra con l’Iraq negli anni Ottanta e il recente scontro con gli Stati Uniti hanno contribuito a puntellare il regime nei momenti in cui era gravemente scosso.

Ora ha ottenuto un successo importante imponendo il blocco dello Stretto di Hormuz. Ma la società e l’economia hanno portato ferite profonde, e la leadership è divisa. Questa divisione potrebbe diventare un problema nel futuro, quando si tratterà di affrontare la questione economica. Il regime potrebbe cavarsela peggio in pace che in guerra.

L’Iran non è libero da sanzioni e sfide esterne, e nuovi attacchi sono ormai una possibilità concreta. Le sue difese aeree si sono dimostrate impotenti, e le sue capacità di ritorsione possono spaventare gli avversari, ma hanno mostrato di non essere in grado di conseguire veri successi militari.

I Paesi del Golfo potrebbero voler mantenere le opzioni aperte, ma sono spaventati e segnati dalle risposte sconsiderate dell’Iran. In altri termini, l’Iran è oggi più isolato di prima. La sua rete di proxy è stata gravemente danneggiata, e ricostituirla potrebbe gravare ulteriormente su un’economia già azzoppata.

Per gli Stati Uniti si tratta di una tregua. I prezzi del petrolio scenderanno, e con essi l’inflazione, dando respiro a un’economia globale già in tensione. Ma la fase successiva è la più delicata. La diplomazia deve essere tolta di mano agli uomini d’affari. Una sfida simile attende Israele, trascinato in un gioco globale in cui l’Iran è solo uno dei pezzi del puzzle in movimento. Israele potrebbe quindi dover calcolare le proprie risposte all’interno dell’arazzo degli equilibri globali; altrimenti, un successo locale potrebbe ritorcersi contro con reazioni provenienti da lontano.

La Russia torna a essere sotto i riflettori. Sta perdendo sul fronte, e la sua economia si sta sgretolando. Elvira Nabiullina, la banchiera centrale russa e artefice di tanti miracoli, è scomparsa dalla scena. Ha tenuto in piedi l’economia di guerra per oltre quaranta mesi di combattimenti; senza di lei, non è chiaro come il Paese riuscirà a cavarsela.

La Cina deve sostenere la Russia, ma questo potrebbe diventare sempre più gravoso per Pechino. Inoltre, la nuova intesa russa con la Corea del Nord ha innescato una corsa al riarmo in Asia. Corea del Sud e Giappone sono sempre più preoccupati per il crescente arsenale nucleare nordcoreano.

Tutto ciò sta creando nuovi punti di contatto tra Stati Uniti e Cina. La Cina ha un nuovo interesse a contribuire a risolvere il disordine creati da Iran, Russia e Corea del Nord — disordini che danneggiano la Cina non meno degli Stati Uniti. Lo farà, oppure lascerà marcire la situazione, rischiando di marcire insieme ad essa?

Entrambe le scommesse comportano rischi. La Cina potrebbe voler percorrere una via di mezzo, aprendo più canali di comunicazione con gli Stati Uniti pur tenendo per mano i propri amici. Non sarà facile.

Per gli Stati Uniti potrebbe essere una sveglia. La politica internazionale richiede una gestione attenta e non offre risposte facili. Washington voleva un accordo con la Russia e aveva lasciato indietro l’Ucraina, eppure l’Ucraina ha resistito e ha dimostrato il proprio valore, mentre la Russia non ha mantenuto le attese. Con l’Iran, si è lasciata sedurre dall’idea del cambio di regime come soluzione rapida, finendo per puntellare proprio il regime che intendeva rovesciare.

Andando avanti, gli Stati Uniti potrebbero dover riflettere con grande attenzione su come affrontare il problema dei problemi: la Cina.

(Articolo pubblicato su Appia Institute)

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Italia-Giappone, Meloni e Takaichi rafforzano il partenariato strategico alla vigilia del G7

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni riceve oggi a Roma la premier giapponese, Sanae Takaichi, per fare il punto sugli accordi raggiunti durante il vertice di Tokyo dello scorso gennaio e imprimere un nuovo slancio a una relazione che negli ultimi mesi si è estesa ben oltre il commercio, abbracciando difesa, spazio, sicurezza economica e tecnologie strategiche.

L’incontro arriva a cinque mesi dall’elevazione delle relazioni bilaterali al rango di Partenariato Strategico Speciale e alla vigilia del G7 di Evian, offrendo ai due governi l’occasione di verificare i progressi compiuti e individuare nuove iniziative da promuovere in vista del G20 di dicembre. Il 2026 segna inoltre il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, una ricorrenza che Roma e Tokyo intendono accompagnare con risultati concreti sul piano politico, economico e industriale.

Negli ultimi mesi la cooperazione tra i due Paesi ha registrato un’accelerazione significativa. A fine maggio si è riunito a Nagoya l’Italy-Japan Business Group, mentre Tokyo ha ospitato il primo incontro del nuovo Tavolo bilaterale sulla sicurezza economica e la sessione inaugurale del Dialogo intergovernativo sullo spazio. L’obiettivo del vertice di Roma è consolidare questo processo e trasformare il quadro politico definito a gennaio in meccanismi permanenti di collaborazione, secondo fonti italiane.

Tra i risultati più attesi figura una dichiarazione congiunta sullo spazio, destinata a rafforzare la cooperazione tra le rispettive agenzie spaziali, promuovere nuove sinergie tecnologiche e scientifiche e favorire la nascita di partenariati industriali strategici. L’intesa serve a muovere un impegno congiunto a favore di una regolamentazione più solida delle attività spaziali, aggiungendo una dimensione di governance a un settore che sta assumendo un ruolo crescente nelle relazioni tra i due Paesi.

La difesa resta uno dei pilastri della partnership. Italia e Giappone proseguono infatti la collaborazione nel quadro del Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto sviluppato insieme al Regno Unito per la realizzazione di un caccia di sesta generazione destinato a rafforzare la sicurezza sia nell’area euro-atlantica sia nell’Indo-Pacifico. Parallelamente, cresce il peso della sicurezza economica nell’agenda bilaterale, con una crescente attenzione alla resilienza delle catene di approvvigionamento, alle tecnologie critiche e alla riduzione delle vulnerabilità legate alle materie prime strategiche.

La dimensione economica continua a rappresentare una delle basi più solide del rapporto. Il Giappone si conferma il terzo partner commerciale dell’Italia in Asia e la seconda destinazione delle esportazioni italiane nel continente. Nel 2025 l’interscambio ha raggiunto i 12,3 miliardi di euro, con un saldo positivo per l’Italia pari a 4,4 miliardi. Nel primo trimestre del 2026 gli scambi si sono attestati a circa 3 miliardi di euro, generando un avanzo commerciale di circa 1 miliardo. In Giappone operano inoltre 166 imprese italiane, con un fatturato complessivo di circa 3 miliardi di euro.

Oltre ai dossier bilaterali, Meloni e Takaichi sul tavolo c’è ampio spazio ai principali temi dell’agenda internazionale in vista del G7. Tra questi figurano l’Ucraina, il Medio Oriente, la sicurezza e la stabilità dell’Indo-Pacifico, la resilienza economica e la necessità di ridurre le vulnerabilità nelle forniture di materie prime critiche.

Sul piano strategico, l’incontro riflette anche una crescente convergenza tra Roma e Tokyo su una visione della sicurezza che va oltre le tradizionali questioni militari. Negli ultimi anni il Giappone ha progressivamente ampliato la portata della propria strategia per un Free and Open Indo-Pacific, includendo temi come sicurezza economica, energia, tecnologie emergenti e catene del valore. Molti dei dossier oggi al centro della cooperazione con l’Italia si inseriscono in questa evoluzione, contribuendo ad avvicinare le priorità europee e quelle asiatiche.

Più che annunciare una nuova fase delle relazioni bilaterali, il vertice di Roma punta dunque a dimostrare che il Partenariato Strategico Speciale lanciato a gennaio sta entrando in una fase operativa, con spazio, difesa, sicurezza economica e cooperazione industriale destinati a diventarne i principali motori.

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Mosca rafforza il confine con la Nato nell’Artico. Ecco cosa dicono i satelliti

Nonostante il pesante costo in risorse economiche e in vite umane imposto dal conflitto in Ucraina, Mosca non sembra intenzionata a fare marcia indietro rispetto alla sua presenza militare in altre aree, come quella dell’Artico. Anzi, malgrado le difficoltà il Cremlino sembra intenzionato a investire sempre di più sulle proprie capacità militari nel Grande Nord. Secondo un’inchiesta congiunta realizzata da diversi media nordici e baltici sulla base di immagini satellitari, infatti, la Russia sta ampliando basi, caserme e depositi logistici lungo il fianco settentrionale della Nato. Le nuove strutture sarebbero progettate per ospitare fino a 80.000 militari, un incremento significativo rispetto ai circa 20.000 soldati precedentemente schierati nella regione. Tra i siti interessati figura anche la base di Novaya Vilga, nella regione della Carelia (vicina al confine finnico), che secondo i media finlandesi potrebbe arrivare ad accogliere circa 6.000 effettivi.

Sebbene l’esercito russo rimanga fortemente impegnato in Ucraina e difficilmente possa trasferire grandi contingenti nel breve periodo, le capitali occidentali guardano con crescente attenzione al medio-lungo termine. L’economia di guerra avviata da Mosca ha infatti aumentato la capacità di produzione militare del Paese e potrebbe consentire, una volta concluso o congelato il conflitto ucraino, di riallocare uomini e mezzi verso altri teatri strategici. La Nato ritiene improbabile uno scontro imminente nel Nord Europa, ma considera necessario prepararsi a un possibile mutamento dello scenario. Secondo fonti dell’Alleanza, la Russia potrebbe in futuro rafforzare la pressione militare nei confronti dei Paesi nordici e baltici, rendendo indispensabile una presenza credibile di deterrenza lungo il confine orientale.

Proprio in quest’ottica è stata recentemente attivata la nuova Forward Land Forces Finland (Flf Finland), la nona forza terrestre multinazionale permanente della Nato. Il dispositivo sarà guidato dalla Svezia e comprenderà un battlegroup con base a Boden, nel nord del Paese, affiancato da uno staff multinazionale dislocato a Rovaniemi, in Finlandia. Nel corso del 2026 Stoccolma contribuirà con circa 600 militari, numero che potrà essere rapidamente raddoppiato fino a 1.200 in caso di necessità. L’obiettivo è garantire una presenza permanente nel cosiddetto “North Calotte”, l’area che comprende le regioni più settentrionali di Finlandia, Svezia e Norvegia, rafforzando la capacità di risposta dell’Alleanza sul proprio fianco nord-orientale.

Anche gli Stati Uniti stanno aumentando l’attenzione verso l’Artico. Il Comando Settentrionale statunitense (Northcom) ha annunciato l’iniziativa denominata Nordic Bridge, pensata per migliorare l’integrazione tra il Comando Europeo degli Stati Uniti (Eucom), il Norad e la Nato. Il progetto punta a incrementare la condivisione delle informazioni, la cooperazione nelle esercitazioni, l’interoperabilità e la sorveglianza dell’area artica, considerata sempre più cruciale sia per la competizione con la Russia sia per la crescente presenza della Cina nella regione.

Negli ultimi anni, infatti, Pechino ha intensificato il proprio interesse per il Grande Nord attraverso investimenti, attività scientifiche e una presenza navale sempre più frequente, contribuendo a trasformare l’Artico in uno spazio di competizione tra grandi potenze. L’impressione è che, pur in assenza di una crisi immediata, la regione stia entrando in una nuova fase di militarizzazione. La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la percezione delle minacce lungo il confine orientale della Nato e accelerato la corsa al rafforzamento delle capacità militari. L’Artico, tradizionalmente considerato una periferia strategica, sta così assumendo un ruolo sempre più centrale negli equilibri di sicurezza euro-atlantici.

 

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Iran, i cento giorni che ridefiniranno il mondo. L’analisi di De Leo Kaufmann

E se i mercati avessero ragione sulla natura dello shock, ma torto sulla sua tempistica? A cento giorni dall’inizio del conflitto con l’Iran, gli investitori sembrano aver archiviato la più grave crisi energetica degli ultimi decenni come un evento ormai assorbito dal sistema economico globale. Il petrolio non è esploso, la crescita ha rallentato ma non si è fermata, i mercati azionari hanno mantenuto una sorprendente resilienza e il ciclo di investimenti nell’intelligenza artificiale continua a correre. Eppure, questa lettura potrebbe rivelarsi prematura.

Gli shock energetici non scompaiono. Si propagano. I primi cento giorni sono stati assorbiti grazie alle scorte, alle riserve strategiche e ai contratti già in essere. I prossimi cento giorni diranno se l’aumento dei costi energetici, logistici, assicurativi e finanziari inizierà a riflettersi sugli utili delle imprese, sull’inflazione e sulla crescita economica. Per questo il periodo decisivo non sarà l’estate, ma l’autunno, tra ottobre e novembre.

La questione per gli investitori non è più capire se lo shock si sia verificato. È capire quando produrrà i suoi effetti più rilevanti. La storia insegna che le crisi energetiche raramente colpiscono le economie nel momento in cui esplodono. Il vero impatto emerge quando i costi più elevati si trasferiscono dal mercato delle materie prime all’economia reale. La prima fase è stata quella della perturbazione fisica. La seconda sarà quella della trasmissione economica.

Il petrolio rappresenta il segnale più importante. La sorpresa del 2026 non è che il prezzo sia aumentato, ma che non sia aumentato molto di più. I mercati hanno interpretato questa dinamica come una prova della crescente resilienza dell’economia globale. Ma esiste una spiegazione alternativa: il sistema ha semplicemente guadagnato tempo grazie alle riserve disponibili, ai meccanismi di emergenza e alla capacità di riorganizzare le catene di approvvigionamento. L’assenza di una crisi immediata non equivale all’assenza di conseguenze future. Significa soltanto che il processo di trasmissione è ancora in corso.

Parallelamente, la corsa all’intelligenza artificiale sta cambiando natura. Dopo la competizione sui modelli, il nuovo terreno di scontro è la distribuzione. Le indiscrezioni su una possibile strategia di OpenAI fondata su una “superapp” mostrano come il vero vantaggio competitivo si stia spostando verso l’interfaccia con l’utente. La ricerca è stata il fossato difensivo di Google, iOS quello di Apple, Windows quello di Microsoft. La prossima grande sfida sarà diventare l’interfaccia predefinita tra l’intenzione umana e l’intelligenza artificiale. Il mercato, sempre più, non premierà chi possiede il modello più potente, ma chi controllerà il canale di distribuzione più efficace.

Anche la Banca centrale europea lancia un messaggio che merita attenzione. La lotta all’inflazione non è conclusa. Mentre gli investitori guardano soprattutto alla crescita, la BCE osserva con crescente preoccupazione gli effetti cumulativi di energia, spesa per la difesa, resilienza delle catene di fornitura e investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Il rischio è che l’Europa entri in una fase in cui l’inflazione non sia più soltanto ciclica, ma strutturale. Se così fosse, i tassi d’interesse potrebbero restare elevati più a lungo di quanto i mercati oggi prevedano, con conseguenze significative sulle valutazioni, sull’allocazione del capitale e sulle strategie di investimento.

Nel frattempo, l’intelligenza artificiale sta assumendo una dimensione sempre più geopolitica. Le iniziative del Regno Unito per rafforzare la produzione nazionale di chip e la scelta della Corea del Sud di porre l’IA al centro della propria strategia economica indicano una trasformazione profonda. L’intelligenza artificiale non viene più considerata soltanto un settore tecnologico, ma una vera infrastruttura nazionale. Capacità di calcolo, accesso all’energia, concentrazione di talenti e capacità di implementazione stanno diventando fattori strategici comparabili alle ferrovie, alle reti elettriche e alle telecomunicazioni del passato. La competizione non è più soltanto tra aziende, ma tra sistemi-Paese.

A prima vista, Iran, petrolio, OpenAI, BCE, Regno Unito e Corea del Sud sembrano temi scollegati. In realtà raccontano la stessa storia. La prima metà del 2026 è stata dominata dalla disgregazione; la seconda rischia di essere dominata dalla trasmissione. Lo shock geopolitico si sta trasformando in shock economico. La corsa all’intelligenza artificiale si sta trasformando in una gara per la competitività nazionale. Le pressioni inflazionistiche si stanno spostando dalle materie prime ai salari, ai costi del capitale e agli utili aziendali.

I prossimi cento giorni saranno quindi decisivi. I mercati si comportano come se lo shock fosse stato assorbito. Una lettura più prudente suggerisce invece che sia stato soltanto rinviato. La prima fase della crisi è stata geopolitica. La seconda sarà economica. E nei mercati finanziari è proprio la trasmissione, più che lo sconvolgimento iniziale, a determinare utili, inflazione, tassi d’interesse e valutazioni. La domanda cruciale non è se il sistema abbia superato i primi cento giorni. È se sarà in grado di assorbire i prossimi cento.

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Perché Meloni può puntare alla mediazione (difficile) con Vannacci. Parla Di Gregorio

Per mesi la strategia è stata quella dell’indifferenza. Non nominare l’avversario, non alimentarne la visibilità, non concedergli spazio. Ma quando un fenomeno politico continua a occupare il dibattito pubblico, raccoglie attenzione mediatica e trova sponde nei sondaggi, la tattica dell’ignorarlo rischia di diventare un boomerang. È il caso del generale Roberto Vannacci, la cui traiettoria politica continua a interrogare il centrodestra e, in particolare, la leadership di Giorgia Meloni. Secondo Luigi Di Gregorio, docente di Scienza Politica all’Università della Tuscia, la premier ha compreso che la fase dell’indifferenza è terminata e che ora la partita si gioca sul terreno della narrazione politica. Una sfida che riguarda non solo gli equilibri del centrodestra, ma anche le prospettive delle prossime elezioni politiche.

Professore, perché Vannacci continua a occupare il centro della scena politica. Come si spiega questa potenza di fuoco?

Perché dispone di un vantaggio che in politica è sempre molto rilevante: la novità. La novità cattura attenzione, genera curiosità e produce visibilità. Vannacci, inoltre, è una novità fortemente polarizzante. E la polarizzazione, nel sistema mediatico contemporaneo, amplifica ulteriormente la presenza pubblica di un leader. Altri protagonisti politici – penso a Pina Picierno, ad esempio – possono avere posizioni importanti, ma non generano lo stesso livello di attenzione perché non producono divisione e conflitto.

La strategia del centrodestra di ignorarlo è fallita?

All’inizio aveva una sua logica. Ignorare un fenomeno emergente può servire a non alimentarlo. Tuttavia, osservando anche le recenti dichiarazioni di Meloni, sembra evidente che la strategia sia cambiata. Oggi Vannacci è diventato un leader riconoscibile e consolidato. Media e sondaggi stanno contribuendo a rafforzarne la figura. A quel punto l’indifferenza non è più sufficiente.

Quale sarà allora la contromossa di Meloni?

Provare a collocarlo in una categoria che storicamente funziona molto bene nell’elettorato di destra: quella del traditore. È una dinamica che Silvio Berlusconi ha utilizzato spesso con successo. Nel mondo della destra la dicotomia tra lealtà e tradimento ha una forza particolare. Quando vieni percepito come colui che mette in difficoltà la propria comunità politica, il consenso può rapidamente ridursi.

In questo senso vanno lette le accuse di lavorare contro il governo?

Esattamente. Meloni sta cercando di rappresentarlo come qualcuno che, di fatto, favorisce gli avversari e lavora per indebolire l’esecutivo. È un modo per spostarlo simbolicamente dall’altra parte del campo. Del resto una parte della sinistra guarda a Vannacci come a un possibile elemento di destabilizzazione del centrodestra. La presidente del Consiglio sta cercando di neutralizzare questa dinamica.

Può funzionare?

Può funzionare nella misura in cui la fiducia personale nei confronti di Meloni resta elevata. Oggi tutti i principali indicatori mostrano che il suo consenso continua a essere molto robusto. Questo le consente di avere ancora una notevole capacità di orientare il proprio elettorato.

Da dove arrivano i consensi di Vannacci?

I sondaggi raccontano una realtà interessante. Non sta pescando soltanto nell’elettorato della destra tradizionale. Intercetta anche quote di astensionismo e segmenti provenienti dal Movimento Cinque Stelle. C’è una componente di voto di protesta e di rabbia che attraversa trasversalmente gli schieramenti. Se sul piano della classe dirigente i movimenti si registrano soprattutto nell’area leghista, sul piano dell’opinione pubblica il fenomeno è molto più ampio.

Questo rende inevitabile guardare alle prossime politiche. Come la vede?

Quando mancano pochi mesi a un appuntamento elettorale importante bisogna osservare con attenzione questi movimenti. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale. Non è escluso che Vannacci possa decidere di correre autonomamente, anche se sarebbe una scelta rischiosa.

Quanto pesa il tema della politica estera e del rapporto con la Russia?

È uno dei temi decisivi. In tutti gli schieramenti esistono sensibilità più o meno vicine alle posizioni russe. Tuttavia, nel centrodestra la linea di Meloni ha sempre prevalso. Se Vannacci dovesse entrare stabilmente in una prospettiva di governo, molte delle sue posizioni dovrebbero inevitabilmente confrontarsi con esigenze di normalizzazione e di compatibilità con una coalizione di governo.

La Lega appare la forza più esposta a questa sfida.

Sì, perché paga problemi che vengono da lontano. Dal 2019 in avanti il partito ha progressivamente perso consenso. È venuta meno parte della credibilità di Matteo Salvini e si è aperta una crisi di leadership che non è mai stata affrontata davvero. Allo stesso tempo non è stato chiarito il posizionamento politico della Lega. Il risultato è che il partito continua a interrogarsi su cosa voglia essere in futuro.

L’operazione Vannacci alle Europee è stata un errore?

A mio giudizio sì. Candidarlo come capolista in tutte le circoscrizioni è stata un’operazione che ha finito per creare un alter ego politico. Invece di rafforzare la leadership esistente, si è contribuito a costruire una figura alternativa e competitiva.

Guardando alle prossime politiche, chi parte favorito?

Se dovesse passare la riforma istituzionale, entrambe le coalizioni sarebbero incentivate ad allargarsi. Ogni voto in più potrebbe risultare decisivo. Tuttavia continuo a ritenere che nel centrodestra sia più semplice trovare una sintesi che nel centrosinistra. Da una parte c’è una leadership riconosciuta e forte. Dall’altra manca non solo un leader condiviso, ma persino un metodo condiviso per sceglierlo.

Qual è allora la vera occasione del centrosinistra?

Trasformare la prossima competizione in un referendum su Giorgia Meloni. È probabilmente l’unico terreno sul quale può sperare di costruire una proposta competitiva. Per il centrodestra, al contrario, l’obiettivo sarà evitare questa narrazione e presentarsi come una coalizione che governa da anni in una fase complessa, contrapponendosi a un campo avversario che appare ancora privo di una chiara identità politica e programmatica.

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Dagli Ugv alla fine delle barriere. La trasformazioni unmanned della guerra secondo Borsari (Cepa)

Il campo di battaglia ucraino è diventato il laboratorio più avanzato del mondo per i sistemi senza pilota. Ma le lezioni che emergono da quel conflitto vanno ben oltre: riguardano la demografia, la capacità industriale, l’autonomia decisionale delle macchine e l’accesso militare a territori che fino a ieri erano semplicemente irraggiungibili. Formiche.net ha chiesto a Federico Borsari, non-resident fellow presso il programma di Transatlantic Defense and Security del Center for European Policy Analysis, quali prospettive ci siano in ambito unmanned riguardo a queste tematiche.

I droni di terra stanno emergendo come nuova frontiera della guerra unmanned. Dopo gli Uav e gli Usv, qual è il potenziale di crescita degli Unmanned Ground Vehicle nel conflitto in Ucraina e oltre?

Pensiamo a quanto avvenuto fino ad ora, e alla differenza tra i sistemi unmanned nel dominio aereo o navale, dove hanno avuto uno sviluppo esponenziale negli ultimi anni. Nel dominio navale questo sviluppo è stato, in termini comparativi, molto più veloce rispetto al dominio aereo, perché i droni aerei già esistevano da decenni in varie forme. Negli ultimi due o tre anni molta attenzione si è focalizzata sui sistemi Fpv, anche di piccole dimensioni, che stanno avendo un impatto esteso in Ucraina e ora anche altrove, ma il ciclo evolutivo è stato molto velocizzato dal conflitto. Sul dominio terrestre vale una considerazione analoga: anche lì negli ultimi due o tre anni i droni terrestri sono diventati sempre più importanti, ma prima l’uso era davvero limitato, magari a unità che sperimentavano per missioni di sminamento, oppure forze speciali che utilizzavano piccoli robot per la ricognizione all’interno di edifici. Ora il trend è completamente cambiato. Gli Ugv vengono utilizzati per sminamento e minamento, logistica, rifornimento di unità isolate lungo la linea del fronte, evacuazione dei feriti e dei morti, ricognizione e supporto di fuoco in settori dove è rischioso mandare personale. Ma restano delle limitazioni.

Quali?

Questi sistemi devono essere sempre collegati in maniera sicura, in caso di problemi tecnici richiedono l’intervento di team di tecnici o ingegneri, dipendono ancora molto dal fattore umano, e hanno un’autonomia energetica limitata. Anche i sensori possono risentire delle condizioni atmosferiche, e il movimento può essere difficoltoso su certi tipi di terreno. In generale, tuttavia, gli Ugv stanno diventando fondamentali in un contesto così pericoloso come quello ucraino, dove hanno progressivamente sostituito i veicoli tradizionali soprattutto per la logistica vicino alla linea del fronte e per l’evacuazione dei feriti. È un trend che nasce, tra l’altro, proprio come conseguenza della proliferazione dei droni nel dominio aereo, poiché l’interesse per gli Ugv è nato per limitare l’esposizione del personale alla minaccia aerea.

Il primo dei limiti che i sistemi unmanned potrebbero aiutare a superare riguarda proprio le perdite umane. L’Ucraina affronta una crisi demografica e di reclutamento, e cerca di sopperire con questi sistemi senza pilota. Nel medio periodo, con l’affermarsi di questi sistemi, il fattore demografico peserà meno nella competizione tra grandi potenze? Conterà di più la capacità industriale?

Sia chiaro, la capacità industriale è fondamentale e non è mai venuta meno. L’unico periodo in cui era un fattore meno determinante è stato l’intermezzo tra la fine della Guerra Fredda e il ritorno della grande competizione tra potenze, quando l’attenzione occidentale era concentrata sulla lotta al terrorismo e su conflitti a bassa intensità contro gruppi armati non statali. In quel contesto la preponderanza produttiva non era decisiva. Ora però è tornata centrale, lo abbiamo visto in Ucraina da entrambi i lati, e lo vedremo in conflitti futuri. La Cina lo sa da anni; e anche gli Stati Uniti, dopo l’esperienza ucraina, stanno investendo massivamente per ampliare la capacità produttiva. Lo stesso, in maniera più frammentaria, sta avvenendo in Europa. Questo vale ancor di più per i sistemi autonomi e unmanned, per i quali la quantità è un aspetto cruciale, e che vedono nella produzione su larga scala uno dei pilastri del loro utilizzo. Quanto al personale, nel dibattito si tende spesso a estremizzare. Si immagina che acquisire sistemi unmanned equivalga a sostituire uno squadrone di caccia o un battaglione di carri armati. Non è così.

Come mai?

Certo, per alcune missioni questi sistemi riducono il numero di operatori direttamente coinvolti nell’attività; ma il personale resta essenziale per la manutenzione, gli aggiornamenti software, il mission planning, tutta la catena logistica. Serviranno figure sempre più tecniche, come software engineer, esperti di guerra elettronica, in numero crescente. Quindi magari serviranno meno truppe d’assalto, ma serviranno più specialisti nelle retrovie. Non credo che assisteremo nell’immediato futuro a una diminuzione complessiva del personale; ci sarà piuttosto una trasformazione dei ruoli. Non sono l’unico a dirlo, diversi analisti hanno messo in guardia dall’immaginare un futuro in cui i robot autonomi fanno tutto da soli.

Il secondo limite è quello della decisionalità. Quando delegheremo all’IA e ai sistemi senza pilota l’intero processo decisionale in ambito militare? Questo scenario è realistico? È vicino?

È uno scenario che non si può escludere del tutto, perché la tecnologia già permette gradi di autonomia notevoli. Allo stesso tempo, almeno da quanto si osserva in Ucraina, nessuna delle due parti si è ancora lasciata andare all’utilizzo di sistemi completamente autonomi. Si sono visti sistemi semiautonomi, o potenzialmente full autonomous, ma solo in contesti molto definiti in cui si crea una “bounding box” nel software, un’area in cui si sa che si trovano solo elementi nemici, senza civili né non combattenti, e si mandano sistemi autonomi a individuare e ingaggiare obiettivi all’interno di quell’area. Ma si tratta comunque di un sistema che segue regole e istruzioni decise in anticipo dagli esseri umani. Non è un sistema che sceglie autonomamente le proprie linee guida. Questo, a mio avviso, è il trend verso cui andremo. Non credo che governi e forze militari vogliano rischiare di delegare qualsiasi decisione alle macchine. I rischi sono enormi, e a livello etico si entra in un terreno molto delicato.

Su questo tema crede che si possa perseguire un approccio di cooperazione a livello internazionale, sulla scia di trattati come le convenzioni di Ginevra?

Il problema centrale è che a livello internazionale c’è ancora poca sintonia su cosa significhi esattamente “sistema autonomo”. C’è stata un’importante risoluzione delle Nazioni Unite sull’utilizzo di questi sistemi, con una partecipazione e una convergenza senza precedenti. Tuttavia non esiste ancora un accordo vincolante, ogni Stato ha le proprie linee guida e i propri documenti di policy, e soprattutto non conosciamo la visione di paesi come Cina e Russia, dove molte di queste informazioni sono classificate. Questa opacità alimenta un dilemma: se il mio avversario non si pone limiti e io sì, potrei trovarmi in svantaggio. Al momento non si è riusciti a mitigare questo rischio a livello internazionale. Lo scenario di una piena autonomia decisionale non è impossibile, ma non ci sono al momento evidenze che paesi stiano attivamente perseguendo questa direzione; gli sforzi, sia nazionali che multilaterali, sembrano andare nel senso opposto.

Il terzo limite riguarda, in un certo senso, la geografia. I sistemi unmanned sembrano capaci di superare le barriere fisiche che hanno sempre limitato la presenza umana, penso all’Artico e alle profondità marine. Questo amplia il teatro di confronto militare a domini finora sostanzialmente inaccessibili?

La proliferazione dei sistemi unmanned offre vantaggi unici per quanto riguarda il raggiungimento di contesti operativi ostici, semplicemente perché con il miglioramento della tecnologia si potranno utilizzare questi sistemi in maniera persistente e continuativa anche nell’ambiente artico, sfruttando un supporto logistico distribuito come rompighiaccio e basi avanzate. Ci sono già varie tecnologie in fase di sperimentazione che possono migliorare le prestazioni di questi sistemi e renderli più resistenti agli agenti atmosferici, quindi mi aspetto un utilizzo sempre più esteso in quell’ambiente. Per quanto riguarda il dominio sottomarino, rimangono sfide notevoli, soprattutto sul fronte delle comunicazioni e della trasmissione di dati in tempo reale. Si possono mandare sistemi autonomi sottomarini per esplorare le profondità oceaniche o svolgere missioni complesse, però far arrivare i dati in tempo reale a chi li deve utilizzare rimane problematico. Al momento ci sono ancora molte difficoltà da questo punto di vista, però mi aspetto miglioramenti nel prossimo futuro.

Anche grazie all’IA?

L’IA sarà un fattore determinante. Grazie alla miniaturizzazione del computing power, la capacità di calcolo può essere sempre più spostata all’edge, già integrata nelle piattaforme stesse, che analizzano i dati raccolti e trasmettono un prodotto già semielaborato ai decision maker. Questo avviene già nello spazio, dove vari satelliti di ultima generazione hanno a bordo un computer dedicato che pre-analizza i dati, seleziona quelli rilevanti e li trasmette. Detto questo, questi sistemi non eliminano completamente le sfide: gli agenti atmosferici rimangono un ostacolo a un utilizzo paragonabile a quello possibile in contesti in cui la presenza umana è più agevole. Aiutano, ma non cancellano completamente le problematiche. Per rispondere direttamente alla domanda: sì, mi aspetto che renderanno l’accesso ad ambienti remoti e ostici più semplice e continuativo, e miglioreranno la capacità dei paesi di operare in questi contesti. Già ora garantiscono una sorveglianza e un monitoraggio molto più estesi e persistenti.

 

 

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Vannacci ha ragione: sui militari, in Italia, si continua a fare propaganda. L’opinione di Butticé

Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.

Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.

Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.

I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.

Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».

Ma qui il problema è un altro.

Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.

È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.

La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.

Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.

Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.

Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.

In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.

La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Merito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.

Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare.  Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.

Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?

La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.

Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.

Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.

Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.

 

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Berlinguer, quarantadue anni dopo. Non nostalgia, ma memoria storica

Ieri a Firenze nella storica sede del Sms di Rifredi (fondata il 30 aprile 1883 come Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai ed Industriali di Rifredi) Achille Occhetto – insieme alla moglie Aureliana Alberici, a Michele Ventura ed a Ugo Sposetti – ha inaugurato la nuova sede regionale dell’Associazione Enrico Berlinguer per la Toscana. La data é stata scelta perché il 13 giugno di 42 anni fa, a Roma, si svolgevano i funerali di Berlinguer che il maestro Umberto Pizzi ha mirabilmente fotografato.

Nel suo intervento Occhetto ha sottolineato che per la sua generazione ricordare Berlinguer non deve essere soltanto un momento di fisiologica nostalgia, ma l’occasione per ricostruire – soprattutto per le nuove generazioni – la memoria storica di ciò che Enrico Berlinguer ha realmente rappresentato in termini di azione e di pensiero politico. L’ex segretario del Pci e del Pds ha ricordato le posizioni innovative di Berlinguer sul piano europeo e internazionale: in particolare l’avvicinamento del Pci alla sinistra europea e le prese di distanza dal Pcus. Per quanto riguarda la svolta della Bolognina, Achille Occhetto ha aggiunto di non aver idea di come Enrico Berlinguer avrebbe reagito al crollo del muro di Berlino, ma di ritenere che di fronte a un così grande mutamento della storia mondiale avrebbe scelto la strada dell’innovazione.

Non è questa la sede per accendere i riflettori sulla storia politica dell’Italia e sul ruolo del Pci con le sue luci e con le sue ombre. Un aspetto positivo che spesso viene dimenticato è il grande impegno del Pci contro il terrorismo “rosso” e il terrorismo “nero”. In una recente intervista il Generale Mario Mori ricorda che nel giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, vide operare in perfetta intesa il ministro dell’interno in carica, Francesco Cossiga, e quello “ombra” del Partito comunista italiano, Ugo Pecchioli. Mori afferma cheTutti noi presenti, nella drammatica circostanza, capimmo che i due uomini politici in quel momento, nel loro agire, non rappresentavano uno schieramento, ma erano lì in quanto espressione materiale della coesione delle istituzioni nazionali”.

La ricchezza della documentazione che l’associazione Enrico Berlinguer ed altre fondazioni mettono a disposizione degli studiosi consente di accendere i riflettori su tanti aspetti rimasti ancora in ombra della sinistra e della politica italiana tra il 1972 e il 1984. Intendo dare un piccolo contributo al lavoro citando due documenti tra i tanti dedicati a Berlinguer e al Pci che si possono facilmente consultare nel sito della Cia.

Il primo è il briefing giornaliero del 27 ottobre del 1970 al Presidente degli Stati Uniti (all’epoca Richard Nixon) in cui si sostiene che rispetto alla successione di Luigi Longo alla segreteria del Pci nessuno dei due candidati (Enrico Berlinguer e Giorgio Amendola) si colloca ancora in pole position. In questa analisi dello stallo in corso la Cia segnala al Presidente (For President only) che al contrario di Enrico Berlinguer – molto vicino ad Alexander Dubcek e alla primavera di Praga – un eventuale vittoria di Giorgio Amendola avrebbe contribuito a sciogliere il gelo intercorso tra Pci e Cremlino dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Il secondo documento (di 22 pagine) è del giugno 1975 e contiene l’esplicita previsione che il Pci di Berlinguer contribuirà alla stabilizzazione dell’Italia nella seconda metà degli anni settanta. Il documento affronta una pluralità di temi – quali ad esempio l’estromissione di Armando Cossuta dalla segreteria del partito – e prende in considerazione le implicazioni per la Nato nel caso (ritenuto altamente improbabile) che alcuni esponenti del Pci dovessero diventare Ministri della Difesa e degli Esteri. È la fase in cui ci furono a Roma numerosi incontri di Sergio Segre e di Luciano Barca con esponenti del Dipartimento di Stato nonché una grande attenzione al Pci da parte di numerosi scienziati politici americani, Joseph La Palombara in primis. Per quanto riguarda le preoccupazioni sulla Nato la celebre intervista di Berlinguer a Giampaolo Pansa sul Corriere della Sera del 15 giugno 1976 metterà un punto fermo sulla questione. Nel Pci guidato da Enrico Berlinguer non ci furono solo rose e fiori. Il rifiuto della “socialdemocrazia” così come il permanere del centralismo democratico e dei finanziamenti da Mosca sono aspetti critici che non si possono ignorare. Tuttavia – pur con questi limiti – la leadership di Berlinguer nel Pci negli anni settanta ha un grande valore politico e culturale, un pezzo di storia contemporanea che i giovani devono conoscere e approfondire.

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Tre capitali, un solo obiettivo: sabotare l’accordo tra Iran e Usa

«Quasi», «forse», «serve tempo», «non basta»: da settimane a Teheran fra i vertici del regime rimbalzano termini dilatori che mimetizzano l’opposizione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche a qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma la svolta dei negoziati ha nemici palesi e occulti anche a Gerusalemme e Washington.

Una sorta di triumvirato della guerra, con finalità diverse ma oggettivamente convergenti, del quale il Wall Street Journal indica come terminale iraniano il 67enne generale Ahmad Vahidi, comandante in capo dei Pasdaran.

Nel corso della guerra, fino all’abbattimento dell’elicottero Usa e all’ultimo lancio di missili balistici contro Israele, Vahidi ha sistematicamente scavalcato il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e tuttora comanda le forze iraniane che controllano lo Stretto di Hormuz, la carta vincente del regime nei negoziati.

«Il 18 aprile, quando Araghchi dichiarò che lo Stretto di Hormuz era aperto — scrive il Wall Street Journal — le Guardie Rivoluzionarie dissero il contrario e respinsero le dichiarazioni del ministro degli Esteri, definendole imprecise o incomplete, proseguendo gli attacchi nello Stretto».

Già ministro dell’Interno e della Difesa, sanzionato dagli Stati Uniti per la spietata repressione delle proteste per i diritti delle donne nel 2022 e ricercato dall’Interpol per la strage con 85 vittime provocata da un attentato antisemita in Argentina, il comandante dei Pasdaran è considerato un ostacolo insormontabile alla firma del memorandum di pace.

«È stato proprio Vahidi — sottolinea il Wsj — a collegare i combattimenti in Libano alla guerra in Iran, subordinando l’accordo con gli Stati Uniti alla fine del conflitto tra Israele e Hezbollah».

Allo scenario libanese è strettamente connesso il terminale israeliano del triumvirato della guerra, impersonato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Mentre il primo a parole sostiene l’epilogo della fine delle ostilità con l’Iran, ma ordina il proseguimento dell’avanzata dell’IDF in Libano e dei bombardamenti contro Hezbollah, Ben Gvir si attiva ufficialmente per sabotare la ratifica del negoziato.

A differenza dell’evidente interesse personale di Netanyahu e Ben Gvir di proseguire il conflitto per continuare a mantenere il potere e governare il paese, paradossalmente negli Stati Uniti c’è l’imbarazzo della scelta per individuare chi rema contro le condizioni e le modalità previste dall’accordo di pace, tuttora effimero, con l’Iran.

In prima fila vi sono, più o meno palesemente, il Pentagono e le agenzie di intelligence, oltre ai vertici della sicurezza nazionale durante la precedente amministrazione Trump, come l’ex direttore della CIA e segretario di Stato Mike Pompeo, e l’ex direttore della CIA e segretario di Stato dell’amministrazione Obama Leon Panetta, che all’unisono denunciano gli enormi rischi dovuti alla totale malafede e inaffidabilità dell’Iran, aggravata dal micidiale controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran.

Pentagono e intelligence hanno più volte fatto presente al presidente Trump che una guerra interrupta comporta le stesse conseguenze di una guerra persa. E che per scongiurare l’inesorabile vendetta atomica degli ayatollah sarebbe essenziale «finire il lavoro appena iniziato» — ovvero sradicare totalmente il programma nucleare iraniano, distruggere le tonnellate di uranio arricchito occultate dai Pasdaran e rovesciare il regime islamico.

Analisi incontrovertibili, vanificate dall’ottusa inconcludenza di un vanaglorioso presidente, in piena sindrome da happy birthday, incapace di avvantaggiarsi del suo secondo e ultimo — si spera — mandato.

Con la conseguenza che la storia potrebbe maledire Trump tanto per la responsabilità dell’attuale situazione di grave rischio, quanto per quella ancora più pesante di non aver fatto nulla per scongiurarla.

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Vi spiego cosa serve (davvero) alla diplomazia europea. Parla Cangelosi

Non serve spostare il budget, alla diplomazia europea occorrono progetti e visione. Ne è convinto Rocco Cangelosi, esperto diplomatico, già consigliere dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che con Formiche.net analizza il presente ma soprattutto il futuro della politica estera dell’Ue.

Secondo il Ft, Francia e Germania starebbero valutando la proposta di smantellare il Servizio diplomatico dell’Ue. Che ne pensa?

Il problema nasce già da un contesto internazionale cambiato radicalmente rispetto al 2010, quando fu creato il Seae con il Trattato di Lisbona: la guerra in Ucraina, la competizione sistemica con Cina e Russia, la volatilità della politica americana e l’uso crescente di strumenti di coercizione economica impongono una diplomazia più rapida, più integrata e più capace di agire. Quindi è naturale che si sia aperto un dibattito su come rafforzare il Seae. Il problema è che questo dibattito deve portare a trasformare il servizio diplomatico europeo, ma non a svuotarlo o a riportarlo completamente sotto il controllo degli Stati membri.

La discussione su come renderlo più efficiente da che presupposto dovrebbe partire?

Dal presupposto che sarebbe un errore rinazionalizzarlo, in quanto sarebbe in contrasto con le indicazioni politiche che lo hanno ispirato sin dal 2010. Occorre migliorare l’approccio dei 27 alle crisi geopolitiche: vorrei mettere in evidenza come dal punto di vista giuridico una riforma è abbastanza complessa, perché serve la decisione del Consiglio all’unanimità, il parere del Parlamento europeo e un accordo vincolante della Commissione. Tra l’altro osservo il sorgere di una competizione tra von der Leyen e la Kallas sulla politica estera, per cui la Commissione tende a riportare il Seae sotto il suo cappello esclusivo dal momento che lo stesso Seae non ha gli strumenti della Commissione per poter dare le implementazioni alle politiche che vengono decise. Tale atteggiamento accentratore ha creato delle frizioni abbastanza importanti con la Kallas.

Quali sono i limiti del Seae?

C’è una sovrapposizione tra le delegazioni dell’Ue e della Commissione, i tempi decisionali sono lenti e dovuti alla natura ibrida del servizio, vi sono difficoltà nel coordinare il doppio cappello dell’Alto rappresentante che risponde sia al Consiglio che alla Commissione: tali problemi non si risolvono togliendo le competenze al Seae, ma rafforzandolo.

Come procedere allora in una chiave riformatrice?

Secondo me bisognerebbe modernizzare il sistema, semplificarlo, rafforzare la capacità operativa senza introdurre elementi che portino verso la sovrapposizione, quindi io individuo tre priorità concrete: prima, una chiarezza di competenze tra Seae e Commissione soprattutto per quanto riguarda gli strumenti finanziari e la cooperazione allo sviluppo; seconda, una maggiore rapidità decisionale e ciò implica l’uso più esteso della maggioranza qualificata dove i trattati lo consentano o perlomeno laddove si possono utilizzare le cosiddette astensioni costruttive, sfruttando al contempo tutti gli interstizi del Trattato di Lisbona che consentono di superare il diritto di veto; infine rafforzare le delegazioni che devono diventare veri attori geopolitici. E qui entra in gioco una loro piena convergenza e fusione come è nello spirito del Seae.

Guardando a quello che è successo in Europa dalla guerra in Ucraina in poi, ci siamo accorti che la rapidità delle decisioni è quasi più importante delle decisioni stesse. Il budget Seae potrebbe essere riallocato, circa 1 miliardo: ma crede sia solo una questione di fondi, oppure servirebbe prima una visione nuova, che parta da una progettazione politica?

Assolutamente sì: non ritengo che la questione verta sullo spostamento di un miliardo di euro sempre di più sotto la competenza della Commissione, questo non cambierebbe nulla di sostanziale. Piuttosto sono convinto che bisogna fare alcune riforme che portino a una maggiore rapidità decisionale al fine di rafforzare la capacità operativa e quindi fare totale chiarezza sulle competenze tra Seae e Commissione.

C’è il rischio che alcuni attori principali esterni non vedano di buon occhio una riforma della politica estera europea?

Ha perfettamente ragione: il fatto che l’Unione europea, che come sappiamo è un gigante economico ma un nano politico, potrebbe dotarsi di una vera e propria politica estera, non è una soluzione gradita a tutti. Diventeremmo un soggetto nello scenario internazionale e quindi un concorrente per altri stakeholder, che tendono invece a voler vedere un’Unione europea debole e possibilmente da disgregare.

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Con Nereus 2026 l’Ue rafforza la sua presenza marittima nel Mediterraneo

Irini ha concluso le Focused Operations Nereus 2026, una fase di attività intensificate durata dal 3 al 12 giugno tra il Mediterraneo centrale e il Mar Egeo. Il dispositivo ha riunito unità navali di Italia, Grecia e Romania e assetti aerei provenienti da Lussemburgo, Polonia, Italia e Grecia, sostenuti dalle infrastrutture logistiche messe a disposizione dagli Stati membri partecipanti.

Secondo quanto comunicato dall’operazione, il surge ha consentito di svolgere l’intero spettro delle attività previste dal mandato di Irini in condizioni operative reali, con l’obiettivo di migliorare efficacia, interoperabilità e livello di preparazione delle forze assegnate. Le attività condotte in mare e in volo hanno riguardato in particolare il rafforzamento della Maritime Situational Awareness, il coordinamento tra assetti multinazionali e l’applicazione delle procedure operative comuni.

Nel corso dei dieci giorni, le unità coinvolte hanno inoltre svolto attività addestrative dedicate alla guerra di superficie, alla risposta alle minacce asimmetriche e alla difesa aerea. Una parte della formazione è stata realizzata in cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre (NMIOTC) presso la base navale di Souda, in Grecia.

Per l’operazione, Nereus 2026 rappresenta la dimostrazione della capacità dell’Unione Europea di mantenere una presenza marittima coordinata e continuativa in un’area considerata strategica. Il comandante di IRINI, il contrammiraglio Marco Casapieri, ha definito la missione uno strumento “pronto, credibile e scalabile” per accrescere efficacia, preparazione e interoperabilità delle forze navali europee.

Le attività condotte durante Nereus arrivano in una fase di crescente attivismo operativo della missione. Nelle ultime settimane, infatti, una nave di Irini ha effettuato tre distinti flag verification boarding in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. Dopo gli interventi sulla MV Nelsa dell’11 maggio e sulla MV Oneiroi del 1° giugno, il 7 giugno è stata la volta della MV Sandhya.

Dal punto di vista giuridico si tratta di procedure previste dall’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti sulla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo successivamente le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Il significato di queste attività va però oltre il singolo controllo. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione attraverso attività legate alla Maritime Situational Awareness e al monitoraggio di fenomeni che incidono sulla sicurezza marittima regionale. La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questa evoluzione.

I boarding effettuati nelle ultime settimane vengono considerati a Bruxelles uno strumento per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo. Il problema, nella lettura europea, non riguarda soltanto le singole navi sospettate di utilizzare registrazioni irregolari o identità poco chiare. Riguarda più in generale il rischio che si consolidino zone grigie capaci di erodere progressivamente le regole che governano gli spazi marittimi internazionali.

In questa prospettiva, Nereus 2026 appare meno come una semplice attività di addestramento e più come la verifica della capacità europea di sostenere una presenza marittima continuativa, coordinata e pronta a operare in un ambiente sempre più complesso. La forte enfasi posta dall’operazione su interoperabilità, readiness e capacità di adattamento riflette una missione che sta assumendo un ruolo più ampio rispetto alle sue funzioni originarie.

Anche la geografia dell’operazione contribuisce a spiegare la rilevanza dell’iniziativa. Mediterraneo centrale ed Egeo rappresentano due aree strettamente connesse per la sicurezza europea. Rotte commerciali, infrastrutture energetiche, traffici marittimi e interessi strategici convergono in uno spazio che negli ultimi anni è tornato al centro dell’attenzione delle istituzioni europee.

Da qui l’insistenza sulla costruzione di una “shared maritime security architecture” richiamata nel comunicato finale dell’operazione. L’obiettivo non è soltanto mettere in mare più assetti, ma consolidare procedure comuni, standard condivisi e una cultura operativa in grado di consentire alle marine europee di agire con maggiore integrazione.

Anche la cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre di Souda si inserisce in questa logica. Pur restando distinti i quadri istituzionali di Unione Europea e Alleanza Atlantica, la convergenza sul piano addestrativo e procedurale contribuisce a migliorare la capacità delle forze europee di operare insieme in scenari complessi.

Le dichiarazioni del comandante dell’operazione hanno inoltre posto l’accento sulla necessità di adattarsi a un ambiente marittimo in continua evoluzione. È un messaggio che riflette una convinzione sempre più diffusa nelle istituzioni europee: la sicurezza marittima non può essere garantita esclusivamente attraverso il monitoraggio e la raccolta di informazioni, ma richiede la capacità di tradurre la presenza sul mare in attività operative credibili e visibili.

Per questo motivo, il significato di Nereus 2026 va letto anche oltre i risultati immediati del surge. L’operazione rappresenta un indicatore della traiettoria intrapresa da Irini e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso il dominio marittimo come dimensione della propria politica di sicurezza.

La valutazione post-operazione prevista nelle prossime settimane servirà a consolidare le lezioni apprese e a preparare future attività analoghe. Più che nei dieci giorni appena conclusi, la misura del successo di Nereus sarà probabilmente nella capacità di trasformare interoperabilità, presenza e prontezza operativa in uno strumento permanente della proiezione europea nel Mediterraneo.

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Il ritorno al nucleare è una scelta che l’Italia non può più rimandare

Il dibattito sull’energia nucleare torna ciclicamente ad arenarsi tra contrapposizioni ideologiche, nostalgie referendarie e promesse rinviate. Il contesto del 2026  (geopolitico, economico, sanitario) rende questo rinvio non più sostenibile.

Il costo umano che paghiamo già oggi

Il primo argomento è sanitario, non ideologico. La combustione di carbone, petrolio e gas produce polveri sottili, biossido di azoto e composti tossici che entrano direttamente nei polmoni e nel sangue. L’Oms stima oltre 7 milioni di morti premature l’anno da inquinamento da fossili nel mondo; in Italia circa 50.000 decessi prematuri, con costi sanitari misurabili in decine di miliardi di euro. Già senza entrare nel merito dell’impatto climatico, la CO₂ è un pericolo concreto e misurabile.

Le emissioni sono anche un problema economico e normativo immediato. Il Regolamento Ue 2023/857 fissa per l’Italia una riduzione del 43,7% nelle emissioni dei settori non-Ets entro il 2030 rispetto al 2005. Le proiezioni attuali mostrano un divario crescente: nel 2023 le emissioni erano già 8,2 milioni di tonnellate di CO₂eq oltre l’obiettivo. Il mancato rispetto si potrebbe tradurre, secondo Transport & Environment, in sanzioni tra 5,4 e 31 miliardi di euro.

La nuova rivoluzione industriale guidata dall’intelligenza artificiale aggrava il quadro: il fabbisogno energetico globale cresce in modo strutturale e accelerato. Il caso tedesco è emblematico. Nonostante decenni di massicci investimenti nelle rinnovabili — oltre il 50% del mix — la Germania ha dovuto riattivare le centrali a carbone nel 2022 per tamponare la crisi energetica: la produzione da lignite e carbon fossile è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20% in un anno, azzerando i progressi emissivi. Le rinnovabili da sole, senza backup programmabile, non bastano. E il backup fossile ha un costo: la salute dei cittadini.

I dati che cambiano i luoghi comuni

Un confronto tra le emissioni di CO₂eq per kWh su ciclo di vita completo rivela che il nucleare è tra le fonti con minore impatto ambientale. Il carbone emette 910 g CO₂eq/kWh, il gas naturale 650, le biomasse 420, il fotovoltaico utility-scale 180. L’eolico onshore scende a 56, quello offshore a 35. Il nucleare di III e IV generazione si attesta tra 12 e 110 g CO₂eq/kWh, con scorie confinabili e volumi minimi. Solo l’idroelettrico fa meglio, a 4 g, ma con significative alterazioni degli ecosistemi fluviali.

Il vantaggio più sottovalutato del nucleare, però, non sta soltanto nelle basse emissioni: è nella densità energetica. Una centrale da 1 GW con un capacity factor del 93% produce quanto produrrebbero circa 11 milioni di pannelli solari da 320W (capacity factor del 27%) oppure 940 turbine eoliche da 3 MW (capacity factor del 33%), occupando meno di un km² di superficie contro le centinaia di km² necessarie per le alternative. Questa sproporzione è decisiva in un Paese come l’Italia, dove la pressione sul territorio, sul paesaggio e sull’uso agricolo del suolo rende la grande espansione delle rinnovabili a terra un tema politico e sociale di enorme complessità.

La dipendenza strutturale che ci indebolisce

L’Italia importa l’85% del proprio fabbisogno energetico, con una dipendenza strutturale dal gas che espone il sistema-Paese a ogni oscillazione dei mercati internazionali. Ogni crisi nei mercati fossili si traduce direttamente in inflazione, perdita di competitività industriale, deterioramento della bilancia commerciale e, in ultima analisi, minore crescita e occupazione. La crisi del 2022 è costata all’industria italiana miliardi in extra-bollette. Sta accadendo lo stesso oggi, vanificando gli sforzi di equilibrio dei conti pubblici.

La volatilità dell’uranio esiste, ma la differenza chiave è che il combustibile incide per meno del 5% sul costo finale del kWh nucleare, contro il 60-80% per le centrali a gas. Le centrali nucleari possono stoccare anni di combustibile in anticipo, bloccando il prezzo con contratti a lungo termine ed eliminando strutturalmente l’esposizione al mercato spot. Nel 2022, quando il Ttf europeo ha superato i 300 €/MWh, le bollette industriali italiane sono triplicate in pochi mesi. Con un parco nucleare nel mix energetico, quel rischio avrebbe avuto una valvola di sicurezza strutturale.

Il costo reale dell’energia: il nucleare batte il fossile

Il confronto del Costo Livellato dell’Energia (Lcoe), che incorpora costruzione, esercizio, combustibile e smantellamento sull’intero ciclo di vita, evidenzia il vantaggio strutturale del nucleare rispetto al fossile. Secondo i dati Iea 2024 per l’Ue, il gas naturale si attesta a circa 205 $/MWh, il carbone a 235 $/MWh con il carbon pricing. L’eolico onshore parte da 27-73 $/MWh e il fotovoltaico utility-scale da 29-92 $/MWh, ma entrambi richiedono sistemi di accumulo e bilanciamento che aggiungono 30-100 $/MWh al costo effettivo di sistema. Il nucleare, programmabile per eccellenza, si attesta attorno ai 165 $/MWh senza questo costo aggiuntivo.

Il vantaggio decisivo emerge nel lungo periodo: centrali già ammortizzate producono a 20-30 €/MWh. In Francia, dove il nucleare copre il 70% della produzione, il costo all’ingrosso è storicamente tra i più bassi d’Europa. È su questo orizzonte generazionale che va letto il vero vantaggio del nucleare.

Le scorie: un problema reale, ma dimensionato correttamente

La gestione delle scorie radioattive è un’obiezione legittima, ma raramente viene dimensionata correttamente. I rifiuti a bassa e media attività rappresentano circa il 90% del volume totale ma solo il 10% della radioattività: la loro pericolosità decade in decenni e sono gestiti in depositi superficiali. I rifiuti ad alta attività (Hlw) rappresentano circa il 3% del volume ma il 95% della radioattività, e richiedono stoccaggio geologico profondo — tuttavia la loro pericolosità decade fisicamente in modo misurabile nel tempo.

Il confronto con le altre fonti ribalta la narrativa dominante. Carbone, gas e solare fotovoltaico producono inquinanti — metalli pesanti, cadmio, piombo — la cui tossicità è permanente per definizione chimica: non decade, resta nei suoli e nelle falde acquifere. L’intera produzione di scorie ad alta attività della Francia in 60 anni di nucleare al 70% del mix è contenibile in poco più di una piscina olimpionica. Nel 2000 il volume totale di Hlw nucleare nell’Ue era pari a 150 m³; i rifiuti industriali tossici ammontavano a 10 milioni di m³, quelli industriali totali a un miliardo. La narrativa del “nucleare sporco contro rinnovabili pulite” ignora sistematicamente questi dati.

Soluzioni consolidate esistono già: il deposito geologico profondo finlandese a Onkalo e quello svedese in costruzione a Forsmark. La ricerca di IV generazione sta inoltre sviluppando reattori capaci di riutilizzare gli attinidi come combustibile, riducendo drasticamente volumi e tempi di pericolosità residua.

Le rinnovabili sono indispensabili, ma non sufficienti da sole

Le rinnovabili vanno sviluppate al massimo per diversificare il mix. Ma presentano due limiti strutturali: intermittenza e densità energetica. Uno studio Enea 2023 calcola che per coprire l’intero fabbisogno elettrico nazionale con il solo fotovoltaico a terra servirebbero circa 2.300 km² — più della superficie della provincia di Roma, senza contare la crescita della domanda legata all’AI e all’elettrificazione dei trasporti.

Coprire il 100% del fabbisogno con soli solare ed eolico richiederebbe sistemi di accumulo a scala nazionale non ancora disponibili a costi industriali sostenibili, una rete di trasmissione ultra-potenziata con tempi e investimenti incompatibili con gli obiettivi carbon-free, e una sovracapacità installata di 3-4 volte la domanda di picco per gestire le ore di bassa produzione. Il ruolo di “garante del funzionamento di sistema” è oggi svolto dal gas naturale. Sostituirlo con il nucleare significa decarbonizzare quella funzione strutturale senza eliminarne la necessità. Ipcc e Iea concordano: in qualsiasi scenario credibile di riduzione delle emissioni al 2050, il nucleare è complemento necessario alle rinnovabili — non alternativa, ma fondamento stabile su cui costruire un mix a basse emissioni.

Il piano c’è. Ora serve il patto

Il Pniec 2024 include per la prima volta una sezione specifica sul nucleare: obiettivo dell’11% dell’elettricità nazionale da fissione entro il 2050, fino al 22% nello scenario ottimistico, pari a circa 8 GW. Il Ddl delega sul nucleare sostenibile, approvato in Consiglio dei Ministri il 2 ottobre 2025, ha completato l’esame in commissione alla Camera il 20 maggio 2026 ed è approdato in Aula il 26 maggio. Il Governo punta a completare l’iter parlamentare entro l’estate.

L’Italia non parte da zero. Il Paese dispone di un ecosistema industriale e accademico solido: Enea per la ricerca e la sicurezza nucleare; Sogin per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi; Ansaldo Nucleare, con decenni di esperienza nella progettazione di sistemi per centrali in tutto il mondo; Nuclitalia, la joint venture tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo per lo sviluppo delle tecnologie Smr e Amr. La Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile stima i primi Smr operativi dal 2030-2035 e gli Amr intorno al 2040, con un piano di investimento di circa 40 miliardi di euro per 8 GW di capacità.

Sul nodo referendario va fatta chiarezza. I referendum del 1987 e del 2011 — entrambi trainati emotivamente da incidenti oggi sostanzialmente non replicabili con le tecnologie di III e IV generazione — hanno abrogato leggi specifiche, non vietato al Parlamento di legiferare in materia. Chernobyl fu un errore umano in un impianto privo di contenimento; Fukushima fu il risultato di uno tsunami eccezionale, mentre le altre centrali nella stessa area non produssero danni. Il nuovo Ddl si muove in questo spazio normativo.

Un piano nucleare strutturato produce vantaggi concreti molto prima che il primo reattore entri in funzione. Chi ha un piano industrialmente fondato viene trattato diversamente da chi non ce l’ha: potrebbe aprire la strada per chiedere flessibilità sulle scadenze intermedie del percorso carbon-free, il riconoscimento del nucleare come investimento strategico fuori dai vincoli di deficit, e maggiore libertà di spesa per gli interventi di breve periodo — efficienza energetica, infrastrutture di rete, riconversione industriale, sostegno alle famiglie in difficoltà energetica — che servono adesso, non nel 2050.

Il costo dell’inerzia — sanzioni europee fino a 31 miliardi, bollette industriali insostenibili, dipendenza geopolitica, 50.000 morti premature l’anno per inquinamento fossile — è già più alto del costo del cambiamento. “Nuclearizziamoci” non è uno slogan: è un progetto di Paese. La finestra è aperta. Aspettare non è un’opzione neutrale: è già una scelta. Una scelta sbagliata.

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