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Antiche vestigia nel cuore della Via Lattea

La Via Lattea è la galassia che ospita, tra le sue centinaia di miliardi di stelle, anche il Sole e il Sistema solare: è la nostra casa nel cosmo, eppure finora non sapevamo come fosse stata costruita. Un nuovo studio condotto dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) nell’ambito del progetto Carma (Cluster Ages to Reconstruct the Milky Way Assembly), pubblicato oggi su Nature Astronomy, aggiunge un tassello alla risposta, individuando uno dei suoi primi “mattoni” fondanti: una fusione con una galassia esterna avvenuta all’incirca due miliardi di anni dopo il Big Bang, in un’epoca finora avvolta nell’incertezza.

Ngc 6397 visto da Euclid. Si tratta del secondo ammasso globulare più vicino alla Terra, situato a circa 7.800 anni luce. Formato da centinaia di migliaia di stelle legate dalla gravità, è uno degli oggetti più antichi della Via Lattea e conserva preziose informazioni sulla storia della nostra Galassia. Osservare tutte le stelle di un ammasso globulare non è semplice: nel suo centro, le più luminose nascondono le più deboli, mentre nelle regioni esterne si trovano stelle meno massicce che custodiscono le tracce delle antiche interazioni con la Via Lattea. Crediti: Esa/Euclid/Euclid Consortium/Nasa, image processing by J.-C. Cuillandre (Cea Paris-Saclay), G. Anselmi

Fino a oggi, la storia di formazione della Via Lattea, fatta di fusioni tra galassie più e meno grandi, era stata ricostruita con sicurezza solo fino a circa dieci miliardi di anni fa, l’epoca dell’incontro con Gaia-Enceladus, una galassia nana che si scontrò con la nostra e fu successivamente inglobata. Cosa fosse accaduto nelle primissime fasi di vita della nostra galassia restava invece ignoto: non era chiaro se un evento di fusione con una galassia esterna avesse avuto luogo, o se l’evoluzione avesse riguardato esclusivamente stelle nate “in casa”.

Davide Massari, ricercatore dell’Inaf di Bologna. Crediti: Inaf

«Siamo partiti dall’ambizione di ricostruire la storia di assemblaggio della Via Lattea, cioè tutti gli eventi di fusione galattica che l’hanno portata al suo aspetto attuale», spiega Davide Massari, ricercatore dell’Inaf e primo autore dell’articolo scientifico. «Come traccianti abbiamo usato gli ammassi globulari: soprattutto nelle zone interne della galassia, dove l’estinzione è altissima, sono gli unici oggetti per cui possiamo ottenere misure eccellenti sia del movimento orbitale sia dell’età».

Il punto di svolta è stato lo sviluppo di un metodo, basato sui dati del telescopio spaziale Hubble, in grado di misurare l’età degli ammassi globulari con una precisione mai raggiunta prima. Con stime così precise, il team ha scoperto che la popolazione di ammassi globulari nelle zone più interne della Via Lattea si dispone lungo tre distinte sequenze in base all’età e alla metallicità: una legata alla fusione con Gaia-Enceladus, una alla Via Lattea originaria e una terza, intermedia, spiegabile soltanto con l’esistenza di almeno una fusione precedente e finora ignota. «L’analisi statistica indica proprio nello scenario a tre progenitori quello di gran lunga più probabile», commenta Cristiano Fanelli dell’Inaf, co-autore dello studio.

La galassia responsabile di quella terza sequenza aveva una massa stellare paragonabile a quella di Gaia-Enceladus, pari a circa mezzo miliardo di masse solari, e aveva depositato gran parte del suo materiale entro poco meno di 20mila anni luce dal centro della Via Lattea.

«Questo lavoro ci dice cos’è successo alla Via Lattea nella sua infanzia. Porta infatti alla luce un evento particolarmente rilevante che ha influenzato l’intera evoluzione successiva della galassia. Se una delle grandi domande dell’umanità è ‘da dove veniamo?’, noi offriamo almeno un tassello della risposta», aggiunge Chiara Zerbinati, dottoranda presso il Dipartimento di fisica e astronomia dell’Università degli Studi di Bologna, che ha lavorato al progetto già durante la tesi magistrale.

Circa 12 miliardi di anni fa, una galassia nana nota come Lkh si scontrò con la giovane Via Lattea e si fuse con essa. Questa rappresentazione artistica raffigura quella collisione, avvenuta nell’arco di milioni di anni. Studiando gli ammassi globulari, il telescopio spaziale Hubble della Nasa ha trovato prove definitive di questo antico scontro. Crediti: Nasa, Esa, Joseph Olmsted (Stsci)

«Il percorso verso la pubblicazione è stato lungo e articolato, tanto che il nome dell’evento di fusione è cambiato più volte», conclude Massari. «Quello definitivo, Low-energy-Kraken-Heracles (Lkh), è un acronimo che rende omaggio ai tre lavori che, per primi, avevano ipotizzato l’esistenza di questo antico incontro galattico».

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Fotoalbum da La Coruña

Nelle ultime due notti avrò dormito sei ore. Stamattina all’aeroporto di Madrid, prosciugata dall’insonnia, ho messo insieme questo album. Più che l’eclissi – che a La Coruña è stata flagellata dalle nubi –, più spesso qui troverete chi l’eclissi la guardava, e che ho avuto la ventura di incrociare sul lungomare della città e nei dintorni dell’Estadio Riazor. Buona visione!

© 2026, Federica Loiacono. Tutti i diritti riservati.

 

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Il ghiaccio lunare si scova con i lunamoti

Dopo un dibattito durato secoli sulla possibile presenza di acqua sulla Luna, nel 2020 i dati raccolti dalla missione Sofia della Nasa ne avevano confermato la presenza sotto forma di ghiaccio. Non si sa ancora, però, quanto ghiaccio ci sia, né dove sia localizzato. Un nuovo studio condotto dai geologi dell’Università del Maryland (Umd), del Lawrence Berkeley National Laboratory e dell’Università delle Hawaii presenta un metodo che potrebbe essere utilizzato per individuare e mappare il ghiaccio sotto la superficie lunare: attraverso le onde sismiche dei “lunamoti” (moonquakes, in inglese), il tipo di vibrazioni misurate durante i terremoti.

Una catena montuosa lunare ripresa nel 2023 dal Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa. In basso a sinistra è visibile il cratere Malapert, un potenziale sito di atterraggio per Artemis 4. Crediti: Nasa/Gsfc/Arizona State University

«È fondamentale individuare eventuali materiali presenti sulla Luna che un astronauta possa utilizzare mentre si trova lassù», spiega Nicholas Schmerr dell’Umd, coautore dello studio, pubblicato due settimane fa su Science Advances. «Poiché saranno limitati dalle poche risorse portate dalla Terra, qualsiasi cosa trovino sulla Luna li aiuterà sostanzialmente a vivere di ciò che offre il territorio, specialmente nel caso di missioni a lungo termine o avamposti». Il ghiaccio, in particolare, potrebbe rivelarsi essenziale per le missioni umane sulla Luna: se sciolto e purificato può diventare acqua potabile, mentre scisso produce ossigeno per respirare e idrogeno per il carburante dei razzi. Questo significa che individuare una fonte di ghiaccio lunare potrebbe ridurre drasticamente il carico che le future missioni dovranno trasportare dalla Terra: si rivelerebbe cruciale per il programma Artemis della Nasa, che punta alla regione polare sud della Luna per gli atterraggi con equipaggio nel 2028, dove ci sono crateri polari che potrebbero nascondere del ghiaccio d’acqua.

In blu sono indicate delle aree del polo sud lunare in cui potrebbero esserci depositi di ghiaccio d’acqua. La mappa si basa sui dati raccolti dal Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa. Crediti: Nasa

Il team ha sfruttato il fatto che, se attraversati da un’onda sismica, il suolo ghiacciato e quello secco si comportano in modo molto diverso tra loro: il ghiaccio irrigidisce il materiale in cui è mescolato, facendo sì che le vibrazioni viaggino da due a tre volte più velocemente rispetto a quanto farebbero attraverso il terreno asciutto. Le zone ricche di ghiaccio possono anche far rimbalzare l’energia sismica invece di lasciarla passare. Un sismometro posizionato sulla Luna, sottolinea Schmerr, potrebbe rilevare questi effetti. «Possiamo utilizzare le onde sismiche non solo per verificare la presenza di ghiaccio, ma anche per stimarne approssimativamente la quantità».

Per verificare la validità dell’idea, Harrison Lisabeth del Lawrence Berkeley National Laboratory, autore principale dello studio, ha congelato una roccia vulcanica proveniente dall’Arizona che, se frantumata, riproduce fedelmente la polvere lunare, e ha utilizzato i raggi X per studiare come il ghiaccio si insedi negli interstizi tra i granelli di terreno. Il coautore Matthew Siegler dell’Università delle Hawaii ha invece realizzato mappe dettagliate delle temperature della regione polare sud della Luna, identificando quali crateri sono rimasti sufficientemente freddi da preservare il ghiaccio per miliardi di anni. Schmerr, infine, ha simulato al computer piccoli terremoti lunari che si propagano attraverso il ghiaccio sotterraneo, interagendoci. In tutti e tre gli approcci il ghiaccio ha lasciato tracce evidenti e misurabili nei dati sismici.

Mappa della distribuzione dell’acqua sulla Luna realizzata nel 2023 con i dati di Sofia. La mappa, che fornisce indicazioni su come l’acqua possa spostarsi lungo la superficie lunare, si estende fino al polo sud lunare, l’area che sarà oggetto di studio delle missioni Artemis della Nasa e del rover Viper, dedicato alla ricerca dell’acqua. Crediti: Nasa

Verificare la posizione e la quantità di ghiaccio non sarebbe importante solo per gli astronauti. «La Luna è stata testimone di alcune delle fasi più cruciali del Sistema solare primordiale, compreso il modo in cui l’acqua è stata trasportata», ricorda infatti Schmerr. «Lo studio del ghiaccio lì depositato potrebbe rivelare come l’acqua si sia diffusa e, in ultima analisi, come si siano formati gli oceani terrestri».

La missione cinese Chang’e-7, che atterrerà sulla Luna alla fine di quest’anno, trasporterà un sismometro, mentre nel 2028 gli astronauti della missione Artemis potrebbero installare la Lunar Environmental Monitoring Station, una stazione di monitoraggio dell’ambiente lunare. Non ci sarà quindi da attendere a lungo per verificare le previsioni dello studio.

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Come un occhio che si chiude

«Capitano, guarda un poco all’orizzonte:/cosa sono quelle nuvole nel/cielo?». Questi versi, a cui mai avrei voluto pensare nella giornata di ieri, mi sono cascati addosso nel pomeriggio, intorno alle 18, quando ho raggiunto il centro di La Coruña per assistere all’eclissi. In un cielo, pulito su ogni fronte fino a poco prima, un fitto assembramento di nubi si addensava a occidente, esattamente dove di lì a una mezzora il Sole si sarebbe piazzato.

Il lungomare è stato preso d’assalto da migliaia di persone – alla fine saranno oltre duecentoventimila, in totale, secondo i quotidiani locali -, che si vanno raccogliendo su panchine, s’appoggiano alle spallette, si sistemano in spiaggia, o, semplicemente, passeggiano lungo l’Avenida de Pedro Barrié de la Maza. Turbata, percorro il lungomare verso sud-ovest, con lo sguardo piantato sulle nubi, e mi avvicino all’Estadio Riazor. Una torma di individui in casacche biancazzurre sciama nell’area attorno alla struttura. Cerco nei loro occhi il turbamento, e tuttavia non lo trovo. Altro argomento pare infatti quello che tiene impegnate le coscienze di chi mi circonda. Alle 21 si disputerà nientemeno che Deportivo – Real Madrid, partita con cui ci si aggiudica il trofeo Teresa Herrera, a quanto pare molto sentito qui in città.

Tifosi fuori dall’Estadio Riazor prima di Deportivo – Real Madrid. Crediti: F. Loiacono

José, il proprietario di Casa Canosa, il ristorante in cui pranzo ogni giorno da quando sono giunta in Galizia, è uno di quelli che stasera è andato allo stadio, anziché a vedere l’eclissi. Dopo pranzo mi ha mostrato la tessera blu che attesta la sua affiliazione al club, con tanto di abbonamento stagionale. Il club se l’è vista brutta negli ultimi anni, «è fallito come il Parma», mi dice rispolverando vicende antiche, ma ora s’è ripreso. Lui c’era al Riazor nel 2004, il giorno in cui il Milan venne sconfitto 4 a 0 nei quarti di Champions. All’epoca frequentavo la seconda media, e ancora rammento il lutto che adombrò gli allora miei compagni di classe milanisti.

Víctor Manuel  – «come il re d’Italia», stavolta è il paragone prescelto – è il cognato di José. Sono le tre del pomeriggio e ha già indosso la maglia strisciata della squadra cittadina. Secondo lui non vale la pena guardare il cielo durante le eclissi. Quello che accade in cielo infatti si sa, è meccanico, si può calcolare. Quel che non sappiamo è quel che accade sulla Terra, a noi, agli uccelli, alle piante. Per questo, tutto sommato, non gli dispiace essere allo stadio all’ora di un fenomeno che a La Coruña si ripeterà non prima di qualche secolo.

Nel mentre che s’attende l’inizio della partita sono arrivate le 19 e 30, orario che, da queste parti, segna il principio dell’eclissi parziale. Nella Rúa Manuel Murguía, strada che costeggia il Riazor, si comincia a notare un cospicuo numero di tifosi che estrae gli occhiali da eclissi per puntarli verso il Sole. Il Sole è tuttavia disperso tra le nubi, e ogni tanto, quasi per sbaglio, timidamente affiora. «No se vede nada», la frase che si ode più spesso.

Due tifose guardano l’eclissi fuori dallo stadio, prima che cominci la partita. Crediti: F. Loiacono

Il pullman del Real Madrid passa a una decina di metri, salutato dai fischi dei padroni di casa. Mi faccio largo tra i reiterati Yeremay e Quagliata per raggiungere la spiaggia. A un certo punto confondo Valerón con l’a me più familiare ma incongruente Verón, a dimostrare come le competenze calcistiche della sottoscritta siano talvolta fallaci. Un giovane sfoggia una maglia azzurra che ben si mimetizza con le altre, ma con un non camuffabile R. Baggio che spicca sul dorso. «È la maglia di Usa ‘94», ci tiene a dirmi il proprietario, tanto per gettare ulteriori tristi presagi sull’esito della giornata.

Quando arrivo sul lungomare mi giro a guardare il Sole. Gli manca un pezzo. Nonostante sapessi che sarebbe successo sono incredula. Scopro che avere la certezza che una cosa accadrà non toglie nulla allo stupore che si prova nell’assistere ad essa. Credo sia la prima volta che faccio un’esperienza di questo tipo. O perlomeno, mentre scrivo non mi vengono in mente situazioni avvicinabili.

Su una panchina del Paseo Marítimo di La Coruña si guarda l’eclissi parziale. Crediti: F. Loiacono

Mi inoltro sul Paseo Marítimo di La Coruña – uno dei lungomari più lunghi d’Europa – rivolgendo le spalle al Sole. Mi interessano i volti, le espressioni perplesse, quelle stupite, chi solleva un braccio per indicare un particolare, chi si toglie gli occhiali scocciato perché passa una nuvola. Víctor Manuel aveva ragione, le cose più interessanti stanno sulla terra. La folla tutta pare soggetta a un incantamento. L’attesa è presenza tangibile, su questo marciapiede gremito e, al contempo, incredibilmente silente, rapito. Uno strano ordine si effonde dalla scena. Ogni tanto mi volto e indosso gli occhiali, per guardare com’è messa la nostra stella. Ogni volta la trovo smagrita, assottigliata, spolpata com’è dall’avanzata inarrestabile della Luna.

La Playa del Orzán attende l’eclissi totale. Credi: F. Loiacono

L’ora sullo smartphone mi dice che mancano pochi minuti alla totalità. Voglio essere in spiaggia. A malapena scorgo una scalinata per raggiungerla, fitta com’è di individui che aspettano. Nessuno più toglie e mette gli occhiali. Li indossano tutti. Nelle foto commetto innumerevoli sbagli, dimenticando il fuoco della macchina fotografica all’infinito per immortalare soggetti a un metro di distanza. Ma a questo punto m’interessa poco.

La Playa del Orzán è un vasto accampamento. Migliaia di persone siedono sui teli. Se non si sapesse dell’eclissi, si potrebbe pensare che questa gente sia qui per un raduno, che sia in attesa di un concerto, di un’esibizione che a un certo punto affiorerà dalle onde. Comincio a tremare. Un minuto prima della totalità la folla erompe in un applauso. C’è chi ride. Si ride tantissimo, per questa cosa che accade dentro e non si tiene. Io tremo. Quand’ho tremato così l’ultima volta? Ho mai tremato così in vita mia? Lo sapevo, sapevo tutto. Eppure tremo.

Il Sole eclissato dalla Luna nei cieli nuvolosi sopra La Coruña. Crediti: F. Loiacono

Il Sole si è ridotto a una ciglia sottilissima, che sorride oltre le nubi. Sembra la Luna. I gabbiani gridano impazziti a decine e decine e decine, sopra l’acqua, davanti a questa palpebra sottile che si sfina inesorabilmente. Poi più nulla. Il Sole è un occhio che si chiude. Cerco una parola per chiamare il buio che è caduto sulla spiaggia, la tonalità cupa che si è presa la sera, mentre il vento ci scompiglia tutti. È come. È come. La verità è che la parola non si trova. Stavolta non è la musica, ma la poesia che giunge in mio soccorso. «Che ‘ntender no la può chi no la prova», Dante, Beatrice e il Paradiso, l’ineffabilità delle cose celesti. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato», un altro verso caduto nella testa. Io la parola non ce l’ho. «Come il Parma», «Come il re d’Italia», come José, come Víctor Manuel. Non è come qualcos’altro. È come nelle eclissi. A La Coruña, adesso, in questo cielo di nuvole che viaggiano.

Poco prima della totalità. Crediti: F. Loiacono

Settantasei secondi. Tanto c’è concesso di restare senza una luce che ci guardi. A La Coruña la corona non si vede, l’hanno rubata le nuvole. Il Riazor, con i suoi trentamila spettatori, splende a sinistra come un’astronave parcheggiata sulla terra. Quando quell’esile virgola che è il Sole che riappare si manifesta, dalla parte opposta da cui se n’eran perse le tracce, un applauso torrenziale s’innalza dalla spiaggia tutta. Gli uccelli ritornano a gridare, a disegnare traiettorie irripetibili sul cielo che schiarisce, a mano a mano che la luce solare acquista vigore.

Il giorno è tornato. Pochi minuti dopo, le nubi s’inspessiscono al punto tale che non si vede più nulla. Il lento trascinarsi della Luna, che sveste di sé il Sole, noi non l’abbiamo visto. Ma il prima, c’era tutto. Nella sfortuna, siamo stati fortunati.

Il Sole scende dalle nuvole quando tutto è passato. Crediti: F. Loiacono

Mi trattengo in spiaggia per un po’, fino alle 22. C’è ancora luce, e il Sole riesce finalmente a palesarsi sporgendo dagli strati di nubi. La Luna torna nuova, preclusa al nostro sguardo. Il transito sulla nostra stella l’ha sottratta all’abituale invisibilità che la caratterizza, in questa fase della sua infaticabile rivoluzione attorno alla Terra.

Il Deportivo ha perso 1 a 0 contro il Real Madrid, si verrà a sapere più tardi. Questo viaggio è cominciato pensando a una partita, e si conclude, imprevedibilmente, nel segno di un’altra. Allo stadio s’è fatto buio durante il riscaldamento. Alcuni tifosi hanno aspettato la fine del fenomeno per salire sugli spalti.

C’è chi ride sui teli, ragazzi che corrono sulla sabbia e si tuffano nell’oceano, chi sta steso ad occhi chiusi. Un signore indossa gli occhiali da eclissi a cercare la nostra stella a festa finita, prima che s’inabissi in mare. Mi scatto un selfie sulla spiaggia, come foto ricordo. Il crollo dell’adrenalina mi taglia le gambe.

Ci sono 23 gradi. Ricevo foto di inaudita bellezza dell’eclissi da Burgos, e da ogni dove della Spagna. Almeno qui non fa caldo, penso. Poteva andare peggio.

«Come l’astronomo Le Gentil», un Whatsapp di mia madre.

Però l’ho vista.

«E allora hai avuto più fortuna di Le Gentil».

Per quello, tutto sommato, basta poco. Di fortuna, credo di averne avuta molta di più.

 

 

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Eclissi totale, minuto per minuto

Ieri, 12 agosto, il giorno è diventato notte. Era l’ora del tramonto, ma prima di salutare la Terra come ogni sera, il Sole ha regalato a una sottile fascia di mare e terra uno spettacolo raro e meraviglioso: un’eclissi totale. Vediamo com’è andata attraverso le foto e i commenti di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che l’hanno osservata nella zona di totalità.

L’eclissi totale di sole del 12 agosto 2026 fotografata dal volo Irish Air Corps C295 a circa 400 km dalla costa occidentale dell’Irlanda. Crediti: Dias, Tcd, Tu Dublin & Inaf

Sull’Oceano Atlantico, a circa 400 chilometri dalla costa d’Irlanda, un team internazionale di ricercatori e ricercatrici ha studiato il fenomeno a bordo di un volo speciale dell’aeronautica militare irlandese con il coronografo E-CorMag sviluppato dall’Inaf. Il volo è durato in totale sei ore e mezza e la totalità, che non era visibile dal territorio irlandese, è stata osservata intorno alle 19.15 ora locale – 20.15 in Spagna e Italia. «Siamo andati sopra le nuvole, cielo sgombro, eclissi ben visibile durante la totalità e anche per molta parte della parzialità», racconta a Media Inaf Lucia Abbo, ricercatrice Inaf a Torino. «Abbiamo belle immagini e soprattutto abbiamo acquisito i dati con E-Cormag, tutte le sequenze osservative sono state eseguite». L’analisi dei dati seguirà nelle prossime settimane, ma intanto il team è soddisfatto, oltre che emozionato (e un po’ stanco).

Osservando l’eclissi con lo strumento E-CorMag a bordo del volo Irish Air Corps C295 a circa 400 km dalla costa occidentale dell’Irlanda. Crediti: Dias, Tcd, Tu Dublin & Inaf

A quell’ora, in Spagna ci si godeva ancora l’eclissi parziale, occhi all’insù, opportunamente protetti con i caratteristici occhialini di sicurezza. Meno di un quarto d’ora più tardi, alle 20.28 ora locale, il disco lunare ha oscurato completamente quello solare anche sui cieli della Galizia, al nord-ovest della Spagna, rivelando i colori della cromosfera e l’etereo alone biancastro – la corona – agli obiettivi fotografici di Salvo Guglielmino e Fabiana Ferente dell’Inaf di Catania, che l’hanno osservata in un parco eolico a una cinquantina di chilometri da La Coruña. Nel capoluogo della Galizia c’era anche l’inviata Federica Loiacono dell’Inaf di Bologna, che sta raccontando come la città sta vivendo questa eclissi in un reportage pubblicato giornalmente sulle pagine di Media Inaf.

Eclissi totale di sole del 12 agosto 2026, fotografata dalla Galizia. Crediti: Salvo Guglielmino e Fabiana Ferente/Inaf

Un minuto più tardi, alle 20.29, procedendo verso sud-est, la totalità è arrivata nella Castilla y Leon. Qui, nei pressi di Burgos, erano posizionati i ricercatori della missione Vento (Vulcanoid Eclipse Near-sun Test Observations) pronti a fotografare i dintorni del Sole eclissato in cerca di ipotetici asteroidi detti Vulcanoidi. Poco prima dell’eclissi totale, il Sole ha regalato uno straordinario “anello di diamante”, immortalato in una delle immagini di Albino Carbognani dell’Inaf – Osservatorio di astrofisica e scienza dello spazio di Bologna.

L’effetto “anello di diamante” in una foto dell’eclissi del 12 agosto 2026 ripresa nei pressi di Burgos, in Spagna. Crediti: Albino Carbognani/Inaf Oas Bologna

Sua maestà, la corona, in una foto dell’eclissi del 12 agosto 2026 ripresa nei pressi di Burgos. Crediti: Albino Carbognani/Inaf Oas Bologna

Grani di Baily ripresi durante l’eclissi di Sole del 12 agosto 2026. Crediti: Gabriele Umbriaco e Alessio Taranto (UniBo)

«Ieri abbiamo ripreso cromosfera, protuberanze e corona solare a scopo illustrativo del fenomeno: immagini “spettacolari” come l’anello di diamante oppure quello della grande protuberanza ben visibile a occhio nudo durante la totalità» dichiara Carbognani. «Il vero focus scientifico sono state le misure del valore del background del cielo a distanze diverse dal Sole, e immagini a grandissimo campo della corona esterna che serviranno per costruire modelli di brillanza del cielo. Poi abbiamo ripreso la regione dei Vulcanoidi lungo l’eclittica con due diversi strumenti per determinare la magnitudine limite che si può raggiungere. Infine sono stati ripresi i grani di Baily ad alta risoluzione spaziale e temporale per verificare la presenza di qualche nuovo picco lunare non ancora noto. Ci vorrà un po’ di tempo per analizzare i dati e ottenere i modelli che serviranno per la vera caccia ai Vulcanoidi durante l’eclissi del 2 agosto 2027».

«La campagna ha inoltre raccolto dati sulle ombre volanti e immagini ad alta definizione della totalità, utili sia per lo studio dell’assorbimento atmosferico e del disturbo osservativo nella zona dei Vulcanoidi, sia per la divulgazione», aggiunge Alessio Taranto dell’Università di Bologna.

Poco lontano da Burgos, in provincia di Palencia, Luca Zappacosta dell’Inaf – Osservatorio Astronomico di Roma ha ripreso la corona solare nel cielo crepuscolare sopra il castello medievale di Torremormojón, ritraendo l’atmosfera spettrale che ha caratterizzato il minuto e mezzo di totalità dell’eclissi.

L’eclissi totale di Sole del 12 agosto 2026 sul castello medievale di Torremormojon, in provincia di Palencia, Spagna. Crediti: Luca Zappacosta/Inaf Osservatorio Astronomico di Roma

L’eclissi totale di Sole del 12 agosto 2026 fotografata da Torremormojon, in provincia di Palencia, Spagna. Crediti: Luca Zappacosta/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

Il Sole durante l’eclissi totale del 12 agosto 2026. Crediti: Sandro Bardelli/Inaf Oas

Nella campagna tra Palencia e Burgos, vicino al paese di Castrojeriz, Sandro Bardelli dell’Inaf di Bologna ha ripreso il Sole durante la fase di totalità con uno smart telescope, il Seestar 50, catturando la corona solare.

Anche un gruppo di cosmologi, riuniti per un congresso presso il monastero La Vid, vicino al comune di Aranda de Duero, ha colto l’occasione per osservare il fenomeno celeste in un campo di grano. I colori suggestivi che caratterizzano l’eclissi sono palpabili nelle istantanee che riceviamo da Carlo Giocoli dell’Inaf di Bologna e Giulia Despali dell’Università di Bologna.

Partecipanti del “Dark Sky Meeting” osservano l’eclissi vicino all’Hospedería Monasterio La Vid, in Spagna. Crediti: C. Giocoli/Inaf Oas Bologna

Nei pressi di Soria, Quirino D’Amato dell’Inaf – Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (Iaps) di Roma ha approfittato del cielo sereno per fotografare l’eclissi dal monte Valonsadero, catturando – poco prima della totalità – una mongolfiera in volo davanti al sole eclissato.

Immagine dell’eclissi di Sole del 12 agosto 2026, poco prima della totalità, scattata dal monte Valonsadero vicino Soria in Spagna; in primo piano, la sagoma di una mongolfiera. Crediti: Quirino D’Amato/Inaf Iaps

Sempre nei pressi di Soria, a Castejón del Campo, Valerio Campobasso dell’Inaf di Padova, durante un road trip con l’associazione “Cieli Stellati di Puglia”, ha trovato il luogo ideale per osservare l’eclissi, ma soprattutto storie, persone e il loro rapporto con il cielo. «Abbiamo attraversato la España Vaciada, una regione caratterizzata da paesaggi aridi e piccoli pueblos segnati dallo spopolamento causato dall’éxodo rural degli anni ‘50-’60», racconta. «A Castejón del Campo abbiamo incontrato una comunità vivace e determinata a resistere all’abbandono: una vecchia scuola, il progetto Sillas Solidarias contra la despoblación, tutto il pueblo in festa dopo l’eclissi, musica, telescopi e racconti sotto le stelle. Ci hanno accolto come amici, invitandoci a restare per la notte e portandoci la colazione il mattino dopo».

L’eclissi totale del 12 agosto 2026, ripresa da Castejón del Campo. Crediti: Cieli stellati di Puglia; Castejón del Campo; Valerio Campobasso

Tramonto del sole eclissato, il 12 agosto 2026, ripreso da Castejón del Campo. Crediti: Cieli stellati di Puglia; Castejón del Campo; Valerio Campobasso

Dopo un altro minuto, la totalità è arrivata anche sull’isola di Minorca, alle 20.30. Qui, a Ciudadella, sulla costa ovest di Minorca, si trovava Antonio Maggio dell’Inaf di Palermo insieme a un gruppo di astrofili guidato da Alberto Villa, responsabile della nuova sezione astroturismo dell’Unione astrofili italiani.

Osservando l’eclissi solare del 12 agosto 2026 sull’isola di Minorca. Crediti: A. Maggio/Inaf Palermo

Istanti prima dell’eclissi totale, dall’isola di Minorca. Crediti: Alberto Villa. Riprese effettuate nel viaggio a Minorca organizzato da Associazione Astrofili Alta Vardera (AAAV) e Samovar Viaggi.

Un altro minuto ancora: sono le 20.31 e l’eclissi è totale anche a Palma de Mallorca, dove Marco Mastrofini e Giuliano Raeli dell’Inaf Osservatorio astronomico di Roma la stavano aspettando sul mirador (punto panoramico) di Cala de ses Ortigues, location scelta per le caratteristiche del paesaggio, e perché le autorità locali hanno ristretto e contingentato tutte le aeree più ambite dell’isola. «Dopo un’estenuante attesa che ci ha accompagnato per 12 ore, la ricompensa è stata la sensazione primordiale che l’eclissi nel momento della totalità ha portato con sé», commentano i due ricercatori. «Buio, silenzio assoluto (anche le cicale hanno smesso di cantare) e quando si è incendiato il contorno della Luna tutta la cala si è risvegliata sotto il suono delle trombe delle navi sottostanti. Il bagaglio emozionale che ci portiamo dietro è di dimensioni enormi».

L’eclissi durante la fase parziale, osservata dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

La corona solare durante la totalità, ripresa dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

L’eclissi al tramonto dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

Dopo un altro minuto, la totalità è giunta anche all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, duemila metri di quota, in provincia di Teruel. Due inviate speciali dell’Inaf, Federica Duras e la sottoscritta, hanno raccontato l’eclissi vissuta da questo luogo eccezionale nel podcast in cinque puntate “Totalità. Diario di un’eclissi di sole”.

Sequenza dell’eclissi totale di sole del 12 agosto 2026 ripresa con un Seestar 30 Pro dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre. Crediti: Inaf/C. Mignone

Gli ultimi raggi di sole filtrano attraverso il profilo delle montagne lunari prima della fase di totalità, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

Protuberanze solari e la corona durante la fase di totalità, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

L’eclissi totale, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

Il sole parzialmente eclissato tramonta dietro le montagne della Sierra de Javalambre, in Spagna. Crediti: Federica Duras/Inaf

Qui, oltre alle dirette dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e del planetario di Berlino, c’è anche un esperimento scientifico in corso, guidato dall’Istituto nazionale di astrofisica in collaborazione con il Cnr di Padova e l’Università di Firenze. Un team di fisici solari ha messo alla prova, per la prima volta e con successo, lo strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un nuovo concetto di spettrometro per studiare la corona solare basato su una fenditura circolare a raggio variabile. «È andata benissimo, oltre le aspettative. Tutto ha funzionato come doveva: spettrometro, montatura, software e non ultimo il meteo!», scrive Federico Landini, ricercatore Inaf a Torino e principal investigator dell’esperimento, mentre rientra verso l’Italia in furgone con a bordo lo strumento. «Abbiamo ottenuto il primo spettro circolare della corona. Negli 87 secondi di durata della totalità abbiamo acquisito spettri completi della corona fra 525 e 670 nanometri per tre diverse altezze eliocentriche: 1.1, 1.2 e 1.3 raggi solari».

Il team dell’esperimento Ciss (Circular Slit Spectrometer) dopo aver misurato lo spettro radiale della corona solare durante l’eclissi del 12 agosto 2026 all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: C. Mignone/Inaf

Infine, alle 20.33, la totalità è giunta anche a Ibiza, dove Giacomo Carrozzo, Fabrizio Oliva e Andrea Raponi dell’Inaf Iaps hanno immortalato l’eclissi dal faro dell’isola.

Eclissi al tramonto dal faro di Ibiza. Crediti: F. G. carrozzo, F. Oliva, A. Raponi/Inaf Iaps

In Italia, questa eclissi di Sole è stata parziale, superando il 90 percento di oscuramento del disco solare nelle regioni più settentrionali e occidentali del paese, senza mai raggiungere la totalità ma non per questo riscuotendo meno interesse da parte del pubblico. Arrivederci, dunque, alla prossima eclissi, che dall’Italia sarà sempre parziale – ma di più facile fruizione, la mattina. Dalla fascia di totalità, che taglia il Mediterraneo passando per il sud della Spagna e tutto il Nord Africa, culminando in Egitto e volgendo al termine in Medio Oriente e Corno d’Africa, si preannuncia un’esperienza ancor più spettacolare: al contrario della breve eclissi di ieri (un minuto e mezzo, due minuti al massimo tra Islanda e Groenlandia), l’eclissi totale del 2 agosto 2027 durerà infatti tra i quattro e i sei minuti. E, per fortuna, c’è da aspettare poco meno di un anno.

Osservazione pubblica dell’eclissi parziale di sole al velodromo di Pianoro, vicino Bologna. Crediti: A. De Blasi/Inaf Oas Bologna

Per saperne di più: 

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La playlist dell’eclissi

Il sopralluogo alla Torre de Hércules (vedi puntata di ieri) ha dato esito negativo. Due poliziotti interpellati sulla fruibilità della zona durante l’eclissi hanno tranciato di netto ogni qualsivoglia intenzione della sottoscritta di recarvisi questa sera. L’area, magnifica, essendo patrimonio Unesco verrà chiusa da ogni lato per evitare che – il poliziotto imita il gesto con le mani visto il mio sguardo disorientato dinanzi a un irripetibile verbo spagnolo – la gente metta tutto in subbuglio.

In compenso, mentre andavo via, mi sono imbattuta in una bancherella che esponeva un ricco assortimento di occhiali, evidentemente non da eclissi.

Occhiali non da eclissi su una bancherella nei pressi della Torre de Hércules (La Coruña). Crediti: F. Loiacono

I poliziotti però, notata la mia non celabile delusione, mi hanno detto che posso consolarmi ammirando il fenomeno dal lungomare. Dato l’imponente afflusso di gente che si prevede la sera dell’evento, la strada sarà chiusa al traffico. Nonostante la fitta copertura di nubi riscontrata al mattino (vedi sempre qui), il cielo ora è limpido e il Sole esattamente ventiquattr’ore prima dell’eclissi sfolgora indomito, senza impedimento di nuvola alcuna.

Mentre mi accingo a percorrere questo serpentone dorato che è il lungomare di La Coruña al tramonto, che a questo punto sarà il luogo eletto per contemplare il nascondimento, mi faccio compagnia con una playlist di canzoni confezionata per l’occasione.

Qualche giorno prima di partire, mentre trovavo nelle quiete acque di Palese, quartiere nord di Bari, effimero ristoro alle temperature roventi che hanno afflitto la nostra penisola la scorsa settimana, vengo raggiunta da un verso. Verso ascoltato e urlato innumerevoli volte, ma che alla luce dell’imminente partenza si caricava di un significato nuovo, inedito, imprevisto.

Da quel verso piombato all’improvviso ho messo in piedi, anche grazie al prezioso aiuto di amici e familiari, una playlist dedicata all’evento e che qui vi sottopongo. Fenomeno è infatti l’eclissi che travalica i limiti astronomici per conquistare posizioni inattese in ambiti altri delle cose umane. La musica in particolare ne ha abusato, producendo metafore talvolta audaci, come testimonia il vasto assortimento di canzoni che tirano in ballo più o meno direttamente l’oscuramento della nostra stella da parte della Luna.

E proprio grazie alla Luna ci inoltriamo in questa rassegna. Non è il nostro satellite bensì «qualcuno che conosco» a oscurare la luce dell’amata in “Qualcosa di grande” dei Lùnapop, hit che si aggiudicò l’edizione del 2000 del defunto Festivalbar, e a cui appartiene il verso che mi ha raggiunta in acqua. Tiriamo nuovamente in ballo il gruppo bolognese dopo la puntata di ieri. La constatazione dell’irreversibile eclissi dell’oramai ex-fidanzata culminerà nella sfidante asserzione «E ora provaci dal buio/A brillare senza me».

All’eclissi i Subsonica dedicheranno nientemeno che un intero album nel 2007, denominato per l’appunto “L’eclissi”. A differenza del brano di Cremonini e compagni, il fenomeno astronomico qui evoca splendore: «Nel cuore di un’eclissi tu risplenderai» (il pezzo è “Il centro della fiamma”).

La copertina dell’album dei Subsonica “L’eclissi” (Virgin Records, 2007)

Dolentissima ritroviamo l’eclissi nelle parole di Carmen ConsoliEnnesima eclisse tra un dolore e un altro», “Ennesima eclisse”), mentre protagonista di un connubio fusionale quanto tormentato è quella di Paola Turci in “Eclissi” («Luna e sole, che bel male/da toccare fino ad annullarsi»). In un pezzo omonimo, in quanto a scenari funesti che riguardano l’umanità tutta, non scherza Ginevra Di Marco, come ancora i Subsonica L’eclissi di una sazia e spenta civiltà», “La glaciazione”).

C’è chi invece elegge il momento dell’eclissi per avanzare richieste di varia natura – ci si chiede lecitamente perché ciò non venga fatto in altre circostanze. Parliamo di “Eclissi” di Gianluca De RubertisE mentre guardavo l’eclissi/Non devi partire ti prego ti dissi») e “L’eclisse” di Cristina DonàSalvami dalla realtà quando arriva l’eclisse»). C’è poi chi – vedi Salmo nella recente “Eclissi”, tanto per cambiare – attribuisce al fenomeno astronomico le incomprensioni che affliggono certe nostre relazioni («È inutile capirsi, è colpa dell’eclissi»). Ci pensa Tananai a riscattare l’allineamento di Sole, Luna e Terra con una dichiarazione d’amore e un dubbio accostamento («Ti amo come si amano i rave e le eclissi» in “Rave, Eclissi).

Menzioniamo chi il Sole non lo trova più («Mi chiedo dove mai/sia finito il sole», si domandano i Negramaro in “Sole”), chi se lo dimentica («Con l’eclissi totale si scorda il sole», per delucidazioni chiedere ad Anna Oxa in “Eclissi totale”) e chi lo vuole indietro (Zucchero in “Ridammi il sole”). Sul fatto che il Sole non debba proprio farsi vedere non hanno alcun dubbio i Ministri, vedi “Il Sole (È Importante Che Non Ci Sia)”.

La Torre de Hércules, di origine romana, è il faro più antico al mondo ancora in funzione. L’area attorno alla torre sarà chiusa durante l’eclissi. Crediti: F. Loiacono

Tetro come nelle eclissi diventa il nostro astro quando a chiamarlo in causa sono i Litfiba (“Sole nero”) ma anche gli Snap-Out, con una canzone omonima, o i Formula 3 nelle brutte giornate («Sole giallo, sole nero/giorni belli e giorni no», “Sole giallo, sole nero”). In quanto a cupezza non scherza anche il sole evocato dai Timoria in “Sole spento” («Come in un sole in cui sentire freddo»). A disattivare la nostra stella ci aveva già pensato una quarantina d’anni prima chi rubò il cuore di Adriano CelentanoSi è spento il sole, chi l’ha spento sei tu», “Si è spento il sole”).

Non mancano le incursioni nel cinema – sulla filmografia legata al tema ci sarebbe da scrivere un articolo a parte –, con la frizzante “Eclisse Twist” interpretata da Mina, che ci porta dentro il celebre “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni.

A generare l’oscuramento di un quartiere romano sarà Corviale, gigantesco complesso residenziale che s’innalza come maestosa astronave in “Eclissi di periferia” di Max Gazzè.

Infine, in “Replay” di Samuele Bersani l’eclissi è assoluta: persino la luna sparisce.

Mi astengo in questa sede da una disamina su come la musica internazionale si sia approcciata al tema in oggetto: la già folta carrellata diverrebbe oltremodo verbosa e illeggibile. Nella playlist che trovate alla fine dell’articolo ho incluso qualche brano (imprescindibile) di provenienza estera. Mentre leggete vi vengono in mente altri pezzi? Proponeteceli!

Un gruppo di bagnanti improvvisa una partita di calcio lungo la spiaggia cittadina mentre il Sole si nasconde. Crediti: F. Loiacono

Dal lungomare di La Coruña lo scenario è magnifico. Un folto gruppo di individui improvvisa una partita di pallone sul bagnasciuga. Il Sole è stato appena inghiottito dalle famigerate nuvole basse, tanto temute in questi giorni, mentre una nube grassa e veloce, impensabile fino a un’oretta fa, ha divorato buona parte del cielo a sud-ovest.

Questa è l’incertezza che avviluppa la Galizia tutta. Male che vada, se il Sole se lo mangerà una nuvola, se annegherà nella foschia, o il nostro appuntamento fallirà per altre insondabili ragioni, questa notte ci sarà (più d’) una canzone da cui tornare.

La playlist dell’eclissi di Media Inaf (disponibile anche su Spotify):

 

 

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Un prototipo di spettrografo alla prova dell’eclissi

È stato testato a lungo in laboratorio, poi osservando la Luna nelle ultime settimane di luglio. Infine è stato impacchettato, caricato su un furgone e trasportato dall’Italia, attraverso la Francia, fino alla Sierra de Javalambre, in Spagna. Qui, la prova finale: osservare la corona solare durante l’eclissi totale del 12 agosto.

Il team scientifico con lo strumento CISS allestito per le osservazioni dell’eclissi all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Da sinistra: Federico Landini (Inaf Torino), Fabio Frassetto (Cnr Padova), Lapo Casetti (Università di Firenze), Valeria Caracci (Inaf Torino).

Parliamo dello strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un prototipo ideato da Federico Landini dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e finanziato con un large grant Inaf nel 2024. Si tratta di un concetto ottico innovativo, per realizzare spettri di sorgenti astronomiche utilizzando una fenditura circolare a raggio variabile, al posto della classica fenditura lineare – quella degli esperimenti di fisica classica che conosciamo dai libri di scuola – e un reticolo a righe anch’esse circolari e concentriche.

Il progetto, una collaborazione tra Inaf di Torino, Cnr – Istituto di fotonica e nanotecnologie di Padova, Università di Firenze e Inaf di Napoli, prevede lo sviluppo di un prototipo di tecnologia testata e convalidata in laboratorio – quello che in gergo si chiama technology readiness level 4. Una volta validato, lo strumento, che adesso è predisposto per le osservazioni in luce visibile, potrà essere esteso anche all’ultravioletto, in vista di future missioni spaziali dedicate allo studio del Sole. Il concetto nasce infatti dalla fisica solare, ma può essere applicato a qualsiasi altra sorgente a simmetria circolare – in astrofisica, non mancano.

Federico Landini, tecnologo all’Inaf – Osservatorio Astrofisico di Torino

Per scoprire i dettagli di questo ingegnoso esperimento, abbiamo intervistato Federico Landini, che al momento si trova presso l’Observatorio Astrofisico de Javalambre, nella provincia di Teruel, una delle aree meno densamente popolate della Spagna, con cieli tra i più bui d’Europa. Insieme ad altri componenti del team scientifico, è in attesa che la meccanica celeste faccia il suo corso e, con un pizzico di fortuna, regali alla spedizione una splendida eclissi di Sole.

Dottor Landini, perché progettare e costruire un nuovo concetto di spettrografo? Non andavano bene quelli già esistenti?

«Ciss è un prototipo per studiare lo spettro della corona solare e anche la dinamica della corona, che si sviluppa su tempi scala dell’ordine di minuti, ore. Con la fenditura circolare a una certa distanza dal centro del Sole, si ottiene uno spettro completo della corona, poi cambiando il raggio della fenditura si vanno a mappare regioni a distanza diversa dal centro del Sole. Questo riduce di almeno almeno un ordine di grandezza il tempo scala necessario per ottenere uno spettro completo della corona.

L’unico spettrometro ultravioletto che ha funzionato nello spazio finora e ha dato risultati importanti è stato l’UltraViolet Coronagraph Spectrometer (Uvcs), operativo sulla missione spaziale Soho tra il 1995 e il 2009. Per mappare uno spettro della corona impiegava una giornata, perché si basava sul concetto classico di fenditura lineare che veniva spostata sulla corona in modo da misurare lo spettro di regioni a distanza diversa dal centro del Sole: poi veniva effettuata una rotazione dell’intero strumento per andare a coprire angoli diversi, e questo richiede tanto tempo».

A che cosa serve la spettroscopia solare?

«La spettroscopia della corona solare ci consente di studiare la composizione chimica della corona, da cui possiamo dedurre le abbondanze degli elementi. Una volta note quelle, è possibile andare a comprendere meglio la fisica dell’intera corona e dei fenomeni che avvengono in questa regione. La corona è la sede di tutte le esplosioni e le manifestazioni eruttive che hanno un’influenza sull’intera eliosfera, e possono influenzare da vicino anche la vita sulla Terra».

È necessario testare lo strumento durante un’eclissi di Sole?

«Dopo la validazione in laboratorio, l’ideale è testare lo strumento sul campo, osservando la sorgente astronomica di interesse, cioè la corona solare. Da terra, la corona si può osservare solo durante un’eclissi, quando la fotosfera del Sole è occultata dalla Luna, perché è molto tenue: sei ordini di grandezza più debole rispetto alla fotosfera nelle lunghezze d’onda del visibile. Si potrebbe fare anche con un coronografo, lo strumento che simula un’eclissi di Sole, ma in quel caso avremmo dovuto costruire due strumenti, il nostro prototipo più un coronografo, con gli stessi fondi. È chiaramente più facile sfruttare un’eclissi di Sole, visto che se ne verifica una in Europa proprio durante l’arco del progetto».

La luce dispersa sul piano focale dello strumento Ciss. Crediti: F. Landini (Inaf)

Com’è nata l’idea di Ciss?

«L’idea è nata quando ho capito come funziona, veramente, uno spettrometro. Partiamo da uno spettrometro lineare: ha una fenditura attraverso cui passa un pennello di luce che arriva su un reticolo lineare a righe parallele. Queste, a loro volta, disperdono l’informazione che arriva dalla fenditura su un piano. Qui, per ogni punto di quella fenditura, abbiamo una certa scomposizione della luce nelle varie lunghezze d’onda. Quando ho capito che la fenditura serve a selezionare una porzione mono-dimensionale dell’oggetto di osservazione, mi sono detto: ma perché per la corona solare non si utilizza una fenditura circolare, in modo da coprirla tutta? Riduce comunque le dimensioni a una sola e si ha uno spettro radiale anziché uno spettro lineare».

Può spiegarci meglio?

«Supponiamo di avere una fenditura circolare, anziché lineare, e di ingrandire una piccola porzione di questa fenditura fino a che non diventa lineare: il funzionamento è lo stesso. Da quel pezzettino di fenditura lineare che però fa parte della fenditura circolare arriva un pennellino di luce su una porzione lineare del reticolo circolare. Questa radiazione viene dispersa perpendicolarmente alla direzione del reticolo e quindi radialmente, perché quella porzione lineare del reticolo circolare è tanto ingrandita. Quindi sul piano focale avremo tanti cerchi concentrici, ognuno corrispondente a una riga spettrale».

Test dello strumento Ciss (Circular slit spectroscopy) sulla terrazza dell’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri, a Firenze.

Ci può raccontare i primi passi del progetto?

«C’è stato un primo prototipo di cartone che ho realizzato quattro anni fa con una scatola di risulta, in cui avevo ricavato la fenditura circolare, usando un CD come reticolo. Il concetto funzionava, così abbiamo fatto domanda ai bandi Inaf per la ricerca fondamentale, il progetto è stato finanziato e l’abbiamo finalmente realizzato. Lo strumento è stato assemblato nei laboratori Luxor del Cnr di Padova, è stato allineato ed è stata ottenuta la prima luce a giugno. Quindi lo strumento è già stato validato: funziona, produce spettri radiali sul piano focale come ci aspettavamo. È stato anche calibrato, identificando a quale lunghezza d’onda corrispondono i vari cerchi concentrici sul piano focale. A fine luglio, abbiamo fatto una serie di test di puntamento all’Osservatorio di Arcetri con la Luna, perché la Luna piena ha un’irradianza che è comparabile a quella della corona solare».

Perché avete scelto proprio questo luogo per osservare l’eclissi?

«L’Observatorio Astrofisico de Javalambre è il candidato ideale perché, oltre a trovarsi nella striscia di totalità, è a duemila metri di altezza sul livello del mare, il che riduce un po’ la probabilità di avere copertura del cielo. Inoltre facilita un po’ tutta la logistica, perché ci consente di avere accesso alle facility dell’osservatorio, di avere un piano in cui posizionare lo strumento, di avere accesso alla corrente elettrica senza doversi portare generatori. E ha una visuale aperta a occidente, dove tramonta il sole: quindi è un luogo che mette insieme diversi vantaggi».

Com’è stato il viaggio?

«Siamo partiti venerdì scorso con il furgone da Firenze, abbiamo fatto una prima tappa a metà della costa francese, poi ci siamo fermati un’altra notte a Valencia e domenica mattina siamo arrivati a Javalambre».

Adesso, in attesa della prova del nove, quali sono le attività che vi tengono impegnati?

«Siccome la zona è un po’ ventosa, abbiamo costruito un box sul piazzale dell’osservatorio, con il permesso del direttore, per proteggere dal vento lo strumento. In queste notti siamo impegnati con il modello di puntamento, ci stiamo preparando osservando alcune stelle note, testando qualche qualche sequenza osservativa. E poi si spera che non sia nuvoloso il giorno dell’eclissi!».

E il futuro?

«Il prototipo al momento è stato realizzato nelle lunghezze d’onda del visibile, perché è più facile da assemblare in laboratorio, non c’è bisogno di andare in vuoto. L’idea è, una volta validato il principio, rifare un altro prototipo, però dedicato all’ultravioletto. La corona solare, per via della sua temperatura di milioni di gradi, ha uno spettro di emissione particolarmente importante nell’ultravioletto. Questo ci permetterà di proporre una futura missione spaziale con uno strumento di questo tipo a bordo: mi piacerebbe iniziare con una missione piccola, per esempio un razzo sonda, per dimostrare che tutto funziona, e poi passare a una missione più importante, come una small o medium class dell’Agenzia spaziale europea».

Lorenzo Cocola dell’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr di Padova con lo strumento Ciss, integrato nei laboratori Luxor. Crediti: F. Landini (Inaf)

Metterete in campo lo strumento anche durante la prossima eclissi di Sole, quella del 2 agosto 2027?

«L’eclissi del 2027 avviene allo zenit e dura oltre sei minuti, quindi è una bella eclissi, una delle più lunghe del secolo. Peraltro interessa zone in cui c’è pochissima nuvolosità, nel Nord Africa. Sono zone con tanto sole, anche se magari logisticamente sarà più difficile organizzare una spedizione. Se riusciremo a ottenere dei fondi, chiaramente proveremo lo strumento anche nel 2027».

Guarda l’intervista a Chiara Casini e Valeria Caracci sul canale Youtube di Media Inaf:

 


Per saperne di più:

  • Leggi su Proceedings of the Spie l’articolo “Design of a circular slit spectrometer” di Federico Landini, Fabio Frassetto, Valeria Caracci, Lorenzo Cocola, Lucia Abbo, Vincenzo Andretta, Chiara Casini, Alberto Riva, Silvano Fineschi, Maurizio Pancrazzi, Marco Romoli, Paola Zuppella

Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

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Ventisette anni dopo

L’11 agosto del 1999 si è verificata l’ultima eclissi di Sole visibile da non trascurabili porzioni del territorio europeo. Dall’Italia la Luna ha occultato solo parzialmente la nostra stella. La percentuale di oscuramento variò tra il 95 per cento nel nord della penisola e il 65 per cento nelle isole maggiori.

Noi cosa facevamo in quei giorni lontani, sul finire degli anni ‘90? Era estate e un giovane Cremonini mechato di rosso imperversava in radio conducendoci su fiabeschi colli bolognesi, favolosi per me, bimbetta di otto anni cresciuta nella provincia barese, per la quale una città del Nord si collocava alla stessa inaudita distanza di una galassia lontana, e nell’inconsapevolezza di noi tutti che mai avremmo giurato che quel pezzo ci saremmo ritrovati a ballarlo a ogni compleanno, matrimonio, festa qualsiasi nei ventisette anni successivi.

Copertina dell’album “Ciao” (1999) di Lucio Dalla (Pressing)

Interrogato rispetto all’album “Ciao”, uscito nel settembre del ’99, Lucio Dalla non mancò di citare l’eclissi, tra gli avvenimenti che scandirono quella fine di millennio: «Ciao alla confusione, ciao al secolo che finisce: con tutto quello che è successo quest’anno, guerre, eclissi, terremoti, vittime, previsioni di fine del mondo, tutto come un groviglio multimediale, uno scontro di luci… ed io lì, nel centro, ad intercettare ogni cosa, perché non potrei mai restare passivo o indifferente».

L’eclissi avvenne alle undici di un mercoledì mattina.

Di come mi apparve il fenomeno e di quale emozione provocò in me, non ricordo nulla. Quello che ricordo benissimo invece fu lo sforzo per procacciarsi un dispositivo che consentisse la visione dell’attesissimo evento. Dispositivo che nel mio caso consistette in un vetro da saldatore, sfoggiato con orgoglio da mia sorella sulla tovaglia immacolata a fine pranzo, e che ci aveva procurato il giorno prima Giovanni, il meccanico nostro vicino di casa. Quella mattina, come ogni giorno di quelle estati a ridosso del 2000, stavo giocando con altri bambini per la strada quando rincasai per assistere al prodigio. Bisognava esserci quel giorno, questo ricordo. Voi dov’eravate?

Particolare dell’Estadio Municipal de Riazor, stadio della squadra di casa, il Deportivo La Coruña. Crediti: F. Loiacono

Ventisette anni dopo a La Coruña tira aria di vigilia. Quando stamattina ho aperto gli occhi, il cielo era compatto, londinese. Adesso timidi raggi di sole stanno aprendosi varchi sempre più significativi, e congiuntamente a essi si avverte una crescente quota di umidità. Per domani, le previsioni parlano di cieli incerti. Sereno, foschia, nubi basse, sereno, questa fastidiosa incostanza è quel che riportano noti siti web sulle condizioni meteorologiche. Io sto andando a fare un sopralluogo dalle parti della Torre de Hércules, un faro di costruzione romana e, leggo su Wikipedia, il più antico al mondo ancora in funzione, per verificare che la zona circostante sia adeguata alla visione dell’eclissi. Il receptionist del complesso di appartamenti in cui soggiorno mi ha suggerito Monte de San Pedro come invitante punto di osservazione, dalla parte opposta della città. Secondo lui ci vuole una mezz’ora di ascesa, ma dato che ieri mi ha riferito un tempo per raggiungere il supermercato che poi, nella pratica, si è rivelato il triplo dello stesso, guardo il suo consiglio con una certa ritrosia.

Ieri sera, sfinita dai passi, dall’ansia di perdere la coincidenza all’aeroporto di Madrid causa vicissitudini Schengen, e dalle cinque ore di sonno della notte precedente, ritrovavo me stessa cenando in un posto denominato El Templo del Gol, situato evidentemente nei paraggi dello Stadio Riazor, santuario del Deportivo La Coruña. Mangio polpette di jamón serrano mescolato a un formaggio indecifrabile mentre assisto all’ossimoro dato da cinque attempate signore, manifestamente più vispe della sottoscritta a partire dai vestitoni coloratissimi sfoggiati al tavolo di fronte, dinanzi a copiosi quantitativi di birra e un gioco di carte non identificato, mentre i Daft Punk sullo schermo in alto suonano a bomba questo pezzo qui. Pezzo cui segue una ballata – a me ignota quanto i suoi esecutori – della band messicana Maná, il cui frontman, mi auguro per stanchezza, avevo confuso con un giovane Gianluca Grignani.

Quando esco è ancora giorno e la città anche a uno sguardo disattento si rivela spalmata di manifesti che anticipano l’evento di domani. Alle fermate degli autobus sovente capita di imbattersi in una locandina dell’Odissea che stranamente non è quella di Nolan ma una rivisitazione in chiave eclittica.

Tipico manifesto alle fermate degli autobus di La Coruña. Crediti: F. Loiacono

Le librerie non sono da meno, sfoggiando per l’occasione un vasto repertorio astronomico in vetrina.

Vetrina di una libreria di La Coruña. Crediti: F. Loiacono

C’è chi mercoledì pomeriggio chiude tutto per andare a vedere l’eclissi, come annuncia, con relative scuse, il foglio affisso davanti a un centro scommesse.

L’annuncio affisso davanti a un centro scommesse in vista dell’eclissi. Crediti: F. Loiacono

Un signore in camicia hawaiana, che scopro essere Fernando Romay, star della pallacanestro spagnola degli anni ‘80, ci invita a seguire l’eclissi sull’emittente locale Televisión de Galicia. Mi aiuto con Google Translate per decifrare quel che dice al riguardo La Voz de Galicia, quotidiano spagnolo che ha sede proprio a La Coruña: «L’ombra dell’altissimo giocatore di basket galiziano (2,13 metri) è identica all’ombra che l’eclissi proietterà in Galizia il 12 agosto.»

Un manifesto della campagna pubblicitaria sull’eclissi della Televisión de Galicia. Crediti: F. Loiacono

Infine, rimanendo in tema di grandi eventi, non mancano attestazioni dell’ultimo mondiale vinto, benché in verità mi aspettassi di trovarne molte di più. Di questa merceria del centro città certamente l’allestimento più laborioso.

Una merceria nel centro di La Coruña ricostruisce le fasi che hanno portato alla vittoria della Spagna nell’ultimo mondiale. Crediti: F. Loiacono

Il receptionist mi ha comunicato che la struttura è colonizzata da persone giunte a La Coruña apposta per l’eclissi – su quest’affermazione non ho ragione di dubitare.

Su Instagram vengo intercettata da Lorenzo, Francesco e Simone, che sono arrivati questa mattina da Genova. Hanno viaggiato tutta la notte per essere qui. Dicono che a Ferrol il cielo dovrebbe essere sgombro da nubi basse durante l’eclissi. E che La Coruña, pur essendo vicina, è molto più a rischio.

Intanto che butto giù queste righe il cielo si è aperto, benché si scorga una lieve foschia diffusa. Ieri guardavo il Sole intorno alle 20 e 20 risplendere sopra lo stadio, ignaro che domani più o meno alla stessa ora qualcuna gli ruberà la scena. Fosse stata ieri, l’eclissi, sarebbe stato perfetto. Ma domani è domani. Nell’incertezza che ammanta la città, e sempre affligge e ravviva le umane vicende, una cosa è certa. Vogliamo esserci. Come nel ’99.


Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

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L’esplosione del buco nero a 300mila anni luce

Un team di ricerca guidato dall’Università di Tohoku, in Giappone, ha scoperto che i venti generati dai buchi neri supermassicci al centro delle galassie sono cento volte più potenti di quanto si pensasse e trasportano energia a distanze di circa 300mila anni luce. Lo studio, pubblicato due settimane fa sulla rivista Nature Astronomy, dimostra come questi venti influenzino una vasta distesa di spazio ben al di fuori delle galassie in cui risiedono i buchi neri che li originano.

Rappresentazione artistica della struttura gerarchica dell’Universo, da un gruppo di galassie a una singola galassia e al buco nero supermassiccio al suo centro. Sebbene un buco nero sia oltre 100 milioni di volte più piccolo del raggio della sua galassia ospite, esso svolge un ruolo fondamentale nella regione centrale della galassia stessa. Crediti: Tohoku University

«I buchi neri sono noti soprattutto perché risucchiano la materia, ma espellono anche gas sotto forma di potenti venti», spiega Satoshi Yamada dell’Università di Tohoku, primo autore del lavoro. «Si pensava che questi venti rimanessero confinati all’interno della galassia, ma il nostro studio ha rivelato che la loro forza è immensamente più potente di quanto compreso finora». 

Il team di ricerca ha osservato l’attività del quasar H1821+643, situato nella costellazione del Dragone a circa 3,4 miliardi di anni luce dalla Terra, grazie ai dati del satellite per l’astronomia X Xrism della Jaxa. Il buco nero supermassiccio, in rapida crescita, si trova proprio al centro dell’ammasso di galassie e genera turbolenza nel gas caldo circostante che emette raggi X. Il team è riuscito a determinare con precisione il movimento del gas analizzando le linee di emissione degli ioni di ferro.

Illustrazione artistica che mostra un’esplosione generata da un buco nero supermassiccio nascosto al centro di una galassia, la cui energia si propaga oltre la galassia stessa fino all’ambiente del gruppo galattico circostante. L’illustrazione raffigura il trasporto di un’enorme quantità di energia — equivalente a diverse centinaia di miliardi di esplosioni di supernove — nello spazio circostante, innescando il movimento violento del gas caldo che si estende fino a distanze di circa 300mila anni luce. Crediti: Tohoku University

Le osservazioni ad alta precisione condotte dal satellite Xrism hanno rivelato che il gas ad alta temperatura che circonda il buco nero non rimane statico, ma si disperde violentemente su un’ampia area a causa della turbolenza. I ricercatori hanno inoltre confermato che il flusso di gas si estende oltre la galassia ospite, raggiungendo distanze di circa 300mila anni luce. La quantità di energia coinvolta nella turbolenza risulta essere circa cento volte superiore rispetto alle stime precedenti ed equivalente a diverse centinaia di miliardi di esplosioni di supernove – le esplosioni che si verificano quando le stelle di grande massa raggiungono il termine della loro vita.

Per la prima volta è stato possibile dimostrare che i buchi neri supermassicci influenzano il più ampio ambiente cosmico attraverso un’onda d’urto di straordinaria potenza. Questi oggetti sono motori fondamentali dei flussi di gas e della dinamica spaziale, in grado di trasportare immense quantità di energia verso diverse regioni del cosmo. 

In futuro, nuove osservazioni permetteranno di studiare l’effetto di altri buchi neri sull’ambiente circostante e di chiarire le modalità con cui la materia e gli elementi chimici circolano nell’universo.

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Oltre le nuvole, in volo per studiare l’eclissi

L’eclissi totale del 12 agosto non passa per l’Irlanda. L’isola verde è posizionata molto bene per osservare l’eclissi parziale, con percentuali di oscuramento del Sole che variano dal 93 per cento di Belfast al 97 per cento nell’isola di Valentia, a sud-ovest. Ma per raggiungere la zona di totalità, bisogna inoltrarsi nell’Oceano Atlantico, trecentocinquanta chilometri a ovest della costa occidentale d’Irlanda. È quello che farà un team di ricercatori e ricercatrici irlandesi e italiani, osservando l’eclissi da una postazione decisamente singolare: un Airbus C295 dell’Aeronautica Militare Irlandese, che sorvolerà la fascia di totalità al largo della costa occidentale dell’Irlanda.

La striscia di totalità dell’eclissi del 12 agosto 2026. Crediti: TimeAndDate

Il cuore della spedizione è un telescopio chiamato E-CorMag, sviluppato dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Torino e l’Università di Firenze, in collaborazione con l’Osservatorio astronomico della Valle d’Aosta, per studiare il campo magnetico della corona solare. L’aereo è dotato di un finestrino apribile (bubble window, in inglese) che permette le misurazioni con un telescopio. In questo modo, lo strumento non dovrà guardare attraverso il finestrino dell’aereo, che introduce distorsioni ottiche sulle immagini. La durata dell’eclissi inoltre si allunga di qualche secondo.

Gerardo Capobianco dell’Inaf – Osservatorio astrofisico di Torino

Per saperne di più, Media Inaf ha raggiunto Gerardo Capobianco, che al momento si trova in Irlanda dove, insieme ai colleghi Lucia Abbo e Hervé Haudemand dell’Inaf di Torino e alle controparti irlandesi del Dublin Institute for Advanced Studies, Trinity College Dublin, Technological University Dublin e Irish Air Corps, sta per prendere parte a questa avventurosa missione scientifica.

Dottor Capobianco, qual è l’obiettivo della spedizione?

«Lo strumento E-CorMag è stato disegnato per permettere osservazioni della corona solare in una delle sue righe più brillanti nello spettro visibile, quella del ferro ionizzato 13 volte (Fe XIV). La stessa riga viene misurata in orbita dalla missione Esa Proba-3 tramite il coronografo Aspiics. Le misure durante l’eclissi permetteranno quindi una cross-calibrazione molto accurata delle misure fornite da Aspiics. Ma non ci limiteremo a questo. Infatti lo strumento E-CorMag, a differenza di Aspiics, permette anche misurazioni della polarizzazione della riga del ferro. Ed è proprio misurando la polarizzazione della luce che potremo mappare la struttura del campo magnetico coronale. Il campo magnetico è la chiave per svelare uno dei più grandi enigmi della fisica solare moderna: perché la corona solare è centinaia di volte più calda della superficie del Sole?».

Sono già state fatte osservazioni scientifiche di un’eclissi a bordo di un aereo?

Il team dell’esperimento, con lo strumento E-CorMag (in primo piano) al Dunsink Observatory, in Irlanda. Lucia Abbo è la terza da sinistra; Gerardo Capobianco è il secondo da destra (cliccare per ingrandire)

«Le osservazioni da aereo sono diventate abbastanza comuni dagli anni Settanta in poi. Volare in quota offre diversi vantaggi: permette di spostarsi dove il meteo o la visibilità sono migliori, di seguire l’ombra dell’eclissi per estenderne la durata — un gruppo francese nel 1973 riuscì a inseguirla per ben 70 minuti a bordo di un Concorde supersonico — e di effettuare misure nell’infrarosso altrimenti impossibili da terra, dove questa luce viene assorbita dall’atmosfera. Lo stesso gruppo irlandese con cui collaboriamo ha già condotto una spedizione simile su un aereo dell’Aeronautica Militare Irlandese durante l’eclissi del 2015 utilizzando camere reflex digitali. Questa volta, invece, porteremo a bordo uno strumento scientifico più complesso, con l’aspettativa di raccogliere dati di ottima qualità».

Perché è così importante osservare il Sole durante un’eclissi totale?

«I pochi minuti della totalità durante un’eclissi solare sono gli unici momenti in cui la corona solare si mostra in tutto il suo splendore in modo naturale, senza che il disco solare l’accechi. Per la fisica solare è una vera e propria corsa contro il tempo: lavoriamo per anni per progettare e calibrare strumenti di precisione che poi avranno solo una manciata di minuti per funzionare alla perfezione. Un’eclissi totale è veramente un’occasione unica per fare da Terra misure ad altissima risoluzione che altrimenti sarebbero impossibili».

Il telescopio E-CorMag. Crediti: Inaf

Ci parli dello strumento E-CorMag.

«E-CorMag è un telescopio compatto di 50 millimetri di apertura e 500 millimetri di focale, equipaggiato con un rivelatore Ccd di classe scientifica. Ma il suo vero “cuore” sta nei filtri e nel polarimetro, che prendono in prestito le tecnologie di due grandi missioni spaziali: i filtri sono gli stessi del coronografo Aspiics a bordo di Proba-3, mentre il polarimetro deriva direttamente dallo strumento Metis su Solar Orbiter di Esa/Nasa. Lo strumento è progettato per catturare la luce polarizzata emessa sia dalla “riga verde” del ferro (Fe XIV a 530.3 nm) sia dal continuo della corona solare (540-570nm). Facendo passare solo questi specifici fotoni, E-CorMag ci permette di ricavare la direzione del campo magnetico coronale. Abbiamo già testato l’esperimento durante l’eclissi del 2024: lo strumento ha mostrato tutto il suo potenziale, anche se le condizioni meteo e alcuni imprevisti hanno reso l’analisi dei dati particolarmente complessa. Questa nuova spedizione è l’occasione perfetta per perfezionare il lavoro e raccogliere le informazioni sul campo magnetico coronale».

Che cosa sperate di scoprire sul campo magnetico solare?

«Il campo magnetico solare è un ingrediente fondamentale per investigare il problema del riscaldamento della corona, come già detto, ma anche per comprendere tutta la dinamica del vento solare e delle eruzioni solari. Mentre sono possibili misure del campo magnetico fotosferico sulla superficie del Sole, quelle coronali sono ricavate da diagnostiche che richiedono segnali collegati alla polarizzazione non facili da acquisire. Quindi con le nostre misure saremo in grado di determinare la direzione del campo magnetico, misure molto utili per la topologia del campo stesso e per dare vincoli ai modelli di campo magnetico».

L’aereo dell’aeronautica militare irlandese. Crediti: Irish Air Corps

Come opererete lo strumento a bordo del volo?

«Lo strumento verrà montato di fronte a un finestrino che durante la parzialità verrà aperto per poter affinare il puntamento e poter acquisire dati di ottima qualità, senza che il finestrino introduca distorsioni ottiche e polarimetriche. Durante la fase di avvicinamento, un filtro solare proteggerà il telescopio; lo rimuoveremo nell’istante del diamond ring (l’effetto chiamato “anello di diamante” che precede la totalità). Questa operazione, inclusa la stabilizzazione del gimbal (la struttura di imbrago) per annullare le vibrazioni, richiede circa 5 secondi. Da quel momento parte la sequenza osservativa vera e propria: acquisiremo circa 70 immagini della corona a tempi di esposizione differenti per ottimizzare il segnale in tutte le sue zone e con i diversi filtri e diversa polarizzazione. È una manovra che richiede una sincronia perfetta con i piloti, i quali dovranno inclinare leggermente l’aereo (manovra di roll), mantenendo invece il puntamento, per evitare che la scia dell’ala e i gas di scarico finiscano nel nostro campo visivo. La missione prevede due check-point decisionali: a 60 e a 15 minuti dalla totalità, per verificare le condizioni meteo ed eventualmente correggere la rotta all’ultimo secondo per assicurarci un cielo del tutto limpido. La nostra campagna di misura, tuttavia, continuerà anche dopo la fine della fase di totalità, quando acquisiremo, con il filtro solare installato nuovamente, i dati di calibrazione».

Lo strumento E-CorMag montato nell’imbrago al Dunsink Observatory, in Irlanda. Crediti: L. Abbo (Inaf)

C’è sinergia tra il vostro esperimento e le missioni spaziali che studiano il Sole in orbita?

«C’è una connessione strettissima. Si può dire che E-CorMag sia un ponte tra terra e spazio per diversi motivi, innanzitutto per la tecnologia condivisa. Lo strumento usa componenti chiave derivati direttamente dai prototipi di Proba-3 (i filtri) e di Solar Orbiter (il polarimetro di Metis). Proprio per questa sinergia, si potrà fare una cross-calibrazione: osservare la corona contemporaneamente dall’aereo e dall’orbita ci permette di “tarare” gli strumenti spaziali come Aspiics su Proba-3 con un livello di accuratezza impossibile in altri momenti. Ma il nostro esperimento non solo ha sinergie con queste due missioni spaziali, ma anche complementarità: mentre le sonde spaziali ci danno una visione globale e continua della corona, E-CorMag aggiunge la misura della polarizzazione della riga verde del ferro. Unendo le due cose, riusciremo a ricostruire la morfologia del campo magnetico coronale».

Tutto pronto, dunque. Ormai l’ultima parola, come sempre in questi casi, spetta al meteo…

«Speriamo nel bel tempo, ovviamente, e che nel punto che abbiamo scelto come target per queste osservazioni non ci siano nuvole, o che almeno siano al di sotto della nostra quota di volo, altrimenti ci sposteremo di qualche chilometro per bucare le nuvole. È uno dei motivi per cui andiamo sull’aereo: andare oltre le nuvole».


Guarda l’intervista a Lucia Abbo sul canale Youtube di Media Inaf:

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Pubblicato il nuovo Science Book di Skao

Undici anni dopo la pubblicazione della prima edizione, l’Osservatorio Ska (Skao) presenta un nuovo Science Book, intitolato Advancing Astrophysics with the Ska – II. Il volume, organizzato in 221 capitoli, non si limita a documentare la portata della ricerca astronomica che sarà possibile condurre con i telescopi Ska: aggiorna gli obiettivi scientifici del progetto e delinea alcune delle principali scoperte attese nel prossimo futuro grazie alle osservazioni dei radiotelescopi Ska-Mid e Ska-Low, attualmente in costruzione rispettivamente in Sudafrica e nell’Australia Occidentale.


La locandina dello Science Book di Skao 2026. Crediti: Skao

L’opera testimonia anche la dimensione internazionale del progetto: oltre 1500 autori provenienti da 51 paesi hanno contribuito alla sua realizzazione. Tra questi, la comunità scientifica italiana si distingue per il ruolo di primo piano, tanto che l’Italia è il paese con il maggior numero di contributi al volume.

«La pubblicazione di questo secondo volume segna un passaggio fondamentale nella definizione degli obiettivi scientifici che l’Osservatorio Ska affronterà nel prossimo decennio e pone le basi per le prime campagne osservative finalizzate a verificare le prestazioni scientifiche dei telescopi», dice Isabella Prandoni dell’Inaf – Istituto di radioastronomia di Bologna, spokesperson Skao per la Direzione scientifica dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf).

Infografica sulla percentuale di autori per Paese per la nuova edizione del Science Book di Skao. Crediti: Skao

I dati sul contributo del nostro paese, che schiera oltre 230 coautori, evidenziano una solida leadership scientifica. «I nostri ricercatori», osserva Prandoni, «rappresentano quasi il 15 per cento del totale dei coautori e figurano come primi autori in circa il 20 per cento dei capitoli (45), posizionando l’Italia al primo posto per partecipazione complessiva». Questo dato non riflette soltanto l’ampio coinvolgimento della comunità scientifica italiana nel progetto, «ma dimostra la solidità e la trasversalità delle competenze delle nostre ricercatrici e dei nostri ricercatori, che coprono uno spettro estremamente ampio di tematiche – dalle origini cosmologiche all’evoluzione della struttura a grande scala dell’universo; dallo studio delle galassie alla caratterizzazione dei buchi neri; dalla fisica del mezzo interstellare all’evoluzione delle popolazioni stellari; dall’astrobiologia ai fenomeni transienti e alle onde gravitazionali».

Infografica con le statistiche sul Science Book di Skao, Advancing Astrophysics II. Crediti: Skao

Gli articoli sono suddivisi in sei macro-sezioni: Sole, Terra e pianeti; formazione ed evoluzione delle stelle; dalla Via Lattea alle galassie remote; il cosmo; l’universo estremo; metodi e tecniche. «La nostra ricerca esplora l’universo in ogni regime fisico e a qualsiasi scala, facendo leva sulla sensibilità senza precedenti dei telescopi Ska, sulla rapidità con cui riescono a scandagliare il cielo e sull’alta qualità delle immagini che producono, oltre a sfruttare le importanti sinergie con le principali infrastrutture osservative internazionali», sottolinea Anna Bonaldi, Head of Scientific Services di Skao.

«È un risultato», conclude Prandoni, «che conferma la maturità della radioastronomia italiana e pone le basi per un suo ruolo strategico e di leadership in vista della futura fase operativa dell’Osservatorio Ska».

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Svelata la natura del superammasso della Vela

Un team internazionale di astronomi, con la partecipazione dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), ha messo in luce nuovi dettagli di una gigantesca struttura dell’universo, a lungo rimasta invisibile perché nascosta dalle stelle e dalle fitte coltri di polveri presenti nella Via Lattea. Grazie a un’innovativa tecnica ibrida che incrocia diverse tipologie di dati sulle galassie, le ricercatrici e i ricercatori sono riusciti a mappare l’effettiva portata del Superammasso della Vela — a oggi riconosciuto come uno dei più imponenti agglomerati di materia del cosmo a noi vicino.

Mappa dell’Universo locale che evidenzia i principali superammassi. Vela, un’imponente struttura nascosta, si trova sulla sinistra. L’immagine mostra come le galassie fluiscono nello spazio e i “bacini” su larga scala che le incanalano. Crediti: Jérôme Léca, Rsa Cosmos

Per decenni una parte importante dell’Universo è rimasta praticamente invisibile agli astronomi. È la cosiddetta zona di evitamento (zone of avoidance, in inglese), ossia la fascia di cielo nascosta dal disco della nostra galassia, in cui polveri e stelle impediscono di osservare direttamente le galassie più lontane. Proprio dietro questo “velo” cosmico si cela una delle strutture più imponenti dell’universo vicino.

Lo studio, accettato per la pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics, mostra infatti che il superammasso della Vela emerge come una delle principali concentrazioni di massa del cosmo locale, con una massa paragonabile a quella del Superammasso di Shapley e superiore a quella della regione di Laniakea, il superammasso che ospita la Via Lattea.

«Questa scoperta colma una lacuna nella nostra mappa dell’universo vicino», dice Sambatra Rajohnson, ricercatrice dell’Inaf e tra gli autori dello studio. «Ciò che è particolarmente entusiasmante è che, per la prima volta, una grande struttura gravitazionale nascosta dietro la nostra galassia è stata svelata grazie alla sinergia di osservazioni radio sensibili e indagini astronomiche complementari ad altre lunghezze d’onda».

L’universo locale mappato in 3D con i principali superammassi. A sinistra emerge il Superammasso della Vela. Le linee di flusso tracciano i percorsi delle galassie, mentre i bacini cosmici circostanti evidenziano le regioni in cui la materia si accumula. Crediti: Jérôme Léca, Rsa Cosmos

La nuova ricostruzione mostra che il Superammasso della Vela possiede una struttura a doppio nucleo e una massa complessiva stimata in circa 340 milioni di miliardi di masse solari. Si estende per oltre 220 milioni di anni luce: un’estensione quasi quattromila volte superiore al raggio della Via Lattea, che misura circa 55mila anni luce. I ricercatori mostrano inoltre come Vela rappresenti oggi uno dei principali “attrattori gravitazionali” dell’universo locale, esercitando un’influenza paragonabile a quella delle più grandi strutture cosmiche conosciute.

Il risultato è stato ottenuto integrando migliaia di nuove misure di redshift – lo spostamento della luce verso il rosso, che fornisce la distanza e, dunque, la distribuzione 3D delle galassie – con le velocità peculiari, ossia le deviazioni dal moto dovuto alla sola espansione cosmica. Queste velocità rivelano infatti l’azione gravitazionale esercitata dalla materia visibile e oscura. La combinazione dei due insiemi di dati ha consentito di ottenere la ricostruzione tridimensionale e dinamica più completa mai realizzata della zona di evitamento.

Un ruolo determinante è stato svolto dai dati radio raccolti con il radiotelescopio MeerKat, in Sudafrica. Tra gli oltre ottomila nuovi redshift utilizzati nello studio, più di duemila derivano infatti da osservazioni interferometriche ad alta sensibilità che hanno permesso di esplorare la parte più nascosta della zona di evitamento, finora sostanzialmente inaccessibile.

Lo studio dimostra anche l’efficacia di un nuovo approccio di ricostruzione tridimensionale che integra osservazioni di natura diversa. Questa metodologia sarà particolarmente importante per sfruttare appieno i grandi censimenti cosmologici della prossima generazione, come Desi, 4Most e Wallaby, che produrranno milioni di nuove misure della distribuzione delle galassie nell’universo.

Per l’Inaf il risultato conferma il ruolo di primo piano della radioastronomia italiana nelle grandi collaborazioni internazionali dedicate alla cosmologia osservativa e allo studio della struttura su larga scala dell’universo. L’esperienza maturata nell’analisi dei dati di MeerKat, a cui contribuisce anche l’Inaf con il potenziamento MeerKat+ e l’implementazione della banda 5B con il progetto Pnrr Stiles, costituisce inoltre una tappa fondamentale in vista delle future osservazioni con l’Osservatorio Ska (Skao), che sarà il più grande radiotelescopio mai realizzato e destinato a rivoluzionare la nostra conoscenza del cosmo, attualmente in costruzione in Sudafrica e in Australia Occidentale.

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Quando ci si mette in viaggio per qualcosa

Mentre mi dirigo verso La Coruña, nel nord della Spagna, con l’intento di documentare l’eclissi totale della nostra stella che si verificherà dopodomani sera, rifletto su tutte quelle volte in cui ci si mette in viaggio per qualcosa. Nello specifico, qualcosa di non facile realizzazione. Quando, insomma, si parte e ci si arrischia in tentativi azzardati, imprese di dubbia natura, al limite dello sfacciato, spedizioni senza promesse di riuscita.

Passeggeri in partenza all’aeroporto di Bari-Palese. Noto è il luogo da cui si parte – a volte, nemmeno quello. Quale, invece, la destinazione? Crediti: F. Loiacono/Media Inaf

Questo mi ha riportato ai miei diciott’anni, all’ardimentoso viaggio che intrapresi con mio padre da Bari a Firenze per assistere a Fiorentina-Liverpool, partita di calcio nella fase a gironi di Champions League, in un giorno d’autunno di un remoto 2009. Meno di dieci giorni prima la Fiorentina era capitolata all’Olimpico sotto i colpi di Totti e De Rossi. Il Liverpool era quello di Torres, Gerrard e Mascherano, e non serve aggiungere altro.

Questo viaggio – quello di oggi – mi fa pensare a quell’altro perché ciò che li accomuna è l’esito improbabile che si va cercando. All’epoca: una vittoria contro una delle massime espressioni del calcio inglese e internazionale. Stavolta, l’ambizione di assistere all’oscuramento del nostro astro da parte del disco lunare, al crepuscolo di un giorno di agosto. Fenomeno che a La Coruña si verificherà alla miserabile altezza di dodici gradi sull’orizzonte, e pertanto facilmente esposto a un’ulteriore eclissi da parte di innumerevoli ostacoli terrestri. Esperienza che viene ricercata non in un luogo asciutto, in qualche zona dell’entroterra spagnolo, certamente più consona a cieli tersi – e dove, avvedutamente, mi pare si stiano recando tutti quelli a cui chiedo – ma in una città esposta ai capricci dell’Oceano Atlantico. Località eletta in maniera assolutamente non ponderata – come la maggior parte delle scelte compiute dalla sottoscritta, forse per una sorta di avversione ai calcoli attenti, calcoli su cui il mio lavoro di astronoma si basa, e che mi è necessario abolire in tutte le altre faccende della mia vita – se non per il fatto di trovarsi nella fascia di totalità, e per il desiderio di realizzare un reportage sull’evento astronomico in un luogo di mare.

In verità, la pur esigua altezza dell’eclissi sull’orizzonte è maggiore di otto gradi rispetto al sud della Spagna, il che rende La Coruña uno dei posti geometricamente meglio disposti per la contemplazione del fenomeno nella penisola iberica. Se favorita dalla geometria, meno giova alla città galiziana la posizione oceanica. Ubicazione in virtù della quale è altamente probabile che l’umidità si manifesti, la foschia all’orizzonte si stenda spietata, un addensarsi di nuvole incomba, o che qualche altro fatto cospiri alla mancata visione di un evento che sarà obiettivamente difficile da osservare, anche ponderando tutto – perlomeno dalla Spagna, per gli elementi detti sopra. Ma pure dall’Islanda, certamente più fortunata in termini di altezza dell’allineamento astronomico in oggetto, ma molto meno, almeno sulla carta, in fatto di cieli sereni.

Le probabilità di riuscita sono minime. E ciononostante si parte comunque. Quante volte lo abbiamo fatto?

La mia modesta impresa me ne ricorda un’altra, ben più ambiziosa e che pure attiene a fatti astronomici, impresa mirabilmente raccontata da Leonardo Piccione in un libro di qualche anno fa – una recensione si legge qui. Quella dell’astronomo Guillaume Le Gentil, che si recò in luoghi remoti per osservare un fenomeno che in verità a un’eclissi rassomiglia assai. In astronomia viene detto transito, ovvero il passaggio di un corpo celeste – nella fattispecie, il pianeta Venere – davanti a un altro corpo celeste – il Sole, nella vicenda raccontata, come nell’eclissi di dopodomani. La posta in gioco era altissima: la misura di Le Gentil avrebbe portato niente meno che alla stima, ignota nel Settecento, delle dimensioni del Sistema solare.

Due volte ebbe la possibilità di mirare l’agognato evento e due volte la mancò. Burrasche, conflitti, personaggi ostili e una «nuvola fatale» fra gli elementi che congiurarono alla mancata visione del passaggio di Venere sul disco solare. Lo sventurato astronomo nei suoi diari annoterà: «Questo è il fato che talvolta attende gli astronomi. Avevo percorso più di diecimila leghe, attraversato innumerevoli mari. Mi ero esiliato dalla mia patria per essere infine spettatore di una nuvola fatale che venne a piazzarsi davanti al sole nel momento esatto delle mia osservazione, per derubarmi dei frutti delle mie pene e delle mie fatiche…»

Cosa impariamo dalle nostre imprese mancate? Dal disallineamento fra esito e aspettativa? Dall’ineliminabile sfasatura fra le nostre manie di perfezione e gli individui maldestri che siamo? Dal dover accettare che ogni misura, anche la più accurata, è soggetta ad un errore?

Pur risiedendo a Bologna da oltre un decennio, il luogo di partenza è Bari, la mia città natale. Come quella volta. Diciassette anni dopo mio padre mi saluta sulla porta di casa.

Quella volta a Firenze, come forse qualcuno rammenterà, la partita si concluse con un invaticinabile 2 a 0 da parte della Fiorentina, in un’irripetibile notte di fine settembre. Per me fu gioia immensa dopo uno dei periodi più bui della mia vita. Soprattutto, fu capire che gli esiti non sono già scritti, ma che si possono costruire. E che partire, provare, anche trasferte scellerate come quella – agli occhi dei miei compagni di classe di un liceo del centro di Bari, nell’anno di rinfervorato e straripante entusiasmo attorno alla squadra cittadina, neopromossa in Serie A dopo otto anni – trasferte scellerate agli occhi dei miei compagni ma mai ai miei, vale sempre la pena. Forse è facile dirlo dopo una vittoria. E forse un po’ ci ho preso il vizio.

«Hai vinto al Superenalotto, Federì».

Come finirà questa volta?


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Totalità. Diario di un’eclissi di Sole

La cover di Totalità. Crediti: Davide Coero Borga/Inaf

Cinque giorni, migliaia di chilometri e un’eclissi totale di Sole. La prima nel cuore dell’Europa da ventisette anni. Un’eclissi difficile, di durata relativamente breve – un minuto e mezzo, poco meno o poco più – e per giunta al tramonto. Basta una nuvoletta all’orizzonte a rovinare lo spettacolo.

Sono gli ingredienti di Totalità, un podcast dell’Istituto nazionale di astrofisica ideato e realizzato da Federica Duras e Claudia Mignone – astrofisiche, divulgatrici scientifiche e per l’occasione inviate speciali dalla Spagna per raccontare come si vive, oggi, un’eclissi totale di Sole.

Tutto inizia dalla valigia: cosa portare, a partire dagli occhialini certificati per proteggere la vista (mai osservare a occhio nudo il Sole, intonso o eclissato che sia – l’avrete certamente sentito ripetere più d’una volta negli ultimi giorni), spaziando poi tra macchine fotografiche, filtri, cavalletti e altri strumenti per tentare di immortalare il tanto sospirato evento.

Questo diario di viaggio tutto da ascoltare seguirà le due protagoniste dall’Italia, passando per Valencia, fino all’Aragona, sulle tracce delle antiche spedizioni ottocentesche che dislocavano gli astronomi in giro per il mondo a caccia di qualche minuto di totalità, per cercare di carpire i segreti del stelle partendo da quella a noi più vicina – il Sole. E se tanti misteri cosmici sono ormai stati svelati, molti altri restano ancora irrisolti: è per questo che le eclissi solari continuano a suscitare, ancora oggi, nel 2026, non solo il fascino generale ma anche l’interesse della comunità scientifica. Come quello della spedizione di astrofisici italiani che osserverà il fenomeno il prossimo 12 agosto dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, a duemila metri di quota, nella provincia spagnola di Teruel, per sperimentare un nuovo, ingegnoso strumento per future missioni spaziali.

Il sito da cui le protagoniste del podcast Totalità osserveranno l’eclissi di sole del 12 agosto. Crediti: F. Duras/Inaf

Tra scienza e storia, consigli per le osservazioni e interviste agli esperti, il podcast esplora le molteplici sfaccettature di un avvenimento tra i più travolgenti che il cielo può regalare a noi, piccoli abitanti del terzo pianeta in orbita attorno al Sole. Con le emozioni della narrazione dal vivo, gli imprevisti del viaggio, le sfide della ricerca e l’incognita – onnipresente, imperante e contro la quale ogni scongiuro è vano – del meteo: la cronaca, insomma, di un’eclissi (quasi) impossibile.

Potete ascoltare Totalità su Apple Podcast, su Spotify e su YouTube, oltre che sulla piattaforma di Media Inaf dedicata ai podcast, a partire da oggi, domenica 9 agosto. E poi ogni giorno, fino al 13 agosto. Per scoprire se le protagoniste saranno riuscite nell’intento di contemplare la loro prima eclissi totale di Sole.

Ascolta il podcast su YouTube:

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