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Sapete qual è il vero obiettivo di Ferrari Luce? Conquistare i cinesi ricchi

Cosa pensate della nuova Ferrari Luce? La maggior parte dell’opinione pubblica italiana, o almeno quella più rumorosa e visibile, ha caricato a testa bassa l’ultima nata nella scuderia del cavallino rampante. Addirittura l’ex presidente di Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, è stato durissimo nella sua valutazione: “Se dovessi dire quello che penso farei del male alla Ferrari. Si rischia la distruzione di un mito”. E ancora: “Questa sicuramente è una macchina che almeno i cinesi non ci copieranno”.

Ferrari, la Cina, il design di Luce e il suo cuore elettrico: ecco il “filo rosso” che in molti, forse, non hanno notato. Lo aveva in realtà già fatto capire Benedetto Vigna, Ceo di Ferrari, quando lo scorso ottobre spiegava che la Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto rappresentare “una buona opportunità” perché i cittadini d’oltre Muraglia sono già abituati all’elettrico e, soprattutto, perché mostrano un certo “interesse per Ferrari”.

È utile rileggere le parole di Vigna, perché anticipavano in maniera chiara e cristallina la futura strategia di Ferrari: lanciare la prima auto completamente elettrica per cercare di invertire il calo delle vendite in Cina. La casa di Maranello ha sostanzialmente seguito lo stesso percorso intrapreso da numerose rivali europee, da Rolls-Royce a Bentley, che hanno scelto di abbracciare l’elettrico nel tentativo di bloccare l’emorragia di vendite registrate all’ombra della Città Proibita, dove risiede da tempo il loro secondo mercato più importante del pianeta.

Una Ferrari… per i cinesi?

Nell’arco degli ultimi anni, il mercato cinese delle auto di lusso è cambiato drasticamente. I ricchi che prima acquistavano Ferrari o Bentley si sono gradualmente spostati verso alternative autoctone, meno prestigiose nel marchio ma più tecnologiche e performanti rispetto ai brand occidentali. Basta dare un’occhiata ai dati più recenti. Nel primo quadrimestre del 2026, China Passenger Car Association ha registrato una diminuzione del 21% su base annua nel volume delle importazioni di Ferrari, del 31% di Rolls-Royce e del 30% di Bentley. “Il nostro portafoglio e la nostra offerta per la Cina non erano adeguati”, aveva spiegato Vigna otto mesi fa.

Ecco, Ferrari Luce è il tentativo numero uno effettuato dal Cavallino per tornare a scorrazzare nelle praterie cinesi. Questa berlina a quattro porte e cinque posti (prezzo: 640.000 dollari) è assai diversa dalle auto sportive a due porte che hanno reso il marchio italiano celebre nel mondo delle quattro ruote. Del resto, è stata creata con il contributo dell’ex designer di Apple, Jony Ive, ed è dotata di un motore elettrico su ciascuna ruota che le consentono di accelerare da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi, nonché di percorrere fino a 530 km con una carica completa.

Se, inoltre, come ha dichairato Enrico Galliera, responsabile marketing e commerciale di Ferrari, “il principale cliente a cui la casa automobilistica si rivolge (con Ferrari Luce ndr) è chi possiede già un’auto elettrica”, vale la pena chiedersi dove si trovano gli acquirenti facoltosi già abituati ai veicoli elettrici. Risposta: in Cina.

Una strategia rischiosa

In Cina possedere un’auto di lusso elettrica o a combustione può fare un’enorme differenza. Una rombante Ferrari tradizionale, per esempio, è soggetta a una tariffa d’importazione del 15%, alla quale bisogna aggiungere un’imposta sui consumi del 40%, una tassa sui beni di lusso del 10% e un’imposta sull’acquisto del veicolo del 10%, per una spada di Damocle del 75% di spesa in più da sommare a prezzi di vendita altissimi.

I veicoli elettrici sono invece esenti dall’imposta sui consumi e nelle grandi metropoli del Paese i proprietari possono ottenere una targa quasi immediatamente (senza invece dover fare i conti con lungaggini burocratiche). Citiamo infine l’aspetto culturale: i facoltosi acquirenti cinesi amano lo status ma vogliono che questi simboli si integrino con l’ambiente circostante senza “stonare” troppo.

La strategia di Ferrari con Luce ripagherà le attese? È una grande incognita, perché i player locali hanno messo nel mirino la fascia alta iniziando, a loro volta, a produrre veicoli di lusso. Alcuni esempi? Byd ha lanciato diversi modelli con il marchio di lusso Yangwang, a prezzi intorno a 1 milione di yuan (147.800 dollari), mentre Maextro, una joint venture tra Huawei e la casa automobilistica statale Jac, descrive le sue auto come “più lussuose e confortevoli” di Maybach di Mercedes-Benz e di Phantom di Rolls-Royc.

Da gennaio ad aprile, Byd ha riferito di aver consegnato localmente 1.216 auto con il marchio Yangwang. Al di là dell’incremento dell’85% su base annua, si tratta di una quantità di auto pari al volume di importazione combinato di Ferrari, Rolls-Royce, Bentley, Maserati, Lamborghini, Aston Martin e McLaren in Cina…

Ferrari has just officially unveiled its first ever all-electric car, called the Ferrari Luce.

• Starting price: $640,000
• Interior co-designed with Apple's former head of design, Jony Ive
• Range: 280 miles (expected EPA)
• Peak charging speed: 350kW
• 122 kWh battery
•… pic.twitter.com/QjgHeP1hJm

— Sawyer Merritt (@SawyerMerritt) May 25, 2026

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Mobilità sostenibile e lavoro: una sfida politica

La transizione ecologica non è una questione esclusivamente ambientale. È il terreno su cui si giocano il futuro industriale europeo, la qualità del lavoro, la sicurezza energetica, la coesione sociale e la capacità stessa delle democrazie di affrontare la crisi climatica. È questo il messaggio chiave del convegno nazionale “Mobilità sostenibile al lavoro” dell’Alleanza Clima Lavoro, che lo scorso 14-15 maggio ha riunito a Bologna rappresentanti del sindacato e dell’associazionismo ambientalista, ricercatori, amministratori locali ed esponenti del sistema delle imprese (qui il video con la registrazione integrale del convegno).

Uno degli elementi emersi con maggiore forza nel corso della due giorni è che la crisi climatica e la crisi sociale non possono più essere affrontate separatamente. Occorre scongiurare, in particolare, un duplice rischio: da un lato frenare o bloccare la decarbonizzazione per difendere assetti produttivi insostenibili, dall’altro portare avanti la transizione senza prevedere adeguati meccanismi di protezione sociale, lasciando che siano le lavoratrici e i lavoratori a pagarne il prezzo.

Il tema della costruzione di un sistema integrato di mobilità collettiva in Italia è centrale in questo ragionamento, con un trasporto pubblico locale che soffre di cronica carenza di finanziamenti, investimenti inadeguati e profonde disparità territoriali. A tutto ciò si somma l’assenza di una strategia nazionale capace di integrare trasporto pubblico, politiche urbane, diritto alla casa, infrastrutture ferroviarie e riduzione delle emissioni. A causa dell’insufficienza di offerta e di risorse per il TPL, il Paese continua così a essere fortemente dipendente dalla mobilità privata.

Non a caso, circa due terzi degli spostamenti continuano ad avvenire con mezzi individuali, una quota tra le più elevate d’Europa. Le poche alternative all’uso dell’auto privata di cui si dispone nelle periferie urbane, nelle aree interne e tra le fasce popolari producono così una doppia disuguaglianza, economica e ambientale. Da qui la critica alle scelte governative che privilegiano grandi opere e infrastrutture ad alta velocità rispetto al trasporto quotidiano di prossimità, quello utilizzato ogni giorno da milioni di persone per lavorare, studiare, raggiungere i servizi.

Il dibattito ha messo in evidenza, inoltre, come la mobilità sostenibile non consista in una semplice sostituzione di auto tradizionali con auto elettriche, cosa che porterebbe a riprodurre gli attuali problemi di congestione urbana e capacità di accesso al mezzo privato. La vera alternativa è quella di una mobilità pubblica, condivisa e integrata, capace di ridurre le emissioni, abbattere il traffico e al contempo assicurare il diritto alla mobilità per tutte le persone.

Si tratta di una prospettiva che richiama inevitabilmente il tema della capacità produttiva del Paese e del ruolo che una politica industriale orientata alla transizione – ad esempio per la produzione di mezzi per il trasporto pubblico – può svolgere nel sostenere occupazione, innovazione e riconversione ecologica. Ed è proprio sul rapporto tra transizione ecologica, politica industriale e lavoro che si è concentrata una parte rilevante del confronto bolognese.

In altre parole, il Green Deal è davvero il responsabile della crisi industriale europea e italiana? Oppure le difficoltà del sistema produttivo hanno radici più profonde? La risposta emersa con chiarezza è che le difficoltà dell’industria continentale e nazionale non derivano dalla traiettoria di decarbonizzazione ed elettrificazione avviata con il Green Deal, ma da un lungo periodo di sotto-investimenti, ritardi tecnologici, insufficiente ricerca e sviluppo e assenza di una politica industriale capace di accompagnare la trasformazione.

Emblematico in tal senso è il caso dell’automotive. Mentre l’Europa discute oggi se rallentare o meno la transizione, altrove – basti pensare alla Cina – si utilizza proprio la decarbonizzazione come leva per rafforzare il proprio sistema industriale, sostenere l’innovazione e consolidare il controllo sulle filiere strategiche del futuro. Nel mezzo di una competizione internazionale e di una rivoluzione tecnologica che stanno ridisegnando mercati, catene del valore e assetti produttivi, l’Europa – e con essa l’Italia – rischia allora di perdere ulteriore terreno.

In questa prospettiva, la narrazione secondo cui le difficoltà del settore deriverebbero dagli obiettivi di riduzione delle emissioni e dal phase-out dei motori endotermici dal 2035 è stata ampiamente contestata. Il problema, anche e soprattutto per l’automotive, non è la transizione all’elettrico, ma il ritardo con cui l’industria europea e quella italiana l’hanno affrontata. Per anni gran parte dei costruttori ha puntato sulla rendita dell’endotermico, sulle auto di fascia alta e sulla compressione dei costi, sottovalutando la rapidità e la profondità della trasformazione globale.

Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica e industriale dai Paesi che guidano la transizione, con interi segmenti della componentistica messi sotto pressione dalla riduzione dei volumi produttivi e dall’assenza di una strategia coerente di riconversione. In altre parole, il rischio per l’Europa non è la transizione in sé, ma una transizione subita anziché governata.

Senza investimenti pubblici, filiere integrate e una strategia comune, la riconversione rischia di tradursi in perdita di capacità produttiva, occupazione e sovranità tecnologica. Il punto, quindi, è costruire una politica industriale europea capace di integrare domanda pubblica, investimenti produttivi, energia rinnovabile, infrastrutture di ricarica, formazione e tutela occupazionale.

Da qui la richiesta, emersa più volte, di una “reindustrializzazione verde” governata pubblicamente e che metta al centro il lavoro: la transizione dell’automotive non è soltanto una sfida ambientale, ma un’opportunità per sostenere capacità produttiva, occupazione qualificata e autonomia industriale. In assenza di una regia pubblica forte, invece, il rischio è che i costi sociali vengano scaricati sui lavoratori e sui territori attraverso chiusure di stabilimenti e aumento delle disuguaglianze sociali.

Un altro tema fondamentale del convegno è stato quello dell’energia e del ritardo italiano sulle rinnovabili. La dipendenza del nostro sistema energetico dalle fonti fossili – che rappresentano ancora circa il 75% del mix energetico nazionale – è stata indicata come uno dei principali fattori di debolezza economica e geopolitica del Paese. Una critica molto netta ha riguardato anche le cosiddette “false soluzioni”, a partire dal nucleare, tornato al centro della discussione pubblica in Italia sulla scia della crisi energetica legata alle guerre in Ucraina e Medio Oriente.

Particolarmente rilevante è stata la discussione sull’efficienza energetica, che rappresenta un pilastro nella traiettoria di riduzione delle emissioni e una leva strategica per la stessa politica industriale europea. Le direttive comunitarie sull’efficienza, gli edifici e l’ecodesign hanno infatti portato a una cospicua riduzione dei consumi energetici, creando inoltre occupazione qualificata e riducendo, nei fatti, la dipendenza energetica del continente.

In questo quadro, il ritardo italiano nella loro attuazione è stato segnalato come uno dei più pesanti ostacoli alla transizione nel Paese. Molto forte anche la critica al nostro sistema fiscale, che continua a penalizzare l’elettrificazione attraverso una struttura di oneri e tassazione squilibrata a favore del gas, portando a una distorsione che rallenta la diffusione di pompe di calore, mobilità elettrica ed elettrificazione industriale proprio quando nell’Unione europea si prova a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili.

Altro aspetto discusso nel corso della due giorni bolognese è stato il rapporto tra transizione tecnologica e qualità del lavoro. Sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’automazione è emersa una lettura distante sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni catastrofiste che spesso dominano il dibattito pubblico: la questione non è stata posta in termini di semplice “sostituzione” del lavoro umano, ma di organizzazione del potere nei processi produttivi.

Le nuove tecnologie digitali, il management algoritmico e l’automazione possono infatti produrre effetti molto diversi. Possono ridurre fatica e rischi oppure aumentare controllo, intensificazione dei ritmi e precarizzazione. La qualità degli esiti dipende dai modelli organizzativi e dalle relazioni industriali, oltre che dalla governance delle tecnologie, per cui il tema democratico ritorna centrale: chi decide come vengono utilizzate le innovazioni tecnologiche? Con quali obiettivi? Per aumentare profitti o migliorare condizioni di vita e lavoro?

Dal convegno di Bologna è dunque emersa una consapevolezza condivisa: il conflitto attorno alla transizione ecologica è, prima di tutto, un conflitto politico. La trasformazione è già iniziata e la vera sfida riguarda chi ne orienterà la direzione, come verranno distribuiti costi e benefici e quali interessi prevarranno. Lasciare che siano esclusivamente le logiche di mercato a guidare questo processo significa rischiare di scaricarne gli effetti sui lavoratori, sui territori più vulnerabili e sulle fasce sociali più esposte.

Governare la transizione significa invece costruire politiche industriali, energetiche e sociali capaci di accompagnare il cambiamento e di renderlo sostenibile non soltanto sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Da questo dipenderà la possibilità di tenere insieme lotta alla crisi climatica, qualità del lavoro e coesione sociale.

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