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Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione

Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.

La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.

La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.

La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.

Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.

Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.

La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.

Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.

Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.

Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.

Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.

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I nuovi romanzi di Lynch e Vuillard fanno i conti con le radici marce della nostra contemporaneità

C’è un filo invisibile e insanguinato che lega le brughiere desolate dell’Irlanda ottocentesca ai deserti polverosi del Nuovo Messico. Un filo fatto di fango, miseria nera e di quella violenza strutturale che il capitalismo nascente ha sempre contrabbandato per “civilizzazione” o progresso economico.

La letteratura, quando decide di non piegarsi alle logiche consolatorie dell’intrattenimento da classifica o dei salotti borghesi, ha il dovere politico e morale di scavare lì, tra le costole dei vinti, per restituirci la carne viva della Storia. A compiere questa operazione chirurgica e spietata sono oggi due romanzi straordinari, capaci di smantellare i miti fondativi della modernità occidentale attraverso una lingua che si fa polvere, sangue e poesia.

Il primo è Cielo rosso al mattino di Paul Lynch (traduzione di Riccardo Michelucci; 66thand2nd). Prima di vincere il Booker Prize con il distopico Il canto del profeta, Lynch aveva già marchiato a fuoco la narrativa contemporanea con questo esordio folgorante, ambientato nel 1832. La storia di Coll Coyle, un bracciante irlandese in fuga dopo aver ucciso accidentalmente il figlio del suo spietato padrone terriero, non è semplicemente un thriller storico o una caccia all’uomo. È un’odissea esistenziale sulla condizione umana.

Lynch possiede una scrittura materica, ipnotica, che evoca lo spettro biblico di Cormac McCarthy ma si radica nel ritmo di una ballata celtica cupa e visionaria. La fuga di Coll attraversa l’oceano fino ai cantieri delle ferrovie della Pennsylvania, dove il sogno americano si rivela per quello che è: un immenso mattatoio per immigrati sacrificabili, carne da cannone per i binari dell’industrializzazione selvaggia.

La traduzione di Michelucci restituisce intatta questa lingua arcaica e brutale, dove la natura non è mai sfondo, ma un dio indifferente che osserva l’inevitabile rovina degli uomini.

Se Lynch lavora sul respiro epico e tragico del singolo individuo schiacciato dal destino, Éric Vuillard con Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (traduzione di Alberto Bracci Testasecca; Edizioni E/O) compie un’operazione di decostruzione storica radicale, fedele al suo stile unico che oscilla tra il saggio politico e la prosa d’arte. Vuillard prende il mito pop per eccellenza del West, Billy the Kid, e lo spoglia di ogni retorica hollywoodiana o romantica. Il leggendario fuorilegge non è un eroe solitario, ma un ragazzino disperato, un orfano tra i tanti prodotti dalle violente recinzioni dei latifondisti e dalle prime grandi speculazioni finanziarie sulla terra.

Il West di Vuillard non è lo spazio della libertà, ma il laboratorio a cielo aperto del monopolio economico americano, dove lo sceriffo Pat Garrett non rappresenta la giustizia, bensì gli interessi dei baroni del bestiame e delle compagnie ferroviarie. Con una scrittura tagliente, ironica e implacabile, l’autore francese ci mostra come l’epopea della frontiera sia stata in realtà una gigantesca operazione di pulizia di classe, trasformata poi in spettacolo per coprire i crimini dei vincitori.

Leggere questi due libri in diagonale significa fare i conti con le radici marce della nostra contemporaneità. Sia Lynch che Vuillard, pur con strumenti stilistici diversi – il primo attraverso una narrazione densa, terragna e lirica, il secondo con una prosa chirurgica, saggistica e fortemente politica – ci dicono la stessa identica cosa: la Storia la scrivono i padroni, ma è sui corpi degli orfani, dei fuggiaschi e degli sfruttati che è stato edificato il nostro presente. Due letture necessarie, feroci, che non concedono sconti e che ci ricordano perché la grande letteratura ha ancora il dovere civile di esistere.

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Deforestazione, cemento e la rivoluzione dei fenicotteri: dove sta andando l’Albania?

Sono trascorsi davvero parecchi anni da quando, complice una mia conoscenza, volevo fare un viaggio in Albania, sicuro che, caduto il regime totalitario di Enver Hoxha e il conseguente arrivo di capitali esteri, quella terra avrebbe subito una drastica trasformazione territoriale. Buon profeta, si fa per dire, meglio: facile profeta.

Ed ecco, che, in una terra tradizionalmente dedita ad agricoltura e pastorizia, fa il suo prepotente ingresso l’edilizia, specie nella capitale e sulla costa. Tirana è diventata una nuova Milano, e, guarda caso, l’architetto – anzi l’archistar – di riferimento è quello Stefano Boeri assurto a fama universale grazie al Bosco Verticale.

Un’espansione edilizia senza precedenti quella di Tirana, iniziata quando primo cittadino era quell’Edi Rama (socialista…), sindaco dal 2000 al 2011 e dal 2013 primo ministro. Boeri si è aggiudicato prima il progetto Tirana 2030 (che è il piano regolatore della città) e poi il progetto Tirana Riverside (concepito per i 4000 sfollati del terremoto del 2019). A guardarli sul sito della Stefano Boeri Architetti, colpisce il verde a macchia d’olio che li caratterizza.

Sia come sia, voxeurop.eu riporta che a Tirana oggi si contano 52.000 alloggi vuoti; i prezzi di vendita in un centro gentrificato viaggiano tra i 2.500 e i 4.500 euro/mq, quando il reddito mensile lordo di un albanese è 850 euro. Ed è quasi impossibile trovare un bilocale in affitto a meno di 600 euro/mese. Eppure il piano regolatore è concepito per ospitare 1,6 milioni di abitanti, quando Tirana ne conta appena 590.000. E intanto ovviamente si sta assistendo all’espulsione dalla cinta urbana dei meno abbienti e l’acquisto delle proprietà immobiliari da parte di fondi stranieri.

Converrete, come accennavo, che il paragone con Milano è impressionante. Con in più qui anche il riciclaggio di denaro. Ma l’esplosione dell’edilizia non si limita alla capitale. Se nel 2015 sono stati concessi permessi per la costruzione di nuovi edifici residenziali pari ad una superficie di 50 chilometri quadrati, nel 2022 l’estensione è stata di ben 2.071 chilometri quadrati: oltre 40 volte di più, e il trend è destinato a perdurare.

Questo in un paese che si svuota: tra il 2011 e il 2023 l’Albania ha perso quasi mezzo milione di abitanti. Ma allora dove finisce il cemento? Facile a dirsi: soprattutto nell’industria più impattante al mondo, quella turistica, e specialmente, ça va sans dire, sulla costa. E questo mentre nell’interno il paese è sempre meno verde. Secondo l’istituto di statistica albanese (Instat) dal 2018 al 2023 il paese ha perso 320.000 ettari di fondo forestale e pascoli, nell’indifferenza delle autorità pubbliche e nonostante una teorica moratoria sui tagli. E il maggior importatore di legno è la nostra Italia, con addirittura il 61% delle quote.

Deforestazione nell’interno, con relative piste forestali, e cementificazione sulla costa: un mix micidiale. Ma andiamo nello specifico sulla costa, nel sud del paese, dove in questi giorni è salita alla ribalta internazionale l’isola di Saseno – o Sazan come la chiamano gli albanesi – disabitata, circondata da un mare cristallino, e miracolosamente salvatasi da speculazioni edilizie grazie a servitù militari oggi non più in essere (durante il regime comunista di Enver Hoxha furono costruiti oltre 3.600 bunker e gallerie sotterranee, progettate per resistere a un attacco nucleare).

È qui che il genero di Trump, Jared Kushner, straricco imprenditore ebraico ortodosso, accortosi dell’esistenza dell’isola durante una crociera, vorrebbe realizzare un mega resort investendo 1,4 miliardi di dollari. Una storia vecchia questa dei resort, se pensiamo che ormai quando si parla di investimenti nel mondo del turismo non si parla di camping o di aree attrezzate, ma solo di opere di grave impatto, destinate in buona parte ad élite (“ecco è così che va il mondo”).

E nel 2025 gli è stata concesso un permesso per costruire, facilitato – guarda caso – da una legge che sembra creata ad hoc sugli “investimenti strategici” del 2024. Infatti la norma ha creato una nuova categoria di progetti urbanistici che possono operare anche sul suolo pubblico e in deroga alle regolari procedure di assegnazione di appalto, mentre altri emendamenti hanno allentato i vincoli sulle aree protette.

Ma l’operazione immobiliare (aumentando il proprio valore a circa quattro miliardi di dollari, prevedendo 10.000 posti letto) si estenderebbe anche sulla costa (sempre grazie alla legge speciale di cui sopra), nell’area protetta di Vjosa-Narta (l’area del delta del fiume Vjosa), uno dei siti naturali di maggior pregio in Europa, un intatto paesaggio di lagune, dune, pinete e zone umide che ospita alcune delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo (ben 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa). Area in cui ad aprile sono state realizzate delle trincee in filo spinato e sono già entrati in opera dei mezzi operativi, distruggendo parte delle dune.

Ambedue gli investimenti in realtà non fanno capo direttamente a Kushner, bensì al fondo di investimento da lui creato, la Affinity Partners, con anche capitali dei paesi arabi, in particolare qatarioti. A margine ma non troppo, consideriamo il fatto che l’Albania ha aderito al Board of Peace di Trump (il socialista Rama è buon amico non solo di Trump, ma anche di Netanyahu), e che (gossip) Ivanka Trump è stata vista pranzare con Edi Rama, che ovviamente considera un’occasione da non perdere il faraonico investimento.

Ma non tutto sembra andare nella direzione auspicata dal governo, visto che: uno, l’Albania vuole aderire all’Ue, e questa le ha intimato di osservare le normative vigenti di tutela ambientale; due, si sono mosse in difesa di questo patrimonio naturale e in particolare per l’area costiera ben 28 associazioni ambientaliste e nel paese vi sono state e sono tuttora in corso vere e proprie sollevazioni popolari (ma anche in altri paesi, Italia compresa). Un movimento di protesta al grido “l’Albania non è in vendita” e già denominato la “Flamingo revolution”, la “Rivoluzione dei fenicotteri“. Movimento liquidato così da Rama: “Se non ci fosse Jared, a nessuno importerebbe niente di quello che sta succedendo in Albania”.

Il fatto che chiami Kushner per nome e il contenuto dell’affermazione la dicono lunga sul personaggio. A margine ma non troppo, conviene ricordare che il fondo Affinity Partners voleva realizzare l’anno scorso una Trump Tower (in omaggio all’illustre cognato) a Belgrado (anche qui grazie ad una normativa speciale ad hoc) e che il progetto non è andato in porto a causa di un procedimento della Procura per abuso d’ufficio e falsificazione di un documento ufficiale.

Guarda caso, per quest’altra operazione immobiliare a carattere turistico invece in corso, la Spak, la procura anti-corruzione albanese indipendente nata nel 2019, ha intanto avviato delle indagini sulle modifiche apportate nel 2024 allo status di protezione dell’area e alla proprietà dei terreni, cambiamenti che hanno aperto la strada allo sviluppo turistico.

Diciamo in conclusione che da queste vicende l’immagine pubblica del governo albanese non ne esce molto bene.

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Produttività, il vero ritardo dell’Italia: lavoriamo tanto, ma generiamo troppo poco valore

La produttività del lavoro per ora lavorata misura una cosa molto semplice: quanto valore economico viene generato da ogni ora di lavoro.

Non dice quante ore si lavora. Non premia chi resta più tempo in azienda, chi arriva prima o chi spegne la luce per ultimo, abitudine che in molte imprese viene ancora scambiata per eroismo produttivo. Dice invece quanta ricchezza viene prodotta in un’ora di lavoro effettivo. È una differenza decisiva.

Due Paesi possono lavorare lo stesso numero di ore, ma ottenere risultati molto diversi. Uno può produrre più valore perché ha imprese meglio organizzate, tecnologie più integrate, personale più formato, processi più efficienti, manager più capaci e capitale investito meglio. L’altro può lavorare molto, anche moltissimo, ma disperdere energia in errori, attese, passaggi inutili, bassa digitalizzazione, scarsa delega e organizzazioni troppo dipendenti dall’improvvisazione.

Il grafico sulla produttività del lavoro per ora lavorata di Bergeaud, Cette e Lecat (che consente di osservare la produttività su un arco storico molto lungo 1990-2024) racconta proprio questo: l’Italia non è ferma perché lavora poco, ma perché da ogni ora lavorata estrae meno valore rispetto agli altri grandi Paesi avanzati.

La particolarità italiana non è soltanto il livello raggiunto nel 2024. È soprattutto la forma della curva. Fino alla metà degli anni Novanta l’Italia cresce, recupera terreno e si avvicina alle economie più produttive. Poi la dinamica rallenta, si appiattisce e perde progressivamente forza. Mentre Stati Uniti, Germania e Francia continuano, pur tra crisi e rallentamenti, ad aumentare il valore generato da ogni ora lavorata, l’Italia resta quasi inchiodata.

Nel 2024 il nostro Paese produce 68,2 dollari di valore per ora lavorata, sotto la media dell’eurozona, pari a 70,2, e lontano dalla Germania, a 83,0, dalla Francia, a 81,6, e dagli Stati Uniti, a 84,6.

Il punto, però, non è costruire l’ennesima classifica deprimente. Il punto è capire che cosa c’è dietro quei numeri.

Qui entra in gioco la produttività totale dei fattori. È un indicatore più sofisticato della produttività del lavoro, perché non misura solo quanto produce ogni ora lavorata, ma quanto valore nasce dalla combinazione tra lavoro, capitale, tecnologia, organizzazione, competenze e qualità delle decisioni. In altre parole, misura l’intelligenza complessiva del sistema produttivo e della imprenditoria nostrana.

Tradotto nel linguaggio delle PMI: non basta lavorare tanto. Non basta comprare un nuovo macchinario. Non basta installare un gestionale se poi viene usato come un quaderno elettronico mal compilato. Non basta introdurre un sistema di controllo di gestione e poi non guardare neppure un dato che non sia il fatturato. La produttività cresce quando l’impresa riesce a combinare meglio persone, strumenti, metodo, responsabilità e decisioni.

Una piccola impresa può avere titolari presenti dodici ore al giorno, dipendenti sotto pressione, clienti da servire, consegne da rispettare e margini da difendere. Ma se ogni decisione passa sempre dalla stessa scrivania, se i ruoli non sono chiari, se la delega è solo una parola elegante, se gli errori si ripetono, se il magazzino non dialoga con la produzione e se il commerciale vende promesse che l’organizzazione non riesce a mantenere, allora l’impresa lavora molto ma produce poco valore aggiunto.

È qui che il dato macroeconomico diventa una faccenda molto concreta. La stagnazione della produttività italiana vive dentro le giornate ordinarie delle aziende: pressioni inutili, processi non scritti, informazioni disperse, software non integrati, competenze non valorizzate, giovani assunti senza percorso, capi intermedi lasciati soli, imprenditori che vorrebbero crescere ma continuano a governare tutto con il controllo diretto del fiuto.

Istat segnala che nel 2024 la produttività del lavoro è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023, perché le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto. Nell’intero periodo 1995-2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media soltanto dello 0,3% annuo. Numeri piccoli, quasi educati. Ma dietro quella cortesia statistica c’è una diagnosi pesante.

Il Rapporto annuale Istat 2026 aggiunge un ulteriore elemento: tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori ha registrato una sostanziale stagnazione, dopo un contributo positivo nel quinquennio precedente la pandemia. Questo significa che il Paese fatica a fare il salto più importante: non lavorare di più, ma lavorare meglio.

E lavorare meglio vuol dire costruire organizzazioni meno dipendenti dall’improvvisazione.

Per le PMI italiane questo è il nodo centrale. Molte imprese hanno competenze artigianali, relazioni commerciali solide, capacità di adattamento, reputazione e conoscenza del prodotto. Ma spesso questi punti di forza restano intrappolati in modelli organizzativi fragili. L’impresa sa fare, ma non sempre sa scalare. Sa risolvere, ma non sempre sa prevenire. Sa vendere, ma non sempre sa misurare. Sa sacrificarsi, ma non sempre sa trasformare il sacrificio in efficienza.

Il risultato è che la bassa produttività diventa una tassa invisibile. Riduce i margini, limita gli aumenti salariali, rende più difficile investire, aumenta la dipendenza dal credito bancario ed espone l’impresa agli shock esterni. Soprattutto crea un clima in cui tutti hanno la sensazione di correre, ma pochi vedono davvero avanzare l’organizzazione.

La domanda vera, allora, non è: “Quanto abbiamo lavorato?”. La domanda vera è: “Quanto valore abbiamo prodotto rispetto alle risorse che abbiamo consumato?”. Dove si perde tempo? Dove si ripetono gli errori? Dove le persone migliori sono sottoutilizzate? Dove il titolare accentra o delega troppo? Dove la tecnologia non produce efficienza? La produttività non è una variabile tecnica tra le altre. È la condizione necessaria di tutto il resto: salari, margini, investimenti, competitività, sostenibilità del debito, capacità di trattenere capitale umano. L’Italia non ha bisogno semplicemente di lavorare di più. Ha bisogno di smettere di sprecare lavoro, capitale e intelligenza.

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Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise?

Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, che costringono a guardare dritto negli occhi l’abisso della crudeltà umana. La notizia rimbalzata in queste ore è raggelante: la dogana armena, presso il valico di Agarak, ha intercettato e confiscato centinaia di chili di capelli naturali non dichiarati provenienti dall’Iran. Solo nell’ultimo gravissimo episodio, ben 26 chili di ciocche erano meticolosamente occultati nei cuscini della cabina di un camion.

Non si tratta di un caso isolato. I dati ufficiali tracciano un quadro sistematico e inquietante: tra gennaio e giugno si sono registrati 11 sequestri transfrontalieri, per un totale impressionante di 621 ciocche e oltre 135 chilogrammi di capelli umani.

La maschera della povertà e la fame in Iran

La spiegazione ufficiale e più immediata, ripresa dal Jerusalem Post, parla di una disperazione finanziaria assoluta. Ci dicono che l’inflazione alle stelle sta spingendo le donne iraniane a vendere le proprie chiome, e persino i propri organi, per sfamare i figli. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credere che questa sia l’unica, mostruosa verità. Dietro questo contrabbando si nasconde un’ombra ben più sinistra, un grido d’allarme lanciato con forza dagli attivisti.

L’inferno dei sacchi neri a Kahrizak

A gennaio, l’Iran è stato travolto da una nuova, violentissima ondata di proteste nazionali. La risposta del regime teocratico è stata un massacro di massa: secondo le drammatiche denunce della fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, migliaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze governative. I video agghiaccianti verificati da CNN e AFP mostrano il piazzale dell’obitorio di Kahrizak, a Teheran, trasformato in un inferno a cielo aperto: decine e decine di sacchi neri contenenti corpi umani allineati sul terreno sterrato. Dentro la struttura, i monitor scorrono le foto di almeno 250 giovani corpi in attesa di un nome. Fuori, le urla strazianti delle madri che cercano disperatamente i figli spariti nel nulla. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights parlano apertamente di “crimini di immane gravità”.

A me viene un sospetto a chi appartengono davvero quelle ciocche sequestrate?

I corpi di moltissime di queste ragazze uccise o inghiottite dalle carceri non sono mai stati restituiti. Il regime nega i cadaveri, impone sepolture segrete e, attraverso i media di Stato come Tasnim, mette in scena farse televisive obbligando i parenti a dichiarare falsità.

Vedere camion carichi di quintali di capelli umani varcare clandestinamente i confini, nascosti nei cuscini proprio nei mesi successivi a questo massacro, mi fa sorgere una domanda legittima e spaventosa: e se quei capelli appartenessero a loro? Se quelle ciocche fossero state recise dai corpi senza vita delle ragazze violate, uccise e ammassate nei sacchi neri di Kahrizak e di tutte le altre città in cui ci sono state le manifestazioni? Il popolo iraniano conosce troppo bene la ferocia della Repubblica Islamica per credere a una semplice violazione doganale. In quel carico vede il macabro profanamento di chi ha osato sfidare il potere.

Il simbolo della rivoluzione: Donna, Vita, Libertà

In Iran il capello non è un dettaglio estetico. È il simbolo politico e spirituale di una rivoluzione nata dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale perché una ciocca sfuggiva dal velo. Da quel giorno, tagliarsi i capelli in pubblico è diventato il più potente atto di sfida globale contro l’oppressione. Il grido “Donna, Vita, Libertà” ha fatto tremare la teocrazia attraverso la rivendicazione di quel corpo e di quella chioma.

Pensare che oggi il regime, o le reti criminali ad esso collegate, possano lucrare sul mercato nero vendendo i capelli delle stesse giovani che ha perseguitato, gassato nelle scuole, torturato e ucciso in nome dell’hijab obbligatorio, rappresenta un livello di perversione e barbarie intollerabile. Non possiamo girarci dall’altra parte. Non possiamo archiviare l’orrore del massacro di gennaio 2026, come un effetto collaterale della crisi. Dobbiamo continuare a essere la voce di quelle ragazze e di un popolo che non smette di lottare per la propria dignità.

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Sono 5 mesi che aspetto il regalo del signor Temu: voglio i miei pennarelli!!!

Signor Temu, mia moglie mi aveva detto che ero un fesso a pensare che veramente Lei mi avrebbe mandato in regalo più di 300 pennarelli acrilici!
Ma io amo il popolo cinese, da ragazzo vendevo per strada il libretto rosso di Mao e 52 anni fa sono venuto in Cina.
E invece devo dare ragione a mia moglie.
I 300 pennarelli acrilici in regalo non sono arrivati! Mia moglie ieri mi ha detto: “Ma come fai ad aspettarti che il signor Temu ti mandi i pennarelli? Ma sei rincoglionito? In regalo? Ma figurati!!!”

Va beh… In regalo… Cioè io avevo fatto una giochino, con 3 bicchieri, mi sembra, e avevo vinto una confezione, poi due poi 3… E, va beh, poi è venuto fuori che in realtà dovevo comprare 43 euro di prodotti. E allora li ho comprati anche se non mi servivano… Tanto, ho detto tra me e me, più di 300 pennarelli valgono molto più di 300 euro.
Ora, signor Temu, è chiaro che i pennarelli Lei non me li manda più.

Ora non posso dire che lei sia un truffatore che mi ha imbrogliato, sicuramente i suoi avvocati potranno dimostrare che sono uno stupido… Ma lei signor Temu lo sapeva che stava usando un amo per i polli!!!
E anche se è uno degli uomini più ricchi del mondo, anche se ha più avvocati dei denti che ha in bocca, io le voglio dire che non le è convenuto illudermi.
Perché io amo la Cina, fin da ragazzino.
E allora io difenderò l’onore della Cina.
E guardi, non so quanto camperò ancora, ma io continuerò a raccontare che Lei con me non si è comportato bene, anche se magari i suoi avvocati dimostreranno che non ha commesso un reato.

E alla fine i 43 euro che io le ho mandato non saranno per lei un buon affare. Io continuerò a lamentarmi. E, guardi, io ho molti amici che mi vogliono bene, e sono sicuro che condivideranno questo articolo sui loro social. E poi ho 3 figli e 3 nipoti, e gli ho fatto giurare che continueranno a raccontare che il loro padre, il loro nonno, è stato preso in giro dal Signor Temu, uno degli uomini più ricchi del mondo che ha convinto un povero vecchio a spendere 43 euro per avere un regalo.
Diranno: “Forse nostro padre, forse nostro nonno, non era molto furbo e l’emozione di avere più di 300 pennarelli acrilici in regalo aveva offuscato la sua mente. Ma il signor Temu non si è comportato bene.”

Signor Temu, i miei antenati hanno distrutto l’esercito di Federico Barbarossa ad Alessandria e le hanno suonate ai nazisti e ai fascisti.
Siamo gente testarda.
E lei non fa un bel servizio alla Cina.

E ora vorrei dire due parole alla signora Meloni:

Signora Meloni, Lei che difende gli italiani, Le par bello che si permetta che degli anziani vengano presi in giro con delle promesse di regali di più di 300 pennarelli acrilici che poi non arrivano e io ho comprato pure 43 euro di sciocchezze che non mi servivano?
Ma non esiste il reato di circonvenzione di incapace? Io mi dichiaro incapace. Non esiste una legge che vieta di fare promesse da marinaio, di ciurlare per il manico, di dire Roma per toma? La faccia questa legge!!!
Non fate niente per proteggere i cittadini dai furbi di internet. Lo sa quanto poliziotti avete assegnato alla Polizia Postale? Lei dovrebbe saperlo! Io non lo so ma son sicuro che sono pochi perché continuo a sentire di gente che ha subito dei perculamenti e anche dei raggiri e perfino delle truffe.
In internet rubano più soldi di tutte le rapine e i furti nelle case. E non li pigliate mai. E a nessuno in Parlamento gliene frega niente.

Ma lei è per la legge o solo per la pubblicità?

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Primo sciopero della cultura in Italia contro la struttura del sistema: poca conoscenza e scarsa trasparenza

Nelle ultime due settimane, il settore culturale italiano s’è caratterizzato per una complessiva sonnolenza, forse provocata anche dalla calura estiva… A fronte di una crisi diffusa e pervasiva, sembra prevalere rassegnazione. Anzi, mestizia.

Nella giornata di venerdì 12 giugno… un sussulto: è stato proclamato dalla Cgil un inedito “sciopero della cultura”, iniziativa mai promossa in passato in Italia. Ha dichiarato Maurizio Landini, leader della Confederazione: “i lavoratori rivendicano il riconoscimento della dignità economica e professionale, negata paradossalmente proprio nel nostro Paese. E condannano i tagli alla spesa culturale, la precarietà strutturale, i salari bassi e le tutele insufficienti”. Fp Cgil e NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) Cgil chiedono “contratti di filiera giusti, la reinternalizzazione dei servizi, la stabilizzazione dei lavoratori, tutele adeguate per i lavoratori discontinui, il contrasto all’abuso del lavoro autonomo e maggiori investimenti nel settore culturale”.

È la prima volta nella storia del Paese in cui scioperano tutti insieme: personale dei musei, biblioteche, archivi, teatri, ma anche lavoratori e lavoratrici autonome dell’editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale. Si sono tenuti per l’intera giornata presidi in diverse città italiane: agli Uffizi un intero piano ha chiuso, così come hanno chiuso una decina di padiglioni della Biennale di Venezia, biblioteche e musei civici o universitari, musei statali, archivi di Stato e tante mostre private…

Non è possibile stimare l’adesione complessiva all’iniziativa, anche perché l’“universo” del “lavoro culturale” non è mai stato oggetto in Italia di adeguato studio ed approfondita analisi (non vi è nemmeno una risposta scientificamente validata su quanti siano realmente i lavoratori del sistema culturale): si tratta peraltro di realtà policentriche e multidimensionali, che oscillano tra la “stabilità” delle istituzioni museali alle infinite forme di precarietà, basti pensare agli attori teatrali.

“Nonostante le precettazioni, il comportamento di tante istituzioni che hanno scelto di non informare sullo sciopero, la parcellizzazione del lavoro, oggi stiamo scioperando a migliaia. Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Gli amministratori, dagli enti locali al Governo, devono ascoltarci. Si alzino i salari, non i biglietti”, hanno dichiarato le attiviste del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” dalle piazze…

Il deficit di conoscenza riguarda non soltanto la dimensione lavorativa, ma la struttura stessa del sistema culturale italiano, il suo assetto economico-organizzativo: eclatante, ai limiti dell’incredibile, la dinamica del settore cinematografico e audiovisivo… In gestazione a Montecitorio una nuova legge per il settore (incardinata presso la VII Commissione, presieduta da Federico Mollicone di Fratelli d’Italia), ma a metà 2026 non è ancora stata pubblicata – come ho già denunciato anche su questo blog – la relazione annuale che il Ministero della Cultura deve trasmettere al Parlamento, ovvero la “valutazione di impatto” per l’anno… 2024 (nota bene: duemilaventiquattro)!

Questa relazione doveva essere trasmessa a Camera e Senato entro settembre 2025, e a distanza di nove mesi da questo termine (previsto dalla stessa Legge n. 220 del 2016, la cosiddetta “Legge Franceschini”) è ancora misteriosamente custodita nella cassaforte della Direzione Cinema e Audiovisivo, guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni, che è anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, anomalia più unica che rara nella P.A. italiana (una combinazione di incarichi tra ruolo “amministrativo” e ruolo “politico”), denunciata il 3 giugno scorso dalla Cisl e Flp e Unsa. Conterrà forse dati pericolosi o finanche esplosivi?!

Va ricordato che nelle precedenti edizioni della “valutazione” non è mai stato segnalato il crash ovvero il collasso contabile da centinaia di milioni di euro del “tax credit”… Un esempio sintomatico del (mal) governo del sistema, ovvero – nel caso in ispecie – di una pubblica amministrazione estremamente lenta, che ritarda i processi gestionali, mettendo in ginocchio migliaia di produttori, organizzatori culturali ed artisti, ed ostacola paradossalmente la stessa “politica”, allorquando non mette a disposizione un minimo di strumentazione tecnica per comprendere come correggere la rotta, in un settore che attraversa una delle fasi più critiche della sua storia…

Si naviga a vista, si governa nasometricamente. Non che ai tempi del centro-sinistra le cose andassero granché meglio, ma certamente il centro-destra non ha promosso quella “tecnocrazia” (e “meritocrazia”) che pure era stata sventolata come vessillo del cambiamento possibile, in primis dalla Premier Giorgia Meloni durante la campagna elettorale.

Nel mentre il cinema italiano boccheggia, la produzione arranca, al Festival di Cannes veniamo ignorati… si organizzano simpatiche iniziative come la seconda edizione dell’“Italian Global Series Festival 2026”, che si terrà dal 3 all’11 luglio 2026 a Rimini e Riccione, un festival ideato e organizzato dall’Apa ovvero l’Associazione Produttori Audiovisivi, presieduta da Chiara Sbarigia, che è stata anche Presidente di Cinecittà spa fino a giugno 2025. Festival realizzato in collaborazione con Cinecittà – giustappunto – assieme a Regione Emilia-Romagna, Siae, Enel, Gruppo Fs, ecc.

Quanto costa questa kermesse?! Quali risultati reali produce?! Non è dato sapere. Trasparenza zero, ancora una volta, anche nell’utilizzazione del pubblico danaro: secondo quanto risulta il Ministero della Cultura le assegna 2 milioni di euro, con una sorta di affidamento diretto all’Apa, attraverso i misteriosi “progetti speciali” di Cinecittà. Si tratta di un evento “fortemente voluto” (si legge nei comunicati stampa) dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che casualmente ha in Emilia-Romagna il collegio elettorale che le ha assegnato il seggio senatoriale.

Questa ennesima kermesse è realmente utile per la promozione del settore?! Nessuno si è posto la domanda, e quindi nessuno può dare una risposta. Un ennesimo caso di “politica culturale” approssimativa e di allocazione delle risorse pubbliche priva di valutazioni di impatto (vedi supra…).

Lo Stato italiano non dispone ancora degli strumenti conoscitivi necessari per governare razionalmente le politiche culturali.

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Leone d’Oro a Emma Dante tra Beatrice Venezi e spillette ProPal: alla Biennale Teatro è arrivato un po’ di pepe

No, il generale Roberto Vannacci ancora non si è presentato alla Biennale di Venezia, nonostante il suo plauso per la riapertura del padiglione russo, ma potrebbe persino sbarcare presto in Arsenale, chissà. Intanto, ha fatto capolino alla cerimonia ufficiale dei Leoni d’Oro alla Biennale Teatro, nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian – assenti in blocco le autorità politiche e ministeriali – un’elegantissima Beatrice Venezi.

Sì, la direttrice d’orchestra che ora ha intentato causa al Teatro La Fenice e dichiarato chiaro e tondo: ‘Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via’. E’ anche salita sulla magnifica terrazza sopra il palazzo e si è seduta proprio al primo tavolo riservato agli ospiti d’onore, per il notevole buffet che segue ogni premiazione: sorridente e ammiratissima, non si è quasi mai mossa dal posto accanto al Presidente Pietrangelo Buttafuoco.

In quanto a smarcarsi dai suoi ex Fratelli d’Italia ormai va via sereno, il giornalista-scrittore d’origine siciliana: ha entusiasticamente partecipato a una premiazione caratterizzata dalla presenza per il Leone d’Oro alla carriera della sua conterranea Emma Dante, alla quale si è rivolto con un amichevole tu. L’illustre regista, peraltro alquanto profilata politicamente sul fronte progressista, è un’orgogliosa donna femminista dichiarata (come ha sottolineato con una battuta anti-patriarcale alla fine del suo discorso), per così dire un po’ agli antipodi della direttrice-vamp che le dava le spalle dal primo tavolo del buffet. Chissà, se non la stessa Dante magari qualcuno della sua pugnace Sud Costa Occidentale avrà pure messo all’occhiello qualche settimana fa la spilletta con la chiave di violino che gli orchestrali della Fenice hanno coniato per la lotta contro la nomina della Venezi.

A proposito di simboli esibiti e di compagnie, tutta la comitiva che ha accompagnato davvero festosamente il Leone d’Argento Mario Banushi aveva appuntata sui vestiti la piccola chiave della Nakba palestinese. Ancora, il regista greco d’origine albanese, il più giovane premiato in assoluto nella storia della rassegna, ha voluto ringraziare con una toccante dedica i genitori, raccontando le dure traversie della loro migrazione. Ha accennato pure alla sua stessa condizione d’emarginazione sociale da piccolo, con i professori che lo vedevano già destinato tutt’al più ‘a fare le pulizie’ da grande e i crudeli compagni greci che lo buttavano nel bidone della spazzatura. E ha concluso ringraziando la mamma, presente in prima fila: ‘per tutti gli stracci che hai dovuto passare per terra, oggi puoi prendere in pugno un Leone’.

Gli schiaffi alla destra al potere non stati magari plateali, ma tra spillette ProPal e questa celebrazione del riscatto del migrante, considerando pure il doppio scacco al femminile, è arrivato un po’ di pepe sulla seconda Biennale Teatro affidata all’attore americano Willem Dafoe. Almeno negli intenti questa rassegna si proponeva di trovare soprattutto sul piano internazionale espressioni artistiche ‘allo stato puro’, con un titolo come ‘Alter Native’ – o ‘ALTER NATIVE’ in maiuscolo, o ancora in altre due-tre versioni variamente esibite, segnale già anche solo questo di una linea editoriale forse non così nitida.

Si vede che Dafoe si ritrova nell’evocazione di una certa contro-cultura degli anni Settanta del vecchio Novecento, in cui peraltro s’è formato a New York, come ha voluto far vedere alla sua prima Biennale. A questa sensibilità ha reso omaggio anche la stessa Dante, raccontando l’emozione di essersi trovata, a sorpresa, l’attore già piuttosto celebre in platea come spettatore, vent’anni fa ormai, a Roma, per un suo cult intitolato Il festino.

In questa chiave ‘alter-native’ si spiega, per esempio, la produzione di Promemoria di Davide Iodice, lavoro con gli adorabili anziani veneziani nella casa di riposo San Giobbe. Ma un’alternativa si vedrà se maturerà soprattutto dopo, per le prossime edizioni. Il nuovo Presidente ha ridotto a due anni il mandato dei direttori: ora scadono insieme Dafoe al Teatro, Sir Wayne McGregor alla sua sesta rassegna della Danza e la giovane techno-berlinese d’adozione Caterina Barbieri alla Musica.

Vedremo che cosa succederà, anche perché si tratta di nomine che vengono proposte da Buttafuoco, per ora saldo al comando nonostante la quasi rottura con Giorgia Meloni e le ispezioni ministeriali del suo amico-allievo Alessandro Giuli. E’ il Ministro che poi deve sottoscrivere le indicazioni dei nuovi direttori, e magari approvarle con il timbro ‘eccellente’, come ha fatto nel caso della Venezi alla Fenice, salvo repentinamente trovare ‘giusta e insindacabile’ la scelta di licenziarla. Forse l’ospite più notevole della cerimonia e del buffet per i Leoni non era lì per caso.

© Andrea Avezzù per Biennale

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L’area Self del Salone del Libro continua a crescere. E gli autori cosa pensano?

L’area Self del Salone del Libro di Torino continua a crescere, quest’anno erano presenti 350 autori e l’incasso delle vendite dei libri è triplicato rispetto all’edizione 2025. Ma la responsabile del Progetto Sara Speciani pensa ai miglioramenti per la prossima edizione, ad esempio sistemare meglio la libreria. E gli autori cosa pensano? Anche loro sono soddisfatti, Sara Cipriani, Edy Tassi e Amedeo Mettifogo hanno evidenziato i punti di forza e suggerito qualche cambiamento per il 2027.

Sara Cipriani nel 2026 ha vinto il Premio Self Publishing indetto dal Festival del Romance e fatto il suo esordio in libreria. È alla seconda esperienza nell’area Self Publisher. La prima volta è stata emozionante, ma tornare il secondo anno le ha permesso di vivere l’evento con ancora più intensità e serenità, anche grazie all’esperienza maturata e al supporto dell’organizzazione

Anche Amedeo Mettifogo, autore self di narrativa fantasy, ha partecipato al Salone del libro di Torino per due anni consecutivi, esponendo i suoi romanzi nella Libreria Self.
Mentre Edy Tassi è alla sua prima esperienza nell’area Self. Ha al suo attivo sette romanzi rosa e ha tradotto più di ottanta titoli per le maggiori case editrici italiane come Harlequin Mondadori, Piemme, Sperling & Kupfer e Always Publishing.

Tutti ritengono che partecipare sia molto utile, in particolare Cipriani pensa che per un autore indie sia un’opportunità preziosa, perché permette di incontrare dal vivo i lettori che magari non conoscono il mondo dell’editoria indipendente. Inoltre, condividere lo spazio e l’esperienza con altri autori, confrontarsi, scambiare idee sul percorso scelto, è un arricchimento. Senza contare che il Salone del Libro è uno degli eventi più importanti del settore editoriale e che poterne far parte rappresenta un onore e una grande soddisfazione personale e professionale.

Per Mettifogo la Libreria Self può essere una grande opportunità sotto molti punti di vista. Grazie a questa iniziativa anche gli autori Self possono partecipare alla fiera del libro più grande d’Italia, hanno una vetrina dove poter mostrare le loro opere ma, soprattutto, hanno la possibilità di instaurare rapporti e amicizie con nuovi lettori e colleghi.

Per Tassi tutte le occasioni di visibilità sono utili e il Salone è una palestra particolarmente intensa. È un contesto affollato e stimolante dove si impara a collaborare, a non vedere soltanto il proprio libro e, allo stesso tempo, a superare quella naturale timidezza e a compiere i primi passi verso il lettore. Però va considerato l’investimento economico. Oltre alla quota di partecipazione e all’acquisto delle copie da mettere in vendita, occorre tener conto dei costi della trasferta. Decidere se e come partecipare, quindi, impone di fare importanti valutazioni economiche e strategiche.

Per quanto concerne i cambiamenti, Sara Cipriani non ha particolari suggerimenti, solo l’auspicio di una crescita con spazi sempre più ampi e magari con un maggior numero di panel dedicati agli autori. Sempre più lettori comprendono che essere autori indipendenti è una scelta consapevole, un percorso editoriale che merita lo stesso rispetto di quello tradizionale.

Per Amedeo Mettifogo la Libreria Self è un progetto relativamente giovane, quindi non è perfetta, ma si può migliorare. Anche se apprezza il lavoro fatto da parte dello staff, pensa che ci vorrebbe una selezione dei libri più severa e meno autori. E poi si sofferma sull’esigenza di creare turni di lavoro al banco. Ma spera di tornare al SalTo perché ogni volta ritrova con un carico di emozioni e di incontri.

Edy Tassi suggerisce di mettere i libri in ordine alfabetico nella libreria dell’area per rendere la consultazione più intuitiva. Infine, consiglia una gestione che permetta agli autori una maggiore presenza ai tavoli. Il contatto diretto con i lettori è molto stimolante e rende l’esperienza ancora più efficace e gratificante per chi decide di partecipare.

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Il risultato dell’autobavaglio del Csm sarà una giustizia troppo pavida verso i potenti

Le nuove linee guida approvate dal Csm, che stabiliscono le regole sull’informazione giudiziaria da dare ai media, prevedendo l’obbligo per i procuratori di aggiornare e rettificare i precedenti comunicati, nascono da una constatazione difficilmente contestabile: troppo spesso l’annuncio di un’indagine o di un arresto riceve una grande esposizione mediatica, mentre le eventuali archiviazioni e le assoluzioni, ovvero il ridimensionamento delle accuse iniziali passano spesso inosservate.

È un problema reale. Un sistema giudiziario che impiega anni, talvolta decenni, per arrivare ad una decisione definitiva espone cittadini ed imputati al rischio di una condanna anticipata sul piano dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, l’obiettivo di garantire una comunicazione più equilibrata e rispettosa della presunzione di innocenza mi appare condivisibile. Il problema emerge, però, quando questo meccanismo viene calato nella realtà degli uffici giudiziari italiani, già alle prese con carenze di organico, arretrati cronici e carichi di lavoro spesso insostenibili. Ogni nuovo obbligo amministrativo richiede tempo, personale, procedure, controlli e responsabilità: un tempo che viene sottratto all’attività principale della magistratura, che è di indagare e giudicare.

A questi adempimenti si accompagna poi il rischio di rilievi disciplinari per chi non ottempera correttamente agli obblighi informativi. Perciò, l’effetto è quello che in gergo è stato definito “autobavaglio”. Non si tratta di un divieto esplicito, ma di un sistema di incentivi e disincentivi, che induce prudenza, oltre ogni ragionevole limite. Per un procuratore o un magistrato dirigente, ogni comunicato può trasformarsi in una futura incombenza, in una verifica, in una possibile contestazione. Ed a beneficiare di questo clima sono, di fatto, soprattutto coloro che dispongono già di strumenti per proteggere la propria immagine pubblica: grandi imprenditori, manager, politici, professionisti influenti, vale a dire i cosiddetti colletti bianchi. Figure che possono permettersi uffici stampa, consulenti della comunicazione e studi legali capaci di presidiare ogni fase del procedimento.

Il rischio maggiore riguarda le indagini più complesse e delicate: reati come la corruzione, il traffico di influenze, lo scambio politico-mafioso o le grandi frodi economiche raramente producono prove immediate e schiaccianti. Si tratta quasi sempre di procedimenti lunghi, costruiti attraverso intercettazioni, riscontri documentali e collaborazioni investigative. In questo contesto, un sistema che aumenta gli oneri burocratici per chi conduce le indagini potrebbe produrre un effetto deterrente sulla propensione ad affrontare le inchieste più controverse ed impegnative, quelle, cioè, che coinvolgono centri di potere economico e politico, e che già espongono magistrati e investigatori a forti pressioni pubbliche.

Il risultato potrebbe essere una giustizia troppo pavida verso i potenti, per la quale l’unica preoccupazione diventa quella di osservare le prescrizioni formali e “mettere le carte a posto”. Ma una giustizia nella quale la tutela della reputazione degli indagati assume un peso crescente finisce per far passare in secondo piano il diritto dei cittadini ad essere informati su fenomeni di rilevante interesse pubblico.

Il punto, perciò, è che queste riforme si concentrano eccessivamente sugli effetti mediatici della giustizia, trascurando di affrontare le cause profonde della sua inefficienza. Se un procedimento penale si conclude dopo dieci anni con un’assoluzione o una prescrizione, il problema principale non può essere il comunicato stampa della procura, bensì che lo Stato ha impiegato dieci anni per accertare se una persona fosse colpevole o innocente.

Le nuove norme rischiano così di intervenire sul sintomo anziché sulla malattia. Queste riforme è che introducono obblighi informativi, procedure, verifiche e adempimenti amministrativi per gli uffici giudiziari, ma non affrontano con la stessa determinazione le croniche carenze di organico, gli arretrati, la complessità procedurale e l’insufficienza delle risorse che rendono la giustizia italiana una delle più lente d’Europa. Invero, non viene riservata un’adeguata attenzione al cittadino comune, che attende anni una sentenza civile, alla vittima che aspetta giustizia per tempi interminabili o all’imputato privo di notorietà, che resta intrappolato in procedimenti destinati a durare oltre ogni ragionevole limite.

Si crea così una singolare inversione di priorità. Da un lato si rafforzano le tutele comunicative per chi è coinvolto in procedimenti ad alta esposizione mediatica; dall’altro rimangono sostanzialmente irrisolti i problemi che incidono quotidianamente sulla vita di milioni di persone: la lentezza dei processi, la scarsità di personale, le inefficienze organizzative e la difficoltà di ottenere decisioni in tempi ragionevoli.

Il rischio è che la politica finisca per occuparsi principalmente dell’immagine della giustizia anziché del suo funzionamento, dimenticando che il vero scandalo non è che un’indagine venga raccontata dai giornali, bensì che troppo spesso servano anni per sapere come quella vicenda finirà. E finché questo nodo non verrà affrontato, ogni riforma della comunicazione giudiziaria rischierà di apparire come un intervento marginale, utile forse a proteggere la reputazione di chi esercita un potere, ma insufficiente a migliorare la giustizia uguale per tutti.

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Nella magistratura un contropotere con forti attitudini tattiche

Convinto votante NO al referendum del 22/23 marzo, il cui obiettivo reale era quello di salvare la Costituzione dall’ennesima manomissione truffaldina, non certo appoggiare cacicchi e poltronisti del Pd e neppure impedire la separazione delle carriere in magistratura, assisto perplesso allo stupore per la definitiva redenzione di Nicole Minetti a mezzo della signora giudice della Procura di Milano che ne ha reiterato la beatificazione: la dottoressa Francesca Nanni, che mi ricorda l’ineffabile copy lookologico di sciura meneghina incarnato dall’immigrata genovese Letizia Brichetto in Moratti (una perbenista – la leader berlusconiana – con palesi pulsioni verso quelli/e che piacciono alla gente che piace).

Dunque, lo stupore per chi credeva che la corporazione dei giudici fosse composta da Arcangeli Gabriele, pronti con la spada di fuoco a scacciare i reprobi dalle loro tane dorate. Quando chi come me – educato da una nonna àpote al criterio scettico del “denaro e santità/ metà della metà” – ha sempre considerato la Giustizia un prezioso contrappeso degli altri poteri, prudentemente concentrato sui movimenti in atto nei Palazzi del Potere; commisurando le proprie strategie agli equilibri vigenti. Ergo – come diceva il poeta milanese Nelo Risi – sempre “attenti dove il potere sta”. A Roma come a Cologno M. (Torino è messa fuori gioco dalla furia liquidatoria degli Elkann).

Un disincanto che, per quanto ricordo, risale a mezzo secolo fa: il 13 febbraio 1974 un trio di giovani magistrati, che poi vennero denominati “pretori d’assalto” – Mario Almerighi, Carlo Brusco e Adriano Sansa – avevano aperto un’indagine su presunti finanziamenti occulti da parte dei petrolieri tramite la loro associazione, l’Unione petrolifera, alle segreterie amministrative dei partiti di governo (DC, PSI, PRI e PSDI). Stando alle accuse si trattava di una tangente del 5%, ripartita sul peso politico dei vari partiti, sui vantaggi derivati alle aziende del settore da una politica energetica contraria alle centrali nucleari. Si scatenò una tempesta (caduta del governo Rumor IV quando il leader del PRI Ugo La Malfa ritirò la sua delegazione ministeriale, varo nel marzo 1974 della disciplina in materia di finanziamento dei partiti: la legge Piccoli) destinata a chetarsi rapidamente. Per cui il 24 gennaio 1979 la commissione inquirente assolse gli inquisiti, non riscontrando a loro carico elementi di reato.

Qualche mese dopo ospitai a cena uno dei tre pretori, che mi riferì un aspetto poco noto dell’accaduto: nei giorni caldi della vicenda il trio era stato ricevuto al Quirinale dal presidente Sandro Pertini, e loro si presentarono all’incontro portandosi dietro una cassa di documenti probatori. Per tutta risposta l’ospite non fece altro che avvertirli: si preparassero alla messa a tacere di tutta la faccenda, perché il sistema partitico della Prima Repubblica era ancora troppo forte.

Messaggio ricevuto: difatti vent’anni dopo scatta Mani Pulite – sotto la regia del Procuratore della Repubblica Milanese Francesco Saverio Borrelli – per far piazza pulita di una corruzione ambientale nota da tempo al Palazzo di Giustizia, solo perché in quel momento il sistema di potere dominante – il CAF dell’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani – era andato in crisi a Milano, dove la Lega di Umberto Bossi scalzava il sindaco socialista Pillitteri, eleggendo il proprio candidato Formentini.

L’occasione per avviare una nuova Tangentopoli in condizione politiche più favorevole di quelle al tempo dello scandalo petroli. E fu il crollo della prima Repubblica. Forte di questo risultato la magistratura italiana, che ancora nei primi decenni del secondo dopoguerra era appiattita (porto delle nebbie) sul sistema di potere dominante (Vaticano-DC-Confindustria?), imparava a barcamenarsi tra rapporti di forza, scambi e opportunità. Il caso più recente è stato la rimozione di Giovanni Toti, da anni notorio pivot di un intreccio concussivo partendo dal porto di Genova, sottoposto a indagini quando Giorgia Meloni gli rifiutò il terzo mandato, sancendone la vulnerabilità.

Come si giustifica ora il pasticciaccio per pulire le fedine e l’immagine di Minetti a Milano e Marcello Dell’Utri a Firenze? Ci si può leggere la Fase Uno di un nuovo disegno, messo a punto negli alambicchi degli apprendisti stregoni della politica – con in testa il vecchio cuore doroteo di Mattarella (quello che da Vice premier avallava i bombardamenti della Serbia e ora predica pace) – come sbiancatura del passato di Silvio Berlusconi (Bunga Bunga e collusioni mafiose) per accreditare Forza Italia a gamba sostitutiva di un nuovo centro senza i disturbatori Conte e Fratoianni. E la Schlein confinata nel ruolo di segretaria “voce che grida nel deserto”. Un restyling con il fattivo contributo di una magistratura dalle marcate attitudini tattiche.

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Tutta la politica si sta spostando a destra: un’assemblea pubblica per fermare e invertire questa tendenza

Il dibattito in Parlamento in vista del vertice europeo del 18 e 19 giugno è stato disarmante, non per qualche coraggiosa iniziativa di pace ma per il pressappochismo e il servilismo del governo, le ipocrisie e le doppiezze dell’opposizione. Tutto si è ridotto alla polemica spicciola preelettorale. Nessuno ha proposto scelte nette e chiare, per la semplice ragione che ogni scelta vera oggi metterebbe in discussione la collocazione internazionale del nostro paese, quella che un tempo veniva definita “euroatlantica”.

Si deve restare nella Nato e non si devono mettere in discussione i trattati dell’Unione Europea; si è contro Trump – Meloni non riesce a nominarlo – ma si resta “ storicamente” alleati degli Usa; si attacca Netanyahu – Meloni si ferma a Ben Gvir – ma non si decide la rottura con Israele. Per Meloni non bisogna isolare lo Stato israeliano e per Schlein bisogna agire in Europa, dove tutti sanno che non si farà nulla.

Siamo di fronte a un teatrino che recita sopra il baratro; e le posizioni pacifiste non contano nulla perché poi vale il principio dell’alleanza coi guerrafondai. Il M5S e AVS si dichiarano contro l’invio di armi in Ucraina, ma poi stanno saldamente assieme al Pd, che invece lo ripropone e anzi lo rilancia, aggiungendo il sì all’entrata dell’Ucraina nella Ue, che non allarga l’Unione Europea ma la guerra alla Russia. Quanto ai brontolamenti della Lega, non ce n’è traccia nelle mozioni e negli atti del governo, come ricordano tutti i ministri.

Ci sono anche i più realisti del re: perché Starmer, che ha una popolarità del 2%, non invita Meloni con Merz e Macron, altri amatissimi nei loro paesi? E Meloni risponde: noi siamo il centro del mondo, forti in particolare delle relazioni con Edi Rama, contro cui è in piazza tutto il popolo albanese.

In questa nullità un solo dato politico è davvero emerso: l’inseguimento a destra delle due leader dei partiti più grandi. Giorgia Meloni ha attaccato frontalmente il partito di Vannacci, accusandolo di fare il gioco della sinistra, copiando così un mantra che avevamo sentito per decenni nel campo avverso: loro sono uniti se non stiamo tutti assieme, facciamo il loro gioco. Per la legge del contrappasso, oggi Giorgia Meloni usa a destra la propaganda tradizionale della sinistra di governo.

Per annullare Vannacci il governo Meloni dovrà spostarsi ancora più a destra contro i migranti, assisteremo nei prossimi mesi a una gara di propaganda tra chi la spara più grossa sulla remigrazione, alimentando quel clima xenofobo i cui effetti stanno esplodendo già in Gran Bretagna.

Elly Schlein non dovrebbe avere di questi problemi, ma invece anche lei deve inseguire. L’uscita dal partito di Pina Picierno e altri centristi magari non avrà rilevanza sul piano elettorale, però ha posto un problema di affidabilità euroatlantica della leadership del Pd. I tanti “riformisti” rimasti nel partito ora pretendono posizioni che tolgano spazio ai centristi. Così nel dibattito parlamentare il Pd di Schlein ha scavalcato a destra Meloni, con l’esaltazione della Difesa Comune Europea, che se presa sul serio costerebbe di più del riarmo Nato. E per il Pd è anche intervenuto Piero Fassino, esponente di quella ossimorica “sinistra per Israele”, che con Delrio al Senato ha votato l’equiparazione per legge dell’antisionismo con l’antisemitismo.

Del resto in Europa il Pd è schierato totalmente con Ursula von der Leyen e nel suo gruppo dirigente ci sono persone di fiducia e di potere referenti della Nato, cosi come dell’industria militare. Conte ha un bel dichiarare che quando sarà al governo taglierà le spese militari, non potrà farlo assieme al Pd.

Ciò che segna il dibattito parlamentare di questi giorni è il trascinamento a destra di entrambi gli schieramenti. Quello di governo per togliere a Vannacci la bandiera della persecuzione ai migranti e della remigrazione. Quello del campo largo per togliere a Picierno e Calenda la bandiera della Nato e pure quella di Israele.

Il tutto nella sempre più diffusa consapevolezza che, qualunque dei due schieramenti governi, nulla di sostanziale è destinato a cambiare, perché oggi la politica estera decide della politica interna, ne delimita i vincoli politici, economici e sociali. Per superare l’economia di guerra bisogna uscire dalla guerra, per far salire i salari devono scendere le armi. Cioè ci vuole un’altra politica internazionale. Ma sulla politica internazionale le posizioni di Meloni e Schlein, polemicamente, coincidono.

Potere al popolo ha convocato un’assemblea il 14 giugno a Roma per mettere in discussione la marcia verso destra di tutto il sistema politico italiano. Vogliamo costruire un campo politico a sinistra che sia indipendente dal centrosinistra, che sia davvero per il ripudio di guerra e imperialismo e per il disarmo, per l’eguaglianza sociale senza distinzioni etniche e razziali, per il sistema pubblico contro quello del profitto. Se ce la faremo, fermeremo e invertiremo l’inseguimento a destra.

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Se gli obiettivi del Pnrr non verranno centrati, la colpa non è dei medici

Sono 2 i miliardi, dei 15 stanziati dal Pnrr per la Missione 6 salute, spesi per il restyling e la costruzione delle 1038 Case di Comunità, aumentate a 1717 dal DM 77, sparse su tutto il territorio nazionale. Di queste, al 20 dicembre 2024 (dati Agenas), solo 485 erano attive con almeno un’attività funzionante e solo 66 pienamente operative con tutti i servizi obbligatori.

Ma a cosa servono, o sarebbero dovute servire, almeno sulla carta, le Case di Comunità? Dovrebbero servire a dare una risposta integrata e multiprofessionale a malati cronici, affetti da disabilità, disagio mentale e povertà. Volendo semplificare – me le immaginavo come un luogo fisico – strutture di secondo livello, intermedie tra ospedale e territorio, dove poter inviare pazienti complessi, su mia segnalazione, che non necessitassero di un ricovero ospedaliero ma di una valutazione specialistica piuttosto che di una prestazione infermieristica o di una presa in carico sociale per tutte quelle condizioni di povertà, disabilità o solitudine, senza che gli stessi fossero rimpallati da un servizio all’altro in peregrinazioni infinite, con prestazioni diagnostiche o specialistiche che è ormai diventato impossibile ottenere.

Un esempio per tutti: nel Lazio riesci a fare una TAC del cuore solo se la paghi di tasca tua. Se hai soldi, bene, altrimenti ti arrangi. E così in tutta Italia.

Nella volontà del decisore politico, invece, nella Casa di Comunità è previsto l’autoaccesso. E cosa ci trova il cittadino in questa Casa di Comunità? Gli specialisti? No, perché non ce ne sono. Tant’è che stanno pensando di spostarli dagli ospedali al territorio, cosa che ha sollevato le proteste dei sindacati di categoria, considerato che già i medici ospedalieri sono sotto organico e sottoposti a carichi di lavoro improponibili.

Se non ci sono specialisti nelle Case di Comunità, ci saranno almeno gli infermieri? Neanche più di tanti, perché ne mancano all’appello circa 22.000. Allora mettiamoci i medici di famiglia, che tanto lavorano solo tre ore al giorno e guadagnano tanto, così non tocca nemmeno pagarli, soprattutto se diciamo che sono soggetti a un debito orario piuttosto che a prestazioni aggiuntive.

E cosa dovrebbero fare questi medici di famiglia nelle Case di Comunità? In pratica una guardia medica h24: certificazioni mediche per turnisti, prescrizioni farmaceutiche urgenti, invio in ospedale per situazioni di emergenza. Quindi nulla di utile, nulla che aiuterà all’abbattimento delle liste d’attesa, nulla che limiterà l’accesso ai pronto soccorso che, per inciso, sono affollati per riduzione di posti letto e personale, per le condizioni di lavoro impossibili e non perché i medici di famiglia non fanno da filtro.

E sulle tre ore di lavoro, interrogando il mio gestionale, ma questo vale per qualsiasi collega con 1.500 pazienti, in un anno ho registrato circa 16.000 accessi a studio, che sono mediamente circa 70 accessi giornalieri, con tutto il carico clinico e amministrativo che ciò comporta, senza tener conto dei contatti telefonici e della messaggistica varia. Sono circa 750 milioni di visite annue effettuate dai MMG che, al contrario di quello che si dice, evitano il collasso dei pronto soccorso.

Credo che neanche Mandrake, con i suoi superpoteri, riesca ad evadere questa mole di lavoro in sole tre ore.

Stanno chiedendo, anzi imponendo, ai medici di famiglia di lavorare nei loro studi e contemporaneamente nelle Case di Comunità, come Arlecchino servo di due padroni.

Spostare i medici da un punto all’altro non moltiplica le forze disponibili. Certo, sarebbe impopolare, soprattutto in prossimità della prossima tornata elettorale, dire alla cittadinanza che, se vuole il medico di famiglia, non lo trova più nel proprio quartiere o nel proprio paese ma in una struttura dalle caratteristiche ospedalocentriche. Altrettanto impopolare sarebbe ammettere con l’Europa che gli obiettivi del Pnrr non sono stati per niente centrati e che i fondi sono stati spesi solo ed esclusivamente in edilizia sanitaria e non investiti sulla valorizzazione del personale, i cui stipendi sono fermi a trent’anni fa e i cui carichi di lavoro sono triplicati.

Se gli obiettivi del Pnrr non verranno centrati, la colpa non è dei medici e la politica si assuma le proprie responsabilità. Non credo che i medici reggeranno a questo nuovo e incombente debito orario nelle Case di Comunità, soprattutto quando sono a credito di infinite ore di lavoro di back office che non solo non sono valorizzate, ma ritenute invisibili o non influenti.

La riorganizzazione dell’assistenza territoriale si intreccia con il dibattito sullo status giuridico del medico di famiglia, oggi libero professionista ma soggetto a una subordinazione progressiva, senza che della subordinazione o della dipendenza abbia le tutele, come maternità, ferie, malattia, infortunio e possibilità di part-time. E questi, per una professione che sta virando al femminile, sono temi fondamentali per la conciliazione vita-lavoro. Già oggi, l’introduzione del ruolo unico per i giovani medici (obbligo di lavorare 38 ore nelle strutture e aprire propri studi per ricevere i pazienti) sta producendo la desertificazione della medicina generale. Un esempio per tutti: a Bergamo e provincia, su 511 zone carenti messe a bando, hanno risposto in 13 e in 8 hanno accettato. E così dappertutto.

Se si introdurrà anche per i medici già in servizio l’obbligo del doppio lavoro, ci sarà un pensionamento di massa e la situazione, ben lungi dal risolversi, si aggraverà. Saranno ben più di 6 milioni gli italiani senza medico.

Una riforma che si rispetti deve valorizzare le cure primarie territoriali attraverso l’istituzione di una scuola di specializzazione in medicina generale, con l’assunzione dei medici come dipendenti o specialisti a convenzione all’interno delle Case di Comunità, e molti giovani risponderebbero entusiasti. Certo è che non si può ipotizzare una riforma a isorisorse. Chi, invece, ha deciso di lavorare con un’autonoma organizzazione che nel tempo, tramite capillarità e accessibilità, ha prodotto risultati positivi sulla salute dei cittadini di questo Paese, dovrebbe essere lasciato in pace nel proprio studio.

Se siamo i più longevi, secondi solo ai giapponesi, non è un caso, ma il frutto del lavoro di generazioni di medici sul territorio nel corso dei decenni.

La riforma è stata stoppata perché è convenienza di tutti che i medici di medicina generale rimangano in un limbo: liberi professionisti senza tutele, dipendenti di fatto senza diritti, perché con il loro lavoro e i loro contributi devono mantenere in vita, a tutti i costi, la loro cassa previdenziale, ENPAM, ente giuridico privato con finalità pubblica che, per bocca del suo presidente, annuncia il suo sostegno al Paese con investimenti nazionali che ammontano al 53% del patrimonio previdenziale, stimato attualmente in 31 miliardi.

Siamo contenti che la cassa previdenziale goda di buona salute e che aiuti l’Italia, ma a rimetterci le penne saranno i medici e, con essi, i cittadini.

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Il mondo di ‘Gerry’ sospeso tra realtà e finzione: un cortometraggio senza pietismi

“Un film debole resta un film debole, anche se è fatto con le migliori intenzioni”. Nel cinema sociale la buona intenzione ha spesso la meglio sulla qualità, e se poi la storia tocca la disabilità, il resto – regia, sceneggiatura, rigore artigianale – passa troppo spesso in secondo piano, come se il tema fosse un’esimente per i difetti tecnici. La Poti Pictures, nata ad Arezzo dentro la cooperativa “Il Cenacolo”, lavora esattamente al contrario. Il loro principio è netto: chi lavora con attori con disabilità non ha il diritto di abbassare l’asticella, ha il dovere di alzarla. Senza retorica, ma con un’idea precisa di mestiere. Scrivere un cortometraggio di venti minuti che coinvolga otto personaggi e affronti il tema senza scivolare nel pietismo non è un’eccezione, è la regola. Da questa tensione nasce Gerry, diretto da Salvatore Lizzio e Daniele Bonarini, con la partecipazione di Vittoria Bianchini, in concorso al Taormina Film Festival nella sezione “Sguardi di Sicilia”.

Presentato da Terry George (Premio Oscar per The Shore), il punto di partenza del lavoro è la vita di Angelo Giardili, studente della Poti Pictures Academy. Tuttavia Gerry non è Angelo: non lo imita, non lo traduce e non lo imprigiona in una biografia mascherata. “Crediamo – spiegano i registi – che tra realtà e finzione esista un confine molto sottile: attraversarlo con rispetto significa dare alla verità una nuova forma”. Angelo è un ragazzo con una passione “travolgente” per la stop-motion e i Lego da cui Lizzio e Bonarini hanno tratto un racconto che parla di perdita, lutto e assenza, senza mai alzare la voce e soprattutto senza ricorrere alla solita scorciatoia del “potere speciale” come risarcimento della vita. L’immaginazione qui non è una fuga infantile, ma il modo in cui il protagonista decide di stare dentro il proprio dolore, e lo fa provando a non crollare.

“Molte storie contemporanee – proseguono i registi – raccontano personaggi che diventano straordinari acquisendo poteri o capacità eccezionali. Gerry, invece, intraprende un viaggio che nasce da una ferita profonda e molto umana: la perdita della zia, una figura alla quale era profondamente legato. Per noi l’immaginazione non è uno strumento per sentirsi invincibili, ma uno spazio in cui elaborare la realtà e metabolizzare il dolore. Il mondo che Gerry costruisce non serve a cancellare il lutto o a fuggire dalla sofferenza, ma a trovare un modo per attraversarla. L’avventura diventa così una forma di elaborazione emotiva, un percorso che gli permette di convivere con l’assenza e di trasformarla in qualcosa che possa continuare a far parte della sua vita. Gerry non diventa più forte perché sconfigge un cattivo o acquisisce un superpotere: cresce perché accetta la propria fragilità e trova il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando abbiamo mostrato il film ad Angelo per la prima volta, ha compiuto il gesto che fa quando è emozionato o felice sfarfalla, cioè muove le braccia come se fossero un battito d’ali”.

Dietro l’opera c’è una macchina produttiva solida. Nove mesi di formazione alla Poti Pictures Academy, un percorso che non somiglia affatto a un laboratorio ricreativo o improvvisato. Un ruolo fondamentale è quello di Sara Borri, definita dagli autori “psicologa di set”: il suo intervento non comincia davanti alla macchina da presa, ma mesi prima, studiando i punti di forza e i blocchi di ogni partecipante. Il cinema, in questo contesto, non è una protezione paternalistica, ma un lavoro di messinscena millimetrica. “La rabbia non deve essere per forza un urlo. Può essere uno sguardo, una pausa, la postura di un corpo”, spiegano i registi.

Negli anni il progetto ha raccolto riconoscimenti che vanno oltre il perimetro della solidarietà: oltre 120 premi, selezioni ai Nastri d’Argento, passaggi nei circuiti BAFTA e percorsi accademici all’Università del Texas. La presenza di Terry George a Taormina, poi, non ha il tono della passerella, ma quello di un riconoscimento al valore artistico dell’opera. La sua reazione è sintetica: “Gerry is beautiful… it conveys a profound message… congratulations”. Gerry non è un’opera costruita per dimostrare una tesi o rassicurare lo spettatore. Evita il pietismo e non usa la fragilità come dispositivo narrativo o scorciatoia emotiva e nella sua misura controllata lascia affiorare momenti di grazia e una commozione mai dichiarata, affidata alle immagini più che alle intenzioni.

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Pagine di diario: la zia bigliettaia, il traffico di Roma e le parodie a Matilde Serao

Ho una zia inglese che ha appena compiuto 100 anni. Alla fine degli anni ’50 faceva la bigliettaia sugli autobus a Liverpool. Fra i clienti abituali della sua linea c’erano due ragazzini: salivano con le loro chitarre al piano superiore, dove era permesso fumare. Una volta quei due salirono a bordo con un terzo amico, anche lui con la chitarra. Dopo un po’ mia zia li sentì suonare una canzone bellissima, piena di ritmo, con tanto di coretti, e ne rimase davvero colpita. No, non erano Paul, George e John.

Nel 1921 Matilde Serao pubblicò un libro piuttosto bizzarro. Intitolato Preghiere, conteneva fra le altre la Preghiera della moglie che sta per tradire il marito per sentimento e la Preghiera del marito ingannato. I parodisti dell’epoca si sbizzarrirono. Achille Campanile aggiunse la Preghiera del debitore che forse non pagherà la cambiale (Dolce Gesù, domani mi scade la cambiale. Dovrei affannarmi tutt’oggi, bussare a molte porte perché ancora non ho il becco di un quattrino. Che devo fare, mio dolce Gesù? Busserò. Non hai tu detto: ‘Bussate e vi sarà aperto’? Ma devo per questo affannarmi tanto? Che accadrebbe, dopotutto, se non pagassi la cambiale? Sarebbe la fine del mondo? No! Non hai tu detto, mio dolce Gesù: ‘Il domani provvederà a se stesso’? Ebbene, la cambiale scade domani. Oggi non pensiamoci più! Domani mi proteggerai come sempre, mio dolce Gesù. Amen).

Cesare Zavattini la Preghiera della cocotte che esce di casa verso l’Ave Maria (Madonnina santa, fatemi la grazia di non farmi incontrare sul marciapiede nessun malvivente. Ci sono tante persone buone a questo mondo: fate che questa sera incontri soltanto persone buone. Qualche persona anziana, possibilmente, seria, qualche padre di famiglia che abbia, venendo con me, molta paura delle chiassate. Io mi accontento di così poco, dopotutto. Aiutatemi sempre, Madonnina mia! Amen!) e Guido Da Verona la Preghiera del ladro che sta per rubare un cero alla Vergine (Vergine santa, il sagrestano è finalmente uscito. La chiesa è deserta e mi vedete solo voi, vergine misericordiosa. Quali di questi due ceri devo rubare? Il più grosso o il più piccolo? Consigliatemi voi, madre pietosa, assistetemi voi! Non mi rispondete? Ah, lo capisco, Vergine santa: non vi importa nulla né del più grosso né del più piccolo. Anche senza la luce di questi due ceri, voi siete ugualmente splendida. Stella mattutina! Li prenderò dunque tutti e due. Grazie, mater dolorosa).

Tempi moderni. L’altro giorno a Roma una mia amica frena di colpo la Mini perché un pedone si è buttato impavido sulle strisce. Da dietro arriva una moto in velocità e inchioda all’ultimo momento. Il motociclista l’affianca e comincia a urlarle frasi di una volgarità inaudita. Arrivano al semaforo, è rosso. Quello continua a trascendere accanto al suo finestrino come un cocainomane rettiliano. La mia amica cerca di mantenere la situazione sotto controllo: “Che dovevo fare? Metterlo sotto?” Ma quello è irrefrenabile: “Sei frigida! Sei così perchè hai preso pochi cazzi!”.

La mia amica: “Lei è veramente maleducato. Mi chiedo che educazione le ha dato sua madre”. E a questo punto quello se ne esce con un argomento incredibile: “Mia madre m’ha dato un’ottima educazione. E sai perché? Perché mia madre prendeva un sacco di cazzi!” La mia amica, voce dal sen fuggita: “Eh, certo, perché era una puttana“. Lui resta di sale, scatta il verde, lei sgomma via. (Tutto vero.).

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La crisi di Hormuz ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa

di Roberto Iannuzzi *

L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.

Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli Usa hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.

Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.

Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).

A prima vista, l’Europa sembra posizionata meglio di altri per sostenere lo shock energetico ed economico derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene una porzione rilevante del fabbisogno europeo di fertilizzanti provenga dal Golfo, solo il 6% del greggio e meno del 10% del gas di cui necessita il vecchio continente passavano attraverso lo Stretto.

Ma l’aumento dei prezzi energetici è globalizzato, e la crisi attuale si somma ai danni prodotti da quelle precedenti, dal Covid-19 allo scontro con la Russia. Dal 2023, inoltre, l’insicurezza nel Mar Rosso ha costretto buona parte dei traffici commerciali a circumnavigare il continente africano superando il Capo di Buona Speranza, allungando così i tempi di navigazione e accrescendo i costi di trasporto.

Se lo scontro armato con Teheran dovesse riprendere, Ansarallah, gruppo alleato dell’Iran nello Yemen, ha promesso di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso, accrescendo ulteriormente costi energetici e di navigazione.

La guerra contro l’Iran ha poi ulteriormente dilapidato gli arsenali americani, già messi a dura prova dai conflitti in Ucraina, a Gaza e nello Yemen, assottigliando così le risorse militari (in particolare gli essenziali intercettori per la difesa aerea) che possono essere fornite a Kiev.

Il presidente americano Trump ha inoltre minacciato gli europei che li avrebbe aiutati ancor meno nello scontro con la Russia, poiché essi si sono rifiutati di intervenire direttamente al fianco di Washington contro l’Iran. Ciò acuisce il dilemma europeo tra la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina e a rafforzare il fianco orientale, e l’eventualità di schierare risorse militari nel Golfo a difesa delle petromonarchie.

Per il momento, paesi come Francia e Gran Bretagna hanno inviato alcune navi, caccia e sistemi di difesa aerea, che non modificano significativamente gli equilibri nel Golfo ma espongono tali risorse a un possibile coinvolgimento bellico qualora dovesse riesplodere il conflitto.

A ciò si aggiunge il dilemma energetico. Progetti infrastrutturali che bypassino lo Stretto di Hormuz, ad esempio aumentando la capacità dell’oleodotto saudita che dalla costa orientale giunge sul Mar Rosso, e sviluppando corridoi logistici lungo la penisola araba, richiedono investimenti e anni per essere realizzati.

La cooperazione economica tra Europa e monarchie arabe è esposta alla crescente instabilità nella regione, che può scoraggiare gli investitori e rallentare la realizzazione di importanti progetti Per altro verso, l’Europa è a corto di alternative energetiche. Dopo aver rinunciato alle fonti russe a basso costo, si è affidata al gas naturale liquefatto americano, inquinante e costoso da estrarre e trasportare. Gli Usa si avviano a diventare il primo fornitore di gas dell’Unione Europea.

L’Ue ha decretato lo scorso anno che tutti i paesi membri dovranno “derussificare” le proprie importazioni energetiche entro il 2028. Per molti paesi l’unica alternativa sta nel rivolgersi alla Turchia (escludendo il TurkStream che veicola gas russo) e alla regione del Caucaso. Ma anche qui gli Stati Uniti stanno assumendo un ruolo di controllo, stringendo rapporti sia con l’Armenia che con il vicino Azerbaigian, nel cui settore energetico gli Usa sono già presenti con ExxonMobil e Chevron.

Dopo la vittoria elettorale del partito guidato dal premier filo-occidentale Nikol Pashinyan in Armenia, dovrebbe procedere anche la cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp), corridoio di 43 km che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale. Tutti i lavori di sviluppo del corridoio, attraverso cui potrebbero passare anche delle pipeline, dovrebbero essere condotti da una joint venture armeno-americana controllata al 74% da Washington.

Con la Libia che resta uno stato fallito, e l’Algeria ormai al massimo delle sue capacità produttive, l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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Piano Casa, il parere espresso dalle Regioni è molto diverso dagli annunci trionfalistici del governo

All’interno della Conferenza delle Regioni opera la Commissione Infrastrutture e Governo del Territorio. Questi è l’organo tecnico-politico deputato a coordinare le politiche regionali sulla pianificazione territoriale, rappresentando le istanze degli enti locali nei tavoli di confronto con il Governo nazionale e l’Unione Europea.

Il 10 giugno la Commissione si è riunita con all’ordine del giorno il parere sul Piano casa. Una Commissione convocata dall’Assessore alle politiche abitative della Liguria, Claudio Scajola, di centrodestra: “per dare il nostro contributo costruttivo ad un provvedimento sentito, ma che necessita significative modifiche e correzioni, come condiviso oggi con tutte le Regioni”. L’assessore alle politiche abitative della Regione Umbria, Fabio Barcaioli, Facebook ha commentato: “la Commissione Infrastrutture della Conferenza Stato-Regioni ha bocciato il Piano Casa del Governo Meloni. Tra le Regioni che hanno espresso parere negativo ci sono l’Umbria, Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Provincia autonoma di Bolzano e Sardegna. Mentre Lombardia e Abruzzo si sono astenute, altre Regioni guidate dal centrodestra non hanno partecipato al voto”.

Alla base del parere negativo ha scritto l’Assessore Barcaioli, ci sono innanzitutto risorse del tutto insufficienti rispetto all’emergenza abitativa. A questo si aggiunge l’assenza di fondi per il contributo affitti e morosità incolpevole, strumenti fondamentali per sostenere famiglie in difficoltà. Inoltre il provvedimento attribuisce al Commissario straordinario poteri molto ampi, limitando il ruolo di Regioni ed enti locali nelle scelte che riguardano urbanistica e governo del territorio.

Come è del tutto evidente la Commissione Infrastrutture delle Regioni ha espresso un duro giudizio sul Piano casa che è vigente e che ha appena iniziato il suo iter alla Camera dei deputati.

Il parere espresso dalle Regioni è politicamente rilevante perché al contrario degli annunci trionfalistici del governo mette all’indice di fatto parti fondamentali del Piano casa. A seguito del parere espresso dalla Commissione infrastrutture, le Regioni l’11 giugno in sede di Conferenza unificata hanno chiesto formalmente il rinvio dell’espressione del parere e l’apertura di tavoli tecnici con il governo per affrontare le criticità rilevate e apportare modifiche sostanziali al decreto legge.

Le critiche provenienti dalle Regioni raccolgono una parte dei rilievi delle organizzazioni sindacali degli inquilini. Permangono le criticità nel Piano casa, della previsione di ulteriore processo di dismissione del patrimonio abitativo pubblico e il ruolo affidato ai fondi immobiliari internazionali come volano per operazioni di finanziarizzazione immobiliare che guardano più agli interessi della speculazione piuttosto che alle esigenze delle famiglie che vivono nella precarietà abitativa.

In tale contesto come non segnalare che il Piano casa del governo nell’ambito delle risorse del Piano Clima europeo 1,3 miliardi destinati al sostegno delle famiglie vulnerabili, assegnatarie di edilizia residenziale pubblica, sulle quali si è abbattuto il caro energia, ne distoglie il 50%, ovvero 650 milioni di euro, per finanziare in parte il Piano Casa.

La presa di posizione delle Regioni è stata commentata dall’Unione Inquilini che ha chiesto che tale parere sia acquisito dalla Commissione Ambiente della Camera e a questo punto la sospensione o il ritiro del decreto legge, in attesa del confronto tra Regioni e Governo. Intanto i sindacati inquilini, Sunia, Sicet, Uniat, Unione Inquilini, hanno promosso manifestazioni contro il Piano casa: a Milano il 19 giugno e il 23 giugno a Roma in Piazza Capranica. Ipotizzare 100 mila alloggi in dieci anni a fronte di 40 mila sfratti all’anno, e ad un milione di famiglie in povertà assoluta e in affitto, non potrà che avere un effetto placebo. In compenso ai privati andranno miliardi di euro. Questo si può chiamare piano casa strutturale?

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Dopo la mia esperienza a Mosca negli anni Novanta, capisco la popolarità di Putin: c’entrano dignità e ricchezza

di Gerardo Ongaro

Quando ero studente universitario a Mosca, negli anni Novanta, imperava la copia Yeltsin-Gaidar. Yiltsin il presidente, Gaidar membro del governo, artefice della Shock Therapy (Terapia d’Urto), pensata per introdurre il sistema liberal capitalista radicale in un baleno, per renderlo irreversibile.

Fu un periodo disastroso per la società, fomentato e appoggiato dagli apparati di potere occidentali che a oriente vedevano sconfinate praterie per i loro pascoli lucrativi. La minoranza che si trovava nelle posizioni migliori si accaparrava tutte le risorse, formando una élite di oligarchi, in effetti padroni assoluti delle sorti del paese, assieme alla mafia comparsa sulle ceneri del regime precedente. Era una specie di selvaggio “Far West”.

La popolazione sprofondò nella miseria, visibile per le vie della città. File di giovani e vecchi che vendevano oggetti appartenuti alla famiglia nei secoli, per guadagnare pochi rubli per tirare avanti, mentre nella via accanto scendeva dalla limousine la giovane stella nascente per inaugurare una lussuosa boutique. Il contrasto era devastante.

новые русские (i nuovi russi), era la frase che la gente comune mormorava tra i denti; come dire “Si stava meglio quando si stava peggio, quando i dirigenti del partito comunista se la passavano bene, ma noi del popolo avevamo almeno il necessario”. Il primo impatto nella storia della Russia con la democrazia occidentale coincise con il sistema del liberismo rapace. Produsse una miseria simile a quella prodotta dallo Zar di vecchia memoria, che aveva causato la rivoluzione bolscevica.

La gente per le strade moscovite mi diceva che, alle loro lamentele, l’élite sovietica gli aveva sempre risposto che il socialismo era ancora in via di costruzione. Adesso, la stessa gente mi raccontava che non avrebbe mai creduto che l’alternativa fosse tanto catastrofica, che fosse questo il tanto decantato regime democratico. La reazione fu l’avvento di Putin, ancora popolarissimo dopo tanti anni di potere. Si potrebbe dire che Putin fu una creazione occidentale, sorto dal fallimento di instaurare un regime alle nostre élite economiche subalterno.

La stessa reazione che vediamo adesso in occidente per le stesse ragioni, l’arricchimento di pochi a spese dei più, con il conseguente emergere di figure estremiste di destra, che in realtà vogliono un sistema ancora peggiore dell’attuale, a favore dei poteri economici e finanziari.

Ci piaccia o no, Putin ridiede dignità al popolo russo. Ciò che esso vede è il suo potere sugli oligarchi, mentre con Yeltsin erano loro a governare il paese. L’espansione della Nato verso i confini russi non ha fatto altro che aumentare la sua popolarità. Hanno memoria vivida delle ripetute, devastanti invasioni occidentali, ultima delle quali costò la morte di venti milioni di persone, più della metà civili.

Le sanzioni rinvigoriscono il senso di assedio, richiamandone altri di triste memoria: Leningrado, Stalingrado… Pochi sanno quanto il popolo russo sia avvezzo alla sofferenza. Esiste in russo un modo di dire rivelatore della loro cultura. È un accostamento della bellezza alla sofferenza. Si suole dire: “Che bella che è. Soffre molto”.

La sete di conquista legata alla volontà di requisire risorse per pochi acceca le menti di chi ci governa. Pochi inascoltati capiscono che la concentrazione della ricchezza è la piaga distorsiva della storia dell’umanità, causa di conflitti, di miseria diffusa, di devastazione del clima, di perdita di diritti umani; che la redistribuzione è, invece, la chiave per allontanarci dal baratro.

Dicono che la necessità è la madre di tutte le invenzioni. Forse si dovrà raggiungere il limite quando la maggioranza non ha più niente da perdere, e allora i cambiamenti, anziché pacifici, potrebbero essere drammaticamente sanguinosi, come la storia dovrebbe averci insegnato.

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Kavafis, ovvero della poesia, dello struggimento e del desiderio (Traduzione di Antonio Devicienti)

Konstantinos Kavafis (Alessandria d’Egitto 1863 – 1933) probabilmente non ha bisogno di presentazioni per gli amanti della poesia, essendo molto conosciuto (e tradotto) anche in Italia.

La sua vita, trascorsa in massima parte in un’Alessandria poliglotta e affascinante, s’identifica veramente con la poesia e con la ricerca della bellezza, con l’eros e con il fantasticare di un lungo passato greco, alessandrino e bizantino che nutrono il non vasto corpus poetico formato da testi che il poeta stampava in proprio e rilegava a mano in fascicoli che poi donava agli amici ed estimatori.

È stato molto arduo scegliere i testi da proporre qui, ché numerosi sono i componimenti degni di attenzione; ho pensato di suggerire, tra i molti “ritratti” possibili del poeta, quello che emerge da versi nei quali s’impone una precisa scelta di bellezza ed eleganza contrapposta alla volgarità dominante del suo tempo (e del nostro), scelta sempre accompagnata da struggimento e da desiderio.

A. D.

***

Termopili (1903)



Onore a quanti nella loro vita
si decisero a difesa delle Termopili:
mai venendo meno al dovere,
equilibrati e giusti in ogni azione,
ma sempre con sofferenza e compassione;

generosi se ricchi – e se poveri
generosi nel loro poco,
soccorrevoli quanto potevano,
dicendo sempre la verità,
ma senza odiare i bugiardi.

E sono degni di più grande onore
se prevedono (e molti lo prevedono)
che all’ultimo comparirà un Efialte
e che, infine, i Persiani passeranno.

Terra di Ionia (1911)

Siccome abbattemmo le loro statue,
siccome le strappammo dai loro templi,
non per questo morirono gli dei.
O terra di Ionia, te amano ancora,
te anima ancora il loro spirito.
Non appena albeggia sopra di te il mattino agostano
il vigore delle loro vite attraversa la tua luce
e una qualche forma aerea d’efebo,
indefinita, con passo veloce
incede sulle tue colline.

Per quanto puoi (1913)

E se non puoi fare della tua vita quel che vuoi,
in questo almeno sfórzati
per quanto puoi: non umiliarla
nella troppa familiarità con il mondo,
con l’eccessivo gesticolare, con le chiacchiere.

Non mortificarla portandola qua e là,
gironzolando di continuo e non esporla
alle sciocchezze quotidiane
dei commerci, dei vincoli,
fino a renderla estranea, molesta.

Mare al mattino (1915)

Qui fermarmi – e guardare un po’ la natura.
Luminosi azzurri e gialla sponda
del mare al mattino e del cielo senza nubi: tutto
è bello e assai luminoso.

Qui fermarmi. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fui fermato) –
e non (anche qui!) le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Il sole del meriggio (1919)

Questa camera, come la conosco bene!
Questa e l’altra, contigua, adesso affittate
a uffici commerciali. Tutta la casa è diventata
uffici di sensali e di mercanti e società.

Oh, quanto mi è familiare, questa camera!

Presso la porta, qui, c’era il divano
e un tappeto turco davanti
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra (no, di fronte) un grande armadio a specchio.
Nel mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi sedie di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto
dove ci siamo tante volte amati.

Ci saranno ancora quei poveri oggetti (ma dove?)

Di fianco alla finestra c’era il letto:
il sole del meriggio lo lambiva fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro, c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è diventata sempre.

Melancolia di Iasone di Cleandro, poeta della Commagene, 595 d. C. (1921)

L’invecchiare del corpo e della mia figura
è ferita d’orrido coltello.
Non so sopportare.
E a te mi volgo, Arte della Poesia,
che sai un poco di farmaci:
provandoti ad assopire il dolore nella Fantasia e nella Parola.

È ferita d’orrido coltello. –
I tuoi farmaci portami, Arte della Poesia,
che alleviando addormentano (per poco) la ferita.

Lo specchio nell’ingresso (1930)

La ricca casa aveva nell’ingresso
un grande specchio, molto antico:
di ottant’anni almeno.

Un ragazzo bellissimo, commesso d’un sarto
(la domenica atleta dilettante)
stava lì con un pacco. Lo porse
a qualcuno della casa e quello andò dentro
per la ricevuta. Il commesso del sarto
rimase solo, aspettando.

Si avvicinò allo specchio e guardandosi
si sistemava la cravatta. Dopo cinque minuti
gli portarono la ricevuta. La prese e andò via.

Ma l’antico specchio che ne aveva viste tante
nella sua lunga vita
(migliaia di cose e di visi)
ma l’antico specchio adesso si rallegrava
e si esaltava d’avere trattenuto in sé
– per qualche attimo – così tanta bellezza.

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Riforma medici: Schillaci una ne fa (forse), cento ne “canna” (sicuramente)

Siamo alle comiche ormai con la nuova riforma della medicina di base tanto studiata, proposta e subito ritirata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci.

Anche l’accordo Stato-Regioni, basilare per la gestione della salute pubblica, va in disaccordo seppur dovrebbero parlare con una bandiera conosciuta che sventola dalla stessa parte. Guido Bertolaso, infatti, dice che è una “vicenda avvilente”. Non si comprendono nemmeno fra colleghi.

Ma vogliono capire Bertolaso e Schillaci che non esistono i medici di base? Vogliono capire che se si chiede a quei pochi che ci sono di diventare pubblici diranno sempre di no appoggiati dai sindacati e dagli Ordini dei medici i cui presidenti vengono “solo” eletti da loro? Vogliono capire che non riusciranno ad obbligarli ad andare nelle case di comunità, isole nel deserto costose ed inutili al bene comune?

Ma Schillaci rilancia: “Entro il 30 giugno apriremo le case di comunità. Confido nel senso di responsabilità dei sanitari”.

Abbiamo avuto anni per aver accettato gli obblighi del Pnrr che ci imponeva di aprire in Italia 1288 case su tutto il territorio entro il 30 giugno 2026 per un costo complessivo stimato di 2 miliardi di euro. Ora, con l’acqua alla gola, il ministro confida nei colleghi. Ma Schillaci, tu che puoi dal posto che occupi, lo capisci o no che occorre veramente svoltare e non affidarsi alla fiducia nei colleghi?

Una nuova facoltà, Medicina del Territorio, cinque anni secchi solo per fare i medici di base presso strutture ospedaliere, meglio se solo pubbliche, tutti dipendenti statali, a contatto con tutta la medicina specialistica per portare salute vera ai cittadini. Non parole inutili, utili solo alle prossime elezioni. Anzi ormai neppure a quelle. Se per caso vuoi invitarmi a Roma vengo a schiarirti le idee.

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Picierno lascia il Pd ma non si dimette da vicepresidente del parlamento Ue: un caso di (scarsa) etica politica

di Sergio Ciliegi

Che Pina Picierno fondi un movimento politico è una questione di natura politica sui cui non c’è ragione di eccepire.

Molto invece ritengo vi sia da eccepire, sotto il più rilevante profilo dell’etica politica, sul fatto che lei, diventata parlamentare europea con i voti di elettori del Pd e vicepresidente del Parlamento europeo con i voti di colleghi del Pd, abbia lasciato il Pd e i suoi elettori, per rappresentare i quali era entrata nel parlamento europeo, mantenendo tuttavia la carica che aveva ottenuto in virtù del voto degli elettori del Pd che ora ha deciso di non rappresentare più, avendo fondato un nuovo soggetto politico.

È vero che ormai, ahimè, così fan tutti/e: “lascio il partito nelle cui liste sono stato eletto/a parlamentare, nazionale o europeo, ma resto parlamentare.” Ed è anche vero che non esiste vincolo di mandato. Ma che a lasciare il partito nelle cui liste è stata eletta senza dimettersi da parlamentare sia una vicepresidente del parlamento europeo mi pare francamente troppo, per non dire indecente.

Mi auguro (senza speranza, temo) che prima o poi i partiti, tutti insieme, vogliano mettere una qualche forma di freno a questo costume, per usare un eufemismo, che ferisce gli elettori prima ancora dei partiti. Ma se le cose non cambiano si avvererà prima o poi la profezia di Saramago del Saggio sulla lucidità: andranno a votare tutti, ma voteranno tutti scheda bianca.

Ps. Non sono elettore del Pd.

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Disabilità nello sport e nelle fiabe: dal ParaMondiale al Mago di Oz, passando per due letture

di Marco Pozzi

In questi giorni d’inizio mondiale di calcio mi è capitato di discutere con amici sulla possibilità di organizzare un ParaMondiale, dopo il torneo principale, alla maniera in cui le Paralimpiadi seguono sempre le Olimpiadi: calcio integrato, per non vedenti, in carrozzina: discipline già esistenti o ancora da progettare.

D’altronde, Olimpiadi e Mondiali sono due eventi simili per portata planetaria, che scandiscono il nostro tempo, alternandosi ogni due anni, come un metronomo delle società.

Insieme alla divagazione sul ParaMondiale di calcio, qui mi piace segnalare due bei libri sulla disabilità, che ho letto da poco. Il primo è Eccentrico di Fabrizio Acanfora (editore Effequ, 2022): a 39 anni all’autore viene diagnosticata una forma di autismo. C’è un prima e un dopo quel momento, un sé prima e un sé dopo, diverso. Una specie di tortura, “vigilanza permanente”, che rende ogni secondo faticosissimo, soprattutto se si fa musica, come l’autore, e si è ossessionato dai rumori, e “il canale preferenziale di entrata delle informazioni esterne è l’udito” (p. 102).

Il libro è un racconto sincero e intenso, un reportage di sé stesso, di com’è star chiuso nei propri pensieri, crearsi routine e ripetibilità per non cedere alle distrazioni laterali, com’è vivere con ridotta capacità di astrazione rispetto alla capacità di vedere i pensieri (quando si pensa un appuntamento, quando si scrive un racconto, tutti i dettagli afferrano l’attenzione), e di come si riempiono le giornate con la musica, studiando clavicembalo e pianoforte.

Il secondo libro è Deforme di Amanda Leduc (editore Nottetempo, 2025), dove l’autrice, che soffre di una lieve paralisi cerebrale e di emiplegia spastica, analizza le disabilità presenti nelle fiabe, spesso elemento centrale della storia: la bestia in Bella e la bestia, la strega con la stampella di Hansel e Gretel, le trasformazioni nelle favole dei fratelli Grimm, i brutti principi e i ranocchi; oppure le disabilità nei cartoni animati, quali il gobbo di Notre Dame, i nani che aiutano Biancaneve, il naso deforme di Pinocchio, o la Fiona in Shrek, trasformata da principessa in orchessa per maledizione di una fata.

Viene in mente la commovente Elsa, in Frozen, col suo potere di manipolare ghiaccio e neve, all’inizio incontrollabile, tanto da costringerla a lasciare la città e ritirarsi da eremita, prima d’essere salvata dalla cara sorella, che Elsa involontariamente aveva quasi ucciso mentre scopriva i suoi poteri. Il superpotere come disabilità, come scarto nefasto dalla normalità (lo dimostra anche l’ultimo “ragno” di Nicolas Cage in Spider-Noir, fra quei supereroi che vorrebbero essere “normali”).

Nelle fiabe particolare è il Brutto Anatroccolo, diverso, emarginato, il quale cresce e si scopre diventare un bellissimo cigno. E il cigno, qui animale simbolo di bellezza (un super potere quasi), lo è altrettanto di bruttezza nei Cigni selvatici di Andersen e nei Sei cigni dei fratelli Grimm, dove undici principi e sei fratelli vengono trasformati in cigni da una matrigna e da una regina malvagia. Si è belli o brutti a seconda del paragone: l’essere cigno, in fiabe diverse, in realtà diverse, può essere un privilegio oppure una condanna.

Per tornare allo sport, il discorso fa venire in mente i quattro personaggi del Mago di Oz: lo Spaventapasseri senza cervello, l’Uomo di Latta senza cuori, il Leone senza coraggio, oltre a Dorothy, che è sola in terra straniera. Ognuno ha una disabilità, insieme sono una squadra impegnata verso un obiettivo comune, che è raggiungere Oz. I quattro hanno obiettivi individuali – il cuore, il coraggio, il cervello, tornare a casa – ma gli obiettivi individuali si fondono in un agire condiviso, che li porta a collaborare l’un l’altro, ciascuno coi propri punti di forza a coprire i punti di debolezza del compagno. Sembra di ascoltare alcuni discorsi di Julio Velasco, che nella definizione dei ruoli identifica un meccanismo chiave per il funzionamento della squadra sul campo.

La durezza dell’Uomo di Latta spezza i pungiglioni delle api nere, le cornacchie sono uccise dallo Spaventapasseri, il ruggito del leone mette in fuga i minacciosi Winkie. Ciascuno con le sue abilità e disabilità, in un viaggio che è una partita, il campo che è l’intero Regno di Oz (una realtà altra rispetto al Kansas di Dorothy), come in un nuovo sport inclusivo.

C’è poi un aspetto mentale. Il “Grande e Terribile Oz” si presenta ai quattro in maniera diversa: una grande testa a Dorothy, una donna magnifica allo Spaventapasseri, un mostro all’Uomo di Latta, una sfera di fuoco al Leone. La suggestione si rompe quando i protagonisti scoprono che Oz è in realtà un anziano e piccolo ventriloquo, arrivato in mongolfiera e scambiato dagli abitanti locali per divinità. Ma l’illusione non svanisce, solo s’interrompe: per soddisfare il desiderio dello Spaventapasseri Oz gli mette in testa crusca e spilli, all’Uomo di Latta infila nel petto un cuore di seta, al Leone offre una bevanda presentandola come coraggio liquido.
Questa la storia dei quattro atleti del Mago di Oz.

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Petrolio e potere: perché resistere a Trump significa abbandonare l’imperialismo fossile

di Kenny Bruno e Stephanie Brancaforte

Nel nostro tempo si sta affermando una cultura del potere, in cui la disponibilità di risorse e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri decisionali. [In questo modo, il bene comune dell’umanità viene relegato in secondo piano e la tragedia concreta dei popoli in guerra viene ridotta a una considerazione secondaria rispetto agli interessi strategici].
— Papa Leone, Magnifica Humanitas

Nel nostro tempo, il legame tra i combustibili fossili e la cultura del potere – leggi: autoritarismo – è diventato esplicito.

Dall’insediamento presidenziale del gennaio 2025, l’obiettivo del governo statunitense è stato il puro dominio. Il presidente Trump controlla il governo federale come nessun altro prima di lui, applicando la teoria dell’“esecutivo unitario” (unitary executive), che di fatto azzera la capacità dei dipartimenti federali di agire in modo indipendente. Domina i media come nessun altro. Domina le conversazioni di tutti i giorni. Domina il suo partito e il Congresso: la risicata maggioranza repubblicana si schiera sistematicamente con le sue priorità, terrorizzata dall’idea di subire sfide alle primarie o di essere punita da lui e dall’elettorato di riferimento.

La Corte Suprema, nella causa emblematicamente denominata Trump contro Stati Uniti, ha persino stabilito che il presidente gode dell’immunità penale. Per la legge, un uomo solo è al di sopra della legge. Il che significa che, invece dello Stato di diritto, gli Stati Uniti hanno ora il governo di un solo uomo.

L’imperialismo fossile in politica estera

Il tema del dominio permea anche la geopolitica. Il presidente lancia slogan come “prendere il controllo”, “prendersi il loro petrolio”, “lo otterremo in un modo o nell’altro”. Venezuela e Iran ne sono gli esempi lampanti (l’annessione della Groenlandia, a quanto pare, è solo temporaneamente in stand-by).

Questa agenda non è mai stata così esplicita come nel settore del petrolio e del gas. L’espressione “dominio energetico” (energy dominance) è quasi un tic nervoso per i funzionari federali. Esiste persino un vero e proprio Consiglio per il Dominio Energetico Nazionale (istituito formalmente su whitehouse.gov). Per questa amministrazione, “energia” significa esclusivamente petrolio e gas. Infatti, l’irrazionale amore per le trivellazioni selvagge è accompagnato da una speculare, viscerale antipatia verso le rinnovabili, in particolare l’eolico. Il governo ha cancellato progetti eolici già avviati e ha pagato alla Total 1 miliardo di dollari pur di farle abbandonare le concessioni eoliche.

Dominio energetico significa una cosa sola: esercitare il potere geopolitico attraverso l’esportazione di idrocarburi.

La sottomissione dell’Europa: l’effetto Chamberlain

Il dominio di un paese, per logica, implica l’asservimento di un altro. Un concetto che è stato reso evidente nel luglio 2025 quando la presidente dell’Unione Europea, Ursula van der Leyen, nella sua migliore imitazione di Neville Chamberlain – o, per l’appunto, calandosi nei panni di un arrendevole Vittorio Emanuele III, pronto a firmare la resa – si è recata nel campo da golf di Trump in Scozia. Lì, ha siglato un accordo commerciale che impegna l’Europa a importare l’assurda cifra di 750 miliardi di dollari in petrolio e gas dagli Stati Uniti. In caso di promessa infranta, la minaccia è lo scatto di dazi punitivi.

In altre parole, gli Stati Uniti stanno usando minacce economiche e militari per cacciare a forza petrolio e gas in gola all’Europa. Attraverso una triplice strategia:

– Regolamenti indeboliti: l’UE ha ricevuto l’ordine di allentare le proprie normative sul metano per rendere ammissibile il gas proveniente dal bacino Permiano in Texas.
– Attacchi alla NATO: l’alleanza atlantica è stata ripetutamente denigrata dal presidente e dal vicepresidente statunitensi.
– Infrastrutture imposte: l’ambasciatrice in Grecia, Kimberly Guilfoyle, ha chiarito che lo sviluppo delle infrastrutture di GNL (gas naturale liquefatto) è la sua priorità assoluta, mentre 12 paesi dell’Europa centrale e orientale hanno firmato contratti per importare GNL americano nel bel mezzo del più grande shock energetico della storia recente.

Se gli Stati Uniti devono dominare, l’Europa deve essere sottomessa. Il rapimento di Nicolás Maduro è un altro chiaro esempio di imperialismo fossile; gli Stati Uniti non si sono presi la briga di occupare militarmente il Venezuela, ma ne controllano l’unico settore strategico. E la nuova presidente venezuelana sa perfettamente di dover seguire le istruzioni, per evitare di fare la stessa fine. Il Venezuela, non a caso, ha immediatamente smesso di inviare petrolio a Cuba, che ora ha l’elettricità solo per poche ore al giorno.

La guerra in Iran: altro che fallimento!

Anche la guerra in Iran, che molti osservatori considerano un fallimento strategico, è in realtà un enorme successo per l’industria petrolifera, e in particolare per un gruppo ristretto di trader di GNL che stanno accumulando extraprofitti osceni. Il presidente degli Stati Uniti non la considera affatto un fallimento. Ha arricchito i suoi amici e ha fatto felice il suo alleato Netanyahu. Dopotutto lo dice sempre: “Quando i prezzi del petrolio salgono, noi facciamo un sacco di soldi”. Dove il “noi”, ovviamente, si riferisce alle multinazionali, non ai cittadini.

Donald Trump aveva chiesto esplicitamente ai colossi del petrolio 1 miliardo di dollari per la sua campagna elettorale, promettendo in cambio totale carta bianca. Ne hanno versati meno della metà (come riportato dalle inchieste del The Guardian), ma lui sta comunque mantenendo la parola. Mussolini riteneva che il fascismo dovesse essere chiamato corporativismo. È difficile immaginare un Paese che abbia fuso gli interessi delle multinazionali fossili e del suo aspirante dittatore in modo più completo rispetto agli Stati Uniti di oggi.

Serve una democrazia di combattenti, non di complici

La guerra a Gaza, la guerra in Iran e la guerra alle rinnovabili e all’azione per il clima si sono fuse in un’unica, coerente spinta verso il dominio globale. I paesi europei sono sovrani e hanno gli strumenti per resistere. Ma quello che non possono fare, per pura logica, è dichiararsi contrari all’ascesa dell’autoritarismo e contemporaneamente sostenere il fracking, le nuove centrali a metano e i contratti a lungo termine per il GNL americano.

Negli Stati Uniti, i cosiddetti democratici moderati di solito appoggiano lo sviluppo dei combustibili fossili, ma questa non è una posizione “moderata”: è complicità nei confronti dei bulli. Lo stesso vale per l’Europa. Gli elettori vogliono combattenti, non leader inclini al compromesso al ribasso. La democrazia ha bisogno di difensori, non di scendiletto. Il solare e l’eolico costano meno. Ma i bulli non vogliono che spendiate meno. Sono più puliti. Ma loro non vogliono che respiriate aria pulita. Sono sicuri per il clima. Ma i bulli non vogliono nemmeno che pronunciate la parola “clima”. Sono fonti energetiche locali e indipendenti. E i signori del fossile odiano l’indipendenza, perché blocca la loro strada verso il controllo totale.

Papa Leone avverte che persino la corsa all’intelligenza artificiale è guidata dal “desiderio di assicurarsi un dominio geopolitico o commerciale”. Lo stesso vale per le guerre e per l’energia. La sfida, scrive il Pontefice, è “trasformare le modalità dominanti di esercizio del potere in forme di potere condiviso”. In altre parole: il dominio è l’agenda dei bulli e degli autocrati. La cooperazione è la via delle democrazie. Il Papa è troppo diplomatico per dirlo apertamente, ma la logica è lampante: per resistere al fascismo, dobbiamo rifiutare i combustibili fossili. E viceversa.

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Vannacci che giustifica tutto col consenso? Anche Hitler aveva vinto le elezioni

di Massimo Santantonio

Ho assistito alla partecipazione di Roberto Vannacci al programma della Gruber. Due cose in particolare mi hanno colpito.
La prima è la sua bizzarra e pericolosa definizione di “estrema destra”. Il generale sostiene che non si possa definire come tale un partito, un gruppo, che abbia consenso ampio. Cita in proposito la tedesca AFD, accreditata dai sondaggi al 30% se non vado errato. Secondo questo ragionamento, il consenso giustifica tutto: come se Hitler non fosse andato al potere vincendo le elezioni. E giustifica il fatto che, se accompagnato dal consenso, un leader possa ispirarsi apertamente al nazismo, o da noi al fascismo, del quale Vannacci è un dichiarato sostenitore. E, in caso di successo elettorale, possa conseguentemente cercare di metterne in atto i principi, pur cambiandone un secolo dopo le forme esteriori (avete mai visto La Russa indossare la camicia nera e brandire un manganello?).

È il famoso, nefasto, concetto secondo il quale Berlusconi giustificava tutti i suoi osceni tentativi di piegare la Giustizia ai suoi interessi col fatto di avere il consenso del “popolo” e di averne la certificazione attraverso la sua elezione. Stessa cosa con Salvini, che in costume da bagno invocava “pieni poteri”.

L’altro argomento che mi ha disgustato è quello riguardante i diritti delle persone con orientamento sessuale che lui giudica “anormale”. Il generale, nell’affermare che non toglierebbe alcun diritto civile quale il voto a questi suoi connazionali – bontà sua – dimentica un fatto fondamentale. La sua dichiarata omofobia, suffragata da espressioni quali “anormali” e da battute idiote come quando disse beffardo “ma che in caso di guerra ci mandiamo quelli del Gay Pride?”, è quella che definisce l’ambiente tossico nel quale spesso si trovano queste minoranze. Ambiente in cui può prosperare impunito il bullismo a scuola, la discriminazione anche all’interno della stessa famiglia, la vergogna. Con situazioni che possono anche indurre le persone più fragili a gesti estremi.

Essere fascisti vuole anche dire perpetuare queste discriminazioni, in nome del maschio virile e guerriero.

Che pena, e che disgusto per quanti – e in Italia sappiamo essere numerosissimi – stanno entusiasticamente arruolandosi nel miserabile esercito di Vannacci.

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Vannacci esce vincitore dallo studio di Lilli Gruber perché il calcio di rigore gliel’ha servito lei

Diciamocela tutta: se la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera fosse stata una partita di calcio (e per alcuni lo è stata), il tabellone segnerebbe 0-1. Non una goleada. Un gol su calcio di rigore, perché il rigore lo ha fischiato la Gruber da sola, da sé, con le sue mani e Vannacci ha segnato.

Vannacci esce meglio di come è entrato. Ma non grazie a chissà quale performance straordinaria, era teso, si vedeva: dice bene Patrick Facciolo nella sua analisi sulla prossemica del generale, è la sua prima nel teatro (televisivo), non è Matteo Renzi, non è un animale politico, dà il meglio in birreria o davanti ai commilitoni, non sotto i riflettori di La7.

Esce meglio perché Lilli Gruber gli ha servito sul piatto, uno dopo l’altro, i temi su cui lui è forte. L’emigrazione, i diritti Lgbtq+, la normalità (su cui lui gioca con il significato, a un certo punto dice “datemi uno Zingaretti” riferendosi erroneamente al dizionario Zingarelli probabilmente).

Persino la questione delle quote di genere. Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, da militare ultra decorato che non sembra curarsi di piacere a tutti, ci ha messo il piede dentro con naturalezza. Non ha vinto il confronto. Ha vinto il campo.

Salvatore Merlo, su Il Foglio, ha parlato di “effetto Gruber”. Io di effetto Streisand avevo già scritto quando il libro scalava le classifiche Amazon prima ancora di scalare i sondaggi. Effetto Gruber però tutto da dimostrare, comunque. Vannacci è già in ascesa per conto suo, non nasce da una puntata televisiva e non muore per una brutta intervista. Semmai, la domanda è: quanto ha accelerato?

Lo vedremo nelle prossime settimane. Vediamo se qualche clip dell’intervista di ieri diventi virale (che è la vera cifra del successo e della popolarità dell’intervista). Facciamo attenzione a questo, perché è ovvio che non tutti hanno guardato la puntata in tv ieri sera.

Sul vestire – altra cosa che molti hanno notato – il generale non bada e in studio si presenta con una camicia a righe verticali sbottonata, e fa bene perché resta nel personaggio. Lui è un militare ultra decorato: se interpreta i pensieri della destra, lo fa con una credibilità che un politico di professione non avrà mai. Non recita una parte, la parte ce l’ha cucita addosso da decenni. È il Gladiatore: quella postura l’ha studiata, quei gesti, quel modo di stare nello spazio che sembra Russell Crowe nel film. L’arena, la folla, il condottiero.

Che piaccia o no, funziona, perché è archetipico. E funziona anche con chi non voterebbe mai FdI o Lega. Lo spiegava Pagliaro in trasmissione commentando i dati Demopolis: Vannacci attrae elettori che vanno oltre il bacino tradizionale della destra identitaria. Vota di pancia, la gente, sospende il giudizio razionale. E il discorso di Vannacci, che lo si voglia ammettere o no, fila.

È lakoffiano (George Lakoff fu l’autore del concetto di frame) senza saperlo: padre di famiglia premuroso, ordine, semplicità, identità. Arriva dritto, senza mediazioni, parla un buon italiano frutto di buone scuole (maturità scientifica e Accademia di Modena), senza il carico di linguaggio codificato che la sinistra si porta dietro come un guscio di una lumaca.

La sinistra (rappresentata in studio dalla Gruber) ha perso la scena non perché Vannacci fosse brillante, ma perché si è presentata con gli strumenti sbagliati. In studio c’era anche la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, e a un certo punto sembrava quasi “donne contro uomini”, femminismo contro patriarcato. E lì Gruber ha perso definitivamente il filo. Perché certi temi, le quote rosa, l’alternanza di genere alle elezioni, tutta la grammatica woke, stonano persino a sinistra, figurati per la maggioranza degli italiani tradizionalisti.

Ricordiamoci che il primo presidente del Consiglio donna in Italia lo ha espresso la destra. Se hai costruito per anni meccanismi di alternanza, quote, parità di genere e poi la prima donna a Palazzo Chigi arriva da Fratelli d’Italia ex Msi, il discorso viene meno.

Vi ripeto: ieri non è stata una grande partita, alle elezioni manca ancora molto e sicuramente riapparirà in tivù dalla stessa Gruber o in un’altra importante trasmissione. Il suo discorso è pericoloso ma funziona, perché non è un populismo qualsiasi: è turbo-populismo, c’è il concreto rischio che il suo partito diventi l’AfD italiana. C’è un condottiero, c’è una narrativa, c’è un nemico riconoscibile (lo straniero, l’altro, il diverso). E la sinistra purtroppo non ha ancora un antidoto.

Non ce l’ho io la ricetta, per carità. Ma so che se continui ad appiattire il tuo discorso sui diritti civili, perdi. Se rimani sul tema immigrazione con il linguaggio che hai usato finora, perdi. Non perché quei temi non contino, contano eccome, ma perché stai giocando in casa sua, con le sue regole, sul suo campo con i suoi frame.

I sondaggi adesso lo danno intorno al 5%. Io non ci credo. Ha già superato il 10, nella testa della gente. Poi si vedrà se si fermerà sotto il 20 o andrà oltre, è ovvio che peseranno i sondaggi per fare decidere il generale per un’alleanza con la destra o meno.

Lo 0-1 di ieri sera è però recuperabile. La goleada, per ora, non c’è stata. Ma la sinistra deve smettere di regalargli i rigori.

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Gruber non ha puntato sulla questione sociale: così Vannacci è destinato al trionfo

Esattamente come accadde negli anni Trenta del Novecento, c’è soltanto uno scenario che può favorire l’esplosione vittoriosa di un personaggio ambiguo, reazionario, ideologicamente aggressivo e centrato sull’individuazione di categorie umane da colpire o comunque discriminare (immigrati, omosessuali, individui che non si riconoscono nella sessualità binaria, etc.), nonché nazionalista spinto, quale è Roberto Vannacci.

È bene sapere che quell’unico scenario che può vederlo trionfare è esattamente lo stesso in cui ci troviamo oggi: possiamo definirlo lo scenario del degrado che lo circonda. Un degrado politico, culturale, socio-economico. Lo si è potuto osservare in forma icastica durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, cioè Otto e mezzo.

La conduttrice pensava di avere gioco facile nell’evidenziare le posizioni quantomeno discutibili del Generale, incalzandolo – peraltro in maniera sguaiata – fondamentalmente sui diritti civili: gay, quote rosa e questione femminile in genere, immigrazione etc. Fino alla domanda clou: “Ma se una delle sue figlie le rivelasse di essere gay?”.

Siamo dalle parti dell’avanspettacolo e poco più. Buono per l’audience della trasmissione su La7 – di cui infatti non si discute l’efficacia – ma rovinoso sul piano politico.

Sì, rovinoso. Innanzitutto perché Vannacci – al di là delle sue posizioni discutibili (ma quali non lo sono?!) – è persona educata e cortese, doti con cui ha gioco fin troppo facile nel replicare con buon senso, mettendo in evidenza quelli che sono i deliri ideologici di una élite radical chic piuttosto lontana dal sentimento e dalle problematiche quotidiane della gente comune (sull’immigrazione, ma anche su questioni rispetto alle quali è lecito nutrire dubbi e consentirsi dei limiti logici, come sulle quote rosa o sui diritti da accordare a ognuna delle categorie della coloratissima galassia Lgbtq+).

Ma soprattutto rovinoso – l’avanspettacolo televisivo – perché totalmente incurante della questione sociale. Sì, i diritti sociali fatti a brandelli nel nostro tempo sciagurato sono quelli che davvero colpiscono il benessere, le possibilità e la dignità delle persone (alcune delle quali rientrano nelle stesse categorie fatte oggetto di contesa dalla Gruber).

Similmente a quanto accadeva negli anni Trenta, infatti, ci troviamo di fronte a uno scenario sociale in cui una élite privilegiata di tecnoliberisti incamera profitti esorbitanti e moralmente vergognosi, tantopiù perché ottenuti facendo carne da macello dei lavoratori e in generale dei diritti delle classi sociali subalterne. Tutto ciò nella totale incapacità manifestata dalle forze progressiste di profilare scenari alternativi, credibili e percorribili al fine di realizzare un modello sociale alternativo a quello vigente.

Sempre tutto ciò, anche in mezzo al degrado culturale di mass media perlopiù genuflessi e acritici rispetto a un potere governativo o privato che li tiene in vita aspettandosi un tornaconto. Potere politico, fra le altre cose, sul cui degrado etico e culturale si sono raggiunti livelli imbarazzanti e distruttivi, ma del resto servono proprio così al vero potere del nostro tempo, quello tecno-finanziario.

Ma anche in mezzo al degrado di una classe intellettuale largamente ripiegata su se stessa, chiusa nelle torri eburnee di accademie in cui si fa carriera fra concorsi truccati e prestabiliti, cooptazioni all’insegna della mediocrità tramandata, disimpegno pubblico anche per mancanza di connessione reale coi problemi effettivi delle persone.

Poi accendi la televisione, e vieni catapultato in una sorta di teatrino dell’assurdo, in cui la presentatrice finto progressista di turno incalza il bruto reazionario sulle quote rosa, sull’apocalisse omosessuale, su come farebbe (poverino!) se scoprisse che una figlia è gay, sul razzismo contro gli immigrati, salvo sorvolare sul fatto che, nel frattempo, gli immigrati che lavorano vengono sfruttati brutalmente a livello economico, da un sistema sociale abbrutito, con la complicità indiretta di una Sinistra troppo impegnata a godere dei colori dell’arcobaleno per considerare che lo stesso è visibile proprio perché in realtà sta piovendo.

Vannacci, come ha fatto la Destra attualmente al governo prima di lui, strumentalizza le vittime del sistema (gli immigrati, in questo caso) per fomentare un popolo in larga parte impoverito, spaventato e in una condizione di profondo disagio esistenziale. Ma non è cosa molto diversa da quanto fa la Sinistra, difendendoli solo formalmente ma lasciando sussistere un sistema che li sfrutta e, quindi, facendo loro un danno, oltre a esacerbare l’esasperazione dei cittadini italiani.

In un contesto siffatto – con la Destra al governo che ormai ha mostrato tutta la sua accondiscendenza verso i poteri forti, pari soltanto alla sua incompetenza o comunque non volontà di occuparsi del popolo e della giustizia sociale – sarebbe un errore imperdonabile quello di sottovalutare il partitino ancora in embrione del prode Generale.

Accadde in questa maniera negli anni Trenta del Novecento, ed è davvero un attimo che lo scenario si ripeta sotto agli occhi dei contemporanei. Cioè che i tantissimi insoddisfatti della politica (tra cui il 50% di elettori non votanti) ricerchi per disperazione la soluzione nel generale Vannacci. Una figura politicamente riprovevole, a mio avviso, destinata a trionfare in uno scenario ancora più riprovevole.

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

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Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili
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L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare
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Welcoming PyTorch to the Linux Foundation

Today we are more than thrilled to welcome PyTorch to the Linux Foundation. Honestly, it’s hard to capture how big a deal this is for us in a single post but I’ll try. 

TL;DR — PyTorch is one of the most important and successful machine learning software projects in the world today. We are excited to work with the project maintainers, contributors and community to transition PyTorch to a neutral home where it can continue to enjoy strong growth and rapid innovation. We are grateful to the team at Meta, where PyTorch was incubated and grew into a massive ecosystem, for trusting the Linux Foundation with this crucial effort. The journey will be epic.

The AI Imperative, Open Source and PyTorch

Artificial Intelligence, Machine Learning, and Deep Learning are critical to present and future technology innovation. Growth around AI and ML communities and the code they generate has been nothing short of extraordinary. AI/ML is also a truly “open source-first” ecosystem. The majority of popular AI and ML tools and frameworks are open source. The community clearly values transparency and the ethos of open source. Open source communities are playing and will play a leading role in development of the tools and solutions that make AI and ML possible — and make it better over time. 

For all of the above reasons, the Linux Foundation understands that fostering open source in AI and ML is a key priority. The Linux Foundation already hosts and works with many projects that are either contributing directly to foundational AI/ML projects (LF AI & Data) or contributing to their use cases and integrating with their platforms. (e.g., LF Networking, AGL, Delta Lake, RISC-V, CNCF, Hyperledger). 

PyTorch extends and builds on these efforts. Obviously, PyTorch is one of the most important foundational platforms for development, testing and deployment of AI/ML and Deep Learning applications. If you need to build something in AI, if you need a library or a module, chances are there is something in PyTorch for that. If you peel back the cover of any AI application, there is a strong chance PyTorch is involved in some way. From improving the accuracy of disease diagnosis and heart attacks, to machine learning frameworks for self-driving cars, to image quality assessment tools for astronomers, PyTorch is there.

Originally incubated by Meta’s AI team, PyTorch has grown to include a massive community of contributors and users under their community-focused stewardship. The genius of PyTorch (and a credit to its maintainers) is that it is truly a foundational platform for so much AI/ML today, a real Swiss Army Knife. Just as developers built so much of the technology we know today atop Linux, the AI/ML community is building atop PyTorch – further enabling emerging technologies and evolving user needs. As of August 2022, PyTorch was one of the five-fastest growing open source software communities in the world alongside the Linux kernel and Kubernetes. From August 2021 through August 2022, PyTorch counted over 65,000 commits. Over 2,400 contributors participated in the effort, filing issues or PRs or writing documentation. These numbers place PyTorch among the most successful open source projects in history.  

Neutrality as a Catalyst

Projects like PyTorch that have the potential to become a foundational platform for critical technology benefit from a neutral home. Neutrality and true community ownership are what has enabled Linux and Kubernetes to defy expectations by continuing to accelerate and grow faster even as they become more mature. Users, maintainers and the community begin to see them as part of a commons that they can rely on and trust, in perpetuity. By creating a neutral home, the PyTorch Foundation, we are collectively locking in a future of transparency, communal governance, and unprecedented scale for all.

As part of the Linux Foundation, PyTorch and its community will benefit from our many programs and support communities like training and certification programs (we already have one in the works), to community research (like our Project Journey Reports) and, of course, community events. Working inside and alongside the Linux Foundation, the PyTorch community also has access to our LFX collaboration portal, enabling mentorships and helping the PyTorch community identify future leaders, find potential hires, and observe shared community dynamics. 

PyTorch has gotten to its current state through sound maintainership and open source community management. We’re not going to change any of the good things about PyTorch. In fact, we can’t wait to learn from Meta and the PyTorch community to improve the experiences and outcomes of other projects in the Foundation. For those wanting more insight about our plans for the PyTorch Foundation, I invite you to join Soumith Chintala (co-creator of PyTorch) and Dr. Ibrahim Haddad (Executive Director of the PyTorch Foundation) for a live discussion on Thursday entitled, PyTorch: A Foundation for Open Source AI/ML.

We are grateful for Meta’s trust in “passing us the torch” (pun intended). Together with the community, we can build something (even more) insanely great and add to the global heritage of invaluable technology that underpins the present and the future of our lives. Welcome, PyTorch! We can’t wait to get started!

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35 Podcasts Recommended by People You Can Trust

recommended podcasts from people you trust

Because of my position as Executive Producer and host of The Untold Stories of Open Source, I frequently get asked, “What podcasts do you listen to when you’re not producing your own.” Interesting question. However, my personal preference, This American Life, is more about how they create their shows, how they use sound and music to supplement the narration, and just in general, how Ira Glass does what he does. Only podcast geeks would be interested in that, so I reached out to my friends in the tech industry to ask them what THEY listen to.

The most surprising thing I learned was people professing to not listen to podcasts. “I don’t listen to podcasts, but if I had to choose one…”, kept popping up. The second thing was people in the industry need a break and use podcasts to escape from the mayhem of their day. I like the way Jennifer says it best, “Since much of my role is getting developers on board with security actions, I gravitate toward more psychology based podcasts – Adam Grant’s is amazing (it’s called WorkLife).”

Now that I think of it, same here. This American Life. Revisionist History. Radio Lab. The Moth. You get the picture. Escaping from the mayhem of the day.

Without further digression, here are the podcasts recommended by the people I trust, no particular order. No favoritism.

The Haunted Hacker

The Haunted Hacker

Hosted by Mike Jones and Mike LeBlanc

Mike Jones and Mike LeBlanc built the H4unt3d Hacker podcast and group from a really grass roots point of view. The idea was spawned over a glass of bourbon on the top of a mountain. The group consists of members from around the globe and from various walks of life, religions, backgrounds and is all inclusive. They pride themselves in giving back and helping people understand the cybersecurity industry and navigate through the various challenges one faces when they decide cybersecurity is where they belong.

“I think he strikes a great balance between newbie/expert, current events and all purpose security and it has a nice vibe” – Alan Shimel, CEO, Founder, TechStrong Group

Risky Biz Security Podcast

Risky Biz Security Podcast

Hosted by Patrick Gray

Published weekly, the Risky Business podcast features news and in-depth commentary from security industry luminaries. Hosted by award-winning journalist Patrick Gray, Risky Business has become a must-listen digest for information security professionals. We are also known to publish blog posts from time to time.

“My single listen-every-week-when-it-comes out is not that revolutionary: the classic Risky Biz security podcast. As a defender, I learn from the offense perspective, and they also aren’t shy about touching on the policy side.” – Allan Friedman, Cybersecurity and Infrastructure Security Agency

Security Weekly Podcast

Application Security Weekly

Hosted by Mike Shema, Matt Alderman, and John Kinsella

If you’re looking to understand DevOps, application security, or cloud security, then Application Security Weekly is your show! Mike, Matt, and John decrypt application development  – exploring how to inject security into the organization’s Software Development Lifecycle (SDLC); learn the tools, techniques, and processes necessary to move at the speed of DevOps, and cover the latest application security news.

“Easily my favorite hosts and content. Professional production, big personality host, and deeply technical co-host. Combined with great topics and guests.” – Larry Maccherone, Dev[Sec]Ops Transformation Architect, Contrast Security

Azure DevOps Podcast

Hosted by Jeffrey Palermo

The Azure DevOps Podcast is a show for developers and devops professionals shipping software using Microsoft technologies. Each show brings you hard-hitting interviews with industry experts innovating better methods and sharing success stories. Listen in to learn how to increase quality, ship quickly, and operate well.

“I am pretty focused on Microsoft Azure these days so on my list is Azure DevOps” – Bob Aiello CM Best Practices Founder, CTO, and Principal Consultant

Chaos Community Broadcast

Chaos Community Broadcast

Hosted by Community of Chaos Engineering Practitioners

We are a community of chaos engineering practitioners. Chaos Engineering is the discipline of experimenting on a system in order to build confidence in the system’s capability to withstand turbulent conditions in production.

“This is so good, it’s hardly even fair to compare it to other podcasts!” – Casey Rosenthal, CEO, Co-founder, Verica

Daily Beans Podcast

The Daily Beans. News. With Swearing

Hosted by Allison Gill (A.G.)

The Daily Beans is a women-owned and operated progressive news podcast for your morning commute brought to you by the webby award-winning hosts of Mueller, She Wrote. Get your social justice and political news with just the right amount of snark.

The Daily Beans covers political news without hype. The host is a lawyer and restricts her coverage to what can actually happen while other outlets are hyping every possibility under the sun including possibilities that get good ratings but will never happen. She mostly covers the former president’s criminal cases.” – Tom Limoncelli, Manager, Stack Overflow

Software Engineering Radio

Software Engineering Radio

Hosted by Community of Various Contributors

Software Engineering Radio is a podcast targeted at the professional software developer. The goal is to be a lasting educational resource, not a newscast. Now a weekly show, we talk to experts from throughout the software engineering world about the full range of topics that matter to professional developers. All SE Radio episodes feature original content; we don’t record conferences or talks given in other venues.

The one that I love to keep tabs on is called Software Engineering Radio, published by the IEEE computer society. It is absolutely a haberdashery of new ideas, processes, lessons learned. It also ranges from very practical action oriented advice the whole way over to philosophical discussions that are necessary for us to drive innovation forward. Professionals from all different domains contribute. It’s not a platform for sales and marketing pitches!” – Tracy Bannon, Senior Principal/ Software Architect & DevOps Advisor, MITRE

Cybrary Podcast

Cybrary Podcast

Hosted by Various Contributors

Join thousands of other listeners to hear from the current leaders, experts, vendors, and instructors in the IT and Cybersecurity fields regarding DevSecOps, InfoSec, Ransomware attacks, the diversity and the retention of talent, and more. Gain the confidence, consistency, and courage to succees at work and in life.

Relaxed chat, full of good info, and they got right to the point. Would recommend.” – Wendy Nather, Head of Advisory CISOs, CISCO

Open Source Underdogs Podcast

Open Source Underdogs

Hosted by Michael Schwartz

Open Source Underdogs is the podcast for entrepreneurs about open source software. In each episode, we chat with a founder or leader to explore how they are building thriving businesses around open source software. Our goal is to demystify how entrepreneurs can stay true to their open source objectives while also building sustainable, profitable businesses that fuel innovation and ensure longevity.

Mike Schwartz’s podcast is my favourite. Really good insights from founders.” – Amanda Brock, CEO, OpenUK

Ten Percent Happier

Hosted by Dan Harris

Ten Percent Happier publishes a variety of podcasts that offer relatable wisdom designed to help you meet the challenges and opportunities in your daily life.

I listen to Ten Percent Happier as my go-to podcast. It helps me with mindfulness practice, provides a perspective on real-life situations, and makes me a kinder person. That is one of the most important traits we all need these days.” – Arun Gupta, Vice President and General Manager for Open Ecosystem, Intel

Making Sense Podcast

Making Sense

Hosted by Sam Harris

Sam Harris is the author of five New York Times best sellers. His books include The End of Faith, Letter to a Christian Nation, The Moral Landscape, Free Will, Lying, Waking Up, and Islam and the Future of Tolerance (with Maajid Nawaz). The End of Faith won the 2005 PEN Award for Nonfiction. His writing and public lectures cover a wide range of topics—neuroscience, moral philosophy, religion, meditation practice, human violence, rationality—but generally focus on how a growing understanding of ourselves and the world is changing our sense of how we should live.

Sam dives deep on topics rooted in our culture, business, and minds. The conversations are very approachable and rational. With some episodes reaching an hour or more, Sam gives topics enough space to cover the necessary angles.” – Derek Weeks, CMO, The Linux Foundation

Darknet Diaries

Darknet Diaries

Hosted by Jack Rhysider

Darknet Diaries produces audio stories specifically intended to capture, preserve, and explain the culture around hacking and cyber security in order to educate and entertain both technical and non-technical audiences.

This is a podcast about hackers, breaches, shadow government activity, hacktivism, cybercrime, and all the things that dwell on the hidden parts of the network.

Darknet Diaries would be my recommendation. Provided insights into the world of hacking, data breaches and cyber crime. And Jack Rhysider is a good storyteller ” – Edwin Kwan, Head of Application Security and Advisory, Tyro Payments

Under the Skin

Under the Skin

Hosted by Russel Brand

Under the Skin asks: what’s beneath the surface – of the people we admire, of the ideas that define our times, of the history we are told. Speaking with guests from the world of academia, popular culture and the arts, they’ll teach us to see the ulterior truth behind or constructed reality. And have a laugh.

“He interviews influential people from all different backgrounds and covers everything from academia to tech to culture to spiritual issues” – Ashleigh Auld, Global Director Partner Marketing, Linnwood

Cyberwire Daily

Hosted by Dave Bittner

The daily cybersecurity news and analysis industry leaders depend on. Published each weekday, the program also included interviews with a wide spectrum of experts from industry, academia, and research organizations all over the world.

“I’d recommend the CyberWire daily podcast has got most relevant InfoSec news items and stories industry pros care about. XX” – Ax Sharma, Security Researcher, Tech Reporter, Sonatype

7 Minute Security Podcast

Hosted by Brian Johnson

7 Minute Security is a weekly audio podcast (once in a while with video!) released on Wednesdays and covering topics such Penetration testing, Blue teaming, and Building a career in security.

In 2013 I took on a new adventure to focus 100% on information security. There’s a ton to learn, so I wanted to write it all down in a blog format and share with others. However, I’m a family man too, and didn’t want this project to offset the work/family balance.

So I thought a podcast might fill in the gaps for stuff I can’t – or don’t have time to – write out in full form. I always loved the idea of a podcast, but the good ones are usually in a longer format, and I knew I didn’t have time for that either. I was inspired by the format of the 10 Minute Podcast and figured if it can work for comedy, maybe it can work for information security!

Thus, the 7 Minute Security blog and its child podcast was born.

7 Minute Security Podcast – because Brian makes the best jingles!” – Björn Kimminich, Product Group Lead Architecture Governance, Kuehne + Nagel (AG & Co.) KG

Continuous Delivery

Continuous Delivery

Hosted by Dave Farley

Explores ideas that help to produce Better Software Faster: Continuous Delivery, DevOps, TDD and Software Engineering.

Hosted by Dave Farley – a software developer who has done pioneering work in DevOps, CD, CI, BDD, TDD and Software Engineering. Dave has challenged conventional thinking and led teams to build world class software.

Dave is co-author of the award wining book – “Continuous Delivery”, and a popular conference speaker on Software Engineering. He built one of the world’s fastest financial exchanges, is a pioneer of BDD, an author of the Reactive Manifesto, and winner of the Duke award for open source software – the LMAX Disruptor.

Dave Farley’s videos are a treasure trove of knowledge that took me and others years to uncover when we were starting out. His focus on engineering and business outcomes rather than processes and frameworks is a breath of fresh air. If you only have time for one source of information, use his.Bryan Finster, Value Stream Architect, Defense Unicorns

The Prof G Show

The Prof G Show

Hosted by Scott Galloway

A fast and fluid weekly thirty minute show where Scott tears into the taxonomy of the tech business with unfiltered, data-driven insights, bold predictions, and thoughtful advice.

Very current very modern. Business and tech oriented. Talks about markets and economics and people and tech.” – Caroline Wong, Chief Strategy Officer, Cobalt

Open Source Security Podcast

Open Source Security Podcast

Hosted by Josh Bressers and Kurt Seifried

Open Source Security is a collaboration by Josh Bressers and Kurt Seifried. We publish the Open Source Security Podcast and the Open Source Security Blog.

We have a security tabletop game that Josh created some time ago. Rather than play a boring security tabletop exercise, what if had things like dice and fun? Take a look at the Dungeons and Data tabletop game

It has been something I’ve been listening to a lot lately with all of the focus on Software Supply Chain Security and Open Source Security. The hosts have very deep software and security backgrounds but keep the show light-hearted and engaging as well. ” – Chris Hughes, CISO, Co-Founder Aquia Inc

Pivot Podcast

Pivot

Hosted by Kara Swisher and Professor Scott Galloway

Every Tuesday and Friday, tech journalist Kara Swisher and NYU Professor Scott Galloway offer sharp, unfiltered insights into the biggest stories in tech, business, and politics. They make bold predictions, pick winners and losers, and bicker and banter like no one else. After all, with great power comes great scrutiny. From New York Magazine and the Vox Media Podcast Network.

As a rule, I don’t listen to tech podcasts much at all, since I write about tech almost all day. I check out podcasts about theater or culture — about as far away from my day job as I can get. However, I follow a ‘man-about-town’ guy named George Hahn on social media, who’s a lot of fun. Last year, he mentioned he’d be a guest host of the ‘Pivot’ podcast with Kara Swisher and Scott Galloway, so I checked out Pivot. It’s about tech but it’s also about culture, politics, business, you name it. So that’s become the podcast I dip into when I want to hear a bit about tech, but in a cocktail-party/talk show kind of way.” – Christine Kent, Communications Strategist, Christine Kent Communications

The Idealcast

The Idealcast

Hosted by Gene Kim

Conversations with experts about the important ideas changing how organizations compete and win. In The Idealcast, multiple award-winning CTO, researcher and bestselling author Gene Kim hosts technology and business leaders to explore the dangerous, shifting digital landscape. Listeners will hear insights and gain solutions to help their enterprises thrive in an evolving business world.

“I like this because it has a good balance of technical and culture/leadership content.” – Courtney Kissler, CTO, Zulily

Trustedsec Security Podcast

TrustedSec Security Podcast

Hosted by Dave Kennedy and Various Team Contributors

Our team records a regular podcast covering the latest security news and stories in an entertaining and informational discussion. Hear what our experts are thinking and talking about.

I LOVE LOVE LOVE the TrustedSec Security Podcast. Dave Kennedy’s team puts on a very nice and often deeply technical conversation every two weeks. The talk about timely topics from today’s headlines as well as jumping into purple team hackery which is a real treat to listen in and learn from.” – CRob Robinson, Director of Security Communications Intel Product Assurance and Security, Intel

Profound Podcast

Profound Podcast

Hosted by John Willis

Ramblings about W. Edwards Deming in the digital transformation era. The general idea of the podcast is derived from Dr. Demming’s seminal work described in his New Economics book – System of Profound Knowledge ( SoPK ). We’ll try and get a mix of interviews from IT, Healthcare, and Manufacturing with the goal of aligning these ideas with Digital Transformation possibilities. Everything related to Dr. Deming’s ideas is on the table (e.g., Goldratt, C.I. Lewis, Ohno, Shingo, Lean, Agile, and DevOps).

I don’t listen to podcasts much these days (found that consuming books via audible was more useful… but I guess it all depends on how emerging the topics are you are interested in). I only mention this as I am thin I recommendations. I’d go with John Willis’s Profound or Gene Kim’s Idealcast. Some overlap in (world class) guests but different interview approaches and perspectives.” – Damon Edwards, Sr. Director, Product PagerDuty

Security Now Podcast

Security Now

Hosted by Steve Gibson and Leo Laporte

Stay up-to-date and deepen your cybersecurity acumen with Security Now. On this long-running podcast, cybersecurity authority Steve Gibson and technology expert Leo Laporte bring their extensive and historical knowledge to explore digital security topics in depth. Each week, they take complex issues and break them down for clarity and big-picture understanding. And they do it all in an approachable, conversational style infused with their unique sense of humor. Listen and subscribe, and stay on top of the constantly changing world of Internet security. Security Now records every Tuesday afternoon and hits your podcatcher later that evening.

“The shows cover a wide range of security topics, from the basics of technologies such as DNSSec & Bitcoin, to in depth, tech analysis of the latest hacks hitting the news, The main host, Steve Gibson, is great at breaking down tech subjects over an audio . It’s running at over 800 episodes now, regular as clockwork every week, so you can rely on it. Funnily Steve Gibson has often reminded me of you – able to assess what’s going on with a subject, calmly find the important points, and describe them to the rest of us in way that’s engaging and relatable.medium – in a way you can follow and be interested in during your commute or flight.” – Gary Robinson, Chief Security Officer, Ulseka

The Jordan Harbinger Show Podcast

The Jordan Harbinger Show

Hosted by Jordan Harbinger

Today, The Jordan Harbinger Show has over 15 million downloads per month and features a wide array of guests like Kobe Bryant, Moby, Dennis Rodman, Tip “T.I.” Harris, Tony Hawk, Cesar Millan, Simon Sinek, Eric Schmidt, and Neil deGrasse Tyson, to name a few. Jordan continues to teach his skills, for free, at 6-Minute Networking. In addition to hosting The Jordan Harbinger Show, Jordan is a consultant for law enforcement, military, and security companies and is a member of the New York State Bar Association and the Northern California Chapter of the Society of Professional Journalists.

Excellent podcasts where he interviews people from literally every walk of life, how they have become successful, why they have failed (if they have) as well as great personal development coaching ideas.” – Jeff DeVerter, CTO, Products and Services, RackSpace

WorkLife Podcast

WorkLife with Adam Grant

Hosted by Adam Grant

Adam hosts WorkLife, a chart-topping TED original podcast. His TED talks on languishing, original thinkers, and givers and takers have been viewed more than 30 million times. His speaking and consulting clients include Google, the NBA, Bridgewater, and the Gates Foundation. He writes on work and psychology for the New York Times, has served on the Defense Innovation Board at the Pentagon, has been honored as a Young Global Leader by the World Economic Forum, and has appeared on Billions.

I don’t listen to many technical podcasts. I like Caroline Wongs and have listened to it a number of times (Humans of InfoSec) but since much of my role is getting developers on board with security actions, I gravitate toward more psychology based podcasts – Adam Grant’s is amazing (it’s called WorkLife).” – Jennifer Czaplewski, Senior Director, Cyber Security, Target

You know lately I have been listening to WorkLife with Adam Grant. Not a tech podcast but a management one.” – Paula Thrasher, Senior Director Infrastructure, PagerDuty

SRE Podcast

SRE Prodcast

Hosted by Core Team Members:  Betsy Beyer, MP English, Salim Virji, Viv

The Google Prodcast Team has gone through quite a few iterations and hiatuses over the years, and many people have had a hand in its existence. For the longest time, a handful of SREs produced the Prodcast for the listening pleasure of the other engineers here at Google.

We wanted to make something that would be of interest to folks across organizations and technical implementations. In his last act as part of the Prodcast, JTR put us in touch with Jennifer Petoff, Director of SRE Education, in order to have the support of the SRE organization behind us.

The SRE Prodcast is Google’s podcast about Site Reliability Engineering and production software. In Season 1, we discuss concepts from the SRE Book with experts at Google.” – Jennifer Petoff, Director, Program Management, Cloud Technical Education Google

Make Me Smart Podcast

Make Me Smart

Hosted by Kai Ryssdal And Kimberly Adams

Every weekday, Kai Ryssdal and Kimberly Adams break down the news in tech, the economy and culture. How do companies make money from disinformation? How can we tackle student debt? Why do 401(k)s exist? What will it take to keep working moms from leaving the workforce? Together, we dig into complex topics to help make today make sense

I literally learn 3 new things about topics i never would have tried to learn about.” – Kadi Grigg, Enablement Specialist, Sonatype

EconTalk

EconTalk

Hosted by Russ Roberts

Conversations for the Curious is an award-winning weekly podcast hosted by Russ Roberts of Shalem College in Jerusalem and Stanford’s Hoover Institution. The eclectic guest list includes authors, doctors, psychologists, historians, philosophers, economists, and more. Learn how the health care system really works, the serenity that comes from humility, the challenge of interpreting data, how potato chips are made, what it’s like to run an upscale Manhattan restaurant, what caused the 2008 financial crisis, the nature of consciousness, and more.

The only podcast I listen to is actually EconTalk, which has nothing to do with tech!” – Kelly Shortridge, Senior Principal, Product Technology, Fastly

Leading the Future of Work

Leading the Future of Work

Hosted by Jacob Morgan

The Future of Work With Jacob Morgan is a unique show that explores how the world of
work is changing, and what we need to do in order to thrive. Each week several episodes are
released which range from long-form interviews with the world’s top business leaders and
authors to shorter form episodes which provide a strategy or tip that listeners can apply to
become more successful.

The show is hosted by 4x best-selling author, speaker and futurist Jacob Morgan and the
goal is to give listeners the inspiration, the tools, and the resources they need to succeed
and grow at work and in life.

Episodes are not scripted which makes for fun, authentic, engaging, and educational
episodes filled with insights and practical advice.

It is hard for me to keep up with podcasts. The one I listen to regularly is “Leading The Future of Work” by Jacob Morgan. I know it is not technical, but I think it is extremely important for technical people to understand what the business thinks and is concerned about.” – Keyaan Williams, Managing Director, CLASS-LLC

Hacking Humans Podcast

Hacking Humans

Hosted by Dave Bittner and Joe Carrigan

Deception, influence, and social engineering in the world of cyber crime.

Join Dave Bittner and Joe Carrigan each week as they look behind the social engineering scams, phishing schemes, and criminal exploits that are making headlines and taking a heavy toll on organizations around the world.

In case we needed any reminders that humanity is a scary place.” – Matt Howard, SVP and CMO, Virtu

Cloud Security Podcast

Cloud SecurityPodcast

Hosted by Ashish Rajan, Shilpi Bhattacharjee, and Various Contributors

Cloud Security Podcast is a WEEKLY Video and Audio Podcast that brings in-depth cloud security knowledge to you from the best and brightest cloud security experts and leaders in the industry each week over our LIVE STREAMs.

We are the FIRST podcast that carved the niche for Cloud Security in late 2019. As of 2021, the large cloud service providers (Azure, Google Cloud, etc.) have all followed suit and started their own cloud security podcasts. While we recommend you listen to their podcasts as well, we’re the ONLY VENDOR NEUTRAL podcast in the space and will preserve our neutrality indefinitely.

I really love Ashish’s cloud security podcast, listened to it for a while now. He gets really good people on it and it’s a nice laid back listen, too.” – Simon Maple, Field CTO, Snyk

DSO Overflow Podcast

DSO Overflow

Hosted by Glenn Wilson, Steve Giguere, Jessica Cregg

In depth conversations with influencers blurring the lines between Dev, Sec, and Ops!

We speak with professionals working in cyber security, software engineering and operations to talks about a number of DevSecOps topics. We discuss how organisations factor security into their product delivery cycles without compromising the value of doing DevOps and Agile.

One of my favourite meetups in London ‘DevSecOps London Gathering’ has a podcast where they invite their speakers https://dsolg.com/#podcast” – Stefania Chaplin, Solutions Architect UK&I, GitLab

Pardon the Interruption

Pardon the Interruption

Hosted by Tony Kornheiser and Mike Wilbon

Longtime sportswriters Tony Kornheiser and Mike Wilbon debate and discuss the hottest topics, issues and events in the world of sports in a provocative and fast-paced format.

Similar in format to Gene Siskel and Roger Ebert‘s At the Movies,[2][3] PTI is known for its humorous and often loud tone, as well as the “rundown” graphic which lists the topics yet to be discussed on the right-hand side of the screen. The show’s popularity has led to the creation of similar shows on ESPN and similar segments on other series, and the rundown graphic has since been implemented on the morning editions of SportsCenter, among many imitators.[4] – Wikipedia

I’m interested in sports, and Tony and Mike are well-informed, amusing, and opinionated. It also doesn’t hurt any that I’ve known them since they were at The Washington Post and I was freelancing there. What you see on television, or hear on their podcast, is exactly how they are in real life. This sincerity of personality is a big reason why they’ve become so successful.” – Steven Vaughan-Nichols, Technology and business journalist and analyst. Red Ventures

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You want content? We’ve got your content right here!

ONE Summit LF Networking November 15-16

ONE Summit Agenda is now live!

This post originally appeared on LF Networking’s blog. The author, Heather Kirksey, is VP Community & Ecosystem. ONE Summit is the Linux Foundation Networking event that focuses on the networking and automation ecosystem that is transforming public and private sector innovation across 5G network edge, and cloud native solutions. Our family of open source projects address every layer of infrastructure needs from the user edge to the cloud/core. Attend ONE Summit to get the scoop on hot topics for 2022!

Today LF Networking announced our schedule for ONE Summit, and I have to say that I’m extraordinarily excited. I’m excited because it means we’re growing closer to returning to meeting in-person, but more importantly I was blown away by the quality of our speaking submissions. Before I talk more about the schedule itself, I want to say that this quality is all down to you: You sent us a large number of thoughtful, interesting, and innovative ideas; You did the work that underpins the ideas; You did the work to write them up and submit them. The insight, lived experience, and future-looking thought processes humbled me with its breadth and depth. You reminded me why I love this ecosystem and the creativity within open source. We’ve all been through a tough couple of years, but we’re still here innovating, deploying, and doing work that improves the world. A huge shout out to everyone across every company, community, and project that made the job of choosing the final roster just so difficult.

Now onto the content itself. As you’ve probably heard, we’ve got 5 tracks: Industry 4.0, Security and Privacy, The New Networking Stack, Operationalizing Deployment, and Emerging Technologies and Business Models:

  • “Industry 4.0” looks at the confluence of edge and networking technologies that enable technology to uniquely improve our interactions with the physical world, whether that’s agriculture, manufacturing, robotics, or our homes. We’ve got a great line-up focused both on use cases and the technologies that enable them.
  • “Security and Privacy” are the most important issues with which we as global citizens and we as an ecosystem struggle. Far from being an afterthought, security is front and center as we look at zero-trust and vulnerability management, and which technologies and policies best serve enterprises and consumers.
  • Technology is always front and center for open source groups and our “New Networking Stack” track dives deep into the technologies and components we will all use as we build the infrastructure of the future. In this track we have a number of experts sharing their best practices, as well as ideas for forward-looking usages.
  • In our “Operationalizing Deployment” track, we learn from the lived experience of those taking ideas and turning them into workable reality. We ask questions like,  How do you bridge cultural divides? How do you introduce and truly leverage DevOps? How do you integrate compliance and reference architectures? How do you not only deploy but bring in Operations? How do you automate and how to you use tools to accomplish digital transformation in our ecosystem(s)?
  • Not just content focusing only on today’s challenges and success, we look ahead with “Emerging Technologies and Business Models.” Intent, Metaverse, MASE, Scaling today’s innovation to be tomorrow’s operations, new takes on APIs – these are the concepts that will shape us in the next 5-10 years; we  talk about how we start approaching and understanding them?

Every talk that made it into this program has unique and valuable insight, and I’m so proud to be part of the communities that proposed them. I’m also honored to have worked with one of the best Programming Committees in open source events ever. These folks took so much time and care to provide both quantitative and qualitative input that helped shape this agenda. Please be sure to thank them for their time because they worked hard to take the heart of this event to the next level. If you want to be in the room and in the hallway with these great speakers, there is only ONE place to be. Early bird registration ends soon, so don’t miss out and register now!

And please don’t forget to sponsor. Creating a space for all this content does cost money, and we can’t do it without our wonderful sponsors. If you’re still on the fence, please consider how amazing these sessions are and the attendee conservations they will spark. We may not be the biggest conference out there, but we are the most focused on decision makers and end users and the supply chains that enable them. You won’t find a more engaged and thoughtful audience anywhere else.

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Is it time for an OSPO in your organization?

Is your organization consuming open source software, or is it starting to contribute to open source projects? If so, perhaps it’s time for you to start an OSPO: an open source program office.

At the LF, we’re dedicating resources to improving your understanding of all things open source, such as our Guide to Enterprise Open Source and the Evolution of the Open Source Program Office, published the last year. 

In a new Linux Foundation Research report, A Deep Dive into Open Source Program Offices, published in partnership with the TODO Group, authored by Dr. Ibrahim Haddad, Ph.D, showcases the many forms of OSPOs, their maturity models, responsibilities, and challenges they face in open source enterprise adoption, and also their staffing requirements are discussed in detail. 

“The past two decades have accelerated open source software adoption and increased involvement in contributing to existing projects and creating new projects. Software is where a lot of value lies and the vast majority of software developed is open source software providing access to billions of dollars worth of external R&D. If your organization relies on open source software for products or services and does not have a formalized OSPO yet ​​to manage all aspects of working with open source, please consider this report a call to establish your OPSO and drive for leadership in the open source areas that are critical to your products and services.”Ibrahim Haddad, Ph.D., General Manager, LF AI & Data Foundation

Here are some of the report’s important lessons:

An OSPO can help you manage and track your company’s use of open source software and assist you when interacting with other stakeholders. It can also serve as a clearinghouse for information about open source software and its usage throughout your organization.

Your OSPO is the central nervous system for an organization’s open source strategy and provides governance, oversight, and support for all things related to open source.

OSPOs create and maintain an inventory of your open source software (OSS) assets and track and manage any associated risks. The OSPO also guides how to best use open source software within the organization and can help coordinate external contributions to open source projects.

To be effective, the OSPO needs to have a deep understanding of the business and the technical aspects of open source software. It also needs to work with all levels of the organization, from executives to engineers.

An OSPO is designed to:

  • Be the center of competency for an organization’s open source operations and structure,
  • Place a strategy and set of policies on top of an organization’s open source efforts.

This can include creating policies for code use, distribution, selection, auditing, and other areas; training developers; ensuring legal compliance, and promoting and building community engagement to benefit the organization strategically.

An organization’s OSPO can take many different forms, but typically it is a centralized team that reports to the company’s executive level. The size of the team will depend on the size and needs of the organization, and how it is adopted also will undergo different stages of maturity.

When starting, an OSPO might just be a single individual or a very small team. As the organization’s use of open source software grows, the OSPO can expand to include more people with different specialties. For example, there might be separate teams for compliance, legal, and community engagement.

This won’t be the last we have to say about the OSPO in 2022. There are further insights in development, including a qualitative study on the OSPO’s business value across different sectors, and the TODO group’s publication of the 2022 OSPO Survey results will take place during OSPOCon in just a few weeks. 

There is no board template to build an OSPO. Its creation and growth can vary depending on the organization’s size, culture, industry, or even its milestones.

That’s why I keep seeing more and more open source leaders finding critical value in building connections with other professionals in the industry. OSPOCon is an excellent networking and learning space where those working (or willing to work) in open source program offices that rely on open source technologies come together to learn and share best practices, experiences, and tools to overcome challenges they face.” Ana Jiménez, OSPO Program Manager at TODO Group

Join us there and be sure to read the report today to gain key insights into forming and running an OSPO in your organization. 

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Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software: What you need to know

by Ashwin Ramaswami

June 2022 saw the publication of Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software, a joint research initiative launched by the Open Source Security Foundation in collaboration with Linux Foundation Research and Snyk. The research dives into security concerns in the open source ecosystem. If you haven’t read it, this article will give you the report’s who, what, and why, summarizing its key takeaways so that it can be relevant to you or your organization.

Who is the report for?

This report is for everyone whose work touches open source software. Whether you’re a user of open source, an OSS developer, or part of an OSS-related institution or foundation, you can benefit from a better understanding of the state of security in the ecosystem.

Open source consumers and users: It’s very likely that you rely on open source software as dependencies if you develop software. And if you do, one important consideration is the security of the software supply chain. Security incidents such as log4shell have shown how open source supply chain security touches nearly every industry. Even industries and organizations that have traditionally not focused on open source software now realize the importance of ensuring their OSS dependencies are secure. Understanding the state of OSS security can help you to manage your dependencies intelligently, choose them wisely, and keep them up to date.

Open source developers and maintainers: People and organizations that develop or maintain open source software need to ensure they use best practices and policies for security. For example, it can be valuable for large organizations to have open source security policies. Moreover, many OSS developers also use other open source software as dependencies, making understanding the OSS security landscape even more valuable. Developers have a unique role to play in leading the creation of high-quality code and the respective governance frameworks and best practices around it.

Institutions: Institutions such as open source foundations, funders, and policymaking groups can benefit from this report by understanding and implementing the key findings of the research and their respective roles in improving the current state of the OSS ecosystem. Funding and support can only go to the right areas if priorities are informed by the problems the community is facing now, which the research assists in identifying.

What are the major takeaways?

The data from this report was collected by conducting a worldwide survey of:

  • Individuals who contribute to, use, or administer OSS;
  • Maintainers, core contributors, and occasional contributors to OSS;
  • Developers of proprietary software who use OSS; and
  • Individuals with a strong focus on software supply chain security

The survey also included data collected from several major package ecosystems by using Snyk Open Source, a static code analysis (SCA) tool free to use for individuals and open source maintainers.

Here are the major takeaways and recommendations from the report:

  • Too many organizations are not prepared to address OSS security needs: At least 34% of organizations did not have an OSS security policy in place, suggesting these organizations may not be prepared to address OSS security needs.
  • Small organizations must prioritize developing an OSS security policy: Small organizations are significantly less likely to have an OSS security policy. Such organizations should prioritize developing this policy and having a CISO and OSPO (Open Source Program Office).
  • Using additional security tools is a leading way to improve OSS security: Security tooling is available for open source security across the software development lifecycle. Moreover, organizations with an OSS security policy have a higher frequency of security tool use than those without an OSS security policy.
  • Collaborate with vendors to create more intelligent security tools: Organizations consider that one of the most important ways to improve OSS security across the supply chain is adding greater intelligence to existing software security tools, making it easier to integrate OSS security into existing workflows and build systems.
  • Implementing best practices for secure software development is the other leading way to improve OSS security: Understanding best practices for secure software development, through courses such as the OpenSSF’s Secure Software Development Fundamentals Courses, has been identified repeatedly as a leading way to improve OSS supply chain security.
  • Use automation to reduce your attack surface: Infrastructure as Code (IaC) tools and scanners allow automating CI/CD activities to eliminate threat vectors around manual deployments.
  • Consumers of open source software should give back to the communities that support them: The use of open source software has often been a one-way street where users see significant benefits with minimal cost or investment. For larger open source projects to meet user expectations, organizations must give back and close the loop by financially supporting OSS projects they use.

Why is this important now?

Open source software is a boon: its collaborative and open nature has allowed society to benefit from various innovative, reliable, and free software tools. However, these benefits only last when users contribute back to open source software and when users and developers exercise due diligence around security. While the most successful open source projects have gotten such support, other projects have not – even as open source use has continued to be more ubiquitous.

Thus, it is more important than ever to be aware of the problems and issues everyone faces in the OSS ecosystem. Some organizations and open source maintainers have strong policies and procedures for handling these issues. But, as this report shows, other organizations are just facing these issues now.

Finally, we’ve seen the risks of not maintaining proper security practices around OSS dependencies. Failure to update open source dependencies has led to costs as high as $425 million. Given these risks, a little investment in strong security practices and awareness around open source – as outlined in the report’s recommendations – can go a long way.

We suggest you read the report – then see how you or your organization can take the next step to keep yourself secure!

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