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Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione

Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.

Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.

E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.

Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.

L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.

“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.

E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.

Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.

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Predicare i valori aziendali e impedire ai dipendenti di applicarli? Un problema di molte pmi

“Qui il cliente viene prima di tutto”.

Bene. Prendiamo una piccola azienda che ripara lavatrici e frigoriferi: un cliente richiama perché, dopo l’intervento del tecnico, la lavatrice continua a non funzionare. Chi risponde ha capito cosa serve, ma non può fissare un nuovo intervento. Deve chiedere al responsabile. Il responsabile deve sentire il titolare. Il titolare è fuori. Il cliente richiama, si arrabbia, e la dipendente deve metterci la faccia.

La mattina le avevano chiesto di prendersi a cuore i clienti. Adesso le chiedono di aspettare. In una situazione così, la frase appesa al muro comincia a dare fastidio. Perché chi lavora ci aveva anche creduto.

Nel linguaggio aziendale questa promessa viene chiamata “purpose”. Tradotto senza farla complicata: il senso di quello che facciamo, la ragione per cui il nostro lavoro dovrebbe contare qualcosa, oltre a produrre fatturato. Per una PMI può voler dire fare riparazioni affidabili, vendere senza raccontare balle, consegnare quando si è promesso. Cose comprensibili. Non occorre dichiarare che cambieremo il mondo vendendo infissi.

Il problema nasce quando chiediamo alle persone di credere in un lavoro e poi organizziamo l’azienda in modo da renderlo difficile. E il titolare può essere in perfetta buona fede. Vuole controllare le spese, evitare errori, proteggere i margini. Solo che, aggiungendo un’autorizzazione dopo l’altra, finisce per bloccare anche chi saprebbe fare bene.

Nelle piccole imprese non serve un regolamento di cento pagine. Basta una disposizione: “Prima di fare qualsiasi cosa, chiedete a me”. Poi lo stesso imprenditore si lamenta: “Se non ci sono io, qui non si muove niente”. Certo. È quello che ha disposto. Da consulente, prima di discutere di motivazione, preferisco partire da una domanda molto terra terra: quando arriva un problema, chi ha il potere di risolverlo? Se la risposta è sempre il proprietario, c’è un pezzo di organizzazione da sistemare. Anche quando lui è bravo, disponibile e lavora dodici ore al giorno.

Torniamo alla dipendente dell’assistenza. Le viene chiesto di essere gentile, ascoltare, tranquillizzare. Ma su tempi, interventi e soluzioni non può decidere quasi nulla. Le abbiamo affidato la responsabilità del rapporto senza darle gli strumenti per gestirlo. Quando il cliente protesta, però, andiamo a controllare il suo tono di voce. Prima o poi può scegliere di proteggersi. Risposte prudenti, nessuna iniziativa, ogni problema passato a qualcun altro. E se qualcuno le chiede perché non si impegni di più, ha una risposta pronta: l’ultima volta che ci ha provato, è stata rimproverata. Quanto costa tutto questo?

In quell’esempio, ogni richiamata occupa altro tempo. Il responsabile torna sullo stesso caso, il titolare viene interrotto, il cliente aspetta. Un intervento rinviato può diventare un reclamo, poi uno sconto concesso per rimediare. Il risparmio che volevamo ottenere evitando una decisione “non autorizzata” va confrontato con questa spesa. Altrimenti stiamo contando soltanto metà del conto.

C’è anche un’altra contraddizione da guardare: che cosa premiamo davvero? Se diciamo che conta la soddisfazione del cliente, ma il premio del commerciale dipende soltanto da quanto vende, dobbiamo aspettarci che cerchi di vendere. Anche vendendo un contratto di assistenza con tempi di intervento che i tecnici non riescono a rispettare. Poi toccherà a qualcun altro spiegare il ritardo. Il commerciale avrà raggiunto l’obiettivo; l’azienda si sarà procurata un problema.

Prima di fare una riunione sui valori, sarebbe utile verificare se gli obiettivi dei reparti si ostacolano a vicenda. Chi vende deve sapere che cosa si può mantenere. Chi organizza il lavoro deve conoscere gli impegni presi. Chi riceve un reclamo deve poter ottenere una risposta senza inseguire tre persone.

Sono questioni di gestione. Trattarle come difetti di atteggiamento dei dipendenti ci porta fuori strada.

Questo non significa autorizzare tutti a fare tutto. Una piccola impresa non può regalare interventi, concedere sconti senza criterio o accettare qualsiasi richiesta. I soldi hanno un limite, il tempo pure. Ma quel limite va stabilito prima e spiegato a chi deve lavorarci.

Per esempio: quali problemi può risolvere direttamente l’assistenza? Entro quale spesa? In quali casi deve chiedere aiuto, a chi e con quale tempo di risposta? Il titolare mantiene il controllo sulle eccezioni importanti e smette di essere interpellato per ogni passaggio. I casi vanno registrati, così si può verificare se la delega funziona e correggerla.

Per cominciare, prenderei gli ultimi cinque reclami. Li ricostruirei con chi li ha gestiti, dal primo contatto alla soluzione. Dove si è fermato il lavoro? Quale informazione mancava? Chi doveva decidere? E perché non lo ha fatto? Può venir fuori che manca una competenza. Oppure che due uffici usano informazioni diverse. O che serve soltanto consentire a una persona di prendere una decisione che oggi aspetta inutilmente sulla scrivania del proprietario. Ogni risposta richiede un intervento diverso. Il corso sulla “mentalità vincente”, da solo, non ci aiuta a scegliere.

Se un imprenditore vuole parlare di valori, ha tutto il diritto di farlo. Gli conviene però prepararsi alla verifica dei fatti. I dipendenti sanno quali promesse vengono mantenute, quali ordini si contraddicono e chi paga gli errori altrui. Ci lavorano dentro.

Alla prossima riunione, prima di chiedere “Perché non vi prendete più responsabilità?”, proverei con questa: “Che cosa dovete ancora chiedere a me, pur sapendo già come farlo?”. E quando rispondono, evitare di interromperli per spiegare che hanno torto.

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Dalla Cisgiordania alla Guinea, Vincenzo Alberto Annese esporta calcio e importa vita

Ho iniziato a leggere questo libro mentre in tv trasmettevano Roma-Real Madrid, nella città caput mundi, i giallorossi sfidavano la squadra di calcio per eccellenza, i Galácticos, nella competizione più ricca e importante del mondo. Palcoscenico e protagonisti di prim’ordine per il nostro calcio che non mi hanno impedito però di azzerare l’audio per leggere pagine che raccontavano un altro pianeta di questo sport, un altro mondo che, forse, a livello tattico va guidato allo stesso modo di quello dorato di Gasperini e Mourinho ma che per tutto il resto è da costruire e conoscere giorno per giorno. Il libro che avevo tra le mani è L’allenatore del mondo scritto da Vincenzo Alberto Annese per SEM libri e uscito la prima settimana di ottobre.

Annese, ve lo spiego in maniera riduttiva, è un allenatore giramondo. Lo si potrebbe dire di tantissimi, anche e soprattutto degli italiani che da un trentennio a questa parte saltano da una panchina all’altra per “esportare calcio”. Vincenzo Alberto Annesse ha esportato il suo sogno ogni volta che ha cambiato Paese, attraversato frontiere (a volte con difficoltà legate ai visti), cambiato emisfero e fuso orario senza mai perdere la bussola. L’amore per il calcio l’ha portato praticamente in tutti i continenti: dai paesi baltici all’Armenia, dal Kosovo al Ghana, le non semplici esperienze in Palestina e Afghanistan e poi ancora in Indonesia, India, Nepal, Belize e Burkina Faso.

Non è entrata in questo libro ma è già iniziata la nuova vita di questo quarantaduenne pugliese, arrivato alla soglia del professionismo da calciatore ma frenato da problemi fisici che, da allenatore, non si lascia frenare quasi da nulla. Il suo nuovo mondo è la Guinea Equatoriale dove porterà ancora una volta le sue idee, i suoi studi, la sua formazione calcistica ma non solo. È proprio questo il punto, occuparsi di calcio in questi luoghi comporta troppo di più che tracciare dei segni sulla lavagna e sedersi in panchina la domenica. L’intervista cattivella dopo una pesante sconfitta o il rischio esonero sono una passeggiata di salute se a pochi metri dal campo di calcio hai visto fame, sete, miseria, disperazione, guerra, violenza, checkpoint e armi.

Prima ancora che vincere una partita, la vera impresa è imbastire una squadra in assenza di tutto ciò che si dà per scontato, per primi i giocatori sempre pronti a cambiare casacca per una manciata di denaro in più o, a volte, anche il campo su cui giocare, irraggiungibile per mancanza di risorse economiche o non omologato.

Le difficoltà fortificano è il messaggio che trasmette Annesse che, in poche righe a metà del libro, forse inconsciamente, ribalta il senso vero del suo vivere su questi campi: “L’Africa mi aveva costretto a rivedere parecchie convinzioni, e l’idea di lavorare in Cisgiordania mi sembrava un modo per continuare lo stesso percorso di crescita, anche calcistica”. In quel “anche” c’è il capovolgimento della prospettiva, la crescita umana di questo girovagare va oltre il calcio. Seppur il fattore umano nello spogliatoio e in società sia fondamentale, Annese ha capito che il calcio era il passe-partout per abbracciare culture, tradizioni, cibi, religioni e costumi diversi. Contraddizioni e odio ma anche magnifica bellezza, di luoghi e persone, meditazione, preghiera, spiritualità profonda o anche spiritismo, robe che ti fanno credere anche se non vorresti.

Annese esporta calcio ma importa vita e il suo bagaglio personale è sempre più pieno. Lo zaino che porta in spalla nasconde qualcosa di circolare, un pallone da calcio sarebbe il primo pensiero, ma secondo me, ci sta dentro un mondo intero.

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Ai lettori

Care lettrici e cari lettori,

la settimana scorsa, quando abbiamo dato la notizia dell’indagine della Procura di Napoli su Unipegaso e sui suoi rapporti con il mondo della pubblicità e dell’informazione, vi avevo promesso che vi avrei tenuti aggiornati. Anche perché nella vicenda risulto coinvolto anch’io, insieme a numerosi altri direttori e amministratori di giornali.

Come sapete, il giorno successivo il Fatto e un solo altro quotidiano, il Domani, hanno pubblicato il contenuto di un decreto di perquisizione eseguito nei confronti di alcuni manager dell’università online, della società che la controlla e di un’importante società di lobbying e pubbliche relazioni. Nell’atto sono riportate anche diverse conversazioni telefoniche tra il numero uno di Multiversity, Fabio Vaccarono, direttori di giornali, manager e collaboratori. Comprese, come avevamo già scritto, alcune telefonate con me. Oggi, dopo aver fatto le necessarie verifiche, ho deciso di raccontarvi come sono andate le cose, almeno per quanto ricordo. Lo faccio qui, come ho già fatto durante una riunione di redazione trasmessa in diretta su YouTube.

La storia comincia nell’autunno del 2025. La Seif, la società editrice del Fatto, entra in contatto con Vaccarono. La nostra amministratrice delegata Cinzia Monteverdi e la società sono interessate al mondo dei corsi di formazione online, un settore che potrebbe portare nuovi ricavi. Il Fatto, in quel periodo, non naviga in buone acque. I bilanci sono in perdita, le vendite in edicola calano come le edicole, come per tutti i quotidiani, gli abbonamenti digitali hanno cominciato a crescere, ma non sono ancora decollati. La nostra società ha però fatto una scelta precisa: resistere. Non licenziare nessuno, non dichiarare lo stato di crisi, non ridurre gli orari e gli stipendi dei giornalisti.
Nel frattempo, la Scuola del Fatto sta cominciando a dare buoni risultati. E dimostra che la formazione online, una strada già percorsa da altre testate, potrebbe essere una delle chiavi per fornire un buon servizio alla collettività e per rimettere in ordine i conti.

È in questo scenario che arriva Multiversity. La nostra società si informa su Vaccarono. Ne ricava un profilo di manager stimato, che ha ricoperto incarichi di vertice in Google Italia e nel gruppo Repubblica. A differenza di altri potenziali partner, che avevano già bussato alla nostra porta, non risulta aver avuto problemi con la giustizia. Negli incontri, Vaccarono racconta che nel mondo delle università online ha trovato di tutto. Ma aggiunge che, da quando Multiversity è stata acquisita interamente da un fondo americano, ha avviato una profonda e difficile opera di pulizia. Sostiene anche che a Napoli, all’Unipegaso, la situazione era diventata talmente complicata da fargli temere persino per la propria incolumità.

Cinzia Monteverdi decide allora di presentarlo alla direzione del giornale, di cui faccio parte. L’incontro avviene tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Vaccarono fa una buona impressione a tutti. Dice di essere un lettore del Fatto, racconta che sua madre ne è una grande appassionata, propone una partnership nel campo della formazione e spiega come la sua esperienza in Google e nella pubblicità dei grandi quotidiani possa esserci utile. Con la società avvia inoltre un discorso per entrare in futuro e a titolo personale nel capitale del giornale. E soprattutto torna più volte su un punto: la sua missione, ripete, è fare pulizia nelle università online controllate da Multiversity e dal fondo americano.

Nei mesi successivi la società comincia a lavorare per concretizzare gli accordi. Io, condirettore del Fatto e direttore del sito, in quel periodo frequento meno la redazione romana. Sono tornato a vivere a Milano e scendo a Roma quasi esclusivamente per i miei impegni televisivi. Cinzia Monteverdi mi tiene però informato, nelle linee generali, sull’evoluzione dei rapporti con Multiversity.

Arriviamo all’8 giugno. Quel giorno le agenzie battono la notizia che Maria Rosaria Boccia è indagata per una presunta falsa laurea conseguita all’Unipegaso. Al Fatto, intanto, siamo alle prese con il caso Minetti, arrivato alla fase delle spropositate richieste di risarcimento. Io non sono in redazione. Verso le ore 20 Monteverdi mi chiede di parlare con Vaccarono, che vuole far conoscere la posizione della sua società sulle notizie riguardanti l’indagine sulla università online. Notizie che peraltro conoscevo poco proprio perché non ero al lavoro.
Vaccarono mi inoltra un comunicato stampa. Telefono a Roma per informarmi. E gli faccio sapere che verrà pubblicato un articolo di circa duemila battute, nel quale sarà poi riportata, com’era giusto e normale che sia, anche la posizione di Multiversity. Che in sostanza dice: siamo stati noi a denunciare le irregolarità, siamo noi a voler fare pulizia e così via.

L’articolo (che io non ho letto prima) verrà pubblicato sul quotidiano cartaceo, sul pdf del giornale e in automatico da mezzanotte in una sezione del sito riservata agli abbonati digitali, dove finisce la grande maggioranza dei pezzi senza passare dalla homepage. Il titolo, però, è piuttosto duro. Forse da querela. Accosta a Unipegaso e alla parola “cricca” il nome del precedente proprietario, Danilo Iervolino, già perquisito nell’ambito di un’indagine per associazione per delinquere. Solo leggendo successivamente le conversazioni riportate nel decreto scoprirò quanto quel titolo abbia irritato i vertici di Multiversity.

La mattina seguente, Vaccarono mi telefona. Mi chiede se sia possibile non mettere online l’articolo (che in realtà c’è già da alcune ore). Per me, in quel momento, anche alla luce del pezzo che abbiamo pubblicato, Vaccarono è il manager che ha denunciato le irregolarità, che si considera parte lesa e che sta cercando di ripulire la società. Insomma, ai miei occhi è il “buono” della situazione. Non ricordo esattamente le parole che mi disse in quella telefonata, immagino molto breve. Dal decreto apprendo ora che gli risposi “assolutamente” e gli dissi “non esce”. In realtà la prima cosa che faccio è un’altra. Decido di modificare il titolo, dando maggiore evidenza alle denunce della nuova gestione e al caso Boccia. L’articolo resta pubblicato per ore là dov’era, cioè nella sezione del sito riservata agli abbonati. Chiedo inoltre che venga deindicizzato dai motori di ricerca: un procedimento che però non produce effetti immediati.

Vaccarono, intanto, continua a pregare che l’articolo venga tolto. Scrive che hanno fatto pulizia e che, passate 48 ore, si parlerà solo di futuro; ricorda che hanno già denunciato molte persone. Tutti concetti che, a quanto leggo, sono già contenuti nell’articolo. Il manager però appare preoccupato perché sui social stanno arrivando commenti negativi. In effetti chi legge quei commenti non può conoscere la posizione della nuova proprietà, perché l’articolo, come ogni pezzo del giornale cartaceo, è riservato ai soli abbonati. Ma non basta, perché l’articolo, pur spiegando che la nuova Multiversity-Pegaso si dice parte offesa e che l’inchiesta è nata proprio dalle sue denunce, rischia di danneggiare anche noi che con Multiversity abbiamo avviato una partnership nel settore della formazione online.
Così, verso mezzogiorno, decido di chiudere la questione. Sapendo che il pdf del giornale contenente il pezzo resta comunque a disposizione degli abbonati e che a quell’ora molti di loro lo hanno già letto pure in versione nativa, lo faccio togliere dal sito. Anche, lo ammetto, per levarmi Vaccarono di torno. Poi avverto la direzione di Roma. In quel momento mi sembra la scelta più sensata, che ci evita anche il rischio di eventuali querele per l’uso della parola “cricca”.

C’è però una cosa che né io né i colleghi di Roma in quel momento sappiamo. 
Nell’articolo è stato citato un altro manager, perquisito insieme con Iervolino e altre persone. Un professionista che la Procura di Napoli considera un anello di congiunzione tra la vecchia gestione e quella nuova, guidata da Vaccarono e Multiversity. È un particolare importante. E credo che proprio da qui nasca tutta questa vicenda, almeno per quanto mi riguarda: dal non aver colto un’informazione che avrebbe potuto indurci già in quel momento a fare altre valutazioni, a porci ulteriori domande e forse a prendere decisioni societarie diverse.

Nel decreto di perquisizione della scorsa settimana si parla però anche di altro. I pm ipotizzano che tutti i giornali coinvolti (compreso quindi il Fatto) abbiano silenziato per un mese una notizia su un’altra perquisizione legata a Unipegaso avvenuta a inizio maggio. Il Fatto però, stando a quanto ho potuto verificare in questi giorni, di quella perquisizione avvenuta a Napoli non sapeva niente. Il nostro corrispondente dalla Campania l’ha scoperta solo l’8 giugno, quando ne ha scritto.

Per il resto, ho poco da aggiungere. Credo di aver risentito Vaccarono una sola volta, nel mese di luglio, e di averlo poi rivisto a settembre sul palco alla festa del nostro giornale alla Versiliana. A luglio mi telefonò per dirmi che il loro ufficio legale aveva ricevuto chiamate da colleghi del Fatto. Bastò una verifica per capire che non era vero. Ricordo che in redazione ipotizzammo persino che quella voce fosse stata messa in circolazione, assieme ad altre notizie, da qualche concorrente interessato a far saltare i nostri accordi con Multiversity.

Naturalmente quella che vi ho raccontato è una ricostruzione sintetica, fatta senza conoscere gli atti a cui il decreto di perquisizione della scorsa settimana rimanda, ma sufficiente per farvi capire come sono andate davvero le cose dal mio punto di vista.

Detto questo, continuo a pensare che quando emergono ipotesi di reato, i pubblici ministeri abbiano non soltanto il diritto, ma anche il dovere di indagare su chiunque. Anche su di me. E chi dirige un giornale, proprio perché ogni giorno pretende trasparenza dagli altri, deve essere pronto a offrirla quando le domande riguardano lui.

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Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival

La sortita del Presidente Mattarella rispetto all’esigenza di contenere la proliferazione delle “giornate nazionali”, per ridurre il rischio di deriva inflattiva che determina la sostanziale inefficacia delle stesse, stimola una riflessione in coloro che credono (ancora) in uno Stato che sappia sviluppare una sana politica culturale.

Il nostro Presidente si è mai posto un quesito “simile”, rispetto alla gran quantità di festival che durante l’anno si svolgono in tutta Italia?! Senza dubbio, si tratta di una ricchezza del nostro territorio, e in alcuni casi sono anche veri e propri preziosi presidi culturali sopravvivenziali, in zone del nostro Paese che soffrono di una tremenda desertificazione (ci sono migliaia di comuni nei quali non ci sono più teatri, non ci sono più cinematografi, non ci sono più nemmeno edicole!). Un monitoraggio curato da alcuni anni dal centro di ricerca indipendente che presiedo, IsiCult, ha censito oltre 4mila festival in tutto il Paese, e crescono di decine e decine ogni anno (e altrettanti muoiono, quasi sempre a causa di deficit di sostegno pubblico).

Si tratta dell’iniziativa “Italia dei Festival” (www.italiadeifestival.it), che beneficia di un modesto contributo della Direzione Cinema e Audiovisivo come “progetto speciale” (per l’anno 2024 e per l’anno 2025).

Spesso si tratta di piccole iniziative, che potrebbero ben svilupparsi con sovvenzioni di poche decine di migliaia di euro, ma la macchina burocratica del Ministero della Cultura attribuisce sostegni ad una minima parte del totale dei festival italiani. Si tratta indicativamente di circa 600 festival l’anno, su un totale di oltre 4mila. Quelli non “premiati” dal Mic riescono a vivere (spesso soltanto a sopravvivere) grazie a contributi delle Regioni, dei Comuni, delle fondazioni ex bancarie, di sponsor privati.

IsICult sta cercando di costruire una mappatura dei festival anche dal punto di vista economico-finanziario, con grande difficoltà perché i livelli di trasparenza non sono sempre eccellenti. In verità, questo dataset dovrebbe essere costruito dallo stesso MiC, ma pare che, nel corso dei decenni, nessuno ci abbia pensato…

Nell’economia festivaliera italica, emergono poi i “big”, ovvero una ventina di festival che sono classificati come nazionali e speciali – con criteri spesso misteriosi – che beneficiano di sovvenzioni a botte di milioni di euro, con una quantificazione sganciata da criteri oggettivi, ma determinata dalla discrezionalità del Principe di turno: tra questi, uno di quelli che spicca è senza dubbio il Festival del Cinema di Roma, che si sta svolgendo in questi giorni.

Qualcuno si è mai preso la briga di comprendere se questo festival (che ha un budget di 8 milioni di euro) determina reali ricadute concrete nel sistema cinematografico nazionale?! Esattamente come per Venezia, si pone come simpatica vetrina per cinefili, con red carpet integrato, ma poco più di sostanziale, considerando che la gran parte dei film che propone non hanno poi alcuno sbocco nel mercato cinematografico. Si tratta di festival che costano molti milioni di euro di danaro del contribuente, danno certamente lavoro a decine e centinaia di persone, ma che non modificano l’audience cinematografica in modo sostanziale.

La questione riguarda ovviamente anche la stessa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: contribuisce – al di là del red carpet appunto – a promuovere realmente la fruizione di cinema (e magari di cinema nazionale), o si tratta di una grande “macchina burocratico-culturale” autoriferita ed autoreferenziale?! Altresì dicasi per il David di Donatello… Quanti piccoli festival potrebbero essere sostenuti con una parte del sostegno pubblico assegnato a grandi kermesse come Venezia e Roma e poche altre dell’eletta schera?!

Queste patologie riguarda le “giornate nazionali” così come i… “comitati nazionali”, ai quali il Presidente della Repubblica non ha ancora (non ancora?!) dedicato attenzione. In sostanza, così come a livello nazionale non si dispone di vere “valutazioni di impatto” (né per il cinema e l’audiovisivo, né per lo spettacolo dal vivo, che complessivamente assorbono oltre 1 miliardo di sovvenzioni da parte del MiC), a livello territoriale lo Stato non dispone di strumentazione adeguata per ben valutare il senso delle iniziative culturali.

Il discorso va ben oltre lo specifico festivaliero. Senza dimenticare la gran quantità di danari che il MiC assegna direttamente a Cinecittà s.p.a. con assoluta discrezionalità, senza rendere conto a nessuno, per i cosiddetti “progetti speciali”: basti pensare alle decine di milioni di euro ogni anno di una incerta campagna promozionale – con zero trasparenza – tanto cara alla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, qual è “Cinema Revolution”, oppure al misterioso progetto “Rambaldi”, gestito dal “Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Carlo Rambaldi”.

Trattasi di 1,6 milioni di euro (perché non 2 o 3?!), con un “Comitato Nazionale” la cui presidenza è stata affidata (non si sa bene da chi) a Chiara Sbarigia, Presidente da anni dell’Associazione Produttori Audiovisivi (Apa), già Presidente di Cinecittà, nonché ancora oggi consigliere di fiducia della Sottosegretaria Borgonzoni…

E che dire – ancora? – dei 2,2 milioni (perché non 3 o 4?!) di euro che Cinecittà ha concesso graziosamente all’Italian Global Series Festival per l’edizione 2025. Iniziativa anch’essa promossa dall’Apa presieduta da Chiara Sbarigia… L’elenco completo sarebbe troppo lungo. E sconfortante. E nel frattempo, sul territorio centinaia e centinaia di piccoli festival boccheggiano.

Giochi di palazzo, capitale relazionale, conventicole e lobby, amichettismi diffusi e trasversali… A nessuno sembra interessare la verifica della reale efficacia (ovvero inefficacia) del sostegno pubblico alla cultura. Prevale discrezionalità ed opacità. E sempre latente è il rischio di clientelismo, di asimmetrie: sostanzialmente di ingiustizie. Con buona pace della tanto decantata meritocrazia e – in fondo – della democrazia culturale.

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La pace in Ucraina dipenderà dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti

di Gerardo Ongaro

Il terzo (penultimo) anno, l’Università di Edimburgo ci mandò un anno accademico presso un’università russa. Io scelsi l’Università Linguistica di Mosca. L’occidente era un miraggio per una parte della popolazione che credeva ancora nelle “nostre” bugie. Questa atmosfera di entusiasmo si respirava specialmente tra i giovani negli alloggi universitari, dove risiedevo.

Fare amicizie era facile. Il bisogno degli studenti russi di parlare altre lingue facilitava la cosa. Con una studentessa, di quelle della Russia profonda, ebbi una relazione. Studiava tedesco, non sapeva l’inglese, dunque con lei dovevo parlare russo per forza: situazione ideale. Altre ragazze che studiavano inglese mi cercavano spesso, per amicizia e per praticare la lingua. Si capiva che molte di loro sognavano un futuro diverso dai loro genitori.

Io ero povero, ma le poche sterline che avevo in tasca valevano una montagna di rubli. Tuttavia, per aggiungere qualcosina al mio misero bilancio, davo lezioni private di italiano. Così, attraversavo quotidianamente Mosca in lungo e in largo, imparando a conoscere la città in tutti i suoi aspetti. La visione era devastante.

Era il periodo del presidente Yeltsin, della “Shock Therapy” (terapia d’urto) di Gaidar, una politica economica adottata per rendere la rivoluzione liberista irreversibile. Il popolo russo era sprofondato nella miseria. File di disperati, giovani e vecchi, affollavano i quartieri. Davanti ai loro piedi c’erano piatti, bicchieri, posate, oggetti di vario genere appartenuti alla famiglia nei secoli. Una volta, da una vecchietta comprai due piatti per pochi rubli. Vedevo in lei mia nonna Maria Rosa, conosciuta come la Mamma dei Partigiani durante la Resistenza; avrei voluto colmarla di baci, e di rubli, ma temevo di offenderla: lei non stava chiedendo la carità, stava vendendo le sue cose con dignità.

Intanto, mentre il popolo soffriva, non era raro vedere in una via del centro una giovane rock star scendere da una splendida limousine per inaugurare una boutique. Il contrasto era devastante. Questo fu il primo impatto del popolo russo con la nostra “democrazia”.

All’esperienza economica devastante di quegli anni, va aggiunta quella della minaccia militare. Quando studiavo presso l’Università Linguistica di Mosca, si vociferava dell’allargamento della Nato ai paesi dell’ex Patto di Varsavia. Ricordo il professore di scienze politiche esprimere preoccupazione, ma anche certezza che questo non sarebbe avvenuto. Per lui, e per il popolo russo, non sembrava logico, visto che la Russia si era ritirata dall’Europa dell’est e che con il presidente Yeltin la Russia era diventata amica dell’Occidente.

Quando alla fine del primo anno l’Università di Edimburgo ci mandò a Pietroburgo per un mese, ci fece alloggiare presso famiglie russe. La mia era composta da genitori, nonna e figlia. Chiacchieravo spesso con Бабушка (la nonna). Mi raccontò di lei bambina durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’assediata Leningrado. Mi raccontò della paura, delle sofferenze…

Ancora vivida tra i russi è la memoria storica delle invasioni occidentali, l’ultima delle quali costò loro più di 20 milioni di morti, più della metà civili. Ancora vive sono alcune persone che hanno vissuto la tragedia. Nelle case russe, ci sono ancora le foto appese al muro dei loro parenti morti a causa dell’invasione nazista. L’avvicinamento ai loro confini della più grande potenza militare occidentale della storia, la Nato, richiama ricordi terrificanti. Vedere il governo ucraino costruire monumenti a ricordo di personaggi di quel paese che si unirono ai nazisti contro il popolo russo, vedere i resti di quei personaggi accolti come eroi, li fa rabbrividire.

La tragedia economica liberista della Shock Therapy e la minaccia militare occidentale hanno prodotto Putin. Per il popolo russo, lui ha ridato dignità al paese. Le trattative per la pace non possono prescindere dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti.

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La “formula magica” di Ghalibaf: chi controlla gli Stretti cambia i tassi d’interesse

di Giacomo Gabellini

Nei giorni scorsi, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha pubblicato un post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.

Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.

Straits Taylor Rule:

i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0

Let’s see if a hike could open SOH or produce a single barrel :)

You can’t 25bp a chokepoint and r* isn’t neutral. It’s SOH risk premium, and We set it.

Stay unanchored !

— محمدباقر قالیباف | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) September 16, 2026

La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati ​​e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi aspetti già considerati nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”). Nella “Stratis Taylor Rule” coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura. Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha aggiunto un commento: “non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base in più”.

Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due Stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.

Le dinamiche belliche che hanno interessato la regione del Golfo Persico negli ultimi tempi avvalorano la tesi di Ghalibaf. Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si è riunito per deliberare in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile. Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.

Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.

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Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir

di Roberta Mocci

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

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Torna Miveg a Milano: due giorni di festival vegan tra cibo, santuari e attivismo

di Roberta Parazzani

Il 24 e 25 ottobre torna Miveg, l’undicesima edizione del festival vegan più importante d’Italia che mette insieme liberazione animale, cultura, attivismo, buon cibo e voglia di stare insieme.

C’è chi arriva per una conferenza, chi per incontrare la Rete dei Santuari o le tante altre associazioni presenti, chi per curiosare tra gli stand e chi, diciamolo, ha già in mente cosa mangiare prima di varcare l’ingresso. A Miveg c’è posto per tutti. Ed è proprio questo il bello: persone diverse, interessi diversi, un’occasione per incontrarsi, scoprire qualcosa di nuovo e tornare a casa con qualche certezza in meno e qualche idea in più.

Miveg torna con un messaggio che è anche una dichiarazione d’intenti: “Un altro mondo è già qui”.
Non si tratta soltanto di immaginare un futuro migliore, ma di mostrare quello che esiste già. Santuari, associazioni, attiviste e attivisti, imprese e progetti che ogni giorno costruiscono relazioni diverse con gli altri animali e con il pianeta. Un mondo di cui la Rete dei Santuari di Animali Liberi è parte concreta, attraverso luoghi in cui gli animali sottratti allo sfruttamento possono finalmente vivere per se stessi. Per due giorni tutto questo si incontra, si racconta e, perché no, fa festa.

Miveg, del resto, non nasce intorno al veganismo inteso soltanto come scelta alimentare, ma alla liberazione animale. Per questo conferenze e workshop sono una parte centrale del festival. Oltre 40 appuntamenti dedicati all’antispecismo e alla condizione degli animali, ma anche incontri che incrociano ambiente, società, diritti e attivismo. Accanto alle conferenze avremo momenti più pratici e partecipativi, perché Miveg deve essere anche un posto dove si sperimenta e si impara qualcosa.

Cerchiamo ogni anno di tenere insieme approfondimento e divulgazione: parlare a chi è già dentro questi temi da anni senza dimenticare chi entra a Miveg per curiosità e incontra certe questioni per la prima volta. Se riusciamo a far dialogare queste due persone, abbiamo già fatto una cosa importante.

Ma tra una riflessione e l’altra ci sarà parecchio da fare. E soprattutto da assaggiare. Il cibo sarà ancora una volta uno dei grandi protagonisti, con un’offerta capace di mettere in difficoltà anche le persone più decise. Lasagne, fritti, polenta, panini, pizza, pita, sushi, dolci e tante altre proposte: il vero problema sarà trovare abbastanza spazio nello stomaco.

Anche quest’anno, ogni corner gastronomico gestito dai volontari Miveg sarà legato a una famiglia di animali del santuario Porcikomodi di Vitadacani. Un modo per ricordare che dietro ogni scelta alimentare ci sono delle vite.

Torna anche il Tattoo Circus, dove tatuatrici e tatuatori metteranno a disposizione i propri flash per sostenere i 150 animali del gregge di Porcikomodi. Ci si porta a casa un tatuaggio e, contemporaneamente, si contribuisce a pagare fieno, cibo e cure veterinarie. Un segno sulla pelle che lascia un segno anche altrove.

E poi ci sono gli oltre 150 stand di associazioni, santuari, artigiani, aziende e progetti provenienti da tutta Italia. Un grande spazio da esplorare, tra prodotti, idee, incontri e storie. Ovviamente ci saranno anche i santuari della Rete, luoghi di resistenza e cambiamento che mettono al centro gli animali e il loro diritto a vivere liberi. Perché Miveg è anche il piacere di fermarsi a parlare, scoprire qualcosa che non si conosceva e incontrare persone con cui magari nasceranno collaborazioni destinate a durare ben oltre il festival.

Tutto questo è possibile grazie a una grande squadra di volontarie e volontari che mette a disposizione tempo, energie e competenze. Chiunque può dare una mano, prima e durante l’evento. E chi volesse continuare anche dopo troverà in Vitadacani, Porcikomodi e nei santuari della Rete tante possibilità per partecipare, sostenere i rifugi, adottare a distanza o contribuire ai progetti. Perché Miveg dura due giorni, ma gli animali hanno bisogno di noi gli altri 363.

Non serve essere vegan, antispecisti o attivisti per partecipare. Basta avere voglia di esserci, di lasciarsi incuriosire, di ascoltare, incontrare, assaggiare. Magari si arriva soltanto per un panino e si torna a casa con una storia che non si dimentica. O con un tatuaggio. O con entrambi.

Il mondo che vorremmo è ancora lontano, ma ogni volta che qualcuno sceglie di prendersi cura invece di sfruttare, di liberare invece di imprigionare, diventa un po’ più reale. E a Miveg, per due giorni, possiamo vedere quanto sia già grande. Possibilmente con qualcosa di buono in mano.

L’appuntamento è per il 24 e 25 ottobre 2026. East End Studios – Events Point, Studio 90, Milano, Via Mecenate 88/A. L’ingresso è gratuito, ma è richiesta la prenotazione del biglietto su www.miveg.org. Un altro mondo è già qui. E vi aspetta!

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Voli nel caos: se non è un attacco hacker, allora è peggio

Cancellazioni e ritardi: gli aeroporti sono nella totale baraonda per un problema di natura informatica. Si parla di anomalie alla rete di trasmissione dati e la conseguenza percettibile anche chi non è esperto di voli o di computer – è la riduzione del traffico aereo del 50 per cento. Un dramma se si fosse in un Paese serio, la normalità se invece c’è sempre una scusa buona da tirar fuori dal cassetto delle più patetiche giustificazioni.

Alle sei di stamattina la giornata si profila come “complicata” e quando con il passare delle ore la situazione non migliora, comincia a serpeggiare il sospetto che si sia bersaglio di un attacco hacker. Enav, cui compete la gestione del delicato panorama degli spostamenti nei nostri cieli, si affretta a dichiarare che non è in corso alcuna aggressione da parte dei pirati informatici. Lo scopo è forse quello di tranquillizzare tutti garantendo che non è uno dei tanto temuti episodi di guerra ibrida che la Russia ha promesso di regalare all’antipatica Europa. Se qualcuno pensa di tirare un sospiro di sollievo, mi permetto di suggerire di frenare le espressioni di gioia e consolazione. Nel caso in cui i temuti hacker siano estranei a quanto sta verificandosi, la preoccupazione non deve diminuire ma invece prendere maggior spazio nel nostro cuore.

Un atto vandalico può ovviamente arrecare danni o disagi e a limitarne l’impatto dovrebbero intervenire le precauzioni, che cominciano da un valido assetto di sicurezza informatica ed organizzativa per arrivare ad un piano di ripristino delle condizioni di normalità. Nel caso in cui si esclude una pugnalata dei criminali hi-tech, il verificarsi di “guasti” di questo genere è indizio di una fragilità ben peggiore dell’esser vittima di un efferato arrembaggio telematico. In parole povere si ha l’impressione che i sistemi informatici su cui poggia il traffico aereo non siano affidabili e, fino a prova contraria, se lo fossero non ci si ritroverebbe a duellare per rimettere ordine nella bolgia di cancellazioni, rinvii, ritardi e modifiche che dimostrano che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare.

In questi casi bisognerà spiegare a chi oggi si improvvisa esperto di sicurezza informatica (palesando una profonda carenza attitudinale oltre alla vacuità di esperienze pregresse) che gli hacker non tirano soltanto fucilate sincrone alla constatazione dell’esser stati colpiti. Chi è vecchio del mestiere ricorda che i malintenzionati del secolo scorso amavano “minare” il terreno avversario per far saltare per aria chi in un momento successivo poggiasse improvvisamente il piede nel posto sbagliato. Le si chiamava “logic bomb” e “time bomb”. Erano istruzioni malevole inserite nelle procedure automatizzate di una organizzazione e la distinzione tra loro era legata alla differente tipologia di innesco.

Questi codici “velenosi”, infilati qua e là nei programmi e ben nascosti tra le tante righe del software, erano destinati ad entrare in funzione al verificarsi di una certa condizione (logic bomb) come una specifica azione di qualche operatore oppure (ed è il caso della time bomb) al raggiungimento di una determinata data.

Le grandi organizzazioni si avvalgono di fornitori e questi, a loro volta, di una catena di subfornitori che pescano le risorse necessarie senza troppe selezioni e controlli. Programmatori e assemblatori non di rado vengono sottopagati e vivono con l’incubo di perdere il lavoro. Qualcuno di loro matura un gran desiderio di vendetta e organizza (la storia, per chi la conosce, ha migliaia di esempi) un tiro mancino destinato ad andare a segno nel caso aspettative e prospettive personali non vadano a buon fine.

Ma non è solo il malcontento a inquinare i programmi informatici. Se qualcuno vuole colpire il concorrente o il nemico, sa che la miglior cosa è colpire a basso livello e con la massima calma.

“Low and slow” dicono gli addetti ai lavori. Nessuna mossa eclatante. La vendetta è un piatto che si consuma freddo e anche la guerra ibrida non ha fretta di andare a segno.

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Un grazie sentito a Giorgia Meloni: ecco tutte le balle che ha sparato al Senato

Un grazie sentito a Giorgia Meloni: ogni volta che rivolge una prolusione ai parlamentari spara così tante balle che questa rubrica si scrive praticamente da sé (sì, ciao). Dopo quello ironico, il grazie doveroso va invece a Carlo Canepa e a Pagella politica, che non gliene lasciano passare una.

Per esempio l’altro giorno al Senato la bugiardella della Garbatella ha detto, con l’abituale strafottenza, che Giuseppe Conte non sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio con questa nuova legge elettorale. È falso: Conte sarebbe potuto diventare capo del governo anche con la nuova legge elettorale; che sì, obbliga i partiti o le coalizioni a indicare il nome del candidato presidente del Consiglio; il quale, però, continuerà a essere nominato dal presidente della Repubblica; e vorrei anche vedere.

“Nel 2018, tra l’altro”, spiega Canepa, “a parità di voti il premio di maggioranza non sarebbe scattato: nessuna lista o coalizione raggiunse il 42%”. La nuova legge, insomma, “non vieta di nominare presidente del Consiglio chi, prima delle elezioni, non è stato indicato come candidato presidente. Come Conte nel 2018”. Su Pagella politica, Leonardo Becchi e Micol Maccario hanno glossato le altre balle di Giorgia.

Meloni: “Lo dicono i dati di Frontex: in due anni gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati”. Ma Frontex parla di attraversamenti rilevati dalle autorità. Questi dati non rappresentano il conteggio delle persone entrate irregolarmente nell’Ue.

Meloni: “Grazie alla collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni con Algeria, Libia e Tunisia, negli ultimi due anni circa 65 mila migranti sono tornati volontariamente nei loro Paesi di origine prima ancora di tentare di attraversare il Mediterraneo”. Ma quel numero, da solo, non permette di stabilire quanti migranti abbiano effettivamente rinunciato ad attraversare il Mediterraneo, poiché i programmi di rimpatrio assistito riguardano anche migranti che si trovano in Nord Africa per lavorare.

Meloni: “La Banca centrale europea ha messo nero su bianco il fatto che attraverso gli strumenti di sostegno al reddito – dalla riforma dell’Irpef, chiaramente la decontribuzione – che sono stati fatti in questi anni, questo governo ha restituito più di quanto ha preso attraverso il drenaggio fiscale”. Ma senza nuovi correttivi, il drenaggio fiscale (il fenomeno per cui l’aumento nominale dei redditi, dovuto all’inflazione, determina un maggiore prelievo fiscale mentre il potere d’acquisto dei contribuenti resta invariato) potrà ripresentarsi nei prossimi anni. Lo studio della Bce citato da Meloni, peraltro, rileva che le modifiche all’Irpef e i tagli contributivi hanno compensato gli effetti del drenaggio fiscale dal 2019 al 2023: il dato comprende dunque anche interventi dei governi precedenti, visto che il governo Meloni si è insediato nell’ottobre 2022.

Insomma balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

220) Negli anni ’70 fece scalpore la foto nuda di Burt Reynolds nel poster pieghevole all’interno di Cosmopolitan, ma non è vero che anche a Brad Pitt, agli inizi della carriera, proposero di posare nudo; che fu per la rivista Agricoltura e foreste; che volessero un poster di Brad Pitt nudo su una falciatrice; che Pitt accettò perché la cifra era considerevole; e che questo sia il motivo per cui non ha il prepuzio.

221) Non è vero che le ultime parole di Madre Teresa furono: “Vorrei gonfiare di botte i miei piccoli lebbrosi ancora una volta”.

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İlhan Berk, la bacchetta amorosa del poeta rabdomante (Traduzione di Nicola Verderame)

İlhan Berk (Manisa 1918 – Bodrum 2008) è stato uno degli intellettuali più poliedrici e inafferrabili del secondo Novecento turco: poeta, saggista, traduttore e pittore, in più di sessant’anni di carriera non si è mai stancato di esplorare lo spazio urbano, il mistero amoroso, l’essenza della parola poetica.

Berk studiò letteratura francese laureandosi nel 1944, e insegnò in vari licei nella regione del Mar Nero per undici anni. Tra il 1956 e il 1969, anno del pensionamento, lavorò come traduttore per le edizioni Ziraat. Dal 1969 alla morte nel 2008 si ritirò a vivere a Bodrum, sulla costa egea, in una casa che oggi ospita un museo e residenze artistiche.

Il suo percorso poetico inizia con la raccolta Istanbul (1947), influenzata dalla voce di Nâzım Hikmet e dal realismo socialista. Nei primi anni Cinquanta Berk si apre alle sperimentazioni linguistiche, anche grazie all’esperienza di traduzione dei Cantos di Pound (1948). Un approccio modernista ed esistenzialista che Berk condivide con Cemal Süreya (già tradotto su questo blog) e con altri poeti della corrente dell’İkinci Yeni (Secondo Nuovo). Tra gli anni Sessanta e Settanta, Ilhan Berk scrive i suoi versi più densi d’amore e di sensualità: l’eros è la bacchetta che guida il poeta-rabdomante alla scoperta del mondo.

La scrittura di Ilhan Berk si evolverà in senso sempre più postmoderno negli anni Ottanta, con opere a metà strada tra poesia, storia urbana e architettura, che testimoniano un atteggiamento flaneuristico presente già nelle prime poesie. Nelle opere più tarde, tra anni Novanta e Duemila, i versi diventano scarnificati, aforistici, sempre più frammentati e sibillini.

La prima raccolta italiana di poesie di Ilhan Berk è stata pubblicata da Interno Poesia nel 2026, a cura di Nicola Verderame, con il titolo D’amore e d’Istanbul. Pubblichiamo qui alcuni testi su gentile concessione dell’editore.

N. V.

İstanbul, sen ve hatırıma gelenler

Nihayet soğuk pis yağmurlu gecelerden sonra
Paydos vakti oturmuş dinleniyor insanlar
Yeni bir işten çıkmışlar terlerini siliyorlar
Lokomotifler arabalar adamlar geçiyor
Yeni bir işe hazırlanıyorlar

Günlerce ötede İstanbul
Günlerce öteden ufacık ellerin havai halinle
Sokaklar evler dükkânlar arasından
Sıcak yorgun bir havanın içinden
Birdenbire aklıma geliveren sen

Hiç şüphesiz orada da sabah olmalıdır
Dükkânlar birer birer açılıyor
Sen sokağı döndün, fabrikanın önündesin
Daha iş başı düdüğü çalmadı
Daha geride yığın yığın gelenler var

Bu ne durgunluk İstanbul’un üstündeki
Ben onu hiç böyle görmemiştim
Böyle bir kenara çekilsin yaşasın
Onu ben ekmeğe aşka düşkün bilirdim
Bu halini hiç ama hiç aklıma getirmezdim

Bir cıgara yaksam daha iyi hatırlar mıyım dersin
Seni, Köprü’yü kısaca İstanbul’u
Geçerler mi önümden sırasıyla Cibali işçileri
Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar kahveleri
Görür müyüm lodoslu denizini İstanbul’un

Hep öyle tıklım tıklım mı Mercan Yokuşu
Mezat başladı mı ki Balıkpazarı’nda
Bir gürültüdür geliyor
Köprü açılmış olmalı
Şüphesiz onlar bu geçenler

Bu ne kalabalık caddelerde
Yine birini mi astılar dersin
Ya sana ne oluyor nedir bu halin
Böyledir işte insanlar
Bir türlü sevmeyi bırakmazlar dünyayı

Demin oturan işçiler kalktı şimdi
Motorlar hazır sahilde
Denizden korkulmaz bu kollar varken
Rüzgâr onları bekliyormuş
Şimdi neredeyse bir şarkıya başlayacaklar

(1947)

*

Istanbul, tu e quel che mi viene in mente

Finalmente dopo notti di pioggia fredda e sozza
La gente finisce il turno, si siede e si riposa
Si asciuga il sudore uscita dal nuovo lavoro
Passano locomotive vetture uomini
Si preparano per un nuovo lavoro

Istanbul è a giorni di distanza
Da giorni di distanza, con mani minute e un’aria evanescente
Dalle vie dalle case dai negozi
Da un’aria calda e stanca
All’improvviso mi vieni in mente tu

Non c’è dubbio, anche là dev’essere mattina
I negozi si aprono uno dopo l’altro
Hai svoltato l’angolo, sei di fronte alla fabbrica
Ancora non ha fischiato l’inizio del turno
Ancora arrivano a frotte dietro di te

Quale stasi ammanta adesso Istanbul
Non l’avevo mai vista così
Si ritiri a vivere così, in disparte
Sapevo quanto amava il pane e l’amore
Mai e poi mai l’avrei immaginata così

Se mi accendo una sigaretta dici che mi ricorderò meglio
Di te, del Ponte, in breve di Istanbul?
Mi passeranno davanti, in fila, gli operai di Cibali
I caffè di Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar
Vedrò il mare d’Istanbul spazzato dallo scirocco?

È sempre così brulicante la Salita Mercan?
È iniziata l’asta al mercato del pesce?
Mi arriva un rumore, ecco
Avranno aperto il ponte
Senza dubbio sono loro a passare

Che folla in queste strade
Dici che hanno impiccato qualcun altro?
Cosa ti prende, perché quell’umore
Ecco, la gente è così
Non riesce a smettere d’amare il mondo

Gli operai seduti fino a un attimo fa si alzano
Sulla riva sono pronti i vaporetti
Con braccia così non c’è da temere il mare
Il vento pare attenderli
Adesso si metteranno quasi a cantare

(1947)

***

Çıkrıkçılar Yokuşu

Ve yüzünü alıp çıktım. Öğleye doğruydu
Çıkrıkçılar yokuşuna yağmur yağıyordu

Ellerin ellerimde sessiz yürüyorduk ve
Kapkara bir oğlan durma bize bakıyordu

Tuhaf uzun bir sokaktı ve ben susuyordum
Bir kız memelerini bırakıp gidiyordu

Âşıktım ve hep seni soyuyordum aklımda
Bir adam çarşıyı üstümüze kapıyordu

Kadınların kızların ardından gittim durdum
Öptüğüm yerlerin içimde durulmuyordu

Üç kez yokuşu indim çıktım boncuklar aldım
Kocaman kırmızı ağzın ki hiç bitmiyordu

Akşama doğru bir aşçı dükkânına girdim
Sana benzeyen incecik atlar geçiyordu

Sonra birdenbire büyük bir sessizlik oldu
Bu dünyadan İlhan Berk geçti dedim yürüdüm.

(1968)

*

Salita dei Filatori

E preso il tuo viso uscii. Verso mezzogiorno
Sulla Salita dei Filatori cadeva la pioggia

Camminavamo in silenzio, mano nella mano e
Un ragazzo tutto scuro non smetteva di guardarci

Era una via lunga e strana e io tacevo
Una ragazza lasciava i suoi seni e se ne andava

Ero innamorato e ti spogliavo sempre col pensiero
Un uomo ci copriva col manto di un bazar

Continuai a seguire le donne le ragazze
I posti di te che avevo baciato turbinavano in me

Tre volte percorsi la salita su e giù, presi delle perle
La tua immensa bocca rossa non finiva mai

Verso sera andai a mangiare in un piccolo locale
Fuori passavano minuscoli cavalli simili a te

Poi all’improvviso scese un grande silenzio
Da questo mondo è passato İlhan Berk dissi, e camminai oltre.

(1968)

***

Âşıkane

Geceye hey dedim Bir bulut beyaz aydınlık
geçiyor ve ben görüyorum Belki yalnızlık

Kâğıt gibi bir kadın sana bakıp gülüyor
Demek sen daha güzelsin gökyüzünden artık

Sokakları bembeyaz evleri geçiyorum
Bir koşu bir rüzgârı alıyorum Karanlık

Bir kenttesin ve var ta ne zamanlardan beri
O zamandan trenler evler geçiyor Kapanık

Aşkın ki hiç durup dinlenmek nedir bilmiyor
Aşkın ki anlatılamaz ihtiyar ve yıkık

Nice nice yaşamalara açılmışsındır
Nice yaşamalar ki kalmıştır yarım buruk

İşte Adakale Sokağındayım ve birden
Benim işte dünya kadar güzel ağzın artık

Durup bir yıkık aşk dedim İlhan Berk bir yıkık
aşk Şimdi o şiirlerde senden kalan ancak

(1968)

*

Amorosamente

Ehi ho detto alla notte Una nuvola di luce bianca
passa io la vedo Sarà la solitudine

Una donna di carta ti guarda e ride
Ché ormai sei più bella del firmamento

Supero strade e case candide
Nella corsa catturo una brezza Oscura

La tua città esiste da tempo
Da allora passano case e treni Chiuso

Il tuo amore che non sa riprendere fiato
Amore indicibilmente vecchio e distrutto

A quante vite ti sei aperta, a quante
Quante vite rimaste un mezzo amore

Eccomi in via Adakale e d’un tratto
È mia la tua bocca bella come il mondo

Mi fermo a dire è un amore distrutto İlhan Berk un amore
distrutto Tutto ciò che resta di te è in quelle poesie

(1968)

***

Sesler

Akşama doğru bir uçtan bir uca gittim kenti
Eskici dükkanları gibi kokuyordu çarşı
Eski evler gibi
Bir şekerci şekerlerini bağırıyordu avcunda bir çocuğun eli
Ve yamalı elbiseler gibi yüzü.
Bir duvarı çıkıyordu bir duvarcı uzun uzun döndürüp elinde bir taşı
Bir taşı kocaman asık suratlı ve aptal

Açılmamış kitaplar gibiydi gök
Asılı çamaşırlar gibi.

Gün düşüyordu oturdum sonra sesleri dinledim:
Sesini bir kadının hiç bitmeyen ağaçlık yollar gibi
Bir karatabağın bir kuyudan su çeker gibi
Sonra yaşlı otların yaşlı ormanların sesini
Bir dükkan yavaş yavaş kendini kapatıyordu, onu
Sonra kalabalıkların artık kalabalık olan sesini
Sonra gün çakıldı
sonra kalktım.

Düzelte düzelte gidiyordu yakasındaki çiçeği bir adam.

(1978)

*

Suoni

Verso sera ho percorso la città da un capo all’altro
Il bazar aveva l’odore delle botteghe di rigattieri
Delle vecchie case
Un venditore lodava urlando i suoi dolciumi, nel suo palmo
la mano di un bambino
E il suo viso come indumenti rattoppati.
Un muratore alzava una parete girandosi a lungo una pietra nelle mani
Una pietra immensamente stupida e imbronciata

Il cielo era come un libro mai aperto
Come biancheria stesa.

Scendeva il buio, mi sono seduto ad ascoltare i suoni:
Voce di una donna come infinite strade alberate
Verso di un cormorano come acqua attinta da un pozzo
Rumore di vecchi prati di vecchi boschi
Una bottega che lentamente si richiudeva, proprio lei
Quindi i suoni assiepati della folla
Poi è piombato il buio
e mi sono alzato.

Un uomo se ne andava sistemandosi il fiore all’occhiello.

(1978)

L'articolo İlhan Berk, la bacchetta amorosa del poeta rabdomante (Traduzione di Nicola Verderame) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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La Sardegna non tollererà altra speculazione sull’eolico: così deciderà il suo destino energetico

di Enza Plotino

Gli sciocchi crescono e fanno danno! Ma come si può demonizzare l’arrivo di un cargo cinese che trasporta pale eoliche e accusarlo di contribuire alla “distruzione” dell’isola? Sottintendendo la complicità della Regione?

Cavalcare le polemiche o creare informazioni parziali o completamente errate sulle pale eoliche in Sardegna è pura azione di disturbo e basta! Sui social è tutto un fiorire di foto di colline con turbine eoliche accompagnate da frasi indignate sulla “deturpazione del paesaggio”. Si accusa l’eolico di uccidere uccelli, di fare rumore, di costare troppo, di servire solo a “fare guadagnare i soliti noti”. Ma sono, a volte, gli stessi che negli anni passati hanno colpevolmente taciuto quando la deregulation, la speculazione energetica ha colpito anche l’isola e i governi regionali hanno fatto “affari d’oro”, lasciando alle imprese, per la maggior parte straniere, di fare scempio del territorio con progetti di grandi impianti speculativi localizzati in lungo e in largo su coste, aree interne, territori protetti e via dicendo.

Quando è arrivata Todde a governare una regione ormai preda di un vero e proprio “assalto eolico”, con oltre 800 richieste di autorizzazione alla realizzazione di impianti, on e off-shore, e ha introdotto come prima misura utile una moratoria per fermare la speculazione e il blocco di nuove autorizzazioni, gli stessi che avevano in passato “governato” colpevolmente la deregulation hanno tacciato di incoerenza la presidente, rappresentante di un Movimento che dell’ambiente e delle fonti rinnovabili aveva fatto la sua battaglia identitaria. A questi attacchi scomposti in casa, si è aggiunto il conflitto con il Governo nazionale che ha impugnato la moratoria di 18 mesi sul blocco della realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, aprendo un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale che ancora va avanti.

Ma già durante la campagna elettorale, prima della sua elezione, la governatrice aveva promesso battaglia contro la speculazione energetica che stava colpendo la Regione. “Ci siamo presi la responsabilità di governare e sappiamo bene cosa dobbiamo fare per fermare la speculazione senza interrompere la transizione ecologica”, ha spiegato ad ogni piè sospinto, e “non sulla pelle dei sardi”. Oggi, finalmente, la Sardegna ha conquistato un ruolo attivo e confermato un cambio di registro rispetto al passato: “sulla Sardegna decidono i sardi” afferma Todde in ogni sua dichiarazione.

Non c’è pregiudizio alcuno sull’eolico offshore, si vuole promuovere il fotovoltaico flottante sui bacini, l’agrivoltaico e si vuole potenziare l’idroelettrico e favorire la nascita di impianti geotermici. Quello che la Regione non è più disposta ad accettare è il pericolo concreto che imprenditori e aziende non sardi, e spesso neanche italiani, approfittino ancora del contesto normativo fino a qualche tempo fa estremamente favorevole e delle caratteristiche di insolazione e ventosità della Sardegna, per installare i loro impianti, “senza che la popolazione sarda riceva da ciò un reale beneficio e imponendo delle modifiche al paesaggio che in tanti casi sono semplicemente inaccettabili”.

Il Decreto sulle aree idonee risponde proprio a questo pericolo, definendo le prerogative della Sardegna sulla dislocazione degli impianti eolici e fotovoltaici sul territorio per raggiungere entro il 2030 la quota di 6,2 GWp aggiuntivi rispetto agli impianti già entrati in esercizio prima del 2021. E’ un nuovo campo di gara in cui la Sardegna decide il suo destino energetico. Se ne facciano una ragione tutti coloro che speculano demagogicamente sulle difficoltà con cui la Regione si sta riprendendo il governo di se stessa!

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Il proprietario risponde dei rifiuti abbandonati da altri sul suo terreno? Arriva il chiarimento

Nel diritto ambientale ci sono questioni che si ripropongono continuamente e che ancora non risultano chiarite definitivamente dalla giurisprudenza. Una di queste riguarda il proprietario di un terreno adibito abusivamente da altri a discarica di rifiuti. In questi casi, fermo restando che chi vi deposita rifiuti è soggetto alle sanzioni di legge e che ne risponde anche il proprietario del terreno se, in qualche modo, lo consente, il problema è se ne risponde, in qualche modo, anche il proprietario incolpevole del terreno e se, in particolare, può essere obbligato dal sindaco a bonificare e a recintare questa sua proprietà.

L’ultima sentenza in proposito proviene dal Consiglio di Stato (sez. 4, 1 settembre 2026, n. 6736) e riguarda, appunto, il caso di un terreno nel Comune pugliese di Vernole cui il sindaco aveva ingiunto la rimozione e lo smaltimento “dei rifiuti abbandonati all’interno delle aree suindicate, consistenti in rifiuti di vetro, gomma e metallo derivanti da lastre di vetrocamera in frantumi, occupanti una superficie irregolare di circa mt. 10×2, altezza mt 0,5 circa…”.

L’ordinanza veniva, tuttavia, impugnata dall’interessato ma il suo appello veniva respinto dal Tar di Lecce che riteneva avesse colpa in quanto, “pur non sussistendo l’obbligo da parte del proprietario del terreno, oggetto di abbandono di rifiuti, di attivare un servizio di vigilanza a protezione del fondo per impedire l’accesso di ignoti sullo stesso, il proprietario medesimo deve impedire, o comunque, rendere difficoltoso l’accesso sull’area, attraverso recinzioni, cancelli e cartelli che prevengano e vietino l’accesso stesso, nonché deve mantenere efficienti, nel tempo, le misure di protezione e prevenzione”.

Ricorreva, allora, al Consiglio di Stato che, con la sentenza in esame, gli dava, invece, ragione, richiamando il suo orientamento prevalente in proposito, secondo cui “il proprietario di un fondo non è responsabile dell’abbandono incontrollato di rifiuti o del loro deposito sulla propria area, salvo che non sia ravvisabile un comportamento doloso o colposo dello stesso”, aggiungendo che, nel caso in esame, non era stata dimostrata a sufficienza la sua colpa tanto più che, secondo gli accertamenti, i rifiuti “erano stati oggetto di un unico abbandono avvenuto di recente da ignoti”, ribadendo che “il proprietario non ha l’obbligo di recintare il suo terreno, cosicché la mancata recinzione non può essere valorizzata quale indizio della negligenza”. E, per completezza, si deve segnalare che, in precedenza lo stesso Consiglio di Stato aveva precisato che sussiste, tuttavia, la colpa, quando si tratta di un fatto prevedibile e prevenibile, aggiungendo, tuttavia, che occorre sempre restare “nei limiti di una ragionevole esigibilità, escludendo quindi, ad esempio, un obbligo di vigilanza 24 ore su 24 per prevenire condotte illecite di terzi”.

Del resto, questo è anche l’orientamento della Cassazione secondo cui “in materia di gestione e smaltimento dei rifiuti, il proprietario del sito ove i rifiuti son stati illecitamente depositati, o a fine di abbandono o a fine di smaltimento, non risponde, per la sola ragione della sua qualifica dominicale rispetto al terreno o comunque al sito in questione, dei reati dì realizzazione e gestione di discarica non autorizzata commessi da terzi, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti stessi, in quanto tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire l’evento lesivo, il che potrebbe verificarsi solo nell’ipotesi in cui il proprietario abbia compiuto autonomi atti di gestione o di movimentazione dei rifiuti”.

Infine, si deve osservare che la sentenza in esame è sostanzialmente conforme al parere, anche se non recentissimo, della Corte di giustizia europea, la quale ha chiarito anche essa che il principio “chi inquina paga” non giustifica l’imposizione automatica di obblighi di bonifica a carico del proprietario solo in ragione della sua titolarità sul bene, se questi non è responsabile dell’inquinamento; aggiungendo, peraltro, che il diritto dell’Unione non osta a disposizioni nazionali, come quelle italiane, le quali non addossino l’obbligo di bonifica in via principale al proprietario incolpevole e che, quando l’inquinatore non è individuabile, l’autorità pubblica non può trasferire l’obbligo di bonifica in capo al proprietario del terreno che non abbia colpa o dolo nella contaminazione.

In conclusione, quindi, si può affermare che oggi, in sostanza, vi è un generale accordo, in giurisprudenza, secondo cui il proprietario del terreno non può, solo per la sua qualifica, essere oggetto di condanne o di obblighi per illeciti commessi sul suo terreno se non vi sia nel caso concreto la prova (risultante da specifici accertamenti) di un suo contributo causale, doloso o colposo, rispetto al verificarsi dell’evento.

Resta solo da aggiungere che tanti contenziosi di questo tipo non esisterebbero se le autorità non considerassero, molto spesso, l’abbandono di rifiuti, un fatto ineluttabile e, comunque, non molto grave; ed esercitassero con scrupolo i loro doveri di sorveglianza nelle zone di loro pertinenza, svolgendo, in caso di violazione, accurate indagini per identificare i responsabili dell’abbandono, evitando così il rischio di addossare al proprietario gli oneri di ripulitura del suo terreno.

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L’università non è solo slide ed esami: dobbiamo rendere piacevole il tempo passato tra le aule

di Nicola Del Sarto*

Ci lamentiamo perché gli studenti leggono sempre meno manuali e preparano gli esami soprattutto con slide, appunti e riassunti. Un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori, che ha coinvolto 463 docenti di 34 atenei, registra una preoccupazione diffusa per la preparazione degli studenti. È la percezione dei professori, non una misurazione diretta di quanto gli studenti imparino. Ma solleva una domanda importante: che università abbiamo costruito intorno a loro?

Ci lamentiamo perché gli studenti trattano l’università solo come un luogo dove sostenere esami. Eppure abbiamo progressivamente costruito un sistema che li incentiva a viverla proprio così. Se il traguardo è superare una prova, prepararsi sulle slide può essere una scelta razionale: permette di concentrarsi sugli argomenti essenziali e passare più rapidamente all’esame successivo. Non significa necessariamente imparare altrettanto. Significa rispondere a un percorso scandito da crediti da accumulare, prove da superare e tempi di laurea da rispettare.

C’è però un aspetto di cui parliamo meno: le nostre università sono luoghi nei quali è piacevole trascorrere il proprio tempo? In molte sedi gli spazi sono organizzati soprattutto intorno alle attività programmate: aule per le lezioni, corridoi per spostarsi, biblioteche spesso affollate. Non sempre ci sono ambienti accoglienti nei quali fermarsi a studiare, discutere o incontrare altre persone. Esistono naturalmente atenei e dipartimenti che hanno investito molto in questa direzione. Ma se l’università offre poche occasioni di vita condivisa al di fuori delle attività obbligatorie, è comprensibile che venga frequentata soprattutto per quelle.

Una riflessione analoga riguarda i docenti. La presenza quotidiana nei dipartimenti è condizionata da fattori organizzativi e logistici: la distanza tra casa e lavoro, gli impegni didattici e amministrativi, il tempo da dedicare alla ricerca. E non tutti i dipartimenti offrono spazi e occasioni di confronto che rendano naturale trascorrervi l’intera giornata. Non è una questione di scarso impegno individuale, ma di condizioni che possono ridurre le opportunità di vivere l’università come comunità.

Lo studente intermittente e il professore intermittente producono così un’università intermittente: un luogo che tutti attraversano, ma che sempre meno persone abitano davvero. Eppure un ateneo dovrebbe essere molto più di un posto nel quale qualcuno tiene lezioni e qualcun altro sostiene esami. Dovrebbe permettere a persone con competenze e curiosità differenti di trascorrere abbastanza tempo insieme da far nascere idee impreviste.

Uno studente che si ferma a parlare con un professore, due ricercatori che scoprono davanti a un caffè di occuparsi dello stesso problema, un seminario seguito semplicemente perché interessante: sono momenti che non assegnano crediti e difficilmente entrano negli indicatori di valutazione. Eppure fanno parte della formazione e della produzione di conoscenza. Se studenti e docenti si incontrano quasi soltanto per attività programmate, queste occasioni si rarefanno.

Per questo la qualità degli spazi non è un lusso estetico. Biblioteche luminose, cortili, giardini, caffetterie, sale comuni e luoghi nei quali studiare e lavorare insieme sono infrastrutture della conoscenza. Non servono campus da cartolina: servono ambienti che offrano buone ragioni per rimanere anche quando non c’è nulla di obbligatorio da fare. Investirvi significa investire nelle relazioni che rendono possibile imparare e fare ricerca.

La crescita delle università telematiche rende ancora più evidente la questione. Se un ateneo tradizionale viene percepito soltanto come un servizio che offre lezioni, materiali ed esami, l’online può risultare più flessibile. L’università in presenza dovrebbe valorizzare ciò che uno schermo difficilmente sostituisce: la condivisione quotidiana di spazi, esperienze e relazioni.

Torniamo allora alle slide e ai manuali. Il punto non è solo quali materiali scelgano gli studenti, ma che significato attribuiscano all’esperienza universitaria. Quando l’ateneo diventa una successione di prove da superare, cercare il modo più efficiente per farlo è comprensibile. Se desideriamo un rapporto più profondo con lo studio, dobbiamo offrire a studenti e professori qualcosa di più di un calendario di obblighi: un’università nella quale valga la pena restare.

* PhD, Assistant Professor, Università degli Studi di Firenze

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Norimberga, 16 ottobre 1946: quando nacque il diritto internazionale

Il 16 ottobre 1946 ricorre l’anniversario delle esecuzioni di dieci criminali di guerra nazisti sancite dal tribunale militare internazionale di Norimberga composto dalle quattro potenze vincitrici del conflitto. In realtà le sentenze capitali comminate sono state 12, ma Hermann Göring (a lungo l’uomo più potente del regime dopo Hitler) si suicida in carcere il giorno prima riuscendo a procurarsi una dose di cianuro mentre Martin Bormann, al tempo ritenuto contumace, era già morto il 2 maggio 1945. I capi del nazismo giudicati in questo processo e accusati di crimini di guerra sono 24. Tre di questi sono assolti (Fritzsche, von Papen, Schacht) e uno, Gustav Krupp, non viene processato per motivi di salute.

Siamo di fronte all’esito del conflitto più distruttivo mai occorso nella storia dell’umanità le cui dinamiche profonde sembrano essersi poste al di là di ogni rappresentazione. Oltre 60 milioni di morti, circa 40 milioni sono civili, periti sotto i bombardamenti, uccisi a sangue freddo in migliaia di esecuzioni collettive, o morti per fame, fucilazione o gassazione nei campi di concentramento.

Nessun dubbio che a scatenare un conflitto così cruento sia stata la Germania nazista perseguendo strategie di annientamento razzista con l’obiettivo di creare un mondo basato sulla gerarchia delle razze con il “grande impero della nazione germanica” (Grossgermanisches Reich Deutscher Nation) a comandare.
Non è questo il solo processo che si celebra a Norimberga. Dal dicembre 1946 ad aprile del 1949 se ne tengono altri 12 che investono i medici, i giudici, gli industriali, i vertici delle SS, l’amministrazione dei campi di sterminio per un totale di 185 accusati dei quali poco meno del 20% sono assolti.

A proposito di Norimberga, si è parlato della giustizia dei vincitori sui vinti o anche di tribunalizzazione della storia. Ci sono elementi di verità in queste affermazioni: il tribunale avrebbe potuto essere composto anche da giudici di Paesi che erano rimasti neutrali e da tedeschi che si erano opposti al nazismo. Analizzando l’andamento del processo, si ravvisa però uno sforzo di equanimità: il procuratore statunitense Robert Jackson fonda le accuse principalmente sui documenti lasciati dai nazisti contenendo il numero delle testimonianze. Quanto alla tribunalizzazione della storia, la categoria non considera che gli storici hanno saputo sottoporre a critica i limiti di quel processo, fra gli altri il mancato riconoscimento del genocidio dei sinti e dei rom o l’accusa strumentale rivolta dai sovietici ai nazisti di avere compiuto l’eccidio di Katyn (4.343 ufficiali polacchi fucilati), un crimine compiuto invece dai sovietici anche se il tribunale riconobbe l’estraneità del reato agli accusati.

Dalla metà dell’Ottocento è iniziato il lento e faticoso cammino del diritto internazionale, dapprima cercando di contenere i conflitti entro pratiche lecite: non uccidere chi si arrende, non usare armi avvelenate, non saccheggiare, non violare gli ospedali (Convenzione di Ginevra del 1864, Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907). Sempre nel 1899 – ed è tuttora vigente – nasce la Corte permanente di arbitrato (non un’idea nuova nel corso dei secoli) per risolvere le controversie fra gli Stati membri.

Già nel 1941 il premier britannico Wiston Churchill dichiarò che la punizione dei crimini commessi negli Stati occupati dalla Germania nazista doveva essere uno degli scopi principali della guerra. Da qui in avanti le potenze alleate cominciano a delineare i criteri con i quali avrebbe operato la corte internazionale sancendo innanzitutto la punibilità dei crimini per chi li ha ordinati e per chi li ha eseguiti. L’obbedienza a un ordine non è un discrimine, un criterio riconosciuto due mesi dopo dall’Onu.

L’ambito normativo è definito dall’accordo di Londra fra le quattro potenze vincitrici, firmato l’8 agosto 1945, che istituisce il Tribunale militare internazionale chiamato a giudicare i nazisti per crimini contro la pace, crimini di guerra (ovvero la violazione delle norme indicate dalle Convenzioni dell’Aja), crimini contro l’umanità (deportazione, riduzione in schiavitù, sterminio). Vengono così definiti reati che dovranno essere sempre puniti dalla comunità internazionale. Con Norimberga si creano i presupposti per la dichiarazione universale dei Diritti Umani da parte dell’Onu (10 dicembre 1948) e della nuova Convenzione di Ginevra del 1949, sottoscritta da 196 Stati che aggiorna le precedenti convenzioni di guerra e si pone quale base di un diritto internazionale che deve prevalere sulle norme giuridiche nazionali.

La guerra fredda ha prodotto un allentamento da questi principi: non ci sono stati forse crimini di guerra degli Stati Uniti nel Vietnam e dell’Urss in Afghanistan? Proprio Stati Uniti e Unione Sovietica (oggi Russia) che con Norimberga avevano aperto una strada diversa, si sono presto allontanati dagli originali propositi esercitando una volontà di potenza che li ha resi i maggiori negatori del diritto internazionale.

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

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Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili
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L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare
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Welcoming PyTorch to the Linux Foundation

Today we are more than thrilled to welcome PyTorch to the Linux Foundation. Honestly, it’s hard to capture how big a deal this is for us in a single post but I’ll try. 

TL;DR — PyTorch is one of the most important and successful machine learning software projects in the world today. We are excited to work with the project maintainers, contributors and community to transition PyTorch to a neutral home where it can continue to enjoy strong growth and rapid innovation. We are grateful to the team at Meta, where PyTorch was incubated and grew into a massive ecosystem, for trusting the Linux Foundation with this crucial effort. The journey will be epic.

The AI Imperative, Open Source and PyTorch

Artificial Intelligence, Machine Learning, and Deep Learning are critical to present and future technology innovation. Growth around AI and ML communities and the code they generate has been nothing short of extraordinary. AI/ML is also a truly “open source-first” ecosystem. The majority of popular AI and ML tools and frameworks are open source. The community clearly values transparency and the ethos of open source. Open source communities are playing and will play a leading role in development of the tools and solutions that make AI and ML possible — and make it better over time. 

For all of the above reasons, the Linux Foundation understands that fostering open source in AI and ML is a key priority. The Linux Foundation already hosts and works with many projects that are either contributing directly to foundational AI/ML projects (LF AI & Data) or contributing to their use cases and integrating with their platforms. (e.g., LF Networking, AGL, Delta Lake, RISC-V, CNCF, Hyperledger). 

PyTorch extends and builds on these efforts. Obviously, PyTorch is one of the most important foundational platforms for development, testing and deployment of AI/ML and Deep Learning applications. If you need to build something in AI, if you need a library or a module, chances are there is something in PyTorch for that. If you peel back the cover of any AI application, there is a strong chance PyTorch is involved in some way. From improving the accuracy of disease diagnosis and heart attacks, to machine learning frameworks for self-driving cars, to image quality assessment tools for astronomers, PyTorch is there.

Originally incubated by Meta’s AI team, PyTorch has grown to include a massive community of contributors and users under their community-focused stewardship. The genius of PyTorch (and a credit to its maintainers) is that it is truly a foundational platform for so much AI/ML today, a real Swiss Army Knife. Just as developers built so much of the technology we know today atop Linux, the AI/ML community is building atop PyTorch – further enabling emerging technologies and evolving user needs. As of August 2022, PyTorch was one of the five-fastest growing open source software communities in the world alongside the Linux kernel and Kubernetes. From August 2021 through August 2022, PyTorch counted over 65,000 commits. Over 2,400 contributors participated in the effort, filing issues or PRs or writing documentation. These numbers place PyTorch among the most successful open source projects in history.  

Neutrality as a Catalyst

Projects like PyTorch that have the potential to become a foundational platform for critical technology benefit from a neutral home. Neutrality and true community ownership are what has enabled Linux and Kubernetes to defy expectations by continuing to accelerate and grow faster even as they become more mature. Users, maintainers and the community begin to see them as part of a commons that they can rely on and trust, in perpetuity. By creating a neutral home, the PyTorch Foundation, we are collectively locking in a future of transparency, communal governance, and unprecedented scale for all.

As part of the Linux Foundation, PyTorch and its community will benefit from our many programs and support communities like training and certification programs (we already have one in the works), to community research (like our Project Journey Reports) and, of course, community events. Working inside and alongside the Linux Foundation, the PyTorch community also has access to our LFX collaboration portal, enabling mentorships and helping the PyTorch community identify future leaders, find potential hires, and observe shared community dynamics. 

PyTorch has gotten to its current state through sound maintainership and open source community management. We’re not going to change any of the good things about PyTorch. In fact, we can’t wait to learn from Meta and the PyTorch community to improve the experiences and outcomes of other projects in the Foundation. For those wanting more insight about our plans for the PyTorch Foundation, I invite you to join Soumith Chintala (co-creator of PyTorch) and Dr. Ibrahim Haddad (Executive Director of the PyTorch Foundation) for a live discussion on Thursday entitled, PyTorch: A Foundation for Open Source AI/ML.

We are grateful for Meta’s trust in “passing us the torch” (pun intended). Together with the community, we can build something (even more) insanely great and add to the global heritage of invaluable technology that underpins the present and the future of our lives. Welcome, PyTorch! We can’t wait to get started!

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35 Podcasts Recommended by People You Can Trust

recommended podcasts from people you trust

Because of my position as Executive Producer and host of The Untold Stories of Open Source, I frequently get asked, “What podcasts do you listen to when you’re not producing your own.” Interesting question. However, my personal preference, This American Life, is more about how they create their shows, how they use sound and music to supplement the narration, and just in general, how Ira Glass does what he does. Only podcast geeks would be interested in that, so I reached out to my friends in the tech industry to ask them what THEY listen to.

The most surprising thing I learned was people professing to not listen to podcasts. “I don’t listen to podcasts, but if I had to choose one…”, kept popping up. The second thing was people in the industry need a break and use podcasts to escape from the mayhem of their day. I like the way Jennifer says it best, “Since much of my role is getting developers on board with security actions, I gravitate toward more psychology based podcasts – Adam Grant’s is amazing (it’s called WorkLife).”

Now that I think of it, same here. This American Life. Revisionist History. Radio Lab. The Moth. You get the picture. Escaping from the mayhem of the day.

Without further digression, here are the podcasts recommended by the people I trust, no particular order. No favoritism.

The Haunted Hacker

The Haunted Hacker

Hosted by Mike Jones and Mike LeBlanc

Mike Jones and Mike LeBlanc built the H4unt3d Hacker podcast and group from a really grass roots point of view. The idea was spawned over a glass of bourbon on the top of a mountain. The group consists of members from around the globe and from various walks of life, religions, backgrounds and is all inclusive. They pride themselves in giving back and helping people understand the cybersecurity industry and navigate through the various challenges one faces when they decide cybersecurity is where they belong.

“I think he strikes a great balance between newbie/expert, current events and all purpose security and it has a nice vibe” – Alan Shimel, CEO, Founder, TechStrong Group

Risky Biz Security Podcast

Risky Biz Security Podcast

Hosted by Patrick Gray

Published weekly, the Risky Business podcast features news and in-depth commentary from security industry luminaries. Hosted by award-winning journalist Patrick Gray, Risky Business has become a must-listen digest for information security professionals. We are also known to publish blog posts from time to time.

“My single listen-every-week-when-it-comes out is not that revolutionary: the classic Risky Biz security podcast. As a defender, I learn from the offense perspective, and they also aren’t shy about touching on the policy side.” – Allan Friedman, Cybersecurity and Infrastructure Security Agency

Security Weekly Podcast

Application Security Weekly

Hosted by Mike Shema, Matt Alderman, and John Kinsella

If you’re looking to understand DevOps, application security, or cloud security, then Application Security Weekly is your show! Mike, Matt, and John decrypt application development  – exploring how to inject security into the organization’s Software Development Lifecycle (SDLC); learn the tools, techniques, and processes necessary to move at the speed of DevOps, and cover the latest application security news.

“Easily my favorite hosts and content. Professional production, big personality host, and deeply technical co-host. Combined with great topics and guests.” – Larry Maccherone, Dev[Sec]Ops Transformation Architect, Contrast Security

Azure DevOps Podcast

Hosted by Jeffrey Palermo

The Azure DevOps Podcast is a show for developers and devops professionals shipping software using Microsoft technologies. Each show brings you hard-hitting interviews with industry experts innovating better methods and sharing success stories. Listen in to learn how to increase quality, ship quickly, and operate well.

“I am pretty focused on Microsoft Azure these days so on my list is Azure DevOps” – Bob Aiello CM Best Practices Founder, CTO, and Principal Consultant

Chaos Community Broadcast

Chaos Community Broadcast

Hosted by Community of Chaos Engineering Practitioners

We are a community of chaos engineering practitioners. Chaos Engineering is the discipline of experimenting on a system in order to build confidence in the system’s capability to withstand turbulent conditions in production.

“This is so good, it’s hardly even fair to compare it to other podcasts!” – Casey Rosenthal, CEO, Co-founder, Verica

Daily Beans Podcast

The Daily Beans. News. With Swearing

Hosted by Allison Gill (A.G.)

The Daily Beans is a women-owned and operated progressive news podcast for your morning commute brought to you by the webby award-winning hosts of Mueller, She Wrote. Get your social justice and political news with just the right amount of snark.

“The Daily Beans covers political news without hype. The host is a lawyer and restricts her coverage to what can actually happen while other outlets are hyping every possibility under the sun including possibilities that get good ratings but will never happen. She mostly covers the former president’s criminal cases.” – Tom Limoncelli, Manager, Stack Overflow

Software Engineering Radio

Software Engineering Radio

Hosted by Community of Various Contributors

Software Engineering Radio is a podcast targeted at the professional software developer. The goal is to be a lasting educational resource, not a newscast. Now a weekly show, we talk to experts from throughout the software engineering world about the full range of topics that matter to professional developers. All SE Radio episodes feature original content; we don’t record conferences or talks given in other venues.

“The one that I love to keep tabs on is called Software Engineering Radio, published by the IEEE computer society. It is absolutely a haberdashery of new ideas, processes, lessons learned. It also ranges from very practical action oriented advice the whole way over to philosophical discussions that are necessary for us to drive innovation forward. Professionals from all different domains contribute. It’s not a platform for sales and marketing pitches!” – Tracy Bannon, Senior Principal/ Software Architect & DevOps Advisor, MITRE

Cybrary Podcast

Cybrary Podcast

Hosted by Various Contributors

Join thousands of other listeners to hear from the current leaders, experts, vendors, and instructors in the IT and Cybersecurity fields regarding DevSecOps, InfoSec, Ransomware attacks, the diversity and the retention of talent, and more. Gain the confidence, consistency, and courage to succees at work and in life.

“Relaxed chat, full of good info, and they got right to the point. Would recommend.” – Wendy Nather, Head of Advisory CISOs, CISCO

Open Source Underdogs Podcast

Open Source Underdogs

Hosted by Michael Schwartz

Open Source Underdogs is the podcast for entrepreneurs about open source software. In each episode, we chat with a founder or leader to explore how they are building thriving businesses around open source software. Our goal is to demystify how entrepreneurs can stay true to their open source objectives while also building sustainable, profitable businesses that fuel innovation and ensure longevity.

“Mike Schwartz’s podcast is my favourite. Really good insights from founders.” – Amanda Brock, CEO, OpenUK

Ten Percent Happier

Hosted by Dan Harris

Ten Percent Happier publishes a variety of podcasts that offer relatable wisdom designed to help you meet the challenges and opportunities in your daily life.

“I listen to Ten Percent Happier as my go-to podcast. It helps me with mindfulness practice, provides a perspective on real-life situations, and makes me a kinder person. That is one of the most important traits we all need these days.” – Arun Gupta, Vice President and General Manager for Open Ecosystem, Intel

Making Sense Podcast

Making Sense

Hosted by Sam Harris

Sam Harris is the author of five New York Times best sellers. His books include The End of Faith, Letter to a Christian Nation, The Moral Landscape, Free Will, Lying, Waking Up, and Islam and the Future of Tolerance (with Maajid Nawaz). The End of Faith won the 2005 PEN Award for Nonfiction. His writing and public lectures cover a wide range of topics—neuroscience, moral philosophy, religion, meditation practice, human violence, rationality—but generally focus on how a growing understanding of ourselves and the world is changing our sense of how we should live.

“Sam dives deep on topics rooted in our culture, business, and minds. The conversations are very approachable and rational. With some episodes reaching an hour or more, Sam gives topics enough space to cover the necessary angles.” – Derek Weeks, CMO, The Linux Foundation

Darknet Diaries

Darknet Diaries

Hosted by Jack Rhysider

Darknet Diaries produces audio stories specifically intended to capture, preserve, and explain the culture around hacking and cyber security in order to educate and entertain both technical and non-technical audiences.

This is a podcast about hackers, breaches, shadow government activity, hacktivism, cybercrime, and all the things that dwell on the hidden parts of the network.

“Darknet Diaries would be my recommendation. Provided insights into the world of hacking, data breaches and cyber crime. And Jack Rhysider is a good storyteller ” – Edwin Kwan, Head of Application Security and Advisory, Tyro Payments

Under the Skin

Under the Skin

Hosted by Russel Brand

Under the Skin asks: what’s beneath the surface – of the people we admire, of the ideas that define our times, of the history we are told. Speaking with guests from the world of academia, popular culture and the arts, they’ll teach us to see the ulterior truth behind or constructed reality. And have a laugh.

“He interviews influential people from all different backgrounds and covers everything from academia to tech to culture to spiritual issues” – Ashleigh Auld, Global Director Partner Marketing, Linnwood

Cyberwire Daily

Hosted by Dave Bittner

The daily cybersecurity news and analysis industry leaders depend on. Published each weekday, the program also included interviews with a wide spectrum of experts from industry, academia, and research organizations all over the world.

“I’d recommend the CyberWire daily podcast has got most relevant InfoSec news items and stories industry pros care about. XX” – Ax Sharma, Security Researcher, Tech Reporter, Sonatype

7 Minute Security Podcast

Hosted by Brian Johnson

7 Minute Security is a weekly audio podcast (once in a while with video!) released on Wednesdays and covering topics such Penetration testing, Blue teaming, and Building a career in security.

In 2013 I took on a new adventure to focus 100% on information security. There’s a ton to learn, so I wanted to write it all down in a blog format and share with others. However, I’m a family man too, and didn’t want this project to offset the work/family balance.

So I thought a podcast might fill in the gaps for stuff I can’t – or don’t have time to – write out in full form. I always loved the idea of a podcast, but the good ones are usually in a longer format, and I knew I didn’t have time for that either. I was inspired by the format of the 10 Minute Podcast and figured if it can work for comedy, maybe it can work for information security!

Thus, the 7 Minute Security blog and its child podcast was born.

“7 Minute Security Podcast – because Brian makes the best jingles!” – Björn Kimminich, Product Group Lead Architecture Governance, Kuehne + Nagel (AG & Co.) KG

Continuous Delivery

Continuous Delivery

Hosted by Dave Farley

Explores ideas that help to produce Better Software Faster: Continuous Delivery, DevOps, TDD and Software Engineering.

Hosted by Dave Farley – a software developer who has done pioneering work in DevOps, CD, CI, BDD, TDD and Software Engineering. Dave has challenged conventional thinking and led teams to build world class software.

Dave is co-author of the award wining book – “Continuous Delivery”, and a popular conference speaker on Software Engineering. He built one of the world’s fastest financial exchanges, is a pioneer of BDD, an author of the Reactive Manifesto, and winner of the Duke award for open source software – the LMAX Disruptor.

“Dave Farley’s videos are a treasure trove of knowledge that took me and others years to uncover when we were starting out. His focus on engineering and business outcomes rather than processes and frameworks is a breath of fresh air. If you only have time for one source of information, use his. – Bryan Finster, Value Stream Architect, Defense Unicorns

The Prof G Show

The Prof G Show

Hosted by Scott Galloway

A fast and fluid weekly thirty minute show where Scott tears into the taxonomy of the tech business with unfiltered, data-driven insights, bold predictions, and thoughtful advice.

“Very current very modern. Business and tech oriented. Talks about markets and economics and people and tech.” – Caroline Wong, Chief Strategy Officer, Cobalt

Open Source Security Podcast

Open Source Security Podcast

Hosted by Josh Bressers and Kurt Seifried

Open Source Security is a collaboration by Josh Bressers and Kurt Seifried. We publish the Open Source Security Podcast and the Open Source Security Blog.

We have a security tabletop game that Josh created some time ago. Rather than play a boring security tabletop exercise, what if had things like dice and fun? Take a look at the Dungeons and Data tabletop game

“It has been something I’ve been listening to a lot lately with all of the focus on Software Supply Chain Security and Open Source Security. The hosts have very deep software and security backgrounds but keep the show light-hearted and engaging as well. ” – Chris Hughes, CISO, Co-Founder Aquia Inc

Pivot Podcast

Pivot

Hosted by Kara Swisher and Professor Scott Galloway

Every Tuesday and Friday, tech journalist Kara Swisher and NYU Professor Scott Galloway offer sharp, unfiltered insights into the biggest stories in tech, business, and politics. They make bold predictions, pick winners and losers, and bicker and banter like no one else. After all, with great power comes great scrutiny. From New York Magazine and the Vox Media Podcast Network.

“As a rule, I don’t listen to tech podcasts much at all, since I write about tech almost all day. I check out podcasts about theater or culture — about as far away from my day job as I can get. However, I follow a ‘man-about-town’ guy named George Hahn on social media, who’s a lot of fun. Last year, he mentioned he’d be a guest host of the ‘Pivot’ podcast with Kara Swisher and Scott Galloway, so I checked out Pivot. It’s about tech but it’s also about culture, politics, business, you name it. So that’s become the podcast I dip into when I want to hear a bit about tech, but in a cocktail-party/talk show kind of way.” – Christine Kent, Communications Strategist, Christine Kent Communications

The Idealcast

The Idealcast

Hosted by Gene Kim

Conversations with experts about the important ideas changing how organizations compete and win. In The Idealcast, multiple award-winning CTO, researcher and bestselling author Gene Kim hosts technology and business leaders to explore the dangerous, shifting digital landscape. Listeners will hear insights and gain solutions to help their enterprises thrive in an evolving business world.

“I like this because it has a good balance of technical and culture/leadership content.” – Courtney Kissler, CTO, Zulily

Trustedsec Security Podcast

TrustedSec Security Podcast

Hosted by Dave Kennedy and Various Team Contributors

Our team records a regular podcast covering the latest security news and stories in an entertaining and informational discussion. Hear what our experts are thinking and talking about.

“I LOVE LOVE LOVE the TrustedSec Security Podcast. Dave Kennedy’s team puts on a very nice and often deeply technical conversation every two weeks. The talk about timely topics from today’s headlines as well as jumping into purple team hackery which is a real treat to listen in and learn from.” – CRob Robinson, Director of Security Communications Intel Product Assurance and Security, Intel

Profound Podcast

Profound Podcast

Hosted by John Willis

Ramblings about W. Edwards Deming in the digital transformation era. The general idea of the podcast is derived from Dr. Demming’s seminal work described in his New Economics book – System of Profound Knowledge ( SoPK ). We’ll try and get a mix of interviews from IT, Healthcare, and Manufacturing with the goal of aligning these ideas with Digital Transformation possibilities. Everything related to Dr. Deming’s ideas is on the table (e.g., Goldratt, C.I. Lewis, Ohno, Shingo, Lean, Agile, and DevOps).

“I don’t listen to podcasts much these days (found that consuming books via audible was more useful… but I guess it all depends on how emerging the topics are you are interested in). I only mention this as I am thin I recommendations. I’d go with John Willis’s Profound or Gene Kim’s Idealcast. Some overlap in (world class) guests but different interview approaches and perspectives.” – Damon Edwards, Sr. Director, Product PagerDuty

Security Now Podcast

Security Now

Hosted by Steve Gibson and Leo Laporte

Stay up-to-date and deepen your cybersecurity acumen with Security Now. On this long-running podcast, cybersecurity authority Steve Gibson and technology expert Leo Laporte bring their extensive and historical knowledge to explore digital security topics in depth. Each week, they take complex issues and break them down for clarity and big-picture understanding. And they do it all in an approachable, conversational style infused with their unique sense of humor. Listen and subscribe, and stay on top of the constantly changing world of Internet security. Security Now records every Tuesday afternoon and hits your podcatcher later that evening.

“The shows cover a wide range of security topics, from the basics of technologies such as DNSSec & Bitcoin, to in depth, tech analysis of the latest hacks hitting the news, The main host, Steve Gibson, is great at breaking down tech subjects over an audio . It’s running at over 800 episodes now, regular as clockwork every week, so you can rely on it. Funnily Steve Gibson has often reminded me of you – able to assess what’s going on with a subject, calmly find the important points, and describe them to the rest of us in way that’s engaging and relatable.medium – in a way you can follow and be interested in during your commute or flight.” – Gary Robinson, Chief Security Officer, Ulseka

The Jordan Harbinger Show Podcast

The Jordan Harbinger Show

Hosted by Jordan Harbinger

Today, The Jordan Harbinger Show has over 15 million downloads per month and features a wide array of guests like Kobe Bryant, Moby, Dennis Rodman, Tip “T.I.” Harris, Tony Hawk, Cesar Millan, Simon Sinek, Eric Schmidt, and Neil deGrasse Tyson, to name a few. Jordan continues to teach his skills, for free, at 6-Minute Networking. In addition to hosting The Jordan Harbinger Show, Jordan is a consultant for law enforcement, military, and security companies and is a member of the New York State Bar Association and the Northern California Chapter of the Society of Professional Journalists.

“Excellent podcasts where he interviews people from literally every walk of life, how they have become successful, why they have failed (if they have) as well as great personal development coaching ideas.” – Jeff DeVerter, CTO, Products and Services, RackSpace

WorkLife Podcast

WorkLife with Adam Grant

Hosted by Adam Grant

Adam hosts WorkLife, a chart-topping TED original podcast. His TED talks on languishing, original thinkers, and givers and takers have been viewed more than 30 million times. His speaking and consulting clients include Google, the NBA, Bridgewater, and the Gates Foundation. He writes on work and psychology for the New York Times, has served on the Defense Innovation Board at the Pentagon, has been honored as a Young Global Leader by the World Economic Forum, and has appeared on Billions.

“I don’t listen to many technical podcasts. I like Caroline Wongs and have listened to it a number of times (Humans of InfoSec) but since much of my role is getting developers on board with security actions, I gravitate toward more psychology based podcasts – Adam Grant’s is amazing (it’s called WorkLife).” – Jennifer Czaplewski, Senior Director, Cyber Security, Target

“You know lately I have been listening to WorkLife with Adam Grant. Not a tech podcast but a management one.” – Paula Thrasher, Senior Director Infrastructure, PagerDuty

SRE Podcast

SRE Prodcast

Hosted by Core Team Members:  Betsy Beyer, MP English, Salim Virji, Viv

The Google Prodcast Team has gone through quite a few iterations and hiatuses over the years, and many people have had a hand in its existence. For the longest time, a handful of SREs produced the Prodcast for the listening pleasure of the other engineers here at Google.

We wanted to make something that would be of interest to folks across organizations and technical implementations. In his last act as part of the Prodcast, JTR put us in touch with Jennifer Petoff, Director of SRE Education, in order to have the support of the SRE organization behind us.

“The SRE Prodcast is Google’s podcast about Site Reliability Engineering and production software. In Season 1, we discuss concepts from the SRE Book with experts at Google.” – Jennifer Petoff, Director, Program Management, Cloud Technical Education Google

Make Me Smart Podcast

Make Me Smart

Hosted by Kai Ryssdal And Kimberly Adams

Every weekday, Kai Ryssdal and Kimberly Adams break down the news in tech, the economy and culture. How do companies make money from disinformation? How can we tackle student debt? Why do 401(k)s exist? What will it take to keep working moms from leaving the workforce? Together, we dig into complex topics to help make today make sense

“I literally learn 3 new things about topics i never would have tried to learn about.” – Kadi Grigg, Enablement Specialist, Sonatype

EconTalk

EconTalk

Hosted by Russ Roberts

Conversations for the Curious is an award-winning weekly podcast hosted by Russ Roberts of Shalem College in Jerusalem and Stanford’s Hoover Institution. The eclectic guest list includes authors, doctors, psychologists, historians, philosophers, economists, and more. Learn how the health care system really works, the serenity that comes from humility, the challenge of interpreting data, how potato chips are made, what it’s like to run an upscale Manhattan restaurant, what caused the 2008 financial crisis, the nature of consciousness, and more.

“The only podcast I listen to is actually EconTalk, which has nothing to do with tech!” – Kelly Shortridge, Senior Principal, Product Technology, Fastly

Leading the Future of Work

Leading the Future of Work

Hosted by Jacob Morgan

The Future of Work With Jacob Morgan is a unique show that explores how the world of
work is changing, and what we need to do in order to thrive. Each week several episodes are
released which range from long-form interviews with the world’s top business leaders and
authors to shorter form episodes which provide a strategy or tip that listeners can apply to
become more successful.

The show is hosted by 4x best-selling author, speaker and futurist Jacob Morgan and the
goal is to give listeners the inspiration, the tools, and the resources they need to succeed
and grow at work and in life.

Episodes are not scripted which makes for fun, authentic, engaging, and educational
episodes filled with insights and practical advice.

“It is hard for me to keep up with podcasts. The one I listen to regularly is “Leading The Future of Work” by Jacob Morgan. I know it is not technical, but I think it is extremely important for technical people to understand what the business thinks and is concerned about.” – Keyaan Williams, Managing Director, CLASS-LLC

Hacking Humans Podcast

Hacking Humans

Hosted by Dave Bittner and Joe Carrigan

Deception, influence, and social engineering in the world of cyber crime.

Join Dave Bittner and Joe Carrigan each week as they look behind the social engineering scams, phishing schemes, and criminal exploits that are making headlines and taking a heavy toll on organizations around the world.

“In case we needed any reminders that humanity is a scary place.” – Matt Howard, SVP and CMO, Virtu

Cloud Security Podcast

Cloud SecurityPodcast

Hosted by Ashish Rajan, Shilpi Bhattacharjee, and Various Contributors

Cloud Security Podcast is a WEEKLY Video and Audio Podcast that brings in-depth cloud security knowledge to you from the best and brightest cloud security experts and leaders in the industry each week over our LIVE STREAMs.

We are the FIRST podcast that carved the niche for Cloud Security in late 2019. As of 2021, the large cloud service providers (Azure, Google Cloud, etc.) have all followed suit and started their own cloud security podcasts. While we recommend you listen to their podcasts as well, we’re the ONLY VENDOR NEUTRAL podcast in the space and will preserve our neutrality indefinitely.

“I really love Ashish’s cloud security podcast, listened to it for a while now. He gets really good people on it and it’s a nice laid back listen, too.” – Simon Maple, Field CTO, Snyk

DSO Overflow Podcast

DSO Overflow

Hosted by Glenn Wilson, Steve Giguere, Jessica Cregg

In depth conversations with influencers blurring the lines between Dev, Sec, and Ops!

We speak with professionals working in cyber security, software engineering and operations to talks about a number of DevSecOps topics. We discuss how organisations factor security into their product delivery cycles without compromising the value of doing DevOps and Agile.

“One of my favourite meetups in London ‘DevSecOps London Gathering’ has a podcast where they invite their speakers https://dsolg.com/#podcast” – Stefania Chaplin, Solutions Architect UK&I, GitLab

Pardon the Interruption

Pardon the Interruption

Hosted by Tony Kornheiser and Mike Wilbon

Longtime sportswriters Tony Kornheiser and Mike Wilbon debate and discuss the hottest topics, issues and events in the world of sports in a provocative and fast-paced format.

Similar in format to Gene Siskel and Roger Ebert‘s At the Movies,[2][3] PTI is known for its humorous and often loud tone, as well as the “rundown” graphic which lists the topics yet to be discussed on the right-hand side of the screen. The show’s popularity has led to the creation of similar shows on ESPN and similar segments on other series, and the rundown graphic has since been implemented on the morning editions of SportsCenter, among many imitators.[4] – Wikipedia

“I’m interested in sports, and Tony and Mike are well-informed, amusing, and opinionated. It also doesn’t hurt any that I’ve known them since they were at The Washington Post and I was freelancing there. What you see on television, or hear on their podcast, is exactly how they are in real life. This sincerity of personality is a big reason why they’ve become so successful.” – Steven Vaughan-Nichols, Technology and business journalist and analyst. Red Ventures

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You want content? We’ve got your content right here!

ONE Summit LF Networking November 15-16

ONE Summit Agenda is now live!

This post originally appeared on LF Networking’s blog. The author, Heather Kirksey, is VP Community & Ecosystem. ONE Summit is the Linux Foundation Networking event that focuses on the networking and automation ecosystem that is transforming public and private sector innovation across 5G network edge, and cloud native solutions. Our family of open source projects address every layer of infrastructure needs from the user edge to the cloud/core. Attend ONE Summit to get the scoop on hot topics for 2022!

Today LF Networking announced our schedule for ONE Summit, and I have to say that I’m extraordinarily excited. I’m excited because it means we’re growing closer to returning to meeting in-person, but more importantly I was blown away by the quality of our speaking submissions. Before I talk more about the schedule itself, I want to say that this quality is all down to you: You sent us a large number of thoughtful, interesting, and innovative ideas; You did the work that underpins the ideas; You did the work to write them up and submit them. The insight, lived experience, and future-looking thought processes humbled me with its breadth and depth. You reminded me why I love this ecosystem and the creativity within open source. We’ve all been through a tough couple of years, but we’re still here innovating, deploying, and doing work that improves the world. A huge shout out to everyone across every company, community, and project that made the job of choosing the final roster just so difficult.

Now onto the content itself. As you’ve probably heard, we’ve got 5 tracks: Industry 4.0, Security and Privacy, The New Networking Stack, Operationalizing Deployment, and Emerging Technologies and Business Models:

  • “Industry 4.0” looks at the confluence of edge and networking technologies that enable technology to uniquely improve our interactions with the physical world, whether that’s agriculture, manufacturing, robotics, or our homes. We’ve got a great line-up focused both on use cases and the technologies that enable them.
  • “Security and Privacy” are the most important issues with which we as global citizens and we as an ecosystem struggle. Far from being an afterthought, security is front and center as we look at zero-trust and vulnerability management, and which technologies and policies best serve enterprises and consumers.
  • Technology is always front and center for open source groups and our “New Networking Stack” track dives deep into the technologies and components we will all use as we build the infrastructure of the future. In this track we have a number of experts sharing their best practices, as well as ideas for forward-looking usages.
  • In our “Operationalizing Deployment” track, we learn from the lived experience of those taking ideas and turning them into workable reality. We ask questions like,  How do you bridge cultural divides? How do you introduce and truly leverage DevOps? How do you integrate compliance and reference architectures? How do you not only deploy but bring in Operations? How do you automate and how to you use tools to accomplish digital transformation in our ecosystem(s)?
  • Not just content focusing only on today’s challenges and success, we look ahead with “Emerging Technologies and Business Models.” Intent, Metaverse, MASE, Scaling today’s innovation to be tomorrow’s operations, new takes on APIs – these are the concepts that will shape us in the next 5-10 years; we  talk about how we start approaching and understanding them?

Every talk that made it into this program has unique and valuable insight, and I’m so proud to be part of the communities that proposed them. I’m also honored to have worked with one of the best Programming Committees in open source events ever. These folks took so much time and care to provide both quantitative and qualitative input that helped shape this agenda. Please be sure to thank them for their time because they worked hard to take the heart of this event to the next level. If you want to be in the room and in the hallway with these great speakers, there is only ONE place to be. Early bird registration ends soon, so don’t miss out and register now!

And please don’t forget to sponsor. Creating a space for all this content does cost money, and we can’t do it without our wonderful sponsors. If you’re still on the fence, please consider how amazing these sessions are and the attendee conservations they will spark. We may not be the biggest conference out there, but we are the most focused on decision makers and end users and the supply chains that enable them. You won’t find a more engaged and thoughtful audience anywhere else.

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Is it time for an OSPO in your organization?

Is your organization consuming open source software, or is it starting to contribute to open source projects? If so, perhaps it’s time for you to start an OSPO: an open source program office.

At the LF, we’re dedicating resources to improving your understanding of all things open source, such as our Guide to Enterprise Open Source and the Evolution of the Open Source Program Office, published the last year. 

In a new Linux Foundation Research report, A Deep Dive into Open Source Program Offices, published in partnership with the TODO Group, authored by Dr. Ibrahim Haddad, Ph.D, showcases the many forms of OSPOs, their maturity models, responsibilities, and challenges they face in open source enterprise adoption, and also their staffing requirements are discussed in detail. 

“The past two decades have accelerated open source software adoption and increased involvement in contributing to existing projects and creating new projects. Software is where a lot of value lies and the vast majority of software developed is open source software providing access to billions of dollars worth of external R&D. If your organization relies on open source software for products or services and does not have a formalized OSPO yet ​​to manage all aspects of working with open source, please consider this report a call to establish your OPSO and drive for leadership in the open source areas that are critical to your products and services.” – Ibrahim Haddad, Ph.D., General Manager, LF AI & Data Foundation

Here are some of the report’s important lessons:

An OSPO can help you manage and track your company’s use of open source software and assist you when interacting with other stakeholders. It can also serve as a clearinghouse for information about open source software and its usage throughout your organization.

Your OSPO is the central nervous system for an organization’s open source strategy and provides governance, oversight, and support for all things related to open source.

OSPOs create and maintain an inventory of your open source software (OSS) assets and track and manage any associated risks. The OSPO also guides how to best use open source software within the organization and can help coordinate external contributions to open source projects.

To be effective, the OSPO needs to have a deep understanding of the business and the technical aspects of open source software. It also needs to work with all levels of the organization, from executives to engineers.

An OSPO is designed to:

  • Be the center of competency for an organization’s open source operations and structure,
  • Place a strategy and set of policies on top of an organization’s open source efforts.

This can include creating policies for code use, distribution, selection, auditing, and other areas; training developers; ensuring legal compliance, and promoting and building community engagement to benefit the organization strategically.

An organization’s OSPO can take many different forms, but typically it is a centralized team that reports to the company’s executive level. The size of the team will depend on the size and needs of the organization, and how it is adopted also will undergo different stages of maturity.

When starting, an OSPO might just be a single individual or a very small team. As the organization’s use of open source software grows, the OSPO can expand to include more people with different specialties. For example, there might be separate teams for compliance, legal, and community engagement.

This won’t be the last we have to say about the OSPO in 2022. There are further insights in development, including a qualitative study on the OSPO’s business value across different sectors, and the TODO group’s publication of the 2022 OSPO Survey results will take place during OSPOCon in just a few weeks. 

“There is no board template to build an OSPO. Its creation and growth can vary depending on the organization’s size, culture, industry, or even its milestones.

That’s why I keep seeing more and more open source leaders finding critical value in building connections with other professionals in the industry. OSPOCon is an excellent networking and learning space where those working (or willing to work) in open source program offices that rely on open source technologies come together to learn and share best practices, experiences, and tools to overcome challenges they face.” Ana Jiménez, OSPO Program Manager at TODO Group

Join us there and be sure to read the report today to gain key insights into forming and running an OSPO in your organization. 

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Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software: What you need to know

by Ashwin Ramaswami

June 2022 saw the publication of Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software, a joint research initiative launched by the Open Source Security Foundation in collaboration with Linux Foundation Research and Snyk. The research dives into security concerns in the open source ecosystem. If you haven’t read it, this article will give you the report’s who, what, and why, summarizing its key takeaways so that it can be relevant to you or your organization.

Who is the report for?

This report is for everyone whose work touches open source software. Whether you’re a user of open source, an OSS developer, or part of an OSS-related institution or foundation, you can benefit from a better understanding of the state of security in the ecosystem.

Open source consumers and users: It’s very likely that you rely on open source software as dependencies if you develop software. And if you do, one important consideration is the security of the software supply chain. Security incidents such as log4shell have shown how open source supply chain security touches nearly every industry. Even industries and organizations that have traditionally not focused on open source software now realize the importance of ensuring their OSS dependencies are secure. Understanding the state of OSS security can help you to manage your dependencies intelligently, choose them wisely, and keep them up to date.

Open source developers and maintainers: People and organizations that develop or maintain open source software need to ensure they use best practices and policies for security. For example, it can be valuable for large organizations to have open source security policies. Moreover, many OSS developers also use other open source software as dependencies, making understanding the OSS security landscape even more valuable. Developers have a unique role to play in leading the creation of high-quality code and the respective governance frameworks and best practices around it.

Institutions: Institutions such as open source foundations, funders, and policymaking groups can benefit from this report by understanding and implementing the key findings of the research and their respective roles in improving the current state of the OSS ecosystem. Funding and support can only go to the right areas if priorities are informed by the problems the community is facing now, which the research assists in identifying.

What are the major takeaways?

The data from this report was collected by conducting a worldwide survey of:

  • Individuals who contribute to, use, or administer OSS;
  • Maintainers, core contributors, and occasional contributors to OSS;
  • Developers of proprietary software who use OSS; and
  • Individuals with a strong focus on software supply chain security

The survey also included data collected from several major package ecosystems by using Snyk Open Source, a static code analysis (SCA) tool free to use for individuals and open source maintainers.

Here are the major takeaways and recommendations from the report:

  • Too many organizations are not prepared to address OSS security needs: At least 34% of organizations did not have an OSS security policy in place, suggesting these organizations may not be prepared to address OSS security needs.
  • Small organizations must prioritize developing an OSS security policy: Small organizations are significantly less likely to have an OSS security policy. Such organizations should prioritize developing this policy and having a CISO and OSPO (Open Source Program Office).
  • Using additional security tools is a leading way to improve OSS security: Security tooling is available for open source security across the software development lifecycle. Moreover, organizations with an OSS security policy have a higher frequency of security tool use than those without an OSS security policy.
  • Collaborate with vendors to create more intelligent security tools: Organizations consider that one of the most important ways to improve OSS security across the supply chain is adding greater intelligence to existing software security tools, making it easier to integrate OSS security into existing workflows and build systems.
  • Implementing best practices for secure software development is the other leading way to improve OSS security: Understanding best practices for secure software development, through courses such as the OpenSSF’s Secure Software Development Fundamentals Courses, has been identified repeatedly as a leading way to improve OSS supply chain security.
  • Use automation to reduce your attack surface: Infrastructure as Code (IaC) tools and scanners allow automating CI/CD activities to eliminate threat vectors around manual deployments.
  • Consumers of open source software should give back to the communities that support them: The use of open source software has often been a one-way street where users see significant benefits with minimal cost or investment. For larger open source projects to meet user expectations, organizations must give back and close the loop by financially supporting OSS projects they use.

Why is this important now?

Open source software is a boon: its collaborative and open nature has allowed society to benefit from various innovative, reliable, and free software tools. However, these benefits only last when users contribute back to open source software and when users and developers exercise due diligence around security. While the most successful open source projects have gotten such support, other projects have not – even as open source use has continued to be more ubiquitous.

Thus, it is more important than ever to be aware of the problems and issues everyone faces in the OSS ecosystem. Some organizations and open source maintainers have strong policies and procedures for handling these issues. But, as this report shows, other organizations are just facing these issues now.

Finally, we’ve seen the risks of not maintaining proper security practices around OSS dependencies. Failure to update open source dependencies has led to costs as high as $425 million. Given these risks, a little investment in strong security practices and awareness around open source – as outlined in the report’s recommendations – can go a long way.

We suggest you read the report – then see how you or your organization can take the next step to keep yourself secure!

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