Il Papa sente Putin ma nessuna risposta per il cessate il fuoco


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Livorno 16 ottobre 2026 Suvereto, il 24 e 25 ottobre arriva “Borgo d’autore”: l’olio protagonista tra gusto, cultura e territorio Due giorni di degustazioni, incontri, cucina, arte ed esperienze tra gli oliveti. L’iniziativa di Confcom nell’ambito di Vetrina Toscana coinvolge aziende agricole, ristoratori e commercianti. Suvereto si prepara a celebrare una delle sue eccellenze più …
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Il giorno del suo matrimonio in Grecia, Danielle Monteleone, 24 anni, ha vissuto un momento indimenticabile che le ha tolto il respiro. Convinta che i suoi nonni, Carmel, 80 anni, e Reg Monteleone, 84 anni, residenti in Australia, non avrebbero potuto affrontare un viaggio così lungo e impegnativo, la giovane sposa non si aspettava di vederli tra gli invitati alla cerimonia.
Eppure, all’insaputa di tutti, i due anziani coniugi avevano organizzato in gran segreto il lungo viaggio intercontinentale pur di essere presenti nel giorno più importante della vita della loro nipote. Quando Danielle si è trovata davanti i suoi nonni, è rimasta letteralmente senza parole, travolta da un’ondata di stupore e commozione.
Sei mesi prima del grande giorno, Reg e Carmel avevano prenotato il viaggio in gran segreto, accordandosi con il resto della famiglia per mantenere il riserbo. Dato che in passato avevano avuto problemi di salute, Danielle dava per scontato che non sarebbero riusciti a intraprendere un tragitto tanto impegnativo.
“Sono rimasta completamente senza parole – ha raccontato a SWNS Danielle -. Mi sono subito commossa. Non riuscivo a credere che fossero venuti. Sono la prima dei sette nipoti a sposarmi, quindi per loro essere presenti e far parte di questo importante evento familiare ha significato moltissimo”.
E infine: “L’ultima volta che ho visto i miei nonni è stato a Natale del 2025; quindi, non solo è stato meraviglioso che fossero presenti al mio matrimonio, ma ero anche felicissima di rivederli! Sono rimasti in Grecia con noi per un paio di giorni dopo le nozze, così abbiamo potuto trascorrere un po’ di tempo di qualità insieme a loro”.
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Livorno, 16 ottobre 2026 – Una coppia si è presentata al pronto soccorso dell’ospedale di Cecina con il corpo senza vita di un neonato, portato nella struttura all’interno di un sacchetto. I fatti risalgono alla mattina del 15 ottobre. I tentativi dei sanitari di soccorrere il piccolo si sono rivelati inutili.
Secondo le prime ricostruzioni, la madre, una donna di circa trent’anni residente fuori regione, avrebbe riferito di non sapere di essere incinta. Dopo aver accusato alcuni malesseri, avrebbe partorito nel bagno di casa, pensando inizialmente a un problema digestivo.
Il neonato sarebbe nato prematuro, a circa 30-32 settimane di gestazione. Non è ancora chiaro se fosse già morto prima del parto o se il decesso sia avvenuto successivamente.
La Procura di Livorno ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia per chiarire le cause della morte e ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. Sulla vicenda indagano gli agenti del commissariato di polizia di Cecina. La madre è stata ricoverata per accertamenti.

Livorno, 16 ottobre 2026 – Un Pastore dei Pirenei adulto, di taglia imponente, detenuto in un piccolo monolocale in condizioni incompatibili con la sua natura e tali da provocargli gravi sofferenze. È quanto hanno accertato i Carabinieri Forestali del Nucleo di Cecina al termine di un’indagine avviata dopo alcune segnalazioni.
L’uomo, un 48enne del posto, è stato denunciato a piede libero all’Autorità giudiziaria di Livorno. Gli accertamenti sono stati svolti con il supporto del servizio veterinario dell’Asl.
Il cane è stato affidato al canile comunale. L’intervento rientra nell’attività dei Carabinieri Forestali per la tutela degli animali e il contrasto ai maltrattamenti.
Ha scelto di tornare a quel personaggio, anche se non considera Il tempo di Anne un vero sequel de Il tempo dell’amore, film del 2008. Sophie Marceau, che compirà 60 anni a novembre, torna al cinema nei panni di una madre alle prese con figli ormai adulti, nuove relazioni e una vita sentimentale che passa anche attraverso social e app di dating.
A Vanity Fair spiega: “Se avessimo voluto fare un sequel ci avremmo pensato a distanza di pochi anni, tanto più che era stato un successo. E credo che riprendere quel personaggio dopo una pausa così lunga sia più interessante perché ti permette di raccontare un vero cambiamento. I figli di Anne hanno ormai quasi 30 anni, sono in quella fase che segna il passaggio all’età adulta vera e propria”.
Il film finisce inevitabilmente per incrociare anche la sua vita privata. Nel racconto, la figlia della protagonista torna a casa: come reagirebbe Marceau se accadesse lo stesso con i suoi figli, Vincent, 32 anni, e Juliette, 24? La risposta tiene insieme due sentimenti diversi. Da una parte “fa sempre piacere essere un punto di riferimento. La famiglia dovrebbe rappresentare un rifugio, un posto dove puoi tornare quando le cose non vanno bene”. Dall’altra, però, “se le ragazze e i ragazzi tornano a vivere con i genitori, significa che non riescono a trovare un lavoro e che non hanno abbastanza soldi per pagare l’affitto. Non è un buon segnale”.
Ed è proprio da qui che il discorso si allarga alle difficoltà delle nuove generazioni e alle proteste che hanno portato migliaia di ragazzi in piazza in Francia. Per Marceau non si tratta soltanto di una questione francese, ma di un clima più generale, segnato dal disincanto e dalla sensazione che il futuro sia diventato più incerto. “È evidente che non andrà bene per niente. Un tempo era più facile trovare un lavoro, avere abbastanza soldi per vivere e, in un certo senso, c’era molta più libertà. E anche più ignoranza. Voglio dire, più informazioni ricevi più diventi ansioso e più ti senti in colpa per non essere in grado di fare nulla“.
Poi il pensiero va direttamente ai suoi figli e a ciò che la sua generazione lascia a quella successiva: “Io ormai sono una vecchia ragazza e mi dico: ‘La mia vita appartiene più al passato che al futuro’, ma mi dispiace lasciare ai giovani, ai miei figli, un mondo in questo stato. Non voglio sembrare troppo pessimista, però. Ho fiducia nelle nuove generazioni”.
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Durante le mobilitazioni del 2018 contro la riforma dell’educazione, mentre molti studenti esprimevano impazienza di fronte a un mancato allargamento delle proteste, i quadri sindacali e di partito che venivano a fare formazione nelle facoltà occupate rilevavano positivamente la ripresa della politicizzazione giovanile, di una frazione della classe che stava reimparando strumenti e tecniche, linguaggi, e a misurare i rapporti di forza; una classe de lutte come intitolava un film collettivo del 1969. Se i partiti della sinistra tradizionale non brillano per radicalità e connessione sentimentale, di fronte al livello di conflittualità e di coscienza espresso dalle nuove generazioni è però evidente che quella lettura cogliesse un processo reale.
Passati quasi dieci anni da quella riforma, che è stata la più importante riforma dell’educazione durante i mandati presidenziali di Emmanuel Macron, è una nuova generazione di studenti ad aprire la fase terminale di questo periodo mediocre e grottesco.
Una generazione cresciuta nel periodo di maggior aggressività del neoliberismo francese (iniziato appunto con la nomina di Macron al Ministero dell’Economia da parte di François Hollande nel 2014, e segnato dal movimento dei Gilet Gialli nel 2018), e che si confronta oggi con i risultati di quelle politiche nella sua vita quotidiana.
Oltre al regime di controllo basato sul merito e la competizione creato da Parcoursup, è la qualità delle infrastrutture scolastiche a essersi degradata a causa della riduzione dei finanziamenti, di pari passo con il peggioramento generale dei servizi pubblici e del salario sociale. Una delle rivendicazioni principali è un piano di intervento per il rinnovamento degli edifici insalubri e vetusti, per la sicurezza e per garantire temperature accettabili durante i periodi climatici più difficili, sempre più frequenti nella fase attuale di cambiamento climatico. Posizioni, assieme a quelle contro il divieto degli smartphone o sulle giornate scolastiche eccessivamente lunghe (8h-18h), che ricordano quelle dell’ambientalismo del lavoro italiano degli anni ’60, in cui la classe operaia rivendicava il controllo delle condizioni ambientali nei luoghi di lavoro e la possibilità di incidere su ritmi, cicli di lavoro e tecnologie attraverso i consigli di fabbrica. Altrettanti legami si potrebbero ricostruire con le lotte per la liberazione della riproduzione sociale, o – ancora più immediati, vista la geografia delle mobilitazioni – con le lotte antirazziste e decoloniali.
A livello più generale, i caratteri potenzialmente insurrezionali che sta assumendo la situazione francese in questo autunno sono il risultato della coincidenza di un tempo locale su scala nazionale – fabbricato e scandito da un passato recente di conflitti -, e di un tempo globale – la trasformazione del neoliberismo in regime di guerra.
La Francia è uno snodo cruciale del sistema capitalistico occidentale, non è quindi un caso che il picco di malcontento e di repressione all’interno coincida con l’esaurimento del ciclo di accumulazione a egemonia occidentale su scala internazionale, ma non vi era nessuna necessità storica che la classe arrivasse nelle condizioni di cogliere l’occasione offerta dalla crisi.

Questo è stato reso possibile prima di tutto dalle trasformazioni qualitative interne ai movimenti sociali. Anche se i conflitti aperti dalle mobilitazioni spontanee o sindacali degli ultimi anni sono state difensive, in opposizione all’attivismo riformatore dei governi, e non hanno mai riportato un significativo avanzamento delle condizioni di vita, hanno tuttavia vinto la battaglia del consenso sul lungo periodo, mentre il potere non ha mai riportato una vittoria decisiva in grado di rompere il loro crescendo.
La richiesta di riforme radicali in un settore sociale veniva puntualmente rielaborato e riappariva, qualitativamente trasformato e potenziato, nella riappropriazione da parte del soggetto che, nella specifica congiuntura successiva, si trovava a esercitare un’egemonia transitoria nelle rivendicazioni e nelle pratiche.
Il dégagismo dei Gilet Gialli non aveva la capacità propositiva mostrata dagli studenti in queste settimane, nelle cui parole d’ordine riappare il termine rivoluzione, che certamente è impiegato in una concezione vaga e astratta, ma risponde a un sentire comune che va oltre sia i richiami folcloristici, settari o dogmatici, sia la citazione parodica della ghigliottina e del 1789 dei Gilets Jaunes. Sembra trattarsi piuttosto di un’attrazione verso livelli di radicalità e di trasformazione che la socialdemocrazia ha rimosso dalle sue possibilità, espressa da una generazione che non pone limiti al proprio orizzonte politico, perché per chi appartiene a questa generazione è autoevidente che una nuova fase mondiale si è aperta, in cui la grande maggioranza di chi si affaccia al mondo adulto ha pochissimo da perdere.
L’aggravarsi delle contraddizioni ecosociali comporta così uno spostamento degli spazi pratici e ideologici verso le estremità dello spettro politico, un movimento che è flagrante nella gioventù politicizzata, e che si esprime anche nelle crisi e nelle sconfitte delle socialdemocrazie, in Europa come in America Latina.

In questo decennio di mobilitazioni in cui si inserisce il movimento studentesco, l’identificazione di classe è implicita ma costantemente all’opera, e si dà prima di tutto in negativo e si definisce attraverso avversari comuni nelle strade, negli scioperi e nel senso comune, senza poggiare su una lettura ideologica in grado di definirne gli obiettivi rispetto a un metodo e a una teoria. Questa condizione di debolezza teorica sembra essere meno grave per la sinistra francese rispetto ad altri paesi perché nella sua storia, fin dalle sue origini nel socialismo utopista (quello che Lenin chiamò terza fonte del marxismo), le necessità della pratica e della lotta politica tendono a prevalere sulla teoria.
La ripetizione della pratica conflittuale del soggetto frammentato ed eterogeneo della classe rende sempre più evidente come la soddisfazione di ogni singola rivendicazione (dalla riforma e il disarmo della polizia alle scuole e le università, dalle pensioni alla pianificazione ecologica) sia necessariamente condizionata dalla trasformazione totale del modello socio-economico.
In questo affermarsi di un programma trasformativo attraverso la reiterazione di una pratica contestatrice, lo Stato diventa il terreno di una saldatura possibile dei diversi movimenti sociali, e questo può avvenire per almeno tre motivi.
Innanzitutto, queste mobilitazioni hanno riconosciuto nei governi nominati da Macron il motore delle riforme neoliberali (che più che altrove sono state imposte attraverso strumenti legislativi e governativi), individuando nello Stato lo strumento necessario alla redistribuzione delle risorse (come avvenuto con il Front Populaire) e a una forma più democratica di rappresentanza politica (come durante la Commune). Questa conoscenza è stata poi socializzata da intellettuali e militanti, anche attraverso i social e i media indipendenti, superando la dimensione che Gramsci definiva “corporativa”, costruendo un’egemonia morale e intellettuale all’interno della classe.

Altro elemento che rende possibile questa saldatura è la riappropriazione di un ideale nazional-popolare da parte di una gioventù di origine immigrata, finora esclusa dal corpo politico, e che invece adesso si identifica in un progetto di società nazionale di rottura rispetto al modello antropologico neoliberale (ciò che vale sia per la generazione Z che per l’appello alla manifestazione del 17 ottobre da parte dei Gilet Gialli, che a differenza del 2018 parte anche da frange del proletariato di origine immigrata). Un elemento che favorisce anche forme spontanee e intuitive, ma reali, di internazionalismo, come il sostegno alla resistenza palestinese.
Infine, terza condizione è l’esistenza di una rappresentanza partitica e sindacale che permette di non arretrare nello scontro per il consenso e di armonizzare le parole d’ordine. In questo senso, se vogliamo comparare la sinistra francese, che è probabilmente la più avanzata sul continente in questo momento, con la sinistra italiana, nell’ottica di un allargamento all’Italia di una contestazione al neoliberismo che è già internazionale, la differenza decisiva sta molto meno nella qualità dei movimenti (pur con tutte le differenze fra Paesi con storie, economie e demografie molto diverse) e nel trattamento mediatico della realtà (il regime di propaganda e la programmatica falsificazione della realtà da parte dei mass media sono all’opera anche in Francia), che piuttosto nell’assenza di una rappresentanza che traduca le rivendicazioni sociali in proposta politica, nell’inettitudine di chi fa politica di mestiere e avrebbe il compito di trovare risposte alle contraddizioni che una società esprime.
La France Insoumise è per adesso in condizione di arrivare al secondo turno delle elezioni perché ha continuamente scommesso sulla sedimentazione delle idee e delle pratiche di resistenza, sulla maturazione di classe dell’opposizione alle riforme neoliberali. Malgrado si trovi in un conflitto aperto con la quasi totalità dell’apparato politico e del sistema mediatico, il partito oggi sembra essersi rafforzato, e la conquista del governo è un orizzonte che appare possibile e desiderato a molti, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.
Dalle crisi se ne può uscire par le haut o par le bas, e se una parte importante di questa scelta la Francia dovrà prenderla nelle elezioni di primavera, già i prossimi giorni saranno decisivi, con un appello di mobilitazione dei Gilet Gialli previsto per il 17 ottobre, otto anni dopo la più violenta contestazione alla presidenza Macron, che iniziò dalla tassa sul carbone che fece aumentare i costi dei carburanti. Difficile prevedere se il movimento sia definitivamente rifluito, se la sua rabbia abbia ceduto alla rassegnazione nelle zone rurali e periurbane sempre più isolate dal centro e abbandonate dai servizi pubblici, dove la propaganda razzista delle televisioni trova le migliori condizioni per diffondersi. I tratti peculiari e inediti della situazione attuale espongono ogni ipotesi sul futuro al rischio di limitare le potenzialità del movimento sociale, così come ogni paragone storico rischia di essere una scusa per neutralizzare la rabbia con la nostalgia.
Se però da più parti è stato rievocato il ’68 non è per costruire un parallelo storico sulle condizioni dell’azione e sui suoi possibili sbocchi, ma perché – spesso proprio a scuola di quell’evento la generazione Z ne ha appreso gli eventi determinanti, il verificarsi di una mobilitazione di massa studentesca, l’internazionalizzazione della contestazione; e perché, in quella che fu l’ultima volta che vacillò e arretrò il capitale europeo, le consegne erano le stesse delle prossime settimane: l’unità della classe lavoratrice con la classe studentesca.
Immagine di copertina e dentro l’articolo dalla pagina facebook della CGT
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Il 27 settembre 2026, la polizia britannica ha ricevuto una chiamata riguardante la presenza di tre furgoni sospetti nelle vicinanze della base RAF Fairford. La chiamata ha fatto scattare un’ampia operazione antiterroristica; l’area attorno ai veicoli è stata evacuata, comprese più di 80 abitazioni nel vicino villaggio di Whelford. Le attività degli artificieri non hanno tuttavia rilevato la presenza di ordigni esplosivi. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati sul posto, con l’accusa iniziale di reati previsti dall’Explosives Act e successivamente con il sospetto di preparazione di atti terroristici ai sensi della Sezione 5 del Terrorism Act del 2006, altri due individui con doppia cittadinanza britannica e iraniana sono stati arrestati in seguito. Al momento tutti gli indagati sono stati rilasciati sotto cauzione.
Al momento dell’allarme, la base del Gloucestershire ospitava una dozzina di bombardieri strategici B-1 dell’Aeronautica statunitense, attivamente impiegati nel conflitto contro l’Iran. L’amministrazione statunitense ha affermato che l’obiettivo dei potenziali attentatori era di creare “grossi danni,” e che fosse stato implicato attore straniero. Il governo britannico ha quindi affermato di avere “forti indizi” di un coinvolgimento iraniano nel presunto complotto. Dal canto suo, Tehran ha respinto ogni accusa. Il 5 ottobre, il presidente Trump ha annunciato il ridispiegamento dei bombardieri statunitensi presenti nella base britannica, citando potenziali rischi per la sicurezza dei velivoli. Al momento, tuttavia, le indagini sono ancora in corso e non è chiara l’effettiva gravità della minaccia nei confronti della base.
Aspetti legali della presenza militare statunitense nel Regno Unito da Fairford a Diego Garcia
RAF Fairford è una delle principali basi che ospita truppe statunitensi sul suolo britannico. Le forze armate statunitensi di stanza nel Regno Unito sono schierate su 13 basi della Royal Air Force (RAF). Queste installazioni comprendono tre basi aeree (Lakenheath, Mildenhall e Fairford), installazioni di comunicazione e radar, depositi di munizioni e centri di comando e amministrativi. Le forze statunitensi sono presenti nel Regno Unito con il consenso di Londra, non sono previste tuttavia restrizioni numeriche al personale schierato, che si attesta generalmente attorno alle 11.000 unità. Lo status giuridico di questa presenza è definito dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, incorporato nel Regno Unito con il Visiting Forces Act del 1952.
Dal punto di vista finanziario, le basi rimangono formalmente di proprietà del Ministero della Difesa (MOD) di Londra, mentre i costi operativi sono a carico degli Stati Uniti. La sicurezza delle basi è coordinata tra Stati Uniti e Regno Unito sulla base di un Memorandum del 2007. Le forze di polizia britanniche sono responsabili della sicurezza esterna al perimetro della base, mentre la sicurezza interna delle basi è affidata ai militari statunitensi.
A livello operativo, Il Churchill-Truman Communiqué del 1952 stabilisce che le basi sul territorio del Regno Unito possano essere impiegate in tempo di emergenza dagli Stati Uniti solo a seguito di una decisone congiunta da parte del governo statunitense e britannico. I protocolli che definiscono questo processo decisionale sono contenuti in accordi che rimangono riservati, è tuttavia prevista una valutazione caso per caso da parte di Londra delle richieste di Washington.

Oltre alle basi sul suolo della Gran Bretagna, gli Stati Uniti mantengono inoltre una presenza nella base Diego Garcia nell’arcipelago delle Isole Chagos, con lo status di Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT). Le isole, originariamente territorio dipendente della colonia di Mauritius furono separate come BIOT Indiano nel 1965. Nel 1966 gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il Regno Unito per l’utilizzo dell’isola a fini militari. La base è stata costruita e ampliata nel corso degli anni ’70. La realizzazione dell’installazione militare ha comportato la rimozione forzata della popolazione locale.
L’accordo del 1966, emendato a più riprese tra il 1972 e il 1999, garantisce la sovranità britannica sulla base. Aerei e navi di entrambi gli Stati possono entrare liberamente all’interno della base in circostanze ordinarie, in altre circostanze l’uso della base è anche qui sottoposto alla decisone congiuntadei due governi. Era prevista una durata iniziale dell’accordo di 50 anni, estendibile automaticamente per 20 anni in caso di mancato preavviso di disdetta. Il trattato è stato così rinnovato nel 2016, sebbene la Camera dei Comuni avesse evidenziato gravi criticità sulla trasparenza delle attività statunitensi all’interno della base, legate in particolare alle inchieste sui trasferimenti non autorizzati di detenuti durante la Guerra al Terrore.
A seguito dell’indipendenza nel 1968, la nuova Repubblica delle Mauritius ha chiesto la restituzione dell’arcipelago, scontrandosi con forti resistenze britanniche. Solo a seguito dell’intervento della Corte Internazionale di Giustizia e dell’aumentare della pressione internazionale, Londra ha avviato una negoziazione per il passaggio della sovranità delle isole. Il risultato è stato un accordo siglato nel 2025, che prevede la cessione alle Mauritius della sovranità dell’arcipelago. È previsto che la base rimanga sotto la giurisdizione e la responsabilità britannica per un periodo di 99 anni, estendibile di 40 anni. Il disegno di legge per l’implementazione è stato tuttavia messo in pausa a seguito delle pressioni statunitensi e il governo Burnham ha dichiarato l’intenzione di rivedere l’accordo.
Il ruolo delle basi britanniche in Epic Fury
Le basi britanniche, in particolare Fairford e Diego Garcia hanno un alto valore strategico per gli Stati Uniti, in particolare nel contesto del conflitto contro l’Iran. Queste garantiscono infatti una piattaforma per la proiezione militare statunitense al di fuori della portata di eventuali controattacchi iraniani.
Nei giorni precedenti all’inizio di Epic Fury, a febbraio, il governo Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi per un attacco preventivo contro l’Iran. Tale decisione era stata presa in un contesto di tensione tra Regno Unito e Stati Uniti proprio per la questione delle Isole Chagos. Negli stessi giorni, Il presidente Trump aveva infatti nuovamente criticato l’accordo siglato da Londra, ribadendo l’importanza della base per contrastare la minaccia iraniana.
Il 1° marzo, Starmer ha tuttavia autorizzato l’uso di Fairford e Diego Garcia per operazioni di natura “difensiva”. Il cambiamento di posizione è stato giustificato sulla base dei pesanti contrattacchi iraniani che avevano messo a rischio civili e personale britannico nel Golfo.
I giorni seguenti hanno visto l’arrivo di un numero senza precedenti di bombardieri strategici B-1 e B-52 presso RAF Fairford (si stima che 29 velivoli diversi abbiano transitato per la base durante l’operazione). L’uso della base permette di ridurre notevolmente la durata delle missioni, che, dagli Stati Uniti, possono durare fino a 37 ore. Fairford è una Forward Operating Location del Global Strike Command, ed è dotata quindi delle necessarie infrastrutture per ospitare bombardieri pesanti, tra cui anche i velivoli stealth B-2 Spirit, che per il conflitto hanno tuttavia operato solo da basi sul suolo statunitense.
Analogamente, anche Diego Garcia ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni statunitensi nell’Oceano Indiano. La Naval Support Facility sull’isola serve infatti da importante hub logistico per le forze navali statunitensi, inoltre è anch’essa in grado di ospitare bombardieri strategici.
Sia Fairford che Diego Garcia si trovano a circa 4000 km dal territorio iraniano, ciò le rende sicure per schierare asset ad alto valore al di fuori della portata di eventuali contrattacchi, come quelli verificatisi per le basi nel Golfo. Tehran ha recentemente cercato di ampliare le proprie capacità missilistiche oltre i 2500 km attualmente stimati. Il fallito attacco contro Diego Garcia sembra tuttavia suggerire che l’Iran non sia ancora in grado di esprimere una minaccia credibile sotto questo aspetto. In questa azione sono stati infatti impiegati missili Khorramshahr, modificati per raggiungere Diego Garcia al costo di unadrastica riduzionedella carica esplosiva e della precisione.

Sebbene al momento le principali basi britanniche rimangano relativamente al sicuro da attacchi convenzionali, l’allarme a Fairford e il conseguente ritiro dei bombardieri sarebbe frutto di una preoccupazione per eventuali azioni asimmetriche con l’impiego di droni. Lo scenario è quindi analogo a quello dell’Operazione Spider’s Web, condotta nel giugno 2025 dalle forze armate ucraine contro una serie di basi aeree russe, con l’impiego di droni esplosivi occultati all’interno di rimorchi di camion. Dal canto suo, Londra ha invece riaffermato la sicurezza delle basi sul suo territorio, mentre il segretario di Stato Rubio ha negato il legame tra il fallito attentato e il ridispiegamento dei bombardieri, sostenendo di ritenere il livello di sicurezza delle basi britanniche soddisfacente.
Le basi sul suolo britannico rimangono comunque di particolare rilevanza per la proiezione globale statunitense. Il ritiro dei bombardieri da Fairford non può che limitare la prontezza operativa del Global Strike Command e la capacità di condurre sortite in tempi brevi. Ciò ridurrebbe in maniera limitata il livello di minaccia militare esercitato contro l’Iran, anche in vista di una eventuale ripresa degli attacchi dopo le midtermsdi novembre.
La vicenda Fairford va tuttavia letta alla luce di un contesto più ampio che vede la special relationship tra Londra e Washington sotto pressione a causa de conflitto in Iran. Dopo aver criticato la gestione della sovranità delle Chagos e l’iniziale rifiuto di autorizzare l’uso delle basi, gli Stati Uniti hanno espresso una crescente frustrazione anche per la poca propensione di Londra ad assumere un ruolo proattivo nella campagna contro l’Iran. Dal canto suo, Londra sembra al momento aver adottato una politica di cauto allineamento nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrato dall’autorizzazione all’uso delle basi e dal congelamento dell’accordo con le Mauritius. Nonostante le frizioni, per il Regno Unito, gli Stati Uniti rimangono infatti un pilastro irrinunciabileper la propria architettura di sicurezza nazionale.

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Roma - E’ iniziata la mobilitazione nazionale di Cia-Agricoltori Italiani davanti a Montecitorio, presidio che durerà fino al 22 ottobre. “I conti non tornano” recita lo slogan della protesta. Sì, perché oltre ai prezzi crollati nei campi e ai costi di produzione fuori controllo ad impoverire l’agricoltura italiana contribuisce anche la concorrenza sleale. Eclatanti le ripercussioni su due produzioni simbolo Continue Reading
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Stagno (Collesalvetti, Livorno) 14 ottobre 2026 Da giovedì 15 ottobre torna percorribile il ponte lungo la statale Aurelia, dopo i lavori di miglioramento sismico e adeguamento funzionale. Entro fine anno partiranno anche gli interventi sul ponte del canale Imperiale. STAGNO — Riapre al traffico giovedì 15 ottobre il nuovo ponte sul canale Scolmatore, lungo …
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Grande scoop di Repubblica. I frigoriferi in Francia gocciolano per colpa della guerra ibrida di Putin! Cazzullo sul Corriere rimpiange il tempo in cui i cittadini credevano per davvero in questo mostro di Europa. Il Fatto definisce i possibili contorni di un accordo di pace fra Russia e Ucraina
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Segregati in casa, fortemente denutriti e costretti a vivere tra sporcizia e degrado. È la drammatica condizione riscontrata dalla Polizia Locale di Frosinone all’interno di un appartamento della città, al termine di un blitz scattato dopo un esposto e su delega dell’Autorità Giudiziaria.
Sul posto sono intervenuti i medici del Servizio Veterinario per accertare lo stato di salute dei tre animali. Dai rilievi è emerso che i cani venivano tenuti sempre chiusi nell’abitazione, in un contesto igienico compromesso. Oltre alla grave malnutrizione, gli animali mostravano evidenti disturbi comportamentali e fobici, legati ai presunti maltrattamenti subiti.
I tre cani sono stati immediatamente messi sotto sequestro e trasferiti presso una struttura d’accoglienza, dove hanno ricevuto le prime cure e un ambiente idoneo prima di valutare un eventuale futuro affidamento.
La vicenda è ora al vaglio della magistratura: l’ipotesi di reato è quella di maltrattamento di animali, condotta che prevede la reclusione da sei mesi a due anni e sanzioni fino a 30 mila euro. Un operazione che conferma, ancora una volta, quanto sia fondamentale denunciare per salvare vite silenziose.
(Foto di repertorio)
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Sono le 6:30 di mattina, è buio, ci si muove con quello che c’è: cassonetti prelevati dall’area degli alloggi studenteschi, banchi e sedie, grate di ferro, transenne, pallet di legno, qualche manico di scopa a serrare dall’esterno le uscite laterali. Un bâtiment per volta e che ogni ingresso sia ingombrato e presidiato.
Al campus universitario di Nanterre le lezioni sono interrotte da venerdì 2 ottobre. I blocchi sono continuati con qualche tensione fino all’annuncio della Direzione all’indomani di martedì 6, giornata del cosiddetto Terzo atto, la manifestazione generale a place de la République: didattica e attività annullate per una settimana in tutti i campus universitari, Ville-d’Avray, Saint-Cloud e Nanterre, la cui Presidenza aggiunge in una circolare il pieno sostegno alle rivendicazioni «relative alla drammatica mancanza di finanziamenti e di riconoscimento». «Da molti anni, l’Università Paris Nanterre denuncia le difficoltà strutturali derivanti da una cronica carenza di fondi e personale», si scrive.

Il 29 settembre l’Union syndacale lycéenne si era mobilitata a sostegno del liceo Saint-Exupéry di Créteil e di quelli del Val-de-Marne e Seine-Saint-Denis che ben presto lo avevano seguito, chiedendo di generalizzare i blocchi. E così è stato, il movimento è diventato nazionale. Cronologia diversa dal 2006: dai liceali si estende agli universitari e universitarie che li hanno seguiti e il fronte delle rivendicazioni si allarga. È partita come una denuncia delle condizioni materiali, i tagli all’istruzione, la mancanza di docenti, gli edifici fatiscenti, l’umidità d’inverno le ondate di calore d’estate, i bagni inagibili, il sovraffollamento delle classi. Una difesa delle politiche pubbliche, e il rifiuto di sottostare alle logiche del Parcoursup, la piattaforma selettiva in uso dal 2018, che è anche una questione di potere, cioè di chi decide sull’accesso all’università, con quali criteri (tra cui il peso del liceo di provenienza nell’algoritmo selettivo) e con quale possibilità di contestare il nesso tra una geografia e il suo destino sociale.
Al di là del mito generazionale di una certa storiografia, la contrapposizione tra un ’68 “libertario”, mosso da una critica culturale, e un 2026 invece più “reattivo” e sociale, viene facile per la rilevanza storica di Nanterre, ma rimane forse fuorviante. Il confronto che circola è quello con il 1990, anch’esso partito da una banlieue parigina, con più di centocinquantamila liceali in piazza al culmine del 5 novembre, che ha portato a un piano d’urgenza da 4,5 miliardi di franchi. Un militante ricorda che nel 2018, ai tempi dell’approvazione di Parcoursup, a Nanterre i blocchi durarono quasi due mesi: da aprile a giugno, quando gli esami di recupero vennero trasferiti in centri esterni, presidiati dalle forze dell’ordine. I picchetti si sciolsero con l’inizio dell’estate e un negoziato con l’ateneo.
La manifestazione di martedì 6 ottobre, Terzo atto, ha sicuramente allargato il campo delle convergenze: anticlassismo, antirazzismo, rifiuto del budget di guerra. Si vuole la fine delle politiche discriminatorie per studenti e studentesse extra-EU: le enormi tasse definite “razziste” disposte dal decreto Bienvenue en France, insieme alla restrizione dei sussidi agli alloggi (APL), novità di questo semestre. Ritorna la questione delle diseguaglianze che pesano sulle banlieue, e dei finanziamenti universitari, con al centro le ultime indiscrezioni sull’incapacità di sostenere a lungo i pasti gratuiti a 1 euro, e la piattaforma di Mon Master, l’analogo di Parcoursup per l’accesso alle lauree magistrali. A fine settembre, a fronte di tremila ricorsi record da parte dei “senza posto”, i sans-facs, la presidenza di Nanterre aveva denunciato un aumento vertiginoso delle domande per le magistrali e l’incapacità di farsene carico.

Mercoledì 7 arriva il blocco di Sciences Po, con studenti e studentesse di Beaux-Arts e dell’École du Louvre; segue il comunicato dell’assemblea inter-fac: fine dei proiettili di gomma e dei lacrimogeni, scioglimento dei corpi speciali di polizia, dimissioni del ministro dell’Interno. Nessun passo indietro. Giovedì, alla Bastille, arriva il Quarto atto, la seconda manifestazione. Venerdì 9, il blocco di solidarietà dell’École des Mines, scuola prestigiosa di ingegneri e che di certo non manca di fondi. «Contre les violences policières» si legge all’ingresso.
Con un deficit al 5,4% del PIL e un piano di risparmi da 54 miliardi, si prepara l’esame del bilancio che partirà martedì 13, lo stesso giorno in cui viene annunciato il Quinto atto, la manifestazione sotto Matignon, sede del Primo Ministro.
Oggi il movimento si allarga, in corteo sfilano cordoni di insegnanti e genitori a protezione dei giovani, la repressione trascina il dibattito dalle condizioni di insegnamento alla legittimità della risposta statale. Chiedere soldi per l’istruzione anziché per la guerra non sembra, insomma, una richiesta irricevibile per l’opinione pubblica. Le piazze sono piene di studenti e studentesse non politicizzati/e in senso stretto: alcuni sono lì perché ci sono anche gli amici, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia Parcoursup, chi voleva saltare la scuola, ma c’è un modo di sentire condiviso che ha che fare con la catastrofe del presente, i costi da sopportare senza promesse di riscatto sociale, i doveri senza diritti ed è propriamente generazionale.
La copertina e le foto nel corpo del testo sono dell’autrice
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Por Juan Manuel de Prada
Quien desee vivir sin una venda en los ojos debe empezar aceptando algo elemental: en nuestras sacrosantas democracias quienes deciden de forma efectiva son minorías que escapan al ‘control ciudadano’ (algo que en puridad no existe, pues la ‘ciudadanía’ no es otra cosa sino una comparsa a la que se halaga en sus bajos instintos, para hacerle creer que tiene mando), élites que nos imponen su propia concepción del mundo a través de ideologías que les benefician. Durante el siglo XIX y una parte del siglo XX, hasta la eclosión de los totalitarismos, esa ideología fue el liberalismo; luego, con la necesidad de asimilar o amansar la fiera comunista, esa ideología sería el progresismo, que no es sino liberalismo con derechos de bragueta y dengues de justicia social.
Detrás de esta degeneración de la democracia se halla, claro está, la rebelión de la Economía contra la Política. Durante siglos, la Economía estuvo limitada por normas religiosas o morales y supeditada al poder político, que era depositario de esas normas y encargado de velar por su vigencia. Pero, al desvincularse el poder político de esa labor, la Economía se desembridó por completo, hasta subvertir los cimientos de la política mundial; y esa subversión no ha hecho sino agigantarse con el desarrollo de la técnica, hasta llegar a esta fase de capitalismo tardío, en que no sólo los bienes de consumo, sino hasta las interacciones humanas y la propia intimidad se han convertido, en activos financieros. De este modo, el estado de subversión originado por el lucro no sólo ha transformado las formas políticas imperantes, sino también la conciencia social, imponiendo una supremacía del dinero sobre cualquier anhelo humano, una prevalencia de las ansias materiales sobre los anhelos espirituales. Así se ha producido una mercantilización completa de la sociedad: el afán de lucro constituye el común denominador de todas las relaciones sociales; e, inevitablemente, la corrupción se ha extendido por doquier.
Los medios de adoctrinamiento de masas, la publicidad comercial, las formas artísticas cada vez más halagadoras de los bajos instintos y, muy especialmente, la ‘experiencia’ digital regida por algoritmos impulsan un plan disolvente de embrutecimiento colectivo, orientado a mantener al ‘usuario’ inmerso en un ciclo continuo de consumo y gratificación inmediata; orientado, en realidad, a convertirlo en un animalillo gobernado por impulsos meramente sensitivos, mediante la destrucción de su equilibrio moral y psíquico. A ese hombre embrutecido que ya sólo puede aspirar a la búsqueda de felicidad en un sentido puramente materialista es fácil someterlo a una servidumbre espiritual completa y convertirlo en masa cretinizada.
Entretanto, el régimen de partidos –introducido por el liberalismo burgués e impulsado por el dominio de la Economía sobre la Política– representa un simulacro democrático, mientras sigue las consignas del Dinero. Oswald Spengler lo escribió premonitoriamente hace más de un siglo: «Así como la monarquía inglesa en el siglo XIX, así los Parlamentos serán poco a poco un espectáculo solemne y vano. Como allí el cetro y la corona, así aquí los derechos populares serán expuestos a la masa con gran ceremonia y reverenciados con tanto o más cuidado cuanto menos signifiquen». Y mientras se representa ese espectáculo solemne y vacío (bueno, en el caso español barriobajero y vacío), el verdadero poder se ha desplazado de los (risum teneatis) ‘órganos de representación ciudadana’ hacia corporaciones transnacionales cuyo valor de mercado supera el PIB de muchas naciones. Los parlamentos ofrecen una soberanía de pega a la ‘ciudadanía’, con manguerazo de derechos de bragueta y halagos al resentimiento de sus elementos más viles, mientras la alta finanza internacional toma las decisiones. Así la democracia se ha convertido en el arma política de las fuerzas del Dinero, que condicionan la legislación a sus propios intereses a través de un régimen de partidos lacayos y sobornados, mientras las masas, cretinizadas por la depravación intelectual y los cultos falsos, están sometidas a un verdadero hipnotismo ideológico; y guían su conducta según consignas partidistas que, por supuesto, no buscan reflejar la realidad, sino producir ‘relatos’ mediante la impresión y el impacto emocional en lugar del razonamiento.
La libertad política está ligada íntimamente a la independencia económica; y en las democracias contemporáneas tal independencia no existe. Lo que nosotros llamamos cándidamente ‘democracia’ no es más que una tiranía plutocrática que ha desarrollado eficacísimos métodos de hipnosis ideológica colectiva.

Por Ivone Alves García
Buena parte del planeta todavía mide convencionalmente el tiempo a partir de una fecha construida alrededor del nacimiento de Jesús de Nazaret, cuya vida pública transcurrió dentro de un territorio extraordinariamente reducido. Su predicación se dio, en lo esencial, en un radio de unos cien kilómetros: Galilea, Jerusalén, algunas incursiones hacia Tiro y Sidón, la Decápolis, Samaria, la orilla este del Jordán. Ese fue, aproximadamente, el mapa completo de su paso terrenal.

Midamos ese paso con la vara que el poder siempre usó para medirse a sí mismo. No comandó ejércitos ni acumuló fortuna, no ocupó cargo político ni dirigió un Estado, no fundó una dinastía ni dispuso de imprenta, correo imperial o aparato de propaganda alguno. Los Evangelios, de hecho, no se escribieron mientras predicaba: nacieron después, de la memoria de quienes lo habían escuchado. Nació en una provincia periférica de un imperio que gobernaba el mundo conocido, y ahí mismo terminó crucificado bajo la autoridad romana, sometido a una muerte pública e infamante, pensada específicamente para quebrar al condenado y advertir a los demás.
Según todas las reglas humanas del poder, ahí debía terminar la historia. Pero los discípulos no se comportaron como los seguidores de un maestro derrotado. Pocos días después de la crucifixión, comenzaron a afirmar algo completamente inesperado: que Jesús había resucitado. En lugar de limitarse a difundir una filosofía o guardar un respetuoso recuerdo, anunciaron este hecho de forma directa. Fue esa convicción la que realmente puso en marcha la historia del cristianismo.
A partir de ahí, ese movimiento minúsculo se extendió por las ciudades del Mediterráneo oriental, atravesó las persecuciones imperiales y permaneció en pie cuando cayó el propio Imperio romano de Occidente, que en su momento debió de parecer bastante más sólido que cualquier fe. Echó raíces en el feudalismo, resistió el cisma de la Reforma, la crítica religiosa de la Ilustración, las lecturas críticas del siglo XIX y dos guerras mundiales, y llega al mundo tecnológico de hoy con hombres y mujeres que siguen rezando en su nombre, celebrando su muerte y su Resurrección y reconociéndolo como Cristo en todos los continentes.
Compárese esto con lo que puede hacer hoy cualquiera con poder real: un presidente que llega a media humanidad apenas abre la boca, un empresario que compra la plataforma entera donde discuten millones, un artista que acumula miles de millones de reproducciones en semanas. Nunca tuvimos tantos medios para hablarle a tantos. Y sin embargo casi todas esas voces se apagan de la memoria colectiva en el plazo de una generación. Un hombre que no dispuso de nada de esto sigue siendo, dos mil años después, más recordado que la mayoría de ellos.
Un historiador puede explicar buena parte de este proceso sin necesidad de apelar a la fe, y no hay por qué temerle a esa mirada: las rutas romanas, el griego común a todo el Mediterráneo oriental, la prédica de Pablo, la organización de las primeras comunidades, la conversión de Constantino tres siglos más tarde. Ese último dato importa más de lo que suele reconocerse: cuando el poder imperial por fin favoreció al cristianismo, el cristianismo ya llevaba trescientos años extendiéndose sin ese poder. La explicación sociológica cubre cómo se propagó una vez que ya existía algo capaz de propagarse. Lo que no cubre es la pregunta anterior: qué había en aquel hombre y en aquel mensaje para que existiera, en primer lugar, algo con esa capacidad. Roma crucificó a miles de personas antes y después de aquel viernes, y ninguna cambió la manera en que la humanidad cuenta los años. Judea produjo, en el mismo siglo, decenas de predicadores y mesías fracasados que hoy son apenas una nota al pie en algún historiador antiguo.
La fe cristiana no nació del éxito posterior del cristianismo. Nació del encuentro con Cristo, de sus palabras y sus obras, de su muerte y de la certeza proclamada por sus discípulos de que había resucitado. La expansión que vino después pertenece a otro orden: constituye una huella histórica de aquello que comenzó en un territorio diminuto y que ninguna explicación puramente material consigue agotar.
Jesús triunfó, además, con una lógica inversa a la que usa siempre el poder, que se expande con ejércitos, con acumulación, con organización partidaria o con propaganda. Él empezó con doce discípulos, caminos de tierra, aldeas sin importancia y parábolas contadas junto a un lago. La distancia entre esos medios iniciales y sus consecuencias históricas es enorme. Vivimos, hoy, obsesionados con el alcance inmediato —seguidores, reproducciones, capacidad instantánea de influencia— y medimos la importancia de algo por cuánta gente llega en las primeras horas. Jesús es casi la inversión exacta de ese criterio: un alcance inicial mínimo y una profundidad histórica que todavía no terminamos de medir.
Cristo no prometió comodidad ni poder terrenal. Prometió algo infinitamente mayor y mucho más difícil de convertir en propaganda: perdón, salvación, vida eterna, reconciliación con Dios. A cambio pedía conversión, amor al prójimo, misericordia hacia el enemigo y una vida entera puesta al servicio de algo superior al propio yo. Casi ninguna de las fórmulas que hoy garantizan viralidad estaba en aquel ofrecimiento. Y sin embargo sigue ahí, dos mil años después, más vivo que cualquiera de nuestros fenómenos de audiencia instantánea.
Un hombre recorrió apenas una pequeña franja del mundo antiguo. Desde la lógica humana carecía de todos los instrumentos necesarios para atravesar fronteras, generaciones e imperios. Fue crucificado, y según toda razón humana ahí debía terminar la historia. Sus discípulos proclamaron que había resucitado. Dos mil años después, Cristo sigue siendo adorado en lugares que ninguno de aquellos hombres sabía siquiera que existían. Para quien cree, esa historia no es una casualidad extraordinaria: pertenece exactamente a lo que Él dijo que había venido a hacer. ¿Cómo mirar todo esto desde el siglo XXI, con toda nuestra ciencia, nuestra tecnología y nuestra pretendida sofisticación, y concluir simplemente que se trató de un predicador exitoso de una pequeña provincia romana?
La tecnología consiguió, en dos mil años, lo que ningún imperio había logrado antes: hizo pequeño al planeta entero. Pero no consiguió volver pequeño a aquel hombre que caminó apenas un centenar de kilómetros a la redonda. Jesús recorrió un territorio pequeño. Fue el mundo el que terminó recorriendo el camino hacia él. El imperio bajo cuyo poder fue crucificado desapareció hace siglos. La Iglesia nacida de aquel pequeño grupo de discípulos continúa reuniéndose en su nombre, dos mil años después, en todos los continentes.
Por eso, en medio de los conflictos que sacuden al mundo y de las tempestades personales que a cada uno le toca atravesar, vale la pena volver la mirada a lo que ocurrió en aquella pequeña franja de tierra. Recordar lo que aquel hombre —y la obra del Padre, del Hijo y del Espíritu Santo— hizo por nosotros no es un refugio abstracto, sino una certeza viva. Si aquel comienzo tan humilde transformó la historia para siempre, hoy más que nunca, ante cualquier adversidad, tenemos un motivo profundo para no bajar los brazos y renovar la esperanza.

Por Ivone Alves García
Cuatro décadas de crisis no dejaron en la Argentina una pobreza pasajera. Dejaron una pobreza con domicilio fijo, con generaciones nacidas y criadas adentro de ella, que Buenos Aires terminó incorporando a su paisaje con la misma naturalidad con que incorporó un semáforo o una parada de colectivo. Familias enteras durmiendo en la calle, adictos sin que el sexo, el color o la edad salve a ninguno, carros empujados a pulso durante kilómetros, una marginalidad que ya no se presenta como emergencia sino como mobiliario urbano permanente: eso es lo que queda cuando una sociedad decide, sin votarlo nunca, que ya nada le sorprenda, que mientras pueda salvarse a sí misma, lo demás no importa.
Los números no dejan margen para la duda ni para la excusa. En 1980 vivían 37.010 personas en villas, asentamientos y núcleos habitacionales transitorios de la Ciudad. En 1991 eran 52.608. En 2001, 107.805. En 2010, 163.587. Hoy rondan las doscientas mil (1). Esa curva no describe una crisis puntual que se supera y se deja atrás: describe una acumulación continua, década tras década, gobierno tras gobierno, en la que cada derrumbe sumó una capa nueva de gente que la recuperación siguiente jamás llegó a disolver. Nadie recuperó ese terreno. Nadie lo intentó en serio.
La hiperinflación de 1989 fue el primer gran quiebre y mostró la velocidad con la que esta sociedad puede caer: en mayo de 1988 el 12,7 por ciento de los porteños estaba bajo la línea de pobreza; en octubre de 1989, el 22,5 por ciento; en el conjunto del Gran Buenos Aires, el 47,3. Los años noventa demostraron algo todavía más incómodo: que estabilizar la moneda no reconstruye lo que la moneda rota ya había destruido. La pobreza bajó al 16,8 por ciento en el Gran Buenos Aires en 1993, sí, pero la desocupación abierta subió del 5,5 por ciento en 1985 al 18,9 por ciento en 1995, y hacia 1999 la pobreza ya había vuelto a trepar al 26,7 por ciento. El trabajo dejó de ser la vía de integración que había sido durante buena parte del siglo XX y nadie construyó otra en su lugar. Se limitaron a mirar cómo esa función social se apagaba.
En mayo de 2002, prácticamente la mitad de la población del Gran Buenos Aires estaba bajo la línea de pobreza. En octubre, el 54,3 por ciento. Ahí nació la escena que hasta hoy define a esta ciudad: hombres y mujeres revisando bolsas de residuos, arrastrando carros cargados de cartón entre los colectivos de avenidas de seis carriles. El Gobierno porteño reaccionó formalizando esa actividad con la Ley 992, armando cooperativas, centros verdes, alguna cobertura social. Y sin embargo — y esto es lo que nadie quiere decir en voz alta — el cartonero no desapareció cuando la economía volvió a crecer. Quedó incorporado a Buenos Aires como una función urbana permanente, como si empujar un carro con la propia espalda fuera, a esta altura, un empleo más de la ciudad. Lo que había sido la respuesta desesperada a un derrumbe nacional se convirtió en el funcionamiento normal de una de las ciudades más ricas del país. Eso no es una historia de superación. Es una historia de asimilación de lo intolerable, y punto: no hay gobierno, de ningún signo, que pueda reclamar haberla revertido, porque ninguno lo hizo.
Ahí adquiere su verdadero peso la imagen de la tracción a sangre, y conviene detenerse en ella porque es la clave de todo lo demás. Buenos Aires empezó a restringir la circulación de vehículos tirados por animales desde los años sesenta, y en 1968 la prohibición ya alcanzaba amplias zonas de la ciudad. La decisión fue clara y no admitió matices: hacer que un caballo arrastrara un peso semejante, durante horas, sobre el asfalto, era un maltrato inaceptable, y la ciudad no estaba dispuesta a seguir permitiéndolo. Décadas después reapareció el mismo carro, con la misma carga, tirado ahora por una persona que dobla el cuerpo entero para moverlo entre colectivos y automóviles. No hubo una decisión explícita que reemplazara al animal por el ser humano. Hubo algo bastante más grave y mucho más revelador: una sociedad que le reconoció al caballo una dignidad física que jamás extendió a la persona que terminó ocupando su lugar exacto, en la misma calle, con la misma carga, con el mismo esfuerzo. Esa es la medida exacta — no aproximada, exacta — de cuánto hemos naturalizado. Prohibimos que un animal sufriera así. Toleramos, sin pestañear, que un ser humano sufra exactamente así todos los días desde hace más de veinte años.
Los datos sobre el crecimiento de las villas porteñas reflejan esta realidad: entre 1980 y 2001 la población se triplicó, y en la década siguiente siguió aumentando. No se trata de familias atravesando una dificultad pasajera, sino de personas que levantaron su vida entera en esos barrios. Con el tiempo, la pobreza dejó de ser una racha de ingresos insuficientes para transformarse en una realidad estructural, con un entorno y una economía informal que se afianzaron como parte de la rutina diaria.
Esa permanencia ya no necesita ninguna estadística para probarse: se camina, se huele, se atraviesa. Y no solo en el sur, no solo en la villa de siempre — se ve en los barrios, se ve en pleno centro. En Once, en Retiro, hay cuadras enteras que después de que oscurece se volvieron directamente intransitables. Se multiplicaron los indigentes. La gente duerme a la intemperie contra cualquier persiana, en cualquier zaguán, sin que a esta altura eso mueva a nadie a llamar a ningún lado. Los adictos se drogan a la vista de todos, en la vereda, a plena luz si hace falta. Los robos ya casi nadie los denuncia, porque para qué. Y lo primero que golpea, caminando por ahí, ni siquiera es lo que se ve: es el olor. Orina y materia fecal pegados a las fachadas de edificios que supieron tener otro brillo y hoy están sin mantenimiento, cerrados, con casas enteras vacías en pleno centro de la Ciudad más rica del país. Ese deterioro no necesita ninguna planilla del INDEC para probarse. Alcanza con salir a caminar después de las ocho de la noche y dejar de mirar para otro lado.
El último relevamiento oficial de la Ciudad, de noviembre de 2025, registró 5.176 personas en situación de calle: 1.613 directamente en la vía pública, 3.563 alojadas en Centros de Inclusión Social. Los censos de organizaciones sociales dan cifras bastante mayores. Con el dato oficial alcanza y sobra para entender la dimensión: miles de personas dependen hoy, en esta ciudad, de una vereda, una estación, un parador o una cama transitoria para pasar la noche. Detrás de cada una de esas personas hay una trayectoria distinta — desempleo prolongado, separaciones, destrucción del vínculo familiar, problemas de salud mental, adicciones — pero eso no diluye la responsabilidad de nadie: al contrario, confirma que el sistema que debía sostener a esas personas en cada uno de esos puntos de quiebre falló en todos ellos, uno por uno, sin excepción.
Y mientras tanto, la respuesta del Estado sigue siendo la misma de siempre. Llama el comerciante, interviene la policía, la persona camina dos cuadras y la ciudad sigue su ritmo. El vecino y el comerciante tienen problemas reales, y nadie los obliga a cargar con lo que el Estado abandonó. Pero la escena se repite idéntica: alguien que no tiene adónde ir, expulsado de un umbral para que un negocio pueda abrir. Eso no es política social; es apenas una forma barata de disimular el problema. Desalojar a alguien no le devuelve la salud, ni los documentos, ni el techo, ni el trabajo que se le fueron cayendo de las manos en el camino. Sin esas cuatro bases sostenidas en el tiempo —no como promesas, sino como política real—, la misma historia vuelve a empezar en la esquina de al lado.
Con el paso de los años, esa marcha incesante fue calando más hondo que el mero acostumbramiento: terminó por anestesiar el alma y privarnos de la facultad misma de contemplar al otro. Cuando el dolor ajeno irrumpe de forma efímera, aún logra conmocionar las fibras de nuestra compasión; pero cuando se acampa como rutina en el umbral cotidiano, la mirada lo diluye hasta volverlo invisible. Aquel ser humano, depositario de un aliento divino y de un discurrir vital habitado por gozos y quebrantos, deja de ser contemplado en su sacralidad originaria para quedar reducido a un rótulo que incomoda: el que duerme en el umbral, el que clama por una moneda, el que rebusca entre los despojos, el que se encorva bajo el yugo de su carro. Esa erosión del asentimiento amoroso no constituye un fallo moral exclusivo del transeúnte desgastado; es, en verdad, el fruto maduro y silente de décadas de un Estado que prefirió el maquillaje efímero al auténtico acto de sanación, plenamente consciente —pues las frías estadísticas se lo recuerdan año tras año— de que los remiendos superficiales jamás restituyen la dignidad perdida y tan solo postergan la herida unos metros más allá.
Lo que más pesa en todo esto no es que el problema sea difícil de resolver, sino que se dejó de intentar hace mucho. Correr a alguien de una vereda no es una solución: es una decisión consciente de patear el tema para más adelante. Resulta difícil de entender que una ciudad que en 1968 tuvo la firmeza de prohibir que un caballo sufriera ese desgaste, hoy acepte como algo normal que lo haga una persona. No es una cuestión de falta de recursos, sino de haberse acostumbrado a mirar para otro lado. Y ese acostumbramiento es tan responsable de lo que pasa en la calle como cualquier recorte de presupuesto o cualquier política pública pensada para la foto.
Mientras tanto, bajo la mirada indiferente de la gente que apura el paso para no ver, y bajo el cálculo ruin de una clase política que edificó su confort sobre la resignación ajena, los carros siguen rodando. En 1968 esta ciudad tuvo un destello de conciencia y decidió que ningún caballo iba a seguir arrastrando semejante yugo por sus calles: hubo, al menos esa vez, una dignidad que alguien se tomó el trabajo de salvaguardar. Hoy, más de medio siglo después, un sistema anestesiado —político por desidia, social por agotamiento— contempla en silencio cómo hombres, mujeres, ancianos y niños, sin distinción de sexo, de color ni de edad, todos portadores de ese mismo aliento divino que alguna vez se nos enseñó a reconocer en el rostro del otro, empujan ese peso con la espalda encorvada sin que ya nadie los mire dos veces. Ahí están las mujeres que ninguna marcha nombra, las que duermen solas bajo un cartón o se pinchan en un umbral mientras el discurso oficial se llena la boca hablando de cuidarlas: la pobreza no pregunta el sexo de nadie antes de destruirlo, es cruel exactamente igual con todos, y esa igualdad brutal deja en evidencia a quienes dicen defender a la mujer solamente cuando la mujer aparece en un lugar cómodo para defenderla. No es solamente que el poder haya decidido no resolverlo: es que el resto de nosotros, ocupados en sostenernos a nosotros mismos sobre un piso que también tiembla, dejamos de tener ojos para el que cae. Ahí, exactamente ahí, se consuma la blasfemia cotidiana: hemos resuelto, en el altar silencioso de nuestra propia comodidad, que el esfuerzo que le negamos al animal por compasión sea, sin que nadie lo firme ni lo vote, el único destino posible para nuestros semejantes.
(1) Fuente: DGEyC (GCBA) 1980-2010; INDEC / RENABAP 2010 y 2022. Los dos tramos usan criterios de medición distintos y no son directamente comparables entre sí.
C’é una scena molto inquietante nel film Interstellar. In un futuro prossimo il protagonista, ex pilota NASA, si trova a dover discutere con gli insegnanti della figlia adolescente poiché quest’ultima contraddice (portando testi e foto) la sua insegnante di storia che, coerentemente col programma scolastico ed al libro di testo “ripulito dalla vecchia propaganda governativa”, sostiene che le missioni Apollo furano una montatura realizzata per portare l’Unione Sovietica al fallimento
Sbufalare loschi figuri privi di competenze e credenziali o personaggi dello showbiz impreparati che portano avanti strane teorie indimostrate e prive di fondamento scientifico é già di per sé un’impresa laboriosa, ma cosa accade quando sono proprio le fonti “DI PESO” a diffondere ed alimentare le bufale come i Big dell’industria dell’informazione o enti pubblici (come nella scena di Interstellar)?
Avviene una sorta di ribaltamento in cui il fruitore di giornali, canali televisivi e portali d’informazione d’importanza nazionale guarda con sospetto chi gli propone una lettura dei fatti diversa da quella più comunemente diffusa.
Anni ed anni a sbufalare le “teorie alternative” diffuse da blog strampalati per poi accorgersi che nel frattempo i più importanti mezzi d’informazione si son pian piano trasformati in produttori di clickbait su modello di TzeTze e le indagini giornalistiche, i reportage più completi e le inchieste più complesse son sempre più relegate a riviste minori e blog di singoli giornalisti volenterosi.
Per fortuna la situazione non é poi così drammatica ed il mondo attuale non é una (ancora) distopia huxleyana da “noi contro loro” / “informazione autonoma contro disinformazione pubblica”, ma che i grandi mezzi d’informazione stiano viaggiando a braccetto con il modello acchiappaclick non é certo un mistero per nessuno.
Piaccia o meno l’infotainment (Information+entertainment) é il modello che va per la maggiore: alla descrizione dei fatti viene preferito il racconto di storie (e quindi ci dev’esser sempre un buono ed un cattivo), il gossip vien fatto permeare ovunque sia possibile (dalla politica alle questioni ambientali) ed appagare i lettori/spettatori vien ritenuto più importante della completezza ed imparzialità dell’informazione.
I modelli televisivi in stile Le Iene in cui il compito di “spiegare come funzionano le cose” viene affidato a presentatori tv, attori, cantanti ed ex cabarettisti, sostituiscono pian-piano il giornalismo investigativo ed il reportage (quante volte abbiamo sentito che “Si, fanno un po ridere MA DICONO LA VERITA'” ?)
A questo punto si potrebbero citare innumerevoli esempi di bufale (mai rettificate) diffuse dai pezzi grossi dell’informazione ma l’elenco sarebbe inutilmente lungo e noioso (rimando al ben più attivo ed aggiornato Disinformatico) ed é certamente più interessante notare come sempre più spesso capita di dover controbattere ad una notizia incorretta o faziosa diffusa da questi pezzi grossi con informazioni molto più precise e meglio documentate recuperate sul blog personale di qualche giornalista poco conosciuto (a questo proposito basta osservare come diverse fonti presenti nella Cronistoria del Movimento Cinque Stelle siano blog sconosciuti al grande pubblico che però contengono analisi ed informazioni ottimamente documentate ma irreperibili sui big dell’informazione). Ecco che s’avverte un aspetto ironico, ossia quello di trovarsi apparentemente nella stessa posizione del fuffologo (complottista, ufologo, sciachimista, naturopata, agopunturista, vegan, omeopata ecc) che prova a combattere una “verità ufficiale” con informazioni provenienti da fonti che il grande pubblico non ha mai sentito. Per fortuna le cose non stanno proprio così (vedi sotto).
Perché avviene ciò? Perché la buona informazione fatica ad esistere, schiacciata dall’informazione superficiale, faziosa o addirittura dalle bufale? Un primo motivo é forse l’inasprirsi dell’atroce dilemma.
I mezzi d’informazione richiedono redazioni e modelli di distribuzione e ciò significa costi. Costi che creano un atroce dilemma:
– Se il mezzo d’informazione ha alle spalle una forza politico/industriale/economica in grado di garantirne la sicurezza economica dovrà sottostare ai suoi diktat e veti (per non parlare dei casi in cui il “mezzo d’informazione” é puramente un megafono-emanazione della forza che lo sostiene)
– Se invece il mezzo d’informazione non ha alle spalle una forza politico/economica in grado di garantirne la sicurezza economica diventa schiavo degli inserzionisti pubblicitari e dovrà generare un elevato numero di visualizzazioni ed ecco quindi che “Rihanna con le tette al vento”, “Premio Nobel afferma di aver visto un UFO” e “I dieci gattini più pucciosi dell’anno” diventano le principali notizie che sorreggono economicamente la redazione (e non quel noioso articolo di otto pagine su una complicata legge pubblicata in fondo alla pagina)
Lo spostamento dell’informazione sul web, l’avvento dei servizi di raccolta di news che diffondono le notizie gratuitamente (o perlomeno i titoli, ossia ciò che il 90% dei lettori si limita a leggere di un’articolo) e la moltiplicazione dei servizi d’informazione hanno causato un notevole calo dei profitti all’industria dell’informazione, rendendola sempre più schiava di questo atroce dilemma (che esiste da quando é nato il giornalismo moderno).
Esistono decine di soluzioni-compromesso (penso al Fatto Quotidiano ed a il Giornale, che a volte sono più interessanti ed affidabili negli articoli in secondo piano che in quelli principali), soluzioni miste, esperimenti e modelli in abbonamento che tentano di muoversi tra i paletti di questo atroce dilemma, tuttavia, ovviamente, é il modello più immediato e facile (il clickbait) ad aver avuto il maggior successo.
In poche parole i mezzi d’informazione, se non sono finanziati da forze politico/economiche che devono assecondare, sono talmente impegnate a produrre notizie “che vendono” da relegare la produzione di informazione di qualità alla volontà dei singoli giornalisti.
Si potrebbe qui aprire un’intero capitolo a parte sui mezzi d’informazione “di parte” che hanno tutto l’interesse più a generare climi emotivi che a fornire informazioni corrette, ma per brevità ci si limiterà a far osservare come certi mezzi d’informazione insistano particolarmente su certe notizie riproponendo certi schemi oppure si dimenticano o sminuiscono certe notizie, a volte spostando l’attenzione su altre notizie ed a volte ribaltando completamente il senso di ciò che dicono.
In un panorama tanto frammentato, dove la buona informazione si trova a lottare con i gattini pucciosi, le fette della soubrette e le notizie faziose che il caporedattore vuole in prima pagina, proporre una visione manichea del tipo “blogger contro stampa” sarebbe stupido ed infantile.
L’informazione fatta bene c’é ma bisogna saperla cercare e questo costa fatica: le notizie che raggiungono l’utente/lettore/spettatore sono solo voci unidirezionali che vanno verificate, analizzate, confrontate ed incrociate con altre notizie. La prima cosa da capire é che per trovare la buona informazione bisogna ritornare nell’ottica che non sono le notizie a doverci raggiungere ma dobbiamo essere noi ad andarcele a cercare. Ciò costa tempo e fatica ma col tempo permette di costruirsi una propria rete d’informazioni che, anche se incompleta e non infallibile, permette perlomeno di uscire dalla semplice propaganda unidirezionale.
Una volta capito che siamo noi a dover fare il primo sforzo per informarci si dovrà necessariamente accettare che non esistono fonti inattaccabili: tutte le fonti sbagliano, tutte peccano di un qualche tipo di parzialità e tutte devono essere vagliate. L’importante quindi non é affidarsi a questa o a quella fonte, ma sviluppare e mettere in atto un proprio metodo per analizzare logicamente la notizia interessata: imparare a distinguere le opinioni dai fatti, scavare a fondo quando una notizia viene raccontata in maniera superficiale, imparare a placare gli eccessi emotivi, a dar a Cesare quel che é di Cesare, distinguere le notizie dalla propaganda, capire che comprendere il contesto ampio in cui la singola notizia é inserita permette di calibrarne meglio la sua importanza, ma soprattutto bisogna capire che ciò che maggiormente ci impedisce d’accedere ad un’informazione più aderente alla realtà, sono i nostri schemi mentali precostituiti ed i nostri pregiudizi.
Questa é la grande differenza tra chi attinge a fonti d’informazione disparate ed un fuffologo che millanta teorie che non stanno né in cielo né in terra: una continua ed attenta analisi logica delle informazioni, una critica costante a qualunque fonte con conseguente verifica della stessa ed assenza di totem inconfutabili.
Se di fronte a centinaia di persone sostenessi che il Sole gira attorno alla Terra verrei deriso e preso per pazzo e tutti mi urlerebbero contro che in realtà é la Terra a girare attorno al Sole.
Se chiedessi però loro di dimostrare quanto sostengono, ovvero che é la Terra a girare attorno al Sole, ben pochi saprebbero come fare. Come si dimostra che la Terra gira attorno al Sole?
L’esperienza pratica (notte/giorno, firmamento che ruota, assenza di venti dovuti ad una eventuale rotazione, ecc.) non offre nessun indizio del fatto che sia la Terra a ruotare attorno al Sole anziché il contrario.
Eppure se affermassi il contrario avrei contro centinaia di persone che pur non sapendo dimostrare la bontà delle loro affermazioni le difenderebbero a spada tratta, arrivando pure a schernirmi violentemente.
Si comporterebbero così perché nella loro comunità vien considerato un dato di fatto che la Terra ruoti attorno al Sole. Perché gli é stato insegnato a scuola. Perché questo é quello che sostengono tutte le persone che gli stanno intorno. Perché gli scienziati concordano su ciò. Perché qualcuno ha lanciato nello spazio strumenti che lo dimostrano. Perché qualcuno ci ha scritto dei libri.
Io avrei dalla mia parte l’inconfutabilità dell’esperienza diretta di chiunque (vediamo il sole che al mattino é a Est ed alla sera é ad Ovest ma non sentiamo alcun giramento, non ci sono spostamenti d’aria derivanti da un’eventuale rotazione del pianeta e tutti i filmati che mostrano la terra ruotare attorno al sole sono animazioni o collage). Loro mi indicherebbero libri, testi, fotografie, filmati e mille altre testimonianze indirette che so già essere di parte, inattendibili e faziose.
Perché loro sbagliano. Sono solo degli arroganti radicali che credono a tutto quello che gli vien raccontato sui libri. Mascherano con la loro paventata cultura un distacco dalle cose reali che invece quelli come me mantengono orgogliosamente. Sono dei poveri boccaloni bastiancontrari che mirano solo a distruggere la cultura e le tradizioni che fanno parte di noi. Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra!
A: “Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra ma certi stupidi snob han la testa per aria e non vedono la realtà”
B: “Guarda che la scienza dimostra che é la Terra a girare intorno al Sole: l’hai letto il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo?”
A: “Pfft! E tu credi alle stronzate scritte da quell’eretico condannato dalla Chiesa?”
B: “Condannato o meno, la teoria che propone, basata sul De revolutionibus orbium coelestium di Copernico, trova sempre più consenso tra i maggiori uomini di scienza come ad esempio Isacco Newton”
A: “Vedi? Vedi? Mi citi sempre e solo questi pomposi dottori con la puzza sotto il naso che pretendono di avere la verità in mano! Che arroganza! Son tutti voli mentali di questa gente che vive più nei libri che nella realtà! Sono solo teorie senza dimostrazione pratica [NB: in effetti solo nel 1851, tramite l’esperimento del Pendolo di Foucault, si poté dimostrare la rotazione della Terra, dando una prima dimostrazione pratica della correttezza del sistema eliocentrico]
B: “Vero: al momento una dimostrazione pratica ancora non c’é ma i modelli matematici danno tutti ragione a Galileo”
A: “Guarda che anche il grande Tolomeo diceva che la terra é immobile e sta al centro dell’Universo! E nessuno lo ha mai potuto contraddire!”
B: “In realtà già gli antichi greci Eraclide Pontico e Aristarco di Samo nel IV° e III° secolo AC teorizzarono che la Terra ruotasse attorno al Sole, così come Cleomede e successivamente Seleuco di Seleucia . Anche alcuni astronomi dalle terre d’India e diversi studiosi mussulmani nei secoli passati hanno mosso ragionevoli dubbi sul fatto che la Terra sia immobile e al centro dell’universo”
A: “Ma ragioni quando parli? Greci, Indiani, Mussulmani: tutta gente mai sentita e che é contraria a prescindere! Sei il solito arrogantello con la puzza sotto il naso! Ti senti “moralmente superiore” solo perché hai sempre il naso tra i libri ma sei troppo cieco per vedere la realtà! Ciao, ciao: ti blocco e W LA TERRA CHE STA FERMA E IL SOLE CHE GLI RUOTA ATTORNO!!!11!!11!1!!!!!11!!!11!!!!!
C’é chi non controlla le fonti, poi c’é chi non mette mai in dubbio quelle cui si affida di solito ed anche chi non vuol mettere mai in dubbio le proprie convinzioni.
Poi però c’é anche chi conosce bene un qualche argomento ma viene schiacciato da chi ne sa molto meno, che solitamente sono la maggioranza delle persone.
Allo stesso tempo é indubbio che nessuno può essere ferrato su qualunque argomento e che prima o poi capiterà sempre di doversi affidare a qualcuno che ne sa più di te.
Saper ammettere le proprie ignoranze é importante tanto quanto saper testare e mettere in dubbio le proprie convinzioni per verificarne l’efficacia.
Non avendo metri di giudizio adeguati per qualunque argomento, l’unica cosa che si può fare quando ci si muove in campi sconosciuti é affidarsi a diverse fonti competenti e riconosciute, criticando e analizzando continuamente la coerenza e l’affidabilità attraverso logica e confronto con altre fonti che a loro volta riceveranno lo stesso trattamento.
Nessuno possiede verità assolute ma idee di realtà (o di parti specifiche di essa) che possono essere più o meno valide.
Il primo, primissimo passo consiste sempre nell’abbattere le “cornici culturali” entro cui si sono relegati interi mondi.
Sono infinite le etichette applicate sbrigativamente o a sproposito, il cui utilizzo limita fortemente dialogo e ragionamento sia di chi le usa che di chi le subisce.
Snob, fascista, comunista, radical chic, populista, zecca, finocchio, terrone, compagno, onore, rispetto, superiorità morale, potere alle masse, obbedienza ai superiori, l’arroganza della sinistra, l’ipocrisia della destra, il numero é potenza, Italia agli italiani, siamo il 99%, basta invasione, non ne possiamo più.
Quello che può nascere come un semplice aggettivo, una descrizione, uno slogan o una battuta, si trasforma facilmente in una gabbia di significato dalla quale é difficilissimo uscire poiché, proprio in quanto struttura chiusa, non vuole essere aperta e modificabile.
Tutti usiamo queste “cornici” (frame) ed é giusto che sia così: sono lo strumento che ci permette di prendere decisioni in tempi rapidi, senza fermarsi a ragionarci per ore.
L’utilizzo dei frame però ha una brutta controindicazione: tende a disabituarci a ragionare sul modo in cui ragioniamo (metapensiero), ossia tende a non farci pensare a quanto l’oggetto su cui stiamo ragionando venga definito dalla cornice che gli abbiamo applicato.

Musicista algerino
Scrittore danese
Militare israeliano
Politico inglese
Marinaio portoghese
Regista tedesco
Giornalista francese
Solo quando si comprendono i limiti di un frame si può osservare il soggetto con occhio non velato.
É tuttavia una situazione da gatto che si mangia la coda: rimuovere il frame fa osservare il soggetto per quel che é, ma é proprio osservarlo per quel che é che permette di rimuovere il frame.
E’inutile avere notizie corrette, informazioni oneste ed imparziali, fonti non schierate e trasparenza delle istituzioni.
E’inutile per colpa TUA.
E’inutile perché TU, per primo, non ti osservi, non ti metti in discussione e non ti accorgi di essere sbilanciato, di parte, male informato e privo di strumenti adatti a valutare la validità di ciò che leggi.
Il risultato é che anche mettendoti sotto gli occhi dati e informazioni corrette ed imparziali, TU premierai sempre e solo quelle fonti che s’allineano al tuo modo di vedere le cose, che spesso ha più a che fare col tuo inconscio, coi tuoi pregiudizi e con la tua ignoranza che non con i fatti veri e propri.
Certo, hai dei “margini d’accettazione” entro cui sei in grado di accogliere idee che non t’appartengono, ma non ti rendi assolutamente conto di quanto questi tuoi margini siano stretti e superficiali. Il solo fatto di averli, questi margini, t’illude d’essere una persona molto più aperta di quanto tu non sia realmente.
Vivere immersi nelle proprie convinzioni non é diverso dal viaggiare in automobile: il tuo “sapere” é lo strumento/mezzo che ti sei costruito per muoverti più velocemente, raggiungere mete e scansare pericoli. Ma ti fidi a viaggiare su un qualcosa che non hai mai messo VERAMENTE alla prova? Sei la cavia di te stesso e se non sottoponi mai le tue convinzioni a dei test di revisione non potrai mai sapere quanto siano valide e sicure.
Qui si parla di test VERI, capaci di mettere in discussione la validità delle fondamenta di quanto credi. Non illuderti d’averlo già fatto: un vero crash-test può arrivare a spezzare il telaio di una macchina, mentre tu, probabilmente ti sei limitato a distruggere la carrozzeria.
Magari ti accorgi di aver viaggiato tutta la vita su un mezzo capace di superare solo certi ostacoli o che va benissimo solo sulle strade che percorri abitualmente ma s’impantana su percorsi leggermente diversi! Al contrario potresti scoprire che questo mezzo é molto più performante di quanto tu immaginassi perché non l’avevi mai sfruttato fino in fondo. Non lo saprai mai a meno che non sia TU a sottoporre le tue stesse convinzione a stress-test sempre più stringenti.
Ciò significa, tra l’altro, che é inutile attaccare le tue fonti d’informazione quando sei TU il primo ad aver paura di ridiscutere le tue convinzioni.
Casomai, qualora proprio-proprio vi fosse qualche brandello di dubbio nelle tue convinzioni, o ti fossi deciso ad una sana opera di “collaudo e revisione” partendo da ciò che leggi, ecco qui, come spunto iniziale un piccolo Vademecum dei principali tratti comuni delle fonti inattendibili: ossia quei segnali che, qualora rilevati, devono far scattare dei campanelli d’allarme
Compito di una fonte d’informazione é soprattutto dar notizia di quel che non funziona. Ciò che caratterizza la fonte inattendibile é il ricorso continuato ad allarmi dalla forte connotazione emotiva che vengono “spinti” per un determinato lasso di tempo per poi passare ad allarmi più “freschi” in un continuum ciclico infinito.
Una notizia può essere comunicata in maniera riassunta, ridotta all’essenziale, asciugata dei dettagli e rimanere tuttavia ancora corretta. La fonte inattendibile però compie questo lavoro di “asciugatura” in maniera incorretta, tralasciando (volutamente/inconsciamente) aspetti importanti, semplificando troppo e banalizzando la notizia stessa.
Una fonte inattendibile solitamente non indica le proprie fonti o si basa su fonti inattendibili. L’argomento é già stato trattato in un’altro post, ma può esser riassunto così: “Se mi dai un’informazione ma non mi dimostri che é vera e non mi dici come l’hai avuta io devo dubitare”
E’ironico notare come le fonti più schierate, di parte e chiuse al dialogo siano spesso quelle che mettono più enfasi nell’esibirsi “liberi pensatori, menti aperte, indipendenti, non schierati”. Che sia il nome della fonte, il suo slogan o la sua bio su Twitter, la forzosa esibizione di queste caratteristiche, ironicamente, é quasi sempre garanzia del suo contrario. Esiste anche la variante “rivelo i segreti” ossia l’insistenza sul fatto che le notizie trasmesse siano state “tenute nascoste” o “censurate” (poco importa che siano su Youtube da anni o che vengano vendute regolarmente in edicola)
Una fonte, perché sia seguita, deve avere maturato un certo grado di affidabilità. Caratteristica delle fonti inattendibili é spesso quella di essere avvalorate più dalla simpatia popolare che dall’effettivo valore delle informazioni/analisi che dispensa. Capita cioè che un personaggio dello showbiz che magari si limita a esprimere opinioni condivisibili ma banali e poco profonde, goda spesso di un’aura di credibilità superiore a quella di chi propone analisi e descrizioni degli eventi molto più attente e valide, ma meno frizzanti.
La fonte inattendibile spesso attua la sua opera di BANALIZZAZIONE attraverso l’utilizzo sistematico dello sberleffo. Spesso utilizzato in maniera sottile (a alcuni casi non lo si nota ad una prima lettura) l’informazione dello sberleffo non si limita ad essere metafora parziale della realtà (compito della satira) ma pretende d’essere una rappresentazione esatta, anche se buffa, della realtà stessa! Con abile raggiro, ironicamente, a volte lo fa proprio dipingendosi da satira!
Va da sé che una fonte visibilmente schierata abbia un’attendibilità parziale e vada sempre presa con le pinze. Attraverso BANALIZZAZIONE e SBERLEFFO FORZOSO la fonte inattendibile ricondurrà sempre allo schema amico/nemico > buono/cattivo > bene/male > bianco/nero. La fonte attendibile, al contrario, non rifiuta di mostrare i diversi “gradi di grigio” della realtà anche nei casi in cui ciò andasse contro il proprio schieramento (una fonte può mantenere un buon grado di attendibilità pur essendo apertamente schierata, se vuole).
Una fonte inattendibile sfrutta ogni occasione per demonizzare il proprio nemico ricorrendo perlopiù a SBERLEFFO FORZOSO ed alla diffusione di notizie pure in MANCANZA DI FONTI. La demonizzazione si differenzia dalla critica in primo luogo per i toni, ma soprattutto per il fatto che la critica é uno scontro di idee, mentre la demonizzazione é semplice tirar fango.
Chi non ha argomenti a favore delle proprie affermazioni aggredisce. In presenza di articoli urlati, titoli allarmistici ed esplosioni d’indignazione sappiamo di trovarci dinnanzi ad una probabilissima fonte inattendibile (a meno che non si tratti di un articolo MOLTO ben documentato e lo scandalo in questione sia proporzionato al tono usato). In questi casi una doccia fredda fa sempre bene.
Ci sarebbero poi altri punti come la coerenza interna, la messa in dubbio e la capacità autocritica della fonte, o l’attendibilità pregressa, ma non possono far parte di questo breve vademecum perché la capacità di vederli ed analizzarli vien dopo l’aver imparato a riconoscere e soppesare i punti già elencati: solo smettendo di giustificare le proprie fonti in base alle proprie convinzioni personali e iniziando un lavoro di critica alle stesse, si potrà capire quanto queste risultino valide o meno.
Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.
In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.
La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».
Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.
Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi
A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.
Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.
In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.
Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.
Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.
Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.
Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.
La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.
Lo ski stadium di Bormio durante il presidio
Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.
Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio
Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.
Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.
I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.
Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.
La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.
A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.
Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.
Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.
Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.
Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.
La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.
Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.
Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».
Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.
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Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico
Dossier di candidatura
Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023
Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici
Primo report OpenOlympics
Secondo report OpenOlympics
Rapporto Neve diversa 2024
La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)
Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)
Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)
Video integrale convegno Off Topic
Video Duccio Facchini – Altreconomia
L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.
Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.
Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.
Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.
Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.
L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.
Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.
Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.
1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

L'articolo LA GUERRA PERDUTA proviene da Giubbe Rosse News.
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM
Diritti sociali e digitali
Twitter e la rivoluzione francese
Immaginazione teoretica
API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente
durata: 50 minuti
Stiamo parlando degli archi compound della Gearhead Archery, in particolare del T18 della Hunter series, piccolo ma preciso e potente come un arco tradizionale. Nuovo e molto tecnico, pesa solo 1,4 kg senza accessori ed è lungo 47 cm (18 pollici, da cui il nome). Piccolo ma potente perché è in grado di scagliare frecce fino a 325 fps con un’energia cinetica di 62 ft-lb.

T18 Hunter series
Con il riser costruito in alluminio 6061, quest’arco è ideale per la caccia. Senza fronzoli, compatto e leggero, è facilissimo da gestire anche nelle condizioni più difficili. Ottimo per l’appostamento sugli alberi e su terreni con vegetazione fitta, dove è necessario muoversi agilmente e in silenzio e dove archi di dimensioni maggiori limiterebbero le possibilità di movimento.
Utilissimo per il survival, è pienamente al suo posto in un kit da sopravvivenza.
Sono disponibili versioni con potenza di 40, 50, 60 e 70 libbre e allunghi di 24 , 25, 26 , 27, 28 e 29 pollici.
Altra caratteristica unica di quest’articolo è che, cambiando il grip, lo stesso arco può essere impugnato sia con la mano destra, sia con la sinistra.
Lo stesso arco è disponibile anche di dimensioni maggiori. Oltre al modello da 18 pollici infatti, sono disponibili anche il T20 e il T24 che consentono allunghi e velocità maggiori.
Per i più esigenti e gli amanti della personalizzazione, gli stessi archi sono disponibili anche nella serie PRO che, contrariamente alla Hunter, è tutta incentrata sulle opzioni.

Disponibili nelle versioni T18, T20 e T24, sono disponibili 5 scelte di grip e diversi colori e vengono venduti con uno zaino (anch’esso disponibile in diversi colori) in grado di contenere l’arco.
Gli archi della serie pro sono costruiti in alluminio 7075, poi anodizzato per aumentarne la resistenza. Rispetto all’alluminio 6061, la lega 7075 (alluminio e zinco) si caratterizza per essere più leggera, più resistente agli urti, agli sforzi, al peso e alla torsione.
E se vogliamo il top, questi archi sono disponibili anche in fibra di carbonio.
Di seguito sono riassunte le differenze e le caratteristiche della serie Hunter e Pro come inviateci dalla Gearhead Archery.
The Hunter Series is:
Bare bow – with the following
-Anodized finish
-Black in color
-Standard grip
-Grey/blk strings
The Pro Series is:
Bare bow- with the following
-Hard coat anodized finish choices
-Black
-Olive Drab
-Desert Tan
-Grip Option choices
-Carbon
-Standard Slider
-Flatback Slider
-Flatback Fixed
-Standard Fixed
-ST-1 Stabilizer
-Sound Dampening Kit
-Grey/blk string OR Brown/Blk stings
-Pack OR Camo dip
– Pack colors choices
-Olive
-Black
-Desert Tan
– Camo Dip choices
-Brown Predator camo
-Snow predator camo
-Green predator camo
-Any other color up charge of $150
Il catalogo completo con tutti i dettagli e immagini è scaricabile alla pagina:
https://www.gearheadarchery.com/pages/product-catalog-and-manuals
Interessantissimo anche il T15 PRO, un ibrido fionda-arco che permette di ridurre ulteriormente le dimensioni e i costi.

Con soli 40 cm e un peso di 680 grammi, permette di scagliare frecce con un’energia cinetica di 27 ft-lb. È ideale per piccoli animali ma soprattutto per la pesca essendo possibile aggiungere uno specifico kit per legare e recuperare le frecce.
Costruito in alluminio 6061 anodizzato, anche in questo caso è possibile adattarlo per essere usato con la mano destra o sinistra. La potenza deriva dalla combinazione di arti compositi e tubi di gomma.
L'articolo PICCOLI MA POTENTI I NUOVI ARCHI DELLA GEARHEAD ARCHERY sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.