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Travaglio a La7: “Questo è il primo centrosinistra che fa opposizione, ma per certi circoletti ne fa troppa. Vogliono rifilargli Renzi e Gentiloni”

“Il problema di questo centrosinistra è che per certi circoletti fa troppa opposizione. Quelli che vogliono rifilargli Renzi, Gentiloni e tutte queste amebe puntano semplicemente a sostituire Meloni con un centrosinistra che sia una brutta copia sbiadita del centrodestra e che sulle questioni importanti faccia la stessa cosa”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che affonda il colpo contro chi, a suo giudizio, lavora per ricondurre l’opposizione nell’alveo delle politiche del centrodestra.
L’occasione è il dibattito sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre a Bruxelles, dedicato, tra gli altri temi, all’Ucraina, alla competitività, al Medio Oriente, alla difesa e alla sicurezza europea.
Gruber ricorda che Travaglio ha definito l’intervento della presidente del Consiglio un “comiziaccio” e gli chiede se Meloni faccia bene a sottolineare le divergenze del campo progressista, in particolare quelle sulla politica estera e sulle posizioni del leader del M5s Giuseppe Conte.

La replica del direttore del Fatto Quotidiano parte dalle contraddizioni interne al governo: “Intanto la Meloni non è d’accordo su niente a proposito dell’Ucraina e del riarmo con Salvini, che poi vota tutto perché ha un partito ormai in declino e rischia di essere sfiduciato dai suoi se rinuncia alle poltrone che ha. Il punto è che le divisioni del centrosinistra esistono anche nella maggioranza di governo”.
Travaglio sottolinea che la presidente del Consiglio utilizza le difficoltà degli avversari per nascondere quelle della propria coalizione: “A casa mia l’opposizione non ha nessun dovere di essere coesa. È la maggioranza che deve esserlo. Quindi, Meloni parla degli altri per non parlare di casa sua”.
Circa il ruolo della leader di Fratelli d’Italia negli equilibri europei, il direttore osserva un’altra palese contraddizione: “Continuiamo a ripetere che lei è antieuropeista e sovranista, ma forse dimentichiamo che la Meloni governa nella Commissione von der Leyen non solo dall’esterno, perché ha un vicepresidente importante che si chiama Raffaele Fitto. Lei, quando parla di Europa, sta parlando di se stessa. Se fosse fuori da quella maggioranza, potrebbe parlare. Ma dato che sta dentro a quella maggioranza, tra l’altro insieme a Forza Italia e al Pd, di che stiamo parlando?”.

Sulla guerra in Ucraina, Travaglio non nasconde che le differenze tra le forze di opposizione siano destinate a restare, ma contesta che vengano presentate come una peculiarità del centrosinistra: “Le divisioni nel centrosinistra sono destinate ad andare avanti fino a quando durerà la guerra in Ucraina, perché non c’è niente da fare: riflettono le divisioni che ci sono nel Paese”.
E ricorda che esiste una distanza profonda tra le posizioni rappresentate in Parlamento e quelle dell’opinione pubblica: “In Parlamento la maggioranza dei partiti è a favore di continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina finché non morirà l’ultimo ucraino, mentre la stragrande maggioranza degli italiani è per farla finita, in modo da costringere le due parti a mettersi intorno a un tavolo.

Il direttore del Fatto, poi, rivendica una discontinuità rispetto alla storia recente delle opposizioni italiane e chiama in causa gli anni del berlusconismo: “Io fino a sei-sette anni fa non ho mai visto fare opposizione alla destra, questo è il primo centrosinistra che fa opposizione. Io il centrosinistra l’ho sempre visto fare i governi con Berlusconi, i patti del Nazareno con Berlusconi, le bicamerali con Berlusconi, le leggi sulla giustizia con Berlusconi. Di tutte le leggi vergogna che faceva Berlusconi non ne hanno cancellata una sola”.

E aggiunge: “Questa è la prima volta che c’è un centrosinistra che fa opposizione e sento incredibilmente che viene accusato di tutto. L’attacco che c’è ogni giorno alle primarie è perché rischia di vincerle qualcuno che magari, quando va al governo, fa qualcosa di radicalmente diverso. Io credo che l’unico modo per portare a votare i giovani e gli astensionisti che sono andati a votare al referendum – conclude – sia proprio quello di proporre qualcosa di radicalmente diverso perché la brutta copia del governo non funziona, non porta la gente a votare”.

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Travaglio a La7: “Renzi è come lo scorpione che punge la rana e fa affondare tutto, compreso se stesso”. Botta e risposta con Giannini

“Renzi ha fatto cadere tutti i governi amici: Letta, il suo e il Conte Due. Vi pare normale che adesso tutti debbano fidarsi di lui, come se non fosse lo scorpione che ogni volta che la rana se lo carica la punge e fa affondare tutto, compreso se stesso?”. Così il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, interviene a Otto e mezzo (La7), mettendo in discussione l’ipotesi di un’alleanza di Pd, M5s e Avs con Matteo Renzi. Il confronto si accende con Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, che sostiene invece la necessità di una coalizione più ampia possibile per battere Giorgia Meloni.
A innescare la discussione sono i dati dell’ultima rilevazione YouTrend citati da Lilli Gruber: il centrodestra senza Roberto Vannacci è al 42,9%, mentre il campo largo con Renzi raggiunge il 43,1%. Per la conduttrice, i numeri indicano che senza le formazioni minori il centrosinistra rischia di perdere le elezioni.

Travaglio contesta questa lettura e parte da quanto accaduto in Parlamento durante le comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo: “Intanto Renzi, insieme alla destra del Pd, era lì ad applaudire la Meloni sull’Ucraina e sul resto. La Meloni, peraltro, aveva appena insultato i leader dei principali partiti del centrosinistra, naturalmente elogiando Calenda. Sarà un problema questo o no? Renzi ha riportato al potere le destre che erano rase al suolo durante la pandemia, facendo cadere il Conte Due e facendo nascere il governo Draghi”.
E insiste sulla questione della fiducia: “I primi a non fidarsi sono gli elettori, i veti li stanno mettendo loro. Non c’è un sondaggio in cui Renzi non sia ultimo, tranne quello in cui si chiede chi ti sta più sulle palle. Lì vince lui”.

Ma il problema, secondo Travaglio, non si risolve sommando le percentuali dei partiti: “Quei numerini dei sondaggi sono bellissimi, ma tengono conto sempre e solo di coloro che votano. Il centrosinistra deve portare alle urne quelli che non votano, come si è riusciti a fare al referendum. Quel popolo, assieme a quello che scende in piazza per Gaza, per la pace e contro il riarmo, con Renzi lo lasci a casa. Ti tieni sempre gli stessi numeretti, facendo finta che Renzi sia un valore aggiunto”.
Il direttore del Fatto propone quindi di rovesciare la prospettiva dei sondaggi: “Prova a fare una rilevazione chiedendo quanti voterebbero il centrosinistra senza Renzi. Avresti la stessa sorpresa del sondaggio in cui hanno chiesto quanto vale Vannacci nel centrodestra e quanto vale da solo. Vannacci da solo vale il doppio, perché nel centrodestra non è un valore aggiunto”.

Massimo Giannini rivendica una posizione, a suo dire, più pragmatica, pur ricordando i suoi problemi passati con Renzi. L’ex direttore de La Stampa spiega di considerare prioritaria la necessità di costruire una coalizione capace di vincere, aggiungendo: “Se guardo retrospettivamente quest’ultimo anno, non possiamo non vedere che uno dei più efficaci oppositori al governo Meloni, anche dal punto di vista della comunicazione, è stato Matteo Renzi”.
Travaglio insorge: “Ma ieri applaudiva la Meloni”.
Giannini e Gruber obiettano quasi all’unisono che Renzi ha applaudito soltanto il passaggio sull’Ucraina. L’editorialista insiste: “Anche quattro del Pd hanno applaudito quel passaggio, quindi che facciamo? Non facciamo l’accordo col Pd? Pure io ho elogiato Meloni perché per la prima volta nella sua vita ha criticato Trump”.
Il direttore del Fatto ironizza: “Sì, l’ha criticato per l’unica roba giusta che ha fatto”.
Il riferimento è alle comunicazioni rese da Giorgia Meloni al Senato, dove ha definito “molto rischiosa” la decisione di Donald Trump, annunciata il venerdì precedente, di raggiungere un accordo con la Russia per immettere sul mercato maggiori quantità di gasolio russo.
Giannini però fraintende il senso dell’osservazione di Travaglio, interpretandola come un riconoscimento della posizione di Meloni.

Il confronto torna poi sul futuro del centrosinistra. Giannini sostiene che la posta in gioco delle prossime elezioni sia troppo alta per permettersi esclusioni preventive e propone una coalizione costruita anche con forze politiche molto distanti tra loro. Poi l’appello: “Turiamoci il naso, smettiamola di dire che Renzi è un delinquente e imbarchiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
La replica di Travaglio è immediata: “Sì, così il governo durerà un giorno”.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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“Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem

“Con governo progressista invieremo armi per davvero”. “A patto che gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. Alle parole del senatore del partito Democratico, Filippo Sensi, sull’invio di armi con un governo di centrosinistra, “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo: con il governo progressista invieremo armi per davvero”, replica Francesco Silvestri del Movimento 5 Stelle.

“C’è già un governo che invia armi, può unirsi a loro se vuole, non c’è nessun problema, io credo invece che un governo progressista debba fare l’esatto contrario di quello che ha fatto la meloni, Salvini e Tajani fino a questo momento – ovvero – smettere di inviare armi per aiutare gli ex colleghi di Crosetto e invece credo che dobbiamo aiutare quella parte di Europa che vuole dialogare con Putin per cessare una guerra che sta massacrando le nostre economie. Se lui (Sensi, ndr) si diverte tanto ad inviare armi lo può fare in forma personale o può aiutare questo governo a farlo. E’ legittimo”.

Con il Partito Democratico continueranno le differenze sul come sostenere l’Ucraina, se sotenererla anche militarmente? “O come danneggiare l’Ucraina – ribatte Silvestri – perché per me non è un diverso modi di aiutare l’Ucraina. Dopo quattro anni se continui a mandare armi e non gli dai sostegno stia peggiorando quelle che sono le condizioni degli ucraini e che gli ucraini stessi vogliono cambiare”.

“Parliamo di cose serie, noi siamo felicissimi come 5 Stelle di aver fatto un lavoro diplomatico importante all’interno della coalizione di centrosinistra per essere arrivata ad una mozione (quella sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ndr) che dice basta riarmo, come coalizione, quindi Pd, riformisti, non riformisti, tutte le correnti del mondo e anche Italia Viva, sul no al 5% del Pil in spese militari, siamo contenti. Ma io – prosegue l’ex capogruppo dei deputati pentastellati – se riuscissi a portare su questa nostra posizione anche la Meloni sarei contento. Qui non faccio differenze Renzi, Meloni, Salvini. Se io riesco a portare tutte le forze politiche a dire il patto che ha firmato la Meloni del 5% è una boiata e ci massacrerà, non lo facciamo e no alle spese del riarmo, se il 5 Stelle è riuscito a farlo con la coalizione progressista, se riuscisse a farlo in tutto il Parlamento probabilmente sarebbe probabilmente il più grande atto della storia del Movimento perché stiamo andando verso un muro economico e sociale e stiamo anche accelerando”.

Il tema Ucraina è la spia che bisogna accelerare sul programma condiviso all’interno della coalizione progressista? “No. Il danno vero di questa storia dell’Ucraina sta facendo sembrare che 5 Stelle, Pd e Avs non abbiano un programma condiviso. Visto che c’è un problema, una divisione sembra che noi non abbiamo niente in comune, questo è il più grande danno. In realtà non è così. Noi abbiamo lavorato in questi quattro anni in maniera forte insieme, abbiamo trovate tante soluzioni sulla casa, sul diritto all’abitare, sul salario minimo e trovato anche tante altre soluzioni che vorremmo mettere in pratica, c’è questa decisione, è vero che è abbastanza netta”.

Come risolverla? “Con le primarie. Se c’è una divisione, visto che l’asse progressista non è solo dei suoi segretari, ma è anche degli elettori e se gli elettori possono darci un’indicazione, magari anche contro quello che dice il Movimento 5 Stelle ma perché non sfruttare la democrazia anche per capire l’indirizzo politico, cioè perché limitarsi a considerare la democrazia un esercizio che elegge un capo piuttosto che un altro, molte volte – conclude Silvestri – la democrazia può essere uno strumento per capire in che direzione andare. Quindi credo che le primarie saranno un buono strumento per questo”.

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“Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo, con il governo progressista invieremo armi per davvero”. Così il senatore Pd Filippo Sensi

“Ha ragione Giuseppe Conte a volere discontinuità sull’Ucraina. Siccome l’attuale governo non dà armi da più di un anno, come ha detto peraltro in una trasmissione televisiva, vantandosene, Claudio Borghi, quindi certo che c’è bisogno di una discontinuità e un governo di centrosinistra che voglia dirsi tale, che non è il governo della Le Pen, di Vannacci e di tutti quelli che hanno posizioni filorusse, dovrà dare le armi all’Ucraina”. A parlare così è il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi.

Dichiarazione che allontana Pd e Movimento 5 Stelle? “Non c’è alcuna divisione. Le armi all’Ucraina continueranno ad essere date. Uno può dire tutto quello che vuole, opinioni tutte rispettabili, quindi Conte può dire quello che gli pare sulle armi all’Ucraina, sicuramente le armi all’Ucraina continueranno ad essere date”.

Sensi è uno dei parlamentari dem che ieri mentre Meloni parlava di Ucraina ha applaudito il presidente del Consiglio. “Ho applaudito le sue parole, non trovo condivisibile che alle parole non seguano i fatti. I decreti armi e di sostegno all’Ucraina ancora latitano. Oggi ho sentito Tajani dire ‘presto il decreto armi’, presto siamo ad ottobre, questo vuol dire che da inizio anno non abbiamo dato nulla se non dei generatori, importanti, ma con i generatori non ci si protegge dalle bombe e dai missili che sparano i russi – e conclude – io dico che il partito Democratico è stato e starà sempre per il sostegno all’Ucraina, sostegno politico, civile, economico e militare”.

Ma le divisioni sul come sostenere l’Ucraina ci sono anche all’interno della maggioranza e del governo guidato da Giorgia Meloni. Proprio ieri mentre il presidente del Consiglio, in Parlamento, ribadiva il sostegno all’Ucraina; il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini affermava che non si può continuare ad inviare miliardi all’infinito e che serve una svolta diplomatica. Segnale di queste diverse vedute all’interno dei partiti di maggioranza è il decreto armi che, annunciato per lo scorso luglio, ad oggi, ancora non è stato varato. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, alle domande dei cronisti, uscendo da Palazzo Madama affida un laconico: “lo vedrete quando arriverà”.

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