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Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione

Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.

La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.

La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.

La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.

Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.

Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.

La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.

Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.

Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.

Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.

Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.

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Il sindaco Betti ha varato la nuova giunta

CASCINA - A Cascina il sindaco Michelangelo Betti riconfermato al primo turno dopo le ultime elezioni amministrative ha formato la sua nuova giunta assegnando le deleghe ai sei assessori confermati rispetto alla precedente squadra formata da sette amministratori. Cristiano Masi, che ricoprirà ancora la carica di vicesindaco, avrà le deleghe: paesi, percorsi partecipativi, lavori pubblici, sicurezza del lavoro, transizione ecologica Continue Reading

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Liste d’attesa, Giuliano (UGL): “Apprezziamo lavoro del Ministro Schillaci e approvazione delle Regioni del nuovo Piano Nazionale. Ora liberare le risorse”

“I dati emersi dall’ultimo Rapporto del Pit Salute di Cittadinanzattiva fotografano una realtà che, come sindacato, denunciamo da tempo: le liste d’attesa rimangono il principale e più odioso ostacolo al diritto alla cura per i cittadini italiani, costretti troppo spesso a pagare di tasca propria nel privato o, peggio, a rinunciare alle prestazioni sanitarie”. Lo dichiara in una nota Gianluca Giuliano, Segretario Nazionale della UGL Salute, commentando i dati del Report 2026. “Se da un lato non possiamo che esprimere il nostro apprezzamento per gli sforzi e l’impegno profusi dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, che attraverso l’operazione-trasparenza della Piattaforma nazionale ha avviato un monitoraggio fondamentale evidenziando i primi passi avanti in sedici Regioni, dall’altro dobbiamo prendere atto che la macchina del Servizio Sanitario Nazionale mostra criticità”. Per Giuliano, l’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni sul Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa (Pngla) 2026-2028 è un passo in avanti politico, ma rischia di scontrarsi con la dura realtà dei bilanci locali: “L’accordo vincola le Regioni a recepire i piani entro 120 giorni, ma la presenza della clausola di invarianza finanziaria rappresenta un forte elemento di preoccupazione per la tenuta del sistema. Condividiamo l’allarme dei territori sulla necessità di verificare la congruità delle risorse economiche: senza investimenti strutturali e mirati sul personale e sulle strutture, ogni piano rischia di rimanere una grida manzoniana. Non è tollerabile che per esami diagnostici urgenti o visite cardiologiche e oncologiche si registrino sforamenti dei codici di priorità che arrivano a centinaia di giorni di ritardo, così come è inaccettabile l’abbandono in cui versano i pazienti per le visite di controllo, con punte di attesa bibliche che sfiorano i due anni”. Il Segretario della UGL Salute allarga poi lo sguardo alle altre criticità gestionali ed economiche del comparto: “La crisi della sanità pubblica non si ferma alle sole liste d’attesa, ma investe l’assistenza territoriale, la medicina di prossimità, il nodo irrisolto delle tariffe per l’assistenza protesica e integrativa e, non ultimo, il ritardo nell’implementazione della riforma per gli anziani non autosufficienti e nel riconoscimento della figura del caregiver familiare. Le Case di Comunità, che dovevano essere il perno del nuovo welfare di territorio, rischiano di rimanere cattedrali nel deserto se non verranno riempite di professionisti della salute e di servizi reali per la cittadinanza. Come UGL Salute ribadiamo che la tutela della salute pubblica e la dignità dei lavoratori del settore devono camminare di pari passo: chiediamo al Ministero e alle Regioni un confronto costante e serrato per superare i nodi burocratici, sbloccare i tetti di spesa e garantire un accesso equo, universale e tempestivo alle cure in ogni angolo del Paese” conclude il sindacalista.

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Pechino: “Tartarughe e pesci spia nei nostri mari per rubare dati sensibili”. Così la Cina accusa le intelligence straniere

Nuove accuse da parte di Pechino alle agenzie di intelligence occidentali, che usano tartarughe e pesci per carpire i segreti strategici della Cina attraverso sensori fissati al corpo degli animali marini. Il ministero della Sicurezza di Stato, in un post sui social media dal titolo ‘sotto il blu profondo, le correnti sotterranee stanno montando’, ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “In alcune acque della Cina sono stati scoperti animali marini relativamente grandi con sensori attaccati”, ha detto il ministero aggiungendo che le creature sono state trovate “nuotare in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come la temperatura dell’acqua, la salinità e le correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”.

I sensori sui corpi di pesci e tartarughe sono finalizzati alla creazione di mappe subacquee. Oltre a questa tecnica, vengono utilizzate dalle agenzie straniere – spiega Pechino – boe di rilevamento, droni oceanici e dispositivi elettronici installati sulle navi, per sottrarre dati sensibili. Come riportato da Global Times, in un articolo pubblicato sull’account WeChat, il ministero ha spiegato che in alcune aree marittime cinesi sarebbero state individuate boe equipaggiate con sensori acustici ad alta precisione in grado di raccogliere dati in tempo reale, comprese le firme sonore dei sottomarini cinesi. Nello specifico, Pechino ha inoltre denunciato il ritrovamento di grandi animali marini, definiti “tartarughe spia” e “pesci spia”, equipaggiati con sensori per monitorare temperatura dell’acqua, salinità e correnti marine, con trasmissione dei dati via satellite all’estero. Secondo il ministero, anche alcune aziende straniere avrebbero promosso dispositivi elettronici per navi mercantili presentati come servizi marittimi, ma utilizzabili per monitorare attività portuali e raccogliere informazioni strategiche. Le autorità cinesi hanno invitato cittadini e armatori a segnalare dispositivi sospetti e a evitare installazioni di apparecchiature di origine sconosciuta.

Tra gli episodi e le notizie trapelate rispetto a tecniche di spionaggio, a giugno 2025 Pechino aveva accusato l’intelligence americana, la Central Intelligence Agency (Cia), di compiere un “assurdo” tentativo di reclutamento dei suoi cittadini tramite i video diffusi su X, social media peraltro al bando nella Repubblica popolare. Insomma, una campagna non basata sugli approcci segreti e riservati da film di Hollywood, ma con modalità chiare, alla luce del sole. All’epoca, il ministero della Sicurezza di Stato cinese aveva denunciato la pubblicazione dei video sulla piattaforma di Elon Musk: “annunci di lavoro” che invece andavano valutati come “stratagemma amatoriale” per convincere le persone a fare la spia per conto degli americani. La campagna di arruolamento della Cia per tutti i “delusi” dalla leadership cinese era stata illustrata in via ufficiale dal suo direttore John Ratcliffe, chiarendo che i video pubblicati già a maggio, che sollecitavano la condivisione di segreti di Stato, miravano a “reclutare funzionari cinesi per aiutare gli Stati Uniti”. Si trattava, spiegò nell’occasione Ratcliffe, “solo di uno dei tanti modi in cui stiamo modificando le nostre strategie”. All’epoca, Pechino condannò i post definendoli “una palese provocazione politica”. Un altro episodio attinente allo spionaggio che si era guadagnato per 17 giorni le prime pagine dei giornali, era stata la flotta di droni misteriosi che a dicembre 2023 aveva sorvolato la base militare di Langley, in Virginia, violando lo spazio aereo su una zona che ha la più alta concentrazione di strutture sensibili per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un fenomeno che aveva innervosito il Pentagono e scatenato due settimane di incontri segreti alla Casa Bianca tra Joe Biden, funzionari dell’Fbi, del dipartimento della Difesa e dell’Homeland Security, tutti impegnati a capire se si trattasse di dronisti amatoriali o dell’infiltrazione di forze ostili agli Stati Uniti come Russia e Cina. Uno smacco per la difesa americana, come la storia del pallone spia cinese infine abbattuto su decisione di Biden.

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Le "cuoche" del carcere di Rebibbia

Dodici detenute della casa circondariale femminile Germana Stefanini hanno imparato a cucinare come chef stellate, ma lo fanno dietro le mura del carcere. Dopo 5 mesi di corso, l'esame finale: un pranzo che è un traguardo e anche un nuovo futuro

© RaiNews

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L’Ue pensa a nuove restrizioni commerciali per i prodotti cinesi e Pechino reagisce: cancellati due incontri diplomatici con Bruxelles

Sempre più influente dal punto di vista politico, la Cina è intenzionata a difendere in tutti i modi la sua più grande forza: la sua straordinaria proiezione economica e commerciale. Questo spiega l’improvvisa cancellazione unilaterale di due eventi diplomatici previsti a Pechino nei prossimi giorni che avrebbero visto la partecipazione dell’Unione europea e in cui si sarebbe parlato di questioni digitali. La mossa, come riportato per primo dal Financial Times, è legata alla volontà di mettere in guardia Bruxelles in vista del Consiglio Europeo del 18-19 giugno. Ufficialmente, in quel consesso i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue parleranno di competitività globale e delle sfide economiche più impellenti. Ma sono già filtrate indiscrezioni secondo le quali uno dei temi trattati sarà la necessità di contenere la Cina dal punto di vista commerciale.

Qualche numero aiuta a capire la portata della partita che si sta giocando. Le esportazioni cinesi verso l’Europa sono aumentate di oltre il 16% dall’inizio dell’anno e il deficit commerciale nei confronti del Dragone – ossia la differenza tra esportazioni Ue verso la Cina e importazioni da quest’ultima – ha raggiunto circa 1 miliardo di euro al giorno. Dati ufficiali dell’Unione europea alla mano, nel 2025 il principale mercato di esportazione delle merci provenienti dalla Repubblica Popolare è stato proprio quello comunitario, con quasi 500 miliardi euro, a differenza dei poco più di 370 miliardi di euro di beni che Pechino ha diretto verso il mercato statunitense. Volendo sintetizzare, per la Cina quello Ue è un mercato irrinunciabile.

La tensione sempre più evidente che corre lungo l’asse est-ovest è legata anche alle contromisure che Bruxelles sta cercando di introdurre per provare a salvaguardare il proprio sistema produttivo e milioni di posti di lavoro. Si parla di nuovi dazi, limitare la partecipazione di alcune aziende cinesi agli appalti pubblici, delineare norme in materia di cybersicurezza che potrebbe escludere i giganti tecnologici cinesi, di indagini antidumping nei confronti dei prodotti provenienti dal gigante asiatico. Mosse o minacce a cui da parte cinese si risponde ufficialmente con nuove leggi per rafforzare il controllo sugli investimenti e proteggere le proprie catene di approvvigionamento da sanzioni e restrizioni straniere. Ufficiosamente, invece, numerose indagini hanno svelato tutte le modalità di elusione dei dazi e delle limitazioni di accesso che le aziende cinesi stanno mettendo in campo, tra passaggi attraverso Paesi terzi e modifiche minime ai prodotti per farli rientrare in categorie doganali differenti da quelle sotto la lente di Bruxelles.

In un periodo di grande turbolenza commerciale favorita dall’atteggiamento imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per Pechino è fondamentale tenere non aperto, ma spalancato il mercato europeo. D’altronde storicamente la Repubblica Popolare produce molti più beni di quanti l’economia interna sia in grado di assorbirne e quindi la locomotiva guidata dal leader cinese Xi Jinping non può subire battute d’arresto. Oltretutto una parte della produzione della Cina è sempre più avanzata in termini tecnologici – un esempio su tutti è quello del settore automobilistico – e compete con quella europea in modalità sconosciute fino a pochi anni fa. Ecco perché è probabile si verifichino reazioni ancora più aggressive da parte del Dragone – che potrebbero tirare in ballo anche le terre rare di cui la Cina è il primo esportatore al mondo – oltre ad attività di lobbying già in atto nei confronti di alcuni paesi dell’Ue per cercare di far leva sulle divisioni tra il gruppo dei 27.

Questa situazione fa parlare molti analisti di una possibile guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino. Le ragioni dell’Ue risiedono nella critica di un modello economico basato su sussidi statali e una spinta strutturale verso le esportazioni che non sarebbe sostenibile per le economie di arrivo. Di contro, la Repubblica Popolare accusa l’Unione europea di protezionismo e di usare la capacità produttiva e l’efficienza cinese come capri espiatori rispetto a un’incapacità d’innovazione che si riscontrerebbe nel sistema industriale europeo. Si tratta di posizioni che a prima vista appaiono molto difficilmente conciliabili.

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Bionorica porta in Italia il paradigma del farmaco vegetale

Bionorica porta in Italia
il paradigma del farmaco vegetale
La natura diventa medicina, con metodo; l’approccio scientifico della Fitoingegneria che garantisce qualità, riproducibilità ed efficacia del farmaco vegetale

Milano, 11 giugno 2026 – Bionorica annuncia il proprio ingresso nel mercato italiano introducendo il paradigma del farmaco vegetale: un modello terapeutico che supera il concetto di “naturale” come semplice origine vegetale e lo trasforma in farmaco supportato da standard farmaceutici, evidenze cliniche e controllo scientifico.

In un mercato spesso caratterizzato da sovrapposizioni tra integratori, dispositivi medici e prodotti “naturali”, il farmaco vegetale si distingue per affidabilità, riproducibilità, evidenza clinica e ruolo clinico definito. Naturale, infatti, non significa automaticamente terapeuticamente affidabile.
Secondo il prof. Mario Dell’Agli , Professore Ordinario di Farmacognosia presso l’Università degli Studi di Milano, il farmaco vegetale rappresenta un cambio di paradigma anche dal punto di vista farmacologico.
“Per anni siamo stati abituati a pensare al farmaco come a una singola molecola che agisce prevalentemente su un singolo bersaglio. Il farmaco vegetale introduce invece un approccio differente: il valore terapeutico nasce da un’azione integrata e coordinata di diverse molecole naturali, che sinergizzano tra di loro agendo su bersagli farmacologici spesso differenti ma complementari.

L’efficacia è resa possibile da un rigoroso controllo fin dalla materia prima e da un’adeguata standardizzazione del prodotto”
Un approccio che non punta semplicemente all’origine naturale della sostanza, ma alla sua sicurezza terapeutica, riproducibilità e utilizzabilità clinica.
“Il farmaco vegetale può rappresentare uno strumento clinico importante anche in un’ottica di appropriatezza terapeutica e riduzione dell’antimicrobico-resistenza,” commenta il prof. Andrea Genazzani , ginecologo e clinico. “Disporre di opzioni terapeutiche supportate da provare e con un ruolo clinico definito significa poter contribuire a una gestione più razionale di alcune condizioni ricorrenti.”
Alla base del modello Bionorica vi è la Fitoingegneria (Phytoneering), un approccio che integra ricerca approfondita della natura, controllo della filiera, standardizzazione industriale e qualità farmaceutica.
“Il valore non è la pianta in sé, ma il metodo che la rende clinicamente affidabile”, afferma il Dott. Marco Linari, Direttore commerciale e vice CEO di Bionorica. “Attraverso la Fitoingegneria trasformiamo le piante accuratamente selezionate in un sistema terapeutico controllato, standardizzato e riproducibile. È questo che distingue il farmaco vegetale da integratori e dispositivi medici.”
Con il proprio ingresso in Italia, Bionorica punta a introdurre una nuova cultura del farmaco vegetale, contribuendo all’evoluzione del rapporto tra natura, scienza e medicina.

Bionorica
Bionorica è un’azienda internazionale specializzata nello sviluppo di farmaci vegetali scientificamente validati. Attraverso la filosofia Phytoneering, integra ricerca delle specie vegetali, tecnologie farmaceutiche avanzate ed evidenze cliniche per sviluppare soluzioni terapeutiche affidabili, standardizzate e supportate da ricerca scientifica

Che cos’è la Fitoingegneria
La Fitoingegneria (Phytoneering) è il modello scientifico proprietario sviluppato da Bionorica per trasformare la complessità naturale in caratteristiche terapeutiche.
Il termine nasce dall’unione di: Fito = pianta e Ingegneria = ingegneria e descrive un approccio che integra ricerca naturale, tecnologie farmaceutiche avanzate e standardizzazione industriale.
Il principio chiave
La Fitoingegneria parte da un presupposto:la natura da sola non basta
Le piante sono sistemi biologici complessi e variabili. Per diventare medicina devono essere:Comp, standardizzati, responsabili, validare scientificamente. La differenza, quindi, non è semplicemente l’origine vegetale della sostanza, ma il metodo che la rende terapeuticamente affidabile.
Dal principio attivo al sistema attivo
La Fitoingegneria supera la logica tradizionale della singola molecola isolata. Nel modello Bionorica, il valore terapeutico nasce dall’azione integrata e coordinata di molteplici componenti vegetali su diversi meccanismi fisiologici. La natura non viene ridotta a un singolo principio attivo, ma valorizzata come:sistema attivo complesso, controllato e standardizzato.
Come funziona
La Fitoingegneria integra:

composizione di specie agricole
Italiano:
controllo delle materie prime
anche se
produzione high-tech
standardizzazione degli estratti
Ricercatore medico grafico
studi clinici
L’obiettivo è garantito:  qualità sostenibile,  separabile,  infortunio terapeutico,  compatibilità con gli standard della medicina contemporanea
Un modello scientifico e industriale
La Fitoingegneria rappresenta il cuore del modello Bionorica:  trasformare la complessità della natura in farmaco attraverso metodo, controllo e qualità farmaceutica .
È questo approccio che distingue il farmaco vegetale Bionorica da integratori e altri prodotti di origine vegetale presenti sul mercato.

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La sfida dei data center spaziali

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.

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Nello specchio rosso

A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.

Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.

Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi.

Partiamo dalla metafora dello specchio. Nei tuoi saggi hai inquadrato il rapporto tra l’Occidente e la Cina da vari punti di vista: la tecnologia, il cibo, l’organizzazione sociale e del lavoro. Nello Specchio americano parli di come il governo e la società cinesi si sono relazionati alle democrazie liberali e alle società capitaliste nell’ultimo secolo, del rapporto oscillante tra fascinazione economica e cattivo giudizio morale che la conoscenza approfondita della società americana ha generato in Cina. Ho letto il tuo saggio usando, in modo un po’ inconsapevole, le mie lenti di europeo, di persona che vive in una parte di mondo dove prevale un’idea di democrazia molto diversa da quella americana, più tendente al welfare state che allo stato ultra-liberale. Sappiamo che l’Unione Europea come soggetto politico rischia di diventare un nemico degli interessi di Trump. La Cina, invece, come ci percepisce?

Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro, sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario, tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così.

Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo.


A proposito della bilateralità dei rapporti di cui parlavi, alla Cina interessa trattare gli Stati europei come soggetti singoli piuttosto che come unione? Negli ultimi mesi abbiamo assistito varie volte ai tentativi di Trump e delle destre nostrane di smontare l’unità degli Stati europei per difendere i propri interessi economici. La Cina ha lo stesso interesse?

Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante, quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su cosa siamo per voi”.

A proposito di partnership e competizione: nel contesto di guerra multipolare in cui l’Unione Europea si trova quasi trascinata a forza dagli Stati Uniti, la Cina sembra proporsi come un soggetto più stabile, meno caotico e imprevedibile, più affidabile, ad eccezione della pressione militare sui territori che considera “suoi” come Taiwan. È uno strumento di soft power ideologico?

Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA. L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio, la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli Stati Uniti.

D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine.


L’elettorato profondo americano è molto concentrato sugli affari interni del proprio Paese e poco su quello che succede all’esterno, a dispetto delle politiche interventiste dei vari governi. Anche in Cina è così?

La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero. Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente” la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane.

Parlando della tua attività di giornalista che racconta la Cina, ti do tre verbi: informare, raccontare, spiegare. Quali pensi che descrivano meglio il tuo lavoro? Quale delle tre dimensioni è più forte, magari a seconda del mezzo che usi – articoli, saggi, podcast – o dell’argomento di cui parli?

Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria, strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito comunista cinese, magari lavorando sui personaggi.

Com’è cambiata la tua percezione del pubblico italiano sugli affari cinesi da quando hai fondato China Files a oggi? Pensi che oggi rispetto a prima il pubblico generalista sia più consapevole su certi argomenti?

Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse, bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la contemporaneità.

Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni.


Nell’accademia italiana vedo un soggetto capace di produrre le forme più complesse e approfondite di cultura e allo stesso tempo inadatto a comunicare con l’esterno, raccontare la ricerca. Senti di svolgere una funzione di mediazione tra l’accademia e il pubblico?

Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica. L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio, Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro sulle forme più recenti di comunicazione. 

Con Altri orienti allarghi lo sguardo dalla Cina all’Asia intera. Quali sono i filtri che usi per raccontare i diversi Paesi dell’Asia da un punto di vista locale e non con lo sguardo occidentale? Il sistema informativo italiano ha gli strumenti per raccontare vicende di Paesi che mediamente non sono presi in considerazione dal nostro sguardo?

La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato, perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della provenienza.

Com’è cambiato il tuo lavoro quotidiano di giornalista nel passaggio dalla direzione della redazione esteri del manifesto a Chora?

La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura.

Più in generale, pensi che la forma podcast permetta un’informazione più adatta all’organizzazione della vita contemporanea?

Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile. Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a tenere un giornale, banalmente.

È uno strumento più sostenibile dal punto di vista economico?

Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News, facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a pagare la qualità.

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Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro

di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:

Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1

L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.

A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:

leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.

Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.

Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:

Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.

Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.

I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.

Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.

Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.

Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.

«Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.

Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.

In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.

Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.


  1. A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19.  

  2. F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV  

  3. F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV  

  4. La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024.  

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Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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Saudi Vision 2030: lo strumento di soft power con cui l’Arabia Saudita sta ridefinendo il suo ruolo globale

Il 25 aprile 2016 si è verificato un evento epocale. In quella data, l’allora vice principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, spesso indicato semplicemente come MBS, annunciò i dettagli di quello che oggi conosciamo come l’innovativa e rivoluzionaria Visione Saudita 2030. 

Il progetto nasce come risposta urgente alla grave crisi del petrolio del 2014-2016.  Il crollo del prezzo mondiale del petrolio nel 2014, da sempre pilastro fondamentale dell’economia dell’Arabia Saudita, ne ha rivelato l’eccessiva dipendenza. Le entrate da esportazione erano diminuite drasticamente, l’economia dell’Arabia Saudita si era deteriorata rapidamente e il suo futuro era diventato incerto. Questi cambiamenti hanno costretto Riyadh ad adottare misure di austerità, culminate nell’aprile 2016 quando l’allora vice principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammad bin Salman (l’attuale principe ereditario), annunciò Vision 2030. 

Vision 2030 è un piano che mira a diversificare l’economia, disincentivando la dipendenza saudita dal petrolio, a dare potere ai cittadini e a creare un ambiente dinamico per gli investitori locali e internazionali e affermare l’Arabia Saudita come leader globale. I temi principali del progetto sono una società vivace e dinamica in cui tutti i cittadini possano prosperare e seguire le proprie passioni, un’economia fiorente per garantire a tutti opportunità di successo e un Regno ambizioso con un governo efficace, trasparente e responsabile.

Il Public Investment Fund (PIF) come arma di influenza globale

Uno dei motori economici alla base di Vision 2030 è il rinnovato Fondo per gli Investimenti Pubblici (PIF) che investe centinaia di miliardi di dollari in imprese nazionali con l’obiettivo di promuovere la diversificazione economica del regno. Nel corso del 2024, il fondo di investimento internazionale del PIF ha continuato ad espandersi, sfruttando capitali a lungo termine e ad alto impatto per generare rendimenti sostenibili e consolidando al contempo partnership nei principali mercati internazionali. Considerato il ruolo cruciale dell’intelligenza artificiale sia per ottimizzare settori esistenti che per sbloccarne di nuovi, PIF sostiene l’obiettivo dell’Arabia Saudita di diventare un polo di competitività globale nei settori della tecnologia, dei media e delle telecomunicazioni. Come in altri settori oltre l’AI, attraverso lo sponsorship del PIF si creano investimenti non solo finanziari ma anche utili a creare legami di dipendenza reciproca e influenza politica. 

La diplomazia economica e le nuove alleanze

Un’altro strumento fondamentale nel riscrivere la posizione geopolitica del Regno è riscontrabile nella diplomazia economica saudita. Dalla Cina all’India, passando per Russia e paesi del Sud globale, Riyadh sta costruendo una rete di partnership strategiche che vanno ben oltre il business. 

Partendo dalle relazioni tra Arabia Saudita e Cina, va ricordato che queste, oltre ad nate da una convergenza strategica tra gli interessi dei due Paesi,  sono sorte anche a seguito dei disaccordi di Riyadh con gli Stati Uniti: dal momento che gli Stati Uniti si rifiutarono di di vendere missili al Regno saudita durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), quest’ultimo si rivolse alla Cina. 

La Cina ha immediatamente appoggiato la Vision 2030 dell’Arabia Saudita, riconoscendo il potenziale di allineamento con la BRI (Belt and Road Initiative)  e inquadrando le proprie proposte nel contesto della visione saudita. L’impegno per definire e allineare priorità e programmi tra la BRI e la Vision 2030 si è concretizzato principalmente attraverso incontri di alto livello tra i leader dei due Paesi che hanno portato alla creazione di sottocomitati ed enti designati per facilitare la cooperazione bilaterale in aree specifiche, come la collaborazione  nel panorama dell’energia a idrogeno con l’espansione della China Hydrogen Energy in Arabia Saudita. Questi sottocomitati si concentrano su affari politici e diplomatici, infrastrutture legate alla BRI, investimenti e cooperazione energetica, commercio e investimenti, cultura, tecnologia e turismo, sicurezza e antiterrorismo, finanza ed economia.

Con l’India, si sono aperti accordi in progetti di raffineria e in particolare sulla sicurezza energetica con una  la cooperazione bilaterale nel settore delle energie rinnovabili comprende flussi di investimento e collaborazione su tecnologie, infrastrutture e ricerca, in linea con le priorità e gli obiettivi strategici energetici nazionali di entrambi i Paesi.

Inoltre, nell’ambito del Vision 2030, il Regno ha intensificato il suo impegno sul Corno d’Africa, soprattutto in Sudan, Etiopia ed Eritrea con l’obiettivo di espandere l’influenza geopolitica di Riyadh. Tre sono i fronti su cui si articola il coinvolgimento saudita nella regione:  il raggiungimento della sicurezza alimentare riducendo la dipendenza dell’Arabia Saudita dalle importazioni, l’intensificarsi della competizione con gli Emirati Arabi Uniti per l’influenza geopolitica e il predominio regionale e il tentativo di controbilanciare la crescente influenza della Cina nel continente africano. Inoltre, anche l ‘Africa subsahariana è un’altra area di interesse, offrendo agli Stati del Golfo l’opportunità di diversificare le proprie economie. Questi produttori di petrolio e gas, infatti, sanno anche che i combustibili fossili saranno progressivamente ridotti ed eliminati in futuro, grazie alla transizione energetica globale, seppur con notevoli ritardi rispetto all’Europa. 

Progetti infrastrutturali e corridoi logistici

Parallelamente, l’Arabia Saudita sta sviluppando grandi progetti infrastrutturali, tra questi Neom, un porto avanzato e sostenibile collocato in posizione strategica sul Mar Rosso , il Red Sea Project per migliorare l’efficienza della catena di approvvigionamento e il movimento delle merci tra i porti del Regno e dell’intera regione del Golfo e nuovi corridoi logistici, con l’obiettivo dichiarato di posizionare il Regno come hub globale tra Europa, Asia e Africa. 

In questo contesto si inserisce anche il corridoio IMEC, considerato parte integrante della visione della Saudi Vision 2030. Tuttavia, l’Arabia Saudita procede con cautela. Pur avendo un profondo interesse per il progetto, che gli consentirebbe di rafforzare i legami con l’India, sfruttare le infrastrutture che sta sviluppando nel nord-ovest del Paese (in particolare intorno al progetto NEOM) e consolidare la sua posizione di ponte tra Oriente e Occidente, il regno desidera allo stesso tempo mantenere un rapporto vitale con la Cina, il suo principale acquirente di petrolio. Per questo, un forte sostegno al progetto IMEC, percepito come un’iniziativa promossa da Washington per contrastare l’influenza cinese, potrebbe quindi essere visto da Pechino come una mossa di confronto. Inoltre, l’Arabia Saudita deve affrontare vincoli infrastrutturali interni, dato che la maggior parte delle linee ferroviarie e dei porti rilevanti per il progetto IMEC sono ancora in fase di pianificazione o costruzione e non sono ancora pronti per un’implementazione immediata. Pertanto si prevede che il contributo dell’Arabia Saudita al corridoio sarà lento e graduale. 

Un altro fattore che influenza la posizione saudita è di natura politica: il coinvolgimento di Israele nel corridoio. Nonostante il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Israele fortemente sponsorizzato dagli Stati Uniti e che ha sottolineato l’apertura internazionale dell’Arabia Saudita, dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 e lo scoppio della guerra a Gaza, Riyadh ha congelato i negoziati di normalizzazione con Israele, ponendo come condizione irrinunciabile la creazione di uno Stato palestinese indipendente. Infatti, finché la questione della normalizzazione con Israele rimarrà irrisolta, il coinvolgimento saudita nel progetto rimarrà limitato. In altre parole, l’Arabia Saudita considera il corridoio un potenziale a lungo termine, che richiede condizioni politiche preliminari che devono ancora maturare.

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Il principe: la vera storia di Vittorio Emanuele

Un'isola. Un principe in esilio. Un gommone. Due spari nel buio. La fine di un giovane.Ho appena finito di leggere questo interessante libro scritto da Birgit Hamer, sorella di Dirk, ucciso a soli 19 anni da Vittorio Emanuele di Savoia.Nella notte tra il 17 e il 18 agosto del 1978 un ragazzo tedesco alto un ...continua a leggere "Il principe: la vera storia di Vittorio Emanuele"
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La rivoluzione come una bella avventura / 10 – Dove meno te l’aspetti: Petr Kropotkin

di Sandro Moiso

Petr Alekseevič Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario, elèuthera, Milano 2025, pp. 607, 25 euro

Avventurarsi nella voluminosa autobiografia di Petr Alekseevič Kropotkin significa non soltanto sprofondare nel mondo in cui hanno preso vita i personaggi dei romanzi di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Lev Tolstoj, Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, Nikolaj Gogol’, Michail Jur’evič Lermontov, Aleksandr Puškin e Ivan Turgenev, ma anche entrare nel cuore della “moderna” ribellione all’interno di un contesto tra i più arretrati dell’Europa del XIX secolo.

Paradossalmente, infatti, con un ribaltamento dialettico spesso incomprensibile per gli osservatori meno attenti, un paese in cui fino al 1861 era esistita ufficialmente la servitù della gleba insieme ad un regime autocratico spietato, basato su un sistema che più che sulla divisione in classi sembrava basarsi su una rigida ripartizione in caste, in cui, però, iniziavano ad inserirsi elementi di capitalismo, sia per volontà di uno Zar come Pietro I detto il Grande oppure per l’interesse degli investitori stranieri, si sarebbero sviluppati tutti gli elementi che avrebbero portato alla prima e forse unica Rivoluzione socialista del XX secolo.

Questo contrasto estremo tra forme arcaiche di governo e inserti di modernità economica e tecnologica, simile per altro a quello prodotto dal colonialismo europeo in altre aree del globo, si arricchiva, però, della vicinanza con le fonti delle moderne forme della conoscenza, soprattutto filosofica e scientifica, che la cultura europea, in particolar modo tedesca e francese, proprio attraverso la colonizzazione tecnologica ed economica aveva iniziato a introdurre nel paese.

Così, mentre la colonizzazione dell’estremo oriente dell’impero avveniva principalmente attraverso la deportazione in Siberia dei condannati sia per i reati comuni che politici, dando modo ad Anton Čechov di diventare, nel 1890, il primo cronista di quello che sarebbe diventato, sotto il regime sovietico, il Gulag1, lo stesso regime zarista contribuiva proprio attraverso la carcerazione e la deportazione a formare una nuova coscienza politica in generazioni di giovani ribelli potenziali che dopo aver sognato la libertà, conosciuta attraverso i testi e i discorsi prodotti in Europa dal pensiero illuministico e dal Romanticismo successivo alla Rivoluzione francese, sperimentavano condizioni di detenzione e vita spaventose. Anche per i figli più irrequieti dell’aristocrazia e della borghesia riconducibile agli incarichi svolti nell’apparato statale dell’impero.

L’esilio era un atto di espulsione. Ioann Maksimovič, vescovo di Tobol’sk e della Siberia, dichiarò nel 1708: «Così come dobbiamo eliminare dal corpo gli agenti nocivi, in modo che il corpo non muoia, lo stesso deve avvenire nella comunità dei cittadini: tutto ciò che è sano e innocuo si può tollerare, ma ciò che è dannoso va tagliato via». Gli ideologi dell’impero tornarono più volte sull’immagine della Siberia come di un mondo oltre le frontiere immaginarie dello Stato nel quale il sovrano poteva eliminare le impurità per proteggere la salute del corpo pubblico e sociale. Con il passare del tempo, le metafore cambiarono, ma rimase la convinzione di fondo che la Siberia fosse il ricettacolo d’ogni male che affliggeva l’impero 2.

Nobili, contadini, operai, studenti, malavitosi, soldati (russi e stranieri prigionieri), prostitute, rivoluzionari, terroristi, uomini e donne, russi, polacchi ed esponenti delle varie nazionalità oppresse dallo zarismo iniziarono ad affollare una terra desolata, dalle distanze incommensurabili, in piccoli villaggi, sperdute cittadine, campi di lavoro o fattorie isolate. Da cui era difficile fuggire non tanto per la solerzia dei funzionari o delle guardie, spesso facili da corrompere o dallo scarso ossequio nei confronti del dovere e delle norme, ma proprio a causa delle distanze, del freddo, della diffidenza degli altri abitanti.

Finendo col dare vita ad un magma sociale sul quale, almeno per quanto riguardava gli esponenti delle classi più agiate e colte, vennero a depositarsi i fermenti romantici, sia nazionalistici che di rivolta, che avrebbero contribuito a creare una nuova modalità di impegno filosofico, letterario, scientifico e politico: quello riconducibile alla figura dell’intellettuale rivoluzionario, tutto rivolto al rivolgimento del sistema di cui era, allo stesso tempo, frutto e ospite indesiderato.

Una nuova soggettività, pienamente cosciente di sé, che il precedente Illuminismo europeo non aveva conosciuto, considerato che molti esponenti di quella corrente furono sì innovatori, ma anche comodamente sistemati presso le corti europee, giungendo ad influenzare anche la zarina Caterina II di Russia. Ma non i contadini che intanto, proprio sotto il regno di quella sovrana, avrebbero continuato a ribellarsi sotto la guida di falsi profeti ed eredi del vero zar, come Pugačëv che influenzò anche lo stesso Puškin spingendolo a scrivere due delle sue opere più note: La figlia del capitano e Storia della rivolta di Pugačëv3.

Una soggettività prima sconosciuta, di cui il rivoluzionario di professione, tutto rivolto al superamento del presente in ogni istante della sua vita, emerso come d’incanto dall’incrocio tra le condizioni di vita nelle steppe della Russia orientale e la diffusione delle idee democratiche e socialiste sviluppatesi in Europa, avrebbe rappresentato la figura più innovativa, dal punto di vista politico, a cavallo tra XIX e XX secolo. Il militante a tempo pieno che sarebbe stato alla base della concezione leninista del partito rivoluzionario; una figura della quale Kropotkin avrebbe rappresentato il modello più luminoso sul piano della ricerca individuale e collettiva di nuove, anche se incerte, possibilità, mentre Nečaev quello più spietato e nefasto, alimentato esclusivamente dalle certezze, qualsiasi esse fossero.

E’ quindi necessario considerare, soprattutto oggi, in un momento in cui tutto ciò che sa di russo sembra esser destinato soltanto alla condanna come appartenente ad una cultura nemica oppure all’ostracismo come oggetto non degno di attenzione da parte della mentalità democratica, che gran parte della cultura e, soprattutto, della letteratura russa nacque e si sviluppò in un laboratorio quasi unico per quanto riguarda l’analisi dei rapporti sociali e umani. Anche durante i decenni del regime sovietico e della continuazione “socialista” dell’uso della Siberia come luogo di deportazione,

Se si dimentica questo aspetto si perdono gli strumenti per comprendere la profondità dell’indagine psicologica contenuta in gran parte di una letteratura che ha sempre saputo fondere gli elementi portanti della società, in tutti i suoi anfratti economici e normativi, con quelli del comportamento individuale e dei drammi interiori che lo accompagnano. Senza mai abbandonarsi allo psicologismo artefatto o al sentimentalismo tanto di moda ancora oggi.

Nato a Mosca nel 1842 in una famiglia che possedeva servi, Petr Alekseevič Kropotkin era cresciuto, come egli stesso afferma: «nella convinzione che fosse necessario comandare, redarguire, punire… Ma quando iniziai a lavorare concretamente con gli uomini più disparati, mi resi conto della differenza tra azione basata sul comando e azione basata sulla collaborazione. La prima funziona a meraviglia in una parata militare, ma non nella vita reale quando l’obiettivo si può conseguire solo con il concorso di tante volontà. Inizialmente non formulai le mie osservazioni in termini di lotta politica, ma fu così che persi ogni fede nella disciplina dello Stato».

Pubblicata nel 1899, questa autobiografia – che richiama le atmosfere e i personaggi evocati soprattutto nelle opere di Turgenev e Tolstoj – non è solo la straordinaria storia di un principe russo che rinuncia ai propri privilegi per diventare uno dei più noti rivoluzionari del suo tempo, ma è al contempo il racconto corale di un fermento culturale, politico e umano che stava radicalmente trasformando l’ordine sociale dell’intera Europa, a partire dalla Russia zarista. Così, il racconto esistenziale di un giovane aristocratico sempre più a disagio con la realtà che lo circondava ci porta dalla corte degli zar, con le sue liturgie da fine impero, a una remota Siberia, scelta proprio per sottrarsi all’ambiente familiare.

Auto-esiliatosi volontariamente, in quelle lande, dopo essersi arruolato in un contingente “cosacco”, Kropotkin sarebbe rinato, sia come rivoluzionario che come scienziato. Così le pagine della sua autobiografia, capaci di coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima come ben pochi romanzi sanno fare, ci trasportano dall’infanzia alla maturità dell’autore, coprendo ben 57 anni di una vita appassionata, spesso rocambolesca, sempre attenta agli sviluppi della conoscenza individuale e collettiva.

Un viaggio che, tra il lento apprendistato infantile delle dure condizioni che governavano la vita dei contadini e dei servitori, le vicende legate al servizio militare e l’amore per le conoscenze geografiche e scientifiche sviluppatesi in quel periodo, porterà pian piano il giovane Petr in direzione di una ricerca di libertà, individuale e collettiva che assumerà la forma di una vita segnata da cospirazioni, arresti e fughe, ma anche da un’intensa collaborazione con la Società geografica russa prima e inglese poi, dando vita alla sua la sua peculiare concezione dell’anarchismo che, oggi, si potrebbe definire ecologista. In cui la questione operaia non rivelava soltanto il suo volto sindacale e contrattuale sui tempi di lavoro e il salario, ma anche quello riconducibile all’alienazione dei lavoratori e alla loro separazione dal prodotto delle loro fatiche.

Rappresenta un autentico work in progress quello che si andò sviluppando attraverso le varie edizioni di un testo, come ci ricorda la Nota posta in apertura dall’editore, scritto in ben tre diverse lingue: inizialmente in russo, per poi passare all’inglese e a una versione francese riveduta e, infine, riscritta, interamente in russo. Ma, se questa scelta dell’autore, da un lato, ha fatto sì che possano esistere differenti versioni dello stesso testo, tutte egualmente legittime, essa è derivata anche dai travagli di una vita segnata dagli spostamenti da un paese all’altro. Sia per motivi di studio che di necessario allontanamento dalle persecuzioni successive sia alla detenzione per motivi politici che alla sua fuga dal carcere in cui era stato rinchiuso.

L’edizione attuale è stata tradotta dall’edizione americana del 1899 di Houghton, Mifflin & Company, rivista dallo storico inglese Nicolas Walter per una successiva edizione americana pubblicata a Dover nel 1971, a parte alcune incursioni nelle edizioni francese e russa. La scelta dell’edizione americana sembra d’altra parte quasi obbligata, considerato che i testi che compongono le Memorie erano già apparsi a puntate nella rivista americana «Atlantic Monthly» tra il settembre 1898 e il settembre 1899. Scelta, quella della pubblicazione americana, uscita all’epoca con il titolo Auto-biography of a Revolutionist e successivamente modificato in Memoirs of a Revolutionist, dovuta forse anche alla vasta componente anarchica presente tra gli emigrati, non solo russi, negli Stati Uniti della fine del XIX secolo.

Ma questo non è un libro che parla di teorie o, almeno, anche quando se ne parla esse sono il riflesso delle esperienze, delle sperimentazioni, delle persone e delle vite che hanno fatto sì che queste potessero manifestarsi. Nel Pensiero e nell’Azione.
Un autentico romanzo di una vita compresa tra il 1842 e il 1921, anno della morte avvenuta in Russia, dopo una rivoluzione che pur abbattendo l’odiato sistema zarista già racchiudeva in sé, nel pensiero dell’anarchico russo, i semi del proprio fallimento in termini di liberazione della società nel suo insieme dal dominio dell’oppressione statuale, dell’industria e del capitalismo.

Con il funerale di Kropotkin, a Mosca il 13 febbraio 1921, si sarebbe chiuso idealmente un cerchio considerato che il corteo funebre, al quale parteciparono centomila persone, partito dalla stazione, passò davanti al carcere della Lubjanka, dove erano ormai detenuti molto anarchici, e arrivò alla Casa dei sindacati in cui si tenne una celebrazione alla presenza di delegati arrivati da tutta la Russia e da tutto il mondo. Per ironia della sorte, quella che al momento dei funerali era la Casa dei sindacati in epoca zarista era stato il Palazzo della Nobiltà, lo stesso che il grande anarchico aveva citato all’inizio delle sue memorie, quando ancora bambino incontrò lo zar Nikolaj I nella stessa Sala delle colonne in cui si sarebbero svolti i suoi funerali.

Tornando al testo è facile cogliere, fin dall’incipit, una scrittura che sa di grande romanzo “russo”.

Lo sviluppo storico di Mosca e stato lento, e a tutt’oggi i suoi vari quartieri conservano magnificamente i tratti impressi su di loro dal lungo corso della storia. Il quartiere che si estende oltre la Moscova1, con le sue strade ampie e sonnacchiose, il susseguirsi uniforme di case con l’intonaco grigio, i tetti spioventi e i portoni sprangati giorno e notte, e da sempre la sede esclusiva della classe mercantile, nonché una roccaforte della setta scismatica, dispotica, formalista e apparentemente austera della Vecchia fede. La cittadella, o Cremlino, e ancora la fortezza di Chiesa e Stato; e l’immenso spazio che le si apre davanti, con le sue migliaia di botteghe e magazzini, e da secoli un brulicante alveare di commerci, e resta il cuore dei grandi traffici interni che abbracciano l’intera estensione del vasto impero. La Tverskaja ulitsa e il Kuzneckij most sono da secoli le aree in cui hanno sede i negozi eleganti; mentre i quartieri artigiani di Pljuščicha e Dorogomolivo conservano gli stessi tratti che caratterizzavano i suoi chiassosi abitanti già ai tempi degli zar moscoviti. Ogni quartiere e un piccolo mondo a se; ciascuno ha la sua fisionomia e conduce una vita separata. Persino le linee ferroviarie, irrompendo nell’antica capitale, hanno posizionato i propri depositi e macchinari, le locomotive e i vagoni stracarichi in aree specifiche ai margini della città vecchia.
Nondimeno, nessuna parte di Mosca e forse più tipica di quel labirinto di strade e vicoli puliti, tranquilli e tortuosi che si trova dietro il Cremlino, tra le due grandi arterie, la Arbat e la Prečistenka, e che e ancora chiamato Staraja Konjušennaja, il Vecchio Quartiere degli Scudieri. Una cinquantina d’anni fa era lì che viveva, e fu lì che lentamente si estinse, l’antica nobiltà moscovita, i cui nomi si trovano tanto spesso citati nelle pagine della storia russa prima dell’epoca di Petr I, ma che in seguito scomparvero per lasciare posto ai nuovi arrivati, “gli uomini di ogni rango” chiamati al servizio dello Stato dal suo fondatore. Constatando di essere stati soppiantati alla corte di San Pietroburgo, questi nobili di antico lignaggio si ritirarono nel Vecchio Quartiere degli Scudieri a Mosca, oppure nelle loro pittoresche tenute di campagna intorno alla capitale, da dove guardavano con una sorta di disprezzo e di invidia segreta la folla eterogenea di famiglie “venute dal nulla” che nella nuova capitale sulle sponde della Neva prendevano possesso delle piu alte cariche di governo4.

In cui la fine di un mondo, che solo la rivoluzione del 1917 avrebbe portato formalmente a termine, è già delineata, insieme all’insopportabilità di un’alterigia che ormai non si reggeva più su null’altro che l’attaccamento a un potere e a un diritto al comando che l’ammodernamento stava già consumando e contro cui Kropotkin si sarebbe battuto per tutta la vita, in nome di una diversa forma di cooperazione sociale che egli vedeva già realizzata nella collaborazione tra gli uomini e le donne una volta affrancati dalla schiavitù, politica, lavorativa e industriale. E forse osservata in quelle comunità di villaggio o obščina che i bolscevichi invece, una volta giunti al potere e accecati da un malinteso senso del progresso e dell’industrializzazione necessari per il salto di paradigma tra i differenti e “successivi” modi fi produzione, non seppero cogliere come opportunità, ma solo come elemento avverso e arretrato da combattere con ogni mezzo.

Infine, per approfondire la conoscenza della straordinaria figura di questo autentico militante delle rivoluzioni a venire si consiglia ancora ai lettori la lettura degli altri due suoi testi pubblicati da elèuthera: Campi, fabbriche, officine (2015/2023) e Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione (2020).


  1. A. Čechov, L’isola di Sachalin, Edizionio Adelphi, Milano 2017.  

  2. Si veda: D. Beer, La casa dei morti. La Siberia sotto gli zar, Mondadori editore, Milano 2017, p. 25.  

  3. Si veda anche: M. Natalizi, La rivolta degli orfani. La vicenda del ribelle Pugačëv, Donzelli Editore, Roma 2011.  

  4. P. A. Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario, elèuthera, Milano 2025, pp. 13-14.  

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Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi

Immagine in evidenza da Rawpixel

La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale. Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano l’importanza delle rotte marittime.

Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile, fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie.

La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già mappate.

La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i 10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso frammentari e soprattutto non integrati tra loro.

Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in primo luogo economici.

Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate, installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra stabilità e vulnerabilità.

L’elemento strategico e militare

C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei sistemi sonar.

In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti.

Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad arrivare alle rotte artiche.

Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici – sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo di dato utile alle industrie della difesa.

Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia. Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che delimita l’accesso della Cina al Pacifico).

In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella propria architettura strategica.

Confusione americana

Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda.

Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato, Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%) dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie non aggiornate.

Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare – con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale.

Nuove minacce e nuove soluzioni

Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare.

È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico, non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar, distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva, possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un oggetto non identificato stia operando.

In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di “mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa.

E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile – obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più leggibile per chi dispone di strumenti adeguati.

In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello che più conta è capire cosa si sta guardando.

L'articolo Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi proviene da Guerre di Rete.

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Per star benone bevi acqua e limone!

999228_429113160544900_168171718_nPREMESSA

Premesso che: gli agrumi fanno bene per quel che ne sappiamo potrebbero anche avere proprietà che ancora ignoriamo.

 TREND NATURALISTA DEL MOMENTO

Una delle mode salutiste del momento attualmente più in voga, (moda che ciclicamente si rinnova con pratiche sempre nuove e sempre uguali come come l’utilizzo sfrenato di Aloe Vera, le diete a base di frullati, le bacche di Goji, il Quigong, il Reiki, il ritorno di fiamma Omeopatico di fine anni ’90, le manie sul tipo di acqua minerale,  le bevande detossificanti, la dieta tisanoreica) é la pratica del “curarsi col limone“, venduta come “la doccia interna mattutina”.

La posologia é la seguente: al mattino, appena alzati, a stomaco vuoto, bersi un bel bicchiere di acqua tiepida con succo di limone (possibilmente fresco, Bio, al giusto grado di maturazione), almeno mezz’ora prima di fare colazione. Detto questo diverse fonti citano alcune varianti sui metodi d’assunzione: si va dal mezzo succo di limone in un bel bicchiere d’acqua, sempre, tutti i giorni al variare la quantità di limonenel bicchier d’acqua aumentandolo gradualmente fino a raggiungere la quantità-limite che può andare dai tre ai sette limoni, per poi calare nuovamente fino a ritornare ad un limone singolo. Oppure ci sono le varianti come acqua calda, limone e miele. Tutti i siti che promuovono la cura del limone fanno attenzione a raccomandare di non abusarne, consci del fatto che un’assunzione eccessiva di acido citrico potrebbe essere dannoso.

EFFETTI PROMESSI

detail4-640x360Gli effetti che tale metodo promette, sono: rafforzare il sistema immunitario, bilanciare il pH, facilitare la perdita di peso, aiutare la digestione, stimolare l’evacuazione, pulire la pelle, disintossicare l’organismo (AAAARGH! Le fantomatiche “Tossine invisibili”), neutralizzare attacchi di iperacidità, curare cistiti e tumori, Influenze, malattie infettive, anemia, nausea, reumatismo, inappetenza, bronchiti, arteriosclerosi, digestioni difficili, scorbutico, insufficienza epatica, diabete, gotta, ipertiroidismo, calcoli renali, vomito, diarrea e tantissimi altri piccoli e grandi disturbi, anche della pelle, oltre ad essere  depurativo, rimineralizzante, vermifugo, cicatrizzante, antipruriginoso, antivelenoso (consigliato contro le punture di insetti), fluidificante del sangue e stimolatore del sistema immunitario.

Basta sfogliare i primi risultati googolando “curarsi con il limone” (link 1, link 2, link 3, link 4 in tutti i casi si tratta di siti di benessere, pro-bio, d’informazione alternativa, portali generalisti, riviste femminili e nemmeno una testata medico-scientifica) per ottenere un elenco quasi infinito di disturbi che la terapia del limone curerebbe, di proprietà energizzanti e capacità stimolanti che il giallo agrume racchiuderebbe.

AH SI? 

shutterstock_178157099Chi scorre l’infinito elenco degli effetti promessi si trova dinnanzi alla necessità di assumere una posizione tra due estremi:

 A) Millenni di studi per risolvere decine di problemi fisiologici, corsi di laurea, rivoluzioni mediche, avanzamenti scientifici, progressi dei metodi di produzione per scoprire che…. che… bastava un limone? (Pasteur… Fleming….  ci spiace… siete stati degli idioti)

B) Chi ha o crede di avere un problema fisiologico comune é praticamente certo che questi sia già incluso tra quelli che la “cura del limone” promette di “aiutare a risolvere”. C’é trippa per ogni tipo di gatto! Insomma: questa storia del limone sa tanto di pifferaio magico.

 In realtà nella maggioranza dei casi avviene una cosa diversa: lavorando sul DUBBIO e sul SENSO DI BISOGNO DI MIGLIORAMENTO, la maggior parte delle persone finisce per l’adottare la linea C, ossia un accoglimento speranzoso: “Non lo so ma, se lo dicono tutti, qualcosa di bene lo farà!”, oppure “Non farà miracoli ma di certo aiuta” che é proprio il tipo di meccanismo che mira ad ottenere chi promuove le mode salutiste del momento.

 UNA CONSIDERAZIONE 

Assumere liquidi fa bene. Se non sono freddi é meglio. Se contengono principi nutritivi utili (Vitamina C) meglio ancora. In sostanza la “cura del limone” é una pratica tuttalpiù innocua (se non se ne abusa, ovviamente) che può esser praticata senza problemi da chiunque non soffra di gastrite. E’ pur vero che esistono attualmente studi promettentiriguardo l’utilizzo di Vitamina C nel trattamento dei tumori, tuttavia la presenza di determinate proprietà curative degli agrumi o del bere liquidi al mattino non é ciò su cui verte questo articolo: gli argomenti d’interesse sono altri ed esposti qui di seguito.

 HEY! QUI PARTE LA NOSTRA STORIA…

Come la maggior parte dei diversi trend naturalisti degli ultimi vent’anni, anche questo non nasce dal nulla ed ha una storia ed origine ben precisa. In questo caso si tratta di un libro:
Ossia un comune e banale libricino di “salute e benessere” dall’apparenza del tutto innocua. Ma al buon intenditore scattano subito ben 3 ( TRE ) campanelli d’allarme. Cominciamo dal secondo punto : il libro é pubblicato dalle “Edizioni Macro“, ossia uno dei gruppi editoriali italiani leader nel settore paranormale (alcuni titoli: Il segreto delle ere, Enoch-il primo libro del mondo, figli di matrix, dominare il mondo, regno di felicità, il progetto segreto della tua anima, il segreto della guarigione quantica // un giro su Macrolibrarsi.it sfogliando il solo elenco delle categorie trattate dalla Casa Editrice dà una buona idea dell’inclinazione della stessache pubblica insomma qualsiasi sciocchezza spirituale / complottista / misticheggiante da quattro soldi.

Da qualche anno Macro si é specializzata sempre più nella pubblicazione di libri del filone “salute e benessere” (partecipò anche all’ondata promozionale dell’ “Aloe Vera” dei primi anni 2000), e qui si tocca il primo punto d’allarme, ossia quella spiritualità salutista che é diventata da diversi anni l’ambiente che maggiormente ha accolto ed integrato in sé tutta la fuffa spiritualeggiante che fino a qualche fa era maggiormente legata a movimenti new-age, movimenti spirituali orientaleggianti e medicina alternativa apertamente dichiarata (negli anni ’60 ci si faceva di Lsd tenendo sottobraccio il libro tibetano dei morti, nei ’70 ci s’infervorava per qualche strano movimento religioso, negli anni ’80 ci si gettava nel mito della perfezione fisica attraverso il fitness sfrenato o nei residui del decennio precedente, nei ’90 s’abbracciava il revival New Age e dagli anni 2000 ci si getta a testa bassa nella spiritualità salutista). A prova di ciò basta sfogliare con attenzione alcune riviste salutiste di buona diffusione per rendersi conto di quanto sia inzuppato di fuffa spiritualeggiante l’ambiente del salutismo.

A titolo d’esempio si riporta una copertina in cui son stati evidenziati con un cerchio i titoli puramente magico / paranormale / antiscientifici e con un quadrato titoli neutri che però assumono tutt’altro tono proprio in presenza dei titoli cerchiati.

lamPartendo quindi da: un’argomento ad alto rischio fuffa (la spiritualità salutista) ed una casa editrice ad alto tasso di buffonaggine, il passo successivo, prima di giungere al terzo punto, é cercare di salvare il salvabile cercando di capire chi sia  Simona Oberhammer, l’autrice di “Curarsi con il limone“, e verificare se ha competenze mediche valide.

 HEY, MA IL LIMONE SI USAVA PRIMA CHE ARRIVASSE LA OBERHAMMER

Vero, ci sono diversi esempi di utilizzo del limone come ingrediente terapeutico sia in antichità che in tempi recenti. Tuttavia non é difficile osservare come gli utilizzi terapeutici risalenti a tempi antichi scientificamente convalidati vengono utilizzati anche oggigiorno (fonte di vitamina C / blando antibatterico / rimedio antidiarroico ) mentre le “proprietà” prive di evidenza scientifica, siano esse provenienti da usi tradizionali o da naturopati privi di preparazione scientifica, rimangono nell’aura della fuffa salutistico-spirituale proprio perché non v’é alcun indizio che esistano.
Come vedremo più avanti, difatti, il libro della Oberhammer che ha dato slancio all’uso terapeutico del limone, s’inserisce perfettamente in una certa tradizione di spiritualità salutista. In altri Paesi ed in altri anni le pratiche terapeutiche legate al limone sono state propagandate da diversi personaggi con diverse finalità, ma nell’Italia del 2015 é il testo della Oberhammer quello che ha dato maggior slancio alla pratica.

 SIMONA OBERHAMMER

Basta scorrere la bio che pubblica sul suo stesso sito e quella sulla pagina delle edizioni Macro per scoprire che é una naturopata (ossia non ha una preparazione medica riconosciuta ), una ricercatrice indipendente (ossia é una che legge libri, fa cose e vede gente senza che vi sia una verifica scientifica sulla sua attività), nell’ambito delle discipline olistiche ( e qui si entra di brutto nel campo delle “energie vitali”, “fluidi invisibili”, “rapporto mente-corpo-anima”, “flussi di potere”), specializzata in nutrizione e bioterapie (medicine alternative basate su scambio di flussi energetici dai prodotti della natura all’uomo e priva di riscontro scientifico), che ha seguito un percorso (lei non lo scrive esplicitamente ma si tratta ovviamente di un “percorso spirituale”) con una Maestra (anche qui “spirituale”), chiamata Milla Raisse (la “Sorellanza Spirituale”: stavolta é la Oberhammer stessa a specificare “spirituale”), una donna che proveniva da un’antica tradizione di donne (richiamo alla solita fantomatica “antica tradizione” che nessuno conosceva fino a ieri, tipicamente usato per avvalorare una trasmissione maestro-allievo risalente ad un “tempo mitico” che nessuno sa quando fu).

Detto ciò la Oberhammer elenca alcuni “metodi terapeutici” che avrebbe elaborato, creato, ma soprattutto…. registrato con copyright! Tra questi: “la Via femminile  ® “, “Naturopetia Oberhammer  ®”, “Olosophia  ®”, sistema di intervento olistico, “Disintox  ®”, “Olofem  ®”, programma donna e “Biotipi Olosophici  ®”.
Detto ciò la Oberhammer vive organizzando corsi a pagamento e pubblicando libri (pubblicati solo da Macro edizioni da quel che ci risulta), che si alternano tra due estremi: consigli della nonna (“Vitamina A – I Suoi Grandi benefici”, “La carota”) e blanda spiritualità esoterica (“Discriminazione Spirituale femminile”, “Mi sento bloccata: libera la Pelvi”, “Il linguaggio segreto delle Mani”, “I Simboli del Femminile e del Maschile”) ed un mix degli stessi.
Che Simona Oberhamer NON sia un medico ma una persona che naviga esclusivamente negli ambienti delle SPIRITUALITA’ ALTERNATIVE pare abbastanza chiaro. Non é certo la prima persona a parlare/promuovere la “cura del limone” ma attualmente  in Italia é quella più conosciuta e meglio identificabile: tutti gli altri promotori della “cura” sono perlopiù redattori poco noti (e soprattutto dalle competenze poco note) di siti di spiritualità salutista.

 SPIRITUALITA’ E SUCCHI DI FRUTTA?

SONY DSCL’abbinamento non é per nulla nuovo: seguendo il principio esoterico secondo cui “chi sta in alto deve sparger gocce di luce a chi sta in basso“, non é affatto nuovo per gruppi / movimenti / guru / maestri / giusti farsi conoscere attraverso blande e innocue pratiche caratterizzate però dal possedere in nuce una “goccia” dei princìpi su cui il movimento / maestro si basa.

Se si ragiona un minimo sui collegamenti etico-moral-emotivi tra piccoli disturbi fisiologici, cibo che assumiamo, uccisione di animali, equilibrio interiore e ricerca di calma esistenziale si noterà che non é poi così difficile capire come si possa passare dalla spremuta di ravanelli alla meditazione a digiuno per poi giungere alle energie della mente sul corpo, passando magari attraverso il lodevole suono delle campane tibetane, dalle energie vitali degli abiti colorati, dalle tecniche verbali: tutte pratiche lecite e innocue che però sono spesso usate come via d’accesso a “pensieri altri” che affondano nel puro e semplice paranormale.
Il meccanismo é sempre lo stesso: il gruppo/maestro si promuove attraverso qualcosa di innocuo, semplice ed accattivante (i classici consigli della nonna in fatto di alimentazione, comportamento, regole di vita, oppure attraverso corsi di formazione o test psicologici). Se questo qualcosa apre una breccia in una persona (perché magari ha risolto i problemi di sonno grazie al “metodo X” che consiste nel pianificare meglio le proprie ore di sonno, cambiare materasso e bere una tisana di Eucalipto prima d’andare a dormire) questa magari seguirà più a fondo ciò che il gruppo/maestro diffonde e scoprirà man mano gli aspetti esoterici del meccanismo iniziale (tipo: “L’Eucalipto é la pianta perfetta perché in sintonia con l’universo”).
Detto ciò diviene chiaro come promuovere una banale pratica pulente come l’acqua e limone é facilmente sfruttabile come gradino iniziale di una purificazione del corpo cui debba succedere una purificazione dello spirito. Ciò, va ribadito, non significa certo che “se bevi succo di limone al mattino poi entri in una setta” ma che si tratta di una pratica banale che viene diffusa da persone che applicano a tale pratica princìpi teorici pseudoscientifici cui é bene stare attenti.

 PREMESSA (REFRESH)

Premesso che: gli agrumi fanno bene per quel che ne sappiamo potrebbero anche avere proprietà che ancora ignoriamo.

 I TRE “PUNTI FORTI”

Pur promettendo che la cura del limone possa risolvere decine e decine di problemi/disturbi, pur sostenendo a volte che sia una terapia, a volte che sia un coadiuvante, a volte che serva a prevenire qualcosa ed a volte che “boh, fa bene”, i cavalli di battaglia del giallo agrume assunto al mattino sarebbero tre: (1) disintossicante, (2) drenante dell’intestino e (3) alcalinizzante dell’organismo.

 (1) CHE VUOL DIRE “DISINTOSSICANTE”?

handsome doctor provides medicineQui il discorso é lungo ma, stringendo: “disintossicare”, “espellere le tossine” sono termini medici ABUSATI dal marketing salutista ampliando a dismisura un meccanismo corporeo relativamente poco importante e rivendendolo con un’immagine molto più drammatica di quanto risulti dalle conoscenze mediche. Con lo stesso meccanismo l’acne potrebbe esser descritto come grave quanto un tumore.

Le tossine sono sostanze prodotte da un organismo animale, vegetale o microbico che sono dannose per certe specie.
Alcune sostanze assolutamente innocue per l’uomo come determinate molecole apprezzate ed utilizzate per diverse ragioni (per esempio le molecole che caratterizzano determinati sapori del vino) potrebbero esser tossiche per altre specie.
Le tossine più note sono quelle del Colera, della Difterite, della Pertosse, del Botulino, del Tetano, sello Streptococco, dello Stafilococco, le Microtossine dei funghi, quelle dei veleni animali e vegetali, dell’ E.Coli, della Peste, della Scarlattina, di Shiga.
Il marketing salutista alimenta mescola tossine, ossidi (il fatto che ci siano sostanze “ossidanti” e “anti-ossidanti” ma non si parli mai di “ossidi” é illuminante: il termine é opportunamente legato al termine “ossa” e “ruggine” e quindi se utilizzato da solo, “ossido”, può risultare commercialmente poco efficace. Al contrario “tossine” si vende praticamente da solo) e nanopolveri (sulle quali non v’é ancora certezza scientifica, nonostante diversi indizi facciano supporre una loro responsabilità in diversi disagi fisiologici) parlando genericamente di “sostanze chimiche” caratterizzate dall’essere invisibili, omnipresenti, con una particolare attenzione al cibo, che vengono assimilate dall’organismo attraverso diverse vie (respirazione, ingestione, traspirazione, fino a giungere addirittura allo stress) a cui causerebbero disturbi di diversa natura e che vanno espulsi attraverso pratiche di purificazione che solitamente coinvolgono regimi alimentari particolari e successivamente pratiche di meditazione e Yoga.
[Fallacia logica: se le tossine fossero ovunque dovrebbero esser presenti in egual misura anche nella frutta e verdura -Bio- consigliata per la purificazione del corpo. Le risposte possibili all’osservazione rimandano irrimediabilmente al concetto “la frutta bio é naturale > tutto ciò che é naturale é buono”. A quel punto si può invitare il naturopata in questione a bersi una bella Tisana all’Oleandro]
Per contro la maggior parte delle terapie “disintossicanti” comportano tutta una serie di rischi e controindicazioni tra cui (ma guarda un po’) la distruzione della flora batterica intestinale.

 TERRA AUSTRALIS, OSSIA: NON GETTAR IL BIMBO CON L’ACQUA SPORCA

Schermata 2015-05-19 alle 13.14.45Nelle mappe geografiche realizzate tra il XV° ed il XVIII° secolo compariva, nella parte meridionale del Pacifico, la cosiddetta “Terra Australis Incognita“, un colossale continente ipotetico che all’epoca si supponeva dovesse esistere per bilanciare il peso sul Pianeta della massa continentale Eurasiatica.

Nel XVI° e XVII° secolo nell’area in cui si riteneva esistesse questo megacontinente vennero effettivamente scoperte l’Australia, l’Antartide, la Nuova Zelanda e migliaia di altre isole.
Il fatto che siano state veramente trovate enormi masse di terra laddove la teoria delle “terre che si bilanciano tra loro” supponeva ve ne fossero non toglie che tale teoria sia un’enorme sciocchezza.
Allo stesso tempo rifiutare la teoria dei continenti che si controbilanciano non significa certo negare che l’Australia e l’Antartide esistano!
Ecco, le “tossine” che vengono descritte dal marketing salutista non sono altro che una moderna “Terra Australis”: un pentolone di credenze e verità scientifiche mescolati a casaccio in cui se c’é del buono é gettato alla rinfusa tra un sacco di fuffa.
Ciò che vien venduto é un concetto basato sul nulla, ossia la presenza di fantomatiche “tossine invisibili” che ci rendono “sporchi dentro” e quindi vanno “buttate fuori”.
I rimedi per fare ciò sono talmente tanti e variegati (Acque minerali, frutta sbucciata, bacche di Goji, ananas a nastro, correre, sudare, esporsi al sole, ridere, respirare profondamente, meditare, dieta ricca di fibre oppure priva di carne oppure senza manco una fibra o senza solidi, oppure digiunando o assumendo Vitamina A o B o C o D, attraverso medicinali appositi o spremuta di mirtillo, o respirando particolari vapori o usando certe creme) che vien da chiedersi perché a nessuno sorge il dubbio che il corpo di una persona normale che cammina, mangia sano, respira normalmente e prende il sole non espella già da solo queste fantomatiche tossine invisibili senza il bisogno di cure o diete particolari (NB:  per quanto riguarda la detossificazione vera da tossine visibili e velenose é tutta un’altra storia e te lo fanno solo in ospedale )

 (2) DRENA L’INTESTINO?

Se l’utente finale non é particolarmente colpito dal concetto di “disintossicare l’organismo” potrà forse trovare stuzzicante l’idea che la “cura del limone” aiuti a drenare l’intestino (se il “rimedio-panacea” serve a cose diverse é bene anche che lo faccia attraverso metodi diversi). Peccato che anche questo non sia vero ed anzi, é acclarato che possa invece distruggere la flora batterica intestinale. Un individuo sano non ha bisogno di aiuti esterni per mantenere equilibrati i livelli di flora batterica, intestinale ed elettroliti.

 E IL LIMONE?

Schermata 2015-05-19 alle 13.11.22Il Limone é un frutto che da qualche anno s’incontra spesso tra le cure alternative. Il Limone presenta diverse caratteristiche interessanti sia da un punto di vista pratico che comunicativo/emotivo (ossia: magico) é un frutto ACIDO, profumato, d’uso comune, acquoso, versatile, dissetante, poco calorico, consumabile in piccole quantità, molto vicino all’idea di “acido pulente” (l’acido, assieme all’amaro, sono i due gusti che meglio rispondono nell’effetto placebo: non per niente nei test i placebo “acidi/amari” vengon percepiti come più efficaci). . Proprio a causa di tutte queste sue caratteristiche lo si ritrova spesso abbinato al bicarbonato (altra sostanza “pulente” accettata come “rimedio casalingo” e presente già in testi alchilici – vedi QUI e QUI) e per le cure più disparate, dalla cura di irritazioni cutanee al cancro o come sostituto della chemioterapia (vedi QUI e QUI). Evidentemente l’idea che il Limone abbia proprietà straordinarie deve aver fatto presa, visto che lo si trova citato tanto spesso come “cura alternativa” per qualsiasi cosa, ma mai negli scritti redatti da medici. Tra i precedenti illustri vi sono la Cura Simoncini (ex medico radiato e condannato su denuncia dei suoi pazienti) che curerebbe il cancro col bicarbonato, la cura a base di clisteri di bicarbonato sempre per curare il cancro, la dieta al limone e soprattutto la dieta alcalina, una fantomatica teoria alimentare inventata dalla’ ex medico Robert O. Young, arrestato per abuso della professione medica e truffa e la “Nuova medicina Germanica” del Dottor Hamer (medico radiato dall’albo che pretendeva di curare il cancro con musica, limone e bicarbonato). Diversi siti/riviste che trattano spiritualità salutista propongono da alcuni anniquesta cura del limone, senza però ottenere il successo della Oberhammer (anche questa non é una novità: già in altre occasioni, come ad esempio il boom promozionale dell’Aloe Vera dei primi anni ‘2000, diversi personaggi promuovono una determinata terapia e quando questa ha raggiunto una certa diffusione avviene il botto coinvolgendo magari l’ultimo arrivato tra quelli che ne han voluto cavalcare l’onda, o quello che meglio ha saputo venderla)

Siamo qui al terzo punto d’allarme citato prima: l’utilizzo di frutti di Limone come cura/panacea deve quindi far scattare campanelli d’allarme. Il Limone, insomma, é la Teriaca di questi anni.

 UN SACRIFICIO ACIDO E VITALE

cilice1L’assunzione mattutina e a digiuno di acqua e limone difatti si presta perfettamente a fungere da strumento per un piccolo sacrificio quotidiano, ossia un rituale che comporti un piccolo sforzo che proprio in quanto tale percepito/vissuto di per sé un’atto di purificazione.

Il sacrificio richiede il superamento di una prova ed uno sforzo di volontà. In questo l’acidità del limone risponde perfettamente a tale esigenza: che effetto farebbe sapere che vi é (per esempio) evidenza scientifica dell’utilità medica di assumere ogni mattino a digiuno un cucchiaio di Nutella? Le caratteristiche della Nutella (dolce, cremosa, piacevole al gusto, grassa-oleosa) si scontra con l’idea della purificazione-sacrificio ed anche se vi fosse evidenza scientifica dell’utilità del suo consumo giornaliero pochi ne accoglierebbero la validità. Questo é il motivo per cui, come anticipato sopra, certi medicinali non vengono resi più gradevoli al gusto nonostante sia tecnicamente possibile: rendendoli troppo piacevoli verrebbe meno l’aspetto sacrificale e sarebbero percepiti come meno efficaci.
Ma se bastasse il solo aspetto sacrificale si potrebbe sostituire il limone con l’aceto di vino: il limone invece possiede diverse caratteristiche che lo rendono al tempo stesso un prodotto sacrificale ma al tempo stesso vitale.
Il suo essere un frutto (natura) giallo (color del sole), fonte di Vitamina C (energetico) dagli innumerevoli utilizzi e proprietà supposte (panacea) lo rende adatto ad essere anche una fonte potenziale di benessere. Non sarà come indossare un Cilicio ma sfrutta principi simili.
L’arancia, ad esempio, essendo più dolce, meno acida e di colore tendente al rosso, risponde meno a queste caratteristiche.

 FA CIO’ CHE PROMETTE?

Cat-Sees-Lion1Molto spesso chi incontra queste “terapie” ne viene a conoscere da fonti secondarie o terziarie che ne promuovono la parte che “sentono più loro”. Per esempio: amica credulona e non tanto sveglia legge di una cura miracolosa per millemila malanni tra cui il mal di pancia, la prova riponendovi grandi speranze, si convince di star meglio (effetto placebo sommato al fatto che probabilmente durante la “cura” ha curato un po meglio la propria alimentazione) e ne parla a tutte le sue amiche solamente come di un “rimedio per il mal di pancia” (poco importa che in origine venisse proposto anche come rimedio contro l’acne, l’impotenza, i dolori mestruali e la perdita dei capelli), aggiungendovi la propria aneddotica (“con me ha funzionato”). A questo punto si sviluppa il modello Catena di Sant’Antonio.

Inoltre la promozione di tali terapie-triaca-panacee vi é un’uso costante di termini indefiniti che rimandano genericamente a un qualche aiuto “rivitalizzante, tonificante, rinvigorente, disintossicante” (“aiuta a farti ritrovare vitalità”) sul cui utilizzo non v’é alcun reale controllo (una semplice bottiglietta d’acqua può tranquillamente esser venduta/promossa con slogan del tipo “aiuta a tonificare…” senza il bisogno di alcun avallo medico/scientifico. I termini che posso esser sottoposti a controllo, ad esempio “bevanda energetica” non vengono mai usati.
Vi é poi l’attenta strategia di marketing che sfrutta molto non-detto riempito dalla mente dell’utilizzatore finale (un esempio lampante anche se non c’entra niente: un farmaco chiamato “Eva-Q” riesce a comunicare perfettamente cosa fa senza mai dirlo apertamente. Allo stesso modo può funzionare un eventuale “Bio D-Tox”, che senza usare il termine “detossificante” ne trasmette comunque il senso). In sostanza se una certa terapia vien promossa su una rivista di alimentazione e salute, non verrà scritto nero su bianco che “cura dal cancro” (cosa che invece avverrà sui siti di medicina alternativa dura e pura) ma un blando riferimento a “mali giudicati incurabili”: con target diversi vengono usate strategie diverse ma l’importante é vendere il prodotto o meglio, cavalcare l’onda fintanto che é remunerativa o la moda non sarà passata ad altre “terapie”
L’arco della gradualità delle promesse é talmente ampio (dal “comunque non fa male” all’ “é l’unica cura che funziona”) da coprire anche in questo caso ogni tipologia di utente ed ha il vantaggio tattico di permettere al gruppo/maestro/medico che promuove tale terapia di alternare “sicurezza adamantina” ad estrema vacuità, promettere e non promettere, dire ed accennare.

 (NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 1: IL LATTE DI SATANA)

milk_blue_bgIn un occidente sempre più interconnesso la parcellizzazione in tribù etiche é il prezzo da pagare. Senza uscire dall’ambito della spiritualità salutista basterà citare alcuni gruppi  vegetariani, pescetariani, fruttariani, vegani, crudisti, macrobiotici (legati spesso a movimenti animalisti / antivivisezionisti*) per poi perdersi in decine di sottogruppi (i fruttariani che non mangiano i cereali, quelli che mangiano solo la frutta cauta naturalmente dall’albero ecc) o in specializzazioni che per diverse ragioni non formano comunità e che quindi non hanno nemmeno un nome riconosciuto, per esempio coloro che si specializzano in un determinato cibo etnico non proprio (cucina giapponese, cinese, araba), oppure coloro che adottano ciclicamente diverse filosofie alimentari (NB: qui si parla di filosofie alimentari e non di regimi alimentari con supporto medico – un conto é seguire per un dato periodo una dieta particolare sotto stretta osservazione medica con lo scopo di ottenere un certo risultato; altro conto é adottare una filosofia di pensiero con risvolti alimentari privi di riscontro scientifico).
Alcune di queste comunità sono particolarmente battagliere nel tentare di convincere il mondo che la loro visione del mondo é quella giusta; negli ultimi tempi, in particolare, si fanno distinguere gli animalisti ed i vegani (che, come sopra accennato, sono movimenti molto interconnessi tra loro, tanto che é  scontato che un vegano sia per forza di cose anche un animalista, mentre non é detto che un animalista sia pure vegano).
Una fetta di successo di questa disinformazione riguarda il latte. I vegani accusano il consumo di latte per motivi etici (uccisione e sfruttamento degli animali) e spirituali (i vegetali sono puri mentre la carne e i suoi prodotti sono impuri).
Per giustificare la propria posizione e per convincere il mondo della validità delle proprie idee la maggior parte dei vegani utilizza a sproposito diverse affermazioni (link 1, link 2, link 3, link 4) aventi tutte lo scopo di trasmettere il messaggio:
Il latte va bene per i neonati ma é un pessimo alimento per gli adulti
I siti più “duri e puri” dicono che il latte faccia proprio male, mentre le riviste di benessere di maggior diffusione si limitano a dire che é un’alimento inutile.
Alcune dei informazioni negativie circolanti sul latte consumato dagli adulti sono: il latte é “carne liquida”, causa osteoporosi, provoca carenze di ferro, problemi di digestione, danni alla flora batterica, ha troppe proteine, troppi grassi saturi, provoca putrefazione intestinale, provoca eccessi di calcio, ha proteine animali acide, nessun’altra animale consuma latte di un’altra specie, che “il latte fa bene” é un’invenzione dell’industria del latte, richiede enormi sforzi gastrici per esser digerito, é ricco dei pesticidi che le mucche assorbono dall’erba che mangiano ecc.
In realtà gli studi medici sono di tutt’altro parere e, tra chi lo loda incondizionatamente e chi lo descrive semplicemente come un buon alimento, nessuno arriva ad affermare che sia dannoso:

In sostanza il latte é un alimento valido che può esser consumato con la massima tranquillità a patto di evitare gli eccessi (una dieta troppo ricca di latticini é poco equilibrata e può provocare scompensi) ed rinunciandovi solo in determinati casi (intolleranze o particolari carenze diagnosticate da medici competenti).

L’accanimento vegano contro il latte ha sortito il suo effetto di SEMINARE DUBBI SUL LATTE, diffondendoli e radicalizzandoli in maniera tanto capillare che ai primi segni di mal di pancia una persona su due accusa il latte.

*Interessante notare come il marchio di “Antivivisezionista” venga utilizzato anche se la vivisezione non viene praticata: ciò avviene perché il termine é emozionale e commercialmente valido (si vende da solo)

(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 2: NESSUNO E’ AL SICURO)img_1743Interessare  la fallacia logica più diffusa a proposito del latte ossia “probabilmente non fa male ma siccome é un’alimento inutile lo tolgo/riduco dalla mia dieta“, in quanto l’etichetta di “cibo inutile” potrebbe benissimo esser applicata a qualunque alimento, come ad esempio… la lattuga!.

La lattuga ha poche proteine, scarso apporto calorico, contiene sostanze sedative, é impregnata di prodotti chimici (non é come una mela che si può sbucciare), é portatrice dei batteri Listeria monocytogenes, Aenomonas, Campylobacter,diverse specie di batteri Yersinia, Calciviridae, il virus di Norwalk,  la temutissima Shigella e la Salmonella, può causare epatite A, ed é soggetta a diverse malattie.

Eppure nessuno attacca la lattuga.

Si potrebbero spendere alcune pagine per evidenziare i motivi per cui l’attacco vegano al latte abbia fatto così ben presa sulla gente (simbolismo del latte, malainformazione, la sua natura di “grasso liquido”, paure materne ecc) e dei motivi per cui nessuno osa muovere accuse contro la lattuga (etica vegana ecc), ma l’aspetto forse più interessante é la diffusa connessione:

disturbo fisiologico > paura/dubbio del momento > trend salutista del momento > disturbo fisiologico (all’infinito)

Il continuo martellamento di messaggi che seminano dubbi su questo o quel prodotto modifica anche la percezione dei piccoli disturbi fisiologici:

  • Improvvisamente TUTTI hanno una leggera intolleranza al lattosio non diagnosticata.
  • Fino a ieri TUTTI avevano leggeri problemi di cute non diagnosticati.
  • Fino all’altro ieri TUTTI avevano qualche problema non diagnosticato inerente le uova.

Anche qui dubbi e insicurezze indotte si mescolano a problemi reali: qualche anno fa la scoperta che alcuni coloranti fossero dannosi per l’uomo causò una piccola caccia alle streghe verso tutti i coloranti (anche quelli naturali). Stessa cosa avvenne per i conservanti, per non parlare dei codici numerici degli additivi alimentari (con gente che si spaventava dinnanzi ad E322 ed E260, che, detto tra noi, sono: lecitina di soia ed acido acetico).  Attualmente v’é una certa attenzione nei riguardi dell’olio di palma, ritenuto un alimento poco salutare di cui l’industria alimentare abusa, ed anche in questo caso c’é qualcosa che non torna nella vulgata corrente.

In effetti é difficile non accorgersi di come le accuse nei confronti dell’Olio di Palma siano un vero e proprio atto di demonizzazione. A raccoglier alcune affermazioni sparse risulterebbe che l’Olio di Palma: fa male all’ambiente, la sua assunzione ha conseguenze negative, é un pericoloso ipercolesteromizzante che favorisce la comparsa dell’arteriosclerosi, viene raffinato con processi chimici poco chiari, viene usato solo perché economicamente vantaggioso per le aziende, la sua coltivazione intensiva provoca disboscamenti, fa venire il diabete, é cancerogeno ecc. L’Olio di Palma, insomma, sarebbe il male assoluto che le multinazionali impongono silenziosamente a noi povera #ggente (e se qui non scattano le campanelle d’allarme “storytelling in atto”, “demonizzazione”, “noi contro loro”, c’é qualche problema). In realtà l’Olio di Palma ha le stesse  caratteristiche “negative” degli altri grassi saturi, come ad esempio il burro, ma rispetto ai grassi idrogenati, come le margarine,  ha invece numerosi elementi positivi ed in effetti viene impiegato proprio perché le alternative all’Olio di Palma sarebbero molto peggiori sia dal punto di vista salutare, economico e, secondo alcuni anche ambientale (ma quest’ultimo punto appare molto dibattuto). L’informazione negativa sull’Olio di Palma ha coinvolto oramai i Big della comunicazione come Panorama, l’Huffington Post e Report (tutti smentiti, vedi QUI e QUI).

Il Boom mediatico italiano inerente all’Olio di Palma é un fenomeno tutto sommato recente, come evidenziato da questo grafico di Google Trends:

palma palmSembrerebbe che il boom italiano sia avvenuto a fine novembre 2014 per via di una petizione lanciata da Il Fatto Alimentare su Change.org in cui viene richiesto di bandire l’Olio di Palma.  La posizione de Il Fatto Alimentare si limita a criticare la coltura intensiva della Palma da Olio e non parla di problemi alla salute. In precedenza altre associazioni, tra cui pure il WWF hanno mosso accuse e promosso bandi d’accusa alla coltivazione intensiva dell’Olio di Palma. Le accuse di far male alla salute, invece, erano sempre rimaste confinate tra le associazioni minori e non riconosciute.

La questione dei terreni usati per la monocoltura della Palma da Olio non é certo nuova e già altrove in anni passati é stata usata per spingere governi ad agire contro l’Olio di Palma in una battaglia apparentemente spinta da un mix di pressioni dei movimenti ambientalisti e l’interesse protezionistico dei produttori locali di olio e latticini.

La petizione de Il Fatto Alimentare é partita solo poche settimane prima del 13 dicembre 2014, giorno in cui é diventata obbligatoria l’applicazione del nuovo regolamento di etichettatura UE che, sinteticamente, fornisce maggiori informazioni sugli ingredienti del prodotto e meno sul produttore (é il risultato degli accordi avvenuti col TTIP contro cui molto si é battagliato, soprattutto a causa delle minori informazioni sulla provenienza dei cibi ed un venir meno del valore aggiunto alimentare del “made in Italy”).

Diverse testate rendono nota la petizione del Fatto Alimentare già a fine novembre, il che scatena un’improvvisa esplosione di demonizzazione dell’Olio di Palma, tanto che a marzo 2015 la Fondazione Umberto Veronesi sente la necessità di mettere le cose in chiaro, ossia che “[…] Piuttosto che puntare un dito con un ingrediente, converrebbe ragionare sulla qualità complessiva della dieta […]. Purtroppo l’appello a ridimensionare le accuse non viene accolto: il 28 aprile l’Huffington Post pubblica l’articolo allarmista che ottiene grandissimo risalto e pochi giorni dopo Report trasmette il suo servizio altrettanto allarmistico (NB: non é la prima volta che Report scivola su questioni ambientali e alimentari).

In sostanza consumare Olio di Palma non é meno salutare che consumare quantità equivalenti di altri olio, burro o margarina, e se la propria dieta é composta unicamente da cibi preconfezionati e creme spalmabili due domande bisognerebbe farsele (esattamente come nel caso del latte)

Anche la vicenda dell’Olio di Palma evidenzia come la malainformazione riesca a toccare qualunque cosa e cheben scavare risulta evidente che questa non avvenga mai in modo del tutto casuale: in qualche maniera risponde sempre ad esigenze (manifeste o meno, consci od inconsce) di determinati gruppi sociali o economici, il cui risultato é sia generare dubbi e insicurezze che offrire facili soluzioni e speranze sfruttando il già citato circuito chiuso:

disturbo fisiologico > paura/dubbio del momento > trend salutista del momento > disturbo fisiologico (all’infinito)

 

(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 3: LA VERITA’ VERRA’ RIVELATA DOPO LA PUBBLICITA’)

ieneImportantissimo in questo senso é il ruolo dei Big della comunicazione: finché una teoria strampalata resta confinata all’interno di un circolo ben definito non c’é da preoccuparsi (per ogni idea/teoria/filosofia/credo strampalato ci sarà sempre sempre qualcuno che ci crede). Quando però queste teorie “fanno il salto” e vengono accolte e diffuse attraverso canali mainstream (canali televisivi nazionali, riviste d’ampia tiratura ecc) la cosa si fa preoccupante in quanto ciò porta inevitabilmente ad una diffusione esponenziale della fuffa a discapito della scientificità e dell’oggettività.

Il problema di fondo é una questione etica, ossia la mancata applicazione della regola: più grande é il tuo seguito (lettori, telespettatori, followers su Twitter ecc), più responsabili dovrebbero essere le tue parole ed azioni.

Purtroppo é inutile illudersi che tale equazione venga davvero rispettata: raramente i meccanismi che portano alla notorietà coinvolgono tale senso di responsabilità. Tuttavia é possibile “riportare le cose al loro posto” effettuando una scrematura logica atta a ridimensionare l’autorità malriposta, ossia lo strumento principale della “diffusione mainstream” della fuffa.

Che cosa ne sa di nutrizione un impresario delle pompe funebri? Cosa ne sa di politica estera uno scrittore di romanzi d’amore? Cosa ne sa di medicina una cantante pop? Il fatto d’essere famosi non rende queste persone degli esperti di cose che non sanno. Su questioni mediche bisogna chiedere a medici e su questioni ingegneristiche bisogna chiedere ad ingegneri. Chi ha vinto un Nobel sulle nanoparticelle potrebbe avere difficoltà a comprendere il funzionamento di un motore che un quattordicenne appassionato di scooter saprebbe smontare e rimontare ad occhi chiusi: fama e competenza sono due cose distinte.

Spesso la mancanza di competenza é messa in secondo piano dall’immagine che la persona trasmette di sé. Ad una persona di successo, magari anche attraente, che ha saputo emozionare/divertire attraverso la sua arte e che sa parlare bene, vien naturale attribuire un’autorità che in realtà non si merita. Non importa quanto uno sia bello, figo, ricco, affascinante e se quel che dice suona bene:  le stronzate, anche se ben infiocchettate, restano stronzate.

Spesso la mancanza di competenze é ben mascherata: noto é il caso del Dr.Oz, medico chirurgo statunitense, scrittore e e conduttore di trasmissioni televisive in cui dispensa consigli medici su cui non ha competenze specifiche (alimentazione, ortopedia ecc), promuove l’omeopatia ed altre pratiche poco ortodosse (ad esempio promuove le guarigioni miracolose attraverso la preghiera ai defunti). Il fatto che sia un medico chirurgo basta perché il pubblico ritenga validi tutti i suoi consigli medici: sembrare competenti ed essere competenti sono due cose distinte.

Non solo le personalità dello showbiz ma anche i “contenitori” vengono spesso percepiti come dei testimonial cui viene attribuita autorità eccessiva: una notizia riportata dal sito/giornalista di fiducia non é automaticamente vera perché proveniente da questo sito/giornalista, ma é necessario che venga fornita in maniera corretta dando a chi legge/vede/ascolta tutti gli strumenti per analizzarla e verificarla. Se il giornalista X ha sempre dimostrato un alto tasso di affidabilità e correttezza non é detto che non prenderà mai una cantonata. Allo stesso tempo un’informazione diffusa da un’importante portale generalista non va dato per scontato che sia vera: va verificata.

Purtroppo sono molti gli esempi in negativo di informazione mainstream che diffonde notizie ed informazioni sbagliate/inesatte/false/inventate/malinterpretate. Giusto per fare alcuni esempi eclatanti il caso dei Bambini di Satana, descritti come una setta di violenti stupratori nonostante sia risultato evidente che erano dei tizi magari un po strambi, ma innocenti; oppure il caso delle supposte violenze negli asili di Brescia ed a Rignano Flaminio, rivelatisi dei casi di panico morale (in Italia spesso tradotta in “psicosi collettiva”privi di fondamento; o l’eco dei grandi media riguardo al Metodo di Bella che generò un fermento popolare tanto rumoroso che nel 2003 riuscì a far legiferare il Parlamento affinché ripetesse la sperimentazione del “Metodo” nonostante già dal 1999 si sapeva che non funzionava (impossibile qui non notare i parallelismi con la crociata anti Olio di Palma nel governo francese e le pressioni sul parlamento italiano sul cosiddetto “Metodo Stamina”). In particolare il parallelismo perfetto tra il caso del Metodo Di Bella ed il caso del metodo Stamina evidenzia come il battage mediatico riesca a condizionare l’opinione pubblica agendo sull’emotività anziché sulla corretta informazione: la terapia-truffa “Metodo Stamina” era quasi sconosciuta al grande pubblico finché la trasmissione Le Iene non vi dedicò una serie di servizi in cui parlando del caso di una bimba di nome Sofia viene sostanzialmente fatta una mega-promozione del “Metodo” portato avanti da un medico descritto come il classico genio inascoltato che si scontra con l’assurda burocrazia statale. La trasmissione, dopo aver portato Stamina alla ribalta con il linguaggio unidirezionale che la caratterizza é stata bacchettata da più parti per aver diffuso un’informazione parziale, incorretta, omissiva, basata sull’emotività, unidirezionale e non scientifica. Solo dopo diverse settimane Le Ienerigireranno la frittata con una supercazzola ma senza ammettere realmente i propri sbagli.

Anche in altre occasioni Le Iene hanno accarezzato teorie pseudoscientifiche come il caso della dieta vegan che impedirebbe lo sviluppo di cancro, teoria risalente al “The China study”, testo sbufalato da decenni. L’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) spiega in maniera chiara come una dieta vegetariana ridurrebbe le possibilità di ammalarsi di cancro del 12% e per alcuni tipi di cancro addirittura del 45%; allo stesso tempo una dieta priva di carne ma che includa pesce aiuterebbe a ridurre la possibilità di contrarre il cancro del 18%. La ricerca comunque fa notare che altri elementi non presi in considerazione potrebbero aver influito in questi risultati: “chi sceglie la dieta vegetariana o decide di eliminare la carne a favore del pesce appartiene di solito a categorie sociali medio-alte, piuttosto colte e molto attente all’igiene e alla salute. È possibile, quindi, che i buoni risultati generali non siano da attribuire esclusivamente alla dieta vegetariana, bensì a stili di vita più salubri in generale, in particolare per quanto riguarda il fumo e l’esercizio fisico”

(A proposito di testimonial ed autorità malriposta: per tutta la vita Steve Jobs ha preferito curarsi  con metodi alternativi e seguendo curiose diete perlopiù di stampo vegano e fruttariano ma alla fine il cancro se l’é portato via a 56 anni).

Se la gente non affida il compito di “spiegargli come vanno le cose” a ricercatori e reporter, ma ad attori che si spacciano per giornalisti (si, si, sulla carta sono giornalisti, ma c’é bella differenza tra questo e questo) o a pupazzi che parlano in genovese, interessati più a fare infotainment a tesiche a spiegare come vanno le cose, non ci si deve stupire se poi va a finire che c’é gente che si fa la “doccia interna mattutina” con acqua e limone o con la propria urina .

(3) ALCALINIZZARE IL CORPO?

Banner-Sorteamus-Ene-13-4Veniamo al terzo e ultimo dei grandi cavalli di battaglia della terapia del limone, ossia l’alcalinizzazione dell’organismo (NB: “Alcalino” é sinonimo di “Basico” ed entrambi sono il contrario di “Acido”).

Se l’aspetto “disintossicante” della cura del limone non ha convinto e nemmeno la sua supposta capacità di “drenare l’intestino”, forse é l'”alcalinizzazione dell’organismo” che acchiapperà la mente del cliente finale.
Le supposte “proprietà alcalinizzanti” del limone non sono una novità giunta dal nulla ma un’eredità delle teorie sulla cosiddetta dieta alcalina.
Qui bisogna spendere due parole su questioni fisiologiche abbastanza tecniche. Brevemente: una delle caratteristiche dei liquidi é il loro livello di acidità. Ciò interessa anche l’uomo in quanto il suo organismo é per gran parte composto di liquidi ed i cibi che assume in quanto anch’essi composti perlopiù da liquidi (si, anche i biscotti secchi). Il livello di acidità si misura in pH con una scala che va da 0 (acido) a 14 (basico/alcalino).
Un valore pH7 é detto neutro in quanto acidità e basicità sono in perfetto equilibrio.
Nell’organismo umano il livello di pH varia a seconda della parte del corpo presa in esame: da un minimo di pH1-pH2 (acidi gastrici), pH4,2 (cute delicata), pH5,6 (cute), pH7,35-pH7,45 (sangue arterioso), pH8 (pancreas). Solitamente quando si parla di pH umano si indica quello del sangue arterioso (quando si parla d’alimentazione), oppure quello della pelle (quando si parla di cosmesi e prodotti igienici).
Anche gli alimenti della dieta umana hanno pH molto differenti (ad esempio i  limoni con pH2.4 o i funghi con pH5.8).
L’organismo umano neve mantenere dei livelli di pH ben precisi e svolge autonomamente tutta una serie di processi atti amantenere l’equilibrio acido-base  principalmente attraverso i reni e la respirazione. Questi processi (detti anche sistemi-tampone perché tamponano certi squilibri riequilibrando l’intero organismo) in un individuo sano funzionano senza autonomamente. Tuttalpiù negli anni posso funzionare con meno efficacia e quindi é necessario provvedere attivamente attraverso un’alimentazione bilanciata.
Detto questo: la maggior parte dei cibi presenti nella dieta umana hanno quasi esclusivamente un pH inferiore a 7 e sono dunque acidi Esistono rare eccezioni come ad esempio le uova, alcuni tipi di formaggi ed alcuni prodotti da forno, ma basta rendersi conto che questi cibi alcalini, una volta ingeriti, vengono a contatto con gli acidissimi succhi gastrici perché la loro alcalinità venga neutralizzata. In realtà spesso vengono definiti “cibi alcalini” quelli che in realtà sono solamente cibi poco acidi.
IN SOSTANZA: IL NOSTRO ORGANISMO PENSA GIA’ A REGOLARE DA SE’ QUESTI LIVELLI
Se il nostro corpo non provvedesse già da se a regolare il pH basterebbe mangiare un pomodoro per rendere acido il plasma sanguigno e morire! Se esistesse un vero alimento alcalino che restasse tale anche dopo il passaggio nello stomaco e fosse in grado di alcalinizzare il sangue, dunque, sarebbe un veleno!
Per quale motivo dunque nel campo della spiritualità salutista viene spesso diffusa l’idea secondo cui bisognerebbe alcalinizzare maggiormente l’organismo?
Anche qui ci si aggrappa ad una vecchia storia che viene solitamente diffusa in questi termini: “Uno scienziato premio nobel tedesco negli anni ’30 ha scoperto che per curare il cancro basta mangiare cibi alcalini, ma le multinazionali lo tengono segreto per vendere i loro farmaci“.
In realtà lo scienziato tedesco Otto Warburg (che vinse il Nobel nel 1931 per studi sugli enzimi respiratori) postulò una teoria sull’origine e prevenzione del Cancro basata su quello che viene definito “Effetto Warburg” ossia la caratteristica, scientificamente dimostrata, delle cellule tumorali di utilizzare la scissione degli zuccheri (glicolisi) e la derivante fermentazione lattica per produrre velocemente molta energia senza consumare molecole d’ossigeno, a differenza delle cellule sane.
La scoperta di Warburg viene diffusa in maniera alterata da alcuni personaggi che ruotano attorno alla spiritualità salutista, tra cui il falso medico Robert O. Young (ha ottenuto una “laurea” online da un’università non riconosciuta in seguito chiusa per truffa) e l’ex medico radiato da decenni Tullio Simoncini (quello che giura di poter curare il cancro col bicarbonato ed é sospettato di aver causato la morte di un ragazzo), aggiungendovi le loro particolari teorie che vivono sull’equazione “organismo alcalino = nemico dei tumori”. Equazione corretta, se non fosse che tale alcalinizzare un’organismo colpito da tumore ucciderebbe sia il tumore che l’organismo ospitante!
La dieta alcalina é pura fuffa pseudoscientifica diffusa da personaggi provenienti dallo spiritualismo salutista che si fanno scudo con ricerche serie di cui però stravolgono il senso..
Chi é invaghito di qualche teoria proveniente dallo spiritualismo salutista, ricorda tuttavia che esistono tuttavia diversi studi che dimostrano come la dieta alcalina aiuti l’organismo, così come vi é una correlazione dimostrata tra l’assunzione di Vitamina C e la decrescita di alcuni tumori, dimenticandosi però di notare che: (1) Non vi sono riscontri scientifici di alcun tipo di effetto preventivo/curativo dell’assunzione orale di Vitamina C e sviluppo tumorale (2) la quantità di Vitamina C che secondo alcuni studi sembrerebbe necessaria a provocare una decrescita del tumore é comunque talmente elevata da non poter essere assunta tramite apparato gastrico-digerente (l’organismo la espelle), ma solo per via endovenosa; (3) la quasi totalità degli studi favorevoli alla “dieta alcalina” analizzano solamente i livelli di pH degli alimenti presi in esame dimenticandosi di tutte le altre proprietà (ad esempio tralasciando il fatto che frutta e verdura siano ricche di potassio e magnesio e lasciando suggerire che eventuali miglioramenti delle prestazioni muscolari del soggetto siano da ricercarsi nell’alcalinità del cibo e non, come già scientificamente appurato, proprio dalla presenza di magnesio e potassio)

MA E’ UN LIMONE BIO…

dinocampus_egressionLa differenza tra i “cibi bio” ed i cibi “non bio” sta essenzialmente nel tipo di fertilizzanti ed antiparassitari utilizzati. Perché un cibo possa esser definito “Bio” questi dev’essere coltivato utilizzando solamente con fertilizzanti ed antiparassitari “naturali”, applicando una distinzione non sempre chiara con quelli che vengono definiti “innaturali” (basta ricordare che il “naturale” verderame non é meno tossico del Rotenone) ed é interessante notare come attraverso analisi scientifica non si riesca sempre a distinguere se certi prodotti siano stati coltivati in maniera “Bio” o no, come nel caso del riso, oppure come i limiti di pesticida residuo sui prodotti bio non sono inferiori a quelli previsti per i prodotti non-bio e come sia abbastanza facile vendere per biologico prodotti che non lo sono. Nei casi in cui vi sia un’incombente pericolo il coltivatore “Bio” può utilizzare fitofarmaci non-bio e quando le autorità nazionali impongono la “lotta obbligatoria” a determinati parassiti sono obbligati ad usare fitofarmaci solitamente non ammessi nei protocolli “Bio”. L’etichetta “Bio” insomma offre poche garanzie su come un certo prodotto sia stato coltivato e sul fatto che sia effettivamente più sano del suo omologo “non-bio”.

La presenza di nanoparticelle, qualora fosse scientificamente dimostrata la sua correlazione con la presenza di disturbi fisiologici, essendo presente in maniera equivalente sia nei prodotti “Bio” che in quelli “non-bio”, potrebbe rappresentare uno smacco notevole all’intero marketing dei prodotti biologici (ma bisognerà attendere che vi siano dimostrazioni scientifiche prima di darlo per certo).

 (far) VEDERE SOL CIO’ CHE SI VUOL VE(n)DERE

biotruffaIl marketing “Bio” inoltre gioca spesso sul concetto di essere cibo “disintossicante” o perlomeno “non tossico” senza quasi mai citare questi termini e spesso facendosi forte di dati scientifici oggettivi.
Un esempio: di recente é stata promossa su diversi siti di spiritualità salutista la notiziadi una ricerca che viene riportata in questi termini: una famiglia svedese per alcuni giorni ha mangiato solo cibo Bio ed al termine del periodo d’osservazione “le schifezze” presenti nel loro organismo erano spariti o calati in maniera drammatica.
In breve: la notizia é vera; l’esperimentosi é svolto realmente; é stato commissionato da una catena di negozi Bio; é stato eseguito da un ente misto pubblico-privato; l’esperimento é stato seguito e filmato da una troupe professionale che ne ha realizzato un video (in inglese); la relazione originale dell’esperimento é disponibile online (in inglese); i pesticidi analizzati sono effettivamente diminuiti nel periodo in cui la famiglia ha mangiato solo bio.
Insomma, sembrerebbe tutto ok. A ben vedere però le cose non son proprio come sembrano: innanzitutto appare chiaro che il fine ultimo di tutta l’operazione sia il video e non lo studio in sé (che, va ricordato, é stata commissionata da una catena di distribuzione di prodotti bio). A far arricciare qualche naso ci pensa il terzo capitolo dello studio: “Methodology“.
Lo studio ha coinvolto solo 5 persone (non basterebbero nemmeno per uno studio statistico a base regionale); che hanno assunto “cibo convenzionale” per una settimana dopodiché solo “cibo organico” per due settimane (non gli stessi prodotti “non bio” e poi “bio” quindi: diete diverse); nelle due settimane “bio”sono stati sostituiti i prodotti per la pulizia e l’igiene personale(non si sa bene con quali prodotti) ed non hanno potuto indossare indumenti nuovi o usare tovagliato e stoffe appena acquistate (Quindi lo studio non riguardava solo l’alimentazione); al padre, consumatore di tabacco da fiuto, é stato imposto di usare tabacco bio; In maniera un po contraddittoria, dopo aver detto che alla famiglia é stato imposto l’uso di detergenti bio, viene detto che “La famiglia usava già in precedenza prodotti bio per l’igiene personale” (?); Le sostanze ricercate erano quelle la cui presenza in campioni d’urina umana erano già state segnalate da due studi del 2009 e 2011 (vedi capitolo 3.2 “Analysis”)
Ma soprattutto… L’ANALISI HA PRESO IN CONSIDERAZIONE SOLAMENTE LA PRESENZA O MENO DI PESTICIDI CONVENZIONALI TRALASCIANDO QUELLI PRESENTI NEGLI ALIMENTI BIOLOGICI. Ergo: per quanto ne sappiamo, la povera famigliola svedese al termine dell’esperimento poteva essere ad un passo dall’intossicazione di zolfo, rame e piretrine (ossia pesticidi “naturali” usati nelle coltivazioni “Bio”).
L’analisi ha considerato solamente i residui in urina di queste 12 sostanze:
urineanalysisMentre non ha preso in considerazione nessuna delle sostanze usate in agricoltura biologica
Facile così: se dopo una settimana a cibo contaminato di PESTICIDA X si passa al cibo contaminato col PESTICIDA Y é incorretto affermare che “Wow, mangiando questi cibi non c’é più traccia di PESTICIDA X” senza nemmeno citare la presenza del PESTICIDA Y. (NB: qui l’elenco FederBio dei prodotti fitosanitari impiegabili in agricoltura biologica)
Anche qui la solita nota esplicativa per chi capisce sol quel che vuol capire: con questo non si afferma che il cibo marchiato “Bio” sia uguale al cibo “non-bio” ma che QUESTO modo di promuoverlo é quantomeno discutibile poiché vive ed alimenta l’emotività su argomenti che richiederebbero approcci più pragmatici.
NB: gli antiparassitari “Bio” sono soprattutto a base di Rame, ossia un metallo TOSSICO che si DEPOSITA NEL TERRENOfino ad INQUINARE LE FALDE ACQUIFERE, causa l’AUMENTO DEI BATTERI RESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI, il cui utilizzo sta stravolgendo l’ecosistema europeo.
Non é tutto oro ciò che ha il marchio “Bio”

NEL DUBBIO…

dubiousLa malainformazione medica e salutista ha successo per una serie ben nota di motivi-chiave:

  • Non siamo degli esperti di medicina/salute/alimentazione
  • Chi diffonde malainformazione é molto più rumoroso degli esperti
  • La malainformazione medica fa leva sulla nostra emotività, sui nostri preconcetti e sul sentire comune
  • La malainformazione fa leva sui dubbi e sulle paure che essa stessa alimenta
  • Non siamo abituati a fare indagini sulle notizie che ci raggiungono
  • Per natura, nel dubbio, tendiamo a preferire soluzioni precauzionali che troviamo comprensibili ed emozionalmente appaganti
L’ultimo punto é quello più immediatamente riscontrabile: in quante occasione abbiamo sentito, o ci siam detti “Non so se é vero, ma nel dubbio…“. Si tratta di un automatismo precauzionale di natura protettiva (razionalità istintiva) che ha una grandissima utilità per la nostra sicurezza ma é un meccanismo imperfetto che tende a farci dubitare ed a vedere rischi e pericoli anche laddove non ce ne sono. Ciò scatena altri automatismi istintivi che ci portano a cercare soluzioni/risposte non attraverso uno sforzo di analisi logica ma preferendo soluzioni/risposte (anche notevolmente complesse) caratterizzate dall’essere emozionalmente più appaganti.
Soluzioni/risposte che trovano mille forme tutte scientificamente incorrette ma emozionalmente appaganti: ecco che ci si ritrova chi beve la propria urina o la placenta umana, chi danza nudo sotto la luna per assorbirne l’energia, chi mangia solo cibi di certi colori, chi si rifiuta di mangiare determinate cose (ma qui non parliamo dei tabù culturali: quella é un’altra storia) ecc.

MA I MEDICI CHE DICONO?

detox-cleanses_0Riassumendo brevemente: a patto che non si soffra di gastrite e non si abusi del consumo di limone, non vi sono gravi controindicazioni (in caso d’abuso potrebbe danneggiare il cavo orale e lo smalto dei denti), ma in sostanza “curarsi con il limone”:

  • Non serve a disintossicare
  • Non serve a drenare l’intestino
  • Può portare a disturbi come esofagite, reflusso gastro-esofageo, gastriti
  • Non è indicata nei pazienti affetti da gastrite
  • Non ha reali proprietà alcalinizzanti.
  • Può danneggiare lo smalto dei denti

Rimane comunque una buona fonte di vitamina C, anche se non la migliore: le arance ne contengono di più e ancora maggiore è la quantità contenuta nei peperoni. È meglio non prenderla a digiuno e, comunque, conviene riempire lo stomaco con qualcosa di solido.

 RICERCA SCIENTIFICA

Come già detto recenti studi dimostrerebbero alcune proprietà antitumorali della Vitamina C per alcuni tipi di cancro.
Senza neanche entrare nel merito di tali studi e fingendo che vi sia una conferma scientifica delle proprietà di PREVENZIONE di DETERMINATI TIPI DI CANCRO degli AGRUMI, nulla toglie che promuovere adesso l’assunzione al MATTINO ed a DIGIUNO di ACQUA TIEPIDA e LIMONE (non pompelmo, arancia, mandarino, clementina, pomelo, bergamotto, combatta, limetta o fortunello: LIMONE) come se fosse una sorta di panacea di ogni male non risponde propriamente a metodo scientifico.

 CONCLUSIONI:

ACQUALIMONE1) L’autrice del libro che ha lanciato il trend del “Curarsi col limone” ha una formazione esoterico/spirituale inserita nell’ambito del naturalismo spiritualista-salutista

2) L’editore é noto per pubblicare panzane colossali ed aver già promosso e cavalcato mode simili
3) Il Limone é un frutto usato ed abusato tra le più recenti cure alternative prive di riscontro medico-scientifico
4) Gli effetti promessi dalla “terapia-panacea” coprono in maniera superficiale l’intero spettro dei disturbi fisiologici, tanto che risulterebbe miracoloso qualora fosse vero
5) Gli effetti vengono promessi con un attento uso di termini generici ed indefiniti, tecnica atta a “smarcarsi” ma lasciando all’utente finale la libertà di “riempire” coi propri pensieri/speranze il non detto.
6) Il nocciolo dei benefici promessi dalla terapia-panacea si fonda sul concetto scientificamente inesatto di “disintossicare” l’organismo da fantomatiche “tossine invisibili” e/o sull’idea che “dreni l’intestino” e/o abbia proprietà alcalinizzanti ma in tutti e tre  i casi non v’é evidenza scientifica
7) L’assunzione di acqua tiepida ed acido citrico al digiuno appena alzati, non presentando particolari vantaggi né controindicazioni, generalmente non viene né promosso né osteggiato da parte di medici

 CHICCA FINALE 1

Giusto per far capire il livello di affidabilità di Macro Edizioni faccio notare che tra le “terapie miracolose” proposte sul loro catalogo online  troviamo anche l’assunzione di argento colloidale:
L’uso di argento colloidale é un vecchio rimedio medico oramai abbandonato perché sostituito da farmaci più efficienti e perché l’uso eccessivo causa Argiria, ma che trova ancora grandi estimatori nell’ambiente medico-spirituale legato a principi alchemici (l’assunzione di metalli liquidi che rinforzerebbero lo spirito indebolito ecc, ecc, ecc). Che cos’é l’Argiria? E’ un’alterazione cutanea permanente causata dall’assunzione eccessiva di argento che ti trasforma così:
1843983-img-paul-karason-tatka-smoulaNon é un trucco e non c’é inganno: l’americano Paul Karason, per risolvere dolori alla schiena, assunse per 10 anni argento colloidale ed é diventato BLU (lo chiamavano “Papa Smurf – Grande Puffo).
Per maggiori informazioni basta cercare Argiria o Paul Karason su Google (ci sono diverse interviste e reportage di telegiornali)

 CHICCA FINALE 2

C’é una simpatico poster creato da Sci-Ence.org in cui sono elencati le “bandierine rosse” della fuffa. Se un prodotto/metodo/cura viene presentato attraverso anche uno solo di queste “bandierine rosse” deve scattare un campanello d’allarme.
Nel caso della cura del limone le bandierine rosse sono ben sette e mezzo:
Testimonials (ci sono aneddoti di amici che “l’han provata e stanno meglio” ma nessun dato scientifico)
Helps your Body (la terapia promette “aiuti” generici di benessere)
Buy My Book (i “segreti” della terapia del limone si trovano nei libri commerciali e non in ricerche scientifiche studiate ed analizzate né da osservazioni empiriche riconosciute)
Miracle Cure-All (“hai problemi d’irritazione cutanea, digestione, fiacchezza? Il Limone aiuta sempre!”)
“Doctor” (chi promuove questa “terapia” non é un medico ma perlopiù persone provenienti da circoli spirituali/esoterici che si vendono come “naturopati”)
Natural (“un comunissimo limone ed un bicchier d’acqua sono certo più efficaci di aspirine e medicinali chimici”)
“Toxins” (le fantomatiche tossine immaginarie)
“Ancient Wisdom” Non si son trovate dichiarazioni chiare in proposito, ma il fatto che “bere un bicchier d’acqua e limone al mattino” possa esser visto/venduto come un caro, vecchio rimedio della nonna, avvalora in parte l’idea di una “conoscenza empirica antica”. Inoltre la Oberhammer si dice allieva di una Maestra di una antica via spirituale femminile. Insomma, questo é un punto toccato ma non del tutto centrato, ma poco importa: che sia fuffa é già chiaro.
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TROVATE IN CINA DELLE MUMMIE SEPOLTE NEL DESERTO IN BARCHE

Nel 1990, centinaia di corpi mummificati furono trovati sepolti in barche in un’inospitale area desertica nella regione autonoma uigura dello Xinijang, nel nord-ovest della Cina. Conosciute come le mummie del bacino del Tarim, ora sono state esaminate geneticamente e gli scienziati hanno ristretto le origini delle misteriose mummie. I risultati sono piuttosto sorprendenti.

I corpi e gli abiti delle mummie sono sorprendentemente intatti nonostante risalgano a 4.000 anni fa e sono stati scoperti nel bacino del Tarim nello Xinjiang. I lineamenti del viso e il colore dei capelli sono visibili, essendo stati naturalmente preservati dall’aria secca del deserto.

Le mummie furono scoperte sepolte in bare a forma di barca ricoperte di pelli di mucca. Accanto a loro c’erano i segni di una società agricola: prodotti alimentari come grano, orzo e formaggio, nonché bestiame come pecore, capre e bovini.

Avevano l’aspetto di stranieri provenienti da una terra straniera perché erano alti, portavano cappelli di feltro di lana e stivaletti di cuoio, e alcuni di loro avevano i capelli biondi. Tuttavia, i genomi di 13 mummie risalenti a 4.000 anni fa, straordinariamente conservati, non erano migranti che portavano la tecnologia dall’Occidente, come si supponeva in precedenza. Uno studio sul DNA delle mummie rivela che si trattava di gente del posto con profonde radici nella zona.

In uno studio pubblicato sul Nature Journal , i ricercatori hanno analizzato i dati genetici raccolti dalle mummie. Risalgono al 2.100-1.700 a.C. e hanno rivelato la provenienza delle persone.

Sembrano essere le reliquie di un’antica popolazione scomparsa in Eurasia dopo l’ultima era glaciale, ancestrale delle popolazioni indigene che vivono oggi in Siberia e nelle Americhe.

In foto una donna dell’età del bronzo mummificata naturalmente, che fu sepolta a Xiaohe nel bacino del Tarim.

Gli individui distanti 400 chilometri l’uno dall’altro, alle estremità opposte del bacino del Tarim, avevano un DNA simile a quello dei fratelli. Anche se le mummie erano gente del posto che non si era sposata con i pastori migranti nelle vicine valli montane, non erano culturalmente isolate. Già 4000 anni fa avevano abbracciato nuove idee e culture: indossavano abiti di lana tessuta, costruivano sistemi di irrigazione, coltivavano grano e miglio non autoctoni, allevavano pecore e capre e mungevano il bestiame per produrre formaggio.

Sebbene lavori precedenti abbiano dimostrato che le mummie vivevano sulle rive di un’oasi nel deserto, non è ancora chiaro il motivo per cui furono sepolte in barche ricoperte di pelli di bestiame con remi in testa – una pratica rara che non si trova da nessun’altra parte nella regione e forse meglio associato ai Vichinghi.

Secondo lo studio, il gruppo era nella zona da qualche tempo e aveva una distinta discendenza locale, che confutava le teorie secondo cui si trattava di pastori della regione meridionale del Mar Nero russo, dell’Asia centrale o dei primi agricoltori dell’altopiano iraniano.

Christina Warinner, autrice dello studio, professoressa di antropologia all’Università di Harvard e leader del gruppo di ricerca presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha dichiarato in una dichiarazione: “Le mummie hanno affascinato a lungo sia gli scienziati che il pubblico sin dalla loro scoperta originale. Oltre ad essere straordinariamente conservati, sono stati ritrovati in un contesto molto insolito e presentano elementi culturali diversi e lontani”.

I ricercatori hanno anche affermato che è possibile che una popolazione sia geneticamente isolata ma anche culturalmente cosmopolita.

Oltre a esaminare i genomi sequenziati dai resti di cinque individui del bacino di Dzungarian più a nord nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina, i ricercatori hanno anche esaminato i dati genetici delle mummie più antiche del bacino del Tarim, che risalgono a un periodo compreso tra 3.700 e 4.100 anni. . Risalenti tra 4.800 e 5.000 anni fa, sono i resti umani più antichi rinvenuti nella regione

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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SIAMO AL BIVIO DI UNA ESCALATION MOLTO PERICOLOSA TRA DUE ELEZIONI : MAGGIO 23 E GENNAIO 24. UNO POTREBBE PERDERE LA TESTA.

TRA LE ELEZIONI PRESIDENZIALI TURCHE DEL 14 MAGGIO E QUELLE DI TAIWAN DEL PROSSIMO GENNAIO SI GIOCA CON TORTUOSE ALLEANZE NELLE URNE IL DESTINO DELLA PACE.

Il primo e l’ultimo scoglio da superare senza finire in un allargamento del conflitto, riguardano entrambi il proibire l’accesso ai mari aperti per Russia ( il Mediterraneo) e Cina ( il Pacifico).

L’Asia, potenza terrestre bicefala, ha bisogno di impadronirsi di porti e rotte marittime non soffocate dalle potenze marinare – USA e alleati- mentre queste spendono risorse , intessono reti, ricorrono alla pirateria, per evitare che la Cina , la fabbrica del pianeta, e la Russia, miniera del mondo, riescano a bypassarli sui liberi mercati e ne rendano inutili gli sforzi ultradecennali per mantenere l’ intermediazione progettuale, commerciale , finanziaria, valutaria e di difesa che li ha arricchiti per tutto lo scorso secolo, caratterizzato dalla disponibilità di lavoro asindacalizzato e materie prime a basso costo che l’Asia fornisce grazie a istituzioni robustamente condotte su sudditi rassegnati.

Il sistema si é retto sulla bipartizione del lavoro: occidente che possiede, finanzia e commercializza in nome del principio della libertà di commercio e oriente che produce e accetta crescite economiche al rallentatore.

Da qualche anno, lo abbiamo raccontato negli articoli pubblicati sul blog questa settimana ( su Cina e Giappone) i paesi asiatici, in questo secolo, hanno imparato la lezione dalla violenza subita per abbracciare il libero commercio , sono diventati da imitatori, innovatori, hanno abbandonato ogni ideologia e sono diventati formidabili concorrenti commerciali dei paesi occidentali che credevano intoccabili le loro posizioni privilegiate.

Si é verificato in grande, insomma, quel che é avvenuto da noi in Italia, nella grande distribuzione: la Cirio o la Barilla hanno aperto nuovi mercati di prodotti e i supermercati, gestendone la clientela, conoscendo i produttori e la logistica, la politica dei prezzi, hanno creato prodotti identici a costo inferiore, senza affrontare le spese di ricerca, personale comunicazione e riducendo i costi di intermediazione grazie alla conoscenza del paese e la distribuzione dei clienti.

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ANCHE IL GIAPPONE FU CONVINTO AL LIBERO COMMERCIO CON LA FLOTTA E IL SUO SUPER SUCCESSO AL NUOVO GIOCO, SCHIACCIATO CON LE ATOMICHE.

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.

Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del «  libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.

Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio «  ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.

Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.

Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di «  Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.

Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.

Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni «  civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .

Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.

Il secondo «  contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.

Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.

315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.

Di certo, non pensava alle alabarde.

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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