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“Sillabario contemporaneo”, saggio di Davide Morelli…

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Ho raccolto in questi giorni una piccola parte dei miei scritti. Ho pensato di farne una sorta di piccolo vocabolario di poco più di 170 termini per descrivere la civiltà occidentale.  L’ho raccolto in un libro e l’ho intitolato “Sillabario contemporaneo”. Tratto delle dinamiche psicologiche,  sociali, politiche, religiose, mediatiche,  economiche,  filosofiche, etc etc in modo comprensibile. Ho trattato di quelle che a mio modesto avviso sono le leggi che governano il mondo e di quelli che sono i problemi dell’umanità. Alcune voci sono di alcune pagine, mentre altre sono di quindici o venti righe. Ci sono molte cose attendibili. Naturalmente

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Uomo condannato a 6 anni per aver acquistato parti del corpo rubate da una donna incontrata su Facebook

Un uomo della Pennsylvania è stato condannato a sei anni di carcere per aver acquistato parti del corpo rubate da una donna di Little Rock, Arkansas, e da altri individui. Il giudice ha stabilito che il condannato dovrà anche pagare una multa di 2.000 dollari e scontare tre anni di libertà vigilata.

 

Jeremy Lee Pauley, 43 anni, di Thompson, Pennsylvania, è stato condannato a dicembre con l’accusa di associazione a delinquere e trasporto interstatale di beni rubati. Sconterà i sei anni e poi sconterà altri tre anni di libertà vigilata.

 

La donna di 38 anni dell’Arkansas, Candace Chapman Scott, che lavorava in un obitorio, aveva contattato Pauley su Facebook per vendergli le parti del corpo. Secondo il Dipartimento di Giustizia, Pauley aveva acquistato una serie di parti del corpo da Scott dopo essersi unito a un gruppo Facebook chiamato «oddities». Scott è stata condannata a 15 anni di carcere.

 

«I resti includevano un cranio, diversi cervelli, un braccio, un orecchio, diversi polmoni, diversi cuori, diversi seni, un ombelico, testicoli e altre parti. Durante un mandato di perquisizione eseguito presso l’abitazione di Scott a Little Rock, gli investigatori hanno trovato numerose parti del corpo rubate che la donna ha ammesso di aver trasportato in sacchi della spazzatura dal suo lavoro. Scott ha ricevuto un totale di 10.625 dollari dall’acquirente in Pennsylvania per i resti umani», si legge in un comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia.

 

Pauley ha anche ammesso il suo ruolo «in una rete nazionale di individui che hanno acquistato e venduto resti umani rubati dalla Harvard Medical School e da un obitorio dell’Arkansas», ha affermato il Dipartimento di Giustizia.

 

«Il traffico di resti umani rubati tramite la posta statunitense è un atto inquietante che colpisce famiglie già in lutto, creando al contempo una situazione potenzialmente pericolosa per i dipendenti e i clienti delle poste», ha dichiarato Christopher Nielsen, ispettore responsabile della divisione di Filadelfia del Servizio di Ispezione Postale. «Spero che i nostri sforzi e queste condanne portino una certa serenità a coloro che sono stati colpiti da questo terribile crimine».

 

Come riportato da Renovatio 21, il commercio di parti di cadaveri dalla prestigiosa università di Harvard aveva avuto negli scorsi anni diversi sviluppi.

 

Non si tratta del primo caso di orrori e cadaveri delle università

 

Come riportato da Renovatio 21tre anni fa un grande scandalo colpì l’Università di Paris-Descartes: il più grande centro di anatomia europeo presso la scuola di medicina dell’Università di Paris-Descartes fu chiuso a causa di gravi carenze nello stato di conservazione dei cadaveri, locali fatiscenti e sospetti che i corpi venissero mercificati.

 

I corpi di «migliaia di persone» che avevano donato i loro corpi alla scienza sono stati tenuti in «condizioni indecenti»: e, si scoprì, per decenni.

 

«I corpi sono stati lasciati marcire, mangiati dai topi, al punto che alcuni dovevano essere inceneriti senza essere sezionati» scrisse L’Express. «Corpi accatastati l’uno sull’altro, senza alcuna dignità e contrari a qualsiasi regola etica».

 

L’Ispettorato generale per gli affari sociali scrisse un rapporto in cui fiutò, anche qui, il traffico di cadaveri: «utilizzatori e potrebbero essere stati in grado di impegnarsi in un’attività redditizia all’interno del CDC [Centro di Donazione del Corpo, ndr]». In altre parole, anche lì vi poteva essere mercificazione delle parti dei cadaveri.

 

Come riportato da Renovatio 21, secondo varie testimonianze, in Nigeria è possibile acquistare resti umani al mercato, al fine di utilizzarli per fini esoterici.

 

«Le ricerche – scrive ancora il quotidiano nigeriano Vanguard – dimostrano che le parti femminili sono più richieste di quelle maschili. Ciò avviene a causa di quello che è descritta come la “potenza” di alcuni organi come i seni e i genitali all’interno di money ritual da parti di herbalist [erborista, sciamano, NdR] o gruppi occulti». Tanto per tenere a mente la storia della vagina sparita di Pamela.

 

«Abbiamo visto che una testa umana fresca può andare da 60.000 naira (circa 135 euro) in su, mentre un teschio è venduto per 20.000. Le gambe fresche sono vendute per 30.000 ciascuna, mentre una gamba decomposta viene venduta per 20.000. Un dito fresco viene venduto per 5.000, se decomposto o per 3.000. Gli intestini freschi sono venduti per 20.000 mentre quelli secchi sono venduti per 5000. Pezzi di ossa fresche sono venduti per 2.000 e oltre».

 

I traffici nigeriani di resti umani si sviluppa su due filoni: quello degli omicidi rituali (per i quali c’è stata addirittura una richiesta di stato di emergenza in Parlamento), e quello dei cimiteri, dove guardiani fanno affari riesumando i cadaveri poche ore dopo la sepoltura e sezionandone le parti che interessano a chi prepara le pozioni.

 

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Immagine di East Pennsboro Township Police Department, via Twitter, rielaborata per adattamento al formato.

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La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria”

Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la più grande villa romana mai scoperta nella regione.

Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam, a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere” sotto il terreno senza muovere una zolla.

Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben definito”.

La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati. Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli.

Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici – assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del Galles nel primo millennio.

Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff. Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere, questa sì, una parte importante del passato romano del Galles.

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La cheesecake allo yogurt che nasce social

C’è una nuova cheesecake che gira sui social, ma non ha forno, non ha stampi a cerniera e soprattutto non ha bisogno di spiegazioni lunghe. Si fa con due ingredienti, yogurt e biscotti, ed è diventata, nel giro di poche settimane, uno dei food trend più replicati su Instagram e, per riflesso, su TikTok. I creator la presentano sempre allo stesso modo: «2-ingredient yogurt cheesecake, viral in Japan right now», come se la provenienza fosse parte integrante della ricetta. L’hashtag #japaneseyogurtcheesecake supera le centomila pubblicazioni su Instagram, mentre le varianti più generiche – #yogurtcheesecake, #2ingredientrecipe, #viraljapanesedessert – raccolgono milioni di visualizzazioni complessive. Non è un’esplosione isolata, ma una ripetizione costante dello stesso gesto: biscotti interi o sbriciolati, yogurt denso (di solito greco o colato), frigorifero. Fine.

A dare una cornice editoriale al fenomeno sono arrivati anche alcuni articoli, soprattutto in inglese e in giapponese. Il blog Okonomi Kitchen, molto seguito per la cucina casalinga giapponese, parla esplicitamente di una ricetta “diventata virale sui social in Giappone”, spiegando che la consistenza ricorda i dolci freddi a base di yogurt molto diffusi in Asia e che l’assenza di cottura è parte del suo successo. Nell’articolo si legge che si tratta di una preparazione “incredibilmente semplice, nata per essere condivisa e replicata”, più che per essere perfezionata. In altre parole, non è una cheesecake nel senso classico, ma una traduzione occidentale di un’abitudine già esistente, resa digeribile dal linguaggio dei Reels. Ci vogliono quattromila battute per raccontare questa preparazione, che ha l’unica difficoltà nel mettere i biscotti in verticale nello yogurt greco. Naturalmente, ci sono anche delle possibili varianti: «In Giappone si usano i biscotti sablé al cocco, ma poiché non sono facilmente reperibili all’estero, i biscotti Biscoff o gli Oreo sono ottimi! Sono leggermente dolci e perfetti per le basi di cheesecake senza cottura. Puoi anche usare altri biscotti secchi o biscotti sablé fatti in casa per un effetto simile».

Anche alcuni media giapponesi online dedicati alla cucina hanno intercettato il fenomeno. Cookpad News, una delle piattaforme più lette in Giappone, parla di una «ricetta diventata virale sui social», sottolineando come il punto non sia l’innovazione gastronomica ma la facilità estrema: per dimostrarlo, il sito propone la versione ancora più semplice e a prova di pigri. Aprite una confezione di yogurt greco, ficcateci i biscotti in verticale e se proprio siete in vena aggiungete del mango essiccato. 

Un altro sito di settore, Food Media Tenpos, descrive il dolce come una sorta di “cheesecake magica” fatta con yogurt e biscotti, diventata popolare perché chiunque può rifarla senza competenze.

È il dolce come contenuto, prima ancora che come dessert. Più che una moda giapponese, è uno specchio piuttosto fedele del nostro tempo: un tempo in cui siamo così abituati ad avere un tutorial per tutto che, per mettere insieme yogurt e biscotti, sentiamo comunque il bisogno di vedere qualcuno farlo in video. Meglio se in verticale, meglio se in 30 secondi. Anche il cucchiaio, ormai, vuole la sua regia. Immaginatevi se mai assaggiassero un tiramisù. 

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L’azzardo dei Gacha games: entri gratis, ma poi devi spendere sempre più

Avete presente il suono tipico di quelle macchinette in cui, dopo aver inserito una moneta e tirata una leva, cade una sfera di plastica con dentro un giochino? Quel suono che potete associare al capriccio di un bambino fuori da un minimarket in una località di mare? Quel suono che sa tanto di sorpresa, ma senza l’uovo?

Ecco, in Giappone è tipico dei gachapon, più o meno le macchinette di cui sopra, che sono nate proprio nel Paese del Sol Levante e che lì sono molto diffuse. Gacha infatti significa capsula, quella che contiene l’agognato premio.

Dal Giappone al mondo entrando negli smartphone

I gachapon esistono dagli anni Sessanta, anche se questo modello ludico viene emancipato dai primi anni Novanta, per poi diffondersi a macchia d’olio e ben oltre i confini giapponesi nei primi anni 2010, quando vengono tradotti in digitale per gli smartphone. A questo punto si chiamano gacha games.

Tutti avvincenti e con design immersivi. Il meccanismo del gacha, infatti è inserito in videogiochi che usano spesso anime o elementi fantasy e che il più delle volte sono di ruolo. Potenziando quindi coinvolgimento e interazione che presto si trasformano in competizione, soprattutto per un pubblico giovane.

Quello dei gacha games è un enorme mercato in continua espansione che, secondo il Mobile Gacha Market Report, ha prodotto nel 2025 ricavi globali per 35 miliardi di dollari con l’Italia a 150 milioni di euro

Eppure sono poco conosciuti da chi non ha pratica con il mondo dei videogiochi. Allora perché dovrebbero interessare il pubblico generalista? Per il loro stretto legame con l’azzardo.

Il meccanismo della casualità

La meccanica di gioco si basa sulla casualità del premio che si ottiene pagando. Questo meccanismo è già presente nel gioco fisico, ma, adattato al digitale, viene progettato per aumentare il numero dei giocatori e il loro ingaggio, traducibile in tempo e denaro spesi. Nei gacha games infatti i giocatori tirano o girano per ottenere una ricompensa casuale come personaggi, armi, oggetti per esempio gemme… dipende dall’ambientazione del gioco.
Per farlo devono usare valuta di gioco, sia fisica che virtuale. Insomma, devono pagare. Queste ricompense consentono di progredire nel gioco più velocemente. Il modello di monetizzazione è il Free to Play: cominci gratis, ma per avanzare nel gioco servono microtransazioni, ossia acquisti in app, opportunamente sollecitati durante la sezione di gaminig.

Per capire come funzionano i gacha games, serve guardarli da vicino. Uno dei più famosi è Genshin Impact che è diventato il caso di studio per eccellenza del modello gacha: nel 2025 ha ottenuto 2,5 miliardi di ricavi e più di 60 milioni di utenti mensili. A prima vista può sembrare un classico videogioco di avventura con un grande mondo da esplorare, missioni e combattimenti da portare a termine.

Il cuore economico una valuta da comprare

Tuttavia, il cuore economico del gioco non sta nell’esplorazione, ma nel sistema di estrazione dei personaggi e delle armi. Nel gioco infatti esistono dei banner, cioè finestre temporanee in cui è possibile “tentare la fortuna” per ottenere personaggi particolarmente forti o molto desiderati. Per farlo, il giocatore deve usare una valuta speciale, che può essere guadagnata lentamente giocando oppure acquistata con denaro reale. Ogni tentativo è casuale: non si compra un personaggio, ma la possibilità di ottenerlo.

Il punto chiave è che questi personaggi non sono solo decorativi. Influenzano il modo in cui si combatte, le strategie possibili e la capacità di affrontare livelli più difficili. Inoltre, i banner sono a tempo limitato, il che crea urgenza: se non si ottiene quel personaggio entro la scadenza, potrebbe non tornare per mesi. È questa combinazione di casualità, moneta virtuale e tempo limitato a rendere videogiochi come Genshin Impact un gacha game, anche se si presenta come un grande gioco di esplorazione.

Un altro esempio è Honkai: Star Rail che nel 2025 ha fruttato 1,2 miliardi con 50 milioni di download. Un gioco di ruolo a turni, con una forte attenzione alla narrazione e ai personaggi. La storia è più lineare rispetto a Genshin Impact e il combattimento è meno frenetico. Tuttavia il meccanismo centrale resta lo stesso: anche qui, i personaggi più importanti si ottengono tramite estrazioni casuali. La progressione, la varietà strategica e l’attaccamento ai personaggi passano attraverso un sistema di estrazione legato alla spesa.

È il gioco che spinge all’acquisto

Se si ha un adolescente in casa, un altro titolo da avere in mente è Raid: Shadow Legends che ruota quasi interamente attorno alla collezione di eroi fantasy. Più di 100 milioni di download nel 2025 e campagne adv costate più di 100 milioni annui. Ogni eroe ha abilità diverse, rarità differenti e un valore strategico specifico. Quindi per costruire una squadra efficace, è necessario ottenerne molti, e possibilmente quelli più rari. In che modo? Non scegliendoli, ma aprendo scrigni che funzionano come vere e proprie slot machine. Anche in questo caso, è possibile giocare gratuitamente, ma il ritmo è molto lento.

Quindi il gioco spinge costantemente verso l’acquisto di valuta virtuale o pacchetti promozionali per aumentare il numero di tentativi. Raid è noto anche per una pubblicità estremamente aggressiva che enfatizza la facilità di ottenere grandi ricompense e minimizza il numero dei tentativi falliti. Qui il gacha non è nascosto dentro un’altra esperienza di gioco: è il motore ludico principale che determina la progressione e il successo del videogame.

Al centro sta la moneta virtuale

Non si possono capire i gacha games fino in fondo, se non si conosce il meccanismo della moneta virtuale che di fittizio ha ben poco.
Si tratta di: gemme, cristalli, gettoni o punti che si acquistano con denaro reale. Questo passaggio, apparentemente innocuo, ha in realtà un forte impatto sul modo in cui le persone percepiscono la spesa.

Nei gacha games, infatti, quasi mai viene chiesto di pagare direttamente in euro per ottenere un contenuto. Non compare, ad esempio, un messaggio che dice: “Vuoi fare un’estrazione? Costa 2 euro”. Al contrario, il gioco spinge prima a comprare un pacchetto di valuta virtuale che trasforma gli euro in un certo numero di gemme, per esempio, spesso accompagnate da piccoli bonus che rendono l’offerta più allettante. Da quel momento in poi, il riferimento ai soldi reali scompare. Il giocatore non spende più denaro, ma gemme, punti…

Smaterializzare il denaro è la via per perderlo

È come entrare nel casinò e cambiare le monete in fiches. A quel punto abbiamo smaterializzato il denaro che così potrà correre via indisturbato dalle nostre mani. Spendere denaro reale attiva una soglia di attenzione e di controllo molto più alta rispetto a qualcosa che appare come un semplice “punteggio” o una risorsa di gioco. E così la spesa sembra più leggera, meno impegnativa, quasi astratta.

Quindi: prima si cambiano gli euro in valuta virtuale e poi la valuta virtuale viene suddivisa in tanti piccoli costi. In questo modo si perde facilmente il senso del totale.
Questo tipo di meccanismo è particolarmente efficace nei momenti di coinvolgimento emotivo, quando si è stanchi, stressati o molto presi dal gioco.

Azzardo sì, ma non proprio loot box

A prima vista i gacha games potrebbero sembrare loot boxes. Quelle casse o forzieri che si acquistano all’interno di alcuni videogiochi e che forniscono ai giocatori ricompense casuali, utili per esempio ad avanzare di livello. La somiglianza con i gacha sta nel meccanismo della casualità e nel modello di monetizzaione.

C’è però una differenza sostanziale tra le loot boxes e i gacha games: le prime sono un meccanismo dentro un gioco, mentre i gacha sono un ecosistema più complesso che sfrutta le loot box come meccanismo centrale. Quindi tutti i giochi gacha contengono loot boxes, ma non tutte le loot boxes sono parte di un gioco gacha.

Indurre la dipendenza in 4 semplici mosse

I gacha game utilizzano principi psicologici molto potenti per spingere chi gioca a continuare a farlo, possibilmente spendendo denaro. Sono gli stessi meccanismi dell’azzardo.
Anzitutto le ricompense casuali: quando “esce” un premio raro, si prova un forte piacere che spinge a riprovare. Poi le quasi vincite: a volte il gioco mostra animazioni o segnali che fanno pensare di essere “andati vicino” al premio migliore. Questo rafforza l’illusione che il prossimo tentativo possa essere quello vincente. Inoltre, dopo aver già speso tempo o denaro, molte persone continuano a spendere per non “accettare la perdita”, pensando: «Ormai ho investito troppo per fermarmi adesso». Questo è il meccanismo dei costi sommersi. Infine, pagare piccole cifre sembra innocuo, ma ripetuto nel tempo può portare a spese molto elevate, spesso senza che la persona se ne renda conto. È il fenomeno della normalizzazione della spesa.

Nei gacha games non esiste un tetto massimo di spesa. Ecco perché alcuni utenti spendono poco o nulla, ma altri — chiamati nel settore whales (balene) — possono arrivare a spendere centinaia o migliaia di euro in pochissimo tempo. Il modello economico di questi giochi si regge infatti su una minoranza di giocatori che spendono tanto. Questo squilibrio è uno dei motivi per cui il modello è così redditizio: proprio come il mercato dell’azzardo che è tenuto in piedi per l’80% dai giocatori problematici e patologici.

Nel 2025 è stato stimano che lo 0.2% dei giocatori ha generato il 48% ricavi. In Italia Agimeg ci dice che l’anno scorso su circa 500mila giocatori attivi il 10-15% è problematico.

Progettati per agganciare i più giovani

La Federal Trade Commission statunitense ha aperto un’indagine su Genshin Impact per: violazione del Children’s Online Privacy Protection Rule (Coppa), ossia raccolta di dati personali di utenti sotto i 13 anni senza consenso genitoriale e mancanza di trasparenza sulle meccaniche pay-to-play. L’indagine è stata chiusa a gennaio 2025 con una multa da 20 milioni di dollari all’azienda produttrice del gioco per violazioni di privacy e microtransazioni aggressive.

Basta questo fatto di cronaca a confermare che i gacha games hanno una base utenti significativa di minori che le autorità stanno iniziando a riconoscere come vulnerabile. D’altronde sono progettai per agganciare anzitutto i più giovani. Usano spesso personaggi in stile anime con grafiche colorate che danno espressività e carisma ai personaggi, così da favorire l’identificazione.
Anche le ambientazioni sono attraenti: avventurose ed esplorabili con una grafica di alta qualità che crea immersione. È inoltre possibile il più delle volte giocare con gli amici, partecipando a community dove condividere le estrazioni. Questo genera l’incentivo a parlarne sui social. Infine, l’accessibilità da mobile rende tutto sempre a portata di mano, tanto più che si comincia gratis.

Un fenomeno che chiede interventi urgenti

Quello dei gacha games è un fenomeno complesso per il quale non abbiamo ancora una regolamentazione efficace in quasi tutto il mondo, Italia inclusa, ma che genera enormi profitti che vengono letteralmente estratti da una minoranza vulnerabile di giocatori, mentre sempre più evidenze scientifiche dimostrano collegamenti con l’azzardo problematico e il rischio di dipendenza.

In apertura photo by Amanz on Unsplash

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Cipidillo, il Grillo parlante che allena sguardi e coscienza alla disabilità

Cipidillo non nasce come mascotte. Nasce come coscienza.
All’inizio si chiamava il Grillo della Cpd, un riferimento esplicito e voluto al Grillo Parlante di Pinocchio: non il personaggio simpatico, ma quella voce che disturba, richiama alla responsabilità e dice la verità anche quando non conviene.

È una scelta voluta dal presidente storico Paolo Osiride Ferrero, con un’idea molto chiara: la Consulta per le persone in difficoltà Cpd doveva fare sulla disabilità ciò che spesso nessuno ha il coraggio di fare: dire le cose come stanno, senza zucchero, senza pietismo, senza bugie consolatorie. Con amministratori, cittadini, imprenditori. Con tutti.

Da grillo parlante a Cipidillo

Con il tempo, però, il nome “Grillo” ha iniziato a creare un equivoco non voluto, legato alla nascita di un movimento politico. Per evitare sovrapposizioni e fraintendimenti, il nome cambia. La funzione resta identica.

Nasce così Cipidillo. Un nome che gioca ma non è leggero: “dillo alla Cpd”, “lo dice la Cpd”. Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male.

Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male. Oggi Cipidillo si definisce per ciò che fa: è un personal trainer emotivo per superare l’imbarazzo sulla disabilità. Non allena i muscoli. Allena lo sguardo, il linguaggio, le reazioni automatiche.
Smonta due narrazioni tossiche che dominano da anni il racconto della disabilità: il pietismo e l’eroismo. Due facce della stessa bugia.

Normalizzare la disabilità, non il disabile

Cipidillo non prova a “normalizzare il disabile”.
Fa qualcosa di più onesto e più scomodo: normalizza la disabilità come fatto umano, parte della nostra storia personale e collettiva. Che lo vogliamo oppure no. E riguarda tutti. Anche solo per una cosa che facciamo finta di dimenticare: la vecchiaia.

L’empatia strumento che piace ai bambini

L’ironia è il suo strumento principale.
Il pupazzo crea empatia immediata, abbassa le difese, apre una porta.
Con i bambini serve a preservare ciò che hanno già: la mancanza di pregiudizi.
Con adolescenti e adulti cambia registro: ogni tanto arriva una manata finta, uno schiaffo ironico ma preciso sul perbenismo, sull’inclusione di facciata, sulle parole giuste usate per non cambiare nulla.

Cipidillo è diventato anche teatro. Lo spettacolo teatrale è stato realizzato dalla Fondazione Casa Teatro Ragazzi di Torino, con la regia di Silvano Antonelli, ed ha esordito durante il DisFestival 2025. L’obiettivo è farlo girare nei teatri d’Italia.

Prima ancora di essere una mascotte, Cipidillo è diventato un peluche.
Si può adottare tramite una donazione alla Cpd, sostenendo concretamente i progetti dell’associazione.

Cipidillo sui social: linguaggi diretti, ironia e contenuti virali. Cipidillo è presente sulle principali piattaforme social, con linguaggi e formati pensati soprattutto per adolescenti e giovani adulti: Instagram; TikTok; YouTube.

Qui Cipidillo non fa divulgazione rassicurante. Usa video brevi, ironici e immediati per allenare lo sguardo e togliere imbarazzo.

Cipidillo sui social

Tra i contenuti che hanno raggiunto il maggior numero di visualizzazioni ce ne sono alcuni diventati emblematici.

In uno dei video più visti, Cipidillo ricorda che la disabilità non riguarda “gli altri”. Basta poco: un incidente in auto o in moto, una caduta, la vecchiaia. In questo racconto la carrozzina smette di essere un oggetto lontano o temuto e diventa un’opportunità per continuare a vivere, in modo diverso ma possibile. Non il problema, ma parte della soluzione.

Un altro video molto condiviso prende di mira il pietismo che ancora domina molte narrazioni sulla disabilità. Con tono ironico e diretto, Cipidillo smonta il linguaggio zuccheroso che sembra empatia ma in realtà crea distanza e superiorità morale.

Più irriverente, ma altrettanto preciso, è il format delle recensioni scherzose: tra queste, quella sulla candela Ferragni, raccontata attraverso finte recensioni “firmate” da diverse tipologie di disabilità. Un modo ironico e pungente per mettere in discussione il marketing dell’inclusione e l’uso superficiale della diversità come elemento decorativo o di tendenza.

Questo è il Cipidillo digitale: scherzoso ma mai innocuo, ironico ma sempre sul pezzo.

Cipidillo entra anche nelle scuole con la Città dell’Agenda della Disabilità ed è testimonial in eventi pubblici e aziendali.

Il futuro di Cipidillo è farlo conoscere sempre di più in Italia e sviluppare una linea di prodotti per sostenere i progetti della Cpd. Perché sulla disabilità non serve sentirsi migliori.
Serve diventare più onesti.

In apertura un’immagine di Cipidillo con alcuni bambini – tutte le fotografie da ufficio stampa

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Omaggio a Valeria Fedeli, donna di valore. Il ricordo di Girelli

La scomparsa di Valeria Fedeli ha suscitato profondo cordoglio anche nel mondo dell’Alta formazione artistico musicale coreutica (Afam) ai cui problemi il ministro, ovvero “la ministra”, come amava essere chiamata, ha dedicato particolare attenzione. Ne ho avuto diretta testimonianza  in due occasioni. La prima con la sua presenza da ministra dell’Istruzione alla inaugurazione dell’anno accademico, nel 2017, del Conservatorio Rossini. L’evento peraltro si  inseriva nella serie  di iniziative per il “Triennio Rossiniano” (dedicato al 150° della morte del compositore). Ascoltò con attenzione la mia relazione, della quale poi mi chiese il testo e nella quale non potevo omettere di elencare un nutrito cahiers de doléances per le tante esigenze di cui il mondo musicale soffriva. Rispose puntualmente, senza sottrarsi ad alcun tema. Docenti, studenti ed autorità presenti all’incontro espressero soddisfazione sia per i risultati della Sua azione ministeriale e sia per la convincente programmazione degli adempimenti da Lei assicurati.

L’altra circostanza riguardò l’ipotesi della istituzione dei cosiddetti Politecnici delle Arti, entità che avrebbero dovuto aggregare le varie Istituzioni Afam e che secondo il progetto di legge del senatore Claudio Martini si sarebbe tradotta in una operazione “razionalizzatrice” con notevoli risparmi di spesa. Quasi che mettere insieme istituzioni artistiche (conservatori, accademie, ISIA) tanto diverse fosse come unire le filiali di una banca. Chi conosce il comparto Afam sa che purtroppo questa prospettiva è ben lontana dalla realtà (solo gli stipendi del personale, in ogni caso ineliminabili, assorbivano il 95% della spesa). Insieme all’onorevole Londei, allora presidente della Accademia di Urbino, facemmo intensa opera di chiarimento presso diversi parlamentari per evitare la perdita di autonomia e di identità di accademie, conservatori ed ISIA, con conseguente mortificazione dei territori, delle loro prerogative artistico-culturali. Ma decisiva fu la solidarietà di Ilvo Diamanti, alla cui opinione era molto sensibile Luigi Zanda, allora capogruppo dei senatori Pd.

Diamanti intervenne pubblicamente rilevando, tra l’altro, che “vanificare l’autonomia di questi istituti, nel mio caso, dell’ISIA di Urbino, significa impedire loro di operare come è avvenuto fino ad oggi. Significa spingere al declino esperienze che attirano centinaia di studenti da tutta Italia. E da altri Paesi”. “Non capisco i motivi che spingono a imporre — e al tempo stesso a negare — confini a esperienze didattiche e formative che proprio nell’autonomia e nel rapporto con il territorio hanno la loro ragione di vita. E di successo”. Tutto ciò “solleva dissenso. E non mancherò – concludeva Diamanti – di esprimerlo ancora. Come dicevano gli studenti francesi — e non solo — nel ‘68: “ce n’est qu’un début…”. Ma il solo “début” fu sufficiente a bloccare la deriva.

Fedeli, dopo un primo momento di attenzione per il progetto Martini, si rese conto della impraticabilità  di tale proposito. E nel corso di un incontro culturale a Roma, presso l’Enciclopedia Treccani, a me che tornavo sull’argomento disse: “Tranquillo. Tutto a posto. Non se ne fa nulla”. Da parte mia assicurai che “per quanto sarà possibile, il Conservatorio si adopererà per concorrere alla valorizzazione della cultura come fattore di educazione e di promozione umana”. In ciò riconoscendosi collegato ai valori che con la sua testimonianza sociale ed istituzionale la ministra ha perseguito. Vita familiare serena (“mi sveglio molto presto al mattino, e mio marito mi porta il caffè a letto”, raccontò in una intervista), i contatti con lei non si estinsero: e così ebbi modo di manifestarle la mia vicinanza quando fu colpita dal covid, o di compiacermi per una sua brillante intervista su Emanuele Macaluso, e così via anche quando, concluso il mandato parlamentare, la incontravo in Senato che ancora talvolta frequentava.

Il non allineamento su taluni principi di fondo della Chiesa Cattolica non ha impedito a Suor Anna Monia Alfieri di affermare che “L’Italia ha perso una vera donna delle istituzioni, responsabile, seria, leale e, personalmente, amica”. La religiosa la ricorda come “sindacalista appassionata nella sua attenzione verso gli ultimi perché potessero esercitare i loro diritti in tutti i campi del vivere civile: la cosa bella è che i risultati sono stati raggiunti senza spaccature ma grazie alla sua abilità nel tessere rapporti costruttivi”.

E quando un preside rimosse da una scuola a Palermo statue di Cristo e della Madonna oltre a foto dei papi, la ministra Valeria Fedeli lo rimproverò pubblicamente durante il Festival della dottrina sociale della Chiesa, dove ebbe modo di conversare amabilmente con il presidente dei vescovi italiani, mons. Gualtiero Bassetti.

Ai microfoni di TV2000 non esitò a dichiarare: “Al papa riconosco la sua capacità di vedere nella scuola un punto fondamentale di accoglienza, inclusione e non discriminazione. Il messaggio di Francesco è la pratica che stiamo cercando di mettere in atto nella scuola italiana. Con lui c’è una profonda convergenza di obiettivi ma anche di metodi”.

Mentre ai genitori di allievi che le ponevano i problemi delle scuole paritarie fece notare che “il problema l’abbiamo sempre presente, al punto che nella legge di bilancio 2017 abbiamo equiparato la scuola paritaria a quella pubblica; tant’è che sui finanziamenti Pon (Programma Operativo Nazionale Inclusione), appena sono arrivata al ministero, ho tenuto da parte i soldi per le scuole paritarie”.

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Perché adoro guardare le ricette del New York Times (anche se non ne ho mai cucinata una)

Quando ho iniziato a fare questo lavoro, l’allora direttore (che non avrebbe mai e poi mai voluta essere definita direttrice, ma credo che questo non c’entri con il nostro tema di oggi) della Cucina Italiana pretendeva che le immagini, tutte le immagini, presenti sul suo giornale fossero scattate in analogico. Banco ottico, flash, sala posa. Parliamo di venticinque anni fa, non di mille: riccanza vera, mica pizza e fichi. Un giorno, l’improvvida stylist che sceglieva tovaglioli e piatti (all’epoca non si faceva molto più di quello) mise un grappolo di pomodori ciliegini dotati di picciolo verde su un piatto di pasta, come vezzosa decorazione a un piatto altrimenti davvero povero e banale. Le ire dell’inferno si abbatterono su di lei, che per settimane ha subito le peggiori angherie per quell’avventatezza. Niente di non commestibile va nel piatto, meno che mai una cosa cruda su una cosa cotta. Vi vedo, state sorridendo pensando a tutto quel ciarpame che vi scorre davanti all’indice ogni giorno: lei non approva di sicuro. Ma quel gesto così sconsiderato era un segno di libertà creativa, una licenza poetica, un momento di sospensione della incredulità: un piccolo tentativo sbarazzino di essere come gli americani. Questo episodio mi viene sempre in mente quando, nella mia casella di posta, arriva una newsletter del New York Times.

Tutti quelli che scrivono, di qualunque argomento, hanno un unico, enorme, solidissimo riferimento: il New York Times. È come se fosse il giornale dei giornali, è il punto fermo dell’informazione mondiale, ma è anche il veicolo dei trend, oltre che delle notizie. Se quello che dici, fai, vendi, produci è scritto sul New York Times, ha un valore per il mondo. Non è un segreto: tre quarti delle redazioni dei giornali del mondo campano copiando (male) quello che scrivono in quella redazione, e gli altri prendono spunto per costruire i propri pezzi. È il giornale che detta l’agenda, e quello che più di tutti trasforma in tendenza quello che succede. Come racconta spesso su queste pagine anche Soncini, questo giornale ha la maggior parte dei suoi lettori abituali concentrati (e paganti) su due temi: i giochi, e la cucina.

Sui giochi e l’enigmistica non ho alcuna passione, ma sulla cucina non posso rimanere indifferente, anzi. Aspetto con ansia di riceve la newsletter che mi racconta nuove ricette, e ogni volta, immancabilmente, rimango affascinata dall’estetica, dall’impiattamento, dai dettagli, dai colori, dalla nitidezza, dalla leggibilità delle immagini, che sono sempre e comunque appetitose e gustose. Le ricette, tutte, mi fanno salivare, mi procurano gioia immediata, e un desiderio irrefrenabile di provarle. Non vorrei solo gustarle, le vorrei proprio cucinare: perché sembrano elaborate ma a un occhio esperto appaiono subito facili, pratiche, dinamiche, piacevoli da realizzare. Guardandole sembra che il broccolo non puzzi mentre cuoce, che il salmone non schizzi tutto il piano cottura mentre rosola, che le verdure siano croccantissime e di colori vivaci anche in pieno inverno, e che nulla romperà l’incantesimo del mio immaginario di cucina perfetta se mi metterò all’opera per prepararle. Ci ho mai provato? Certo che no. Le leggo, le ammiro, cerco di capirne i passaggi, provo a sostituire mentalmente gli ingredienti che non troverei da questa parte dell’oceano ma alla fine desisto sempre. Ma non sono ricette da fare, sono ricette da ammirare.

E infatti, esteticamente non c’è paragone. Noi non sappiamo scattare foto così, forse non abbiamo più i soldi per farlo, forse non li abbiamo mai avuti, forse non è questione di soldi ma di attitudine, di storia, di contesto culturale, di avere Hollywood e non Cinecittà.

Ma credo che molto dipenda da un preciso contesto culturale. Loro non devono rispondere a nessun immaginario collettivo, perché li hanno interiorizzati tutti. Nessuno negli Stati Uniti si scandalizza della pasta posizionata accanto a un filetto di pesce, o della panna usata come intingolo, o delle spezie usate a caso, e altro che appropriazione culturale gastronomica. Nessuno fa una petizione alle Nazioni Unite per la pancetta nella carbonara, nessuno si sognerebbe mai di commentare se gli spaghetti non sono abbastanza cotti, o abbastanza arrotolati, o abbastanza. Vince l’estetica sull’etica. O forse, semplicemente, chi ha il pane non ha i denti, e viceversa. Le nostre ricette sono già buonissime, appetitose, mediamente facili da realizzare, con pochi ingredienti ben riconoscibili: perché dovremmo fare fatica a farle apparire addirittura belle?

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Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite

Quello che gli aspiranti moralizzatori con pacchetto dati non capiscono è che «Vergogna!» non è la condanna che credono loro: nulla come vergognarci di quel che abbiamo detto o fatto o anche solo pensato ci tempra. Quello che non capiscono è che non ci si può vergognare al presente: la vergogna è fatta di senno di poi; e, adesso che di tutto resta traccia, abbiamo un eccesso di passato e quindi di vergognabilità. (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare, diceva una certa Susan Sontag).

Io, per esempio, mi vergogno tantissimo ogni volta che, in quella funzione mnemonica lisergica che sono i ricordi di Facebook, appaiono i post che dodici o tredici anni fa scrivevo su “La grande bellezza”. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea sul film (non l’ho mai rivisto, magari la cambierei, vergognandomi ancora di più): perché mi rileggo e mi trovo tragicamente ridicola, invasata, militante del «questo film mi dispiace e quindi deve dispiacere a tutti». Santiddio, non potevo limitarmi a dirlo a voce agli amici a cena? Se avessi fatto come s’era sempre fatto fino ad allora, ora godrei del lusso della rimozione. Invece è tutto lì, indelebile e perentorio, e guardami: sembro una dell’Internet.

I ricordi di Facebook sono sempre un crepaccio che si apre all’improvviso e ben che vada è uno spavento, perché i diari dovevi andare a rileggerli, e questo comportava tempo e gesti che ti preparavano al ricordo; il diario di Facebook è immateriale, non lo tiri fuori da scatole impolverate su soppalchi, ti appare all’improvviso nella pagina e sei lì, nuda, a rimirare la scemissima te di troppe incarnazioni fa.

Ho ripensato molto alla me furibonda coi fenicotteri e le altre immaginifiche e per me noiosissime trovate sorrentiniane di quell’anno lontano, mentre guardavo il Sorrentino di quest’anno, “La grazia”, che – chiedo scusa se gioco al piccolo critico cinematografico – non mi pare sia solo la combinazione delle due solite metà di Sorrentino.

I due Sorrentino abituali sono il Sorrentino di cui appunto niente m’importa, quello dell’astronauta che piange, del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia, del presidente e del generale che parlano in quello spiazzo che sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia: il Sorrentino delle immagini.

Poi c’è un altro Sorrentino, più ricevibile per chi come me s’interessa alle cose solo se qualcuno le verbalizza, per chi come me spreca il lavoro dei registi che s’inventano inquadrature, che organizzano carrelli, che usano le lenti degli occhiali.

È, quell’altro, il Sorrentino che nei casi migliori è Yasmina Reza (il dialogo a cena con la critica d’arte stronzissima che molla lì il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero: che meraviglia), e nei casi che più piacciono al grande pubblico è il calendario di Frate Indovino. Quello che fa dire a Toni Servillo «non siamo stati bravi, siamo stati eleganti», che già ti pare di vedere la professoressa democratica che esce dall’Anteo ripromettendosi di usarla la prossima volta che litiga col cognato.

Però mi pare che “La grazia” sia innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha l’età alla quale Proust era già morto da quattr’anni, e noialtri che cominciamo per cinque sappiamo domandarci solo quella cosa lì: non «a chi appartengono i nostri giorni», ma «il tempo, il tempo, chi me lo rende?».

Non è solo il fatto che Toni Servillo passa le giornate a interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; lui sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, deve decidere se graziare due assassini e se firmare una legge sull’eutanasia, e pensa – come un ragazzino – solo al fatto che la sua bella l’ha tradito.

Succedeva – nel più brutto sceneggiato della storia della televisione, “Disclaimer” – lo stesso a Sacha Baron Coen, che passava non so quante puntate a costernarsi, indignarsi, straziarsi per aver scoperto che venti e più anni prima la moglie era stata a letto con un altro. (Ovviamente per recuperare questo riferimento ho dovuto scrivere “corna” nella ricerca di WhatsApp e trovare i messaggi sbeffeggianti mentre guardavo “Disclaimer”, perché altrimenti tutto quel che il cervello da menopausa mi permetteva di mettere a fuoco era: ma io di cornuto che non si capacita dopo secoli non ne ho visto un altro da poco?).

Ma – forse sono io che proietto – mi pare che per Servillo sia diverso, perché le corna non confessate, non analizzate, non elaborate in coppia, le corna che ti ha fatto una che ora è morta e non puoi più chiedergliene conto ma solo rimuginare, solo fare ciò che è il corrispondente, per il maschio adulto, della sedicenne che si tagliuzza le cosce, cioè chiedere a chiunque dimmi con chi mi tradiva, dimmi se mi tradiva con te, quelle corna lì sono un altro tassello del trattato: sono il ricordo che non puoi ricordare.

Nel sottofinale di “La grazia”, Servillo è su Zoom, negli occhiali gli si riflette lo schermo del computer e quindi si vedono i figli con cui è collegato. Normalmente avrei pensato che, come me, si rifiuta di pagare le lenti antiriflesso. Ma ho visto da poco “Breakdown: 1975”, in cui Martin Scorsese commenta una scena di Spielberg – una scena di “Lo squalo” in cui a un personaggio si riflette negli occhiali il giornale che sta leggendo – dicendo «That’s cinema», e quindi ora mi sento in colpa pensando alla fatica sprecata di questi poveri registi presso lo schieramento minore ma cocciuto di cui faccio parte: quello di chi fruisce i film come fossero radiodrammi.

Ci sono state – sono appena finite – un paio di terribili settimane in cui in Italia non era possibile vedere “Succession”: erano scaduti i diritti di trasmissione di Sky e non era ancora arrivata Hbo. L’ultima puntata che ho guardato prima che Sky mi sfilasse il giocattolo da sotto il naso è la stessa che ho guardato appena aperta la app di Hbo, quella su cui tutti i patiti di “Succession” sospirano da anni: il compleanno di Logan e quell’incredibile rap di Kendall.

Poiché sono sei anni più vecchia di quando la vidi la prima volta e tenni in sottofondo il rap di Kendall per settimane, stavolta di quella puntata mi ha colpita di più un’altra scena. Shiv regala al padre un album con le foto delle loro case, lui non sembra contento (quando mai Logan Roy sembra contento), neanche capisce che le case fotografate sono tutte loro. Lei è accomodante perché sta brigando per non farsi escludere dalla successione, gli dice «non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà una risposta che con sei anni di ritardo mi ha uccisa: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».

Troppo perché i ricordi pesano, perché i morti mancano, o per quell’altra cosa che diceva Susan Sontag, che mentre lo vivevamo non sapevamo che era una zona sicura, ma adesso lo sappiamo – adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato. Troppo o non abbastanza?

Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare», e io temo che siano tutte e due vere. E che avesse ragione Logan Roy, non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per quel concetto insensato eppure ovvio che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione».

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Che aria tira?

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All’inizio dell’anno tutti cercano previsioni per capire, appunto, che aria tira: quella fatta di segnali concreti — ingredienti, gesti, scelte industriali e politiche — che dicono molto più dei buoni propositi di gennaio. Le cinque notizie di questa settimana arrivano da cinque fronti diversi, ma raccontano la stessa cosa: il cibo come indicatore del tempo che verrà.

Il primo indizio arriva da un ingrediente tutt’altro che nuovo. Il South China Morning Post racconta l’improvvisa centralità del cavolo, celebrato online come possibile “vegetale dell’anno”. Verza, bok choy, cavolfiore e cavolo cinese tornano protagonisti grazie a una combinazione di fattori che dice molto del presente: valore nutrizionale, adattabilità climatica, costo contenuto e forte resa visiva sui social. Un ortaggio tradizionale diventa simbolo di una cucina più vegetale, pragmatica e fotogenica. Se l’aria che tira è quella di una transizione alimentare, passa anche da ingredienti semplici riletti in chiave contemporanea.

Dall’ortaggio alla piazza politica il passo è breve. Secondo La Vanguardia, gli agricoltori belgi hanno scelto le patatine fritte come simbolo della protesta contro l’accordo commerciale UE–Mercosur. Davanti al Parlamento europeo, a Bruxelles, hanno piantato sacchi di patate e rovesciato olio usato, accusando l’Europa di sacrificare le filiere locali in nome della liberalizzazione del mercato con l’America Latina.Dietro la messinscena c’è una preoccupazione seria: l’import di prodotti agricoli a basso costo rischia di penalizzare i produttori europei, già colpiti da rincari energetici e regolamentazioni ambientali più rigide. Le frites diventano così il nuovo linguaggio del dissenso rurale: una protesta che unisce simbolismo nazionale, umorismo e disperazione economica

Il racconto cambia tono ma resta sullo stesso asse quando Vogue prova a intercettare i food trend del 2026. Più che mode passeggere, emergono direzioni già visibili: fermentazioni e salute intestinale, cucine ibride nate da contaminazioni culturali, bevande funzionali, proteine alternative che cercano nuovi formati. Il cibo, racconta il magazine, diventa così una forma di espressione personale, al pari del guardaroba. La cucina diventa un’estensione del sé, dove ogni piatto comunica valori e appartenenze: sostenibilità, salute, identità culturale, inclusione.

A rendere l’aria più densa interviene la dimensione della sicurezza. Il Financial Times analizza il ritorno globale allo stoccaggio di alimenti. Dopo anni di fiducia nel just-in-time, governi e istituzioni tornano ad accumulare cereali e beni di prima necessità, spinti da shock climatici, instabilità geopolitiche e filiere sempre più fragili. La Cina ha incrementato del 20% le riserve di grano e riso; la Francia e la Germania stanno elaborando nuovi piani nazionali di stoccaggio; anche gli Stati Uniti rivedono le proprie politiche agricole di sicurezza. Non è un ritorno al passato, ma un segnale chiaro: il cibo torna a essere una questione strategica e di sicurezza, non solo di mercato.

La chiusura arriva dal fronte dell’industria alimentare. Il The Washington Post racconta la scelta di Beyond Meat di entrare nel settore delle bevande proteiche a base di proteine del pisello. Un passaggio che segna la maturazione — e le difficoltà — del mercato plant-based: non più solo sostituti della carne, ma nuovi modi di consumare proteine, puntando su praticità e funzionalità. Il cambiamento non è tanto nell’ingrediente, quanto nel formato e nell’uso quotidiano. Un altro segnale di come il cibo stia adattandosi a stili di vita che chiedono soluzioni diverse.

Messe insieme, queste cinque notizie non fanno previsioni. Ma suggeriscono una direzione. L’aria che tira parla di cibo come simbolo, come strumento politico, come bene strategico e come prodotto da ripensare. Se l’anno che viene avrà un sapore preciso, comincia già a sentirsi adesso.

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M. Il figlio del Secolo con Luca Marinelli regia di Joe Wright

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

M: “La storia si fa partendo dagli ultimi, lo sapete? Si attizza la loro rabbia, gli si mettono in mano le bombe e le rivoltelle… E all’occorrenza matita elettorale” IL “CANZONATORE” DI … MARINELLI!?! (Semicit.). “Luca Marinelli si è messo a frignare perché è stravolto, sconvolto dal dolore per aver interpretato Mussolini, ma non si capisce il motivo: per un attore interpretare Mussolini o un angelo del cielo è lo stesso, deve recitare… E poi che senso ha, prima approfitti di Mussolini per avere anche un certo successo in tv, di cui godrai i frutti, e poi dici che sei

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Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper

“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”

Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.

Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.

Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.

Cos’è la consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.

Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.

I livelli della Situational Awareness (SA)

La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.

I livelli sono:

  1. Percezione
  2. Comprensione
  3. Proiezione

Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.

1) La Percezione

Il primo livello è la percezione:

  • ciò che si vede
  • ciò che si sente
  • ciò che cambia rispetto alla normalità

Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.

Esempi concreti possono essere:

  • un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
  • strade insolitamente congestionate
  • servizi pubblici non operativi
  • comportamenti anomali delle persone

Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.

2) La Comprensione

Il secondo livello è la comprensione:

  • è un evento isolato o diffuso?
  • è temporaneo o potrebbe protrarsi?
  • è già accaduto in passato?

In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.

Esempi concreti di disagi possono essere:

  • approvvigionamenti
  • mobilità
  • comunicazioni
  • sicurezza

3) La Proiezione

Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:

  • cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
  • quali servizi potrebbero interrompersi?
  • quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?

Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.

Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali

Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.

La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.

Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.

Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino

Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.

Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.

Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

fonte Rai News

Considerazioni preventive

La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.

In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:

  • osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
  • mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
  • in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.

Un caso reale: tragedia Crans Montana

Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.

In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.

In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.

Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.

Considerazioni preventive

Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Effetto Spettatore
  • evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
  • individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
  • farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
  • evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
  • prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.

Una lezione generale

La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.

La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.

Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.

Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.

Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.

In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.

La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.

Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.

Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.

Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping

Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.

Essere consapevoli significa:

  • ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
  • alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
  • favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche

Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:

  • intervenire prima che l’emergenza diventi critica
  • proteggere la propria famiglia
  • utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
  • mantenere lucidità anche in situazioni stressanti

Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.

Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.

Applicazione nella vita quotidiana

La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.

Al contrario, si basa su:

  • osservazione calma
  • attenzione selettiva
  • conoscenza della normalità

Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.

Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.

Alcuni esempi pratici:

  • osservare le uscite quando si entra in un luogo
  • notare comportamenti fuori contesto
  • ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
  • conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia

Errori comuni da evitare

Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:

  1. l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
  2. la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
  3. l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
  4. la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza

La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.

Come allenare la consapevolezza situazionale

Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.

Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:

  • il Gioco di Kim
  • LA visione Periferica
  • Caccia agli Oggetti
  • OODA Loop

Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.

Box – Cosa fare prima, durante e dopo

La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.

Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.

Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.

Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con

Box – Consigli AIP

In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:

  • conoscere i rischi del proprio territorio
  • informarsi attraverso canali ufficiali
  • adottare comportamenti di autoprotezione
  • mantenere calma e lucidità
  • evitare azioni che possano intralciare i soccorsi

La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.

Conclusione

Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.

Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.

L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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