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Palermo, la morte di una tredicenne e la responsabilità della comunità educante: la tutela dei minori non può cominciare dall’emergenza

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio per la morte della ragazza di tredici anni precipitata dal nono piano di un edificio a Palermo nella mattina di sabato 15 agosto 2026 e manifesta la propria vicinanza alla famiglia e a quanti sono stati coinvolti in una vicenda di così grave portata.

Secondo quanto riportato dalla stampa, il fatto è avvenuto intorno alle ore 7 in via dei Nebrodi, nel quartiere Resuttana-San Lorenzo. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, che hanno tentato invano di soccorrere la giovanissima. Le indagini sono condotte dalla Polizia, con l’intervento della Polizia Scientifica, per ricostruire con esattezza le circostanze della caduta.

Proprio perché gli accertamenti sono ancora in corso, riteniamo necessario evitare ipotesi, interpretazioni e attribuzioni di significato non sostenute da elementi certi. Quando un fatto di cronaca coinvolge una minorenne, il rispetto della persona e della famiglia deve precedere ogni esigenza di trovare spiegazioni immediate.

La vicenda richiama tuttavia una questione più ampia: la qualità della tutela che la società è in grado di assicurare all’infanzia e all’adolescenza. Proteggere i minori non significa intervenire soltanto quando una difficoltà è già manifesta, ma costruire nella quotidianità condizioni nelle quali ragazzi e ragazze possano sentirsi ascoltati, riconosciuti e accompagnati.

L’adolescenza viene ancora troppo spesso osservata attraverso categorie semplificate: silenzi, cambiamenti e forme di isolamento possono essere liquidati come caratteristiche dell’età. Ciò non significa trasformare ogni comportamento in un segnale di disagio, ma dotare adulti e istituzioni degli strumenti necessari per distinguere, ascoltare e, quando occorre, attivare competenze adeguate.

In questo quadro la scuola svolge una funzione essenziale, non perché debba assumere compiti sanitari o essere considerata responsabile di ogni fragilità, ma perché rappresenta uno dei principali luoghi di relazione nella vita dei giovani. Un insegnante può cogliere un cambiamento, raccogliere una confidenza o percepire una situazione che merita attenzione; tale capacità educativa, però, diventa realmente efficace soltanto se sostenuta da una rete di professionalità e servizi.

Il CNDDU ritiene quindi necessario superare la logica degli interventi occasionali e consolidare un sistema stabile di prevenzione: presìdi di ascolto psicologico nelle comunità scolastiche, formazione del personale, servizi territoriali accessibili e protocolli operativi tra scuola, famiglie, sanità e servizi sociali. La tutela non può dipendere dalla sensibilità del singolo né attivarsi soltanto sull’onda di un’emergenza.

La questione riguarda anche la cultura con cui insegniamo ai più giovani a rapportarsi alle proprie difficoltà. Chiedere aiuto non dovrebbe essere percepito come un’ammissione di debolezza. Un adolescente deve poter trovare, nei diversi luoghi della propria vita, interlocutori credibili e preparati, capaci di ascoltare senza giudicare e di orientarlo, quando necessario, verso un sostegno competente.

Un’ulteriore responsabilità riguarda l’informazione e i social network. La morte di una persona così giovane suscita inevitabilmente interrogativi, ma il diritto di cronaca deve accompagnarsi alla tutela della dignità e della riservatezza. Dettagli non indispensabili, immagini, ricostruzioni non confermate e supposizioni sulle cause rischiano di trasformare una vicenda personale in una narrazione pubblica costruita prima che i fatti siano accertati.

Nell’attuale ecosistema digitale questa cautela è ancora più necessaria: un’ipotesi può diventare rapidamente, attraverso condivisioni e commenti, una presunta verità. Informare con misura non significa limitare il diritto di cronaca, ma esercitarlo con maggiore responsabilità e autorevolezza, distinguendo sempre ciò che è accertato da ciò che non lo è.

Quanto accaduto a Palermo il 15 agosto 2026 richiede dunque innanzitutto rispetto: per una vita interrotta a tredici anni, per una famiglia colpita da una perdita irreparabile e per il lavoro degli inquirenti. Allo stesso tempo richiama le istituzioni educative, sanitarie e sociali alla necessità di verificare quanto il sistema di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza sia realmente presente nella vita quotidiana dei giovani.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia questo il terreno sul quale concentrare la riflessione pubblica. La protezione dell’adolescenza non può essere affidata alla successione delle emergenze o alla temporanea attenzione generata dalla cronaca, ma deve tradursi in una responsabilità pubblica continuativa, riconoscibile nelle scuole, nei territori e nei servizi. Su quanto avvenuto alla tredicenne di Palermo devono invece rimanere il rispetto, la discrezione e l’attesa degli accertamenti dovuti.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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Il nome del micetto

Il nome del micetto

di lorenzo merlo

 

Messaggio nella bottiglia e sua possibilità di arenarsi sulla spiaggia in cui ci troviamo.

 

Si sente sempre approcciare il mistero e l’infinito non solo con l’intento di conoscerlo e farlo nostro cioè misurarlo, ma, e inconsapevolmente, come se l’indagine razionale cioè maledettamente e assolutamente umana avesse in sé le doti per farlo. A dire il vero le avrebbe se solo si rendesse conto di vivere nell’incantesimo della razionalità quale strumento superiore di conoscenza. Che guaio! Sì, perché in quel modo di procedere, di pensare o di dare per scontato non si può andare oltre ciò che il campo logico-razionale-meccanicistico possa permettere.

 

Al contrario, invece, emancipandosi dalla conoscenza come somma di dati estratti dall’intero a mezzo dell’analisi e considerati acquisiti, nonché esistenti come entità indipendenti, si alza il livello di magia o, per i più scientisti, di sensibilità, che comporta l’accesso ad un piano di lettura del reale non più intellettualmente esaurito, che permette di conoscere il mistero e sentire l’infinito a mezzo della natura ricettiva che siamo.

 

Un livello di sensibilità che permette l’identificazione e il bilanciamento tra conoscenza analitica e conoscenza già presente in noi. Soprattutto che permette di constatare quanto e come si è creduta la conoscenza analitica e cognitiva, quale reale e sola autentica conoscenza. Che è quella che ci ha portato a realizzare una storia di sofferenza e di raccapriccianti politiche quali quelle in corso, entro le quali si è pure scambiato l’abbondanza come benessere, l’avanzamento tecnologico come progresso, il denaro come chiesa e il relativo diritto di sopraffazione dei suoi fedeli come crociata sterminatrice e convertitrice. Una vita d’inferno. Questo significa aver scambiato il sapere analitico-cognitivo per conoscenza.

 

Il livello di sensibilità a cui ci riferiamo permette di osservare la magia della realtà. Ovvero in che termini la realtà decanta in noi, così come la descriviamo. Questa, oltre che esserci stata offerta da qualsivoglia tradizione sapienziale emersa da migliaia di anni dalle culture della terra intera, ci è ora (dai primi decenni del secolo scorso) fatta presente anche dalla fisica quantistica o, meglio, dalla relativa filosofia.

 

Il gatto di Schrödinger (vedi), che sarebbe contemporaneamente e, secondo le regole della logica, inaccettabilmente vivo e morto, almeno finché qualcuno non apre la scatola e constata in quale stato si trovi effettivamente il micetto, può essere utile al caso nostro, cioè a riconoscere in che termini la realtà è magica.

 

Anche dall’esperimento logico di Schrödinger si può astrarre la filosofia che permette di constatare come ogni realtà appaia al cospetto di colui che ne apre la scatola entro cui stava in tutte le sue infinite potenzialità. Essa infatti viene rispettosamente descritta secondo la condizione del momento in cui versiamo. Così un amico muta in nemico e un nemico in amico finché un legame sentimentale di attrazione o repulsione terrà unite le parti. Così ad un micetto si darà quel nome e non un altro. Basta fare una breve gita entro la nostra biografia per osservare come il mondo sia in nostra funzione. Come un amore corrisposto o non corrisposto ci cambiasse i pensieri e con questi il mondo.

Tutto ciò si verifica e si mostra anche secondo quantità. L’adesione consapevole o meno nei confronti di un’ideologia, permette a tutti gli adepti di trovare nella scatola la medesima realtà. Un evento che non avviene se ad aprirla è un seguace di altra od opposta ideologia. L’idea di realtà di noi occidentali non è condivisa da chiunque si trovi entro il campo in cui essa è descritta in altro modo. Ma ci si abitua a tutto. Produci, consuma, crepa, per esempio, non è solo uno slogan dei disadattati e una realtà fatta e finità, purché la si veda.

 

Per spiegare – non esageriamo! – come avviene un cambio di realtà trovato aprendo la medesima scatola si può fare riferimento al cosiddetto salto quantico. Questo è banalmente rappresentabile da un cambio di emozione. Ognuna di queste impone una realtà soltanto. Così l’entusiasta di un tempo trova le condizioni della depressione in un altro.

 

Ce n’è ancora. La razionalità stessa, o ciò che così definiamo, non è che un’emozione che la rende esistente. Così, cammin facendo, ognuno definisce il mondo secondo la bolla emozionale o campo entro cui si trova, passando da uno all’altro, anche opposto, senza avvertire alcuna contraddizione. Una magia dovuta all’emozione di sentirci sempre e comunque la medesima persona.

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TROVATE IN CINA DELLE MUMMIE SEPOLTE NEL DESERTO IN BARCHE

Nel 1990, centinaia di corpi mummificati furono trovati sepolti in barche in un’inospitale area desertica nella regione autonoma uigura dello Xinijang, nel nord-ovest della Cina. Conosciute come le mummie del bacino del Tarim, ora sono state esaminate geneticamente e gli scienziati hanno ristretto le origini delle misteriose mummie. I risultati sono piuttosto sorprendenti.

I corpi e gli abiti delle mummie sono sorprendentemente intatti nonostante risalgano a 4.000 anni fa e sono stati scoperti nel bacino del Tarim nello Xinjiang. I lineamenti del viso e il colore dei capelli sono visibili, essendo stati naturalmente preservati dall’aria secca del deserto.

Le mummie furono scoperte sepolte in bare a forma di barca ricoperte di pelli di mucca. Accanto a loro c’erano i segni di una società agricola: prodotti alimentari come grano, orzo e formaggio, nonché bestiame come pecore, capre e bovini.

Avevano l’aspetto di stranieri provenienti da una terra straniera perché erano alti, portavano cappelli di feltro di lana e stivaletti di cuoio, e alcuni di loro avevano i capelli biondi. Tuttavia, i genomi di 13 mummie risalenti a 4.000 anni fa, straordinariamente conservati, non erano migranti che portavano la tecnologia dall’Occidente, come si supponeva in precedenza. Uno studio sul DNA delle mummie rivela che si trattava di gente del posto con profonde radici nella zona.

In uno studio pubblicato sul Nature Journal , i ricercatori hanno analizzato i dati genetici raccolti dalle mummie. Risalgono al 2.100-1.700 a.C. e hanno rivelato la provenienza delle persone.

Sembrano essere le reliquie di un’antica popolazione scomparsa in Eurasia dopo l’ultima era glaciale, ancestrale delle popolazioni indigene che vivono oggi in Siberia e nelle Americhe.

In foto una donna dell’età del bronzo mummificata naturalmente, che fu sepolta a Xiaohe nel bacino del Tarim.

Gli individui distanti 400 chilometri l’uno dall’altro, alle estremità opposte del bacino del Tarim, avevano un DNA simile a quello dei fratelli. Anche se le mummie erano gente del posto che non si era sposata con i pastori migranti nelle vicine valli montane, non erano culturalmente isolate. Già 4000 anni fa avevano abbracciato nuove idee e culture: indossavano abiti di lana tessuta, costruivano sistemi di irrigazione, coltivavano grano e miglio non autoctoni, allevavano pecore e capre e mungevano il bestiame per produrre formaggio.

Sebbene lavori precedenti abbiano dimostrato che le mummie vivevano sulle rive di un’oasi nel deserto, non è ancora chiaro il motivo per cui furono sepolte in barche ricoperte di pelli di bestiame con remi in testa – una pratica rara che non si trova da nessun’altra parte nella regione e forse meglio associato ai Vichinghi.

Secondo lo studio, il gruppo era nella zona da qualche tempo e aveva una distinta discendenza locale, che confutava le teorie secondo cui si trattava di pastori della regione meridionale del Mar Nero russo, dell’Asia centrale o dei primi agricoltori dell’altopiano iraniano.

Christina Warinner, autrice dello studio, professoressa di antropologia all’Università di Harvard e leader del gruppo di ricerca presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha dichiarato in una dichiarazione: “Le mummie hanno affascinato a lungo sia gli scienziati che il pubblico sin dalla loro scoperta originale. Oltre ad essere straordinariamente conservati, sono stati ritrovati in un contesto molto insolito e presentano elementi culturali diversi e lontani”.

I ricercatori hanno anche affermato che è possibile che una popolazione sia geneticamente isolata ma anche culturalmente cosmopolita.

Oltre a esaminare i genomi sequenziati dai resti di cinque individui del bacino di Dzungarian più a nord nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina, i ricercatori hanno anche esaminato i dati genetici delle mummie più antiche del bacino del Tarim, che risalgono a un periodo compreso tra 3.700 e 4.100 anni. . Risalenti tra 4.800 e 5.000 anni fa, sono i resti umani più antichi rinvenuti nella regione

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