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Servizi in orbita, anti-drone e filiere. Così si chiude Ila Berlin

Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.

Thales Alenia Space e Leonardo nel programma ISOS

Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.

Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.

MBDA tra droni, attacco di precisione e Ucraina

Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.

Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.

OHB Italia e Cosine nella missione Ramses

Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.

Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.

Piemonte e Renania rafforzano la filiera

La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.

L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.

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ILA 2026, a Berlino l’Europa dell’aerospazio misura le proprie ambizioni

ILA 2026, a Berlino l’Europa dell’aerospazio misura le proprie ambizioni

BERLINO (GERMANIA) (ITALPRESS) – Con l’apertura ufficiale affidata al cancelliere federale Friedrich Merz, l’ILA Berlin 2026 trasforma l’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER) nel principale crocevia europeo dell’industria aerospaziale. Fino al 14 giugno, oltre 750 espositori provenienti da 37 Paesi, circa 330 delegazioni istituzionali di più di 60 nazioni e quasi 100 mila visitatori animeranno quella che il Bundesverband der Deutschen Luft- und Raumfahrtindustrie (BDLI) e Messe Berlin presentano come la principale piattaforma continentale dedicata ad aerospazio, sicurezza e innovazione tecnologica.

A completare il quadro saranno circa cento velivoli impegnati tra esposizioni statiche e dimostrazioni in volo, in un’edizione che, sotto il motto “Pioneering Aerospace”, intende evidenziare il legame sempre più stretto tra progresso tecnologico, competitività industriale e autonomia strategica.

La presenza del ministro della Difesa Boris Pistorius, della ministra dell’Economia Katherina Reiche, del ministro dei Trasporti Patrick Schnieder e della ministra della Ricerca, Tecnologia e Spazio Dorothee Bar testimonia il rilievo politico assunto da un comparto considerato cruciale per la sicurezza e la prosperità del continente.

“Questa ILA arriva esattamente al momento giusto”, ha affermato il presidente del BDLI e amministratore delegato di Airbus Defence and Space, Michael Schollhorn. “Germania ed Europa hanno bisogno più che mai di crescita economica, mobilità sostenibile, accesso allo spazio, sicurezza e sovranità. L’industria aerospaziale rappresenta tutto questo e presenta qui una visione strategica per il futuro”.

Sulla stessa linea il direttore operativo di Messe Berlin, Dirk Hoffmann, secondo il quale l’ILA “continua a crescere” e conferma il proprio ruolo di “piattaforma europea leader per l’innovazione aerospaziale”, luogo nel quale “nascono nuove partnership, vengono presentate nuove tecnologie e si discutono i temi che plasmeranno il settore”.

Articolato su tre palchi tematici, il programma riunisce rappresentanti delle istituzioni, dell’industria, della ricerca e delle forze armate per affrontare questioni che spaziano dall’aviazione a basse emissioni alle tecnologie spaziali, dalla digitalizzazione alle competenze necessarie per la futura base industriale europea.

Tra i protagonisti figurano il direttore generale dell’Agenzia spaziale europea Josef Aschbacher, la presidente del Deutsches Zentrum fuer Luft- und Raumfahrt (DLR) Anke Kaysser-Pyzalla, gli astronauti Matthias Maurer, Alexander Gerst e Rabea Rogge, l’ispettore della Luftwaffe Holger Neumann e, in uno degli appuntamenti più attesi, il comandante supremo alleato in Europa della NATO, generale Alexus Grynkewich, che parteciperà a un confronto sulla sicurezza europea insieme al capo della Bundeswehr, generale Carsten Breuer.

L’edizione 2026 riflette inoltre il crescente peso assunto dal comparto difesa. Airbus, Boeing, Leonardo, Lockheed Martin, MBDA, Rheinmetall, Hensoldt, Embraer, General Atomics e numerosi altri protagonisti dell’industria internazionale presenteranno sistemi destinati a caratterizzare il futuro ambiente operativo multidominio.

Tra le principali attrazioni figurano il debutto in volo del drone Heron TP della Bundeswehr, capace di trasmettere immagini ad alta definizione in tempo reale, la prima apparizione all’ILA dell’elicottero da combattimento AW249 sviluppato da Leonardo, il pattugliatore marittimo P-8A Poseidon di Boeing, il Do228 NXT di General Atomics, l’Airbus Beluga, l’Airbus A380 di Emirates e l’Airbus A320neo con la livrea celebrativa del centenario Lufthansa.

Ampio spazio è riservato ai sistemi senza equipaggio, con il nuovo Drone Pavilion e la Drone Cage dedicata alle dimostrazioni dinamiche, mentre lo Start-up Hub offrirà alle giovani imprese innovative un punto di contatto con investitori, industria e amministrazioni pubbliche. Il Talent Hub sarà invece dedicato al reclutamento e alla formazione di ingegneri, tecnici e futuri piloti.

Competitività, tecnologia e sovranità rappresentano il filo conduttore dell’intera manifestazione, che si propone non soltanto come una vetrina delle eccellenze industriali, ma come il luogo nel quale l’Europa cerca di delineare la propria autonomia strategica in un’epoca segnata dal ritorno della competizione tra potenze e dall’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche.

Non sorprende, in questo quadro, che il fine settimana aperto al pubblico risulti già completamente esaurito: prima ancora di rivolgersi agli appassionati, l’ILA 2026 parla infatti ai decisori politici, militari e industriali chiamati a definire il futuro dell’aerospazio europeo.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Cos’è la UK Commando Force, la nuova unità nata degli specialisti della guerriglia

I Royal Marines voltano pagina, e inaugurano una nuova fase della loro storia cambiando nome: la storica 3ª Brigata Commando assumerà infatti la denominazione di UK Commando Force, un cambiamento che sancisce una trasformazione iniziata quasi dieci anni fa e destinata ad adeguare una delle forze più celebri delle Forze Armate britanniche alle esigenze della guerra moderna. Negli ultimi anni la formazione d’élite, che trova le sue radici nelle necessità di schierare gruppi di incursori autonomi che potessero operare come “commando” e avanguardia nel corso del Secondo conflitto mondiale, ha intrapreso un profondo processo di rinnovamento che ha coinvolto tutto il personale della brigata – che inquadra operatori dei Marines, Commando dell’Esercito e della Marina – con l’obiettivo di operare negli scenari più complessi,e combattere negli ambianti più ostili e impegnativi, adottando nuove tattiche, procedure e tecnologie che li renderanno in grado di rispondere alle sfide di un campo di battaglia in continua evoluzione. Ciò comprende l’introduzione di nuovi sistemi d’arma e piattaforme operative, con particolare attenzione ai mezzi senza equipaggio come droni aerei e navali, oltre a nuove capacità nel campo delle comunicazioni digitali, della sorveglianza, della mobilità tattica e del combattimento terrestre.

Il processo di trasformazione e l’assunzione di un nuovo “nome” è stato annunciato darRe Carlo III, mentre gli ufficiali dell’unità hanno tenuto a sottolineare come non si tratti di un semplice aggiornamento tecnologico ma di un cambiamento che riguarda la struttura stessa della forza che, prendendo ispirazione dalla propria tradizione nelle operazioni speciali, deve progressivamente abbandonare alcuni “modelli del passato” più recente per adattarsi, o meglio, riadattarsi, a scenari che richiedono unità di incursori autonome che devono essere in grado di operare per lunghi periodi a grande distanza dal supporto principale, mantenendo le loro capacità in ambienti ostili, si tratti dell’Artico o dei deserti africani.

Che sia con il caldo, il freddo o una persistente umidità, avete sempre dimostrato che non esistono ambienti in cui un Royal Marine non possa operare e vincere“, ha dichiarato Re Carlo III rivolgendosi ai reparti schierati nel Quadrangle del castello di Windsor, durante la consegna delle nuove insegne alle quattro unità dei Royal Marines –40ª, 42ª, 43ª e 45ª Commando – che d’ora in poi saranno inquadrante come United Kingdom Commando Force.

Passato, presente e futuro dei Royal Marines Commando

Il nome 3ª Brigata Commando occupa un posto di rilievo nella storia militare britannica. La sua eredità affonda le radici nella 3rd Special Service Brigade, che adottò questa denominazione quando lasciò il teatro mediorientale per essere impiegata sul fronte dell’Estremo Oriente tra il 1943 e il 1945, durante la guerra nel Pacifico.

Le formazioni commando nacquero nel 1940 su impulso del primo ministro britannico Winston Churchill, in una delle fasi più critiche della Seconda guerra mondiale. L’idea era quella di creare piccole unità composte da soldati altamente addestrati, capaci di condurre rapide incursioni contro il nemico. Il modello di riferimento erano i “kommando” boeri, gruppi di combattenti irregolari che durante la Seconda guerra boera avevano messo in seria difficoltà le forze britanniche attraverso azioni di guerriglia e attacchi mordi e fuggi tra il 1899 e il 1902. Churchill conosceva bene quel precedente. Durante il conflitto sudafricano era stato catturato dai boeri e ne aveva osservato da vicino i metodi operativi, rimanendone profondamente colpito. Per questo incaricò il tenente colonnello Dudley Clarke, ufficiale dello Stato Maggiore del War Office, di delineare una nuova forza in grado di “instaurare un clima di terrore lungo le coste nemiche“. Nacquero così i primi Commando, che in seguito vennero raggruppati nelle Special Service Brigades, tra cui la 3ª Commando Brigade. Quest’ultima divenne la principale formazione organica delle Forze Armate britanniche dedicata alle operazioni anfibie e di assalto, riunendo le unità operative dei Royal Marines insieme a reparti di supporto provenienti dai Royal Engineers, dalla Royal Artillery e dalla Fleet Air Arm. Una struttura che le consentiva di operare con un elevato grado di autonomia sul campo.

Un ruolo fondamentale fu svolto proprio dai Royal Marines Commandos, costituiti per iniziativa di Lord Louis Mountbatten attraverso la conversione di unità della Marina in formazioni d’assalto specializzate. Questi reparti erano concepiti per agire come avanguardia durante gli sbarchi anfibi, conducendo ricognizioni, incursioni e operazioni offensive a supporto delle forze convenzionali. Dopo l’impiego in Birmania, gli uomini della 3ª Brigata Commando continuarono a specializzarsi nelle operazioni dietro le linee nemiche, pur adottando progressivamente tattiche più convenzionali, proprie della fanteria d’élite e delle truppe d’assalto. Nel corso dei decenni successivi la brigata prese parte ad alcune delle principali operazioni militari britanniche, dalla crisi di Suez alla Guerra delle Falkland, fino ai conflitti in Afghanistan e Iraq.

Questa lunga tradizione rappresenta ancora oggi una componente essenziale dell’identità dei Royal Marines. Tuttavia, secondo il Generale Sir Gwyn Jenkins, Primo Lord del Mare e Comandante Generale dei Royal Marines, il nuovo nome United Kingdom Commando Force riflette meglio l’evoluzione compiuta nell’ultimo decennio. “Questo è più di un semplice cambio di nome: riflette un decennio di trasformazione“, ha dichiarato. Jenkins ha sottolineato come la forza sia passata dall’essere una brigata anfibia ad altissima prontezza operativa a una moderna formazione di commando distribuita su scala globale e progettata per operare negli ambienti più impegnativi. A suo giudizio, la denominazione United Kingdom Commando Force descrive più accuratamente una realtà composta da unità altamente flessibili, tecnologicamente avanzate e specializzate in un ampio spettro di missioni, pienamente adattate alle caratteristiche della guerra del XXI secolo.

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Taiwan non deve scegliere: Cheng negli USA dopo lo storico incontro con Xi

Taiwan

A meno di un mese dal vertice Xi-Trump a Pechino, e dopo due mesi dall’incontro fra Cheng Li-wun — la leader del Kuomintang (KMT), il principale partito d’opposizione taiwanese — e Xi Jinping, Cheng ha aperto il secondo atto della sua strategia per promuovere una visione alternativa del ruolo dell’isola in Asia con un viaggio di ben due settimane negli Stati Uniti.

Si tratta della prima visita negli USA da parte dell’“erede” del partito di Sun Yat-sen dopo il suo insediamento di novembre scorso, con tappe a San Francisco, Boston, New York, Washington D.C (dove Cheng sarebbe «molto ben disposta» a incontrare Trump) e Los Angeles. Sebbene missioni analoghe facciano da tempo parte dell’attività internazionale dei funzionari di tutti i partiti politici di Taiwan — che negli anni hanno regolarmente coltivato rapporti con think tank, università e comunità taiwanesi d’oltreoceano — quella di Cheng assume un significato particolare.

Nell’incontro con Xi Jinping dello scorso aprile Cheng ha rilanciato la formula dell’ambiguità strategica inscritta nel Consenso del 1992 (che postula l’esistenza di una “unica Cina”) e l’opposizione all’indipendenza di Taiwan come quadro politico operativo per lo Stretto, rinfocolando il senso di parentela fra Pechino e Taipei. Un approccio che Cheng Li-wun continua a declinare in chiave pragmatica: una deterrenza priva di canali di comunicazione efficaci aumenta le tensioni fra le due sponde dello Stretto.

«La chiave è la trasparenza». Lo aveva scritto la stessa Cheng in un editoriale del Foreign Affairs pubblicato poche settimane prima dell’incontro con Xi. Intitolato «Taiwan non deve scegliere», l’articolo rappresenta una sorta di manifesto programmatico della leader del KMT rivolto alle élite della politica estera occidentale e il fatto che sia stato pubblicato sull’autorevole rivista statunitense dimostra l’interesse verso le sue posizioni. Secondo Cheng, una Taiwan capace di dialogare con entrambe le sponde della competizione sino-americana sarebbe un partner più stabile e affidabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Convinzione ribadita nei giorni scorsi in un’intervista al Financial Times, dove Cheng sostiene che una riduzione delle tensioni nello Stretto diminuirebbe il rischio che l’isola diventi una «pedina» nelle trattative fra Washington e Pechino.

La sua tesi ha però suscitato forti reprimende. Sul Taipei Times — uno dei principali quotidiani taiwanesi e tradizionalmente vicino alle posizioni indipendentiste — alcuni commentatori hanno visto in questa impostazione il rischio di inviare «il messaggio sbagliato agli alleati e ai partner democratici di Taiwan». Riserve alle quali ha fatto eco Raymond Greene, direttore dell’American Institute a Taiwan e massimo rappresentante statunitense sull’isola, riferendo come numerosi legislatori e studiosi USA s’interroghino sulla possibilità che la leadership del KMT stia «cambiando radicalmente l’orientamento politico del partito».

È anche per rispondere a questi interrogativi che Cheng ha scelto di recarsi negli Stati Uniti, dove a Washington ha incontrato membri del Congresso e funzionari del governo statunitense, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Guerra. Nei primi incontri nella capitale USA, la leader del KMT ha già riaffermato il valore della cooperazione militare con gli Stati Uniti. Fra i dossier discussi è tornato quello relativo alla vendita delle armi a Taiwan — punctum dolens del vertice Xi-Trump del mese scorso — dopo che la decisione del presidente statunitense di affrontare il tema direttamente con il leader cinese aveva suscitato forte allarme nel Partito Progressista Democratico (DDP), al potere dal 2016. Allarme al quale aveva dato voce il presidente Lai Ching-te che si era affrettato ad assicurare che Taiwan «non verrà mai sacrificata né barattata» in seguito alle dichiarazioni rilasciate da Trump a Fox News dopo il summit di Pechino.

In quell’occasione il presidente USA aveva rilanciato la tradizionale posizione di Washington contraria all’indipendenza dell’isola, adottando toni sensibilmente diversi rispetto a quelli prevalsi nei rapporti fra Stati Uniti e Taiwan negli ultimi anni. Trump aveva inoltre mostrato ben poca disponibilità a «percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra» e mantenuto in sospeso la decisione sul pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei, anche alla luce della necessità di preservare le scorte di munizioni per il conflitto con l’Iran (per il quale il contachilometri funziona ancora).

Proprio il fatto che sia Trump a mantenere congelata la spesa per la difesa sferra un duro colpo a uno dei principali argomenti del DDP — la capacità di garantire un rapporto privilegiato con Washington — e rafforza invece il KMT, che da sempre rivendica di essere l’unica forza politica in grado di garantire la pace fra le due sponde dello Stretto. Sullo sfondo, mentre le esercitazioni militari taiwanesi continuano a simulare ipotetici scenari di “invasione” e aumentano gli incontri ravvicinati fra unità navali di Pechino e Taipei nel Mar Cinese Meridionale, la visita di Cheng (tuttora in corso) assume inevitabilmente anche una dimensione elettorale. In un Indo-Pacifico sempre più militarizzato, la leader del KMT scommette che il futuro di Taiwan non si deciderà soltanto dal numero dei missili schierati nello Stretto, ma anche nelle urne del 2028.

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Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

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Edf 2025, Leonardo mette a segno 15 progetti e oltre 64 milioni

Quindici progetti su diciotto candidature presentate, per finanziamenti europei che superano i 64 milioni di euro destinati direttamente al gruppo e che arrivano a circa 84 milioni se si considera anche il contributo delle società partecipate. Sono questi i numeri con cui Leonardo chiude la sua partecipazione all’edizione 2025 dell’European defence fund (Edf), lo strumento con cui l’Unione europea finanzia la ricerca e lo sviluppo capacitivo nel settore della difesa.

Il quadro generale dell’Edf 2025

Il bando 2025 dell’Edf, nel suo complesso, ha messo sul tavolo circa un miliardo di euro distribuiti su 33 inviti a presentare proposte. A fronte di 410 candidature arrivate da tutta Europa, la Commissione ne ha selezionate 57, che coinvolgeranno in totale 634 soggetti provenienti da 26 Stati membri, oltre a Norvegia e Ucraina. Una platea ampia, in cui le piccole e medie imprese pesano per il 38% dei partecipanti, segno della linea seguita da Bruxelles negli ultimi anni: allargare la base industriale coinvolta nei programmi comuni, evitando che la difesa europea resti un affare riservato a pochi grandi gruppi e a pochi paesi.

I due progetti guidati da Leonardo

Dei 15 progetti che vedono coinvolta Leonardo, 11 riguardano lo sviluppo capacitivo e 4 la ricerca. Tra questi, due portano la firma del gruppo italiano in qualità di capofila: Asimov (Autonomous system for inspection, maintenance, defence operations and manoeuVres) e Anemos (Airborne new european Mids operational solution). Asimov si inserisce nel filone dello sviluppo capacitivo e guarda alle operazioni e ai servizi in orbita per la difesa europea, un terreno su cui Leonardo è già presente con asset satellitari e su cui punta a consolidare un ruolo di primo piano. Anemos, invece, è un progetto di ricerca pensato per ampliare le capacità europee in materia di superiorità informativa e interoperabilità, attraverso nuove soluzioni di radiocomunicazione e forme d’onda avanzate per i sistemi di comunicazione tattica.

Una presenza trasversale sui domini operativi

Al di là dei due progetti guidati direttamente dall’azienda, la presenza di Leonardo nei consorzi finanziati dall’Edf 2025 tocca praticamente tutti i domini operativi su cui si sta orientando la difesa europea. Si va dal collaborative air combat in ambito aeronautico al land collaborative combat con integrazione aria-terra, passando per i sistemi di nuova generazione per il soldato, la digital ship e il naval combat cloud sul fronte navale. A questo si aggiungono le attività legate alla cyber defence, all’interoperabilità tra addestramento live, virtual e constructive, e a un insieme di tecnologie abilitanti (radar multi-banda 4D, sensori a infrarossi, componentistica elettronica avanzata) che secondo l’azienda costituiscono i mattoni su cui si regge l’autonomia strategica del continente.

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Motori e sovranità tecnologica, l’Ue investe nel progetto Sharp

La spinta europea verso una maggiore autonomia tecnologica nella difesa passa anche dai motori per gli elicotteri militari di prossima generazione. La Commissione europea ha deciso di sostenere Safran Helicopter Engines, MTU Aero Engines e Avio Aero nel progetto Sharp, iniziativa di ricerca dedicata allo sviluppo di tecnologie per un nuovo motore turboalbero. Il programma beneficerà di circa 25 milioni di euro nell’ambito del Fondo europeo per la difesa.

Il progetto Sharp

Sharp, acronimo di Sovereign high-performance architecture for rotorcraft propulsion, riunirà 25 partner provenienti da 12 Paesi europei, tra cui Pmi, università e centri di ricerca. L’obiettivo è maturare tecnologie chiave per Enghe, European next generation helicopter engine, destinato a una nuova generazione di motori per elicotteri con prestazioni operative elevate, costi competitivi e sovranità tecnologica europea.

“Con il sostegno a Sharp e, più in generale, al progetto Enghe, l’Europa dimostra la volontà di rafforzare la propria autonomia e sovranità tecnologica nel settore degli elicotteri militari del futuro”, ha dichiarato Cédric Goubet, ceo di Safran Helicopter Engines.

Verso gli elicotteri militari del 2040

Il futuro motore Enghe integrerà tecnologie pensate per migliorare l’efficienza e ridurre i costi operativi e manutentivi. La soluzione è indicata come adatta alla prossima generazione di elicotteri militari prevista in servizio dal 2040, anche nei programmi Engrt e Ngrc. Tra le capacità attese figurano autonomia, carico utile, velocità e disponibilità operativa.

“Alla luce del progressivo invecchiamento della flotta europea di elicotteri militari, l’esigenza è chiara: a partire dal 2040 una quota significativa di questi velivoli dovrà essere sostituita”, ha commentato Ottmar Pfänder, chief program officer di MTU Aero Engines.

Industria e coordinamento europeo

Il coordinamento sarà affidato a Eura, European military rotorcraft engine alliance, joint venture partecipata al 50% da Safran Helicopter Engines e al 50% da MTU Aero Engines. Il team del progetto dovrebbe diventare pienamente operativo nei prossimi mesi.

“Sharp rappresenta una tappa fondamentale nel percorso verso la realizzazione di un motore turboalbero di nuova generazione e conferma, ulteriormente, il valore della collaborazione nello sviluppo di tecnologie propulsive sovrane europee e ad alte prestazioni”, ha dichiarato Riccardo Procacci, ceo di Avio Aero.

“Siamo pronti a guidare questo team multinazionale interamente europeo”, ha aggiunto Wolfgang Gärtner, ceo di Eura. “Condividiamo la volontà e l’esperienza necessarie per mettere a disposizione delle forze armate tecnologie di nuova generazione, assicurando al contempo la sovranità tecnologica europea”.

Il contesto della flotta

In Europa sono oggi in servizio circa 1.800 elicotteri da trasporto e 600 elicotteri da combattimento, con un’età media di circa 20 anni. Entro gli anni Quaranta, anche gli aeromobili ad ala rotante oggi ancora in produzione avranno superato i 50 anni di vita operativa. È in questo orizzonte di rinnovo delle flotte che si colloca Sharp, tassello del percorso europeo per consolidare competenze industriali e autonomia tecnologica nella difesa.

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Una Schengen militare e stop al protagonismo francese. Le priorità della difesa Ue secondo Donazzan

C’è chi vuole sostituire il made in Europe con il made in France e a noi non sta bene. L’Italia è eccellenza mondiale riconosciuta in un settore dove l’Ue deve accelerare. Risponde da Riga l’europarlamentare di Ecr/FdI Elena Donazzan, dove sta partecipando all’Ecr Bureau Meeting dedicato alla nuova difesa europea. Una due giorni ricca di dialoghi con i maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie, come Jānis Karlsbergs, Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione transatlantica lettone e della StratCom della Nato, o Mario Mauro, Coordinatore europeo per il corridoio di trasporto Ten-T Baltico-Mar Nero-Egeo, o il Vicepresidente del Parlamento Europeo Roberts Zīle. “Non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così”, dice Donazzan a Formiche.net.

Come i paesi europei stanno affrontando il tema fondamentale della difesa e dell’industria ad essa connessa?

I conservatori di Ecr lo stanno affrontando con un giusto pragmatismo, senza furore vista la delicatezza del tema: occorre praticità rispetto al contesto in cui viviamo oggi, ovvero una stagione molto particolare nata all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina in cui l’Europa stessa deve ripensare al suo modello di difesa che ha in qualche modo lasciato sempre o delegato totalmente alla Nato.

Da dove iniziare?

Da un lato l’Ue deve riservarsi un posto da compartecipe e dall’altro deve essere consapevole che l’Europa stessa è molto differenziata nelle sue sensibilità. La forza dei ragionamenti portati avanti in Europa da Ecr è quella di leggere le sensibilità dei singoli paesi che compongono l’Europa, senza volere in questo caso una taglia unica per la difesa per tutti. Faccio l’esempio dei Paesi baltici, dove la storia recente è fatta di preoccupazione: lì il rischio è percepito in modo diverso rispetto ad un’aggressione via terra. Per cui ci sono esigenze che devono essere affrontate con l’attenzione dovuta.

I paesi di area med che cosa si aspettano e cosa possono dare?

Le scelte vanno fatte rispettando le diverse peculiarità: ad esempio, per noi Paesi del Mediterraneo va tenuta in debita considerazione anche la cultura del rapporto tra territorio e difesa, che è molto forte e molto radicata, con una bella eredità data dalla nostra particolare e invidiabile posizione nel Mediterraneo. Per cui dobbiamo costruire un programma della difesa che tenga conto di una certa dose di indipendenza, del rispetto dei trattati, delle scelte dei singoli Stati membri, ma non è tutto.

Ovvero?

D’altro canto, però, dobbiamo provare a costruire un’autonomia dell’industria della difesa ed è questo il tema principale che abbiamo trattato in questi due giorni a Riga, partendo da un tema strategico come la cultura della difesa. Si tratta di una forma di educazione. Nei 27 Stati membri c’è chi ha, per esempio, un servizio militare obbligatorio, chi ce l’ha su base volontaria e chi lo sta ripensando. Germania e Francia inoltre hanno già deliberato di voler aumentare il loro contingente di riservisti e ieri il nostro ministro della difesa Guido Crosetto ha presentato una proposta di revisione dell’intera struttura della difesa, pensando ad un ampliamento e a una riserva organizzata. Ci rendiamo tutti conto che questi sono temi di straordinaria attualità, che vanno affrontati anche con velocità.

Come una maggiore mobilità militare all’interno dell’Ue potrà dare un contributo alla sicurezza europea, anche in riferimento alla nuova cooperazione da immaginare con la Nato?

La voce mobilità è fondamentale e direi che è un prerequisito. Mi spiego: possiamo avere procedure di comando e controllo da costruire, possiamo avere divise diverse da vestire, sempre ovviamente con la mimetica, ma con colori leggermente diversi, ma non possiamo non avere la stessa capacità di muovere il tutto all’interno dell’Europa. Quando è stato discusso il dossier sulla mobilità militare è emerso che occorre purtroppo un mese e mezzo di pratiche e di timbri per spostare una brigata dalla Francia all’Ucraina. Un lasso di tempo impossibile: per cui serve affrontare con chiarezza la questione della burocrazia e delle procedure. C’è bisogno con urgenza di una Schengen militare.

Sulla difesa, però, il parlamento italiano vede le opposizioni divise.

L’opposizione vive una sua profonda frustrazione in questo campo, perché ha una ideologia di fondo che è antimilitarista, che si tramuta in una sua incapacità di guardare la politica estera. Negli anni questo si è visto con chiarezza e ha fatto da contraltare alla credibilità con cui il Governo Meloni ha affrontato l’argomento, mettendo sempre al centro l’interesse nazionale in una postura che è quella di relazioni internazionali robuste, serie e non piegate ad altre logiche. Vorrei ricordare, inoltre, che abbiamo ereditato politiche dei governi di sinistra che hanno depotenziato tutta la struttura della difesa italiana dal punto di vista della motivazione e degli investimenti. Lavoriamo per invertire la rotta.

Ci avviciniamo al vertice di Ankara, dove si tratteranno temi complessi come il futuro della Nato e l’industria europea della difesa: guardando anche alle grandi competenze che le aziende italiane hanno, quale potrà essere il nostro ruolo?

Come vicepresidente della Commissione industria e come membro della Commissione difesa, osservo che il tentativo francese è sempre quello sostituire il made in Europe con il made in France. Per cui dovremo essere bravi nel far emergere la qualità della nostra capacità di produrre: l’Italia non è seconda a nessuno. Noi abbiamo campioni come Leonardo e Fincantieri, abbiamo competenze straordinarie, abbiamo una storia di tradizione che passa da Iveco Defence. Parliamo di mezzi che sono venduti in tutto il mondo, senza dimenticare le eccellenze dell’aeronautica e dello spazio. L’Italia è la nazione in Europa che ha una storia di spazio estremamente robusta che ci fa stare in tutte le missioni della Nasa. Quindi noi non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così. Noi vogliamo che nei programmi ci sia la collaborazione di almeno due Stati membri. Per cui l’Italia è un partner bello e affidabile. Bello nel senso che ha buone relazioni e affidabile perché ha competenze e capacità oggettive.

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Spese militari, ogni partito ha la sua guerra. La mappa delle posizioni

Se c’è un tema sul quale la politica italiana si presenta in ordine sparso alla vigilia del Consiglio europeo e del vertice Nato di Ankara, è quello della difesa. L’aumento delle spese militari, il futuro degli impegni assunti in ambito Nato, il piano europeo Readiness 2030, il programma Safe e la prospettiva di una difesa comune europea stanno producendo una mappa politica molto più frammentata del tradizionale schema maggioranza-opposizione. Da un lato il governo rivendica il raggiungimento del 2,8% del Pil investito tra difesa e sicurezza. Dall’altro, le opposizioni oscillano tra chi sostiene una maggiore integrazione europea nel settore, chi chiede un deciso incremento degli investimenti e chi invece punta a fermare il riarmo e a rimettere in discussione gli obiettivi Nato. Ma differenze significative emergono anche all’interno della stessa coalizione di governo, dove convivono sensibilità diverse.

Fratelli d’Italia e la linea Meloni

La posizione di Fratelli d’Italia coincide con quella espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo rivendica la scelta di presentarsi al prossimo vertice Nato con una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil, considerandola un’assunzione di responsabilità coerente con il deterioramento del quadro internazionale. Al tempo stesso, Palazzo Chigi insiste sulla necessità di spostare il dibattito dalla quantità alla qualità della spesa, sostenendo che l’evoluzione tecnologica dei conflitti imponga una riflessione sulle capacità da sviluppare e non soltanto sui target finanziari. Sul versante europeo, la maggioranza sostiene il rafforzamento della sicurezza continentale in piena complementarità con la Nato e nel rispetto delle competenze degli Stati membri.

Lega, sostegno alla Nato ma niente aumenti

Il partito di Matteo Salvini continua a sostenere la collocazione euro-atlantica dell’Italia e non mette in discussione gli impegni Nato, ma negli ultimi mesi ha più volte espresso ritrosie (in particolare da parte del ministro dell’Economia Giorgetti) rispetto all’ipotesi di ulteriori aumenti della spesa militare finanziati attraverso nuovo debito o a discapito di altre priorità economiche e sociali. Anche nel dibattito europeo la Lega mantiene una linea distinta da quella più europeista presente in altri segmenti della maggioranza, privilegiando la cooperazione tra Stati rispetto a percorsi di integrazione sovranazionale nel settore della difesa.

Forza Italia, bisogna rafforzare il pilastro europeo della Nato

Più lineare la posizione di Forza Italia, tradizionalmente favorevole al rafforzamento delle capacità difensive europee all’interno della cornice atlantica. Gli azzurri sostengono gli investimenti per la difesa, la cooperazione industriale europea e il consolidamento del pilastro europeo della Nato, mantenendo una linea coerente con quella espressa anche dal Partito popolare europeo.

5 Stelle, né impegni Nato né fondi Ue

Netta la posizione del Movimento 5 Stelle, che si oppone all’aumento strutturale delle spese militari e contesta sia il quadro Nato sia gli strumenti finanziari europei. In Parlamento, il capogruppo in Commissione Esteri Francesco Silvestri ha contestato l’aumento di spesa rivendicato dal governo e ha criticato l’impostazione generale della politica estera italiana. Nella risoluzione parlamentare, il M5S chiede di non accedere ai fondi Safe per la difesa e di riconsiderare gli impegni assunti in sede Nato, giudicati insostenibili rispetto ai vincoli di finanza pubblica. 

Pd, il riarmo sia europeo

Più articolata la posizione del Partito democratico, che sposta il baricentro dal livello nazionale a quello europeo. Nella risoluzione presentata in Parlamento, i dem sostengono la necessità di una vera difesa comune europea, fondata su pianificazione condivisa, acquisti congiunti e integrazione industriale. L’obiettivo, si legge, è evitare un “riarmo disordinato degli Stati membri” e promuovere economie di scala. Sul piano istituzionale, il Pd rilancia anche la riforma dei Trattati Ue con il superamento del veto e l’estensione delle cooperazioni rafforzate. La linea è quindi pro-integrazione: più difesa, ma europea e coordinata, con governance comune e strumenti vincolanti come il Buy European.

Azione, più spesa e più supporto a Kyiv

Posizione più pragmatica quella di Azione, che nella risoluzione parlamentare chiede un adeguamento urgente della spesa nazionale per la difesa, invertendo la tendenza alla contrazione registrata negli ultimi anni. Il focus è operativo: prontezza militare, difesa aerea e anti-drone, sistemi missilistici e cybersecurity. Parallelamente, il partito guidato da Carlo Calenda lega l’aumento degli investimenti al sostegno all’Ucraina, con particolare attenzione alle nuove tecnologie difensive e alla cooperazione industriale.

Avs, stop a spese e obiettivi Nato

Decisamente contraria all’espansione degli investimenti militari la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra, che propone di opporsi a ulteriori incrementi della spesa per la difesa e di rivedere profondamente i programmi europei legati al riarmo. Nel testo parlamentare, Avs chiede di preservare la destinazione originaria dei fondi Ue alla coesione sociale, alla transizione ecologica e ai servizi pubblici, respingendo qualsiasi utilizzo delle risorse strutturali per finalità militari.

Futuro Nazionale, spesa sì ma per la sicurezza

Più che sul livello della spesa militare in sé, Futuro Nazionale concentra la propria attenzione sul tema della sicurezza nazionale e della difesa delle frontiere. Nella risoluzione presentata alle Camere, il partito guidato da Roberto Vannacci chiede il rafforzamento delle capacità europee di controllo e difesa dei confini esterni e una maggiore integrazione tra politiche migratorie e sicurezza. Sul piano internazionale, la formazione si distingue per posizioni più critiche rispetto al sostegno all’Ucraina.

Tutti contro tutti

Insomma, l’Italia non ha per niente le idee chiare riguardo le spese militari. Basti pensare che, proprio oggi, il ministero della Difesa ha presentato alle Camere uno schema di decreto per l’annunciata (e attesa) riforma delle Forze armate che ha visto al ribasso diversi obiettivi precedentemente dichiarati. Sono infatti sparite le menzioni alla forza Cyber, al rafforzamento delle capacità spaziali e alla riforma della governance militare. Dietrofront che non stupisce davanti agli scontri tra Difesa e Mef delle ultime settimane e all’estrema eterogeneità di posizioni emerse dal dibattito parlamentare. Certo, la mancata uscita dalla procedura d’infrazione europea, la crisi energetica provocata dalla guerra con l’Iran e l’avvicinarsi dell’anno elettorale non aiutano. Il problema è che, al netto delle diverse posizioni politiche, resta un dato di fatto: l’Italia, ancora una volta, non si presenta unita davanti al resto del mondo. E questo non vale solo per il Consiglio europeo e l’imminente summit di Ankara, dove Donald Trump chiederà il conto degli impegni assunti all’Aja un anno fa, ma soprattutto rispetto a una situazione internazionale in progressivo deterioramento che, a differenza della politica, non guarda in faccia al consenso.

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In Ucraina l’IA ha ucciso in autonomia. Ecco come

Per la prima volta nella storia, droni completamente autonomi avrebbero ucciso esseri umani senza alcun intervento diretto degli operatori, segnando il superamento di un’importante linea rossa in ambito etico e morale. La rivelazione arriva da Alexander Kokhanovskyy, imprenditore del settore della difesa ucraino, che parlando con un corrispondente della rivista New Scientist ha raccontato di come quanto descritto poche righe sopra sia avvenuto nel corso di un test condotto circa due anni fa lungo la linea del fronte.

Secondo il racconto, dieci quadricotteri equipaggiati con sistemi IA furono lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar. Dopo aver percorso alcuni chilometri in modalità programmata, i droni avrebbero attivato una funzione denominata “Terminator mode”, in cui veniva affidato all’IA il compito di identificare ed ingaggiare dei bersagli in modo completamente autonomo. Una volta avviata la missione, non esisteva alcun collegamento con i velivoli, con gli operatori che non potevano ricevere immagini video dal drone, né tantomeno intervenire sulle decisioni prese dall’algoritmo. “Una volta lanciati, sappiamo che tutto ciò che verrà trovato in quell’area sarà distrutto”, ha dichiarato Kokhanovskyy. Per verificare gli effetti dell’operazione, sarebbero stati successivamente inviati droni pilotati da remoto nella stessa area, che avrebbero rendicontato la morte di alcuni soldati russi e la distruzione di un camion (pur non essendoci, appunto, prova diretta).

Se confermato, l’episodio rappresenterebbe un punto di svolta nel dibattito internazionale sulle cosiddette Lethal Autonomous Weapons Systems (Laws), sistemi in grado di selezionare e colpire obiettivi senza che un essere umano autorizzi l’azione finale. Finora erano emersi altri esempi di casi controversi (come quello dei droni turchi Kargu-2 in Libia citato da un rapporto delle Nazioni Unite nel 2021), ma nessuno aveva fornito prove così esplicite di vittime causate esclusivamente da un processo decisionale automatizzato.

L’episodio però, come sottolinea lo stesso Kokhanovskyy, è stato un caso isolato per fini di testing, e la modalità di completa autonomia non è mai stata più impiegata. In ossequio alle regole dell’Ucraina, che mantiene un approccio chiaro sull’impiego dell’IA nei sistemi d’arma, permettendone l’utilizzo esteso nell’individuazione e nel tracciamento dei bersagli, ma non per l’autorizzazione finale all’ingaggio, preservando lo human-in-the-loop.

Ma l’episodio rimane comunque un monito di come l’IA stia trasformando il campo di battaglia, e dei rischi che questa trasformazione contiene al suo interno. Rischi che hanno spinto alcuni attori a cercare di prevenire il verificarsi di situazioni simili a quella descritta dall’imprenditore ucraino. Tra questi c’è il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha più volte chiesto un divieto internazionale delle armi autonome letali, sostenendo che non vi sia spazio per sistemi capaci di decidere autonomamente sulla vita e sulla morte delle persone. Ma oltre a Guterres, tantissime organizzazioni umanitarie e numerosi esperti temono che l’eliminazione del giudizio umano possa aumentare il rischio di errori, colpire civili o rendere più difficile attribuire responsabilità legali per eventuali crimini di guerra.

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Meloni vanta l’aumento delle spese per la Difesa al 2,8% del Pil. Ma poi precisa: “Dovuto soprattutto agli investimenti sulla sicurezza interna”

Sulle spese per la Difesa Giorgia Meloni cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel corso del suo intervento alla Camera, come su altri temi la presidente del Consiglio si è messa sulla difensiva. Da una parte ha vantato un aumento delle spese in rapporto al Pil dello 0,71%, dall’altra, per il timore di proteste per spese militari eccessive in un momento di piena crisi energetica, ha comunque specificato che questa impennata è dovuta “soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio“.

La leader di Fratelli d’Italia ha garantito che sulla Difesa “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”. Un dato che, rispetto agli accordi raggiunti dall’Alleanza, rispetta le aspettative del raggiungimento del 5% entro il 2035. Ma questa celerità nel rispettare standard che lo stesso governo aveva criticato nei mesi scorsi definendoli eccessivi rischiava di attirare sull’esecutivo critiche dalle opposizioni, ma anche dai alcuni sostenitori. Così ha precisato: “Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. E ha poi spiegato: “La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi. Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo”.

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Addio al Fcas, la Germania studia le alternative: dalla Svezia al progetto Airbus

Fcas, Francia e Germania divorziano sul caccia

Il collasso del progetto franco-tedesco Fcas (Future Combat Air System) da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione congiunto tra Parigi e Berlino rappresenta un crocevia importante per l’industria della Difesa europea e mentre prova ad analizzare i cambi di paradigma che questo comporta per i suoi piani di riarmo la Germania, Paese che maggiormente puntava sul piano per un salto di qualità delle sue forze armate, valuta le alternative.

Il tramonto del Fcas

La cooperazione industriale franco-tedesca non è decollata per questioni legate alla volontà di spartizione degli appalti, che la Francia intendeva mantenere pesantemente a proprio favore, e per una minore spinta comune per il progetto rispetto a quello del Global Combat Air Program (Gcap) italo-anglo-giapponese. Ora Berlino si trova nella condizione di dover ripartire da capo e di studiare alternative. Essenzialmente, ci sono tre opzioni sul tavolo per il cancelliere Friedrich Merz, autore di un ambizioso piano di rafforzamento militare assieme al ministro della Difesa Boris Pistorius.

La prima idea, segnalata dal Financial Times, sarebbe quella di consolidare un pool di aziende con al centro la divisione aerospaziale di Airbus, che ha sede operativa in Germania, per guidare dal suolo tedesco una corsa autonoma al nuovo caccia. All’imminente Salone Aeronautico di Berlino, secondo il Ft, i dirigenti di questi gruppi, tra cui Mbda, specializzata in campo balistico e missilistico, e Hensoldt, player nei radar, potrebbero ricevere una spinta dalla volontà di Merz di mettere a terra il piano di riarmo passando anche per una via autonoma agli aerei di combattimento di nuova generazione.

La via del Gcap e quella svedese

La seconda strada porta proprio nella direzione del Gcap e lascia presagire la prospettiva che Berlino finisca per convergere come partner nell’ambizioso piano oggi egemone su scala mondiale per i velivoli di sesta generazione. Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole all’accordo e ne amplierebbe la portata, ma al contempo è tutto da valutare l’impatto che ciò avrebbe su filiere industriali, appalti e divisione del lavoro, in un contesto ove già oggi Italia, Regno Unito e Giappone prevedono stanziamenti per decine di miliardi di euro volti a sviluppare con i loro apparati militari-industriali il nuovo caccia.

Una terza via, invece, accarezzata in passato, passa da un altro attore strategico nel mercato aeronautico: la Svezia. Stoccolma prevede di sostituire il veterano della sua flotta aerea, il  Jas-39 Gripen, entro il 2035 e ha incaricato Saab di studiare un progetto per realizzare un velivolo di sesta generazione in ottemperanza alla storica e gelosamente custodita indipendenza del Paese nordico nelle filiere militari, un retaggio dell’era di stretta neutralità conclusa con l’ingresso nella Nato nel 2024. Ora è aperta una nuova era, e i rumors di una cooperazione tedesco-svedese sono consolidati da tempo sulla scorta della presenza attiva di Saab in diversi dossier del piano di riarmo tedesco. Rispetto al Gcap il progetto svedese è ancora in via di sviluppo e dunque la Germania, sempre tramite Airbus, potrebbe giocare un ruolo.

Le ipotesi sul tavolo

Chiaramente l’opzione di un consorzio per il caccia di sesta generazione si potrebbe anche sposare con l’apertura a una delle due filiere già attive. La Chatham House, del resto, nota che il tramonto del Fcas franco-tedesco potrebbe contribuire a fare chiarezza sul futuro del riarmo aeronautico europeo, aggiungendo peraltro che “I Paesi europei devono affrontare una realtà urgente: se non saranno in grado di sviluppare un’alternativa europea al programma statunitense F-35, si troveranno costretti a dipendere da un’America sempre meno affidabile per una componente cruciale del loro equipaggiamento di difesa, una piattaforma su cui potrebbero dover fare affidamento fino al 2040 inoltrato”.

La Germania produce l’F-35 nei suoi stabilimenti del sistmea industriale-militare ma intende guardare oltre. E dalla sua scelta potrebbe dipendere molto del futuro della corsa europea (e globale) al caccia di sesta generazione, in cui l’Europa è capofila. Ma rischia di avere proprio dalla sua divisione un fattore di ridimensionamento.

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Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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La resilienza come fattore strategico: le lezioni economiche della guerra in Ucraina per l’Europa

L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.

Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.

La guerra come strumento di destabilizzazione economica

Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.

Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.

Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.

In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali. 

Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.

In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali. 

La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.

Energia, manifattura e vulnerabilità europee

Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.

L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.

Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei. 

In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.

Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea

La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.

Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.

La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa. 

L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.

In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.

La resilienza europea oltre il campo di battaglia

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.

Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.

La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.

La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente. 

Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.

La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.

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La gestione delle crisi geopolitiche: il ruolo della leadership e della cultura d’intelligence

La catena di eventi che si snoda a partire dalla guerra tra Russia e Ucraina, passando attraverso i tragici fatti del 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas ad Israele, per arrivare allo scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran, nato dal contenzioso sul programma atomico e sfociato nel blocco del corridoio energetico dello stretto di Hormuz, ha evidenziato la fragilità dei tradizionali modelli di previsione strategica.

Questo perché le analisi delle sempre più frequenti crisi sistemiche globali, si sono sempre concentrate maggiormente solo su variabili quantitative, quali i flussi logistici, i budget militari o le asimmetrie tecnologiche, trascurando, invece, le visioni qualitative della complessità ed il conseguente fondamentale assunto, ovvero “more is different”, il “tutto è maggiore della somma delle singole parti”. 

Dunque, possiamo dire che l’attuale instabile scenario mondiale sta riportando al centro del dibattito due fattori da troppo tempo sottovalutati, quali la:

  • leadership e la sua capacità di governare l’incertezza;
  • cultura d’intelligence, intesa non solo come mero oggetto di sicurezza, ma come imprescindibile disciplina della conoscenza strategica.

Per comprendere l’importanza di questi due elementi gestionali delle crisi, è necessario abbandonare la visione, per così dire, lineare della politica internazionale ed analizzare i teatri geopolitici attraverso la lente della teoria dei sistemi complessi.

Oltre la linearità, l’orlo del caos e i sistemi adattativi complessi

Questo approccio, si rende necessario perché una crisi geopolitica odierna, in una società contemporanea fluida, veloce, poliedrica, non è un problema complicato risolvibile scomponendone i singoli aspetti in forme sempre più elementari, magari grazie ad un algoritmo sequenziale, ma è, a tutti gli effetti, l’affrontare la realtà di un sistema adattativo complesso, costituito da una miriade di reti instabili di attori statuali e non, in continua interazione ed auto-organizzazione tra loro, dove le azioni di un singolo elemento generano effetti non lineari ed imprevedibili ex-ante, sull’intero scacchiere planetario. 

In questo contesto dominato dall’incertezza e dall’imprevedibilità, il modello classico di leadership verticale e d’intelligence burocratico è destinato a sicuro fallimento. 

Il futuro di una governance strategica lungimirante, quindi, deve collocarsi in una zona intermedia che potremmo definire con un concetto caro agli scienziati dei sistemi complessi, come “orlo del caos”, per evitare che troppo ordine e rigidità decisionale conducano alla paralisi del sistema, così come l’assenza di direzione porti alla disintegrazione del contesto. 

Infatti, in questa cornice di perenne instabilità, il leader geopolitico moderno non è colui che pretende di prevedere e pianificare l’imprevedibile, ma colui che accetta la complessità e sviluppa una spiccata capacità di lettura dei segnali deboli, per navigarla in tempo reale. 

Così parimenti, l’operato generato dalla cultura d’intelligence deve assumere un ruolo cardine, diventando lo strumento primario per decodificare le guerre asimmetriche, le manovre finanziarie occulte che accompagnano e presagiscono i conflitti globali, per garantire la resilienza dello Stato e degli asset strategici nazionali, dotando sia il decisore politico che quello privato di moderni sistemi di anticipazione del futuro.

Geostatisti, ridondanza e lungimiranza progettuale

Quindi, per entrare ancora di più nel dettaglio delle considerazioni finora esposte, occorre sottolineare che la prima dote di una leadership performante nell’ambito delle perigliose acque della scena internazionale, consiste nella capacità di saper promuovere la ridondanza e la flessibilità strategica, con una visione del futuro progettuale di lungo periodo, superando così l’esasperazione dell’efficienza immediata e del consenso a breve termine, che tanto indebolisce le democrazie occidentali. 

Spetta ai cosiddetti “geostatisti”, così come definiti dall’economista Paolo Savona, ossia di persone capaci di vedere lontano, al di là dell’oggi e delle loro nazioni e di saper costruire assetti internazionali che prevengano le crisi economiche e propizino lo sviluppo dell’intero Pianeta.

Le scelte di un buon geostatista, infatti, devono essere ispirate ad una sana realpolitik, ma l’itinerario della sua azione deve essere altrettanto chiaro sulla traccia della ragione dei molti, come pretende la democrazia e non dei pochi, come inevitabilmente accade negli autoritarismi.

Dunque, esattamente come i grandi attori industriali hanno dovuto reintrodurre margini di sicurezza per proteggere la propria catena del valore dalle turbolenze geopolitiche, un’avveduta leadership politica deve saper costruire strutture istituzionali resilienti, capaci di assorbire shock imprevisti, senza collassare.

Logiche oloniche e reti decisionali molecolari

In secondo luogo, deve tenere a mente la necessità di muoversi secondo logiche oloniche, alla stregua di un sistema organizzato in grado di prendere decisioni ed attuarle, interagendo con gli altri elementi del sistema su base negoziale, dal momento che le crisi odierne – energetiche, cibernetiche, asimmetriche, militari, informative – si sviluppano in modo molecolare.

Il concetto di olone, infatti, definisce un’entità che è simultaneamente un tutto autonomo nel proprio ambito operativo e la frazione inscindibile di un disegno superiore ed in un sistema adattativo complesso, al quale paragoniamo una crisi internazionale globale, l’approccio olonico permette di superare la rigidità delle gerarchie tradizionali senza cadere nell’anarchia decisionale, coniugando il ‘massimo dell’autonomia locale con la massima coerenza strategica globale.

Per affrontare con successo le turbolenze globali, un leader saggio non deve accentrare ogni singola decisione all’interno di una rigida burocrazia piramidale, ma deve, invece, saper coordinare tutta una serie di nodi autonomi e specializzati – diplomazia, forze armate, intelligence, attori economici – in maniera tale da preservare l’agilità operativa economica e tattica, facendo agire tutte le componenti in modo sinergico, verso un obiettivo comune. 

Parimenti la cultura d’intelligence deve essere in grado di garantire la resilienza dello Stato dotando il decisore politico di moderni sistemi di anticipazione del futuro, in quanto nel mare pericoloso del complesso quadro geopolitico internazionale, anticipare non significa meramente profetizzare linearmente un singolo scenario, bensì mappare tutte le gamme dei futuri possibili, attraverso l’analisi dei segnali deboli e lo sviluppo di modelli predittivi dinamici. 

L’avvento dell’Intelligenza Artificiale e la centralità del fattore umano

Attualmente a questo fine, dunque, ci troviamo di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale che offre ai decisori strumenti informativi senza precedenti, capaci di elaborare miliardi di dati al secondo, offrendo una mole infinita d’informazioni, estendendo i conflitti in dimensioni sempre più vaste e multifattoriali. 

In questo ambito quindi, sia la leadership che la cultura d’intelligence devono attribuire la centralità assoluta del loro agire al fattore umano, fungendo entrambe da “sensore di confine”, mappando le interconnessioni e decodificando le minacce, in modo tale da attribuire la sintesi finale e le scelte morali agli esseri umani reali. 

Infatti, nessun algoritmo o IA può sostituire l’intuizione geopolitica, il giudizio etico e la sensibilità interpretativa che scaturiscono da una leadership e da apparati d’intelligence in cui l’elemento umano è ancora prevalente, poiché se le macchine eccellono nel calcolare le probabilità all’interno di schemi predefiniti, solo gli uomini possiedono la plasticità cognitiva necessaria per decidere “sull’orlo del caos”, per trasformare l’informazione in visione e la visione in azione sovrana, convertendo così il disordine globale in un’opportunità di resilienza e stabilità per l’intero sistema delle relazioni internazionali. 

In conclusione è bene rammentare, ad ognuno di noi, che non si può comprimere il futuro o semplificarlo in illusioni di previsione, si possono solo costruire scenari affinché esso non ci trovi impreparati e, come la storia insegna, raggiungere lo sviluppo non significa garantirsi un futuro radioso, perché bisogna saperselo mantenere.

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[2026-06-12] Hackmeeting 2026 @ NextEmerson

Hackmeeting 2026

NextEmerson - Via di Bellagio 15, zona Castello - Firenze
(venerdì, 12 giugno 11:00)
Hackmeeting 2026

L’hackmeeting è l’incontro (o in breve, hackit) annuale delle controculture digitali italiane, di quelle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie all’interno della nostra società. Ma non solo, molto di più. Lo sussurriamo nel tuo orecchio e soltanto nel tuo, non devi dirlo a nessuno: l’hackit è solo per hackers, ovvero per chi vuole gestirsi la vita come preferisce e sa s/battersi per farlo. Anche se non ha mai visto un computer in vita sua.

Tre giorni di seminari, giochi, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo, per analizzare assieme le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite reali e virtuali, quale ruolo possiamo rivestire nell’indirizzare questo cambiamento per liberarlo dal controllo di chi vuole monopolizzarne lo sviluppo, sgretolando i tessuti sociali e relegandoci in spazi virtuali sempre più stretti.

L’evento è totalmente autogestito: non esiste chi organizza o fruisce, esiste solo chi partecipa.

Leggi qui per capire cosa ti puoi aspettare; clicca qui per sapere come raggiungerci.

Informazioni ospitalità

La criptica locandina narra le gesta di Sergio l’informatico; clicca qui per saperne di più.

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https://hackmeeting.org/hackit26/

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L’ansia è un ingranaggio collettivo

Dicesi ansia quella sensazione pervasiva simile al trovarsi in cima a una montagna che si sta sgretolando. Annaspi, cerchi conferme, aspetti aiuto, ti sembra che tutto quello che fai non basterà mai. Non tutta l’ansia che viviamo ha una forma così definita: spesso rimane una sottile sensazione sotto pelle che fatichiamo a riconoscere.

Gli anni che stiamo vivendo sono dominati dall’ansia, quella che emana ogni minuto dal nostro telefono, quella che ci sale addosso ogni volta che tocchiamo con mano il disastro climatico in cui ci troviamo, ad ogni “nuova” guerra e genocidio che non riusciamo a impedire. Sono gli anni del mercato dell’ansia: l’ansia pervade la finanza e fa fluire fiumi di soldi, produrre le tecnologie ansiogene che fingiamo di credere irrinunciabili comporta ulteriori guerre, disastri ambientali e sociali che alimentano incessantemente questa giostra. Causa ed effetto si mescolano in una miniera di cobalto, mentre ci lanciamo a capofitto nell’imprescindibile bolla dell’IA.

E allora Hackmeeting. Punto primo - Scopri insieme a noi il segreto di Pulcinella: l’ansia non è tua, ma di tutt3. Punto secondo - L’ansia, come la tecnologia, va affrontata collettivamente. Punto terzo - Capire i meccanismi del nostro mondo aiuta a depotenziarli.

Hackmeeting quest’anno sarà a Firenze. Porta la tua ansia, ma soprattutto porta le tue invenzioni, le tue ricette e i tuoi trucchi per sovvertirla.

12-13-14 giugno 2026 Firenze, NextEmerson

Per contribuire invia la tua proposta iscrivendoti alla mailing list di hackmeeting https://www.autistici.org/mailman/listinfo/hackmeeting, e mandando una mail con oggetto [talk] titolodeltalk oppure [laboratorio] titolodellab e queste informazioni:

Durata (un multiplo di 30 minuti, massimo due ore) Eventuali esigenze di giorno/ora Breve Spiegazione, eventuali link e riferimenti utili Nickname Lingua Necessità di proiettore Disponibilità a farti registrare (solo audio) Altre necessità

Allestiremo spazi al coperto muniti di amplificazione e proiettore. Se pensi che la tua presentazione non abbia bisogno di tempi così lunghi, puoi proporre direttamente ad hackmeeting un ten minute talk di massimo 10 minuti. Questi talk verranno tenuti nello spazio più capiente al termine delle giornate di venerdì o sabato durante la sera; ci sarà una persona che ti avviserà quando stai per eccedere il tempo massimo.

Se invece vuoi condividere le tue scoperte e curiosità in modo ancora piu informale e caotico, potrai sistemarti con i tuoi ciappini, sverzillatori, ammennicoli ed altre carabattole sui tavoli collettivi del LAN space. Troverai curiosità morbosa, corrente alternata e rete via cavo (portati una presa multipla e quel che vuoi trovare). Avremo anche molto spazio per allestire laboratori pratici dove smontare motori o costruire iperurani, aiutaci nell’organizzazione avvertendoci per tempo delle tue esigenze.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

L'articolo IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’ proviene da Giubbe Rosse News.

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Presentazioni autodifesa e cisti

manituana c1

Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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