❌

Modalità di lettura

Almeno 2 mila a manifestazione studentesca a Firenze, cori contro Meloni

Almeno 2 mila a manifestazione studentesca a Firenze, cori contro Meloni

Striscioni con scritto ‘Qui nessuno è straniero’ e ‘L’Ecole est a nous’ fanno da cornice alla manifestazione studentesca che partirà tra pochi minuti da piazza San Marco, a Firenze per protestare in particolare contro i tagli alla scuola ma anche contro il Dl Valditara sul tetto agli studenti stranieri in classe. Diverse le bandiere della Palestina. Oltre 2.000 le persone presenti di almeno 15 scuole superiori.

“Mentre le scuole cadono a pezzi, i professori vivono in situazioni di precarietà sempre più grave e il sistema scolastico rende impossibile allo studente vivere la scuola in modo sano e libero, le istituzioni si voltano dall’altra parte e invece di risolvere le problematiche che rendono la scuola un ambiente performativo, soffocante e oppressivo scelgono di colpevolizzare gli studenti stranieri, alimentando una politica di discriminazioni ed emarginazione”, viene spiegato dagli organizzatori. Tra i cori anche “Siamo tutti antifascisti”. Cori contro la premier Giorgia Meloni. “Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente”, si legge anche in uno striscione.

  •  

Il disegno di legge «burocratizza e isola il caregiver »: Cittadinanzattiva chiede modifiche

«Nonostante si tratti di un provvedimento atteso da anni per dare una cornice organica a chi assiste stabilmente una persona cara non autosufficiente, il testo licenziato si traduce in un impianto che burocratizza la fatica del caregiver e lo isola nel suo ruolo, fallendo nel passaggio fondamentale dal mero riconoscimento formale alla garanzia di diritti concreti», è il commento di Cittadinanzattiva al disegno di legge sui caregiver approvato ieri alla Camera.

«Come abbiamo già ampiamente denunciato negli anni scorsi, a partire dal tavolo di lavoro tecnico promosso dalle ministre Locatelli e Calderone e nelle recenti audizioni parlamentari, ribadiamo la nostra contrarietà rispetto ad un testo che non risponde in alcun modo ai bisogni dei caregiver familiari, anzi, contribuisce a generare disuguaglianze e spaccature attraverso la rigida categorizzazione prevista»: a dirlo Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva. «In vista del passaggio del testo al Senato, ne chiediamo pertanto una radicale revisione. Riconoscere chi cura deve significare produrre diritti, tutele e servizi realmente accessibili, senza creare nuove linee di esclusione proprio tra coloro che ogni giorno sostengono una parte essenziale del welfare del nostro Paese».

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER

Delle novità previste dalla normativa sui caregiver e delle questioni ancora aperte, Cittadinanzattiva parlerà martedì 20 ottobre, dalle ore 10.30 alle 12.30, in un appuntamento dello sportello virtuale dedicato: un’occasione per comprendere meglio il contenuto del testo, chiarire i dubbi e ricevere orientamento sui diritti e sulle tutele. Qui il link per prenotarsi

Foto dell’autrice

L'articolo Il disegno di legge «burocratizza e isola il caregiver »: Cittadinanzattiva chiede modifiche proviene da Vita.it.

  •  

Franca rimane a casa: la proprietà torna sui suoi passi, niente sfratto dopo polemiche e appelli

Franca rimane a casa: la proprietà torna sui suoi passi, niente sfratto dopo polemiche e appelli

Dopo le polemiche e gli appelli delle istituzioni, la proprietà fa marcia indietro: l’anziana continuerà a vivere nell’abitazione di Rifredi pagando 450 euro al mese. Lo rivela il Corriere Fiorentino dopo la storia pubblicata due giorni fa e che adesso vede una soluzione.

Franca, 94 anni,  che vive nella stessa casa nel quartiere fiorentino di Rifredi dalla fine degli anni Sessanta, potrà restare nella propria casa senza subire aumenti del canone d’affitto. La decisione della proprietà, come rende noto oggi il Corriere Fiirentino, è arrivata dopo le reazioni suscitate dalla notizia della disdetta del contratto, che prevedeva il rilascio dell’immobile entro la fine di febbraio. La sindaca di Firenze, Sara Funaro, aveva espresso forte preoccupazione per la situazione, sottolineando la fragilità della donna e la regolarità con cui aveva sempre pagato l’affitto. Anche il presidente della Regione, Eugenio Giani, era intervenuto chiedendo alla proprietà di trovare una soluzione. In serata è arrivata la conferma: nessuno sfratto e canone invariato a 450 euro mensili. La proprietà ha precisato che la disdetta rientrava in una procedura formale legata alla scadenza della locazione.

La conclusione positiva della vicenda riporta però l’attenzione sull’emergenza abitativa che interessa Firenze dove si registra una media di uno sfratto ogni due giorni. Sindacati e associazioni chiedono interventi strutturali,  investimenti nell’edilizia pubblica e politiche che affrontino il tema delle case lasciate vuote dei proprietari.

  •  

Casa, in Europa il Cese chiede tecniche di costruzione più moderne per aumentare l’offerta

 I giorni dell’emergenza abitativa dell’Ue potrebbero essere contati, con una potenziale soluzione all’orizzonte, cioè moderni metodi di costruzione (Mcm). Sfruttando il loro potenziale, l’Ue potrebbe ridurre i costi di costruzione, abbreviare i tempi di costruzione e ridurre l’impronta di carbonio, sostenendo l’economia circolare nel settore delle costruzioni. – È questa la ferma convinzione che il Cese ha espresso nel suo parere sul tema Rendere l’edilizia abitativa accessibile – Aumentare i moderni metodi di costruzione e ridurre i costi , adottato nella sessione plenaria di settembre.

 Elaborato da John Comer e Thomas Kattnig, il parere è stato richiesto dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea e affronta la questione della carenza di alloggi. Più specificamente, il parere affronta le condizioni quadro necessarie per aumentare l’offerta di alloggi riqualificati, ristrutturati e nuovi e fornisce orientamenti agli attori pertinenti sull’attuazione di metodi di costruzione moderni.

 «I moderni metodi di costruzione possono diventare un pilastro fondamentale degli alloggi a prezzi accessibili, ma solo se l’innovazione, la qualità, i diritti dei lavoratori e gli obiettivi di interesse pubblico progrediscono insieme» ha dichiarato Comer. «I moderni metodi di costruzione non devono essere considerati semplicemente una questione tecnologica o orientata al mercato, ma devono far parte di una più ampia strategia sociale, di mercato del lavoro, di accessibilità economica e di politica industriale», ha ribadito Kattnig.

Potenziamento della capacità industriale per i moderni metodi di costruzione

Il settore delle costruzioni rimane caratterizzato da una crescita della produttività relativamente bassa e da catene di approvvigionamento frammentate. I moderni metodi di costruzione possono contrastare questi problemi perché si basano su tecniche innovative di produzione fuori sede e in loco progettate per costruire strutture di qualità superiore più velocemente e in modo più efficiente rispetto agli approcci edilizi tradizionali. Tra gli esempi figurano il potenziamento degli approcci industrializzati come l’edilizia modulare, prefabbricata e fuori sede.

I moderni metodi di costruzione hanno quindi il potenziale per ridurre i costi e i tempi complessivi di costruzione e aumentare la precisione strutturale, il controllo di qualità, la capacità e la produttività del settore. Inoltre, essendo più rispettosi dell’ambiente, contribuiscono anche al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) delle Nazioni Unite. Ciò è della massima importanza, in quanto è essenziale che gli edifici costruiti con moderni metodi di costruzione mantengano la stessa qualità e valore a lungo termine delle case costruite tradizionalmente.  

Per raggiungere questi obiettivi, i moderni metodi di costruzione hanno bisogno di una capacità industriale sviluppata. Per questo motivo il Cese sostiene che l’Ue deve portare avanti investimenti mirati per aumentare la capacità industriale di produrre sistemi di prefabbricazione e costruzione fuori sito.

Tutti gli attori devono collaborare per combattere la frammentazione

Il Comitato sottolinea inoltre che gli Stati membri, la Commissione, l’Alleanza per l’edilizia abitativa e tutte le parti interessate hanno un ruolo da svolgere nel promuovere la normazione, eliminare la frammentazione delle normative e garantire che i sistemi per i moderni metodi di costruzione siano certificati e monitorati. 

Pur riconoscendo che ciascuno Stato membro ha una competenza primaria in materia di alloggi, il Cese ritiene che la Commissione dovrebbe contribuire ai piani nazionali in materia di alloggi e promuovere la cooperazione transfrontaliera. 

 Per consentire al settore edile di compiere progressi nell’innovazione, l’Ue deve avviare un meccanismo di finanziamento centrale per incoraggiare e consentire alle Pmi di investire nella digitalizzazione, che non dovrebbe limitarsi ai progetti di costruzione, ma dovrebbe anche essere sfruttato per garantire i diritti dei lavoratori, posti di lavoro di qualità, condizioni di lavoro e interessi dei consumatori.

Il presidente del Cese, Boland

Risolvere la crisi abitativa deve essere una priorità assoluta 

L’emergenza abitativa dell’Ue non è nuova. I prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati di oltre il 60,5 % dal 2013, mentre gli affitti sono aumentati del 28,8 % tra il 2010 e il 2025. Nel 2024 il tasso di onerosità eccessiva dei costi abitativi è stato in media dell’8,2 % nell’Ue. 

In tutta l’Europa, il drammatico mix di inflazione elevata e aumenti salariali e pensionistici insufficienti ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie. Ciò colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, le donne e i giovani. Inoltre, il calo delle nuove abitazioni innesca pressioni sia sui mercati degli acquisti sia su quelli degli affitti, determinando un’inflazione dei prezzi e degli affitti. 

Una serie di fattori aggiuntivi ha ulteriormente esacerbato la crisi abitativa. La pandemia di Covid-19, la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia e l’aumento dei costi dei materiali hanno peggiorato ulteriormente la situazione. In tale contesto, i tassi di interesse sui mutui ipotecari sono raddoppiati e il numero di licenze edilizie rilasciate nell’Ue tra il 2021 e il 2024 è diminuito del 25%.

Il Comitato continua a spingere le istituzioni dell’Ue

Il Cese ha costantemente sollecitato le istituzioni dell’Ue a trovare una soluzione all’emergenza abitativa, adottando una serie di pareri chiave negli ultimi mesi. – Nel suo parere del settembre 2025 sul tema Per un piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili – Il contributo della società civile, il Cese ha esortato la Commissione a elaborare un piano d’azione per far rispettare il diritto fondamentale all’alloggio.

– A marzo 2026, a seguito di una presentazione della Commissione sul piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili nel dicembre 2025, il Comitato ha adottato un parere sul tema Affrontare la carenza di alloggi attraverso politiche abitative a prezzi accessibili, sostenibili e orientate alle famiglie, in cui chiede misure più ambiziose per affrontare la crisi strutturale degli alloggi.

– Nel suo parere del luglio 2026 sulla strategia dell’Ue per l’edilizia abitativa, il Cese ha esortato la Commissione a presentare rapidamente le iniziative annunciate nel quadro della strategia, comprese le condizioni quadro necessarie affinché l’edilizia funga da catalizzatore per alloggi sostenibili, di alta qualità e a prezzi accessibili.

Attualmente il Cese sta valutando la legge sugli alloggi a prezzi accessibili, che la Commissione europea ha presentato lo scorso 9 settembre, e dovrebbe adottare un parere sulla legge dell’Ue sugli alloggi a prezzi accessibili a dicembre 2026.

Foto: Tom Rumble/Unsplash


L'articolo Casa, in Europa il Cese chiede tecniche di costruzione più moderne per aumentare l’offerta proviene da Vita.it.

  •  

L’Italia lascia la rete europea dei Garanti per l’infanzia: il dissenso e la responsabilità istituzionale

L’8 ottobre l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha comunicato che non farà più parte della rete europea dei garanti per l’infanzia, Enoc (European network of ombudspersons for children). Marina Terragni, titolare dell’autorità italiana, ha motivato così la sua decisione: «Con grande rammarico ho appreso che non sarebbe stata registrata e pubblicata la mia dissenting opinion riguardo al documento annuale approvato a maggioranza da Enoc sul tema dei diritti dei bambini e ragazzi Lgbtqia+, benché – a quanto risulta – nessuna norma statutaria del network lo vieti espressamente».

Il testo è stato presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc e quindi approvato dalla rete dei Garanti europei: si legge qui. Terragni ha dato voto contrario. Ma a fare problema non sarebbe tanto il contenuto dello statement, quanto il rifiuto di pubblicare in aggiunta al documento una breve postilla, dove lei spiegasse le ragioni del suo dissenso. 

Effetti che vanno ben oltre la durata del mandato

La scelta di lasciare l’Enoc ha ovviamente sollevato diverse critiche, prime fra tutte Defence for Children e Arcigay. Una presa di posizione netta è arrivata dall’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia – Aimmf, che non è entrata nel merito del tema Lgbtqia+ ma ha detto che è «grave e non condivisibile la scelta della Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza di ritirare l’Italia da Enoc». Ovviamente il diritto di esprimere il dissenso «è essenziale in ogni contesto democratico», ma la Garante «dispone di molteplici modalità per rendere pubbliche le proprie ragioni, senza per questo allontanarsi da un luogo di dialogo e di elaborazione comune sui diritti dei bambini e degli adolescenti», ha scritto il presidente Claudio Cottatellucci.

La questione invece è soprattutto «di responsabilità istituzionale. Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. Scelte di questa portata richiedono un’attenta ponderazione delle conseguenze e un adeguato confronto istituzionale. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze».

Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze

Claudio Cottatellucci, presidente Aimmf

Il Garante pugliese, Ludovico Abbaticchio, ha annunciato di aver chiesto, insieme ad altri garanti regionali, la sospensione del recesso dall’Enoc e la convocazione urgente della Conferenza nazionale dei Garanti regionali stessi. «La decisione di uscire dalla rete europea riveste una portata che va ben oltre il singolo documento: incide sul posizionamento dell’Italia nel sistema europeo di tutela dei minori su dossier strategici quali salute mentale, povertà educativa, tutela nell’ambiente digitale, intelligenza artificiale, minori migranti. Un’uscita determinerebbe un oggettivo isolamento, che ritengo problematico e non condivisibile», ha scritto in una nota.

Oggi il Gruppo Crc – Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – un network composto da oltre 100 associazioni che da 25 anni monitora l’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – esprime «preoccupazione e forte dissenso relativamente alla decisione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza di uscire dall’Enoc» e «invita pertanto l’Autorità Garante a rivedere la propria decisione e restare nella rete Enoc» (la nota porta in postilla la posizione di AiBi, che «non aderisce non volendo esprimere giudizi nel merito del caso specifico, ma condivide l’importanza della partecipazione di Agia all’Enoc»).

«Abbandonare un coordinamento transnazionale di questo tipo è una scelta grave, che rischia di isolare l’Autorità garante italiana dal confronto europeo e rappresenta un arretramento rispetto al percorso di rafforzamento della cultura dei diritti che il Gruppo Crc ha contribuito a promuovere in questi anni». La scelta di lasciare l’Enoc, motivata dalla mancata pubblicazione di una dissenting opinion sullo statement annuale della rete, approvato a maggioranza e dedicato quest’anno ai diritti dei bambini e dei ragazzi Lgbtqia+ «appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete».

La scelta di lasciare l’Enoc appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete

Gruppo Crc

Le ragioni dell’uscita

Sul sito dell’Agia, Marina Terragni ha replicato alle richieste di chiarimento sottolineando che Enoc non è un’istituzione pubblica, ma una libera associazione e che la «non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee». L’adesione alla rete è riservata alle istituzioni dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e attualmente la rete comprende 44 istituzioni di 34 Paesi del Consiglio d’Europa, 22 dell’Unione europea: svariati Paesi europei, fra cui Germania, Austria, Repubblica Ceca, Portogallo, non ne fanno parte. L’Italia vi aderiva dal settembre 2012.

La non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee

Marina Terragni, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza

La lunga nota spiega le ragioni specifiche di contrarietà allo statement di Enoc: si leggono qui. Fra le criticità che la Garante ravvisa nel documento c’è il fatto che «per i bambini intersex Enoc chiede esplicitamente e giustamente di vietare e sanzionare gli interventi medici o chirurgici non urgenti e differibili fino al momento in cui il minore non sia in grado di esprimere un consenso libero e informato. Non viene espresso invece un analogo principio precauzionale riguardo ai minori “transgender” o gender questioning, per i quali si insiste sull’accesso tempestivo ai percorsi sanitari regolamentati – senza specificare quali – con disponibilità di servizi dedicati», oppure il fatto che sulla scuola «lo statement richiede che si riconosca il nome di elezione del minore con ideazione transgender e adotti i pronomi da lui indicati, senza peraltro specificare a quale livello di scolarità (il recente documento della Società Italiana di Pediatria, Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente, ipotizza la possibilità di attivare una carriera alias già dalla prima classe della scuola primaria). Si tratta dunque, anche nel caso dello statement Enoc, del primo passo in direzione della cosiddetta “carriera alias” scolastica, punto di avvio della transizione sociale». 

Le richieste dei ragazzi e delle ragazze

Va anche detto che il documento presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc non è nato dal nulla: alla sua stesura anzi hanno partecipato anche i ragazzi della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi della nostra Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che nello scorso luglio erano volati a Dublino. La Consulta nazionale è costituita da 40 adolescenti tra i 13 e 17 anni e nei mesi scorsi ha affrontato l’argomento dei diritti dei minorenni Lgbtqia+, ha scritto un testo con cinque raccomandazioni, lo ha approvato all’unanimità e lo ha portato a Dublino. Le raccomandazioni dei ragazzi e delle ragazze italiani si leggono qui e il Gruppo Crc «ritiene fondamentale che le raccomandazioni elaborate dalle ragazze e dai ragazzi trovino pieno ascolto, in coerenza con l’articolo 12 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza».

Educazione, scuola, famiglia nella tua mail ogni settimana

Le abbonate e gli abbonati di VITA che sono iscritti alla newsletter “Dire, fare, baciare” hanno già letto ieri, nella loro mail, buona parte di questo articolo. Nella puntata n. 143 della newsletter ho parlato anche di come l’aumento di posti disponibili nei nidi, raggiunto grazie al combinato disposto degli investimenti del Pnrr e del calo demografico, pastisca l’effetto San Matteo: i figli di famiglie benestanti ne hanno beneficiato assai più dei figli di famiglie in condizioni socioeconomiche basse. Il gap tra le due fasce è passato da 7,5 punti percentuali del 2005/06 a 24 punti di differenza nel 2025. E della sentenza della Cedu sul caso di Miele, un’altra vicenda che aveva emotivamente diviso il Paese: la Corte europea dei diritti dell’uomo – Cedu, con una decisione passata sostanzialmente sotto silenzio (il testo integrale è qui), conferma la violazione dell’articolo 8 della Convenzione e riconosce le responsabilità delle autorità italiane che non hanno fatto quanto necessario per rendere effettivo il percorso di riavvicinamento del bambino alla madre, lasciando che continuasse a vivere con la famiglia affidataria.

Se hai già un abbonamento e vuoi ricevere “Dire, fare, baciare” ogni martedì nella tua casella di posta elettronica, clicca qui.

In apertura, foto di ROBIN WORRALL su Unsplash

L'articolo L’Italia lascia la rete europea dei Garanti per l’infanzia: il dissenso e la responsabilità istituzionale proviene da Vita.it.

  •  

Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro)

Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura». 

Cover libro Stand Up Coop
La copertina del libro di Enrico Quarello, “Stand Up Coop! Il punto di rottura del modello cooperativo, visto dall’interno”, prefazione di Luciano Sita, Luca Sossella editore, 2026

Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.

Partecipare per esistere

Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.

Spendersi per una causa che non ci riguarda

Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.

Lo specchio infranto

Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».

Dal diritto alla concessione

Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.


Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».

Una domanda aperta

Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso.
A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.

In apertura foto di Gustavo Fring da Pexels

L'articolo Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro) proviene da Vita.it.

  •  

Il dna per ritrovare casa

I genitori, in Cina, l’hanno abbandonata appena nata, e lei viene data in adozione negli Stati Uniti. Dopo quattordici anni di ricerche, Youxue ritrova la via di casa

  •  

bitume - diritti sociali e digitali - podcast

✇unit
di: Unit

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

logo-bitume

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

Diritti sociali e digitali

  • Twitter e la rivoluzione francese

  • Immaginazione teoretica

  • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

durata: 50 minuti

  •  
❌