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La Casa Bianca diventa un ring per la festa di Trump: combattimenti UFC, jet da guerra, Zuckerberg e Ibrahimovic in prima fila | Foto

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Alex Pereira walks out on the Blue Room Balcony for his interim heavyweight title bout against Ciryl Gane during UFC Freedom 250on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington, accompanied by Medal of Honor recipient Capt. Flo Groberg, left, and Chad Booth of the Plan Beach Sheriff's office, right. (AP Photo/Alex Brandon)

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APTOPIX - le foto piu belle della giornata di Associated Press

President Donald Trump attends UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 Trump

Ilia Toupruia, left, fights Justin Gaethje during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Guests attend UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

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President Donald Trump and first lady Melania Trump attend UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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Sean O'Malley walks through the Blue Room of the White House ahead of his bantamweight bout against Aiemann Zahabi during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)

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Alex Pereira, right, fights Ciryl Gane during their interim heavyweight title bout at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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Ilia Toupruia prepares for his lightweight title bout against Justin Gaethje during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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Dana White, president and CEO of UFC, from left, Todd Golden, head coach of the University of Florida men's basketball team, and President Donald Trump pose for a photo during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

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Sean O'Malley walks out for his bantamweight bout against Aiemann Zahabi during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon, Pool)

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Derrick Lewis walks through the Red Room of the White House ahead of his heavyweight bout against Josh Hokit during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)

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President Donald Trump, center, smiles as he sits next to first lady Melania Trump, right, and UFC President and CEO Dana White, left, while posing for a photo with other guests during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (Evan Vucci/Pool Photo via AP)

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Josh Hokit leaves the ring after winning his fight against Derrick Lewis in a heavyweight bout during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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President Donald Trump waves alongside Dana White, president and CEO of UFC, as they arrive for the UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

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Mauricio Ruffy, right, fights Michael Chandler during their lightweight bout at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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First lady Melania Trump attends UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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Mauricio Ruffy wins his bout against Michael Chandler at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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President Donald Trump and Dana White, UFC president and CEO, arrive for UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

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Diego Lopes sits on the octagon for his featherweight bout with Steve Garcia at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House in Washington, Sunday, June 14, 2026. (Evan Vucci/Pool Photo via AP)

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Josh Hokit walks out for his heavyweight bout against Derrick Lewis during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon, Pool)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Michael Chandler waits in the Grand Foyer of the White House before his lightweight bout against Brazil's Mauricio Ruffy during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)

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UFC Freedom 250 alla Casa Bianca per gli 80anni di Donald Trump

Alex Pereira greets Meta CEO Mark Zuckerberg after his interim heavyweight title bout loss to Ciryl Gane at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

Donald Trump ha celebrato il suo 80esimo compleanno con una serata senza precedenti alla Casa Bianca: un evento di arti marziali miste organizzato nel giardino sud della residenza presidenziale, trasformato per una notte in un’arena UFC. Una festa che è arrivata poche ore dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. La serata, battezzata “UFC Freedom 250”, è stata presentata anche come parte delle celebrazioni per il 250esimo anniversario degli Stati Uniti. Trump è uscito dallo Studio Ovale insieme al presidente della UFC Dana White e ha raggiunto l’arena tra applausi e cori “USA! USA!”, in una scena più simile all’ingresso di due lottatori che a quello di un capo di Stato.

Ad assistere agli incontri c’erano la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e numerosi membri dell’amministrazione americana. Sul prato sud erano presenti oltre 4.000 spettatori, mentre altre migliaia di persone hanno seguito l’evento su maxischermi allestiti nelle aree vicine alla Casa Bianca. Secondo alcune stime, fino a 100mila persone si sarebbero radunate nella fan zone predisposta all’Ellipse.

L’atmosfera era quella di una grande celebrazione patriottica. Dodici jet militari hanno sorvolato Washington, la banda dei Marines ha accompagnato alcuni momenti della serata e il cantante Zac Brown ha eseguito l’inno nazionale americano. Trump, con la mano sul cuore, ha assistito alla cerimonia dal balcone Truman prima di prendere posto a bordo gabbia. Per alcune ore, i luoghi simbolo del potere americano si sono trasformati nel backstage della UFC. I combattenti hanno utilizzato edifici governativi come spogliatoi e sono stati ripresi durante il riscaldamento tra colonne di marmo e corridoi normalmente riservati all’attività politica.

Nel match principale più atteso, il francese Ciryl Gane ha conquistato la cintura ad interim dei pesi massimi battendo il brasiliano Alex Pereira per KO tecnico a 1 minuto e 27 secondi del secondo round. Una vittoria che gli garantisce una futura rivincita contro il campione della categoria, Tom Aspinall. Non tutto, però, è andato come sperava il presidente americano. Uno dei suoi invitati personali, il peso massimo statunitense Derrick Lewis, è stato sconfitto da Josh Hokit, che ha mantenuto l’imbattibilità portando il proprio record a 10 vittorie e nessuna sconfitta.

Tra i volti noti presenti figuravano anche Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, David Ellison di Paramount Skydance, l’ex pugile Tyson Fury, accolto da una standing ovation, e Zlatan Ibrahimovic, arrivato insieme al proprietario del Milan Gerry Cardinale. L’ex attaccante svedese, intervistato prima degli incontri, ha definito la serata “semplicemente fantastica”.

Mentre alla Casa Bianca andava in scena uno spettacolo tra sport, politica e celebrazione personale del presidente, Trump ha continuato a rivendicare il recente accordo con l’Iran, definendolo un risultato che i suoi predecessori non erano riusciti a raggiungere. Poche ore dopo la conclusione dell’evento, il presidente è partito a bordo dell’Air Force One in direzione della Francia per il vertice del G7, con il dossier mediorientale tra i principali temi in agenda.

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Iran-Usa, c’è l’accordo tra le parti: venerdì la firma in Svizzera tra i nodi di Hormuz, Libano e del nucleare di Teheran

Fragile e dai punti oscuri, ma l’accordo c’è. Venerdì 19 giugno Iran e Stati Uniti firmeranno in Svizzera un accordo per mettere fine alla guerra in corso dallo scorso febbraio nel Golfo Persico e in Medio Oriente, come annunciato domenica sera dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, colui che ha personalmente mediato tra le parti per ottenere l’intesa. Un memorandum ufficialmente confermato da entrambe le parti, sia dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che d’altra parte dava per imminente un accorda da diversi giorni, sia dal regime di Teheran tramite il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

Sui punti dell’intesa resta però il mistero. Sharif ha dichiarato che l’accordo che verrà firmato il 19 giugno in Svizzera prevede la fine “immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano”, lì dove l’Iran è presente politicamente e militarmente grazie ad Hezbollah, il “partito di Dio” finanziato da Teheran che da mesi è obiettivo di Israele, che così sta inoltre occupando chilometri e chilometri del Libano meridionale.

Non a caso stamani il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha escluso il ritiro dell’IDF dal Libano, non considerandosi vincolato dalla clausola contenuta nell’accordo con l’Iran. Secondo fonti israeliane, Netanyahu ha chiarito che le Forze di Difesa Israeliane manterranno le loro attuali posizioni in Libano e continueranno a operare per contrastare la minaccia di Hezbollah. Tesi ribadita anche dal suo ministro Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra religiosa: “L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti. Siamo un Paese indipendente e sovrano”, le parole del ministro della Sicurezza interna a commento dell’intesa tra Washington e Teheran.

D’altra parte Israele ha un ruolo chiave nel Medio Oriente e nella vicenda iraniana, da alleato di Trump ma anche come “sabotatore” di diversi tentativi di intesa. Anche quest’ultimo, faticosamente raggiunto grazie alla mediazione del Pakistan, era stato messo a repentaglio da un violento attacco dell’IDF nel Libano mentre le parti erano ad un passo dal via libera all’accordo. Bombardamenti su Beirut che avevano spinto Trump all’ennesima reazione furiosa contro l’amico Bibi: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, aveva scritto il presidente Usa su Truth. Ben diversi i toni utilizzati in una intervista al giornalista di Axios Barak Ravid: “Perché Bibi ha dovuto sferrare quel cazzo di attacco? Ero davvero incazzato nero. Gliel’ho fatto sapere. Non ha un cazzo di buon senso. Gliel’ho fatto sapere”, le parole al veleno del tycoon.

Ma cosa prevede l’intesa che verrà siglata venerdì in Svizzera? Secondo Trump l’accordo raggiunto col regime dell’Ayatollah Khamenei consentirà la riapertura dello stretto di Hormuz “permanentemente esente da pedaggi”, ha spiegato il leader Usa al New York Times. Non è chiaro cosa contenga l’accordo sull’altra questione dirimente per Washington, ovvero il futuro del programma nucleare iraniano su cui il regime non si è mostrato disposto a fare concessioni. Quel che è certo è che l’intesa darà il via ad un periodo di negoziazione di 60 giorni volto a raggiungere un accordo finale tra le parti, con colloqui preparatori tra Stati Uniti ed Iran che si terranno a Doha prima del vertice di Ginevra di venerdì.

E l’Europa? Bruxelles si dice pronta a dare il proprio contributo con una propria missione marittima internazionale per “accompagnare” la riapertura dello Stretto di Hormuz e provvedere a “sminare” il corso d’acqua. Anche l’Italia, come dichiarato dalla premier Giorgia Meloni, potrebbe essere della partita: “Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz”, le parole di Meloni.

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Stati Uniti e Iran hanno trovato un accordo, ma le ragioni della guerra sono ancora lì

Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».

Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.

L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».

La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.

Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.

Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».

Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.

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Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa

Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.

Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.

La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.

Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.

Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.

La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.

C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.

Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.

Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.

Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.

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USA-Iran, cronaca di una svolta

Un memorandum di intesa in 14 punti: riapertura di Hormuz, sospese le sanzioni a Teheran, sblocco dei beni iraniani congelati, colloqui sul nucleare

© RaiNews

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Trump: "Venerdì riapre lo stretto di Hormuz"

Dopo settimane di incertezza e una giornata di forti tensioni per le bombe israeliane su Beirut, Trump conferma l'accordo con Teheran: "Hormuz riapre, si firma il 19 giugno"

© RaiNews

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Trump sente Putin e Zelensky nel giorno del suo 80esimo compleanno: ha chiesto la fine della guerra in Ucraina

Prima gli auguri di Benjamin Netanyahu, poi due telefonate: una con Volodymyr Zelensky, un’altra con Vladimir Putin. Nel giorno del suo 80esimo compleanno, Donald Trump ha chiesto la fine della guerra in Ucraina, come riferisce il consigliere di Putin Ushakov. Il tycoon ha infatti prima sentito il presidente ucraino, poi quello russo. Con Putin una telefonata durata 55 minuti, come riporta la Tass. Per quanto riguarda la chiamata con Zelensky, invece, Dmytro Lytvyn, consigliere del presidente dell’Ucraina per le comunicazioni, ha affermato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace”. A riferirlo sono anche i media ucraini.

Successivamente Trump ha anche postato su Truth, parlando anche della guerra in Iran: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, ha scritto poi Donald Trump su Truth. “Israele ha il diritto di difendersi dalle minacce, ma l’attacco a cui ha risposto era di portata limitata e insignificante, nessuno è rimasto ferito o ucciso, e non dovrebbe interrompere questo importante processo – ha proseguito il presidente degli Stati Uniti -. Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, Libano compreso, e tutte le parti dovrebbero desistere. Non dovrebbero esserci più attacchi da parte di Israele in Libano, ma non dovrebbero esserci nemmeno più attacchi da parte di altre fazioni, incluso Hezbollah, contro Israele. Questo potrebbe essere l’inizio di una pace lunga e meravigliosa: non roviniamola!”, ha concluso Trump.

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Évian e Ginevra, scontri tra manifestanti e polizia alla vigilia del G7. Con la cena di lavoro dei leader inizia il summit in Francia

Scontri sono scoppiati oggi alla vigilia del vertice di Evian tra manifestanti anti-G7 e polizia nei pressi della sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera. Secondo quanto riportato dall’Afp, i manifestanti hanno lanciato bottiglie, pietre, pezzi di cemento e petardi contro la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni. Diversi edifici sono stati presi di mira, tra cui gli uffici di PricewaterhouseCoopers e la sede dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU). Gli scontri arrivano in una vigilia caratterizzata da cittadine deserte, animate quasi unicamente dalle divise della gendarmerie, per l’occasione griffate con il logo del G7. Posti di blocco, lungo tutto il percorso che da Ginevra (aeroporto di arrivo per delegazioni e cronisti stranieri) conduce sulle rive del Lago Lemano. Évian-les-Bains è pronta ad accogliere i leader delle principali economie occidentali in un clima di massima sicurezza.

La località francese affacciata sul Lago è blindata per l’apertura del vertice del G7, mentre a Ginevra, a pochi chilometri dal confine e poco distante dalla sede dei lavori, le manifestazioni di protesta erano annunciate. Temendo possibili scontri, nella città Svizzera molte vetrine dei negozi sono state coperte con barriere di legno. Il summit prende ufficialmente il via con una cena di lavoro in programma alle 19.30, intitolata “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”: all’Evian Resort arriveranno i capi di Stato e di governo dei Paesi membri del G7 insieme ai rispettivi consorti, accolti dal presidente francese.

Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali e alle sfide economiche globali: questo il programma del summit, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron. Martedì 16 giugno entrerà nel vivo il confronto politico. La mattinata si aprirà con una sessione di lavoro sulla sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa, seguita da una colazione di lavoro dedicata alle crisi e alla stabilità in Medio Oriente. Nel pomeriggio faranno il loro ingresso a Evian anche i rappresentanti dei cinque Paesi partner invitati dalla Francia (Brasile, India, Corea del Sud, Kenya ed Egitto) che parteciperanno alla sessione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e al rilancio della solidarietà globale. La giornata si concluderà con il tradizionale appuntamento di rappresentanza: il pranzo di gala offerto da Macron e dalla première dame Brigitte in onore dei capi delegazione e dei loro consorti. Mercoledì 17 giugno sarà invece dedicato ai temi economici e tecnologici. I leader discuteranno delle misure per rilanciare una crescita economica “equilibrata, condivisa e sostenibile”, uno dei pilastri della presidenza francese del G7. A seguire, una colazione di lavoro vedrà al centro l’intelligenza artificiale e le condizioni per una sua diffusione “sicura, rapida ed efficace”. La chiusura del vertice è prevista nel primo pomeriggio. Alle 15, il presidente Macron terrà la conferenza stampa finale.

La speranza di molti è che questo G7 possa diventare quello della pace in Medio Oriente, con gli europei che già guardano allo sminamento dello Stretto di Hormuz come mano tesa a Donald Trump che sarà accolto con tutti gli onori dal presidente Macron, che in extremis ha strappato al tycoon l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles.

La morte di un gendarme che stava completando i lavori di messa in sicurezza di Evian e dintorni, cominciati oltre un anno fa, ha funestato la vigilia, le prove generali della “bolla” che racchiuderà e proteggerà i leader riuniti, dal loro arrivo all’aeroporto di Ginevra, fino alla permanenza blindata nel Resort dove si svolgerà il vertice. Sono 16.000 i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazioni, moto, droni, polizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte “ai rischi di un contesto internazionale estremamente teso“, al “rischio terrorismo che resta alto in Francia” e a quello di “sabotaggio o cyberattacco”. Oltre a quello dell’ordine pubblico, che domani sarà messo alla prova dalle manifestazioni di dissenso previste a Ginevra. Si tratterà, per chi ha ancora negli occhi i gravi incidenti e i danni per le violenze durante il G8 di Evian del 2003, di far dimenticare quell’esperienza.

I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’Hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa, che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella Reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana” perché proprio lì – ricorda l’Eliseo – “fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti“. Dall’Eliseo trapela che Trump, prima di cena, visiterà la Reggia, in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio. Il giorno prima, martedì, a Evian, si potrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron, l’incontro di Trump con Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento non è confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei Volenterosi non sempre scontata. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e i leader di Qatar, Emirati arabi ed Egitto mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

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Gli auguri di Netanyahu a Trump per i suoi 80 anni: “Guida gli Stati Uniti verso un futuro di pace attraverso la forza”

“Buon compleanno signor presidente, buon compleanno Donald”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto gli auguri al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il suo 80esimo compleanno con un messaggio pubblicato su X. “Quest’anno il tuo compleanno arriva in un momento propizio“, ha scritto Netanyahu, ricordando i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti, definiti “una grande nazione costruita sulla libertà e sulla fede”. Il premier israeliano ha quindi augurato a Trump “forza ed energia” nel guidare gli Stati Uniti “verso un luminoso futuro di pace attraverso la forza“, auspicando al tempo stesso un ulteriore rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv. “Continuiamo a portare le relazioni Usa-Israele a livelli sempre più alti”, ha affermato Netanyahu.

Un messaggio arrivato proprio mentre l’accordo tra Usa e Iran rischia di saltare dopo il raid delle Israel Defense Forces sul quartiere di Dahiyeh, a Beirut, che ha causato almeno 3 morti e 15 feriti. Intorno alle 14 italiane infatti il capo negoziatore e presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato in un post su X che l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut “ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti non sono disposti o non sono in grado di rispettare i propri impegni“, accusando Washington di aver dato a Israele il “via libera”. Così ”non si ottengono vantaggi. Il gioco del poliziotto buono e poliziotto cattivo è passato di moda. Se non avete né la volontà né la capacità di adempiere ai vostri impegni, non è possibile parlare di proseguire lungo questa strada”, ha affermato.

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Trump festeggia 80 anni alla Casa Bianca con un maxi evento di arti marziali: sullo sfondo la pace con l’Iran e i sondaggi in calo

È tutto pronto alla Casa Bianca, dove questa notte Donald Trump festeggerà il suo 80esimo compleanno con un evento senza precedenti. Il cuore della celebrazione è l’Ufc Freedom 250: combattimenti in una gabbia sul prato sud della residenza presidenziale. Sette incontri di arti marziali miste, oltre 4mila spettatori e 60 milioni di dollari spesi per l’organizzazione dell’evento. Formalmente lo spettacolo rientra nelle celebrazioni per i 250 anni dall’indipendenza americana, ma sovrapponendosi con il compleanno del presidente si è trasformato in uno show personale.

L’evento alla Casa Bianca diventerà il primo evento sportivo professionistico in assoluto ad essere ospitato nella residenza presidenziale degli Stati Uniti. Le oltre 4mila persone ospitate nel prato sud potranno accedere solo tramite invito ufficiale, mentre altre 85mila saranno presenti a poche centinaia di metri, sull’Ellipse e nell’area del National Mall, per seguire lo spettacolo sui maxischermi. Nei giorni scorsi lo studio legale Public Integrity Project ha intentato una causa per bloccare l’evento definito da loro “profondamente corrotto”.

Lo spettacolo è però riuscito a resistere: bisognerà vedere se reggerà anche contro il meteo. La pioggia prevista questa sera su Washington potrebbe smorzare l’enfasi degli scontri, tutti all’aperto: i combattimenti infatti si svolgeranno nella “Claw“, una struttura metallica alta 28 metri e di 600 tonnellate. Tutto inizierà alle 20.00 ora locale (24.00 ora italiana) ma il main event sarà l’incontro tra il peso leggero georgiano-spagnolo Ilia Topuria e l’americano Justin Gaethje. Sarà trasmesso in esclusiva su Paramount+, piattaforma gestita dall’amico di Trump, David Ellison, nonostante l’anno scorso, come riporta Bbc, l’Ufc abbia siglato un accordo da 7,7 miliardi di dollari con il servizio di streaming concorrente di Netflix.

L’evento evoca il modello “panem et circenses” dell’antica Roma: grandi spettacoli per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà politiche ed economiche del Paese. Gli Stati Uniti in effetti si avvicinano alla grande serata in una fase particolarmente complessa. Innanzitutto Washington è impegnata in delicati negoziati con l’Iran per cercare di mettere fine al conflitto in corso: sembra che le due parti non siano mai state così vicine alla firma, pare digitale, ma l’incertezza rimane alta. Trump è poi alla prese con le divisioni interne e un disperato bisogno di mantenere alto il gradimento nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato a novembre. A questo si è aggiunto nelle ultime ore anche un duro colpo per l’orgoglio del tycoon, perché, in ottemperanza all’ordine di un tribunale, il Kennedy Center di Washington è tornato a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald. L’edificio, da cui è stata rimossa la scritta con il nome di Trump a caratteri cubitali, era stato dedicato anche al presidente in carica appena sei mesi fa.

Negli Stati Uniti, proprio in occasione della festa, si è riaperto anche il tema sulla salute di Trump. A 80 anni, è già il presidente eletto in età più avanzata nella storia americana, superando Joe Biden, a cui il tycoon aveva rivolto aspre critiche in campagna elettorale, e non solo, proprio per la sua anzianità. Alcuni sondaggi, come riporta Associated Press, mostrano dubbi crescenti sulla lucidità mentale e sulla tenuta fisica del 47esimo presidente Usa. Tutte accuse che la Casa Bianca ha respinto citando i recenti controlli medici a cui il festeggiato si è sottoposto nelle scorse settimane: “eccellente salute”, sarebbe l’esito delle visite. Il confronto con il suo predecessore dem però rimane inevitabile, non solo sulla condizione fisica, ma anche sul modo di festeggiare. Biden aveva infatti celebrato i suoi 80 anni nel 2022 con un brunch privato in famiglia, lontano dai riflettori.

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Terminata la rimozione del nome di Donald Trump dalla facciata del Kennedy Center di Washington

Il nome di Donald Trump è sparito. Il Kennedy Center di Washington torna a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America assassinato il 22 novembre del 1963 a Dallas. Un duro colpo da incassare per il tycoon proprio il giorno del suo 80esimo compleanno.

Gli operai hanno rimosso completamente la scritta a caratteri cubitali con il nome del presidente Trump, che era stata applicata sull’edificio meno di sei mesi fa, in ottemperanza all’ordine del tribunale di annullare il cambio di denominazione. Un giudice aveva accolto la richiesta del Kennedy Center di ottenere più tempo per rimuovere in via definitiva il nome di Trump, concedendo alla struttura fino a mezzogiorno di sabato, dopo che l’organizzazione non aveva rispettato la scadenza delle 23:59 di venerdì. La proroga di 12 ore era stata concessa dopo che i legali del Dipartimento di Giustizia, in rappresentanza del centro, avevano riferito venerdì sera che, malgrado i lavori fossero in corso, i temporali abbattutisi sull’area di Washington avevano causato dei ritardi. Un telo bianco continua a coprire l’impalcatura costruita per consentire agli operai di rimuovere il nome di Trump.

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Nella sua sentenza, in cui ha stabilito che solo il Congresso può apportare modifiche al nome del Kennedy Center, il giudice Christopher Cooper ha anche impedito all’amministrazione di chiudere la struttura culturale e artistica per i lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto iniziare a luglio e durare due anni. Inutile, al momento, è stato il ricorso presentato dai legali di Trump e dello stesso Kennedy Center (il suo consiglio di amministrazione è composto quasi interamente da fedelissimi del presidente). “Togliere le lettere sarebbe uno spreco di denaro se poi il giudice dovesse ordinare di rimetterle”, si legge nell’appello. Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere – dopo una serie di messaggi contro il giudice – che, senza il pieno controllo sugli affari del centro, “non aveva alcun interesse a continuare quel che potrebbe essere un viaggio senza speranza verso un ‘NEVER NEVER LAND‘”.

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Come abbiamo privatizzato anche dio: Trump e Netanyahu profeti blasfemi in nome del divino

Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto.
(W. Allen)

Viviamo l’epoca dell’accaparramento intensivo. E generalizzato. L’imperativo-guida è: prendere. E possedere. Ogni cosa. Compreso Dio. Afferrare tanto i beni materiali quanto quelli spirituali. Vale per la ricchezza, mai come ora concentrata nelle mani di pochi, vale per le coscienze rese preda della politica ridotta a propaganda manipolante, come per il predominio dei più forti sui più deboli. C’è una intima corrispondenza fra Elon Musk, che infarcisce la bassa atmosfera di satelliti per le comunicazioni e l’IA controllata dai super ricchi. E la guerra, che viene sempre scatenata per prendere qualcosa. Questo parossismo del possesso investe pure Dio. Egli non è più l’Assoluto (absolutus, “sciolto da vincoli”), diventa invece un valore d’uso e, come tale, subordinato e sottoposto all’utilizzo che l’uomo intende farne. L’idea del divino, come entità trascendente, nasce nella mente umana in conseguenza del thàuma (la “meraviglia” dei greci), lo “stupore” angoscioso provocato dalla finitudine e dalla morte.

Da lì tutti i miti che creano gli dei, la cui onnipotenza si mostra con tratti simili a quelli umani (dagli innamoramenti alla violenza, dalla gelosia alla vendetta). La creazione del Dio unico è originata da dinamiche analoghe. L’immaginazione del Dio onnipotente, che crea il mondo e “getta” l’uomo nel mondo, che dà adito alla salvezza dopo la morte. Non a caso nella tradizione Dio è concepito in sembianze antropomorfe: è emblematico il Dio dal volto umano, un vegliardo vigoroso con barba e capelli fluenti, rappresentato da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. La privatizzazione di Dio è una costante lungo la storia. Dal Deus vult (“Dio lo vuole!”) durante le Crociate, alle guerre di religione, al Gott mit uns (“Dio con noi”) inciso sui cinturoni delle SS. Ma oggi si è dinanzi a un salto di qualità nel processo volto a privatizzare il divino.
Dio è invocato dai governi a sostegno delle proprie politiche. Dio è divenuto ancoraggio di Stato. Non è evidente, questo, in Iran e Afghanistan? Non è evidente quando Trump si fa riprendere, nello studio ovale della Casa Bianca, circondato da esagitati evangelici, che gli impongono le mani come a garantirgli la protezione dell’Altissimo? E non è evidente in Israele, trasformatosi a sua volta in Stato teocratico?

Stefano Levi Della Torre, una delle menti più brillanti della diaspora ebraica, ripubblicando il suo libro Dio (Bollati Boringhieri, 2026) l’ha integrato con un interessante capitolo intitolato “Il concetto di Dio dopo Gaza”. Scrive fra l’altro: “La contesa prolungata col fondamentalismo islamista ha alimentato l’ascesa dal fondamentalismo ebraico in Israele, e viceversa”. E rileva: “Un Dio nazionale è quanto di più blasfemo, pagano e idolatrico si possa augurare all’idea di Dio”. L’Eretz Israel (il “grande Israele”) è l’obiettivo strategico derivante dall’affermazione biblica di Dio che “dona” la terra promessa al popolo ebraico. Da lì l’aberrazione del genocidio contro i palestinesi, che vanno sterminati in quanto abitanti abusivi di quella terra. Essi sono il nuovo Amalek. La privatizzazione di Dio – il suo accaparramento – mostra che egli vuole ciò che l’uomo vuole, e viceversa. Ciò che lo Stato vuole, e viceversa. È il rinnegamento più radicale dell’idea di Dio come entità suprema equanime. La sua “onnipotenza” resa evanescente dalla potenza umana, che la incorpora. Così abbassato, l’Altissimo non è più religione, diventa ideologia. Con il potere onniavvolgente della tecnica, l’uomo contemporaneo determina l’immanenza di Dio nelle proprie scelte, nelle proprie azioni e nel mondo, in misura radicalmente maggiore rispetto al passato. Dunque: “Dio è morto!”, come sosteneva Nietzsche? No, sopravvive trasposto nella privatizzazione dentro gli animi. Per cui non esiste il “superuomo”, ma, semplicemente, l’uomo. Con le sue bassezze e la sua potenziale grandezza, se decide di elevarsi oltre le proprie miserie.

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La perla nera dei Caraibi. Cuba: scontro di poteri sulla pelle degli oppressi

L’ipocrita accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti emessa il 20 maggio contro Raùl Castro Ruz, generale dell’esercito e personalità tra le più rappresentative della Rivoluzione cubana, non ha soltanto i tratti dell’arroganza impunita di chi si sente forte e al di sopra del diritto, ma forse vuole anche essere un tentativo di dare un tocco di legittimità al criminale embargo che dura da decenni e alle ancor più vergognose misure coercitive che in questi ultimi mesi hanno colpito la popolazione inerme (240 da gennaio). La popolazione è stata soffocata da un feroce blocco energetico imposto dalla potenza egemone, il cui unico risultato sembra essere stato quello di aver fatto precipitare la quasi totalità delle masse lavoratrici ad un livello di quasi sussistenza, incalzate dalla pressante urgenza di reperire beni di prima necessità e dalla minaccia costante di un’aggressione armata.

Una lettura unilaterale, assai poco conforme al contesto in cui si svolsero i fatti, un’incriminazione priva di alcun valore legale (anche a prenderlo per vero) e di una giurisdizione in cui poterla applicare, vorrebbe far giustizia in merito a un episodio che nel 1996 portò all’abbattimento di due velivoli facenti capo a Brothers to the Rescue, organizzazione che opera con metodi violenti e ha sede a Miami. L’abbattimento avvenne dopo ripetuti sconfinamenti e violazioni dello spazio aereo cubano, infrazioni più volte segnalate dalle autorità dell’isola agli enti governativi statunitensi e da questi ripetutamente ignorati; sintomo, quantomeno, di una certa complicità se non di una vera e propria pianificazione e sovvenzione; una condotta, tra l’altro, che si inscrive nella lunga traiettoria costellata di attentati, sabotaggi e tentativi di aggressione che il governo degli Stati Uniti ha messo in opera da che nel gennaio del 1959 il socialismo di stato è stato imposto quale religione ufficiale. Un ultimo – per ora – atto di quella mai sopita, controversa e irrisolta questione che tiene occupati i due paesi da quasi settant’anni, ma che pure visto dalla prospettiva meramente giuridica del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale, rientrerebbe in un’azione di legittima difesa del proprio spazio aereo contro quelli che potrebbero essere interpretati come atti di “terrorismo”, che la suddetta organizzazione avrebbe messo in pratica tra il 1994 e il 1996, in barba alla stessa legislazione statunitense. Oltretutto, questa accusa arriva dopo che le forze armate Usa per mesi hanno spadroneggiato nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, arrivando ad uccidere quasi duecento persone e a sequestrare il presidente del Venezuela, a corollario di una dottrina che, sostenuta da un imponente apparato bellico, cerca di applicare attraverso l’imposizione unilaterale delle sanzioni, quella pressione politica ed economica i cui scopi mirano a ridefinire gli assetti geopolitici della regione. Giustificata con le parole del procuratore generale “se uccidete degli americani, vi perseguiremo. Non importa chi siate. Non importa quale carica ricopriate”, frasi che riecheggiano da tempi storici che ritenevamo oramai tramontati ma che purtroppo oggi si ripropongono con logica spietata anche ad altre latitudini (vedi Medioriente). Questa montatura extragiudiziale che agisce su un piano politico vorrebbe essere la giustificazione delle recenti imposizioni coercitive che, operando a livello economico, producono i loro effetti devastanti direttamente sui corpi delle persone. Evidentemente questa Legge dei Poteri Economici d’Emergenza Internazionale (IEEPA), che amplia sanzioni già esistenti (tra l’altro in violazione degli articoli 1, 2 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione del 1992 sulla rimozione del blocco), rientra in quella nuova fase di riassetto degli equilibri della regione che Washington sembra voglia ridefinire attraverso un protagonismo deciso e un utilizzo cinico di quelle che si mostrano come le raffinate tecniche della nuova guerra ibrida: sanzioni, dazi, strangolamento finanziario, incriminazione a livello internazionale, propaganda mediatica e uso extragiudiziale della propria giustizia. Nel frattempo però, si fa ricorso anche ai vecchi metodi con la portaerei Nimitz che scorrazza indisturbata nelle acque delle Antille, in attesa di sviluppi.

Al ritorno dal suo viaggio in Vaticano, tra le cui motivazioni non espresse figurava verosimilmente la ricerca di un’intesa col mondo cattolico, ben radicato sull’isola, il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane, soltanto poche ore prima dell’annuncio delle sanzioni se ne usciva con un video diretto alla popolazione oramai allo stremo: “Cuba non è governata da nessuna rivoluzione, ma da GAESA, uno stato dentro lo stato, i cui benefici sono appannaggio di una piccola élite”. Questo Gruppo di Amministrazione Imprenditoriale a cui si fa riferimento, bollato come organismo cancerogeno che parassita l’economia nazionale, incolpato dei continui black out, della scarsità di combustibile, cibo e medicine, è un consorzio imprenditoriale creato negli anni ’90 con lo scopo di captare la valuta estera, che in quei frangenti cominciava ad affluire in seguito all’apertura al turismo voluta da Fidel Castro e all’introduzione della doppia moneta (pesos e dollari). Ideato dall’allora ministro della difesa Raùl Castro, tale holding ha finito per inglobare tutta una serie di attività commerciali e finanziarie che vanno dagli hotel ai centri di immersione, dai porti sportivi alle agenzie di viaggio; dal 2010 assorbe Cimex, impresa statale dei supermercati, e centinaia di stazioni di servizio, e infine diventa proprietaria della Banca Finanziaria Internazionale, una delle più grandi del paese, arrivando a controllare il 40-70% dell’economia nazionale attraverso un impero stimato, nel 2025, in 18 miliardi di dollari. Il 7 maggio l’amministrazione Trump ha inasprito ulteriormente le sanzioni contro GAESA e la sua direttrice ufficiale Ania Guillermina Lastres Morera, adducendo il pretesto della sicurezza nazionale. Mentre  il 22 l’ ICE arrestava la sorella a Miami sotto identica motivazione, cercando così di  colpire l’esercito cubano nelle sue finanze. Quanto queste misure possano incidere realmente sulla tenuta di questo conglomerato imprenditoriale resta tuttavia un mistero, data l’estrema opacità da cui è sempre stato avvolto.

Il blocco energetico ha ridotto quasi a zero un turismo già in caduta libera, mentre le rimesse dall’estero, che nel 2019 erano stimate in 3,7 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, nel 2024 si aggiravano intorno all’ 1,1 milioni, con un crollo del 43% rispetto all’anno precedente. In parallelo, Washington si dice pronta ad offrire cento milioni di dollari in aiuti umanitari, mentre Rubio esorta la popolazione affinché si decida per un cambio di regime: “Una nuova Cuba, dove qualsiasi cubano, e non solo GAESA, possa aprire una banca o un’impresa edile”. Stessa ricetta, questa volta cucinata in salsa caraibica.

Cuba vive un periodo di decadenza che, sebbene si possa far risalire al perìodo especial degli anni ’90, vede oggi una recrudescenza senza eguali che investe la gran parte della popolazione e che è sfociata in una crisi alimentare spaventosa e in un altrettanto deplorevole crisi energetica; due aspetti di uno scenario dove il reperimento dei beni di prima necessità e i ricorrenti black out segnano le modalità e i ritmi della quotidianità. Quello che si dice del capitalismo, ovvero essere la gestione pianificata della scarsità, può a buon diritto essere applicato su scala locale anche a Cuba e al suo regime, che ha saputo far tesoro in questi decenni di tecniche di governo assai raffinate, ma che oggi vede progressivamente venir meno la sua autorevolezza grazie a un risveglio, seppur timido, delle coscienze, che si traduce in certe forme di comunitarismo o di solidarietà popolare che scandiscono l’agire quotidiano; nel mentre si va affievolendo l’immagine di padre benefattore che il castrismo ha saputo dispensare lungo tutto l’arco della sua esistenza. Di contro, però, bisognerebbe considerare anche l’altro lato della medaglia, ossia il fatto che la competizione per la sopravvivenza e le diverse manifestazioni di egoismo che l’accompagnano sono andate anch’esse aumentando. Di pari passo si è inoltre avuto un incremento dell’azione repressiva dello stato e un’estensione del raggio operativo della polizia politica, che ha portato a un aumento esponenziale delle carcerazioni e all’emersione di un vero e proprio problema carcerario, con migliaia di prigionieri politici da gestire e le complesse conseguenze sociali che questo comporta, con la sensibilizzazione di interi settori sociali contro la gestione autoritaria della cosa pubblica che interdice la benché minima possibilità di una qualche riforma, seppur blanda. Lo stato ha risposto con una serie di misure a carattere sociale per sopperire alle mancanze degli strati più disagiati della popolazione insieme ad una campagna propagandistica in grande stile nel tentativo di poter recuperare quell’aura di benevolenza che l’ha sempre caratterizzato. Ma di fatto,  quello che maggiormente definisce la gestione della sovranità continua ad essere, benché in forme più dissimulate, l’amministrazione centralizzata della paura, che può contare, oltre che su un apparato repressivo tra i più efficienti, anche sulla disaffezione generalizzata e su una pressoché totale ignoranza o disconoscimento di forme elementari di organizzazione e reazione nei confronti del dispositivo dispotico imperante; un dispositivo che può fare affidamento, oltre che sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie, su un progressivo spopolamento che interessa le fasce più giovani, le quali trovano nell’emigrazione la possibilità di sottrarsi ad una condizione fattasi insostenibile ma che ha portato ad un decremento demografico e a un parallelo consolidamento del conservatorismo politico. Le deboli proteste che pur saltuariamente affiorano si limitano a qualche cacerolazo urlato a gran voce ma privo di una struttura organizzativa, espressione di una disperazione ormai endemica avvolta da fatalismo e rassegnazione, comunque ben lontane da quelle grandi manifestazioni di massa che si ebbero quattro anni fa, quando sembrava che qualcosa si stesse realmente muovendo. Le proteste antigovernative dell’11 luglio 2022 partite da San Antonio de Los Baños, poco fuori l’Avana, e da Palma Soriano, nella provincia orientale di Santiago, poi dilagate nei centri principali nel giro di ventiquattro ore, che videro riversarsi nelle strade migliaia di cittadini dei settori maggiormente precarizzati della società cubana, un evento di cui non si ricordano precedenti (se non forse il cosiddetto Maleconazo, del 1994), e che hanno portato all’arresto di 1848 persone, sono state anch’esse l’espressione di una resistenza al dominio dello stato e alle varie forme di autoritarismo imperanti che intere classi, gruppi e individui hanno cercato di opporre, nella loro complessità e anche a dispetto del tentativo di cooptazione da parte di forze esterne o straniere, con il fine di rivendicare scampoli di libertà e migliori condizioni di esistenza. È stata una spinta che è giunta dalle fasce più marginalizzate della classe proletaria, quella dei lavoratori precari, a giornata, dei disoccupati e delle moltitudini  contadine che abitano le periferie delle grandi città, arrivate sull’onda di una forte migrazione interna ma sprovviste della consapevolezza di essere classe, che però non può essere caratterizzata come movimento operaio in senso stretto, mancando di organizzazione, di forme sindacali o corporative classiche, o finanche di organismi territoriali vincolati al lavoro. Rispecchiano piuttosto la disperazione dei gruppi meno abbienti, influenzati dagli effetti delle politiche governative degli ultimi decenni che hanno portato ad una estrema atomizzazione del tessuto sociale, e dalla suggestione di un modello consumistico che arriva dall’emigrazione, soprattutto statunitense. Non si può quindi parlare di forze politiche a rigor di termini, tutt’al più di forze sociali non organizzate che si scontrano con forze di polizia, queste sì estremamente organizzate,  che nella loro opera meticolosa sono riuscite a disarticolare ogni forma di dissenso e di opposizione politica nel paese, lasciando una situazione anche peggiore ed eludendo la questione e le motivazioni che ne hanno decretato l’esplosione. Il vuoto che oggi viene avvertito, l’impossibilità sperimentata di poter operare un cambio politico dall’interno, sono con buona probabilità all’origine della grande popolarità di cui attualmente gode, ovviamente in alcuni settori, Marco Rubio, insieme all’ambasciatore Mike Hammer, e spiegano in parte il senso di impotenza sociale che avvolge l’isola. Secondo un recente sondaggio effettuato da El Toque, organo indipendente locale, sembrerebbe che la maggior parte dei cubani (56% di chi vive sull’isola e il 67% di quelli della diaspora) veda di buon occhio un intervento armato statunitense, o comunque come il male minore di fronte alla fame che avanza. L’amministrazione Trump ha avuto diverse interlocuzioni negli ultimi mesi con il presidente Dìaz-Canel e il suo consiglio dei ministri, e contatti diretti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote del vecchio dirigente e il più zelante delle sue guardie del corpo, figlio dell’ex direttore di GAESA insignito del grado di generale da Raùl Castro per meriti nella gestione dell’azienda; il “granchio”, così soprannominato per via di una deformazione alla mano, si sarebbe incontrato più volte in Messico con il segretario di stato nordamericano. Se ciò fosse confermato, se ne potrebbe dedurre che gli USA hanno scelto di trattare con gli apparati militari, almeno con i settori maggiormente orientati agli affari, piuttosto che con quelli politici, che dopo decenni di criminalizzazione del dissenso si ritrovano ora a dover negoziare con l’unico interlocutore disponibile, ossia il potere corporativo yanqui. Nonostante la frattura che attraversa le forze armate, divise tra una fazione composta da generali anziani legati alla dirigenza politica e i quadri inferiori maggiormente esposti agli effetti della crisi (chiamati con spregio fagioli e riso, in riferimento alla loro dieta), la Casa Bianca sembra disposta ad un accomodamento, concedendo a Castro il privilegio di garantire una transizione tranquilla mentre alla cupola militare di disarticolare il vecchio sistema politico facendosi garanti del nuovo ordine; una soluzione molto auspicata dalla superpotenza, che di certo non vuole casini a 144 km dalle sue coste. In questo senso è da vedere anche la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, avvenuta a metà maggio, che ha alimentato le voci in merito ad una eventuale tutela di Raùl, che resterebbe a margine di qualsiasi rappresaglia, e ad un possibile cambio di regime per interposta persona, come avvenuto in Venezuela. Questa soluzione soddisferebbe Trump e il suo entourage più pragmatico, che grazie ad un tocco cosmetico favorirebbe l’ingresso mascherato del capitale nordamericano, ma assai meno l’ala più oltranzista, capitanata da Rubio, che pone tra i suoi desiderata una trasformazione radicale della società. Le parole di Marcell Felipe, direttore del Museo della Diaspora Cubana di Miami, “non abbiamo lottato per 67 anni, con prigionieri e morti, per guadagnare il diritto di investire sotto le regole di un regime comunista”, sono condivise da almeno tre deputati di origine cubana del congresso a stelle e strisce. L’ansia e il timore di molti, a Cuba e nell’esilio, è quello che sia arrivato il momento, per via di una serie di fattori: le elezioni di medio termine, la presenza a breve dei mondiali di calcio, Trump nelle vesti di colui che ha portato la democrazia, la nuova configurazione degli assetti geopolitici nell’emisfero occidentale; ma soprattutto perché  il popolo cubano non ce la fa più: i bambini non vanno più a scuola, molti non hanno di che sfamarsi, diversi gli ospedali incapacitati ad operare, gli altri si fermeranno a breve; le medicine scarseggiano mentre le malattie cominciano a mietere le prime vittime, uomini e donne disperano di una situazione sentita come surreale. Sul palcoscenico della storia di questo nuovo millennio, l’eterna commedia dello scontro di poteri si rappresenta sullo sfondo della tragedia che affama e asservisce moltitudini di proletari, oppressi e assoggettati, ma non ancora piegati, a logiche a loro estranee, i cui effetti devastanti avvertono sulla propria pelle.

Massimiliano Bonvissuto

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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