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Storia e senso del Premio Letterario del Corpo Diplomatico della Santa Sede

Nel 2027, nel mese di novembre, compirà 100 anni il premio letterario Bagutta che, nato in una trattoria milanese, è il più antico d’Italia. Dal 1927 ad oggi, hanno preso vita molti altri premi, altrettanto prestigiosi, così come nel corso degli anni più volte nel dibattito pubblico si è discusso, pure con vivacità, sulla loro utilità e sulla relativa funzione. Tra questi si distingue, oltre che per il valore soprattutto per la sua origine, le proprie caratteristiche e i suoi fini, il Premio Letterario delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori presso la Santa Sede.

Anche la VII edizione di questa iniziativa, il cui bando fissa al 28 febbraio 2026 il termine ultimo per la presentazione delle candidature, si rivolge ad “autori di libri pubblicati in italiano e destinati al grande pubblico su temi relativi alla cultura e ai valori cristiani, alle relazioni tra Chiese cristiane e Stati, alla storia delle Chiese e al dialogo interreligioso”.

In proposito, eloquente è la lettera con cui, nel 2019, i promotori, presentando l’idea di premiare libri, mettevano in evidenza il privilegio di essere attori di eventi e dibattiti su questioni di base del Cristianesimo e dell’esistenza umana. Tale primo gruppo animatore (una quindicina) di ambasciatori aggiungeva poi che gli impegni ufficiali, “inseparabili dalla dimensione spirituale della Santa Sede, (l)i stimola(va)no a promuovere il Cristianesimo e a rispondere ad un bisogno generale di spiritualità attraverso l’arte della letteratura cristiana”. Parimenti, degna di nota è l’avvertenza iniziale che non sarebbe stato in competizione con premi già esistenti semmai si sarebbe focalizzato, come avvenuto, “sulla complementarità nel promuovere conoscenza nei rispettivi ambiti del sapere”.  Questo progetto di ispirazione culturale è ulteriormente apprezzabile nella scelta di non ammettere traduzioni anche da parte di autori non italiani quale atto di omaggio al nostro Paese che ospita attualmente 93 Missioni diplomatiche. Non meno rilevante è la composizione della giuria, co-presieduta dagli Ambasciatori d’Italia e dell’Unione Europea presso la Santa Sede, rispettivamente Francesco Di Nitto e Martin Selmayr, a cui partecipano tra gli altri numerosi Capi Missione.

In particolare, preme qui sottolineare come uno degli elementi distintivi sia rappresentato dal coinvolgimento (una presenza storicamente legata all’Urbe) del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, la cui esistenza “non comporta legami di ordine temporale né da parte della Santa Sede verso gli Stati, né da parte degli Stati verso la Santa Sede; non ne risultano oneri o vantaggi materiali, sia d’ordine economico, o commerciale, o militare. Si tratta essenzialmente di un dialogo, di un incontro permanente e qualificato” (Paolo VI, 1971).

Da altra angolatura, sempre nel mettere in luce la singolarità dell’iniziativa, e dunque le ragioni per seguire e raccontare il suo “cammino”, può essere interessante richiamare un passaggio dell’intervista al Decano, l’Ambasciatore (di Cipro) George Poulides, realizzata due anni fa da ACI Stampa: “Noi Ambasciatori (…) siamo consapevoli e rispettosi verso la missione pacifica della Santa Sede. Il Corpo Diplomatico che ho l’onore di rappresentare (…) dal 2018, è una grande famiglia unita che coltiva il dialogo e il rispetto reciproco (…) non siamo in competizione tra di noi (…) e cerchiamo in tutti i modi di seguire il grande desiderio del Santo Padre per la pace e la fratellanza umana”.

Ebbene, nei nostri giorni in cui il linguaggio, “nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari” (Leone XVI, 2026), questo premio è davvero speciale, nel suo essere occasione di tempo e luogo opportuno di incontro, perché ci ricorda che “per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano” (Leone XVI, 2026).

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Positive vibes per Plato

Plato, la missione dell’Agenzia spaziale europea destinata a scoprire esopianeti simili alla Terra, ha superato con successo una prima serie di test necessari per garantire che sia idoneo al lancio. In particolare, per verificare le sue capacità di resistere agli scossoni e alle intense vibrazioni che sperimenterà durante il lancio, posticipato ufficialmente al 2027, il veicolo spaziale è stato sottoposto ai test di vibrazione.

Plato è arrivata a Estec, nei Paesi Bassi, all’inizio di settembre 2025, e dopo il completamento dell’assemblaggio dello schermo solare e dei pannelli fotovoltaici il payload era pronto per la fase dei test ambientali. I test di vibrazione si sono svolti in tre fasi distinte. Nel corso della prima fase il veicolo spaziale è stato montato su un quad shaker e scosso energicamente rispetto all’asse Z (su e giù, come possiamo vedere nel video qui sotto, pubblicato ieri dall’Esa). Nelle altre due fasi  è stato sottoposto allo stesso test tramite uno shaker “laterale”, e scosso lateralmente avanti e indietro in due direzioni perpendicolari (assi X e Y).  Ogni prova è durata circa un minuto, durante il quale la frequenza delle oscillazioni è stata gradualmente aumentata da 5 a 100 oscillazioni al secondo (hertz). A frequenze più elevate non siamo più in grado di percepire il movimento, ma soltanto il rombo interno del veicolo spaziale causato dalle rapide vibrazioni. Il suono si intensifica in questo caso “a ondate”, quando vengono raggiunte le frequenze di risonanza.

Ricordiamo che i primi due minuti di un volo spaziale sono i più critici, poiché in questa fase il payload deve sopportare le vibrazioni estreme del lancio. Sottoponendo in anticipo il veicolo a questi stress, gli ingegneri si assicurano che nessun componente hardware venga danneggiato durante il lancio a causa di questo stress.

Dopo i test di vibrazione, il payload è stato collocato all’interno della camera di test acustici e bombardato da un suono ad altissima intensità, paragonabile a quello che sperimenterà durante il decollo. Anche questo test è andato come previsto. A breve la sonda verrà spostata nel Large Space Simulator – la più grande camera a vuoto d’Europa, sempre a Estec – per verificare che possa resistere alle temperature estreme e al vuoto dello spazio.

Entro la fine dell’anno Plato dovrà essere pronta al lancio, pianificato da Ariane Space per gennaio 2027.

 

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Leonardo punta sui radar meteorologici per consolidarsi nel mercato Usa

Leonardo avvia l’acquisizione di Enterprise electronics corporation (Eec), società statunitense specializzata in radar meteorologici e sistemi di ricezione satellitare. L’accordo, firmato attraverso la controllata Leonardo US Corporation, dovrebbe chiudersi nel primo trimestre del 2026 e rafforza la presenza del gruppo italiano nel settore del telerilevamento ambientale e meteorologico, sia in ambito civile sia militare.

L’operazione riguarda una realtà con sede negli Stati Uniti che opera da oltre cinquant’anni nello sviluppo, produzione e manutenzione di sistemi radar per meteorologia, idrologia, aviazione e ricerca scientifica. Eec continuerà a operare con il proprio nome e la propria identità, mantenendo la struttura organizzativa esistente, mentre l’integrazione riguarderà il posizionamento commerciale e tecnologico congiunto.

Dal punto di vista industriale, l’acquisizione si inserisce nella strategia di Leonardo di consolidamento nel dominio delle soluzioni ambientali basate su tecnologie radar, lidar e satellitari, un settore in cui il gruppo è già attivo tramite Leonardo Germany GmbH. L’obiettivo dichiarato è rafforzare un portafoglio di sensori in grado di coprire diverse esigenze operative e geografiche, facendo leva sulla complementarità delle competenze e delle reti di vendita.

“I radar meteorologici, i lidar eolici o i sistemi di rilevamento delle turbolenze sono dispositivi di misurazione ad alta precisione che costituiscono la spina dorsale per qualsiasi servizio meteorologico e di allerta meteo”, ha affermato Andrea Gaggelli, amministratore delegato di Leonardo Germany GmbH, sottolineando come la disponibilità di informazioni meteorologiche avanzate stia assumendo un valore strategico crescente per i Paesi e per gli operatori istituzionali.

Secondo Leonardo, l’operazione rappresenta anche un segnale di rafforzamento dell’impegno industriale negli Stati Uniti. L’integrazione delle competenze di Eec nel campo dei radar con le capacità produttive e tecnologiche del gruppo italiano dovrebbe consentire di ampliare l’offerta di soluzioni integrate, in particolare nei mercati ad alto potenziale e in contesti dove l’affidabilità dei sistemi di monitoraggio ambientale è un fattore critico.

Dal lato di Eec, l’acquisizione viene letta come un’opportunità di accelerazione della crescita, soprattutto nel mercato nordamericano. “I nostri sistemi radar incorporano tecnologie all’avanguardia, tra cui ricetrasmettitori completamente a stato solido e design ultracompatti ed economici”, ha dichiarato Kurt Kleess, vicepresidente vendite di Eec, evidenziando come l’integrazione con il portafoglio di Leonardo possa rafforzare ulteriormente le capacità di supporto a livello globale.

Con oltre 1.500 sistemi installati in più di 120 Paesi, Leonardo ed Eec condividono una lunga esperienza nel settore della meteorologia radar. L’operazione si colloca in un contesto in cui il monitoraggio ambientale, la gestione dei dati meteorologici e la resilienza delle infrastrutture stanno assumendo un peso crescente nelle politiche industriali e di sicurezza, rendendo il telerilevamento un segmento sempre più strategico anche in chiave geopolitica.

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Difesa, rotte, alleanze. Cosa c’è scritto nel piano-Artico del governo italiano

Non solo nuove rotte commerciali nate dal progressivo scioglimento dei ghiacci. L’Artico è tanto altro e il governo Meloni da tempo lo ha messo nel mirino come obiettivo programmatico per una serie di ragioni. In primis la collaborazione in loco con le agenzie internazionali e l’Ue, in secondo luogo per tracciare una nuova linea che da quel quadrante giunga nel Mare Nostrum e infine per ribadire che nei tavoli internazionali che contano Roma è presente. Materie prime, scambi, relazioni fra nuovi e vecchi alleati sono gli elementi prismatici che in quel fazzoletto di ghiaccio si confronteranno.

I principi del piano

Rafforzare lo status dell’Italia nell’Artico, consolidare il diritto internazionale, preservare l’ambiente unico dell’area e le attività umane presenti, garantire il coinvolgimento dell’Unione Europea in loco nella consapevolezza che l’Artico è anche un territorio europeo e che il cosiddetto asse Nord-Sud che va dall’Artico al Mediterraneo è una sorta di polizza assicurativa per l’unità del vecchio continente. Il piano la “Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”, documento programmatico presentato oggi dal governo, è una vera e propria cartina di tornasole per analizzare lo status quo dell’Artico, immaginare proiezioni lungimiranti e definire un percorso progettuale che possa portare ad una serie di risultati grazie al rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Durante la cerimonia di presentazione a Palazzo Madama è stato dato ampio risalto alla fase progettuale comune fra tre ministeri, Esteri, Difesa e Università con il comun denominatore rappresentato dal ruolo dell’Italia, ovvero “un attore influente e dinamico nella ricerca scientifica artica internazionale”.

Come procederà il lavoro

Nell’Artico la parola d’ordine sarà gioco di squadra, dal momento che il lavoro degli scienziati italiani sarà intrecciato al canovaccio internazionale collaborando con le istituzioni di altri Paesi operanti nella regione. Per cui sul piano scientifico i soggetti attivi e operativi sono l’International Arctic Science Committee (IASC), l’European Polar Board (EPB), il Sustaining Arctic Observation Network (SAON) e l’Arctic Science Funders Forum (ASFF). Accanto all’azione pratica ci sarà la traccia di natura economica, sui cui il piano dell’Italia riconosce fattivamente “l’importanza dell’inclusione delle popolazioni indigene, promuovendo uno sviluppo rispettoso di un ambiente delicato”. Roma ritiene l’Artico “una delle aree di maggiore interesse per una concreta applicazione tecnologica dei principi dello sviluppo sostenibile”. Per questa ragione nel documento si ribadisce che “l’integrazione del continente europeo riguarderà anche il rafforzamento dell’asse nord-sud dall’Artico al Mediterraneo” e che “i valori della cooperazione internazionale in Artico rimangono centrali per affrontare sfide complesse attraverso il dialogo tra gli Stati ed un multilateralismo attivo”.

Le parole dei ministri

“Siamo disponibili, come abbiamo fatto finora, a impegnarci come difesa perché l’asse della difesa è fondamentale per il supporto su cui fare ricerca, diplomazia ed è il basamento su cui il Paese si presenta e ci consente di far parte di consessi internazionali – ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto – In quella zona che è la terra di nessuno occorre che ci sia qualcuno che costruisca delle regole”. E ha aggiunto un elemento di prospettiva: “La difesa avrà nei prossimi anni, per gli impegni internazionali che ci siamo assunti, la necessità di avere un aumento del suo budget, un incremento. Considero l’incremento del Budget della difesa un incremento del budget a disposizione del Paese: quindi della ricerca, della diplomazia, della capacità nostra di proiezione all’estero del Paese, non soltanto della parte militare. E l’Artico sarà uno dei luoghi insieme allo spazio, insieme ai fondali marini, insieme all’Africa dove noi dovremmo fare sinergia e concentrarci, perché da questi settori da questi nuovi orizzonti dipenderà gran parte del futuro non più nostro ma dei nostri figli”.

Secondo il ministro degli esteri Antonio Tajani l’Artico è una regione sempre più strategica per gli interessi politici, economici e scientifici italiani. “Con questa Strategia, l’Italia si dota di una visione di sistema e di lungo periodo. Vogliamo approfondire le relazioni con i Paesi artici, contribuire alla sicurezza euro-atlantica, rafforzare i programmi di ricerca e promuovere nuove opportunità economiche per le nostre imprese. Ho quindi deciso – ha proseguito – di istituire un tavolo imprenditoriale dedicato all’Artico con le aziende italiane in settori chiave come difesa, energia, ambiente, spazio, anche in vista di una prossima missione di sistema nella regione”.

Rispetto all’Artico non siamo all’anno zero, ha precisato la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, “ma continuiamo un lavoro iniziato 50 anni fa da protagonisti nel mondo Artico, Antartico e Terzo polo stimolando connessioni e sinergie capaci di esplorare la nascita del nostro futuro. Per cui ecco che la ricerca anche nell’Artico avrà un ruolo primario: “Si fa con navi di ricerca oceanografiche civili e militari ma anche dall’alto tramite satelliti e droni, anche militari” che guardano anche a “sicurezza, difesa e commercio. Ciò che succede nell’Artico non riguarda solo l’Artico ma il mondo”.

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Strade Sicure e il perdurante deficit di cultura della difesa in Italia

Il ministro della Difesa ha chiarito che anche quest’anno non calerà il numero di militari dell’Esercito impegnati nell’operazione Strade Sicure. Anche se l’operazione è già finanziata nella sua attuale configurazione fino al 2027, la decisione ha comunque sollevato un dibattito perché negli scorsi mesi il ministro si era dichiarato più volte deciso a ridurre la componente dell’Esercito schierata nell’operazione.

In realtà la decisione non stupisce affatto. Da quando è iniziata, nel luglio del 2008, tutti i governi italiani, sia di sinistra che di destra, l’hanno confermata e spesso prorogata. Gli unici che hanno effettivamente tentato di ridurre il contingente sono stati il ministro Pinotti e il ministro Guerini. Pinotti aveva tentato una graduale riduzione a dicembre 2014, ma a seguito degli attacchi terroristici in Francia aveva prima dovuto fare marcia indietro e poi aumentare decisamente il contingente. Guerini aveva tentato una riduzione già nel 2019, ma i suoi piani erano deragliati a causa della pandemia. Nel dicembre 2021 il ministro era riuscito effettivamente a ridurre il contingente da 7.800 a 5.000, ma dopo le elezioni il governo Meloni è tornato ad aumentare gli organici.

Come spiego nel mio libro (Military Policing in Advanced Democracies: Italy in Comparative Perspective, Routledge) , le ragioni per cui questo particolare impiego dell’Esercito è così difficile da interrompere sono tre: due sono contingenti, mentre una è strutturale. Il primo dei motivi contingenti è che questo impiego è estremamente popolare. Tutti i sondaggi condotti dal 1992 – cioè da quando è iniziata questa pratica – dimostrano che agli italiani piacciono (e tanto) le divise verdi per la strada. L’Esercito aumenta la percezione di sicurezza, e in Italia la sicurezza è sempre al primo posto tra le preoccupazioni dei cittadini. Tagliare Strade Sicure è quindi una scelta estremamente impopolare. Per poter ridurre il numero di militari dell’Esercito bisognerebbe sostituirli con altrettante forze dell’ordine, così nessuno potrebbe lamentare una riduzione della sicurezza. E qui veniamo al secondo motivo contingente per cui l’operazione non finisce: sostituire l’Esercito con forze dell’ordine costa molto, perché richiede l’assunzione di personale aggiuntivo nella Polizia e/o nei Carabinieri. E la difficile congiuntura economica in cui è entrata l’Italia nel 1992 ha reso molto difficile trovare risorse sufficienti per queste assunzioni. Anzi, la scelta di molti governi è stata quella di tagliare il numero di forze dell’ordine e di compensare questi tagli con l’Esercito. È stata dunque proprio la combinazione di una diffusa percezione di insicurezza e di una grave penuria di risorse che ha dato il via all’operazione.

A questi due motivi occorre in realtà aggiungerne un terzo, meno importante ma comunque significativo. Come accaduto in altri Paesi, come in Francia, per anni i vertici dell’Esercito si sono espressi a favore di queste operazioni. La ragione per cui lo hanno fatto era legata a questioni di natura finanziaria. Queste operazioni, infatti, consentono all’Esercito di ottenere qualche fondo in più per la manutenzione delle infrastrutture e dei materiali e l’acquisizione di equipaggiamenti aggiuntivi. I nostri vertici agivano in buona fede: essi erano consapevoli dei problemi che questo impiego avrebbe creato all’Esercito, ma sapevano anche la situazione finanziaria dell’Esercito era al limite del sostenibile. Questo approccio, particolarmente pragmatico, ha prevalso negli anni ’90 e per i primi anni di Strade Sicure. A partire dal 2014/2015 però l’approccio è gradualmente cambiato. Oggi, come si nota spesso ascoltando i discorsi del Generale Masiello, i nostri vertici dichiarano pubblicamente di auspicare una riduzione del contingente.

Il motivo strutturale consiste nella grave carenza di una cultura della difesa. Intendo con questo termine una diffusa carenza di sapere, soprattutto nella classe politica, nei media e nell’università, riguardo la natura, i compiti e le necessità delle Forze armate. A causa della pesante eredità storica che ci portiamo dalla fine della guerra, la società italiana sconta una grave ignoranza di tutto ciò che riguarda gli affari militari. È per questo che così poche persone sono effettivamente in grado di comprendere i danni che questa operazione genera nelle Forze armate. Alla più parte dei cittadini sfugge il fatto che, sin da quando esiste l’Esercito, in tempo di pace il mestiere dei militari è quello di addestrarsi; che ogni ora passata a far la guardia a una metro o a un’ambasciata corrisponde a numerose ore di addestramento perso; che ogni ora di addestramento perso comporta un calo della capacità operativa dell’Esercito; e che un Esercito che non ha capacità operativa non è in grado di assolvere alla missione affidatagli dallo Stato. A che servono allora le decine di miliardi che il parlamento sta giustamente spendendo per acquisire mezzi e materiali all’avanguardia, se il nostro Esercito comunque non è in grado di assolvere alla propria missione? A cosa serve parlare di aumento degli organici, se poi i militari che arruoliamo non possono essere addestrati?

La popolarità di Strade Sicure è l’esempio più visibile del perdurante deficit di cultura della difesa che affligge il nostro Paese. Un deficit grave, riconosciuto pubblicamente sia dal ministro della Difesa che dai nostri vertici militari, che inibisce la capacità operativa delle Forze armate. La soluzione a questo problema, così come al problema di Strade Sicure, risiede nella dimensione dell’educazione. Per mettere fine a Strade Sicure bisogna spiegare alla società, alla politica, ai media e anche all’università che cosa sono le Forze armate, a cosa servono, e quali necessità hanno. In questa prospettiva, è fondamentale che le istituzioni assumano un ruolo attivo nel sostenere e finanziare programmi di formazione, corsi universitari, master specialistici e iniziative di ricerca dedicate ai temi della difesa e della sicurezza. Solo attraverso un investimento sistematico nella dimensione educativa è possibile rafforzare la cultura strategica del Paese, favorire un dibattito pubblico più informato e, in ultima analisi, creare le condizioni politiche e sociali per superare soluzioni emergenziali come Strade Sicure e restituire alle Forze armate un impiego coerente con la loro missione primaria.

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Groenlandia, la nuova frontiera dell’egemonia americana: oltre la retorica della difesa

L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.

L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.

La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica

La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.

Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.

Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.

L’impatto ambientale come variabile sacrificabile

L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.

Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.

L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.

Il controllo delle nuove rotte marittime artiche

Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.

Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.

La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.

L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.

La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.

Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?

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Groenlandia: l’UE rilancia il ruolo della NATO

Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.

Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.


La fotografia della difesa artica oggi

L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.

L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

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Come si dominano i fondali

Per la versione integrale della carta, scorri fino a fine articolo. La carta inedita a colori della settimana è dedicata al dominio dei fondali marini, su cui giacciono le reti energetiche e delle telecomunicazioni. L’infografica illustra l’articolato dispositivo militare indispensabile a ottenere la supremazia negli abissi e di conseguenza la protezione delle reti strategiche, dai gasdotti ai cavi Internet. Il know-how […]
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Bologna, 17 gennaio: Le intelligenze dell’intelligence

Mercoledì 17 gennaio, a Bologna si terrà la presentazione del numero 11/23 “Le intelligenze dell’intelligence“. Intervengono: Federico Petroni, consigliere redazionale di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes. Giorgio Cuscito, consigliere redazionale di Limes.  Modera: Fabrizio Talotta, presidente di Geopolis. L’incontro è realizzato in collaborazione con Sala Borsa e Associazione Geopolis. L’appuntamento è alle h18 in Sala Borsa, Piazza del Nettuno 3, Bologna. Ingresso […]
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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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Presentazioni autodifesa e cisti

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Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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