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Cristiano Nervi nominato dal Cdm direttore della Direzione armamenti navali

Cristiano Nervi nominato dal Cdm direttore della Direzione armamenti navali

ROMA (ITALPRESS) – Su proposta del ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Consiglio dei ministri ha deliberato la nomina dell’ammiraglio ispettore Cristiano Nervi a direttore della Direzione degli armamenti navali della Direzione nazionale degli armamenti del Ministero della difesa. Lo ha comunicato Palazzo Chigi al termine del Cdm di martedì.

– foto di repertorio IPA Agency –

(ITALPRESS).

 

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Vi racconto l’eredità del Cardinale Camillo Ruini

Non ci sono soltanto gli ultimi 60 anni di storia della Chiesa italiana, ma anche la mancata elezione a Pontefice nel Conclave del 2005 che elesse Papa Ratzinger, a caratterizzare la lunga e carismatica esistenza del Cardinale Camillo Ruini.

Dopo la scomparsa di Karol Wojtyla del quale il Cardinale Ruini era stato per 16 anni il braccio operativo, alla guida della Conferenza episcopale italiana e Vicario per la Diocesi di Roma, mentre già vaticanisti e giornalisti parlamentari studiavano titoloni a tutta pagina della serie “Don Camillo e Peppone all’ombra del Cupolone”, nella Cappella Sistina dopo l’impasse iniziale, il passo di lato dell’allora Arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio, e la repentina scelta del Cardinale Carlo Maria Martini di riversare i voti su Joseph Ratzinger, bruciarono sul nascere la latente ma molto consistente candidatura di Ruini. Come dire che non vi sarebbe stato un Papa Emerito e molto probabilmente neanche il primo ed ultimo Papa Gesuita.

Uomo di fede antica e autentica, Ruini è stato un esemplare Principe della Chiesa universale. Una Chiesa onnicomprensiva della ieratica maestà di Pio XII e della popolare genuinità di Giovanni XXIII, complessivamente tutta protesa alla concordia sociale, alla solidarietà ed alla giustizia, ma in grado anche di tessere, discretamente e con grande accortezza, tutti i fili della politica. Mai in prima persona, come il Don Camillo di Brescello, ma sempre mediando o facendo intervenire direttamente Papa Giovanni Paolo II.

Un Santo Padre di nome e di fatto del quale amava ripetere il concetto di una “fede che se non diventa cultura è una fede non pienamente pensata, non integralmente vissuta” e quindi, chiosava Ruini, bisognava aiutare la Chiesa, le diocesi, i fedeli, i sacerdoti a pensare anche in termini culturali la propria fede. Rendere, cioè, la fede capace di indirizzare le scelte concrete della vita in tutti gli ambiti.

“La fede non è un fatto privato, confinato nell’intimità della coscienza o tra le mura delle chiese. Ha una rilevanza pubblica imprescindibile, perché l’antropologia cristiana difende l’uomo e la sua dignità in ogni ambito della società”, un concetto più volte espresso nei passaggi chiave del suo lungo magistero che riassumeva la bussola di tutta la vita del Cardinal Ruini.
Una visione fiera, che rifiutava il destino di una Chiesa minoritaria o silente e rivendicava il diritto dei cattolici di incidere sulle scelte del Paese.

Agli sgoccioli dei suoi 95 anni parlava serenamente della morte come dell’incontro con Dio: «quando l’anima si separerà dal corpo mi troverò in presenza di Dio, che è insieme giustizia e grazia» aveva risposto ad una domanda di Aldo Cazzullo nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Parole che sembrano riecheggiare la profondità di quel “Don Camillo” esclamato dal Crocifisso spesso portato a spalle come in una via Crucis, dal parroco interpretato da Fernandel nei film tratti dalle pagine di Guareschi.

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Basta soldi facili con le armi: perché la bolla della Difesa in Borsa si sta sgonfiando

armamenti

Per oltre tre anni, i titoli delle aziende della difesa europee sono stati i “re incontrastati” delle Borse mondiali. Dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022, e per tutto il 2025, investire nei colossi delle armi sembrava una scommessa blindata. Un boom alimentato dalle promesse dei governi di ricostruire gli arsenali e dall’accordo NATO per alzare le spese militari fino a un ambizioso 5% del PIL. Ma nel 2026 il vento è cambiato. Quella che sembrava una corsa inarrestabile ha bruscamente invertito la rotta. Come rileva un recente articolo del Financial Times, l’indice azionario di riferimento, lo Stoxx Europe Targeted Defence, ha perso oltre il 15% dal picco di gennaio, mandando in fumo miliardi di euro e colpendo giganti del calibro di Leonardo, BAE Systems, Rolls-Royce, Thales e Rheinmetall. Cosa sta succedendo? La finanza sta voltando le spalle alla geopolitica? Non proprio. Semplicemente, i mercati hanno smesso di sognare e hanno iniziato a chiedere i conti.

Il primo grande problema sottolineato anche dal Financial Times riguarda la sostenibilità economica. Con l’esplosione del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran e la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, l’inflazione globale è tornata a fare paura. Di conseguenza, le banche centrali minacciano nuovi aumenti dei tassi d’interesse e i costi di indebitamento per i governi sono schizzati alle stelle. Gli analisti si stanno dunque ponendo una domanda cruciale: come faranno i governi europei, già gravati da forti deficit pubblici, a finanziare piani di difesa così colossali se emettere debito costa sempre di più? Il timore è che le promesse della politica non si trasformino davvero in contratti reali.

Le crepe stanno emergendo chiaramente anche al di fuori dei confini dell’Unione Europea. Il caso più emblematico si sta consumando nel Regno Unito, dove la crisi politica innescata dalle dimissioni shock del Segretario alla Difesa John Healey e del Ministro delle Forze Armate Al Carns ha portato alla luce un profondo scontro sul finanziamento militare. Al centro della disputa c’è il Defence Investment Plan (DIP), giudicato dai dimissionari “sottofinanziato” e inadeguato a raggiungere l’obiettivo del 3% del PIL entro il 2030 (le stime attuali si fermano al 2,68%). Questa spaccatura dimostra in modo inequivocabile come, persino all’interno dell’area geografica europea e in un Paese storicamente pilastro della NATO, l’entusiasmo retorico per il riarmo stia drammaticamente rallentando di fronte alla rigidità dei conti pubblici e alla resistenza dei Ministeri delle Finanze. Per gli investitori, l’instabilità politica di Londra è il segnale che il percorso verso una spesa militare illimitata è tutt’altro che garantito, trasformando le promesse governative di contratti a lungo termine in una scommessa incerta e frenando, di conseguenza, i rally azionari del settore.

C’è poi un problema di “messa a terra”. Nel gergo finanziario si dice infatti che le aspettative erano troppo alte rispetto alla realtà dei bilanci. Non era dunque totalmente imprevedibile che al di là dei numeri, giganti come Rheinmetall, Airbus e Thales avrebbero presentato in ogni caso risultati del primo trimestre deludenti per il mercato. Le commesse e gli ordini ci sono, ma convertire un ordine per un carro armato o un sistema radar in fatturato e utili netti richiede anni. Gli investitori istituzionali (i grandi fondi) hanno esaurito la pazienza e hanno iniziato a vendere le loro quote, portando colossi bancari come Morgan Stanley a declassare il settore a un giudizio “neutrale”.

L’altro grande scossone è tecnologico. I recenti e drammatici sviluppi in Medio Oriente hanno dimostrato che la guerra moderna non si combatte più (o non solo) con la vecchia “artiglieria pesante” o con i cingolati. I veri protagonisti sono i droni low-cost, l’intelligenza artificiale e i sistemi missilistici ad alta tecnologia. Molte aziende europee storiche vengono oggi percepite dagli investitori come «old school», giganti della vecchia economia manifatturiera troppo lenti ad aggiornarsi. I capitali si stanno quindi spostando verso startup della difesa tecnologica o aziende specializzate in droni e software di guerra.


Tuttavia, se la tenuta dei bilanci nazionali rappresenta un freno nel breve periodo, le determinanti macro-geopolitiche continuano a tracciare una traiettoria di lungo termine che potrebbe paradossalmente mantenere in forte auge i titoli della difesa europei. La prospettiva che l’Europa debba fare i conti con drastici tagli ai contributi militari statunitensi in ambito NATO – con la riduzione di circa un terzo dei caccia e il disimpegno di bombardieri e sottomarini strategici – costringe infatti i governi continentali ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale. Questo progressivo arretramento di Washington crea un vuoto operativo che i Paesi europei saranno obbligati a colmare con risorse proprie, garantendo una domanda strutturale e prolungata per i produttori locali di armamenti.

In questo contesto, persino le recenti tensioni con l’alleato americano (culminate nella minaccia statunitense di ritorsioni contro l’introduzione di clausole “Buy European” nei bandi di gara militari) potrebbero trasformarsi in un acceleratore inatteso per il comparto. Di fronte alle pressioni della Casa Bianca, l’Unione Europea si troverà di fatto costretta a verticalizzare i propri investimenti, blindando la preferenza comunitaria nei programmi di spesa come il piano SAFE o l’Industrial Accelerator Act. Di conseguenza, quello che si prospetta come un duro scontro commerciale si potrebbe rivelare anche un catalizzatore per un riarmo europeo forzato, canalizzando enormi flussi di capitale pubblico direttamente verso i campioni industriali del vecchio continente.


La strada verso questo traguardo si preannuncia però in forte salita, ostacolata dalle storiche e croniche gelosie industriali che continuano a frammentare l’Europa proprio nel momento di massimo sforzo. Il fallimento e la chiusura ufficiale del programma FCAS (Future Combat Air System) per il caccia di sesta generazione (un progetto da oltre 100 miliardi di dollari che legava Parigi, Berlino e Madrid) rappresenta in questo senso un durissimo scontro con la realtà. Quello che è stato ribattezzato come il “grande divorzio europeo“, consumatosi a causa di divergenze insanabili sui requisiti militari e sulla proprietà intellettuale, ha visto la Germania e la Spagna muoversi autonomamente con il lancio del consorzio industriale “Team Gen 6” guidato da Airbus, otto grandi appaltatori tedeschi e cinque eccellenze spagnole, escludendo la Francia di Dassault.

Questa ennesima scissione interna, che costringe il settore a dividersi tra il neonato blocco tedesco-spagnolo, l’asse rivale italo-britannico-giapponese del GCAP e una Francia isolata, dimostra come la spinta politica verso l’autonomia strategica rischi di naufragare in una dispersione di risorse e in una dannosa duplicazione dei programmi. Per gli investitori, lo stop ai megaprogetti comunitari introduce un forte elemento di incertezza: se da un lato il riarmo resta una necessità imprescindibile per sopravvivere al disimpegno statunitense, dall’altro l’incapacità dell’Europa di fare fronte comune rischia di dilatare i tempi di sviluppo dei sistemi d’arma avanzati, riducendo le economie di scala e zavorrando i margini di profitto complessivi dei grandi player azionari della difesa continentale.


Gli esperti sono quindi concordi sul fatto che la fase dei “soldi facili” nel settore della difesa si sia conclusa. Il settore non è destinato a fallire, poiché le tensioni geopolitiche rimangono altissime, ma d’ora in avanti gli investitori potrebbero diventare molto più selettivi. Sopravviverà e crescerà solo chi saprà dimostrare due cose: bilanci solidi nell’immediato e una forte leadership nelle tecnologie del futuro.

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La Marina Militare e il “Punto 2026”: il mare, dominio essenziale per il futuro del Paese

Anche quest’anno, la Marina Militare italiana ha edito un rapporto sulle attività, prospettive, sfide e sulla strategia e le priorità della forza armata nel contesto geopolitico e marittimo globale. Il “Punto Nave” 2026 si focalizza sul mutamento del concetto di “potenza marittima” e sull’importanza del mare nella politica di sicurezza nazionale, precisando come la Marina Militare italiana si adatti alle nuove sfide strategiche globali, puntando su presenza, interoperabilità e innovazione.

Il punto di partenza dell’analisi è la considerazione della sfumatura della linea di demarcazione tra pace e conflitto. Ancora una volta, si riconosce che il confronto tra Stati non si manifesta soltanto attraverso strumenti militari tradizionali, ma si sviluppa lungo uno spettro ibrido che comprende pressioni economiche, campagne informative, attacchi cyber, sabotaggi e azioni indirette contro infrastrutture critiche. In questo contesto il potere marittimo deve evolversi da efficiente a rilevante, con presenza, prontezza e connessione come elementi chiave.

Il mare è tornato centrale nelle competizioni tra potenze come è emerso soprattutto dalla crisi nel Golfo Persico, con vulnerabilità legate a rotte energetiche, infrastrutture critiche e sicurezza regionale. Per l’Italia, il dominio marittimo è vitale, essenziale per energia, commercio, dati e infrastrutture strategiche, pertanto la sicurezza marittima è fondamentale per la prosperità e la stabilità nazionale.

Oggi più che mai si richiede capacità di adattamento, di analisi della minaccia e di velocità di reazione, e la Marina sta continuando a percorrere la strada intrapresa qualche anno fa di modernizzazione degli assetti, di ampliamento delle capacità del personale e della Flotta e di interazione con alleati e partner nazionali nel quadro di una diffusione delle competenze alla ricerca di una maggiore interoperabilità e della creazione di una rete di Paesi “like minded” per affrontare le nuove sfide globali.

Presente in tutti i teatri

La Marina Militare è – ed è stata – presente in tutti i teatri di rilevanza per la sicurezza nazionale: Artico, Mediterraneo Allargato e Indo-Pacifico. Per la stessa natura del mare, che non ha confini, la Marina è presente in queste macroregioni geografiche offrendo proiezione globale grazie alle maggiori capacità acquisite negli ultimi anni. Questa presenza credibile, fatta di mezzi ma soprattutto di equipaggi ben rodati e amalgamati anche in un contesto internazionale, è il fattore essenziale – ma sarebbe meglio dire l’unico – per esprimere una deterrenza credibile. Soprattutto in un mondo in cui esistono attori statali e non statali in grado di mettere a rischio la libertà di navigazione, oppure di effettuare veri e propri blocchi marittimi secondo una filosofia asimmetrica, la forza armata deve essere in grado di poter esprimere questa deterrenza in modo efficace ovunque occorra farlo.

Per questo anche nell’anno trascorso, la Marina Militare ha stabilito una proiezione in Indo-Pacifico con attività di Nave “Marceglia” e di Nave “Giovanni dalle Bande Nere”, miranti alla tutela di rotte e al mantenimento di alleanze. Le operazioni nel Mediterraneo Allargato e nel Mar Rosso – e in prospettiva quella nel Golfo Persico – come IRINI e ASPIDES sono state effettuate a tutela delle nostre rotte energetiche e commerciali, garantendo stabilità economica europea. Non bisogna nemmeno dimenticare la presenza nel Nord Atlantico e nell’Artico, che rafforza la sicurezza euro-atlantica e l’accesso alle rotte emergenti passanti per i mari artici, ma che soprattutto sono finalizzate alla maggiore conoscenza di un settore del globo in cui i cambiamenti climatici in atto sono più veloci ed evidenti.

Dal punto di vista dell’innovazione e della cooperazione tecnologica, l’anno trascorso ha visto la consegna di Nave “Quirinale” e la prosecuzione di importanti programmi di rinnovo della flotta come quello per una nuova classe di cacciatorpediniere o per i sottomarini U-212 NFS, senza dimenticare l’evoluzione delle fregate FREMM e la decisione di portare tutti i PPA/MCS allo standard “full”.

Anche l’attività dedicata alla dimensione subacquea – ma sarebbe ora chiamarlo “dominio sottomarino” – è proseguita al Polo Nazionale della Subacquea di La Spezia, e dal forum “Shangri La” di Singapore è arrivata la certificazione internazionale della validità del modello italiano, con anche l’ampliamento del partenariato per quanto riguarda la sicurezza sottomarina a nuovi partner regionali ma soprattutto globali. Mai come negli ultimi anni è emersa la priorità della protezione delle infrastrutture sottomarine, siano esse cavi di comunicazione o gasdotti, a causa soprattutto delle nuove tecnologie e capacità emerse nel campo della “lotta ai cavi”, ma soprattutto per via della volontà di certi attori internazionali di effettuare azioni distruttive su queste infrastrutture restando al di sotto della soglia di attivazione di un conflitto diretto.

Capacità di innovazione e adattamento

Permettiamoci ora una piccola riflessione: proprio l’avvento di nuove tecnologie ha permesso una sorta di democratizzazione della minaccia. Sebbene in modo diverso rispetto all’avvento dei “droni kamikaze” per via dei costi imposti da un ambiente totalmente diverso – e ostile dal punto di vista fisico – la possibilità di effettuare importanti azioni di “disturbo” alle infrastrutture sottomarine si è allargata grazie alla negazione plausibile e all’accessibilità/facilità di utilizzo degli strumenti offensivi. Oggi, ad esempio, i tagli “accidentali” di cavi di comunicazione sottomarina per via del trascinamento di un’ancora di una nave sono più frequenti rispetto al passato e più geograficamente circoscritti in quelle zone globali di crisi o confronto diretto tra fazioni rivali (Taiwan, Mar Baltico). Chiaramente il nostro Paese, che è proteso nel Mar Mediterraneo e crocevia di condutture sottomarine oltre che di merci, deve pensare a proteggere queste vitali infrastrutture.

Anche per questo, alla Marina Militare come all’ecosistema Difesa nazionale è richiesta capacità di innovazione e adattamento rapido: ridurre i tempi di innovazione e adattare lo strumento marittimo sono obiettivi chiave per mantenere efficacia e credibilità. L’appello alla rapidità e all’adattamento si accompagna alla considerazione dell’importanza di garantire continuità finanziaria e coerenza programmatica, in modo da evitare discontinuità industriali ma soprattutto per preservare la sovranità tecnologica. In ultima analisi, per continuare ad essere un Paese rilevante nel consesso globale, la Marina deve seguire direttrici operative/dottrinali ben precise come il controllo del mare, avere capacità di adattamento, dotarsi di un’architettura delle forze scalabile, continuare con l’ampliamento del personale e con la cooperazione internazionale.

Il controllo del mare, per l’Italia è una condizione essenziale di sicurezza e prosperità, e in un mondo dove vige ancora l’interdipendenza e si assiste all’assurgere di realtà diverse che minacciano la libertà di navigazione, è imperativo guardare oltre il nostro “giardino di casa”; pena delegare la protezione delle nostre linee di comunicazione a Paesi terzi, e quindi essere obbligati a pagarne il conseguente prezzo.

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Chi era il cardinale Camillo Ruini, il 95enne storico presidente della Cei e “i valori non negoziabili”

Nella tarda serata di ieri è morto il cardinale Camillo Ruini, storico Presidente della Cei. Aveva 95 anni. Ne ha dato conferma all’AGI il portavoce della diocesi di Roma, padre Giulio Albanese. Camillo Ruini è stato una delle figure più influenti della Chiesa cattolica italiana tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Teologo di formazione e pastore di lungo corso, ha occupato un ruolo centrale nel periodo dello straordinario pontificato di San Giovanni Paolo II, contribuendo in modo decisivo a ridefinire la presenza pubblica dei cattolici nella società italiana. Camillo Ruini nasce a Sassuolo (provincia di Modena) nel 1931. Dopo gli studi nel seminario diocesano, prosegue la formazione teologica a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove si laurea in filosofia e teologia. Viene ordinato sacerdote nel 1954 e inizia un intenso percorso accademico e pastorale, che lo porta all’insegnamento di filosofia e teologia nei seminari. Negli anni della maturità ecclesiale entra nel corpo episcopale e viene nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983. Successivamente assume incarichi di crescente rilievo fino alla nomina nel 1986 a segretario della Conferenza Episcopale Italiana di cui assumerà la presidenza nel 1991, incarico che ricoprirà per oltre un decennio, diventando anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma.

La sua affermazione all’interno dell’episcopato avviene già negli anni della maturità pastorale, quando si distingue come giovane vescovo ausiliare a Reggio Emilia. In quella fase emerge per capacità organizzativa e visione ecclesiale, tanto da essere coinvolto nella preparazione del Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Quel passaggio viene spesso ricordato come un momento chiave per il rilancio del protagonismo dei cattolici italiani nel mondo sociale e culturale, in sintonia con l’indirizzo pastorale di Giovanni Paolo II. Negli anni successivi Ruini diventa presidente della Conferenza Episcopale Italiana, assumendo un ruolo che va oltre la dimensione strettamente ecclesiastica. La sua leadership si caratterizza per una forte attenzione alla presenza pubblica della Chiesa, soprattutto sui temi etici e antropologici. In questo contesto elabora e promuove con forza l’idea dei cosiddetti “valori non negoziabili”, riferiti in particolare alla difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa. Parallelamente, il suo rapporto con la politica italiana si sviluppa in modo complesso. Pur non identificandosi con la tradizione della Democrazia Cristiana, che riteneva ormai conclusa nella sua funzione storica, Ruini sostiene la necessità di una presenza culturale dei cattolici nella vita pubblica, autonoma e non coincidente con un unico partito.

Tuttavia, il suo nome è rimasto spesso associato a una stagione precisa della Chiesa italiana, tanto da essere talvolta richiamato — anche in modo semplificato o riduttivo — come riferimento di posizioni conservatrici. Una lettura che non sempre coglie la complessità del suo percorso, segnato anche da capacità di mediazione e da una forte intelligenza istituzionale. Nel complesso, la parabola di Ruini rappresenta una fase decisiva della storia recente della Chiesa in Italia: un periodo in cui il cattolicesimo ha cercato nuove forme di presenza pubblica dopo la fine dell’unità politica della Democrazia Cristiana e dentro un sistema politico profondamente mutato.

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MBDA e Safran nella fase finale per fornire THUNDART alle Forze Armate francesi

MBDA e Safran nella fase finale per fornire THUNDART alle Forze Armate francesi

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – MBDA e Safran Electronics & Defense entrano nella fase finale di negoziazioni con la Direzione Generale degli Armamenti francese (DGA) per portare a termine il contratto per la futura implementazione della soluzione THUNDART, il programma che succede all’LRU (Lance-Roquettes Unitaire). Questa decisione segna una tappa fondamentale nel rinnovo delle capacità francesi di attacco terrestre in profondità e nella preparazione della sostituzione degli LRU. La soluzione THUNDART permetterà inoltre di rispondere alle necessità operative di numerosi Paesi alleati. Sviluppato congiuntamente da MBDA e Safran Electronics & Defense, THUNDART offrirà alle Forze Armate francesi una capacità di attacco di precisione fino a 150 km, progettato per rispondere alle esigenze dei conflitti di alta intensità e capace di essere impiegata negli ambienti più ostili.

Progettato, sviluppato e prodotto in Francia, THUNDART offre alle Forze Armate francesi una totale flessibilità operativa, in qualsiasi situazione, garantendo allo stesso tempo un’autonomia decisionale in materia di esportazione. Con la possibilità di entrare in servizio operativo a partire dal 2030, THUNDART combina le riconosciute capacità di MBDA, Safran Electronics & Defense e Roxel – una controllata di MBDA nel campo della propulsione, della guida, della navigazione e degli strumenti di precisione per manovre terminali. Il sistema è stato progettato per mantenere un alto livello di performance, anche in ambienti alterati o ostili e in caso di interferenze o di perdita dei segnali GNSS.

“Siamo estremamente orgogliosi di questa selezione e del riconoscimento del lavoro svolto dai nostri rispettivi team con Safran Electronics & Defense. THUNDART rappresenta molto di più di una nuova capacità di attacco: si tratta di una risposta sovrana, robusta ed evolutiva alle sfide operative dell’Esercito francese. Grazie alla complementarità delle nostre competenze industriali, stiamo offrendo alle Forze Armate francesi una capacità strategica progettata per durare e adattarsi ai conflitti futuri”, ha dichiarato Stéphane Reb, EVP Programmes e Managing Director di MBDA Francia.

“Questa selezione è motivo di grande orgoglio per i nostri team e ringraziamo la Direzione Generale degli Armamenti francese (DGA) per la fiducia che ci ha accordato. Ricompensa anni di innovazione, impegno e lavoro di squadra al fianco di MBDA. Con THUNDART, possiamo fornire all’Esercito francese una capacità sovrana di nuova generazione, capace di operare negli ambienti più ostili. Questa capacità risponde inoltre ai bisogni espressi da diversi Paesi alleati della Francia, con la possibilità di essere proposta all’estero“, ha aggiunto Alexandre Ziegler, Direttore della business unit difesa di Safran Electronics & Defense.

THUNDART è una soluzione completa. Il lanciatore è sviluppato da Safran Electronics & Defense in collaborazione con partner industriali di primo piano, tra i quali Scania France, CMAR ed Essone. L’architettura del sistema permette un’integrazione nativa con sistemi informativi dell’Esercito francese, in particolare con il sistema di gestione del tiro ATLAS. La sua modularità facilita inoltre la sua integrazione nei diversi ecosistemi di comando, rispondendo così alle esigenze specifiche dei mercati esteri.

Il pod delle munizioni è stato concepito anche per poter essere integrato ad altre piattaforme, al fine di rispondere alle esigenze specifiche dei clienti esteri e di accompagnare le evoluzioni del mercato nell’artiglieria di lunga gittata.

MBDA e Safran Electronics & Defense prevedono inoltre la creazione di una joint venture detenuta in parti uguali, al fine di accelerare lo sviluppo di THUNDART e delle sue future evoluzioni: aumento della portata, adattamento ai nuovi ambienti operativi e arricchimento continuo delle capacità di sistema. Questa prospettiva industriale sarà accompagnata da assunzioni su diversi siti strategici in particolare a Fougères, Éragny e Montluçon per Safran Electronics & Defense, nonché a Bourges, Saint-Médard-en-Jalles, Selles-Saint-Denis e Le Plessis-Robinson per MBDA.

– Foto ufficio stampa MBDA –
(ITALPRESS).

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Washington non ripeta l’errore di von Rundstedt. Lezioni iraniane per Taiwan

Con il conflitto infuriato nel corso degli ultimi mesi nel Golfo Persico che sembra essere in procinto di avviarsi a una conclusione, arriva adesso il momento sia per gli attori coinvolti che per gli osservatori esterni di trarre delle lezioni dalle dinamiche belliche a cui abbiamo assistito nel confronto militare tra Stati Uniti e Iran per cercare di adeguare e migliorare i propri apparati di Difesa. Un processo molto delicato, poiché è in queste circostanze che si compie il rischio di commettere errori di cui poi si pagheranno conseguenze significative, come già avvenuto più volte in passato. Uno di questi errori è quello di pensare che diversi attori militari si comportino allo stesso modo.

Errore commesso, come ricorda Decker Eveleth, anche da militari esperti come il Feldmaresciallo tedesco Gerd von Rundstedt, che nel 1944 decise di strategia di difesa della Wermacht in Francia sfruttando quelle tecniche impiegate con successo sul fronte orientale contro l’Armata Rossa. Scelta che si rivelerà essere un errore madornale per via delle profonde differenze dottrinali e di hardware delle forze alleate rispetto a quelle sovietiche. E oggi, quasi ottant’anni dopo, i decisori militari di Washington devono stare attenti a non commettere lo stesso errore, pensando che le logiche che hanno caratterizzato il confronto con l’Iran possano eventualmente applicarsi anche in quello con altri attori. Locuzione che implica, ovviamente, la Repubblica Popolare Cinese.

Il caso dei missili è esemplare. I successi tattici conseguiti dagli Stati Uniti nel contrastare la minaccia missilistica di Teheran ha alimentato una lettura ottimistica sulla base della quale diversi analisti hanno riconsiderato la minaccia missilistica in altri teatri. Se le difese aeree e antimissile americane sono riuscite a smussare le raffiche iraniane nel Golfo, perché non dovrebbero fare altrettanto con quelle cinesi su Taiwan e nel più ampio scacchiere del Pacifico?

La risposta giace in quelle differenze di hardware e di dottrina menzionate poco sopra. Rispetto al primo fattore, l’arsenale iraniano sconta un limite strutturale, cioè quello della scarsa precisione. I missili di Teheran non hanno l’accuratezza per colpire bersagli puntuali come un singolo velivolo, un hangar, o una postazione di comando, e si prestano semmai a centrare obiettivi estesi come serbatoi e depositi di carburante. Sapendo quindi di non poter, sia per qualità che per quantità, impiegare i propri missili secondo una pura logica counterforce, Teheran ha puntato sull’imposizione di costi, logorando le scorte di intercettori e alzando il prezzo politico della campagna per esaurire la disponibilità di Washington a proseguirla.

La Cina ragiona all’opposto. In caso di scontro militare per Tawian Pechino non si accontenterebbe infatti di imporre costi sufficienti a scoraggiare i partner di Taipei, ma punterebbe a una vittoria netta sulle forze alleate e alla conquista dell’isola, obiettivo per cui si prepara da decenni, aumentando la quantità di vettori e migliorandone la qualità.

Ecco perché, suggerisce Eveleth, conviene ribaltare la prospettiva, e anziché cercare conferme nei successi, sia debba piuttosto guardare ai problemi che la guerra con l’Iran ha messo a nudo. Il più insidioso riguarda i radar. Usando droni monouso a basso costo seguiti da missili, Teheran avrebbe danneggiato o distrutto sistemi di rilevamento statunitensi siti in Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. Una falla decisiva, perché senza radar l’intera architettura di difesa statunitense perde efficacia in modo drastico, venendo meno la capacità di individuare i vettori in arrivo, e con essa ogni certezza su quando e come usare gli intercettori.

Ed è questa la vulnerabilità che pesa in chiave cinese. Se un pugno di droni è bastato all’Iran, la Repubblica Popolare potrebbe accecare ampie porzioni delle griglie di difesa alleate già nelle prime ore grazie ai propri sistemi avanzati (come i sistemi ipersonici Df-17, Df-27, Yj-17 e Yj-19), per poi sfruttare i varchi con un dispositivo multidominio fatto di centinaia di caccia, navi di superficie, portaerei e sottomarini. Per questo, anziché adagiarsi sugli allori delle prestazioni positive americane in Medio Oriente, è necessario isolarne i fallimenti, e cercare di far funzionare cosa è invece andato storto.

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La riforma Crosetto della Difesa: una “riserva permanente” per la  guerra

Per settimane il dibattito pubblico si è fermato alla domanda sbagliata: il governo vuole reintrodurre la leva obbligatoria? La risposta è no. Ma è proprio questa risposta che rischia di nascondere ciò che sta davvero accadendo.

I due disegni di legge del ministro Crosetto e i cui testi hanno cominciato a circolare – quello sulla riforma dello strumento militare e quello sul rafforzamento della capacità di difesa nazionale – non riportano l’Italia al Novecento della coscrizione universale. Disegnano qualcosa di diverso: la costruzione di uno Stato sempre più predisposto a fare della guerra una certezza.

Queste riforme, per l’approvazione delle quali Crosetto si appella anche all’opposizione nel nome di una “unità nazionale” comune, non arrivano nel vuoto.

Sono il completamento sul piano interno della scelta politica compiuta dal governo italiano in sede europea e atlantica: adesione alla nuova stagione del riarmo continentale promossa dalla Commissione europea, sostegno all’aumento della spesa militare e disponibilità ad allinearsi all’obiettivo del 5% del PIL in ambito NATO, presentato come nuovo standard strategico e sostenuto con forza dall’amministrazione Trump.

Prima il riarmo. Poi il problema conseguente: chi utilizzerà quell’apparato? Le due riforme provano a rispondere esattamente a questa domanda. La prima costruisce una nuova architettura della forza.

Non si torna alla leva obbligatoria ma si supera il modello dell’esercito professionale puro. Accanto alle forze permanenti nasce una struttura multilivello: riserva operativa, riserva territoriale, riserva specialistica.

Il passaggio è enorme e non solo dal punto di vista numerico.

Il governo si attribuisce la possibilità di superare la filosofia della legge Di Paola del 2012 e di aumentare gli organici entro il 2033 con oltre 42 mila militari aggiuntivi tra Forze armate, sanità militare e Arma dei Carabinieri.

È una vera inversione storica. Ma il punto più innovativo – e più problematico – è il modo in cui si costruisce consenso materiale attorno alla funzione militare.

La riserva non viene pensata come semplice disponibilità civica: viene strutturata come nuova forma incentivata di partecipazione militare.

Ai riservisti vengono riconosciuti strumenti economici e occupazionali molto consistenti:
130 euro netti per ogni giornata addestrativa, premio annuale di 1.300 euro per il completamento dei richiami, aspettativa garantita sul posto di lavoro, decontribuzione totale per il datore di lavoro e tutela contro effetti occupazionali successivi al richiamo.

Non è una misura neutrale.

Si costruisce un ecosistema di convenienza economica attorno alla disponibilità all’impiego militare.

È l’idea della warfare society: non una società militarizzata solo attraverso gli armamenti, ma attraverso incentivi, organizzazione del lavoro, formazione e cultura pubblica.

In questo quadro si inserisce anche un fenomeno che osserviamo da tempo e che merita una discussione pubblica più seria: la crescente presenza delle Forze Armate nella scuola e nell’università.

Orientamento, accordi, attività formative, percorsi con istituti e atenei, reclutamento specialistico nelle discipline scientifiche e tecnologiche: si consolida un rapporto sempre più stretto tra sistema educativo e apparato militare. Il punto non è negare il ruolo delle Forze Armate nelle istituzioni democratiche. Il punto è evitare che la formazione pubblica diventi progressivamente un segmento della filiera del reclutamento.

La seconda riforma completa il quadro.

Rafforza il vertice interforze, amplia il dominio cyber, accelera le procedure amministrative, consolida il legame tra Difesa e industria. Ma soprattutto introduce in modo organico i sistemi autonomi e senza equipaggio. Droni, piattaforme remote, mezzi autonomi entrano stabilmente nell’architettura normativa italiana.

Qui emerge una lacuna politica enorme.

Non compare alcun riferimento esplicito al principio del controllo umano significativo sull’uso della forza e manca qualsiasi richiamo al dibattito internazionale sui LAWS – i sistemi d’arma autonomi letali. Il rischio è evidente: abbassare il costo politico della decisione militare, aumentare la distanza tra chi decide e chi subisce la violenza, rendere più ordinario il ricorso alla forza.

Parallelamente si prevedono deroghe ambientali, maggiore autonomia negoziale per la Difesa, estensione delle capacità operative nel cyberspazio anche in tempo di pace.

Tutto questo produce un effetto politico preciso: spostare il baricentro dal controllo democratico alla capacità di risposta permanente.

Naturalmente il mondo è cambiato. La guerra in Ucraina, le tensioni globali, il confronto strategico internazionale impongono domande nuove.

Ma proprio per questo la sicurezza non può essere lasciata alla sola risposta militare. Se si ritiene necessario costruire resilienza nazionale, perché gli stessi incentivi economici, previdenziali e organizzativi non vengono destinati anche alla difesa civile? Perché non investire nella protezione civile, nella mediazione dei conflitti, nella resilienza territoriale, nella sicurezza climatica, nella cybersicurezza civile, nel servizio civile universale?

Un’altra difesa è possibile.

Per questo il movimento europeo contro ha manifestato il 14 giugno a Bruxelles per chiedere che l’Europa torni a investire nella pace e nella sicurezza comune fondata sui diritti e non sulla corsa agli armamenti. Ed è per questo che continua la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare sulla difesa civile non armata e nonviolenta. Perché la domanda decisiva non è quante riserve mobilitare. La domanda è che idea di sicurezza vogliamo costruire per il futuro dell’Italia e dell’Europa.

L'articolo La riforma Crosetto della Difesa: una “riserva permanente” per la  guerra sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Electrolux: sospeso il piano licenziamenti

Freno ai 1.700 esuberi e allo stop di Cerreto. Sindacati: "È solo una tregua armata". Il ministro Urso ha definito inaccettabile il piano esuberi dell'azienda

© RaiNews

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Italia-Stati Uniti, Crosetto incontra Hegseth a Washington: “Più responsabilità Ue nella Difesa” / Video

Italia-Stati Uniti, Crosetto incontra Hegseth a Washington: “Più responsabilità Ue nella Difesa” / Video

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Trump è una persona pragmatica: le chiacchiere stanno a zero, le parole stanno a zero. Non si aspetta interlocuzioni diplomatiche, ma risultati concreti”. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso di un punto stampa all’Ambasciata d’Italia a Washington, a margine dell’incontro al Pentagono con il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth. Secondo Crosetto, il presidente americano ha chiesto agli alleati europei un maggiore impegno sul fronte della sicurezza e della difesa. “Trump ha chiesto all’Europa e ai Paesi della Nato di impegnarsi di più. Se vedrà un maggiore impegno da parte degli alleati, capirà che la Nato ha un futuro. Mi pare che tutti stiano andando in questa direzione”, ha affermato il ministro, sottolineando come il messaggio arrivato da Washington sia stato recepito dalle capitali europee.

Nel colloquio con Hegseth, definito da Crosetto “totalmente amichevole e di totale cooperazione”, sono stati affrontati tutti i principali dossier internazionali. “L’incontro è andato benissimo. Abbiamo parlato dell’Iran, del Libano, dell’Ucraina, della Nato del futuro e dei prossimi appuntamenti internazionali a Bruxelles e Ankara. Abbiamo inoltre discusso delle possibili collaborazioni tra Stati Uniti e Italia nel campo militare e industriale. È stato un incontro positivo per l’Italia e per la Nato”, ha spiegato. Uno dei temi centrali del confronto è stato il futuro dell’Alleanza Atlantica e il diverso funzionamento dei meccanismi decisionali tra Washington e la Nato. “Occorre comprendere che le regole della Nato sono profondamente diverse da quelle degli Stati Uniti. Washington può decidere autonomamente di intervenire o aprire un conflitto con un altro Paese, mentre l’Alleanza Atlantica si muove attraverso procedure, equilibri e meccanismi decisionali differenti”, ha osservato il ministro.

Sul dossier Iran e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, Crosetto ha ribadito la disponibilità italiana a contribuire alle eventuali operazioni di sicurezza marittima, ma solo a determinate condizioni. “Nessuno sa quanto tempo ci vorrà per lo sminamento dello Stretto di Hormuz. Prima di un potenziale intervento dell’Italia servono però delle precondizioni, tra cui la cessazione dei bombardamenti durante le operazioni di sminamento. Hegseth sa benissimo che l’Italia è pronta a impegnarsi, ma in questa fase bisogna attivare le diplomazie di tutti i Paesi. Gli Stati Uniti hanno fatto la loro parte e adesso tocca a noi”, ha detto. Grande preoccupazione è stata espressa dal ministro anche per la situazione in Libano. “Sono preoccupato per ciò che accade in Libano: c’è un milione e mezzo di sfollati, un Paese sull’orlo della guerra civile ogni giorno e attacchi che non finiscono. La situazione è disperata”, ha affermato Crosetto, evidenziando la necessità di costruire le condizioni per una stabilizzazione duratura dell’area. “Bisogna favorire una situazione che consenta a Israele di andarsene e favorire la pace per i prossimi decenni. Non sarà facile”, ha aggiunto.

Nel confronto con il capo del Pentagono si è parlato anche dell’Ucraina e del ruolo crescente che gli Stati Uniti si aspettano dall’Europa. “Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Europa e alla Nato una responsabilità maggiore per quanto riguarda la Difesa, perché considerano la questione ucraina principalmente un tema europeo, mentre loro sono concentrati sull’Indo-Pacifico. Tuttavia c’è stato un apprezzamento per il modo in cui l’Europa si sta muovendo sul sostegno a Kiev”, ha spiegato il ministro. Infine, una battuta sulla politica interna e sul generale Roberto Vannacci. “Non mi stupisce ritrovarmi Vannacci come avversario politico. Quello che sta succedendo adesso io l’avevo previsto già due anni e mezzo fa“, ha concluso Crosetto.

-Foto IPA Agency-

(ITALPRESS).

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La pace più rivoluzionaria | Francesco d’Assisi

Francesco d’Assisi non fu il santo sentimentale che spesso immaginiamo, ma una delle figure più radicali e scomode del Medioevo.Dietro il Cantico delle Creature, gli uccelli e il lupo di Gubbio si nasconde una libertà capace di mettere in crisi perfino la Chiesa del suo tempo.Che cosa aveva di così pericoloso un uomo che predicava […]

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M7, l’Esa ha scelto una missione a guida Inaf

L’annuncio è arrivato ieri da Tenerife, dov’erano riuniti i rappresentanti degli Stati membri dell’Agenzia spaziale europea per prendere decisioni di ampia portata sul futuro del programma scientifico dell’agenzia stessa: la scelta del Comitato consultivo per le scienze spaziali (Ssac, Space Science Advisory Committee) per la prossima missione di classe media – la cosiddetta M7 – è andata a Plasma Observatory, una missione la cui lead proposer è l’astrofisica Maria Federica Marcucci, ricercatrice all’Inaf Iaps di Roma.

«La missione nasce da una visione scientifica maturata nel corso degli ultimi anni grazie al contributo di una vasta comunità internazionale e consentirà di studiare per la prima volta in modo sistematico i processi fondamentali che governano il comportamento dei plasmi nello spazio attraverso osservazioni simultanee su diverse scale spaziali realizzate da una costellazione di sette satelliti», spiega Marcucci «Questa capacità osservativa multiscala senza precedenti permetterà di comprendere fenomeni fondamentali che avvengono nei plasmi che permeano l’intero universo e che hanno effetti diretti anche sull’ambiente spaziale che circonda la Terra».

Il team di Plasma Observatory. Crediti: Esa

«Come lead proposer della missione, insieme ad Alessandro Retinò (co-lead proposer) del Laboratoire de Physique des Plasmas di Parigi, e chair dello science study team», continua Marcucci, «sono particolarmente orgogliosa del ruolo svolto dalla comunità italiana e dall’Inaf durante tutte le fasi dello studio. Ricercatrici e ricercatori dell’Istituto hanno partecipato attivamente ai gruppi di lavoro che hanno contribuito a definire gli obiettivi scientifici della missione. In questo contesto, un contributo fondamentale è stato fornito dall’Università della Calabria, attraverso la partecipazione di Francesco Valentini allo science study team, sul solco di una lunga e fruttuosa collaborazione».

«Desidero inoltre sottolineare il ruolo fondamentale svolto dall’Agenzia spaziale italiana, che ha consentito alla comunità scientifica nazionale di contribuire in modo sostanziale alla maturazione scientifica e tecnologica della proposta», ricorda Marcucci. «La raccomandazione di Plasma Observatory rappresenta anche il riconoscimento di questo investimento strategico perseguito con lungimiranza e continuità, nonché della capacità dell’Italia di valorizzare le competenze maturate ed essere protagonista nei grandi programmi scientifici europei, dalla definizione delle domande scientifiche fino alla realizzazione delle tecnologie necessarie per affrontarle.

Schema del processo di selezione di una missione di classe media dell’Esa. Crediti: Esa/Atg

La proposta del Comitato consultivo dell’Esa – che si avvale di gruppi di lavoro composti da scienziati esterni specializzati in diversi ambiti  – arriva al termine di una durissima selezione: il numero delle missioni in gara, inizialmente 27, si è infatti ristretto progressivamente a cinque, poi a tre e infine, appunto, alla sola Plasma Observatory. Ora il Comitato per il programma scientifico (Spc, Science Programme Commitee) ha preso atto di questa raccomandazione e adotterà una decisione formale in merito nella prossima riunione, prevista per novembre 2026, una volta consolidati gli impegni finanziari relativi allo sviluppo della strumentazione.

 

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Intesa-Mps: non mercato ma concentrazione di potere

L’operazione con cui Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta su Monte dei Paschi di Siena viene raccontata, dai suoi protagonisti, come una grande operazione di mercato. Tecnicamente lo è. Ma se scendiamo dalla giostra degli allegri cantori del capitale, possiamo riconoscere le più brutali fattezze di una pericolosa concentrazione di potere.

La formula è rassicurante: vince chi paga di più. Sembra il mercante in fiera. Solo che in ballo c’è un pezzo dell’infrastruttura finanziaria del Paese. E i giocatori sono gli stessi che già presidiano risparmio, credito, assicurazioni, fondazioni, reti commerciali, relazioni politiche, patrimoni familiari e partecipazioni strategiche. L’operazione ha dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema finanziario italiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, si muoveranno oltre 35 miliardi di euro. Intesa punta a rilevare Mps, che ha già incorporato Mediobanca, e quindi anche la partecipazione di Mediobanca in Generali. Una parte rilevante della rete Mps, circa 635 filiali, verrebbe poi ceduta a Unipol, che la integrerebbe con Bper. Nascerebbe così un nuovo grande polo bancario, destinato a diventare la seconda banca del Paese. Intesa, invece, manterrebbe Mediobanca, il suo marchio, una parte della rete Mps e soprattutto il posizionamento strategico nel wealth management, nella consulenza ai grandi patrimoni, nel credito al consumo, nell’investment banking e nell’azionariato di Generali.

Il cuore dell’operazione per Intesa è l’intera catena Mps-Mediobanca-Generali. Monte dei Paschi porta con sé una rete bancaria, una storia, un marchio, una base clienti, un radicamento territoriale. Mediobanca porta competenze di investment banking, relazioni con le grandi imprese, consulenza ai patrimoni, reputazione finanziaria. Generali rappresenta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, una grande cassaforte del risparmio e un attore centrale anche per gli investimenti in titoli pubblici italiani. Da qui la narrazione della “mossa di sistema”. Stabilità, italianità, difesa del risparmio nazionale, costruzione di campioni europei. Sono parole importanti, perché toccano un tema reale. In un’Europa finanziaria ancora incompleta, nella quale i governi nazionali difendono con forza i propri gruppi bancari e assicurativi, avere grandi soggetti con centro decisionale in Italia conta.

Le banche, del resto, non sono imprese come le altre. Svolgono una funzione pubblica essenziale: decidono come il risparmio raccolto viene trasformato in credito, investimenti, servizi finanziari, protezione assicurativa, gestione patrimoniale. L’impatto di una grande concentrazione bancaria, dunque, va ben oltre gli azionisti delle banche coinvolte. Tocca l’economia reale, i territori, le imprese, il risparmio delle famiglie, la qualità della democrazia economica.

Questa dimensione di sistema va riconosciuta, senza però accettare l’intera narrazione così com’è. L’italianità dell’azionariato può essere una condizione utile, ma non garantisce di per sé il perseguimento di alcun interesse generale. Una banca italiana può comportarsi esattamente come una banca francese, tedesca o americana: cercare margini, commissioni, dividendi, scala, controllo del cliente, massimizzazione del profitto a breve termine. Il passaporto dell’azionista non basta a trasformare una rendita in politica industriale.

In un’Italia che negli ultimi dodici anni ha perso circa trecento miliardi di euro di credito all’economia, soprattutto alle piccole imprese, questa ulteriore concentrazione aumenterà davvero la capacità del sistema bancario di finanziare lavoro, transizione energetica, innovazione, terzo settore e aree periferiche? Oppure rafforzerà soprattutto la capacità di questi pochi grandi gruppi di estrarre valore dal risparmio e dalle polizze?

Abbiamo imparato ormai che il mercato bancario, lasciato a sé stesso, non produce automaticamente sviluppo equilibrato. L’Italia ha vissuto trent’anni di privatizzazioni, fusioni, acquisizioni, trasformazioni societarie, riduzione del numero di banche, chiusura di sportelli, centralizzazione delle decisioni. Il vecchio sistema bancario italiano era stato spesso definito una “foresta pietrificata”: troppe relazioni opache, troppe protezioni, troppi intrecci tra politica, finanza e territori, poca contendibilità, poca trasparenza, poca concorrenza. In parte il cambiamento era necessario. Ma oggi rischiamo di essere passati dalla foresta pietrificata ad un giardino pietrificato: meno attori, più grandi, più forti, formalmente contendibili ma sostanzialmente sempre più concentrati, capaci di orientare masse enormi di risparmio e sempre meno obbligati a rispondere ai bisogni diffusi dell’economia reale.

L’operazione Intesa-Mps-Unipol nasce dentro questa traiettoria e la accelera. Presenta una caratteristica particolarmente rilevante: non concentra soltanto banche, ma salda banche, assicurazioni, risparmio gestito, credito al consumo, investment banking e grandi partecipazioni strategiche. Il perimetro supera il credito bancario in senso stretto. Investe il controllo dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso.

C’è poi un’ironia pesante nel ruolo che una parte del mondo cooperativo sta giocando in questa vicenda. Unipol nasce dalla cooperazione, da un’idea di finanza orientata a lavoratori e comunità. Partecipare oggi alla costruzione del secondo polo bancario italiano – dentro un’operazione che accentra potere finanziario e quasi certamente ridurrà il credito alle piccole imprese – è la negazione di quella missione. Carlo Cimbri, che nel 2005 era al fianco di Consorte nel tentativo opaco di scalata a BNL, guida oggi Unipol verso un’ambizione più grande e più legittima negli strumenti, ma non più vicina agli interessi che il mondo cooperativo dichiara di rappresentare. Con lui, apparentemente ai margini, Aldo Soldi, già protagonista di quella stagione, oggi presidente di Banca Etica, che sarà destinata ad avere forti intrecci con la nuova banca di Cimbri. Una parte della cooperazione italiana si rende così mosca cocchiera di un’operazione di potere difficilmente riconducibile al vantaggio delle imprese e delle famiglie.

Non è da meno Mps, in termini di valore simbolico e politico. Monte dei Paschi è stata a lungo la terza banca italiana, poi travolta da crisi, errori gestionali, acquisizioni sbagliate, aumenti di capitale, interventi pubblici, perdite scaricate in vario modo sulla collettività. È stata salvata anche con risorse pubbliche. È stata risanata con fatica. Ora, tornata appetibile, diventa oggetto di una nuova grande partita tra gruppi finanziari. La contraddizione è evidente. E imporrebbe di non cancellare il tema dell’utilità pubblica nel momento in cui la banca torna a far gola al mercato. Se Mps è stata un problema collettivo, le valutazioni sul suo destino meriterebbero l’applicazione di criteri di interesse generale. Ma difficilmente accadrà. E non sarà la prima volta che ad Intesa i governi di turno stendono tappeti rossi: basti ricordare l’acquisizione delle due banche popolari “venete” al prezzo simbolico di un euro, accompagnata da un massiccio intervento pubblico a protezione dell’operazione.

L’operazione Intesa-Mps può apparire industrialmente razionale. Può creare valore per gli azionisti. Può rafforzare l’italianità di Generali. È in realtà soprattutto una grande operazione di potere sulla scacchiera asfittica del potere italiano, di cui poco si vede il valore sociale. Eppure rischia di essere raccontata solo come il nuovo capitolo del risiko bancario italiano: chi prende Mps, chi controlla Mediobanca, chi pesa su Generali, chi sfida UniCredit, chi condiziona Banco Bpm, chi rappresenta l’interesse nazionale, chi vince la partita tra Milano, Bologna, Siena, Trieste, Parigi e Francoforte.

Si può continuare a chiamarlo mercato, naturalmente. Ma quando un’operazione concentra banche, assicurazioni, risparmio gestito, partecipazioni strategiche, fondazioni, reti territoriali e rapporti di sistema, il mercato da un pezzo non c’è più. Intesa-Mps è una prova di realtà. Ci dice che il sistema finanziario italiano sta andando verso pochi – pochissimi – grandi conglomerati bancario-assicurativi. Questo può dare forza, stabilità, capacità competitiva? Forse. Ma con più probabilità restringerà la concorrenza, ridurrà il pluralismo di forme e modelli, aumenterà la distanza tra finanza ed economia reale.

Cosa fanno governo, partiti politici, autorità di vigilanza, supervisori della concorrenza? Metteranno una tassetta sugli utili nella prossima finanziaria? Se questa operazione costringerà il Paese a discutere seriamente di credito, sviluppo, territori, concorrenza, risparmio, cooperazione e democrazia economica, potrà almeno generare un’utilità pubblica. Per ora, abbiamo la certezza che il sistema bancario italiano diventerà ancora più stretto. E un Paese con banche fortissime e credito debole non ha risolto il proprio problema di come accompagnare lo sviluppo. Ha soltanto reso più elegante la concentrazione del potere finanziario. 

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Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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Sarà Luca Parmitano il pilota di Artemis III

La Nasa ha annunciato oggi la composizione dell’equipaggio della missione Artemis III: Randy Bresnik (comandante, Nasa), Luca Parmitano (Esa), Frank Rubio e Andre Douglas (specialisti di atterraggio, entrambi Nasa). È stato inoltre designato come membro di riserva dell’equipaggio l’astronauta Bob Hines (Nasa). L’equipaggio inizierà ora un rigoroso programma di addestramento per familiarizzarsi con i sistemi della navicella Orion e con il funzionamento dei sistemi di atterraggio con equipaggio umano, in vista di un’ambiziosa serie di dimostrazioni che precederanno la missione di atterraggio sulla Luna.

L’equipaggio della missione Artemis III. Da sinistra: Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Crediti: Nasa

Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, ha trascorso 366 giorni nello spazio nel corso di due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, Volare e Beyond. Durante queste missioni, ha collaborato a centinaia di esperimenti, ha effettuato sei passeggiate spaziali per un totale di oltre 30 ore ed è diventato comandante della Stazione. Da quando è tornato sulla Terra, Parmitano ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa presso il Johnson Space Center della Nasa a Houston, agendo come “CapCom” e addestrando gli astronauti dell’Esa per le passeggiate spaziali e le operazioni robotiche. L’anno scorso Parmitano ha partecipato all’Underway Recovery Test 12 della Nasa, al largo delle coste della California, per simulare l’ammaraggio e il recupero degli astronauti di Artemis da un modello in scala reale della navicella Orion.

«Sono onorato di far parte di questo equipaggio e allo stesso tempo mi sento umile: i miei compagni di missione apportano un bagaglio di esperienze molto variegato, e non vedo l’ora di lavorare con loro, desideroso di imparare e di dare il mio massimo contributo nel mio ruolo. In qualità di pilota collaudatore, questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna», ha detto Luca Parmitano. «Sono molto grato all’Aeronautica militare per avermi fornito l’addestramento nelle mie prime fasi; all’Agenzia spaziale italiana – e all’Italia nel suo complesso – per avermi affidato il loro primissimo volo di lunga durata quando ero solo un novellino; all’Agenzia spaziale europea per l’addestramento, il sostegno infinito e le incredibili opportunità che ho avuto da quando sono diventato un astronauta dell’Esa, e alla Nasa per la sua leadership nel riportare l’umanità sulla Luna. È la conferma che l’Esa è un partner affidabile e la continuazione di una solida collaborazione che porterà un europeo sulla Luna».

«Artemis III amplierà i confini delle operazioni spaziali in orbita. La nomina dell’astronauta dell’Esa Luca Parmitano a pilota riflette la profonda competenza europea nel campo dei voli spaziali con equipaggio umano e fa leva sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di forte pressione», ha detto Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa. «Allo stesso tempo, il Modulo di servizio europeo (Esm) dell’Esa fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis. La notizia giunta oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna – e un progresso chiave nella nostra collaborazione con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio».

Fonte: press release Esa

La dichiarazione di Luca Parmitano (in inglese) sul canale YouTube dell’Esa:

 

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La resilienza come fattore strategico: le lezioni economiche della guerra in Ucraina per l’Europa

L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.

Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.

La guerra come strumento di destabilizzazione economica

Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.

Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.

Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.

In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali. 

Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.

In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali. 

La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.

Energia, manifattura e vulnerabilità europee

Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.

L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.

Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei. 

In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.

Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea

La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.

Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.

La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa. 

L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.

In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.

La resilienza europea oltre il campo di battaglia

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.

Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.

La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.

La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente. 

Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.

La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.

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C’è chi vede e provvede. Elezioni amministrative a Venezia

Il risultato delle elezioni comunali di Venezia ha occupato per alcuni giorni i canali di informazione.

La vittoria del candidato del centro destra Simone Venturini è giunta inaspettata, dopo una serie di tornate elettorali in cui i partiti che hanno sostenuto il candidato sconfitto del centro sinistra, Andrea Martella, avevano superato la coalizione avversaria.

Alle elezioni europee del 2024 PD, AVS e M5S raggiungevano circa il 45%, contro il 40% complessivo del centro destra; alle regionali del 2025 le due coalizioni si sono trovate alla pari, con un leggerissimo vantaggio per il centro sinistra; infine il referendum sulla giustizia ha visto a Venezia prevalere il NO, con un’affluenza record sia in termini percentuali, sia in valori assoluti.

Le ultime elezioni comunali hanno visto la coalizione a sostegno di Andrea Martella aumentare ancora i consensi in termini assoluti, ottenendo 43.294 voti rispetto ai 40.915 delle regionali, non riuscendo però ad intercettare i voti degli elettori che sono tornati a votare.

Le spiegazioni che sono circolate si infrangono contro i dati di fatto.

L’idea che il PD abbia perso consensi a causa dell’accordo con la comunità bengalese a proposito della moschea da costruire in Terraferma si scontra con l’aumento dei voti al PD, passato dai 21.440 delle regionali ai 26.444 delle ultime comunali. Così pure attribuire la sconfitta al Movimento 5 Stelle si scontra col fatto che anche quest’ultimo ha visto aumentare i consensi rispetto alle regionali.

Anche attribuire la sconfitta alla scelta di un “politico” estraneo alla “società civile”, oppure all’uso delle reti social sono spiegazioni che lasciano il tempo che trovano, visto che i numeri ci parlano di una sconfitta del centro sinistra maturata grazie alla partecipazione di una fetta di elettorato che non aveva partecipato né alle europee del 2024 né alle regionali del 2025, una fetta di elettorato che non è stata mobilitata dai meme o da paure irrazionali, ma da un’organizzazione profondamente radicata sia nei sestieri del capoluogo sia nei quartieri e nei paesi di Terraferma; un’organizzazione che ha lanciato un progetto politico a partire dalla scelta del candidato del centro destra.

Il nuovo sindaco di Venezia, Simone Venturini, è il più giovane sindaco della città lagunare. È stato eletto da una coalizione di centro destra ed è un politico di lungo corso. Come ci informa Wikipedia, ha una formazione in diritto pubblico e diritto amministrativo ed inizia la sua carriera elettorale candidandosi alle elezioni comunali del 2010 nella lista dell’Unione di Centro a sostegno del candidato di centrosinistra Giorgio Orsoni, venendo eletto consigliere comunale all’età di 22 anni e diventando anche capogruppo. Alle elezioni europee del 2014 viene candidato per la lista Nuovo Centrodestra – Unione di Centro, ottenendo 8949 preferenze, ma senza risultare eletto. Nelle comunali del 2015 si candida con la lista Brugnaro nella coalizione di centrodestra, venendo eletto con 957 preferenze ed è nominato lo stesso anno dal neo-sindaco come assessore alla coesione sociale, al lavoro, alle infrastrutture e allo sviluppo economico della giunta comunale. Viene rieletto per un terzo mandato in consiglio comunale nelle elezioni comunali del 2020, riconfermando anche la stessa carica di assessore, a cui si aggiungono le deleghe al turismo e alle politiche della residenza.

Si tratta evidentemente di una rottura nella continuità: oltre che dalla scadenza dei due mandati, la giunta Brugnaro è stata al centro di polemiche politiche e di vicende giudiziarie. Il nuovo sindaco ha una storia personale che lo colloca in un’area politica fortemente segnata dall’influenza clericale, come dimostrano le candidature con l’UDC e il Nuovo Centro, ma altrettanto chiaramente orientata verso il centro destra e organico alla precedente amministrazione. Le deleghe ricevute come assessore da Venturini (coesione sociale, turismo e politiche di residenza) lo portano ad incrociare gli interessi e le politiche della Curia veneziana.

Non ho certo gli strumenti per individuare le cause dei fenomeni su cui si scornano commentatori più esperti di me, ma mi permetto di avanzare l’ipotesi che dietro l’elezione di Venturini ci sia un impegno non comune del Patriarcato di Venezia, impegno che ha dato un carattere meno fascista alla coalizione del nuovo sindaco, operazione favorita anche dal fatto che la presidente del consiglio non si è esposta andando a Venezia a sostenere il candidato del centro destra. Del resto, il risultato politico ottenuto dalla Chiesa all’inizio della giunta Brugnaro, con il ritiro dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia comunali dei libri contenenti fiabe che mostravano nuclei familiari omogenitoriali ha avuto risonanza mondiale, e non si può rischiare di gettare tutto alle ortiche permettendo che sia eletto sindaco un candidato come Martella che non si è nemmeno sposato in chiesa!

Nell’omelia tenuta il 24 maggio, primo giorno delle elezioni, il Patriarca di Venezia ha affermato che “la contrapposizione tra Babele (dove c’è un’unica lingua che diventa incomprensibile) e la Pentecoste (dove i molti e diversi linguaggi sono compresi) è il cuore del mistero dell’unità.

A Babele l’orgoglio umano tenta di costruire l’unità imponendo un’unica lingua e un’unica organizzazione. Il risultato è la confusione, l’incomprensione e la dispersione. A Gerusalemme e nella Pentecoste lo Spirito Santo scende e unisce gli uomini. Non cancella le diversità, ma le valorizza: parlando lingue diverse, tutti si comprendono nell’unico messaggio di Cristo. È l’unione nell’amore e nella differenza.”

La Chiesa è abituata a parlare per allusioni, allegorie, minacce velate che sono difficilmente interpretabili, comunque mi sembra possibile interpretare il riferimento di Babele alla coalizione che rifiuta l’egemonia dello Spirito Santo, mentre nella coalizione di centro destra è ravvisabile la Gerusalemme in cui, pur nella diversità, le varie componenti si comprendono grazie al messaggio di Cristo. Va da sé che l’interprete autentico, sia dello Spirito Santo che del messaggio di Cristo, è la Chiesa cattolica.

Se questa interpretazione è realistica, è meglio gettare alle ortiche ogni illusione su un presunto ruolo progressista della Chiesa: la gerarchia cattolica, come ogni gerarchia religiosa, si conferma custode gelosa della tradizione, sia in campo religioso che in campo sociale e, nonostante le prediche accattivanti, non può che militare nel campo della conservazione e della reazione. Dalla vicenda di Venezia si possono anche trarre indicazioni per le prossime elezioni: se il campo largo vuole governare, deve adattare il suo programma al magistero del vicario di Pietro, che si può riassumere nella raccomandazione alle classi sfruttate di garantire ai privilegiati il paradiso in terra, in cambio, un domani, del paradiso in cielo. Siamo sempre alla politica dei due tempi!

Tiziano Antonelli

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Servizio sanitario e liste d’attesa, qualcosa si muove. Ma lentamente

Il Servizio sanitario nazionale presenta ancora tante criticità sui tempi di attesa, in aumento rispetto al 2024 e diffuse su tutto il territorio: è quanto emerge dal Rapporto Pit Salute 2026, che Cittadinanzattiva presenterà ufficialmente il prossimo 11 giugno, a cui interverrà anche il Ministro della Salute Schillaci.

In particolare, in quasi due casi su tre i cittadini parlano di tempi lunghi e non rispettosi dei codici di priorità e in più di un terzo di agende chiuse o bloccate.  

Per gli esami diagnostici nel 2025, oltre la metà segnala il mancato rispetto del codice di priorità, e il 40% delle visite specialistiche urgenti non veniva erogata entro i tre giorni stabiliti dalla legge.

«Alla luce di quanto ci raccontano i cittadini, il miglioramento dei tempi di attesa fra primo quadrimestre 2025 e stesso periodo del 2026, reso noto oggi da Agenas nell’ambito della presentazione dell’aggiornamento della piattaforma nazionale sulle liste di attesa, ci sembra un buon segnale, in termini di trasparenza dei dati, e soprattutto di approccio condiviso alla responsabilità sul tema da parte del Governo centrale e delle singole Regio, afferma Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

«Sono evidenti tuttavia anche alcune delle questioni essenziali sulle quali è necessario lavorare, affinché la stessa piattaforma risulti davvero uno strumento utile per i cittadini, nonché uno strumento efficace per il superamento delle disuguaglianze territoriali segnalate anche dal direttore dell’Agenzia, Angelo Tanese», osserva Mandorino.

«Innanzitutto, mancano i dati riferiti alle singole Asl, così come sarebbe necessario entrare nel dettaglio –  sia a livello territoriale, che di motivazioni – delle mancate accettazioni del cittadino del primo appuntamento offerto dal CUP».

Ancora, «non ci sono dati sufficienti sui percorsi di garanzia attivati e gestiti, ossia quelli che consentono al cittadino di avere la prestazione nei tempi utili laddove non ci sia posto nel canale pubblico, così come andrebbe integrato il monitoraggio delle visite di controllo, in particolare per i pazienti cronici e fragili».

Fondamentale anche «analizzare il fenomeno delle prescrizioni non prenotate, per comprendere in che misura sia legato a problemi di inaccessibilità dei CUP o al passaggio a canali privati. Tutti indicatori che crediamo sia utile integrare, man mano, nell’aggiornamento periodico della stessa Piattaforma. Diamo in tal senso la nostra disponibilità a lavorare in tale direzione, anche alla luce di quanto i cittadini ci segnalano sul tema»; conclude Mandorino. 

Foto Unsplash

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17 febbraio: Omaggio a Giordano Bruno

17 FebbraioCircolo Culturale Errico Malatestapresso la FAI in Via degli Asili 33, Livorno Omaggio a Giordano BrunoFilosofo del libero pensiero, messo al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione della Chiesa cattolica ore 18Tiziano Antonelli – Giordano Bruno e la lotta al dogmatismoMarco Ghezzani – “Il corvo”, giornale anticlericale del Gruppo Antireligioso Pietro Gori di Livorno ore 20aperitivo […]
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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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Presentazioni autodifesa e cisti

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Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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