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Semiconduttori, la “Cabina del Nord-Ovest” rafforza il coordinamento industriale

Semiconduttori, la

PAVIA (ITALPRESS) – Il Nord-Ovest consolida il proprio ruolo nella strategia europea dei semiconduttori. Nel corso di un incontro all’Università di Pavia Lombardia, Piemonte e Liguria – attraverso i rispettivi assessori allo Sviluppo economico Guido Guidesi, Andrea Tronzano e Alessio Piana – hanno rilanciato il rafforzamento del coordinamento industriale sulle politiche industriali, con focus su microelettronica, industria energetica, aerospazio, logistica e automotive.
fsc/azn

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Mps, Tajani: “Non credo proprio che andremo verso golden power”

Mps, Tajani sull’ipotesi di golden power: “L’azione di Intesa Sanpaolo, a quanto pare, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’eurozona per valore”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani respinge l’ipotesi dell’utilizzo del golden power sulle operazioni lanciata su Monte dei Paschi di Siena. “Non credo proprio si vada in questa direzione. – ha detto il vicepremier a Milano Finanza – L’azione di Intesa Sanpaolo, a quanto pare, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’eurozona per valore. Rafforzerà Mediobanca“.

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“Le banche, e questo è il nostro principio, servono l’Italia e il mondo dell’economia, non i partiti e i governi. La politica – indica più in generale Tajani – deve dettare le regole e verificare l’efficienza dei meccanismi che controllano il sistema bancario. Spetta poi alla Consob, all’Agcm, alla Bce e a Banca d’Italia valutare, non alla politica. Il nostro obiettivo come governo è che il risparmio italiano sia ben gestito e che arrivi alle imprese e alle famiglie”.

“Le banche pagano già un’Ires maggiorata. – continua Tajani in merito alla proposta di Matteo Salvini per una tassazione straordinaria – Bisogna agire con equilibrio e buon senso, altrimenti gli investitori esteri si allontaneranno dall’Italia e a uscirne penalizzati saranno i normali cittadini e le imprese”. Il vicepremier poi conclude: “Io non difendo le banche, difendo gli italiani”.

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Manager/ Messina, Castagna, Cimbri, Orcel e…: ecco tutti i volti protagonisti del nuovo risiko bancario

Manager / Da Carlo Messina a Luigi Lovaglio, tutti i protagonisti del risiko bancario

Negli ultimi giorni Intesa Sanpaolo è entrata direttamente nel dossier su Monte dei Paschi di Siena, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sull’intero capitale della banca senese. La proposta è arrivata a meno di 24 ore di distanza dall’iniziativa di aggregazione avanzata da Banco BPM, segnando un’ulteriore accelerazione del risiko bancario italiano. Nel dettaglio, l’offerta prevede un corrispettivo composto da 1,6 azioni di nuova emissione di Intesa Sanpaolo e 1 euro in contanti per ogni azione MPS, per una valorizzazione pari a 10,091 euro per azione. Il prezzo incorpora un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni ufficiali del 5 giugno e del 17,4% rispetto alla media ponderata degli ultimi tre mesi.

L’operazione, comunicata ai sensi dell’articolo 102 del Testo unico della finanza, punta all’acquisizione dell’intero capitale di Monte dei Paschi di Siena, pari a circa 3,036 miliardi di azioni, e ridisegna in modo significativo gli equilibri del settore bancario italiano. Ma chi sono i protagonisti del risiko?

Chi è Carlo Messina, l’Ad di Intesa Sanpaolo

Carlo Messina è amministratore delegato e direttore generale di Intesa Sanpaolo, ruolo che ricopre stabilmente dal 2013 dopo una lunga carriera interna al gruppo e alle sue precedenti incarnazioni. Laureato in Economia e Commercio alla LUISS nel 1987, inizia la sua carriera nella Banca Nazionale del Lavoro, occupandosi di corporate finance e mercati primari. Negli anni Novanta prosegue il suo percorso in Banco Ambrosiano Veneto, dove si concentra su pianificazione e controllo strategico, fino a entrare in Banca Intesa nel 1998.

Con la nascita di Intesa Sanpaolo assume progressivamente ruoli sempre più centrali nella governance, fino alla nomina ad amministratore delegato nel 2013 e direttore generale. Sotto la sua guida il gruppo diventa il principale istituto bancario italiano per dimensioni e capitalizzazione, con un forte orientamento alla redditività e al consolidamento. Tra le operazioni più rilevanti della sua gestione figura l’offerta pubblica di scambio su UBI Banca, completata nel 2020, che ha ulteriormente rafforzato la posizione di Intesa nel panorama nazionale.

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Chi è Giuseppe Castagna, l’Ad di Banco BPM

Giuseppe Castagna è amministratore delegato di Banco BPM, uno dei principali gruppi bancari italiani per presenza territoriale e quota di mercato. Nato a Napoli nel 1959, si laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II. Inizia la sua carriera nella Banca Commerciale Italiana, dove resta per oltre trent’anni attraversando diverse fasi del sistema bancario italiano, fino a ricoprire ruoli apicali anche in Intesa Sanpaolo e nel Banco di Napoli.

Alla guida di Banco BPM, Castagna ha lavorato al rafforzamento del posizionamento industriale dell’istituto, consolidando la presenza nelle aree chiave del Nord Italia e mantenendo un modello di banca fortemente radicata sul territorio. Il gruppo, nato dalla fusione tra Banco Popolare e BPM, è oggi il quarto istituto bancario italiano per dimensioni.

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Chi è Carlo Cimbri, presidente del gruppo Unipol

Carlo Cimbri è presidente del gruppo Unipol e figura centrale nell’equilibrio tra assicurazioni e credito nel nuovo risiko. Nato a Cagliari nel 1965, si laurea con lode in Economia e Commercio all’Università di Bologna. Entra in Unipol nel 1990 e percorre tutte le tappe del management interno fino ai vertici del gruppo, assumendo prima il ruolo di direttore generale e poi quello di amministratore delegato.

La sua carriera è legata in modo particolare alla fase di consolidamento del gruppo, culminata nell’operazione di salvataggio e integrazione di Fondiaria-SAI e nella successiva nascita di UnipolSai, che ha rafforzato significativamente la dimensione industriale del gruppo. Oggi Unipol si colloca tra i principali attori del sistema finanziario italiano non solo nel comparto assicurativo, ma anche come azionista rilevante in diverse realtà bancarie, assumendo un ruolo strategico nelle operazioni di consolidamento del settore.

Chi è Andrea Orcel, l’ad di UniCredit

Anche se per ora ufficialmente fuori dal risiko, Unicredit osserva con attenzione la partita appena iniziata. Al timone di Piazza Gae Aulenti c’è Andrea Orcel. Nato a Roma nel 1963, si laurea in Economia e Commercio alla Sapienza con una tesi sulle acquisizioni ostili, anticipando il focus che caratterizzerà tutta la sua carriera. Dopo un passaggio alla Boston Consulting Group, entra nel mondo dell’investment banking con Merrill Lynch e successivamente Goldman Sachs, costruendo una lunga esperienza tra Londra e Parigi.

Nel corso della sua carriera segue alcune delle più grandi operazioni di finanza straordinaria degli ultimi decenni, contribuendo alla nascita e allo sviluppo di grandi gruppi bancari europei. Nel 2011 entra in UBS e, dopo una controversa vicenda legata al mancato passaggio in Santander, approda alla guida di UniCredit nel 2021. Sotto la sua leadership, UniCredit ha assunto un ruolo sempre più attivo nel processo di consolidamento bancario europeo, con una strategia improntata alla crescita esterna e alla razionalizzazione delle partecipazioni.

Chi è Luigi Lovaglio, l’Ad di Monte dei Paschi di Siena

Luigi Lovaglio è amministratore delegato e direttore generale di Monte dei Paschi di Siena dal febbraio 2022, ruolo in cui è stato successivamente riconfermato nel 2023 e nel 2026. Classe 1956, Lovaglio vanta oltre quarant’anni di esperienza nel settore bancario, maturata in larga parte all’interno del gruppo UniCredit, dove è entrato nel 1973. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità tra Italia ed Europa centro-orientale, contribuendo in particolare allo sviluppo internazionale del gruppo.

Tra i ruoli più rilevanti, quello di vertice in Bank Pekao, dove ha guidato una fase di forte crescita e consolidamento, portando l’istituto a diventare uno dei principali player del mercato polacco per capitalizzazione e solidità patrimoniale. Nel 2019 è stato nominato amministratore delegato del Credito Valtellinese, esperienza che ha preceduto il suo ritorno al centro della scena bancaria italiana con la guida di MPS. Dal luglio 2022 è inoltre consigliere dell’ABI, di cui dal 2025 è membro del comitato esecutivo. La sua leadership in Monte dei Paschi di Siena è stata segnata da una fase di forte rilancio industriale. Nel novembre 2022 ha guidato un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, operazione decisiva per il rafforzamento patrimoniale della banca. Da lì è iniziato un percorso di consolidamento che ha portato a un progressivo miglioramento della redditività e del profilo di rischio dell’istituto.

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Vacanze estive al via, a giugno attesi 27,2 milioni di turisti italiani (+0,9%). Con gli stranieri si sale a 67,1 milioni

Vacanze estive, Assoturismo: 27,2 milioni di italiani in viaggio a giugno, totale presenze a 67,1 milioni

Finisce la scuola e, con l’avvio del primo fine settimana utile, prende ufficialmente il via la stagione estiva del turismo in Italia, che entra così nella sua fase più intensa. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle rilevazioni raccolte tra gli operatori del settore, nel mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, con un incremento dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Un segnale che conferma la tenuta della domanda interna, che si mostra anche quest’anno come il principale motore dell’avvio della stagione estiva. Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – tra alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero infatti sfiorare gli 8 milioni, registrando una crescita dello 0,6% su base annua. “È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive”, sottolinea Assoturismo.

Leggi anche: Turismo, il rapporto della Banca D’Italia: “Settore in espansione in Puglia, ma retribuzioni sotto la media”

Accanto alla componente domestica, resta comunque rilevante il contributo del turismo internazionale. Le presenze straniere sono stimate in circa 39,8 milioni, in lieve aumento dello 0,2%, mentre gli arrivi dovrebbero attestarsi poco sopra gli 11 milioni, in calo dello 0,2% rispetto all’anno precedente. Nel complesso, il movimento turistico del mese di giugno dovrebbe superare i 19 milioni di arrivi e raggiungere circa 67,1 milioni di presenze complessive, con una crescita rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% su base annua. La domanda straniera continuerà comunque a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%, confermando un equilibrio ancora fortemente sbilanciato verso i flussi internazionali.

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Maxi fusione a Hollywood, via libera Usa all’accordo Paramount-Warner Bros Discovery da 110 miliardi

Paramount-Warner Bros Discovery, via libera degli Usa alla maxi fusione da 110 miliardi

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha approvato l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance, un’operazione da 110 miliardi di dollari destinata a ridisegnare gli equilibri dell’industria dell’intrattenimento globale. Il via libera rappresenta un passaggio decisivo per la società americana, che ora dovrà ottenere anche l’autorizzazione delle autorità di regolamentazione europee prima di completare l’accordo. L’approvazione è arrivata senza alcuna condizione. Paramount Skydance, quindi, non sarà costretta a cedere asset o attività per ottenere l’ok definitivo. Secondo quanto comunicato dal dipartimento di Giustizia, le prove raccolte durante l’indagine hanno evidenziato che la fusione “non è suscettibile di arrecare danni alla concorrenza o ai consumatori americani”.

Leggi anche: Sky, siglata nuova partnership con Warner Bros. Discovery

Le valutazioni delle autorità statunitensi hanno riguardato diversi settori del business dell’intrattenimento, compresi i servizi di streaming, la televisione lineare e l’intera filiera cinematografica, dallo sviluppo dei contenuti alla produzione fino alla distribuzione nelle sale. “Siamo grati per l’approfondita revisione di questa transazione da parte del dipartimento di Giustizia, così come per il lavoro delle altre agenzie che hanno completato le loro verifiche e hanno finora dato il via libera”, ha dichiarato Paramount in una nota.

L’operazione rappresenta una delle più grandi fusioni mai realizzate nel settore dei media e dell’intrattenimento e potrebbe avere un impatto significativo sul mercato globale, in un momento in cui le principali società del comparto stanno puntando a rafforzarsi per affrontare la crescente competizione nello streaming e nella produzione di contenuti.

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Produttività, il vero ritardo dell’Italia: lavoriamo tanto, ma generiamo troppo poco valore

La produttività del lavoro per ora lavorata misura una cosa molto semplice: quanto valore economico viene generato da ogni ora di lavoro.

Non dice quante ore si lavora. Non premia chi resta più tempo in azienda, chi arriva prima o chi spegne la luce per ultimo, abitudine che in molte imprese viene ancora scambiata per eroismo produttivo. Dice invece quanta ricchezza viene prodotta in un’ora di lavoro effettivo. È una differenza decisiva.

Due Paesi possono lavorare lo stesso numero di ore, ma ottenere risultati molto diversi. Uno può produrre più valore perché ha imprese meglio organizzate, tecnologie più integrate, personale più formato, processi più efficienti, manager più capaci e capitale investito meglio. L’altro può lavorare molto, anche moltissimo, ma disperdere energia in errori, attese, passaggi inutili, bassa digitalizzazione, scarsa delega e organizzazioni troppo dipendenti dall’improvvisazione.

Il grafico sulla produttività del lavoro per ora lavorata di Bergeaud, Cette e Lecat (che consente di osservare la produttività su un arco storico molto lungo 1990-2024) racconta proprio questo: l’Italia non è ferma perché lavora poco, ma perché da ogni ora lavorata estrae meno valore rispetto agli altri grandi Paesi avanzati.

La particolarità italiana non è soltanto il livello raggiunto nel 2024. È soprattutto la forma della curva. Fino alla metà degli anni Novanta l’Italia cresce, recupera terreno e si avvicina alle economie più produttive. Poi la dinamica rallenta, si appiattisce e perde progressivamente forza. Mentre Stati Uniti, Germania e Francia continuano, pur tra crisi e rallentamenti, ad aumentare il valore generato da ogni ora lavorata, l’Italia resta quasi inchiodata.

Nel 2024 il nostro Paese produce 68,2 dollari di valore per ora lavorata, sotto la media dell’eurozona, pari a 70,2, e lontano dalla Germania, a 83,0, dalla Francia, a 81,6, e dagli Stati Uniti, a 84,6.

Il punto, però, non è costruire l’ennesima classifica deprimente. Il punto è capire che cosa c’è dietro quei numeri.

Qui entra in gioco la produttività totale dei fattori. È un indicatore più sofisticato della produttività del lavoro, perché non misura solo quanto produce ogni ora lavorata, ma quanto valore nasce dalla combinazione tra lavoro, capitale, tecnologia, organizzazione, competenze e qualità delle decisioni. In altre parole, misura l’intelligenza complessiva del sistema produttivo e della imprenditoria nostrana.

Tradotto nel linguaggio delle PMI: non basta lavorare tanto. Non basta comprare un nuovo macchinario. Non basta installare un gestionale se poi viene usato come un quaderno elettronico mal compilato. Non basta introdurre un sistema di controllo di gestione e poi non guardare neppure un dato che non sia il fatturato. La produttività cresce quando l’impresa riesce a combinare meglio persone, strumenti, metodo, responsabilità e decisioni.

Una piccola impresa può avere titolari presenti dodici ore al giorno, dipendenti sotto pressione, clienti da servire, consegne da rispettare e margini da difendere. Ma se ogni decisione passa sempre dalla stessa scrivania, se i ruoli non sono chiari, se la delega è solo una parola elegante, se gli errori si ripetono, se il magazzino non dialoga con la produzione e se il commerciale vende promesse che l’organizzazione non riesce a mantenere, allora l’impresa lavora molto ma produce poco valore aggiunto.

È qui che il dato macroeconomico diventa una faccenda molto concreta. La stagnazione della produttività italiana vive dentro le giornate ordinarie delle aziende: pressioni inutili, processi non scritti, informazioni disperse, software non integrati, competenze non valorizzate, giovani assunti senza percorso, capi intermedi lasciati soli, imprenditori che vorrebbero crescere ma continuano a governare tutto con il controllo diretto del fiuto.

Istat segnala che nel 2024 la produttività del lavoro è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023, perché le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto. Nell’intero periodo 1995-2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media soltanto dello 0,3% annuo. Numeri piccoli, quasi educati. Ma dietro quella cortesia statistica c’è una diagnosi pesante.

Il Rapporto annuale Istat 2026 aggiunge un ulteriore elemento: tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori ha registrato una sostanziale stagnazione, dopo un contributo positivo nel quinquennio precedente la pandemia. Questo significa che il Paese fatica a fare il salto più importante: non lavorare di più, ma lavorare meglio.

E lavorare meglio vuol dire costruire organizzazioni meno dipendenti dall’improvvisazione.

Per le PMI italiane questo è il nodo centrale. Molte imprese hanno competenze artigianali, relazioni commerciali solide, capacità di adattamento, reputazione e conoscenza del prodotto. Ma spesso questi punti di forza restano intrappolati in modelli organizzativi fragili. L’impresa sa fare, ma non sempre sa scalare. Sa risolvere, ma non sempre sa prevenire. Sa vendere, ma non sempre sa misurare. Sa sacrificarsi, ma non sempre sa trasformare il sacrificio in efficienza.

Il risultato è che la bassa produttività diventa una tassa invisibile. Riduce i margini, limita gli aumenti salariali, rende più difficile investire, aumenta la dipendenza dal credito bancario ed espone l’impresa agli shock esterni. Soprattutto crea un clima in cui tutti hanno la sensazione di correre, ma pochi vedono davvero avanzare l’organizzazione.

La domanda vera, allora, non è: “Quanto abbiamo lavorato?”. La domanda vera è: “Quanto valore abbiamo prodotto rispetto alle risorse che abbiamo consumato?”. Dove si perde tempo? Dove si ripetono gli errori? Dove le persone migliori sono sottoutilizzate? Dove il titolare accentra o delega troppo? Dove la tecnologia non produce efficienza? La produttività non è una variabile tecnica tra le altre. È la condizione necessaria di tutto il resto: salari, margini, investimenti, competitività, sostenibilità del debito, capacità di trattenere capitale umano. L’Italia non ha bisogno semplicemente di lavorare di più. Ha bisogno di smettere di sprecare lavoro, capitale e intelligenza.

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Uila-Uil, Mammucari rieletta segretaria: lavoro e diritti al centro congresso

Uila-Uil, Mammucari rieletta segretaria: lavoro e diritti al centro congresso

ROMA (ITALPRESS) – La sicurezza sul lavoro, la lotta al caporalato e la tutela del lavoro agricolo sono stati tra i temi al centro dell’VIII congresso nazionale della Uila-Uil, che si è concluso con la riconferma di Enrica Mammucari alla guida del sindacato. Giornate di dibattiti e confronti alla presenza di centinaia di delegati e con la partecipazione del ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida.
xb1/col3/gsl

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Bankitalia, l’energia mette ko la crescita: possibile Pil negativo nel 2026

Bankitalia, Pil allo 0,5% nel 2026, in calo a 0,4% nel 2027

Secondo le stime di Bankitalia la crescita del prodotto “rimarrà contenuta sia quest’anno sia il prossimo, per tornare a rafforzarsi nel 2028”. Sull’attività incide l’indebolimento della domanda interna, frenata dal rincaro dell’energia e dall’ulteriore aumento dell’incertezza geopolitica. In media d’anno il prodotto interno lordo crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, dello 0,4 per cento nel 2027 e dello 0,9 nel 2028. Rispetto alle proiezioni dello scorso aprile, le stime sono state riviste marginalmente al ribasso nel 2027 – principalmente per gli effetti sui consumi di prezzi delle materie prime più elevati – e al rialzo nel 2028.

Queste proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 elaborate dagli esperti della Banca d’Italia nell’ambito dell’esercizio coordinato dell’Eurosistema, viene precisato, sono basate sulle informazioni disponibili al 21 maggio per la formulazione delle ipotesi tecniche e al 27 maggio per i dati congiunturali. Esse non includono quindi i dati dei conti nazionali diffusi dall’Istat lo scorso 29 maggio, nei quali la crescita del Pil nel primo trimestre è stata rivista al rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alla stima preliminare pubblicata il 30 aprile. Tenendo conto di questa revisione e a parità di altre condizioni, la crescita del Pil nel 2026 si collocherebbe allo 0,6 per cento.

Bankitalia, con nuovo forte balzo prezzi energia possibile Pil negativo nel 2026

In caso di un forte balzo del prezzo dell’energia, petrolio e gas, il Pil dell’Italia potrebbe chiudere in rosso nel 2026. E’ quanto sima la Banca d’Italia nelle ultime previsioni macro. L’ipotesi è quella di uno scenario severo dove il prezzo del petrolio sarebbe più elevato che nello scenario di base per oltre il 60 per cento. In questo scenario il prezzo del gas si porterebbe su livelli più che doppi. “A questi incrementi si accompagnerebbero un ulteriore aumento dell’incertezza e un forte indebolimento degli scambi internazionali”. La crescita del prodotto risulterebbe, rispetto alla proiezione centrale sopra descritta, inferiore di circa 0,4 punti percentuali nell’anno in corso, di quasi 1,5 punti nel prossimo e di oltre mezzo punto nel 2028. L’inflazione al consumo risulterebbe più elevata rispetto alla proiezione centrale per oltre un punto percentuale nell’anno in corso, quasi due punti nel 2027 e circa mezzo punto percentuale nel 2028.

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Bankitalia, l’inflazione sale al 3,1% nel 2026, poi al 2% nel 2027

L’incertezza su queste proiezioni è elevata”, spiega Bankitalia, poiché ulteriori e più persistenti rincari delle materie prime eserciterebbero maggiori pressioni inflazionistiche e peserebbero in misura significativa sulla crescita, specie se accompagnate da tensioni finanziarie e da un deterioramento dell’economia mondiale. Sviluppi più favorevoli potrebbero invece derivare da una discesa più rapida dei prezzi delle materie prime a seguito di una risoluzione del conflitto, da ricadute positive delle politiche adottate a livello europeo per incrementare le spese per la difesa, nonché da un’intensificazione del processo di adeguamento del capitale produttivo alla transizione digitale e ambientale.

I prezzi al consumo sono previsti in aumento del 3,1 per cento nella media del 2026, del 2,0 nel 2027 e dell’1,9 per cento nel 2028. Al netto delle componenti energetica e alimentare, l’inflazione rimarrebbe in prossimità del 2 per cento in tutto il triennio. È quanto emerge dalle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 elaborate dagli esperti della Banca d’Italia nell’ambito dell’esercizio coordinato dell’Eurosistema. Rispetto alle previsioni pubblicate in aprile, le stime di inflazione sono superiori di 0,5 punti percentuali nel 2026 e 0,2 nel 2027, prevalentemente per via di ipotesi di prezzi delle materie prime più elevati.

Bankitalia, Unc: previsioni allarmanti, crollano i consumi

Previsioni allarmanti. I consumi crollano, passando dal +1,1% del 2025 a un misero +0,4% del 2026, per poi scendere ulteriormente a +0,3% nel 2027“. Lo afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando le proiezioni macroeconomiche di Bankitalia. “E’ evidente che o si ridà capacità di spesa a chi fatica ad arrivare a fine mese e ha un elevata propensione marginale al consumo o il Paese continuerà a crescere dello zero virgola, visto che i consumi rappresentano circa il 60% del Pil. Per questo si deve combattere l’inflazione che riduce il potere d’acquisto delle famiglie, soprattutto dei ceti meno abbienti, e che nelle stime di Bankitalia decollerà al 3,1% nel 2026. Per farlo bisogna ridurre le imposte sulle bollette di luce e gas di famiglie e imprese, dato che, come dice giustamente Bankitalia, l’inflazione riflette principalmente l’aumento dei prezzi dell’energia. Il Governo non può continuare a lavarsene le mani”, conclude Dona.

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SpaceX sbarca a Wall Street. Esordio col botto per Musk

L’obiettivo è e rimane Marte. Ma prima di conquistare il pianeta rosso, Elon Musk ha messo la sua bandiera su Wall Street. Quando la campanella è suonata, alle 15.30 italiane, il mondo finanziario ha smesso di trattenere il fiato per quella che dovrebbe essere, se il mercato non deluderà le aspettative, l’Ipo più grande di sempre. SpaceX, la compagnia spaziale dell’uomo più ricco del mondo, è ufficialmente una società quotata al Nasdaq, il listino della borsa americana riservato ai titoli delle tecnologia. E la partenza è stata col botto: 174 dollari ad azione, contro i 135 offerti. Vale a dire un rialzo del 30%. Le prime indicazioni suggerivano un’importante apertura in rialzo, tra il 25% e il 30% sopra il prezzo Ipo, portando il titolo tra i 168 e i 175 dollari. Con una quantità di azioni flottanti molto ridotta, una domanda travolgente e l’acquisto imminente da parte di Etf e indici passivi, il debutto è stato dei più volatili e seguiti della storia dei mercati.

Il tutto, pochi minuti dopo che lo stesso Musk aveva celebrato, con un video comparso sui maxischermi del Nasdaq, l’ingresso in Borsa di SpaceX, definendolo un passaggio storico per l’azienda aerospaziale e rilanciando le ambizioni del gruppo nell’esplorazione spaziale. Intervenendo dalla sede di Starbase, in Texas, poco prima dell’apertura di Wall Street, il fondatore e amministratore delegato della società ha affermato che SpaceX punta a trasportare esseri umani sulla Luna, su Marte e, in prospettiva, ancora più lontano. “SpaceX vuole essere in grado di portarvi sulla Luna, su Marte e, in futuro, anche oltre”. Ambizioni che collimano con gli orizzonti dell’Ipo.

Vale la pena ricordare l’obiettivo: raccogliere 75 miliardi di dollari, oltre il doppio di Saudi Aramco (29,4 miliardi), la big oil saudita quotatasi due anni fa. Con una valutazione di circa 1.750 miliardi, SpaceX ha previsto la vendita di circa 556 milioni di azioni a, come detto, 135 dollari ciascuna. La domanda è stata travolgente, con gli investitori retail hanno presentato ordini per oltre 70 miliardi, mentre circa mille investitori istituzionali hanno chiesto di partecipare al collocamento (la sola BlackRock avrebbe presentato ordini per almeno 5 miliardi). Quello che Musk vende agli investitori, più ancora delle attività che già generano ricavi come il lanciatore Falcon o la rete Starlink (il 65% del totale), è un potenziale fatto di mercati e tecnologie che ancora non esistono, come i data center nello spazio: nessun’altra azienda di queste dimensioni parla di colonizzare la Luna o Marte.

La società è talmente sicura del proprio richiamo da aver riservato una quota insolitamente ampia delle nuove azioni agli investitori individuali, pronti secondo Bloomberg ad assorbire fino a 100 miliardi di dollari di titoli. Banchieri e trader si attendevano comunque una seduta nervosa, anche per il peso degli investitori retail: chi prevede una corsa agli acquisti da parte dei piccoli risparmiatori teme che possano uscire con la stessa rapidità con cui sono entrati. Anche sul prezzo Musk ha rotto gli schemi. Invece di presentare agli investitori una forchetta da affinare con i loro riscontri, la società ha fissato, come detto, fin dall’inizio una cifra esatta, 135 dollari, rinunciando alla tradizionale fase di scoperta del prezzo.

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Dai semiconduttori all’Africa. Tutte le intese tra Roma e Seul

Non solo Indopacifico e Hormuz, ma anche capisaldi della geopolitica futura come chip, IA e spazio con nel mezzo il piano d’azione strategico 2026-2030. Ricco il paniere di temi fra Italia e Repubblica di Corea: il vertice di oggi a Villa Doria Pamphilj tra Giorgia Meloni e Lee Jae Myung ha decretato una svolta fra Roma e Seul. Il bilaterale, la cerimonia di scambio degli accordi e il forum imprenditoriale di alto livello, con la partecipazione di una qualificata delegazione di aziende coreane e italiane, racconta di un’accelerazione oggettiva impressa alle relazioni fra i due Paesi.

Si tratta del terzo incontro tra il presidente Meloni e il presidente Lee in meno di un anno (dopo quelli del 19 gennaio 2026 a Seul e del 24 settembre 2025 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York) che punta forte sulla collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa. Quattro gli accordi siglati nel settore della cooperazione allo sviluppo, nel campo delle scienze, delle tecnologie avanzate e delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nella collaborazione nel campo dell’economia sociale e solidale e nel settore delle micro, piccole e medie imprese.

La delegazione italiana è stata composta dai ministri Tajani, Bernini; dai viceministri Valentini e Bellucci. Per la Repubblica di Corea presenti il vice primo ministro e ministro della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione, Bae Kyung Hoon; il ministro dell’interno e della sicurezza, Yun Ho-Jung; il vice ministro delle PMI e delle Start-Up, Yong-Seok Roh. La visita di Stato in Italia di Lee, che l’11 giugno è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si inserisce all’interno dell’ampia missione del leader sudcoreano in Europa, che ha visto il 10 giugno Lee partecipare al Vertice Ue-Corea a Bruxelles.

Il Paese è caratterizzato da un interscambio commerciale con l’Italia da circa 11 miliardi di euro, rendendolo il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. In cima al dialogo tra i due leader ci sono stati i semiconduttori, settore nel quale la Corea è uno dei leader mondiali, senza dimenticare anche la cooperazione industriale in settori nevralgici come spazio, automotive ed energia. Nel corso del loro incontro il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica di Corea hanno deciso di elevare le relazioni tra le due Nazioni al livello di Partenariato Strategico Speciale e hanno concordato il Piano d’azione strategico per il periodo 2026-2030.

Si tratta di un impegno per rafforzare la cooperazione economica, promuovendo le opportunità di investimento tra i rispettivi settori privati. Verrà creato, per questa ragione, un comitato di coordinamento congiunto per i semiconduttori, le materie prime critiche e la produzione automobilistica, sulla base del Memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale firmato il 9 novembre 2023 tra il ministero delle Imprese e del Made in Italy della Repubblica Italiana e il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Repubblica di Corea. Inoltre verrà data un’accelerata all’attuazione dell’accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea per massimizzare le opportunità derivanti dall’accordo Ue-Repubblica di Corea sul commercio digitale e verrà consentito ai rispettivi settori privati di cogliere le opportunità comuni nei mercati terzi, inclusa l’Africa.

In questo senso saranno preziose le sinergie tra il Piano Mattei per l’Africa e le iniziative attuate dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA) per promuovere la crescita, la prosperità e la creazione di posti di lavoro in Africa. In grande evidenza anche il XIV Programma Esecutivo sulla cooperazione scientifica e tecnologica per il periodo 2026-2028, attraverso progetti congiunti in aree di ricerca prioritarie quali: scienze ambientali e transizione energetica; fisica e scienza quantistica; materiali avanzati e nanotecnologie; patrimonio culturale; intelligenza artificiale in medicina e biotecnologia. Un’alleanza che spazierà anche alla cultura, al turismo, alla sicurezza e alla difesa.

Non solo accordi, anche l’attualità della geopolitica è stata inevitabilmente attenzionata dai leader: lo scambio di vedute è stato “sui principali dossier internazionali, riaffermando il comune impegno per la stabilità e la prosperità dell’Indopacifico e l’intenzione condivisa di contribuire agli sforzi in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz”.

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BTP Italia Sì, ecco quanto rende e a chi conviene il nuovo titolo del Tesoro

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) ha fissato all’1,60% il tasso annuo minimo garantito della prima emissione del BTP Italia Sì, il nuovo titolo di Stato indicizzato all’inflazione pensato per i piccoli risparmiatori. Il collocamento prenderà il via il 15 giugno 2026 e si concluderà il 19 giugno, salvo chiusura anticipata.

Quanto rende il BTP Italia Sì e a chi conviene

Il rendimento del titolo non si limita all’1,60%. A questo tasso reale minimo garantito si aggiunge infatti l’andamento dell’inflazione italiana, misurata attraverso l’Indice FOI al netto dei tabacchi. Ciò significa che le cedole semestrali aumenteranno in presenza di una crescita dei prezzi, offrendo una protezione del potere d’acquisto dei risparmi. Anche in caso di deflazione, il tasso minimo dell’1,60% resta garantito. Con scadenza fissata al 23 giugno 2031, il BTP Italia Sì prevede inoltre un premio finale extra dello 0,6% sul capitale investito per coloro che acquisteranno il titolo durante il periodo di collocamento e lo manterranno fino alla scadenza. Si tratta di un incentivo destinato a favorire il mantenimento dell’investimento nel lungo periodo.

In termini pratici, il rendimento effettivo dipenderà dall’andamento dell’inflazione nei prossimi cinque anni. Se l’inflazione dovesse attestarsi mediamente intorno all’1%, il rendimento lordo complessivo potrebbe arrivare a circa il 2,60% annuo; con un’inflazione del 2% salirebbe intorno al 3,60%, mentre con prezzi in crescita del 3% potrebbe superare il 4,60% annuo. A questi rendimenti va poi aggiunto il beneficio del premio fedeltà riconosciuto a scadenza.

Il nuovo titolo appare particolarmente adatto agli investitori che desiderano proteggere il capitale dall’erosione dell’inflazione, mantenendo al tempo stesso un elevato livello di sicurezza. Può risultare interessante anche per chi punta a costruire una componente prudente del proprio portafoglio e prevede di mantenere l’investimento fino al 2031. Grazie alla rivalutazione legata all’andamento dei prezzi, il BTP Italia Sì può rappresentare una soluzione per chi teme una ripresa dell’inflazione nei prossimi anni e vuole preservare il valore reale dei propri risparmi.

Quando potrebbe essere meno conveniente

Il titolo potrebbe risultare meno interessante per gli investitori che ritengono che l’inflazione resterà molto contenuta nel medio periodo o per chi potrebbe avere la necessità di vendere il titolo prima della scadenza. In quest’ultimo caso si perderebbe infatti il diritto al premio fedeltà dello 0,6%, mentre il prezzo di vendita dipenderebbe dalle condizioni di mercato del momento.

Come acquistare il nuovo BTP Italia Sì

Il BTP Italia Sì, identificato dal codice ISIN IT0005713539, potrà essere acquistato presso le banche, gli uffici postali o tramite home banking abilitato al trading. L’investimento minimo è di 1.000 euro e il collocamento avverrà alla pari, ossia al prezzo di 100. Il capitale nominale sottoscritto è garantito alla scadenza, mentre il rendimento sarà determinato dalla combinazione tra il tasso minimo reale dell’1,60% e l’evoluzione dell’inflazione italiana nel periodo di vita del titolo.

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Pierburg, nuova convocazione del tavolo al Mimit. Braccini (Fiom) chiede certezze

LIVORNO – “La convocazione del nuovo incontro al ministero delle imprese e del made in Italy per il prossimo 23 giugno rappresenta un passaggio importante nella vertenza aperta a seguito della cessione della divisione Power Systems di Rheinmetall al gruppo Aequita, operazione che coinvolge migliaia di lavoratrici e lavoratori in Europa e che interessa direttamente anche lo stabilimento Pierburg di Livorno”. A dirlo è Massimo Braccini, segretario generale della Fiom Cgil Livorno

“Il confronto presso il Mimit prosegue dopo i numerosi incontri già svolti nei mesi scorsi – spiega Braccini – In quella sede era stato indicato un percorso che avrebbe dovuto garantire trasparenza e tutele preventive rispetto a una operazione di tale rilevanza industriale e occupazionale. Tuttavia, quelle garanzie non ci sono state. La vendita è stata definita senza che fossero chiariti preventivamente gli impegni sul futuro produttivo dei siti italiani, sugli investimenti previsti e sulle prospettive occupazionali delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti”.

Restano inoltre forti preoccupazioni rispetto alle differenze che emergono tra i diversi paesi interessati dall’operazione. In Germania risultano già definiti accordi e strumenti di tutela in grado di incidere sulle future scelte industriali e sulle allocazioni produttive – dice Braccini – Per gli stabilimenti italiani, invece, non emergono analoghe garanzie. Una situazione che non può lasciare indifferenti e che impone di fare piena chiarezza sul ruolo che i siti italiani avranno nella nuova configurazione societaria. Per Pierburg Livorno queste incertezze pesano ancora di più. Lo stabilimento arriva infatti a questo passaggio dopo anni di difficoltà e con il probabile terzo anno consecutivo di ricorso agli ammortizzatori sociali. È quindi evidente che questa operazione non può essere considerata neutra e che i lavoratori hanno diritto a conoscere quali siano le reali prospettive industriali del sito”.

“Il tavolo del 23 giugno dovrà rappresentare un momento di verità. Per questo riteniamo indispensabile che al confronto partecipino soggetti che dispongano di un effettivo potere decisionale e che siano nelle condizioni di assumere impegni concreti e verificabili sul futuro industriale e occupazionale degli stabilimenti coinvolti. Non servono generiche rassicurazioni, servono risposte. Investimenti, missioni produttive, carichi di lavoro, prospettive occupazionali e ruolo degli stabilimenti italiani dovranno essere affrontati nel merito, con la massima trasparenza e senza ambiguità. Fino a quando non arriveranno risposte chiare e garanzie vincolanti, permane lo stato di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori. La Fiom Cgil continuerà a sostenere in tutte le sedi la necessità di tutelare il lavoro, il patrimonio industriale e il futuro produttivo di Pierburg Livorno e degli altri siti italiani interessati dalla cessione“.

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Poltrone/ Valeria Ghezzi presidente ANEF confermata alla vice presidenza di Federturismo Confindustria

Ghezzi all’Assemblea Federturismo Confindustria: “La montagna è un modello di sviluppo per il turismo italiano del futuro”

La montagna italiana non rappresenta soltanto una delle più importanti destinazioni turistiche del Paese, ma un vero laboratorio di sviluppo sostenibile, occupazione stabile e innovazione territoriale. È questo il messaggio portato da Valeria Ghezzi, Presidente di ANEF e confermata Vice Presidente di Federturismo Confindustria, nel corso dell’Assemblea Pubblica 2026 della Federazione, che si è svolta ieri pomeriggio al MAXXI di Roma sul tema “Nuovi Turismi verso il 2030: Economia stellare per occupazione stabile, sostenibilità, sviluppo”.

L’Assemblea ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e delle principali organizzazioni del settore per riflettere sulle sfide e sulle opportunità che attendono il turismo italiano nei prossimi anni, sancendo inoltre l’elezione di Massimo Caputi alla Presidenza di Federturismo Confindustria.

Nel panel dedicato al ruolo dei territori e delle destinazioni, Valeria Ghezzi ha evidenziato come il concetto di “nuovi turismi” trovi nella montagna una delle sue espressioni più significative. «La montagna sta vivendo una fase di riscoperta e di rinnovata attrattività, ma la sua storia turistica affonda le radici in una tradizione millenaria. Oggi gli stessi luoghi e gli stessi paesaggi vengono interpretati attraverso nuove esperienze, nuovi servizi e nuove modalità di fruizione, capaci di rispondere alle esigenze del viaggiatore contemporaneo», ha sottolineato Ghezzi.

La Presidente di ANEF ha ricordato come le aree montane abbiano dovuto affrontare per decenni fenomeni di spopolamento e difficoltà legate all’accessibilità, ai servizi e alle infrastrutture, ma rappresentino oggi una straordinaria opportunità per costruire un modello di sviluppo equilibrato e duraturo. In Italia i comuni montani sono circa 2.500, occupano il 35% del territorio nazionale e ospitano oltre 7 milioni di residenti. Più della metà di essi presenta un’economia fortemente legata al turismo, con livelli di presenze turistiche superiori al doppio della media nazionale.

«La montagna può offrire una risposta concreta a tre grandi obiettivi del turismo del futuro: occupazione stabile, sostenibilità e sviluppo», ha spiegato Ghezzi. «Grazie all’allungamento delle stagioni e alla crescente diversificazione delle esperienze, è possibile generare lavoro qualificato per gran parte dell’anno. Allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente naturale non rappresenta un vincolo ma una necessità strategica, perché il paesaggio e il territorio costituiscono il nostro principale prodotto turistico». Nel suo intervento Ghezzi ha inoltre ribadito il ruolo centrale degli impianti di risalita come infrastrutture di mobilità e di accesso alle terre alte, sempre più utilizzate non soltanto dagli sciatori ma anche da escursionisti, famiglie e visitatori interessati a vivere la montagna in tutte le stagioni.

I dati confermano il valore economico e sociale del comparto: ogni milione di euro di ricavi generato dai gestori degli impianti produce oltre 5 milioni di euro di spesa turistica sul territorio, circa 8 milioni di euro di giro d’affari complessivo e oltre 68 unità di lavoro annue a livello locale. Parallelamente, il settore continua a investire in innovazione e sostenibilità, con tecnologie che consentono significativi risparmi energetici e una riduzione costante dell’impatto ambientale.

«La montagna è un sistema complesso e interconnesso», ha concluso Ghezzi. «Il successo di una destinazione dipende dalla capacità di integrare infrastrutture, ospitalità, servizi, esperienze e qualità della vita delle comunità residenti. La vera sfida dei prossimi anni sarà costruire un’offerta sempre più integrata, innovativa e accessibile, capace di generare valore economico e sociale per l’intero territorio».

La conferma di Valeria Ghezzi alla Vice Presidenza di Federturismo Confindustria rappresenta un importante riconoscimento del ruolo strategico che il turismo montano e il sistema degli impianti di risalita svolgono all’interno dell’industria turistica italiana, sempre più chiamata a contribuire alla competitività e allo sviluppo del Paese.

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Dalle ferrovie ai porti. La nuova avanza cinese in Africa si sposta sul mare

Sarà che l’aver perso il Canale di Panama brucia ancora. O più realisticamente che l’economie in via di sviluppo non hanno ancora generato i necessari anticorpi. Fatto sta che la Cina si sta ancora una volta infilando sotto le lenzuola dell’Africa. Film già visto per certi versi. Sono almeno una quindicina di anni, infatti, che Pechino permea costantemente il continente, le sue infrastrutture, le sue finanze. I risultati sono fin troppo noti, più volte raccontati da questo stesso giornale. Adesso però l’obiettivo sembra stringersi. Più che strade, ponti, gallerie, ferrovie, adesso sono i porti la nuova frontiera della penetrazione cinese in Africa. Un rapporto dell’Africa centre for strategic studies smaschera il Dragone.

“L’Africa occupa una posizione geostrategica cruciale lungo i corridoi marittimi globali che collegano Asia, Europa e Americhe. Per la Cina, l’accesso a queste rotte rappresenta una priorità sia economica che strategica. E per questo la stessa Cina ha creato nuovi corridoi marittimi che collegano i principali agglomerati portuali africani dell’Africa occidentale, settentrionale e meridionale con i principali porti cinesi di Qingdao, Tianjin e Yantai, e le adiacenti zone di libero scambio pilota. Queste rotte si aggiungono alle decine di linee dirette tra i porti africani e cinesi , a testimonianza della crescente integrazione dell’Africa nelle reti marittime incentrate su Pechino”, è la premessa del documento.

“La Cina si è progressivamente integrata nei sistemi che sono alla base delle attività marittime africane. L’integrazione negli ecosistemi marittimi africani va ben oltre la costruzione di porti, dal momento che il Dragone è oggi un importante finanziatore e gestore delle infrastrutture stradali, ferroviarie e logistiche africane collegate a questi porti, intrecciando strettamente le reti commerciali africane con quelle cinesi. Sistemi che includono software per le operazioni portuali, automazione, intelligenza artificiale e tecnologie di sicurezza informatica”. Ecco però il rovescio della medaglia.

“Questi vantaggi, tuttavia, sono accompagnati da notevoli vulnerabilità, tra cui l’eccessiva dipendenza per l’Africa da infrastrutture marittime costruite o finanziate dalla Cina e dalle relative tecnologie. Talvolta, tali accordi espongono i Paesi africani a un indebitamento insostenibile. Senza considerare che le aziende cinesi acquisiscono costantemente influenza su infrastrutture strategicamente importanti attraverso partecipazioni azionarie, contratti di locazione a lungo termine o accordi di gestione operativa”. Non è tutto. “La crescente attività militare cinese nei porti a duplice uso, che servono sia a scopi commerciali che navali, potrebbe inoltre coinvolgere i Paesi africani in rivalità geostrategiche e minare gli sforzi africani volti a diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza”.

Insomma, in buona sostanza “l’eccessiva dipendenza da infrastrutture fisiche, come quelle portuali, e digitali costruite e finanziate dalla Cina può limitare la concorrenza interna, sottrarre entrate indispensabili, sollevare preoccupazioni in materia di dati e sicurezza e potrebbe anche ridurre la flessibilità politica e il potere contrattuale, soprattutto quando i paesi non regolamentano le proprie abitudini e strategie di indebitamento”. La buona notizia è che alcuni governi africani hanno iniziato a reagire, specialmente sul versante della pesca, altra testa di ponte cinese. “Il Ghana sospende regolarmente le licenze dei pescherecci cinesi coinvolti nel trasbordo illegale e nella pesca di esemplari giovani. Il Senegal e il Gambia hanno inasprito le sanzioni e ampliato i pattugliamenti, mentre Guinea, Guinea-Bissau e Sierra Leone hanno fermato imbarcazioni attraverso operazioni congiunte con organizzazioni non governative internazionali”.

Ma lo sforzo di pochi potrebbe non bastare. “L’Africa si trova ad affrontare una tensione fondamentale derivante dal crescente coinvolgimento della Cina nei porti, nei corridoi commerciali e nelle reti marittime africane: l’ampliamento delle capacità può portare benefici economici, ma comporta anche il rischio di una riduzione dell’autonomia sulle infrastrutture critiche, nonché di una modifica delle norme di governance e regolamentari. Per mantenere la sovranità su queste infrastrutture i governi africani dovrebbero far rispettare le leggi nazionali esistenti che garantiscono il controllo sovrano sulle loro operazioni portuali e commerciali, emanarne di nuove se necessario ed evitare accordi che minino la loro autonomia politica o limitino la loro capacità di diversificare le partnership esterne”. Succederà?

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Btp Italia Sì, rendimento minimo a 1,6 per cento per i risparmiatori individuali: via al collocamento dal 15 giugno

Tasso minimo garantito all’1,60 per cento, per i Btp Italia Sì della prima emissione, da lunedì 15 giugno fino a venerdì 19 giugno alle ore 13 (salvo chiusura anticipata). Lo comunica in una nota il ministero dell’Economia e delle Finanze. Si tratta dei Buoni del tesoro poliennali per finanziare i debito pubblico dello Stato italiano. La sottoscrizione è riservata ai soli risparmiatori individuali e affini. Non c’è un tetto alle richieste: tutte le domande in regola giunte nel periodo di collocamento saranno accolte. Per il calcolare il valore delle cedole (i pagamenti corrisposti dallo Stato per ripagare l’investimento) con questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale (Indice Foi, senza tabacchi – Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi) rilevato nel periodo di riferimento.

Il Btp Italia Sì, ricorda il ministero, con godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031, prevede infatti cedole semestrali legate al tasso di inflazione nazionale oltre ad un premio finale extra dello 0,6% sul capitale sottoscritto riservato a coloro che lo acquistano nei giorni di emissione e lo detengono fino a scadenza. Al termine del collocamento il tasso minimo garantito potrà essere confermato o rivisto al rialzo, in base alle condizioni di mercato. La tassazione è agevolata al 12,5%, come previsto per i titoli di Stato (contro il 26% di altri investimenti) con l’esenzione dalle imposte di successione. Il titolo non incide sul calcolo Isee fino di 50 mila euro.

Il codice Isin del titolo necessario per identificarlo e acquistarlo durante il periodo di collocamento è IT0005713539. È possibile comprare Btp Italia Sì, oltre che in banca o all’ufficio postale, anche online mediante il proprio home-banking (con funzione di trading abilitata). L’emissione avrà luogo sul Mot (il Mercato Telematico delle Obbligazioni e Titoli di Stato di Borsa Italiana) attraverso Intesa Sanpaolo e UniCredit – dealer dell’operazione – e Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm – codealer dell’operazione. La data di regolamento di tutti gli ordini di acquisto eseguiti è unica e coincide con quella di godimento. Il Btp Italia Sì viene acquistato alla pari (100) per importi a partire dal lotto minimo di 1.000 euro durante i giorni del collocamento e potrà essere ceduto interamente o in parte prima della sua scadenza, senza vincoli e alle condizioni di mercato, sempre per lotti minimi da 1.000 euro nominali. Il capitale nominale sottoscritto è garantito a scadenza. Sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze (www.mef.gov.it) sono presenti tutti i documenti che illustrano sia le modalità di collocamento e distribuzione del titolo che le modalità di calcolo delle cedole.

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Turismo, Funaro: ‘nelle future autorizzazioni per affitti brevi l’intento è favorire i piccoli proprietari’

Turismo, Funaro: ‘nelle future autorizzazioni  per affitti brevi l’intento è favorire i piccoli proprietari’

“Alcune persone utilizzano la seconda casa anche per integrare il reddito. Io preferisco favorire loro rispetto ai grandi gruppi di investimento, perché i grandi gruppi di investimento non ne hanno bisogno”  ha dichiarato Funaro.

Dopo la vittoria al Tar contro i ricorsi sul regolamento comunale che  imponeva lo stop alle nuove aperture di BB in Area Unesco, e dopo il nuovo regolamento che ha esteso i limiti ad un’ulteriore parte del territorio comunale, la sindaca do Firenze Sara Funaro  è tornata sul tema  preannunciando che “quando finirà la moratoria” per la regolamentazione degli affitti brevi in base alla norma della Regione Toscana,  ovvero “quando andremo a dare le nuove autorizzazioni” l’obiettivo è “cercare di favorire i piccoli proprietari”.

Funaro, che è anche delegata nazionale Anci per le politiche abitative, è intervenuta oggi  all’assemblea regionale toscana di Unione nazionale inquilini ambiente e territorio (Uniat) oggi a Firenze presso la sede della Uil Toscana.

“Sappiamo benissimo – ha proseguito la sindaca – che questo è un tema delicato e che spesso alcune persone utilizzano la seconda casa anche per integrare il reddito. Io preferisco favorire loro rispetto ai grandi gruppi di investimento, perché i grandi gruppi di investimento non ne hanno bisogno: il piccolo proprietario invece deve avere l’attenzione che un’amministrazione deve dare, per cui stiamo cercando di tenere un equilibrio. C’è chi dice che sono tutte case della nonna: non è vero, perché noi siamo pieni di realtà che vengono da fuori e comprano, fanno man bassa di appartamenti per poi rimetterli sul mercato degli affitti brevi”.

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Nasce Entera S.p.A.: firmato l’atto di fusione tra CrowdFundMe, Smart4Tech e WeAreStarting

Finanza: CrowdFundMe incorpora Smart4Tech e WeAreStarting e cambia nome

Smart Capital S.p.A. (EGM-PRO: SMCAP) (“Smart Capital”), holding di partecipazioni industriali di tipo “permanent capital” specializzata in investimenti di Private Equity e di Private Investments in Public Equity e la sua controllata Smart4Tech S.p.A. (“S4T”), CrowdFundMe S.p.A., prima piattaforma italiana di crowdinvesting quotata su Euronext Growth Milan (“CFM”), e WeAreStarting S.r.l., società specializzata in equity crowdfunding e servizi alle imprese (“WAS”) rendono noto che in data odierna è stato stipulato l’atto di fusione per incorporazione di S4T e di WAS in CFM.

La fusione avrà efficacia civilistica a decorrere dall’ultima delle iscrizioni prescritte dall’articolo 2504 del codice civile. Gli effetti contabili e fiscali decorreranno dal 1° gennaio 2026.

Il predetto atto sarà depositato presso il competente Registro delle Imprese delle società partecipanti alla fusione e messo a disposizione del pubblico nei termini previsti dalla normativa vigente, presso la sede legale e nel sito internet di CFM nonché sul sito internet di Borsa Italiana sezione “Azioni/Documenti”.

Si comunica, inoltre, che i componenti del consiglio di amministrazione di CFM, nel contesto della medesima operazione di fusione, hanno rassegnato le proprie dimissioni con effetto a partire dalla data in cui l’assemblea dei soci delibererà la nomina del nuovo consiglio di amministrazione di CFM. A riguardo, il consiglio di amministrazione, riunitosi in data odierna, ha conferito al Presidente del consiglio di amministrazione di CFM ogni più ampio potere per procedere alla convocazione dell’assemblea degli azionisti, in sede ordinaria e straordinaria, per deliberare, inter alia, in merito al cambio di denominazione sociale da “CrowdFundMe S.p.A.” a “Entera S.p.A.” e al rinnovo dell’organo amministrativo.

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Bonus giovani: il 30 giugno scadono i termini

Restano ancora pochi giorni per richiedere la Carta della cultura giovani e la Carta del Merito, due bonus destinati ai neodiplomati con differenze in base a reddito e voto di maturità. In entrambi i casi il termine per ottenere i benefici scade martedì 30 giugno. Si tratta di due strumenti messi a disposizione dal Ministero della Cultura per sostenere l’arricchimento Continue Reading

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Comunicare bene per ottenere credito, gli ultimi appuntamenti di giugno in due webinar di Innexta e Camera di commercio  

Comunicare bene per ottenere credito, gli ultimi appuntamenti di giugno in due webinar di Innexta e Camera di commercio  

Comunicare bene per ottenere credito, arriva il nuovo ciclo di webinar di “Finanzia la tua impresa”, promosso da Innexta e dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e dedicato ad aspiranti imprenditori, start up ed imprese del territorio su come comunicare con banche e investitori in modo chiaro, trasparente e convincente. Ogni incontro è progettato per fornire strumenti pratici, immediatamente applicabili alla realtà imprenditoriale.
Ci si può iscrivere agli appuntamenti.
17 giugno – Come realizzare una campagna di crowdfunding, dalla strategia alla promozione fino alla gestione del feedback: tutto quello che  serve per lanciare una raccolta fondi credibile e di successo. Iscrizioni entro il 12 giugno al link.
23 giugno – Focus Elevator’s Pitch: il tuo valore in 60 secondi. Una sessione pratica con simulazioni dal vivo per imparare a presentare in modo efficace e adattarsi a ogni genere di interlocutore. Iscrizioni entro il 18 giugno al link.

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Sicolo, CIA: “Fermiamo per sei mesi le importazioni di grano duro extracomunitario”

Sicolo, CIA: “Fermiamo per sei mesi le importazioni di grano duro extracomunitario”

Centinaia di agricoltori stamattina al flash mob di CIA Agricoltori Italiani sulla crisi cerealicola

Basta controlli a campione e discrezionali: TUTTE le navi con carichi di grano duro

devono essere controllate nei porti pugliesi e italiani. Nessuna esclusa!”

È l’ora di una nuova legge che istituisca la “pasta made in Italy 100% grano duro italiano”

 

Centinaia di agricoltori hanno partecipato stamattina al flash-mob di CIA Agricoltori Italiani per denunciare la situazione di grave crisi della cerealicoltura italiana. Al Varco della Vittoria del porto di Bari, dove arrivano tonnellate di grano importato da ogni parte del mondo, gli imprenditori agricoli hanno denunciato come siano proprio le massicce importazioni il principale fattore di deprezzamento del grano italiano, con gravi speculazioni.

“Chiediamo che già dai prossimi giorni siano bloccate le importazioni fino a dicembre 2026, visto l’approssimarsi della raccolta del grano duro, perché le scorte presenti nei magazzini dell’industria molitoria sono più che sufficienti”, ha dichiarato Gennaro Sicolo, vicepresidente nazionale e presidente regionale di CIA Agricoltori Italiani. “Ulteriori importazioni prima della prossima raccolta e nei 6 mesi successivi costituiscono esclusivamente un’azione predatoria nei confronti del grano duro italiano. Occorre anche una svolta immediata nei controlli dei porti. Non sono più accettabili i controlli attuali, a campione e spesso non randomizzati e discrezionali, totalmente insufficienti per garantire la sicurezza alimentare. Chiediamo un sistema di controlli strutturato, generalizzato e permanente di tutte le navi con carico di grano duro che veda il pieno coinvolgimento coordinato e contestuale di Carabinieri dei NAS, Guardia di Finanza, Sanità marittima, Osservatorio fitopatologico regionale”, ha aggiunto Sicolo. La Cia Puglia chiede al Ministro dell’Agricoltura, al Ministro della Sanità e all’Assessore regionale all’Agricoltura della Puglia che TUTTE le navi con carichi di grano duro siano controllate nei porti pugliesi e italiani. I controlli devono riguardare le eventuali violazioni delle norme doganali e il rispetto degli standard sanitari, ambientali e merceologici (presenza di micotossine, residui di pesticidi, eventuale radioattività, effettività della destinazione per l’alimentazione umana del grano duro importato) e della reciprocità sociale. “Negli ultimi anni abbiamo avuto una crescita abnorme: nel 2023 le importazioni sono aumentate di un +40% rispetto al 2022 e +30% rispetto al 2021. Un ulteriore crescita si è avuta nel 2024, 2025 2026, soprattutto da Paesi extra UE. Questo meccanismo crea un eccesso artificiale di offerta, indebolisce il potere contrattuale degli agricoltori e favorisce dinamiche speculative. Il risultato è una filiera squilibrata dove chi produce perde e chi trasforma ottiene enormi extraprofitti”. Particolare attenzione va fatta rispetto al facile utilizzo, spesso in modo fraudolento, della pratica del perfezionamento attivo (applicazione di una tassa doganale agevolata). È necessario che il Ministero dell’Agricoltura, unitamente alle organizzazioni professionali agricole, svolga il preventivo esame delle condizioni economiche per evitare di danneggiare gli interessi dei produttori italiani. Il prezzo del grano duro è passato da oltre 50 euro al quintale del 2023 agli attuali 19/25 euro, un prezzo addirittura inferiore a quello di 40 anni fa. Se consideriamo l’andamento produttivo degli ultimi 30 anni, registriamo in Italia una riduzione netta della superficie coltivata a grano duro che si aggira intorno al 40%, a causa esclusivamente dei prezzi vili pagati ai cerealicoltori dall’industria molitoria italiana.

Le stime dell’Ismea ci dicono che gli agricoltori sono costretti a vendere in perdita. Infatti a fronte di un costo medio di 1170 euro per ettaro, l’industria riconosce appena 500/600 euro per ettaro. Costringere gli agricoltori a vendere sotto costo è illegale!  Non è più rinviabile una nuova legge che istituisca la pasta Made in Italy con 100% grano duro italiano da filiera certificata e preveda anche l’obbligo dell’indicazione dei Paesi di origine del grano duro su ogni confezione di pasta”.

 

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Chi darà il via all’indagine sulla Cina del Copasir

Ancora pochi giorni e il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica presieduto da Lorenzo Guerini, avviverà ufficialmente la sua seconda indagine sugli investimenti cinesi in Italia. Dopo quella sulle telecomunicazioni, datata 2019, come anticipato da questo giornale poche settimane fa, Palazzo San Macuto è pronto a fare nuova luce sulla penetrazione del Dragone nel sistema economico italiano. Lo spettro, però, sarà più ampio: non solo reti tlc, ma anche energia, tecnologia di ultima generazione, infrastrutture. In questi giorni i membri del Copasir hanno messo a punto il calendario, limando gli ultimi dettagli.

La data da cerchiare con il rosso, secondo quanto risulta a Formiche.net, è il 23 giugno. Per quel giorno, infatti, sono calendarizzate le prime audizioni, nell’ambito del ciclo di interventi che forniranno al Copasir la base per le sue valutazioni, che troveranno poi spazio definitivo nella relazione finale da consegnare al Parlamento da qui a qualche mese. Si partirà con una girandola di audizioni dei principali think tank. I primi a varcare i cancelli di San Macuto saranno i rappresentanti dell’Istituto per gli affari internazionali, dell’Aspen Institute e dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. Poi, nelle settimane successive, toccherà ad altri.

Al centro del confronto tra esperti e parlamentari, ci sarà sia la presenza, più o meno minacciosa, della Cina in alcuni centri nevralgici dell’economia nazionale, sia le start up, sempre più oggetto delle attenzioni di Pechino. Come, d’altronde, raccontato da questo stesso giornale, le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli verso le piccole aziende ma dall’alto potenziale tecnologico. I casi Pirelli e Ferretti, proprio di questi giorni, stanno lì a dimostrarlo. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria, condividendo poco o nulla con l’ecosistema che li accoglie, spesso, a braccia aperte. Adesso palla al Copasir.

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Il Piano Italia 5G tagliato del 30%: 412 aree rurali fuori dalla banda larga. Mentre esplode la guerra delle torri

412 aree rurali escluse dal Piano Italia 5g, con sindaci infuriati e centinaia di contenziosi legali: rispetto agli obiettivi del bando di gara, missione fallita per Inwit, la multinazionale con il compito di portare la connessione internet, veloce e senza fili, nei territori rurali d’Italia. In tutto erano 1.385 zone, tra paesini montani o di campagna, dove le aziende private arrancano perché i clienti sono pochi e i profitti troppo magri. Ma il target del bando di gara è stato rimodulato ufficialmente al ribasso, includendo nel perimetro della banda larga solo 973 aree: quelle già coperte dal segnale sono 964, scadenza dei lavori fissata al 26 giugno. Dunque viene sforbiciato il contributo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) destinato al raggruppamento temporaneo di imprese capeggiato da Inwit: da 345 milioni a 242.860.418. In cassa dell’erario restano oltre 100 milioni di euro. Ma almeno il rischio di costose penali, previste dal bando, pare escluso.

Molise e Val D’Aosta senza torri. Ma Inwit e Chigi sbandierano l’obbiettivo Ue: 500 km quadrati coperti dal segnale

La decisione è stata assunta a fine maggio, ad un mese dal traguardo, spiega il Dipartimento per la trasformazione digitale rispondendo a ilfattoquotidiano.it. Alla struttura di palazzo Chigi, guidata dal Fratello d’Italia Alessio Butti, era giunta la domanda sul numero esatto delle aree ancora da coprire, visto che il dato era sparito dal sito ufficiale del Piano Italia 5G. Senza quel numero è impossibile misurare al millimetro l’avanzamento dei lavori. Tuttavia il ritardo era già lampante, da tempo. A fine marzo scorso le zone con la connessione 5G ristagnavano al 66% del target sancito dal bando gara: ma il 60% era la milestone prevista per giugno 2025, con avanzamento all’80 entro fine 2025. Malgrado i dati, Inwit e il Dipartimento per l’innovazione hanno mostrato ottimismo, provando ad eludere gli obiettivi del bando con il traguardo dei 500 chilometri quadrati percorsi dal segnale 5g.

Quel target è ufficialmente raggiunto, ma si tratta dell’asticella concordata dal governo italiano con la Commissione europea. Per Inwit, invece, è vincolante il bando aggiudicato nel giugno 2022, guidando il Raggruppamento temporaneo di imprese con Tim e Vodafone-Fastweb. Dunque Infratel (la società pubblica che ha curato il bando, con il compito di attuarlo) ha provveduto a ‘rimpicciolire’ il Piano Italia, nel nome della “necessità di adeguare gli obiettivi contrattuali previsti con quelli stabiliti a livello europeo con conseguente riduzione del contributo”, scrive il Dipartimento. In che modo è avvenuta la rimodulazione? “Mediante la sottoscrizione di appositi atti aggiuntivi alle convenzioni in essere con i beneficiari”. Risultato: da 1385 aree si è scesi a 973. Ritoccando al ribasso l’asticella, “il soggetto attuatore ha provveduto ad attuare quanto prescritto dall’articolo 1, comma 483, della legge 30 dicembre 2024, n. 207”. Tuttavia, non è chiaro quanto il taglio delle aree coperte dal segnale (del 29,75%) incida sul numero delle utenze servite. Le torri attive sono 452 (leggiamo sul sito ufficiale) ma il target precedente ne indicava circa 900. In Molise e Valle D’Aosta non ci sono tralicci per le antenne del 5g. In Calabria 27, la metà di quelli previsti. La quota dei siti completati è al 38 per cento in Liguria, al 31 in Toscana, al 29 nel Lazio, al 28 in Abruzzo. Invitata da ilfattoquotidiano.it ad esprimere un commento, Inwit non cita gli obiettivi del bando di gara ma solo quelli concordati con Bruxelles: “Il numero di aree da coprire è stato aggiornato coerentemente con il target europeo definito dalla Commissione UE, e il RTI lo ha raggiunto con un numero di infrastrutture inferiore rispetto a quanto previsto inizialmente, coprendo la superficie target in termini di km quadrati, con maggior efficienza finale”. Bruxelles, tuttavia, non sarebbe stata interpellata sul taglio delle aree.

Ai Comuni solo le briciole del 5G: i sindaci infuriati fanno saltare il Piano con i ricorsi al Tar

Eppure, per accelerare la diffusione della banda larga l’Italia aveva steso il tappeto rosso al gigante straniero, tagliando circa 400 milioni di euro l’anno dal bilancio dei Comuni italiani. Da una media di 8mila euro, il canone annuo di locazione per le aree dove installare le torri è sceso a 800 euro: quanto un dehors con sedie e tavolini all’aperto. Giù del 90 per cento, grazie ad un emendamento Pd-FdI al decreto n. 77 del 2021, firmato dal governo Draghi. Alla Tower company è stata concessa licenza di installare i tralicci su aree in deroga ai piani locali, e perfino la possibilità dell’esproprio di suolo pubblico. Ma non è bastato a centrare l’obiettivo di partenza, perché nessuno aveva pronosticato il prevedibile: invece di obbedire, i sindaci infuriati hanno fatto ricorso al Tar aprendo centinaia di contenziosi legali. Così è naufragato il Piano Italia 5G.

La guerra delle torri: Tim e Fastweb+Vodafone vogliono i loro siti e il titolo Inwit giù in borsa

Con una coda paradossale: dopo aver preteso dai Comuni lo ‘scontone’ del 90 per cento sul canone d’affitto, Inwit ha imposto il prezzo ai suoi alleati. Per piazzare le loro antenne sui torri, Tim e Fastweb+Vodafone pagano insieme un canone da circa 20mila euro l’anno. Le due compagnie non hanno gradito, al punto da firmare, il 29 marzo, “un accordo per la costruzione e gestione di 6 mila nuove torri”. Lo scopo? “Allineare i costi alla media europea”. Insomma, meglio investire su tralicci di proprietà che pagare l’obolo della locazione: dunque i due ex alleati hanno avviato la disdetta dei contratti con Inwit. E il titolo del colosso è andato giù in borsa. Così è nata la guerre delle torri, dopo quella coi Comuni, sulle ceneri dell’originario Piano Italia 5G. Pensare che Telecom e Vodafone già possedevano torri per le antenne. Le hanno vendute ad Inwit tra il 2015 e il 2020, per tornare ora alla casella di partenza. Qualcosa deve essere andato storto.

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Guerre e crisi energetica, i treni notturni da opportunità a occasione mancata: pesano pedaggi, sussidi insufficienti e troppi aiuti al traffico aereo

La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il caro carburante ricordano quanto il trasporto europeo resti legato a filiere energetiche esposte a crisi e shock di prezzo. I treni notturni e la lunga percorrenza ferroviaria sarebbero una delle risposte già disponibili: meno dipendenza dal trasporto aereo, meno combustibili fossili, partenze dal centro delle città e arrivi al mattino. Il mercato negli ultimi anni è cresciuto, spinto dall’aumento dei costi dei voli, dall’attenzione all’impatto ambientale dei trasporti e dall’ingresso di nuovi operatori. Ma in un sistema ferroviario frammentato le contraddizioni restano.

La nuova mappa europea dei treni notturni, pubblicata a giugno da Back on Track, censisce 205 collegamenti regolari con carrozze letto e cuccette. Nel 2026 compaiono cinque nuove linee, tra cui la Parigi-Berlino rilanciata da European Sleeper dopo lo stop di ÖBB, e nuove tratte polacche verso Praga e Monaco. Ma l’elenco delle linee rimosse o ridotte è più lungo: spariscono o vengono accorciati collegamenti in Bulgaria, Romania, Croazia, Svezia e diverse tratte ÖBB Nightjet, comprese Parigi-Vienna, Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia. “La domanda c’è”, dice Juri Maier, presidente di Back on Track. Il collo di bottiglia, per l’associazione, non sono i passeggeri ma gli investimenti: senza nuove carrozze letto e cuccette, le linee restano annunci, prove stagionali o servizi troppo fragili per competere con l’aereo. Le carrozze letto sono poche, costose e difficili da sostituire. Molti convogli hanno decenni di servizio alle spalle e produrne di nuovi richiede anni. Il principale operatore europeo del settore, ÖBB, ha ridotto l’ordine di nuovi Nightjet da 33 a 24 convogli.

I tagli riguardano anche l’Italia. Nella mappa 2026 non compaiono più i Nightjet Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia, che passavano da Milano e Genova. Dal 9 settembre, invece, European Sleeper collegherà Milano Porta Garibaldi a Bruxelles tre volte alla settimana, con fermate a Como, Colonia, Aquisgrana e Liegi. I collegamenti internazionali continuano però a scontrarsi con uno dei principali ostacoli della ferrovia europea: ogni Paese ha regole, autorizzazioni e operatori diversi. Per questo la trazione dei convogli in Italia sarà affidata ad Arenaways. Da metà dicembre la linea sarà estesa anche ad Anversa, Breda ed Eindhoven. Restano poi gli Intercity Notte di Trenitalia, sostenuti dal contratto di servizio, che collegano il Nord e il Centro con Sicilia, Calabria, Puglia e Alto Adige. Sono tratte usate non solo da turisti, ma anche da lavoratori, studenti fuori sede, famiglie e persone che attraversano l’Italia per necessità.

La geografia dei treni notturni europei non è uniforme

A Est e nell’Europa centrale la lunga percorrenza notturna affonda radici più profonde. Ucraina, Romania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria mantengono diversi collegamenti nazionali e internazionali: tra Budapest e Bucarest, per esempio, il treno resta un mezzo ordinario per coprire grandi distanze. Nonostante gli attacchi russi alla rete ferroviaria, l’Ucraina conserva oggi un’estesa rete interna di lunga percorrenza, essenziale anche per la sospensione del traffico aereo civile. Prima della guerra, una linea diretta collegava Mosca a Kiev in 12 ore. Fuori dalla mappa di Back on Track, la Russia conserva una rete vastissima: dalla Transiberiana alle tratte verso Caucaso e Mar Nero, i viaggi di una o più notti restano mobilità ordinaria.

A Ovest e nel Nord Europa il quadro è più discontinuo. Germania, Austria e Repubblica Ceca restano snodi importanti della rete continentale, ma molte tratte internazionali sono state ricostruite dopo anni di tagli dovuti alla concorrenza di alta velocità ferroviaria e voli low cost. In Scandinavia resistono collegamenti notturni sulle lunghe distanze interne, soprattutto in Svezia, Norvegia e Finlandia, mentre le linee internazionali verso Germania e Danimarca dipendono spesso da stagionalità, sussidi pubblici e disponibilità di convogli. È il caso del Berlino-Amburgo-Malmö-Stoccolma: la Svezia interromperà il sostegno pubblico alla tratta alla fine di agosto e la continuità del collegamento avverrà solo grazie al subentro dell’operatore privato RDC Deutschland.

Un altro ostacolo alla riaffermazione dei treni notturni è rappresentato dai pedaggi ferroviari. Ogni compagnia paga ai gestori delle infrastrutture una tariffa per usare binari, stazioni e altre strutture della rete. Molti pedaggi sono calcolati in base ai chilometri percorsi: un treno da Madrid a Parigi, da Barcellona a Lisbona o da Bruxelles a Milano accumula costi lungo tutta la tratta e in ogni Paese attraversato. Così i collegamenti più lunghi, quelli più utili per sostituire una parte dei voli europei a corto e medio raggio, finiscono penalizzati proprio perché percorrono più chilometri. Il dibattito è particolarmente acceso in Spagna, dove il gestore Adif ha commissionato a Deloitte una revisione dei pedaggi anche in risposta alla pressione dei nuovi operatori. La proposta è distinguere tra servizi diurni e notturni, invece di applicare automaticamente una tariffa al chilometro. Nel 2009 Renfe operava una decina di linee notturne tra Trenhotel nazionali e internazionali. Oggi non ha più servizi notturni regolari. Se i treni notte verranno riconosciuti come segmento specifico, tratte come Madrid-Parigi o Barcellona-Francoforte potranno tornare realisticamente sul tavolo. Altrimenti, nell’Europa occidentale, resteranno soprattutto i collegamenti diurni. Anche il Portogallo ha perso i suoi treni notte: dal 2020 non circolano più il Lusitânia Madrid-Lisbona e il Sud Expresso Lisbona-Hendaye.

La crisi dei carburanti rende lo squilibrio più evidente. L’aereo resta esposto al costo del cherosene, ma continua a beneficiare di esenzioni fiscali che ne proteggono la competitività. I treni internazionali pagano invece tariffe per ogni tratto di rete attraversato. Il conto finisce per penalizzare il mezzo meno dipendente dai combustibili fossili e dalle oscillazioni del mercato energetico. Sul fronte dei sussidi, anche la Francia ha fatto un passo indietro: i collegamenti Parigi-Berlino e Parigi-Vienna sono stati fermati dopo la fine dei sostegni francesi. In Svizzera, il collegamento Basilea-Copenaghen-Malmö previsto per il 2026 è stato cancellato dopo il taglio dei fondi federali. A questo si aggiungono le difficoltà pratiche nella prenotazione. Due anni fa Ursula von der Leyen aveva promesso una biglietteria digitale unica. Il 13 maggio la Commissione ha presentato le proposte legislative su prenotazioni multimodali, biglietti ferroviari e tutele per i passeggeri con biglietto unico. Il punto, però, resta aperto: per chi compra oggi un viaggio internazionale con più operatori, il percorso è ancora spezzato tra piattaforme, condizioni e responsabilità diverse.

Piccoli segnali in controtendenza arrivano dalla Polonia, dove vengono attivate nuove tratte transfrontaliere, e da European Sleeper, società ferroviaria belga-olandese a proprietà diffusa, nata nel 2021 grazie a campagne di crowdfunding e a centinaia di piccoli investitori, senza il sostegno dei grandi operatori ferroviari nazionali. Sono iniziative ancora isolate, ma indicano uno spazio di mercato che le compagnie tradizionali hanno lasciato scoperto. La crisi petrolifera potrebbe spingere l’Europa ad accelerare sulle alternative meno esposte a ricatti energetici e speculazioni. I treni notturni possono sostituire una parte dei voli sulle medie distanze, ma solo se vengono trattati come un servizio regolare, accessibile e affidabile per chi viaggia per lavoro, studio o famiglia. Per ora il sistema sembra andare in direzione contraria: l’aereo resta protetto da esenzioni fiscali, il treno internazionale paga pedaggi al chilometro, i sussidi arrivano a singhiozzo. Manca la scelta politica di trattare i treni notturni come infrastrutture da sviluppare, anziché prodotti di nicchia lasciati alle logiche di mercato.

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L’ipoteca virtuale di BlackStone sulle case italiane

L’intero Pianeta Terra è stato, almeno virtualmente, colonizzato dai fondi occidentali. I pochi ricchissimi gestori dei fondi finanziari hanno in qualche modo opzionato o anche acquistato l’intero patrimonio occidentale, spesso all’insaputa dell’uomo di strada che ancora si reputa proprietario della casa, di un terreno e del suo modesto e sudato risparmio bancario: nelle piccole dimensioni locali potrebbe sembrare tutto a favore della gente comune, ma basta scorgere gli impegni finanziari dei singoli governi nazionali e ci si accorge che anche le mutande sono state impegnate con i grandi fondi finanziari (come BlackRock, BlackStone per i mattone e Vanguard per imprese di vario tipo). Il cittadino occidentale può ritrovarsi dalla mattina alla sera per strada e senza mutande, ma non vuole crederci. I fondi finanziari occidentali fanno parte (anzi ispirano) anche le guerre contro Russia e Iran, e perché quella parte del mondo è ancora pochissimo penetrabile dai poteri finanziari delle borse di Londra, Amsterdam e New York.
Il problema è che, per colpa dei governi i cittadini non sono più padroni delle città, tutte indebitate o impegnate con i fondi finanziari. L’esempio dell’Italia è da manuale. La grande speculazione finanziaria è interessata ad acquisire totalmente le città d’arte italiane. L’operazione è decollata negli ultimi vent’anni a Venezia, ora promette d’estedersi a Firenze e Roma, ma non c’è cittadina storica italiana che possa dirsi immune. Attualmente Venezia conta meno di trentamila residenti, ed i suoi palazzi storici e alberghi sono tutti in mano ai fondi. Il sindaco di Venezia è di fatto l’amministratore di un condominio alla Disneyland, a cui i fondi chiedono d’alzare il prezzo del biglietto d’accesso alla città per garantire le manutenziomi. Ecco che una simile situazione dovrebbe decollare a Roma con la seconda giunta Gualtieri del 2027, che promette tornelli d’accesso pedonale al centro storico e biglietti acquistabili solo online su piattaforme controllate dai fondi finanziari. Ma la penetrazione è visibile già da qualche anno: per esempio nel 2023 pochissimi italiani s’informavano su chi stesse investendo su Airbnb in borsa. Da indagini patrimoniali emergeva che, era soprattutto gente squattrinata che in Italia eredita casa da nonni o genitori: cittadini che per sbarcare il lunario affidano l’immobile come “casa vacanze” ad Airbnb. Dettaglio non secondario: La Stampa di Torino del 5 settembre 2023 riportava nelle pagine economiche (Teleborsa) che Blackstone ed Airbnb erano entrati “a far parte dell’indice S&P 500”. Nell’autunno 2023 l’indice di borsa S&P Dow Jones Indices aveva ufficialmente comunicato che Blackstone ed Airbnb dovevano sostituire Lincoln National e Newell Brands nell’indice S&P 500, mentre Lincoln National e Newell Brands a loro volta avrebbero sostituito UniQure e Universal Insurance Holding nell’indice S&P SmalCap 600.
Ma cosa c’era dietro questa manovra? Soprattutto come hanno fatto tre ragazzi a mettere su la holding delle “case vacanza”? E qui viene il bello. Perché BlackRock e BlackStone hanno premiato l’idea, entrando in Airbnb e cambiando la vita dei tre fondatori della società che oggi detiene il monopolio del mercato immobiliare mondiale degli affitti brevi. Così, col metodo della rana bollita, i fondi sono entrati nelle vite patrimoniali degli italiani normali, quelli che pensavano di farsi una rendita dalla casa della nonna.
Quindi i tre fondatori di Airbnb (Brian Chesky, Joe Gebbiae e Nathan Blecharczyk) possono considerare scudati tutti i contratti che hanno siglato nel mondo egemonizzato dalla finanza occidentale: ma sono anche ben consci che nei paesi Brics difficilmente un tribunale darebbe loro ragione. Questo perché Nathan Blecharczyk (la mente economica del gruppo), il più influente dei soci, è protetto da Warren Buffet e Bill Gates: i due super ricchi lo hanno fatto accedere all’esclusivo circolo che sostiene la campagna filantropica The Giving Pledge, club dove s’incontrano “i miliardari che salveranno il pianeta”.

Italiano non dormire

Oggi sono tantissimi gli ignari italiani che si pagano da vivere affidando una vecchia casetta ad Airbnb. In Italia il 76 per cento dei piccoli proprietari, che affittavano casa per affitti brevi, vacanze e uso studenti, hanno firmato un contratto con Airbnb. Per il momento lasciamo correre che sono state sottratte case al mercato immobiliare italiano (alle imprese immobiliari italiane), che questo ha tolto dal mercato degli affitti il 76 per cento degli immobili; in certi casi interi palazzi milanesi, romani e veneziani sono oggi sotto contratto con Airbnb. Essere sotto contratto con Airbnb significa inevitabilmente aver sottoscritto un impegno con chi legalmente oggi detiene le azioni della multinazionale della “case vacanza”. Per il momento non entriamo nel particolare che Airbnb è una società di capitali registrata nel Delaware, stato Usa privo d’imposte sulle vendite e che permette alle società di pagare le tasse più basse di tutto l’Occidente: è un vero e proprio paradiso fiscale. Ma in Italia Airbnb ha già sotto contratto quasi 700 mila proprietari d’immobili, e si promette di raggiungere il milione entro fine 2026: anche grazie alla povertà diffusa che induce gli italiani a mettere sul mercato il sudato mattone. È una vera e propria manovra a tenaglia, se da un lato della morsa il mercato degli affitti viene aggredito da Airbnb, dall’altro BlackStone si aggiudica sempre più acquisizioni di “nude proprietà”. E se è sconsigliabile finire in tribunale con BlackStone, altrettanto dicasi per una rescissione contrattuale con Airbnb. Perché gli azionisti di Airbnb sono gli stessi compari di merenda di BlackStone e BlacRock: ovvero Gruppo Vanguard Inc (il più grande fornitore mondiale di fondi comuni di investimento), Fidelity Management & Research Company (ha in gestione un patrimonio di circa 2021 trilioni di dollari), Capital Research Global Investors (2.6 trilioni di dollari di asset, nasce nel 1931 per togliere terre e case ai cittadini colpiti dalla depressione del 1929), Blackrock Inc. (vale 14 trilioni di dollari) e Polen Capital Management è il socio più piccino con soli 1.44 miliardi di dollari. Vi immaginate cosa potrebbe capitare ad un pensionato italiano che finisse in causa con Airbnb per una qualsivoglia, anche capziosa, inadempienza contrattuale?
È anche immaginabile possa perdere casa, o poi vedersi comminare accessorie spese processuali e rifusione di danni che potrebbero superare lo stesso valore di stima peritale dell’immobile.
A questo va aggiunto che nessun partito politico occidentale oggi tenterebbe di fermare BlackRock e BlackStone, che di fatto sono i santi protettori di Airbnb.

UE nemica del piccolo proprietario

Le politiche, soprattutto europee, vanno nella direzione della completa privatizzazione dei servizi abbinata all’eliminazione di ogni limite alla grande impresa che si sostituisce allo Stato: quindi eradicazione di ogni costo sociale, ma anche di ogni bene nella piena disponibilità (proprietà) dell’uomo di strada.
In quest’ottica la piccola proprietà privata, sia essa casa o laboratorio, fondo agricolo, capannone, ufficio, vengono percepiti come limite al “grande privatizzatore”; quindi un “costo sociale” perché impegnano lo Stato nel rapporto fiscale con una moltitudine di soggetti.
L’efficienza fiscale che sta perseguendo l’Europa è oggi la stessa che caratterizzava gli Usa dagli anni della “grande depressione”: ovvero concentrare i beni immobili e le terre nelle mani di pochi soggetti fiscali, in modo che lo Stato possa tagliare i costi della macchina fiscale al punto di privatizzarla completamente, affidandola al sostituto fiscale principe, ovvero la grande banca.
Quest’ultima va così a calcolare le tasse su reddito ed immobili per pochissimi ricchi, e ne versa parte competente allo Stato dopo aver stornato i propri costi di gestione del “conto fiscale”. In questa visione il pulviscolo immobiliare italiano viene visto alla stessa stregua dei vari costi sociali previdenziali e sanitari, che l’Ue ci chiede di privatizzare ed affidare ai grandi gruppi assicurativi privati (soci di BlackRock, Black Stone e Vanguard) controllati dalle banche private che pattuiscono le tasse dei pochi con lo Stato. Ecco perché il grande evasore (multinazionali e dintorni) riesce “saldo e stralcio” a condonare tombalmente e con pochi spiccioli ogni manchevolezza.
E se BlackRock, BlackStone e Vanguard erano agli ultimi Wef di Davos, anche Airbnb è stato presente all’appuntamento dove vertici di multinazionali, grandi proprietari terrieri del pianeta, amministratori di grande distribuzione, banchieri e colossi energetici hanno chiesto regole certe e severe contro il pulviscolo d’imprese e lavori che animano l’Europa (soprattutto l’Italia).

Lotta al piccolo risparmio

Lo scrivente non si stancherà mai di ripetervi che, il risparmio individuale e la proprietà privata si confermano i due ostacoli che grandi fondi e Ue intendono abbattere. Ricordate le parole del ministro francese delle finanze Bruno Le Maire? “La ricchezza individuale europea non giova all’Europa – ripeteva La Maier a Bruxelles ed a Davos – necessiterebbe fermare la disponibilità individuale per accrescere la capacità di spesa dell’Unione europea”.
Va anche detto che, le multinazionali ottengono tramite Airbnb la costruzione della rete personale dei dati catastali e patrimoniali che riguardano milioni di cittadini proprietari d’immobili. Il contratto espone il bene registrato, e permette alle multinazionali di evitare lo spionaggio: ovvero di accedere direttamente e legalmente a dati bancari e catastali senza più ricorrere all’impiegato infedele.
In tanti ora si chiederanno se possa capitare la vendita di un bene a nostra insaputa. Certo l’autorevolezza bancaria e finanziaria di BlackStone e di Airbnb peserebbe non poco in una eventuale causa. Sappiamo che un battito d’ali di farfalla in Asia sarebbe capace di trasformarsi in uno tsunami in Italia come in Argentina, a Cipro, in Grecia e in Portogallo. Tra i cittadini oggi regna più di ieri l’incertezza, la sensazione di non tutela dei patrimoni mobiliari e immobiliari. È noto nel Delaware esistano società che costruiscono leve finanziarie, strumenti che permettono di compiere investimenti per un importo superiore al capitale effettivamente posseduto: ovviamente beneficiando di rendimenti mensili o annuali che negli anni si potrebbero rivelare di valore maggiore rispetto al bene impegnato.
Nel mondo bancario appellano il fenomeno col vocabolo anglosassone leverage: la leva finanziaria consente quindi di contrarre debiti allo scopo di aumentare i profitti, e può essere utilizzata sulla maggior parte dei mercati noti come forex, azioni, indici, bond e una miriade di derivati atipici.
Esempio cardine di operazione che utilizza la leva finanziaria è il leveraged buyout: procedura che permette di acquisire una società tramite l’indebitamento della stessa; indebitamento che potrebbe essere creato anche all’insaputa, sarebbe meglio dire che in molti firmano consensi e impegnative senza comprendere d’aver messo in gioco la casa.
Nel caso di Paesi come l’Italia (anche Argentina, Spagna, Cipro) è possibile che i cittadini, possano ritrovarsi indebitati a loro insaputa, con situazioni costruite in sedi finanziarie extraeuropee: importanti debiti in testa a persone sia fisiche che giuridiche. Utilizzando sapientemente i dati catastali e bancari dell’inerme cittadino si sosterrà, e si documenterà, che il piccolo proprietario ha messo a leva finanziaria i propri beni, perché la persona fisica ha prima affidato il proprio immobile alla multinazionale e poi creduto in un aumento di guadagni tramite investimenti su piazze estere.
Dai dati informatici emergerà in tribunale che il soggetto ha prima firmato un contratto che affidata il proprio bene alla multinazionale, poi espresso “consenso informato” (digitale) sul rischio di perdite importanti. In questo gioco alle spalle del cittadino potrebbe incrementarsi la spoliazione della classe media e medio-bassa da parte di gruppi multinazionali d’investimento.

Solo la Danimarca ha messo un freno

Oggi la Danimarca sta mettendo un freno all’acquisizione di immobili da parte di BlackStone, invece la Spagna sta cercando di arginare Airbnb in tutte le grandi città. Il timore è che, nella gran confusione, prima piovano turisti come orde lanzichenecche, poi finita la pacchia i proprietari di piccoli immobili a uso vacanza vengano chiamati in tribunale dalle multinazionali immobiliari per via di cavilli contrattuali.
Cause difficili e costose, che spesso vedono soccombente il cittadino, con il risultato che le città d’arte si trasformano sempre più in alberghi diffusi di proprietà dei colossi immobiliari. Così i cittadini sotto un certo livello di ricchezza, specie se sprovveduti ed incauti nel dare consensi e firmare contratti, potrebbero ritrovarsi scacciati verso le campagne, a fare i servi della gleba.
Paradossalmente, con la stretta alla milanese (le politiche di svuotamento di Milano centro), ogni cittadino che perdesse causa e casa in città potrebbe finire al bando, fuori dalle mura.

BlackStone ha promesso abolizione piccola proprietà

Da circa trentatre anni il mattone dei popoli occidentali è sempre più attenzionato dal salotto alto della speculazione immobiliare e finanziaria. Il fenomeno per noi italiani ha iniziato a prendere forma nel 1992, quando sotto il governo Giuliano Amato veniva introdotta l’Ici come “una tantum”, poi assurta a tassa annuale prima come Isi e poi come Imu.
Il fenomeno è romanzabile così: durante un vertice di BlackRock, svoltosi alla vigilia della speculazione allo scoperto fatta George Soros sulla sterlina britannica, veniva evidenziato da Roger Altan (banchiere d’investimento già vertice di Lehman Brothers) che “è finito il tempo storico della colonizzazione nel Terzo e Quarto mondo… ma necessita porsi come gestori della ricchezza accumulata dai popoli occidentali del Primo mondo sotto forma di immobilizzazioni, palazzi, case, terreni da coltivare, edilizia residenziale privata e pubblica…”. Veniva così avviata la politica di esproprio privato del mattone costruito dai cittadini occidentali. Esproprio che nel tempo avrebbe dovuto riguardare le case acquistate dai cittadini come quelle costruite dagli enti pubblici per adempiere all’edilizia popolare. Obiettivo? Trasformare tutti i cittadini in affittuari di BlackStone, la multinazionale equivalente immobiliare della finanziaria BlackRock. Così se BlackRock nel giro d’una trentina d’anni è assurta ad unico arbitro finanziario di stati e banche, altrettanto BlackStone sta facendo proprio gran parte del mattone occidentale.
Al punto che nel giro d’una ventina d’anni la multinazionale del mattone potrebbe imporre ai governi il prezzo d’affitto di ogni immobile, nonché inibire alle persone fisiche l’acquisto d’una casa o d’un laboratorio, e perché tutto verrebbe concesso solo alle società (personalità giuridiche) che agiscono per conto di BlackStone. Se BlackRock assurge a monopolista finanziario, invece BlackStone si va affermando come monopolista occidentale del mattone. Ovviamente questo incide non poco sui rapporti tra banche e normali cittadini: così gli istituti di credito fanno pubblicità a mutui e prestiti che non erogheranno mai, ma lo fanno per fingere ci sia possibilità per il cittadino di comprare casa usufruendo di un mutuo, di una banca amica.
Di fatto BlackRock e BlackStone lavorano a tenaglia e, da buoni consulenti della Commissione Europea, hanno fatto capire al sistema bancario europeo che necessita azionare una forte stretta creditizia, non erogando più mutui e prestiti per azionare il blocco del mercato immobiliare, delle compravendite tra comuni cittadini.
Infatti, oggi le banche sono piene di soldi, e non hanno mai avuto un eccesso di danaro come in questo momento: ma dai poteri bancari europei è partito l’invito a non dare più soldi ai cittadini, e con la scusa che l’Europa è in guerra ed ogni riserva deve essere concentrata su eventuali sforzi bellici, sull’industria degli armamenti, su tecnologia, cibernetica e agenzie d’intelligence.
Ovviamente le banche chiudono i cordoni della borsa, mentre BlackStone acquista patrimoni immobiliari in tutta Europa sia da enti pubblici che da privati. Di fatto sta realizzando nel Vecchio Continente ciò che i colossi immobiliari hanno perseguito negli Usa fin da dopo il crollo della borsa del 1929: dopo la grande depressione quasi tutte le case dei comuni cittadini di New York, Los Angeles, Washington, Chicago, San Francisco e di tutte le grandi città americane finivano in pancia alle immobiliari; milioni di persone passavano dall’essere proprietari al pagare un affitto. Blackstone Group ha oggi fatto piazza pulita negli Usa delle tante immobiliari nate dopo la grande depressione, acquisendone tutto il mattone e ponendosi come monopolista difficilmente scalfibile dalla politica: perché al pari di BlacRock supporta sia il Partito Democratico che una grossa fetta di Repubblicani, quelli delle città.
Nella fascia interna la musica è diversa, perché lì i Repubblicani vengono votati dagli agricoltori, dai proprietari di casa della provincia, da artigiani e piccoli industriali che fronteggiano BlackStone anche nei tribunali. Gli echi delle battaglie legali di BlackStone sono arrivati nel 2020 anche in Italia, quando i giornali hanno pubblicato la storia della causa e della richiesta di risarcimenti che BlackStone ha fatto al gruppo Rcs: MilanoFinanza ci ha raccontato dell’accordo sulla mancata vendita dell’immobile milanese di via Solferino che ospita, oltre alla sede del Corriere, sia la Cdp che la Allianz Real Estate.
È la storia di una mancata vendita che, secondo gli avvocati di BlackStone, sarebbe stata da ricondursi alle “interferenze” esercitate da Rcs che, sempre secondo MilanoFinanza, avrebbe impugnato la cessione del palazzo fatta nel 2013 da Rcs Mediagroup al noto fondo Usa: per il “mancato deal” (nel linguaggio legale d’affari è il non aver ottemperato o accondisceso ad un accordo) il grande fondo d’investimento Usa aveva chiesto 600 milioni di danni davanti al tribunale di New York.
Ma di queste cause fatte da BlackStone ai cittadini Usa ne sono pieni i tribunali di tutta l’America: soprattutto il fondo riesce ad avere sempre sentenze a proprio favore, facendo proprio sempre nuovo mattone. Insomma, nessun cittadino o imprenditore, per quanto ben dotato economicamente, riesce a spuntarla con BlackStone che, ultimamente, ed alla luce di norme europee, potrebbe anche intentare cause ad enti e stati dell’Ue per mettere le mani su grandi compendi immobiliari sia pubblici che privati.

BlackStone vuole la tua casa

Blackstone è di fatto la società d’investimenti immobiliari più grande del mondo, gestisce un patrimonio di oltre 1.000 miliardi di dollari nei soli Usa, e non è ancora quantificabile la sua patrimonializzazione europea, perché cresce ogni giorno di più. BlackStone apre i battenti nel 1985, la sua sede centrale è tra Manhattan e New York City, e poi ha altre otto sedi negli Stati Uniti e tredici uffici nel mondo distribuiti a Londra, Lussemburgo, Parigi, Düsseldorf, Sydney, Tokyo, Hong Kong, Singapore, Pechino, Shanghai, Milano, Mumbai e Abu Dhabi.
Secondo alcuni addetti ai lavori i grandi fondi avrebbero bloccato la circolazione della ricchezza in Europa, per indurre i cittadini a vendersi casa: un blocco della ricchezza che la politica teme di avversare, soprattutto un blocco che lavora a tenaglia, garantendo mancanza di lavoro e costante impennata del costo della vita, il tutto condito da tasse elevatissime. Il brodo di coltura ideale in cui sguazza BlackStone.
Gli effetti li vediamo molto bene anche in Italia, dove la vendita delle “nude proprietà” è passata dal 10 per cento al 30 nel giro di quattro anni, con punte del 50 per cento in capoluoghi come Roma, Milano, Venezia e Bologna. A favorire il travaso del mattone dai cittadini agli investitori provvede il lavoro di importanti gruppi immobiliari italiani come Casavo, Preatoni e la succursale italiana di Christie’s specializzati nell’acquisizione di “nude proprietà”.
La nuda proprietà pare una soluzione magica, alchemica, come trasformare il mattone in oro: da un lato, consente al venditore (che diventa usufruttuario) di continuare a stare nel proprio immobile finché è in vita e, dall’altro, all’acquirente (che diventa proprietario) di comprare con sconti ‘che possono arrivare anche al 50 per cento, nel caso di un venditore con età compresa trai 64 e i 66 anni. Dove altri popoli vanno ad abitare in macchina, la nuda proprietà è la trovata all’italiana di non raccontarsi la verità.
Emerge che in Italia, ma anche in tutto il Vecchio Continente, la casa non è più un bene da tramandare, ma un asset di cui liberarsi per tagliare le spese, per diminuire il valore dell’Isee, disporre di risorse per servizi e per godersi la vita.

Il caso Roma

“Abbiamo visto alcuni signori ‒ ci rivela un condomino di Roma Nord ‒ che si presentano nel condominio come agenti immobiliari, sono a caccia di nude proprietà in vendita. È un continuo andirivieni di gente. Da qualche tempo anche giovani praticanti di studi legali bussano per sapere se ci sono contenziosi legali nel condominio: promettono che il loro studio curerebbe la chiusura di ogni causa pendente, soprattutto se i proprietari sono interessati alla vendita della nuda proprietà”.
Sorge il dubbio che poi le immobiliari italiane versino in BlackStone tutto il mattone rastrellato a Roma come a Milano e in altre città.
Un leverage buyout a tutto vantaggio dei soci Usa di BlackStone: Hilton Worldwide, Thomson Reuters, Equity Office Properties, Versace, SeaWorld Parks & Entertainment, Apria Healthcare, Republic Services, AlliedBarton, United Biscuits, Freescale Semiconductor, Vivint, Inc. e Travelport.
Ricordiamo che in UE solo la Danimarca ha approntato una legge che frena le acquisizioni di mattone da parte di BlackStone: lo ha fatto investendo nell’edilizia residenziale pubblica e permettendo a giovani e lavoratori di poter ottenere mutui per la prima casa, o di poter pagare affitti calmierati dallo Stato.

Esempio da manuale

Cosa potrebbe accadere se in un condominio più dell’80 per cento dei proprietari dovesse cedere la nuda proprietà ad una multinazionale: su chi non cedesse potrebbe scattare la clausola dell’esproprio per pubblica utilità?
Infatti, il fondo potrebbe paventare alle pubbliche amministrazioni e poi nei tribunali che, il perfezionamento dell’acquisizione permetterebbe messa in sicurezza dell’intero palazzo e successiva remissione nel mercato dell’affitto per sopperire al deficit d’edilizia residenziale e popolare. In questo caso avverrebbe anche in Europa ciò che è realtà nelle grandi città Usa, ovvero esproprio dell’immobile a chi non voleva vendere e sgombero di chi ha ceduto la “nuda proprietà” per messa in sicurezza dell’intero palazzo.
Il mattone italiano è chiaramente nel mirino di BlackStone, ma è assordante il silenzio parlamentare sull’argomento.

L'articolo L’ipoteca virtuale di BlackStone sulle case italiane proviene da Visione TV.

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La Bce torna a stringere sui tassi. E la Germania si riscopre falco

Bisogna essere onesti, la decisione era ampiamente attesa. D’altronde, con un’inflazione prossima al 3% nella zona euro, per la Banca centrale era difficile fare altrimenti. Certo, ci fosse la certezza di una salva di cannone, i correntisti starebbero più tranquilli. Ma la certezza, oggi, gioco di parole obbligato, è l’incertezza. La Bce ha dunque rotto gli indugi operando un primo rialzo dei tassi, in risposta ai rincari dell’energia e alla generale accelerazione dell’inflazione nell’eurozona innescate dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Si tratta del primo aumento dal settembre del 2023, quando Christine Lagarde operò l’ultimo rialzo in occasione della precedente fiammata inflazionistica (all’epoca i tassi di riferimento erano stati aumentati al 4%).

E dunque, in linea con le aspettative, il Consiglio direttivo alzato di 0,25 punti percentuali i livelli guida e il principale riferimento, che resta il tasso sui depositi, sale così al 2,25%. Per Francoforte non ci sono dubbi, al mercato serviva un segnale circa un intervento chirurgico per disinnescare una nuova, eventuale, bomba inflazionistica in stile 2022. ” Il conflitto in Medio Oriente sta generando pressioni inflazionistiche e la decisione di aumentare i tassi è solida rispetto a una serie di scenari che delineano come lo shock potrebbe evolvere e incidere sulle prospettive di medio termine per l’area dell’euro”, ha sintetizzato la Bce nel comunicato diffuso a valle del board. La decisione di oggi sui tassi di interesse della Bce era scontata e “se non avessimo preso questa linea, una decisione molto ovvia, alla fine del periodo previsionale ci saremmo ritrovati con l’inflazione al di sopra dei nostri livelli obiettivo”, ha poi ulteriormente chiarito Lagarde nella conferenza stampa che ha seguito la riunione del Consiglio direttivo.

Una decisione che però non è piaciuta alla maggioranza che sostiene il governo italiano. Tra tutte, si è levata la voce di Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia. “La Bce continua a rispondere all’inflazione con un riflesso quasi pavloviano: sente pronunciare la parola inflazione e la risposta è sempre la stessa, aumentare il costo del denaro. Un aumento dei tassi d’interesse della Bce non solo incide sui nuovi prestiti, ma anche sui costi di servizio del debito dei prestiti esistenti, danneggiando l’economia reale. Che è molto più complessa. In una fase di forte incertezza internazionale, questa rigidità rischia di trasformarsi in un freno alla crescita, agli investimenti e all’occupazione”.

Da Francoforte, discorso tassi a parte, sono arrivate anche le prime, vere, considerazioni sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale per il sistema bancario. “Forse stiamo vedendo la punta dell’iceberg e forse si possono prevedere rischi più rilevanti. Forse andrebbero discusse ad alto livello governance e quadri normativi”, ha messo in chiaro Lagarde, invocando una serie e reale regolamentazione per l’IA. “Che sia da parte di Anthropic o Open AI, o di altri grandi sviluppatori e investitori in intelligenza artificiale, o che sia in altri Paesi stiamo assistendo a sviluppi nuovi, più rilevanti e più intrusivi. Questo è un fatto Sappiamo anche che questi sviluppi sono qui per restare e che continueremo a vederne altri nei prossimi mesi”.

Tutto questo mentre la Germania, e qui si cambia fronte, spegne ancora una volta le speranze di chi vorrebbe una nuova stagione di debito europeo (a cominciare dal governatore di Bankitalia, Fabio Panetta), dopo l’esperienza del Recovery Plan. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è detto ancora una volta contrario a un nuovo indebitamento dell’Unione europea e ha chiesto riforme più rapide, in Germania e a Bruxelles, per rafforzare la competitività, ridurre la burocrazia e rispondere a invecchiamento della popolazione, minacce militari e concorrenza economica globale. In un intervento al Bundestag in vista del prossimo Consiglio europeo, Merz ha avvertito che un debito eccessivo “minaccia la sovranità e limita la libertà d’azione”. Alcuni Paesi europei, ha osservato, a causa del loro enorme debito spendono ormai più per il pagamento degli interessi che per la difesa. “Non dobbiamo permettere che il bilancio europeo arrivi a una situazione simile”, ha detto. Il cancelliere ha chiesto una profonda revisione del bilancio dell’Ue a partire dal 2028, sostenendo che la spesa dovrà riflettere la priorità della competitività. Merz ha criticato i piani per aumentare il bilancio europeo e ha invitato Bruxelles alla moderazione sia sulla spesa sia sul personale. Tradotto, niente da fare, i tedeschi sono sempre gli stessi.

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Petrolio e potere: perché resistere a Trump significa abbandonare l’imperialismo fossile

di Kenny Bruno e Stephanie Brancaforte

Nel nostro tempo si sta affermando una cultura del potere, in cui la disponibilità di risorse e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri decisionali. [In questo modo, il bene comune dell’umanità viene relegato in secondo piano e la tragedia concreta dei popoli in guerra viene ridotta a una considerazione secondaria rispetto agli interessi strategici].
— Papa Leone, Magnifica Humanitas

Nel nostro tempo, il legame tra i combustibili fossili e la cultura del potere – leggi: autoritarismo – è diventato esplicito.

Dall’insediamento presidenziale del gennaio 2025, l’obiettivo del governo statunitense è stato il puro dominio. Il presidente Trump controlla il governo federale come nessun altro prima di lui, applicando la teoria dell’“esecutivo unitario” (unitary executive), che di fatto azzera la capacità dei dipartimenti federali di agire in modo indipendente. Domina i media come nessun altro. Domina le conversazioni di tutti i giorni. Domina il suo partito e il Congresso: la risicata maggioranza repubblicana si schiera sistematicamente con le sue priorità, terrorizzata dall’idea di subire sfide alle primarie o di essere punita da lui e dall’elettorato di riferimento.

La Corte Suprema, nella causa emblematicamente denominata Trump contro Stati Uniti, ha persino stabilito che il presidente gode dell’immunità penale. Per la legge, un uomo solo è al di sopra della legge. Il che significa che, invece dello Stato di diritto, gli Stati Uniti hanno ora il governo di un solo uomo.

L’imperialismo fossile in politica estera

Il tema del dominio permea anche la geopolitica. Il presidente lancia slogan come “prendere il controllo”, “prendersi il loro petrolio”, “lo otterremo in un modo o nell’altro”. Venezuela e Iran ne sono gli esempi lampanti (l’annessione della Groenlandia, a quanto pare, è solo temporaneamente in stand-by).

Questa agenda non è mai stata così esplicita come nel settore del petrolio e del gas. L’espressione “dominio energetico” (energy dominance) è quasi un tic nervoso per i funzionari federali. Esiste persino un vero e proprio Consiglio per il Dominio Energetico Nazionale (istituito formalmente su whitehouse.gov). Per questa amministrazione, “energia” significa esclusivamente petrolio e gas. Infatti, l’irrazionale amore per le trivellazioni selvagge è accompagnato da una speculare, viscerale antipatia verso le rinnovabili, in particolare l’eolico. Il governo ha cancellato progetti eolici già avviati e ha pagato alla Total 1 miliardo di dollari pur di farle abbandonare le concessioni eoliche.

Dominio energetico significa una cosa sola: esercitare il potere geopolitico attraverso l’esportazione di idrocarburi.

La sottomissione dell’Europa: l’effetto Chamberlain

Il dominio di un paese, per logica, implica l’asservimento di un altro. Un concetto che è stato reso evidente nel luglio 2025 quando la presidente dell’Unione Europea, Ursula van der Leyen, nella sua migliore imitazione di Neville Chamberlain – o, per l’appunto, calandosi nei panni di un arrendevole Vittorio Emanuele III, pronto a firmare la resa – si è recata nel campo da golf di Trump in Scozia. Lì, ha siglato un accordo commerciale che impegna l’Europa a importare l’assurda cifra di 750 miliardi di dollari in petrolio e gas dagli Stati Uniti. In caso di promessa infranta, la minaccia è lo scatto di dazi punitivi.

In altre parole, gli Stati Uniti stanno usando minacce economiche e militari per cacciare a forza petrolio e gas in gola all’Europa. Attraverso una triplice strategia:

– Regolamenti indeboliti: l’UE ha ricevuto l’ordine di allentare le proprie normative sul metano per rendere ammissibile il gas proveniente dal bacino Permiano in Texas.
– Attacchi alla NATO: l’alleanza atlantica è stata ripetutamente denigrata dal presidente e dal vicepresidente statunitensi.
– Infrastrutture imposte: l’ambasciatrice in Grecia, Kimberly Guilfoyle, ha chiarito che lo sviluppo delle infrastrutture di GNL (gas naturale liquefatto) è la sua priorità assoluta, mentre 12 paesi dell’Europa centrale e orientale hanno firmato contratti per importare GNL americano nel bel mezzo del più grande shock energetico della storia recente.

Se gli Stati Uniti devono dominare, l’Europa deve essere sottomessa. Il rapimento di Nicolás Maduro è un altro chiaro esempio di imperialismo fossile; gli Stati Uniti non si sono presi la briga di occupare militarmente il Venezuela, ma ne controllano l’unico settore strategico. E la nuova presidente venezuelana sa perfettamente di dover seguire le istruzioni, per evitare di fare la stessa fine. Il Venezuela, non a caso, ha immediatamente smesso di inviare petrolio a Cuba, che ora ha l’elettricità solo per poche ore al giorno.

La guerra in Iran: altro che fallimento!

Anche la guerra in Iran, che molti osservatori considerano un fallimento strategico, è in realtà un enorme successo per l’industria petrolifera, e in particolare per un gruppo ristretto di trader di GNL che stanno accumulando extraprofitti osceni. Il presidente degli Stati Uniti non la considera affatto un fallimento. Ha arricchito i suoi amici e ha fatto felice il suo alleato Netanyahu. Dopotutto lo dice sempre: “Quando i prezzi del petrolio salgono, noi facciamo un sacco di soldi”. Dove il “noi”, ovviamente, si riferisce alle multinazionali, non ai cittadini.

Donald Trump aveva chiesto esplicitamente ai colossi del petrolio 1 miliardo di dollari per la sua campagna elettorale, promettendo in cambio totale carta bianca. Ne hanno versati meno della metà (come riportato dalle inchieste del The Guardian), ma lui sta comunque mantenendo la parola. Mussolini riteneva che il fascismo dovesse essere chiamato corporativismo. È difficile immaginare un Paese che abbia fuso gli interessi delle multinazionali fossili e del suo aspirante dittatore in modo più completo rispetto agli Stati Uniti di oggi.

Serve una democrazia di combattenti, non di complici

La guerra a Gaza, la guerra in Iran e la guerra alle rinnovabili e all’azione per il clima si sono fuse in un’unica, coerente spinta verso il dominio globale. I paesi europei sono sovrani e hanno gli strumenti per resistere. Ma quello che non possono fare, per pura logica, è dichiararsi contrari all’ascesa dell’autoritarismo e contemporaneamente sostenere il fracking, le nuove centrali a metano e i contratti a lungo termine per il GNL americano.

Negli Stati Uniti, i cosiddetti democratici moderati di solito appoggiano lo sviluppo dei combustibili fossili, ma questa non è una posizione “moderata”: è complicità nei confronti dei bulli. Lo stesso vale per l’Europa. Gli elettori vogliono combattenti, non leader inclini al compromesso al ribasso. La democrazia ha bisogno di difensori, non di scendiletto. Il solare e l’eolico costano meno. Ma i bulli non vogliono che spendiate meno. Sono più puliti. Ma loro non vogliono che respiriate aria pulita. Sono sicuri per il clima. Ma i bulli non vogliono nemmeno che pronunciate la parola “clima”. Sono fonti energetiche locali e indipendenti. E i signori del fossile odiano l’indipendenza, perché blocca la loro strada verso il controllo totale.

Papa Leone avverte che persino la corsa all’intelligenza artificiale è guidata dal “desiderio di assicurarsi un dominio geopolitico o commerciale”. Lo stesso vale per le guerre e per l’energia. La sfida, scrive il Pontefice, è “trasformare le modalità dominanti di esercizio del potere in forme di potere condiviso”. In altre parole: il dominio è l’agenda dei bulli e degli autocrati. La cooperazione è la via delle democrazie. Il Papa è troppo diplomatico per dirlo apertamente, ma la logica è lampante: per resistere al fascismo, dobbiamo rifiutare i combustibili fossili. E viceversa.

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Elettricità tassata anche quattro volte più del gas per le famiglie (e per le aziende si arriva a venti). Il paradosso che blocca la transizione

Le famiglie italiane pagano sull’elettricità tasse e oneri fino a quattro volte superiori a quelli applicati al gas. Nei settori industriali, del commercio e dei servizi il divario è circa venti volte. Anche nei trasporti le diverse modalità di ricarica elettrica sostengono tasse e oneri fino a oltre il doppio di quelli che gravano su diesel e benzina. Ergo: l’elettricità è il vettore energetico più penalizzato. Eppure, l’elettrificazione dei consumi rimane la scelta economicamente più conveniente, grazie alla maggiore efficienza della tecnologia elettrica, che consuma tre-quattro volte meno energia della combustione a parità di servizio reso. È quanto emerge da un nuovo studio appena presentati da Ecco, il think tank italiano per il clima, a Bruxelles, in occasione della European Sustainable Energy Week. “I dati evidenziano un paradosso: il sistema fiscale italiano penalizza proprio le tecnologie più efficienti. In un momento in cui il costo dell’energia è diventato un fattore cruciale per famiglie e imprese, chi investe nell’elettrificazione non riesce a beneficiare pienamente dei vantaggi economici dell’innovazione” spiega Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore esecutivo di Ecco, secondo cui in questo modo “si rallentano gli investimenti, si riduce la competitività e si frena la transizione energetica”.

Il peso di componenti fiscali e oneri di sistema sulle bollette elettriche

Gli oneri generali di sistema rappresentano la principale causa del divario tra elettricità e combustibili fossili. Nati per finanziare politiche settoriali e sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili, continuano oggi a gravare quasi esclusivamente sui consumi elettrici. Il gas naturale, il diesel e la benzina non hanno sostenuto costi altrettanto significativi. Nel 2024, il costo medio dell’elettricità per i consumatori italiani è stato di circa 31 centesimi per kilowattora. Di questi, il 49% era rappresentato dal costo della materia prima, il 16% dai servizi di rete e il restante 35% da componenti fiscali, oneri e costi legati al sistema Ets. Per il gas, invece, il costo medio è stato di circa 10 centesimi per kilowattora: il 50% attribuibile alla materia prima, il 22% ai servizi di rete e il 28% a fiscalità e oneri. Lo squilibrio è evidente: una media di 12 centesimi per kilowattora per l’elettrico, contro 3 c€/kWh per il gas. Non si tratta di costi connessi al costo dell’energia in sé ma sono frutto di scelte politiche e regolatorie. A queste voci concorrono le accise, l’Iva, i diversi oneri di sistema con finalità ambientali, energetiche, sociali, di ricerca e di competitività, i criteri con cui tali oneri sono ripartiti tra i consumatori e i costi legati al sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets1). La scelta di concentrarsi nello studio sui settori domestico, del trasporto privato e dell’industria, commercio e servizi, con particolare attenzione alla situazione delle piccole e medie imprese, è dettata dal fatto che questi sono i settori più facilmente elettrificabili.

Gli esempi settore per settore

Analizzando la situazione settore per settore, Ecco sottolinea alcuni paradossi. Nel settore domestico, su ogni KWh, il consumatore paga 8,73 centesimi di tasse e oneri per l’elettricità, mentre ne paga 2,31 per il gas. La sproporzione penalizza chi sceglie pompe di calore e cottura a induzione. Si fa l’esempio del costo annuale per riscaldare una casa di 100 metri quadrati, in classe G a Milano. Se si elettrifica, il consumo energetico in kilowattora all’anno di riduce del 72% (da 13.737 KWh/anno con il gas a 3.886 con l’elettrico), ma su tasse e oneri si risparmiano appena 67 euro, pagando 416 euro, contro i 483 euro del gas. La disparità di trattamento fiscale e di onori, quindi, assorbe quasi 300 euro del beneficio dato dalla maggiore efficienza. Un’occasione mancata per le famiglie italiane. Piccole e medie imprese e commercianti pagano una bolletta elettrica con tasse e oneri anche venti volte maggiori rispetti a quelli per il gas. Su ogni KWh consumato, infatti, un’azienda paga 11 centesimi di tasse e oneri per l’elettricità, contro appena 0,57 per il gas. Facendo l’esempio del costo medio annuale di processi a calore industriale per una pmi del settore alimentare, passando all’elettrico tasse e oneri quasi triplicano (da quasi 16mila a 43.600 euro) ed erodono anche in questo caso gran parte del risparmio dato dall’efficienza. Significa che un’impresa che elettrifica consuma il 74% in meno, ma in bolletta risparmia solo il 9%. Un divario che rende più costoso elettrificare i processi produttivi, frena la transizione industriale italiana e mina la competitività. Discorso non molto diverso per i trasporti privati. Un’auto elettrica paga tasse e oneri due volte e mezzo maggiori rispetto a quelli di un’auto a benzina. Per ogni KWh di energia consumata, l’elettricità da ricarica pubblica paga quasi 22 centesimi di tasse e oneri, contro gli 8,94 della benzina. Ma un’auto elettrica è quattro volte più efficiente. Morale: per percorrere 15mila chilometri un’auto elettrica consuma 2.400 KWh contro i 9.271 di quella a benzina, ma la disparità di trattamento assorbe quasi 500 euro del beneficio economico dato dalla maggiore efficienza. Il costo medio, infatti, con la benzina è a circa 1.800 euro, con l’elettrico a 1.753 euro, mentre a parità di trattamento il risparmio sarebbe di 745 euro.

Un nuovo equilibrio per mobilitare gli investimenti

Lo studio evidenzia la necessità di una riforma di tasse e oneri sull’energia, per aggiornare la fiscalità coerentemente con gli obiettivi energetici, di sicurezza e competitività del nostro Paese. In questo senso, arrivare a un livello di costo di tasse e oneri almeno pari per contenuto energetico fra elettricità, gas, diesel e benzina è il presupposto per mobilitare gli investimenti privati in elettrificazione e finanziare politiche “oggi sostenute dagli oneri di sistema, dal meccanismo Ets e da una spesa pubblica mal coordinata con la politica energetica”. Mantenere lo squilibrio attuale, secondo il think tank, significa tenere l’economia italiana esposta alla volatilità delle fonti fossili, considerando che il 95% del gas e l’89% del petrolio consumati sono oggi importati. “È sbagliato pensare che il livello di debito pubblico dell’Italia non permetta di risolvere le attuali distorsioni – aggiunge Leonardi – o che una riforma di fiscalità e oneri abbia degli impatti eccessivi sui consumatori. Non si può pensare che la soluzione avvenga naturalmente con la progressiva riduzione degli oneri connessi allo sviluppo delle rinnovabili. È il contrario. L’incapacità di costruire una relazione tra i costi per i consumatori e il finanziamento delle politiche per la transizione rende gli oneri dei vettori energetici incoerenti con i vantaggi del consumatore”.

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Febbre da SpaceX. Anche la Cina prova a salire sul carro di Musk

Più che tutti giù dal carro, tutti su. Il carro di SpaceX. La compagnia spaziale di Elon Musk si prepara a una quotazione prossima ai 75 miliardi. E se il mercato risponderà positivamente, sarà quasi certamente la più grande Ipo mai vista da occhio umano. Normale, dunque, che una simile operazione faccia gola agli investitori. Problema: quando la quotazione in borsa più attesa al mondo nel settore tecnologico comunica agli investitori di un intero Paese l’impossibilità di partecipare, questi tendono a ingegnarsi.

È esattamente ciò che sta accadendo: gli investitori cinesi e di Hong Kong, esclusi dalla prossima offerta pubblica iniziale di SpaceX, si stanno rivolgendo ai future perpetui e ai derivati sintetici sulle piattaforme di scambio di criptovalute per cercare di accaparrarsi una fetta di mercato. Vale a dire dell’offerta di SpaceX, la cui valutazione oggi si aggira sui 1.750 miliardi.

Insomma, l’operazione finanziaria più spettacolare dell’anno, debutto al Nasdaq previsto proprio per domani, nasce con una porta chiusa. Ma mentre le grandi banche americane apparecchiano il roadshow e i fondi si mettono in fila, una parte cruciale dell’Asia finanziaria resta esclusa. Quella cinese. Eppure, il Dragone non demorde. Anzi, rilancia. Gli investitori cinesi stanno, dunque, utilizzando asset digitali per aggirare i controlli sui capitali di Pechino scattati proprio in vista della quotazione.

Il meccanismo chiama direttamente in causa le criptovalute. L’idea sarebbe quella ricorrere a dei token, i quali fungerebbero da asset digitali che offrono però un’esposizione sintetica o presumibilmente garantita da asset reali. Gli investitori cinesi, insomma, vorrebbero usare moneta virtuale per mascherare sottoscrizioni reali di capitale SpaceX. Di sicuro, l’ingresso in borsa di SpaceX è infatti visto da molti analisti come il segno di un cambiamento nel rapporto tra tecnologia, potere economico, potere politico e potere finanziario.

Una delle più ricche società al mondo ha l’obiettivo di controllare contemporaneamente i mezzi e il modo in cui le persone comunicano, controllando al tempo stesso l’accesso allo Spazio per gestire le infrastrutture delle telecomunicazioni e forse un giorno i sistemi per far funzionare le intelligenze artificiali. E lo farà con una struttura societaria che di fatto lascia tutto il potere a Elon Musk.

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Che succede a mutui e prestiti dopo l’aumento dei tassi? L’impatto sui bilanci delle famiglie

La decisione della Banca centrale europea di rialzare i tassi d’interesse per la prima volta dal 2023 segna una brusca inversione di rotta spinta dalle pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Medio Oriente che ha gonfiato i prezzi dell’energia. Tra mutui più costosi e acquisti a rate che richiederanno esborsi maggiori, a subirne gli effetti saranno anche i bilanci delle famiglie.

L’Euribor a tre mesi, il parametro di riferimento per gran parte dei mutui variabili, era già risalito dal 2,01% di fine febbraio al 2,31% del 5 giugno, incorporando le aspettative dei mercati su una stretta monetaria. Secondo le simulazioni di Facile.it, la rata di un mutuo variabile standard da 126mila euro in 25 anni, che a gennaio era pari a 578 euro, è già salita a circa 590 euro a giugno. Con il rialzo di 25 punti base deciso dalla Bce, la rata arriverà a circa 606 euro al mese. E le previsioni indicano ulteriori rincari nei prossimi mesi. Sulla base delle quotazioni dei futures, Facile.it stima che la rata possa raggiungere i 626 euro entro la fine dell’anno o all’inizio del 2027. Rispetto a gennaio, l’aumento complessivo sarebbe quindi vicino ai 50 euro mensili, pari a circa 600 euro l’anno. L’impatto degli aumenti sarà però diverso per ciascun mutuatario in base all’importo residuo del finanziamento e al numero di rate ancora da pagare: più si è vicini alla fine del piano di ammortamento, minore sarà l’effetto.

La Federazione Autonoma Bancari Italiani stima che per un finanziamento da 50.000 euro la maggiore spesa mensile oscillerà tra 29 euro su una durata di 10 anni e 35 euro su trent’anni. Per un mutuo da 100.000 euro l’aumento della rata va da 59 a 70 euro al mese, mentre per un finanziamento da 150.000 euro la crescita è compresa tra 88 e 106 euro mensili. L’impatto aumenta al crescere dell’importo richiesto. Su un mutuo da 200.000 euro l’incremento della rata è compreso tra 118 e 141 euro al mese, mentre per un finanziamento da 250.000 euro si arriva fino a 176 euro in più ogni mese, pari a oltre 2.100 euro nell’arco di un anno.

Il rialzo dei tassi non colpisce soltanto chi ha un mutuo. Anche il credito al consumo è destinato a diventare più oneroso. Secondo uno studio della Fabi, una lavatrice da 700 euro acquistata con un finanziamento quinquennale arriva a costare complessivamente 877 euro, mentre uno smartphone da 850 euro pagato in due anni supera i 930 euro. Per gli acquisti di importo più elevato l’effetto degli interessi diventa molto più pesante: un viaggio da 5mila euro finanziato in quattro anni costa oltre 6mila euro e un’automobile da 20mila euro acquistata a rate nell’arco di sei anni arriva a richiedere più di 26mila euro complessivi.

Più aumenta il costo del denaro, insomma, più cresce la quota di reddito che le famiglie devono destinare al pagamento degli interessi, riducendo le risorse disponibili per altre spese. È proprio questo del resto uno dei canali attraverso cui la Bce punta a raffreddare l’inflazione: frenare domanda e consumi per contenere la crescita dei prezzi.

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La Bce alza i tassi di 25 punti base: è il primo aumento dal 2023. Inflazione su al 3% causa guerra in Medio Oriente

La Banca centrale europea come da attese alza i tassi di un quarto di punto portando il tasso sui depositi dal 2 al 2,25%. Il tasso sui rifinanziamenti principali sale dal 2,15% al 2,40%; quello sui prestiti marginali dal 2,40% al 2,65%. È la prima stretta monetaria dal settembre 2023. Gli analisti la davano per certa visto lo choc energetico causato dalla guerra all’Iran, che ha fatto volare l’inflazione.

Il consiglio direttivo dell’Eurotower a fronte del prolungarsi del conflitto ha deciso all’unanimità, ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde in conferenza stampa. Del resto la situazione geopolitica ha comportato un ulteriore taglio delle previsioni sulla crescita e un rialzo di quelle sull’inflazione. Nel nuovo scenario ‘di base’ il progresso del pil è ora atteso a +0,8% per il 2026 (dallo 0,9% delle precedenti proiezioni di marzo) e +1,2% per il 2027 (da 1,3%), mentre è stato alzato a +1,5% (da 1,4%) per il 2028. L’inflazione è vista al 3% per quest’anno e 2,3% per il 2027 per poi frenare al 2%, rispettivamente da 2,6%, 2% e 2,1% delle precedenti previsioni. “Le prospettive restano incerte, con rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica”, si legge in una nota della Bce.

I rischi per lo scenario di crescita e d’inflazione sono tanto maggiori “quanto più dura la guerra in Medio Oriente”, ha spiegato in conferenza stampa la presidente della Bce Christine Lagarde. “L’aumento dei prezzi dell’energia spingerà ulteriormente l’inflazione durante l’estate e la manterrà ben al di sopra dell’obiettivo nella prima metà del 2027. Avrà inoltre un impatto sull’inflazione di alimentari, beni e servizi. L’inflazione dovrebbe poi tornare in linea con l’obiettivo nella seconda metà del 2027, sostenuta dal calo dei prezzi dell’energia e da un rallentamento degli aumenti degli altri prezzi”.

Tuttavia “la guerra in Medio Oriente rimane una fonte di incertezza significativa. Più a lungo i prezzi dell’energia rimangono elevati, maggiore è il rischio che alimentino un’inflazione più ampia attraverso effetti indiretti e di secondo livello. Monitoreremo pertanto da vicino l’entità e la persistenza dell’aumento dei prezzi dell’energia e il modo in cui si ripercuote sulla formazione dei prezzi e dei salari, sulle aspettative di inflazione e sulla dinamica economica complessiva”.

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Satispay, aumento capitale fino a 120 mln di euro per accelerare la strategia di crescita nei servizi finanziari

(Adnkronos) - Momentum S.p.A. (la “Società” ) - holding del Gruppo Satispay - comunica che, oggi è stata convocata l'Assemblea dei Soci, sia in sede ordinaria che in sede straordinaria, per il prossimo 29 giugno. Tra gli argomenti all’ordine del giorno, anche la delibera sull'aumento di capitale, da offrire in opzione agli azionisti, per un ammontare massimo di 120 milioni di euro, al fine di sostenere l'accelerazione della strategia di crescita della fintech e il go-to-market dei nuovi servizi finanziari. L'operazione si inserisce in un contesto di forte espansione per la Società, che vede i ricavi annualizzati (Arr) al 31 maggio superare i 116 milioni di euro, confermando un solido trend di crescita (+80% YoY negli ultimi due quarter). Questo risultato è trainato dal rilascio di nuovi servizi, dal costante aumento della base utenti, che ha superato la soglia dei 6,5 milioni, e dal raggiungimento della redditività operativa lorda su tutte le linee core (dai Pagamenti al Welfare passando dai servizi a valore aggiunto come le Ricariche Telefoniche e le Gift Cards) al netto delle spese commerciali.

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Meloni, sconfitta sulla revisione delle quote Ue di emissione, attacca i “burocrati”: “Ribaltano le decisioni del Consiglio”

A marzo ha chiesto con scarso successo di mettere mano all’Ets, il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione di Co2, cioè lo strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione per il 2030, che Confindustria accusa di affossare le imprese italiane. Tre mesi dopo, con la revisione del meccanismo ormai alle porte, Giorgia Meloni scarica le responsabilità su Bruxelles andando alla carica contro i “burocrati che non devono rendere conto a nessuno”. E, nelle comunicazioni alla Camera in vista del prossimo Consiglio europeo, li accusa di ignorare il mandato ricevuto dai leader europei e “ribaltare” le decisioni prese con “interpretazioni surreali, ammantate come tecniche”. Questo perché, nella ricostruzione della premier, le conclusioni approvate dai capi di Stato e di governo a marzo avevano indicato “una direzione chiara e pragmatica” per ridurre i prezzi dell’energia, contenere la volatilità e attenuare l’impatto dell’Ets. Sarebbe dunque colpa della Commissione europea e dei suoi “burocrati” se ora, in vista dell’aggiornamento di luglio, diventa palese che i risultati sperati da viale dell’Astronomia non stanno arrivando.

Il fatto è che su questo fronte il governo italiano è uscito sostanzialmente sconfitto. Nelle settimane precedenti al vertice di marzo, Roma aveva chiesto una revisione profonda del meccanismo e sostenuto la necessità di intervenire per ridurne l’impatto sui prezzi dell’energia. Ma durante il confronto tra i leader Meloni si era ritrovata isolata. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva difeso apertamente l’Ets definendolo uno strumento efficace e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ribadito che il vero responsabile dei prezzi elevati dell’elettricità resta la dipendenza europea dal gas: sulla “bolletta” totale la voce costo dell’energia pesa in media per il 56%, contro l’11% di sono responsabili le quote di emissione, il 18% dei costi di rete e il 15% delle imposte. Il sistema di scambio delle quote serve semmai a rendere più conveniente investire nelle tecnologie pulite e ridurre quella dipendenza. O almeno: andrebbe così se l’Italia utilizzasse i proventi come previsto dalla direttiva europea in materia, cioè destinandoli all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Il che non accade.

Tornando alla riunione di marzo, alla fine il Consiglio non aveva accolto nessuna delle richieste più radicali avanzate da Roma: no alla sospensione del sistema né a un’accelerazione della revisione e nessun rinvio delle scadenze già previste. L’unico risultato che Meloni aveva potuto vantare era stato l’inserimento nelle conclusioni di un generico riferimento alla necessità di valutare misure per mitigare l’impatto delle diverse componenti del prezzo dell’elettricità, Ets compreso, e limitare l’eccessiva volatilità del mercato del carbonio. Immutati comunque i tempi per le nuove regole: estate 2026 come già previsto.

Ora la scadenza si avvicina e Meloni mette nel mirino l’atto delegato con cui Bruxelles ha aggiornato i benchmark Ets, cioè i parametri utilizzati per determinare quante quote gratuite di emissione spettano alle industrie europee esposte alla concorrenza internazionale. Il tema è molto tecnico ma, semplificando, i nuovi benchmark riflettono i progressi compiuti dai settori industriali più efficienti nella riduzione delle emissioni e, per alcune imprese, possono comportare una diminuzione dei permessi a inquinare gratis, senza acquistare permessi sul mercato. In generale, però, l’atto è tutt’altro che severo: basti dire che nel complesso assegna all’industria circa 4 miliardi in più di quote gratuite. In compenso la Commissione punta a estendere l’Ets anche ai voli extraeuropei e sta valutando la graduale inclusione degli inceneritori di rifiuti. E dall’ultimo confronto tra i commissari Ue sul tema è emerso anche che potrebbe arrivare l’obbligo per gli Stati membri di destinare una quota maggiore dei ricavi nazionali dalle aste Ets (43 miliardi complessivi solo nel 2025) agli investimenti nella decarbonizzazione dei settori coperti dal sistema di scambio quote di emissione. L’Italia, che dal 2010 in base a una norma voluta dall’allora ministro Giulio Tremonti destina il 50% del gettito alla riduzione del debito pubblico, dovrebbe adeguarsi.

Il governo è dunque alle strette, anche perché nel frattempo le imprese – via Sole 24 Ore – nei giorni scorsi hanno recapitato un lungo elenco di richieste che va dalla limitazione del prezzo delle quote agendo sulla riserva per la stabilità del mercato “anche fissando un tetto al prezzo della Co2” all’esclusione degli operatori finanziari dalla partecipazione alle aste per evitare la “deriva speculativa”, fino all’ulteriore rinvio oltre il 2028 dell’Ets 2 che si applicherà a trasporti su strada ed edifici. Di qui la narrazione che individua la burocrazia comunitaria come capro espiatorio responsabile di decisioni in realtà condivise dalla maggioranza dei leader comunitari.

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Le imprese di Milano, Monza Brianza e Lodi rafforzano l’export grazie al digitale

Le imprese di Milano, Monza Brianza e Lodi rafforzano l’export grazie al digitale

 

Dopo le tappe di Ferrara e Cosenza, il roadshow DigIT Export Day 2026 arriva a Milano per chiudere un percorso di confronto dedicato al rapporto tra digitale, internazionalizzazione e competitività delle micro, piccole e medie imprese italiane. Un tema sempre più centrale in uno scenario globale segnato da tensioni geopolitiche, nuove dinamiche dei mercati internazionali e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, che impongono alle aziende non solo di essere presenti online, ma di utilizzare gli strumenti digitali in modo strategico, integrato e orientato ai risultati.

L’appuntamento nel capoluogo lombardo, organizzato da Promos Italia con il contributo di Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, Punto Impresa Digitale e il supporto di ING Italia, ha rappresentato un’occasione di approfondimento e confronto sull’evoluzione dell’export digitale e sulle opportunità offerte dalle tecnologie per la crescita sui mercati esteri, con focus su e-commerce, commercio globale, intelligenza artificiale e dati territoriali aggiornati. In uno scenario globale sempre più condizionato da tensioni geopolitiche, nuove dinamiche dei mercati internazionali e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, il digitale rappresenta una leva strategica ed essenziale per rafforzare la competitività e l’export delle micro, piccole e medie imprese (MPMI) di Milano, Monza Brianza e Lodi. Per più di due aziende su cinque ha, infatti, un ruolo determinante nell’apertura di nuovi mercati, mentre quasi il 40% delle imprese utilizza l’analisi dei dati per supportare in misura significativa le proprie decisioni riguardanti l’export. Le tecnologie stimolano anche gli investimenti: una quota ancora contenuta ma strutturata (5%) di aziende nel 2025 ha destinato oltre 50mila euro nel digitale a supporto dell’export. Durante l’evento è stata presentata un’indagine di Promos Italia su come le imprese del territorio stanno utilizzando strumenti digitali e tecnologie innovative per affrontare le sfide e cogliere nuove opportunità nei mercati esteri. Da questa survey è emerso che, sul territorio delle province di Milano, Monza Brianza e Lodi, numerose aziende puntano sulla digitalizzazione per avanzare il proprio business all’estero, sebbene ci sia ancora spazio per miglioramenti. “I dati del territorio di Milano, Monza Brianza e Lodi confermano una forte consapevolezza del ruolo del digitale nei processi di internazionalizzazione: il 42% delle imprese lo considera determinante per aprire nuovi mercati e un ulteriore 40% ne riconosce il contributo – dichiara Giovanni Rossi, Direttore Generale di Promos Italia –. È un segnale importante, che racconta un sistema  imprenditoriale dinamico, già orientato all’estero, come dimostra anche il fatto che quasi tre quarti delle MPMI del territorio, il 73%, vendono o promuovono le proprie attività in modo strutturato oltre confine. Allo stesso tempo, però, emerge con chiarezza che la sfida non è più soltanto essere presenti online, ma riuscire a trasformare questa presenza in una strategia export pienamente integrata, capace di generare relazioni commerciali, contatti qualificati e nuove opportunità di business. In questo senso, è significativo che il 68% delle imprese utilizzi sito web ed e-commerce per lo sviluppo commerciale internazionale, che LinkedIn sia indicato dall’82% delle aziende come piattaforma social più utilizzata e che quasi il 40% faccia già un uso avanzato e strutturato dei dati a supporto dell’export. Promos Italia è al fianco delle imprese proprio in questa fase di evoluzione: le accompagniamo con percorsi di orientamento, consulenza, formazione e servizi digitali pensati per rafforzarne la promozione, la capacità di vendita e il posizionamento sui mercati esteri”. “Il DigIT Export Day rappresenta un esempio concreto di come territorio, digitale e internazionalizzazione possano integrarsi per sostenere la competitività delle nostre imprese – dichiara Alvise Biffi, Presidente di Assolombarda e Consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi –. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e incertezze che incidono sui costi energetici, sulle materie prime e sulla capacità delle imprese di programmare investimenti, la risposta è rafforzare l’apertura ai mercati e le partnership. In questo scenario, il digitale è uno straordinario moltiplicatore di internazionalizzazione: la prima fiera internazionale oggi, sempre più spesso, non è uno spazio espositivo ma uno schermo, un motore di ricerca, una piattaforma digitale. E al centro di questa trasformazione c’è una tecnologia, l’IA, che rappresenta una nuova infrastruttura della competitività. In questa direzione si inserisce forgIA, il progetto di Assolombarda nato per accompagnare le imprese di tutte le dimensioni nell’adozione consapevole e strategica dell’IA, trasformando l’innovazione tecnologica in un fattore concreto di crescita. Le nostre stime indicano che, grazie all’IA, un incremento del 10% della produttività delle micro e piccole imprese di Assolombarda potrebbe generare 2,4 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa 0,8 punti di PIL del territorio. Parallelamente, l’impegno della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi si traduce in iniziative come Punto Impresa Digitale, CONneSSi e SPIDY, che accompagnano le aziende nei percorsi di trasformazione e innovazione, favorendo il dialogo con l’ecosistema delle startup e lo sviluppo di nuove competenze. L’Italia può contare su punti di forza straordinari – dalla manifattura d’eccellenza alle filiere altamente specializzate  – e la sfida è mettere questo patrimonio nelle condizioni di crescere nell’economia digitale globale. Perché innovazione e internazionalizzazione non sono percorsi paralleli, ma le due direttrici strategiche su cui costruire la competitività”. “Il sistema camerale promuove l’internazionalizzazione delle imprese anche utilizzando il digitale e le nuove tecnologie” ha sottolineato Giuseppe Tripoli, Segretario generale Unioncamere. “A disposizione delle imprese ci sono diversi strumenti: piattaforme digitali (come SEI e InBuyer) per entrare nei mercati internazionali e incontrare controparti estere; formazione, per far crescere l’expertise delle PMI; analisi dei mercati e delle opportunità presenti a livello internazionale”. “La digitalizzazione del business non è più una tendenza: è un motore di crescita degli imprenditori italiani, in Italia e in tutta Europa,” afferma Nadine Methner, Head of Business Banking di ING Italia. “Ogni due minuti nasce una nuova impresa in Italia. E con oltre 300.000 nuove imprese avviate ogni anno, non si tratta solo di dinamismo: è una continua reinvenzione dell’economia. La domanda è: il sistema bancario è in grado di stare al passo? Se si semplifica il banking, si accelera il business ed è per questo che abbiamo sviluppato ING Business Banking: per eliminare la complessità, aumentare la velocità e dare agli imprenditori il pieno controllo – dalle operazioni quotidiane alla cyber protection integrata. ING è pioniera del digital banking da oltre 25 anni. Il digital banking ha  migliorato la gestione del denaro e la qualità del Digital Business Banking determinerà quali imprese riusciranno a scalare – e quali resteranno indietro.” Secondo l’indagine, le attuali dinamiche geopolitiche hanno inciso in modo prevalentemente contenuto sull’adozione del digitale per l’export da parte delle MPMI di Milano, Monza Brianza e Lodi: il 56% delle imprese coinvolte segnala infatti un impatto limitato, mentre una quota minore rileva nelle dinamiche geopolitiche un’influenza significativa, con il 20% che le considera rilevanti e un ulteriore 11% molto rilevanti come leva per rafforzare l’utilizzo del digitale nei processi di export. In questo contesto, ad ogni modo, il digitale si conferma una leva strategica per lo sviluppo internazionale. Quasi il 40% delle aziende riconosce infatti al digitale un contributo, anche se parziale, nell’apertura di nuovi mercati di sbocco, mentre il 42% lo considera un fattore determinante. Le principali opportunità generate dal digitale si concentrano in Europa e Medio Oriente (indicati rispettivamente dal 65% e dal 60% delle imprese), seguiti da Nord America (55%), Sud America (35%) e Asia (30%). Guardando alla presenza sui mercati esteri, quasi tre quarti (il 73%) delle MPMI di Milano, Monza Brianza e Lodi vende o promuove le proprie attività in modo strutturato oltre confine. Questo orientamento internazionale è confermato anche dalla forte diffusione di strumenti digitali di base, con l’84% delle aziende che dispone di un sito web disponibile in più lingue oltre all’italiano. Tuttavia, non sempre questi strumenti risultano pienamente ottimizzati. Il 16% delle imprese dichiara, infatti, di avere un sito aggiornato con regolarità, ma non ancora adeguatamente ottimizzato.

Per quanto riguarda le attività di sviluppo commerciale e di relazione con clienti e prospect internazionali, i canali digitali proprietari, quali il sito web e l’e-commerce, sono lo strumento più utilizzato (68%), seguiti dagli eventi fisici e le occasioni di networking (66%) e i social media (55%). L’utilizzo dei social è ormai diffuso, solo l’8% delle MPMI dichiara di non farvi ricorso. Tra le piattaforme, LinkedIn si conferma la più utilizzata (82%), seguita da Instagram (60%) e Facebook (45%). Un dato particolarmente significativo, perché conferma l’evoluzione di LinkedIn da canale prevalentemente associato alla ricerca di lavoro e al networking professionale a vero e proprio strumento di sviluppo commerciale: una piattaforma utilizzata dalle imprese per individuare controparti, costruire relazioni qualificate, generare lead e rafforzare il proprio posizionamento nei mercati esteri. Forte è l’attenzione verso l’analisi dei dati a supporto dell’export: il 53% delle aziende si avvale di strumenti di data intelligence, seppur in modo ancora limitato, mentre quasi il 40% ne fa un utilizzo più avanzato e strutturato. Sul fronte degli investimenti, nel corso dell’ultimo anno la maggior parte delle MPMI (74%) ha destinato una somma compresa tra i 1.000 e i 50mila euro alle attività digitali legate all’export. Si distingue tuttavia una quota più contenuta ma significativa (5%) che ha scelto di investire oltre 50mila euro in strumenti digitali a supporto dell’internazionalizzazione. A portare contenuti e testimonianze sul palco sono stati rappresentanti del sistema camerale, esperti di scenari economici, professionisti dell’innovazione digitale e imprese che hanno già fatto del digitale una leva di crescita internazionale. Dopo i saluti istituzionali di Alvise Biffi, Presidente Assolombarda e Consigliere della Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, Giovanni Rossi, Direttore Generale di Promos Italia, e Giuseppe Tripoli, Segretario Generale di Unioncamere, la giornata è entrata nel vivo con gli interventi dedicati all’evoluzione del commercio    internazionale, alla gestione strategica dei dati, al ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali e alle nuove traiettorie del digital marketing. Tra i relatori, Federico Fubini, editorialista e vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, Federico Della Bella, Partner P4I-Digital360 e docente del Politecnico di Milano, Nadine Methner, Head of Business Banking di ING Italia, Nicola Mattina, imprenditore e advisor su progetti di innovazione digitale, Lucia Cenetiempo, divulgatrice ed esperta di AI generativa, Greta Lomaestro, consulente di Digital Marketing & Online Communication, ed Enrico Casati, Co-Founder di Velasca, che ha portato la testimonianza di un modello di crescita internazionale costruito anche attraverso i canali digitali.

 

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Vaccini Covid, nuovo schiaffo alla Commissione Ue sulla trasparenza. L’avvocato generale: “Non ha garantito ampio accesso ai contratti”

Nuovo schiaffo alla Commissione europea sulla mancata trasparenza dei contratti per l’acquisto dei vaccini Covid. Dopo la condanna in primo grado rimediata dal Tribunale dell’Unione europea, l’avvocato generale Athanasios Rantos ha chiesto la conferma del verdetto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, in sede di appello. La Commissione Ue “non ha garantito al pubblico un accesso sufficientemente ampio ai contratti per l’acquisto dei vaccini contro il Covid”, ha dichiarato Rantos. Quest’ultimo ha sottolineato l’obbligo di trasparenza della Commissione proponendo alla Corte Ue di respingere le argomentazioni di Palazzo Berlaymont. L’avvocato generale non decide l’esito della causa, ma indica una possibile soluzione giuridica e le sue conclusioni vengono spesso seguite dai giudici di Lussemburgo. La sentenza è attesa nei prossimi mesi.

Durante la pandemia, la Commissione aveva negoziato in modo riservato con le imprese farmaceutiche i contratti per i vaccini anti-Covid. Nel 2021, alcuni eurodeputati e privati hanno chiesto di visionare i documenti, ma l’esecutivo Ue aveva concesso un accesso parziale, secretando i nomi dei negoziatori e le clausole sugli indennizzi alle aziende. I richiedenti si sono rivolti al Tribunale dell’Unione Europea, che nel 2024 ha condannato la Commissione per non aver garantito sufficiente trasparenza. La Commissione ha quindi impugnato la sentenza presentando un ricorso in appello alla Corte di Giustizia dell’Ue.

Al centro della causa figurano le dichiarazioni di assenza di conflitto di interessi dei negoziatori e le clausole sugli indennizzi alle aziende farmaceutiche: secondo Rantos, Bruxelles non ha dimostrato che la divulgazione di queste informazioni avrebbe leso la privacy o gli interessi commerciali delle imprese. Inoltre, le versioni oscurate dei documenti (con dichiarazioni anonimizzate sull’assenza di conflitti d’interesse) non consentivano una verifica adeguata, “concreta ed efficace”, dell’imparzialità dell’iter negoziale. Analoga valutazione riguarda le clausole sugli indennizzi. Rantos respinge la tesi secondo cui la loro pubblicazione avrebbe danneggiato gli interessi commerciali delle imprese, rilevando che Bruxelles non ha provato né il rischio di comportamenti abusivi né quello di un aumento delle azioni risarcitorie contro le aziende farmaceutiche. Dunque secondo l’avvocato generale, il Tribunale ha correttamente riconosciuto che la trasparenza dei negoziati rappresenta “un fine specifico di interesse pubblico”.

Nel contesto della pandemia di Covid-19, ricorda la Corte, l’Unione Europea aveva creato un meccanismo centralizzato per acquistare i vaccini, per garantire agli Stati membri un approvvigionamento rapido ed equo. La Commissione Europea ha costituito una squadra di negoziatori composta da alcuni suoi funzionari e da un numero limitato di esperti degli Stati membri, incaricata di negoziare con alcune imprese farmaceutiche gli accordi preliminari di acquisto dei vaccini.

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L’uscita di Trump: “L’inflazione ai massimi da tre anni? La amo. Numeri fantastici. Dopo la fine della guerra crolleranno”

“Mi piace l‘inflazione“. Donald Trump la spara grossa per commentare la fiammata dei prezzi sopra il 4% negli Stati Uniti, un livello che non si vedeva dall’inizio del 2023. Rispondendo nello Studio Ovale a una domanda sui nuovi dati sui prezzi al consumo pubblicati mercoledì, il presidente ha liquidato le preoccupazioni con una battuta: “Lo adoro. I numeri sono fantastici“. E ha assicurato che il costo della vita “crollerà come un macigno” una volta terminato il conflitto con l’Iran.

Parole che difficilmente troveranno d’accordo consumatori, investitori e banchieri centrali. I dati diffusi dal Dipartimento del Lavoro mostrano infatti che a maggio l’inflazione è salita al 4,2% su base annua dal 3,8% del mese precedente. A spingere i prezzi sono soprattutto i rincari energetici innescati dalla guerra in Medio Oriente scatenata proprio da Trump e dai timori per la sicurezza delle forniture petrolifere attraverso lo Stretto di Hormuz.

Su base mensile l’indice dei prezzi al consumo è invece aumentato dello 0,5%, leggermente meno dello 0,6% registrato ad aprile. Un segnale che potrebbe indicare come la fase più intensa dello choc energetico sia alle spalle, a condizione che il prezzo del greggio non torni a impennarsi. Secondo il Dipartimento del Lavoro, oltre il 60% dell’incremento dell’inflazione continua a essere riconducibile all’energia. Anche l’inflazione core, che esclude alimentari ed energia ed è considerata dagli economisti un indicatore più affidabile delle tendenze di fondo, è salita al 2,9% annuo dal 2,8% di aprile. Ma il dato mensile si è fermato allo 0,2%, meno delle attese.

La reazione dei mercati è stata prudente. Gli investitori ritengono probabile che la Federal Reserve mantenga invariati i tassi di interesse nella prossima riunione, pur riducendo le aspettative di un imminente allentamento monetario. Del resto l’economia americana continua a mostrare notevole capacità di tenuta, come dimostrano i 172mila posti di lavoro creati a maggio.

Anche in Europa la crisi energetica torna a occupare il centro del dibattito. Gli investitori guardano alle prossime mosse della Banca centrale europea che giovedì con tutta probabilità alzerà i tassi dello 0,25%, al 2,25%. Sarebbe la prima volta in quasi tre anni.

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Nucleare, il Governo Meloni si gioca la carta dei mini reattori Smr in chiave elettorale. E lancia promesse che non può mantenere

“Con il nucleare possiamo abbattere del 30-40% la bolletta”. Gilberto Pichetto Fratin, ministro della Sicurezza energetica, marzo 2025. “Vogliamo proseguire speditamente sul ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, come i minireattori nucleari” che ci consentano “di avere costi più bassi rispetto a quelli attuali”. La premier Giorgia Meloni, maggio 2026, davanti alla platea di Confindustria. “Il nucleare è l’unico modo per alleggerire e tagliare le bollette delle famiglie e delle imprese”. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, giugno 2026. La questione energetica entrerà di diritto nella campagna per le elezioni politiche del 2027 e il Governo si prepara così. Sparando promesse che non può mantenere, almeno stando a report e organizzazioni internazionali più autorevoli. E raccontando di come il “ritorno al futuro” del nucleare avrà il potere di abbassare le bollette degli italiani. L’Italia potrà anche arrivare a quel momento, si stanno preparando le condizioni, ma i conti non tornano sulle tempistiche “utili” ad aiutare gli italiani e sulla certezza di un reale effetto sulle bollette. Per inciso, si parla di fissione nucleare e non di fusione che, tra le due, è la strada più auspicabile ma anche quella più lontana. Concorda anche il ministro della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin (“La fusione è un qualcosa di molto avanti nel tempo, fra decenni”). Così, in vista delle prossime elezioni, l’Esecutivo si gioca la carta della fissione e, in particolare, degli Smr, Small modular reactor (Leggi l’approfondimento), più piccoli e con una potenza inferiore ai 300 megawatt, contro i circa mille di quelli tradizionali. Quindi apparentemente più “spendibili” in campagna elettorale.

I minireattori Smr diventano lo spot del Governo Meloni

A parte alcuni esponenti particolarmente ottimisti, il Governo Meloni conta di avere in Italia il primo reattore tra il 2034 e il 2035. Anche senza intoppi, che l’Esecutivo evidentemente non prevede, famiglie e imprese hanno bisogno di ridurre i costi già oggi e non tra dieci anni. Secondo molti esperti, però, stando alle tempistiche dei progetti in giro per il mondo e al particolare contesto italiano, sono scarse le probabilità di avere generazione prima del 2040. Uno studio di The European House Ambrosetti, in collaborazione con Edison e Ansaldo Nucleare, prevede però che tra il 2035 e il 2050 l’Italia potrà realizzare circa 15-20 reattori. Di fatto, gli Smr non sono ancora operativi per scopi commerciali su larga scala in Occidente. Le pochissime unità commerciali o semi-commerciali attualmente in funzione sono in Cina e Russia. Tutto è in evoluzione, certamente, ma se si parla di “bollette” e costi ridotti in vista della prossima campagna elettorale, è bene chiarire quali sono i tempi (e i costi) di questa evoluzione. Una certa ‘impazienza’, però, l’ha mostrata negli ultimi mesi anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ormai spinge affinché – durante la lunga attesa per il nucleare – si provveda ad accelerare sul fronte delle rinnovabili.

Le dichiarazioni della maggioranza sulle tempistiche

A ridurre i tempi di realizzazione di un Smr, almeno sulla carta, è soprattutto il fatto che vengono prodotti in serie e assemblati in fabbrica, per poi trasportarli al sito di utilizzo. Negli Smr accade ciò che accade in un reattore a fissione di grandi dimensioni: il nucleo di un atomo pesante, come l’Uranio-235, viene diviso in due parti più piccole tramite l’impatto di un neutrone. Si genera così un’immensa quantità di calore, utilizzato per trasformare l’acqua liquida ad alta pressione in vapore. Questo farà azionare le turbine, collegate all’alternatore che produrrà energia elettrica. Alcuni esponenti della maggioranza, tra cui il vicepremier Matteo Salvini, sono molto ottimisti. Ad aprile 2025 auspicava: “Se partiamo oggi come il governo vuole, tra 7 anni accendiamo il primo interruttore e le famiglie pagheranno meno”. Il ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che “per poter produrre nella metà del prossimo decennio bisogna approntare gli strumenti oggi”. Quindi bisognerebbe aspettare più o meno il 2035 per l’accensione dei primi mini-reattori commerciali in Italia. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato “di un piano di medio-lungo periodo”. Ma stando alle esperienze maturate nel mondo, per arrivare tra dieci anni ad accendere un reattore, bisognerebbe partire oggi. Anzi, prevedendo qualche intoppo, si sarebbe già dovuti partire.

Ecco come è andata in Cina e Russia

Il tempo medio stimato per la sola costruzione e l’assemblaggio in un sito di un singolo Smr, sulla carta, è di 3-4 anni. Considerando l’intero ciclo di vita del progetto, però, dallo sviluppo alla messa in funzione del primo esemplare di un nuovo design (il cosiddetto First of a kind) si arriva ad almeno 10 anni. Si può anche sorvolare sui fallimenti, a iniziare da quello del progetto NuScale in Idaho, negli Stati Uniti, dopo che la stima dei costi era arrivata da 3 a 9,3 miliardi di dollari per sei reattori modulari da 77 megawatt. Ma c’è un dato che fa riflettere. A livello globale, si contano oltre 120 progetti e concetti di design di Smr e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito circa 80 progetti commerciali (la maggior parte in fase embrionale o di studio preliminare), ma se si parla di Smr commerciali attivi, in tutto il pianeta ce ne sono solo tre. In Russia, ci sono due reattori ad acqua pressurizzata da 35 megawatt ciascuno che si trovano nella centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov, situata nel porto di Pevek e affacciata sul Mare della Siberia Orientale. In Cina, nella centrale di Shidao Bay, nella provincia dello Shandong, è stato realizzato un reattore composto da due moduli che alimentano una singola turbina a vapore, da 210 megawatt complessivi. La costruzione è iniziata nel 2012: dovevano bastare tre anni ma ce ne sono voluti nove, più altri due di prove. Nel 2017 il costo di realizzazione si era già triplicati. Anche in Russia i tre anni si sono trasformati in 11, più un altro anno e mezzo per la connessione alla rete e perché i reattori operassero a fini commerciali. Anche qui, i costi sono triplicati rispetto alle stime iniziali.

I progetti sugli Smr (quelli in fase più avanzata) in giro per il mondo

Tra i progetti ancora in fase di realizzazione ci sono Carem 25, in Argentina e Linglong One (ACP100), anche questo in Cina. Il primo progetto ha subìto enormi ritardi e l’esplosione dei costi al 600 per cento rispetto alle stime iniziali. Terminerà probabilmente mezzo secolo dopo la sua ideazione per una potenza di 32 megawatt, la stessa generata da una quindicina di pale eoliche standard, su terraferma. Quello cinese si trova nelle fasi finali di collaudo e sta completando i test per l’avvio commerciale. Tra i Paesi del G7, il progetto più maturo è quello in Ontario (Canada), nel sito nucleare di Darlington. È considerato molto importante, perché si tratta del primo cantiere già aperto di un Smr commerciale (quindi già in costruzione) in tutto il mondo occidentale. Guidato da Ontario Power Generation in collaborazione con GE Vernova Hitachi, prevede l’installazione di 4 Smr, da 300 megawatt di potenza ciascuno. Il primo Smr dovrebbe entrare in funzione entro il 2030. In Canada, però, i tempi si sono ridotti perché il sito già possedeva l’autorizzazione ambientale per nuovi reattori. Negli Usa, progetti come quello di Kairos Power a Oak Ridge (Hermes 1 e 2), in Tennessee, riguardano impianti dimostrativi finanziati per servire clienti privati, come i data center di Google.

A che punto è l’Europa

Ma per capire come potrebbe andare in Italia e se le promesse del Governo Meloni hanno una base solida, occorre dare un’occhiata a ciò che accade in Europa. La Commissione Europea ha lanciato l’Alleanza Industriale Europea sugli Smr e stima che le prime installazioni saranno operative entro i primi anni del prossimo decennio, con l’obiettivo di arrivare, solo con questi reattori a una capacità che varia da 17 GW a 53 GW entro il 2050. Cosa è stato fatto? In Francia, il paese che su questo fronte è più avanti, il colosso Edf sta sviluppando il progetto Nuward. Solo che bisognerà aspettare tra il 2030 e il 2035 per vedere i primi prototipi. Anche Polonia e Repubblica Ceca, hanno l’obiettivo di installare le prime unità a ridosso del 2030. Secondo il think tank italiano Ecco Climate “le probabilità di avere generazione prima del 2040 sono verosimilmente nulle”. Il network di scienziati indipendenti, Energia per l’Italia, parla di “tecnologie non ancora disponibili, costi incerti e rischi sottovalutati”. Ne fa parte anche Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca presso il Cnr, tra i massimi esperti italiani di energia. E, parlando del mondo occidentale, ricorda: “Le tecnologie su cui il governo punta oggi – i piccoli reattori modulari e quelli a fusione – non esistono. Nemmeno negli Stati Uniti”. Per arrivare a essere operativo, in Italia il nucleare dovrà certo superare più di un ostacolo, come d’altronde hanno fatto energie molto meno discusse. E come dimostra quello che sta accadendo con il Deposito Nazionale per le scorie radioattive, per il quale non è stato ancora individuato il sito definitivo (Leggi l’approfondimento). Nel frattempo, il governo italiano ha rinnovato l’accordo con la Francia per estendere fino al 2040 (la scadenza precedenza era fissata per il 2025) il periodo di stoccaggio delle scorie prodotte dalle vecchie centrali italiane dismesse. L’Italia non pagherà penali, ma continuerà a pagare a caro prezzo lo stoccaggio. Secondo un report della Cgil, solo dal 2001 al 2019 sono stati pagati 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito. Non facendo menzione alcuna della questione del deposito, Meloni parla degli Smr “sicuri e puliti”, ma Armaroli sottolinea anche la questione dei costi e della sicurezza. “Nessuno sa quanto costeranno. Di certo non abbasseranno le bollette. Per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – ha poi aggiunto – servirebbero 120 piccoli reattori sparsi in tutta Italia. Chiedo ai parlamentari: è proponibile, in un Paese con il 95% del territorio a rischio sismico e idrogeologico, installare 120 mini-centrali?”.

Perché gli Smr non taglieranno subito i costi

A proposito di costi, nel report “The Path to a New Era for Nuclear Energy” pubblicato a gennaio 2025, l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), ha spiegato quanto sia importante ridurre nei prossimi quindi anni i costi di costruzione degli Smr realizzando reattori su larga scala costruiti a budget (dunque con una certa standardizzazione), ma al momento questo obiettivo è molto lontano, anche perché ogni tipologia di reattore fa storia a parte. “Anche il progetto in Ontario, qualora fossero realizzati i quattro reattori identici nei tempi previsti, non direbbe nulla su tempi e costi degli altri progetti sviluppati nel mondo” spiega a ilfattoquotidiano.it Luigi Ventura, ordinario di Economia Politica all’Università La Sapienza di Roma. Per capire quanto costa produrre un megawattora con una certa tecnologia, considerando tutta la vita utile dell’impianto, si utilizza l’Lcoe (Levelized Cost of Electricity, ossia il costo livellato dell’elettricità), che varia molto da reattore a reattore. Le analisi di mercato e i casi reali indicano che il costo del capitale per questi primi modelli si aggira tra i 7mila e i 10mila dollari per kilowatt, con un Lcoe che oscilla tra i 130 e gli oltre 180 dollari (circa 155 euro) per megawattora. Le previsioni indicano che, con modelli successivi (Nth-of-a-Kind, Noah), si potrà scendere anche a 100 o meno. Ma la Iea stima che per penetrare stabilmente nel mercato e raggiungere la competitività economica, gli Smr dovranno raggiungere un intervallo di costo livellato compreso tra 52 €/MWh e 119 €/MWh, in teoria grazie ai processi di standardizzazione e alle economie di scala della produzione modulare. Ma nel report del 2025 ha anche spiegato che ad oggi, per rendere un impianto profittevole, “è necessaria “un’attività governativa – spiega Ventura – volta a regolare il mercato in modo da limitare fortemente la concorrenza da parte di meccanismi di generazione di energia molto più economici come le rinnovabili. Il rischio, insomma, è quello di drogare il mercato e non certo alleggerendo le bollette dei cittadini”.

L'articolo Nucleare, il Governo Meloni si gioca la carta dei mini reattori Smr in chiave elettorale. E lancia promesse che non può mantenere proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Unicoop Firenze, 3,2 miliardi vendite nel 2025, utile a 20,4 milioni

Unicoop Firenze, 3,2 miliardi vendite nel 2025, utile a 20,4 milioni

Vendite per 3,2 miliardi di euro, con un incremento del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente, e un utile di esercizio di 20,4 milioni, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro.

E’ quanto emerge dal bilancio 2005 di Unicoop Firenze. In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat), si sottolinea in una nota, la cooperativa, nei suoi 127 punti vendita, ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento: nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro. L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro. Il prestito sociale ammonta a 1.576 milioni di euro, coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa. Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio. Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato. Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MyWelfare. Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente) è di circa 14mila lavoratori. Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.
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Sosteniamo la proposta “Un per cento equo” per un’imposta sui grandi patrimoni

Sinistra Anticapitalista sostiene la campagna “1% Equo” per una “Imposta sui grandi patrimoni” e per una legge di iniziativa popolare per ottenere questa misura minimale di giustizia ed equità fiscale.

Oggi in Italia le enormi ricchezze, con il 5% delle famiglie italiane che possiede il 50% della ricchezza, sono determinate da almeno tre fattori:

  1. sono frutto dello sfruttamento e dell’ipersfruttamento del lavoro altrui, con enormi profitti e salari da fame che chiedono fatica e precarietà a chi lavora ma non offrono in cambio un’esistenza libera e dignitosa;

  2. sono frutto di rendite parassitarie che consentono ai soldi di generare altri soldi senza fare nulla di utile alla società, salvo togliere risorse alle classi popolari;

  3. sono conseguenza di redditi non tassati, liberi di evadere, di occultarsi, di fruire di incentivi alle grandi imprese e alle grandi speculazioni, pagate dalla massa di lavoratori e lavoratrici, pensionate e pensionati a vantaggio dei ceti più ricchi.

Di solito questi tre fattori agiscono insieme e contemporaneamente, determinando un’ingiustizia clamorosa, un furto sistematico ed uno sfruttamento delle risorse di tutte e tutti a vantaggio di pochi.

Questa campagna per una “Imposta sui grandi patrimoni”, che si propone di tassare il patrimonio eccedente i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota dell’1% che sale fino al 3,5% per i patrimoni sopra i 20 milioni di euro, è un primo passo limitato per introdurre in Italia meccanismi di maggiore equità. Questa imposta non è una rivoluzione, ma una misura fiscale in grado di creare risorse per un rilancio dei servizi sociali, dalla sanità alla scuola, dalla tutela del territorio alla cultura, dall’assistenza sociale delle persone non autosufficienti ai programmi a favore dell’abitare.

Solo i ricchi ed i ricchissimi, con patrimoni sopra i due milioni e magari perfino plurimiliardari possono essere contrari a questa proposta.

Sono loro i ceti difesi a spada tratta da Meloni e dal suo governo di destra ma anche, da sempre, anche da una parte consistente del centrosinistra.

Quanto a noi – invece –

a tutte e tutti noi

“Noi siamo i milioni del cui lavoro vive l’intera società”.

Rosa Luxemburg, 1914.

Era vero oltre un secolo fa.

Oggi è più vero che mai.

Per firmare la proposta di legge di iniziativa popolare collegarsi al sito: unpercentoequo.it

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Il Belpaese, un paradiso solo per i milionari

di Emiliano Brancaccio (da il manifesto)

Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.

Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.

Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.

In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.

Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento. Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui.

La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.

La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale. Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.

La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura. Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.

L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.

La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.

E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.

Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato. Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.

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Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica

L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle degli hippie prima e degli hacker poi.

E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni radio li trasmettevano gratuitamente.

Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone ironica: He’s Gone!”.

I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.
I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico, un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità hippie.

Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.

I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un drop out:

il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on), sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente realizzando te stesso (drop out).

Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero”.
Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica.
Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio agricolo.

Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era, secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio necessari per bilanciare le carenze interne.

Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.

La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.

Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un “comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza hippie.

Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.

La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne valore appare sconfinato o quasi.

Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente, negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi della Grateful Dead economy.

In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro.

Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale “piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate: ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte dal servizio alla collettività.

La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta, potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle, volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975 scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva”.

La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono per ciò stesso recintate e privatizzate.
Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.

In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale, mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro, rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.

Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo, nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama “psichedelia finanziaria”.

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Bitcoin (r)Evolution

7 giugno 2026Cari amici, vi aspettiamo domenica prossima a Castello di Godego (TV) per una giornata interamente dedicata a Bitcoin!Se non ne sapete nulla e volete iniziare a capirci qualcosa (scelta caldamente consigliata), questo è l'evento perfetto.Se invece siete già esperti, non mancate: la cornice della giornata è imperdibile. Il parco ospiterà numerosi espositori con ...continua a leggere "Bitcoin (r)Evolution"
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Crans Montana, al Villaggio Fondazione Roma la memoria diventa speranza

una testimonianza di memoria e speranza per ricordare le vittime di Crans Montana, teatro a Capodanno di un devastante incendio costato la vita a 41 persone. Una vicenda che ha profondamente scosso il Paese.

Al Villaggio Fondazione Roma, la struttura di assistenza ai malati di Alzheimer e Parkinson, sei abitazioni sono state intitolate ai sei italiani morti nel rogo: Achille Barosi, Chiara Costanzo, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi e Giovanni Tamburi.

Questa iniziativa, precisa la fondazione, «nasce da una profonda riflessione sul valore del ricordo e assume una valenza simbolica ancora più forte, proprio per la natura stessa del luogo in cui prende forma».

Dal 2018 ad oggi, si spiega, «il Villaggio ha ospitato in modo del tutto gratuito più di 300 persone, realizzando un’esperienza unica nel panorama socio-assistenziale pensata specificamente per malati di Alzheimer e Parkinson di livello medio o moderato».

villaggio
Al Villaggio Fondazione Roma 6 case della struttura sono state intitolate ai giovani italiani morti nella tragedia di Crans Montana. Sullo sfondo, accanto al presidente Franco Parasassi, il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi

Oltre la tragedia

Proprio al Villaggio Fondazione Roma, in uno spazio dedicato a chi, per motivi patologici, perde progressivamente i propri ricordi, attraverso questa iniziativa, «la Fondazione Roma e le famiglie coinvolte, hanno scelto di guardare oltre la tragedia, costruendo un percorso condiviso».

L’obiettivo, chiarisce l’ente, è «creare un ponte tra la fragilità degli assistiti e la comunità del Villaggio, che nel quotidiano si farà custode della memoria dei sei ragazzi scomparsi, affinché resti sempre viva e non si affievolisca».

Un messaggio di speranza sul valore della vita

In questo contesto il murales dell’artista italo-filippino Jerico, che ritrae i sei giovani volti, «vuole essere un simbolo visivo capace di parlare ad ogni visitatore, residente ed operatore, trasformando il dolore in una testimonianza indelebile, con un messaggio di speranza che celebri il valore della vita».

Oltre al tributo alle vittime, si mette in evidenza, «l’intera iniziativa intende porsi come monito ed auspicio, affinché drammi simili non si ripetano, ribadendo l’impegno costante della Fondazione nel promuovere contesti ed iniziative a tutela della dignità integrale della persona».

Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi

La sfida della memoria

«Le nostre vite», fanno sapere le famiglie, «sono state segnate indelebilmente dalla tragedia che ci ha travolti e sarebbe stato semplice abbandonarsi allo sconforto ed al rancore. Invece no, abbiamo sfidato noi stessi decidendo di onorare la memoria dei nostri figli rendendo la luce dei loro sorrisi talmente fulgida da offuscare il buio della nostra disperazione».

In questi mesi, hanno sottolineato ancora, «ci siamo stretti l’uno all’altro e sostenuti tanto da percepirci come un’unica famiglia. La Fondazione Roma ha cementato questa nuova realtà, allargato questa famiglia regalandole un ulteriore valore: in un luogo nel quale i ricordi svaniscono, rimarrà indelebile, nel quotidiano, la presenza dei nostri angeli, nella speranza che i loro volti con le loro espressioni possano perpetuare la loro energia, spandendone la gioia di vivere e la fiducia nel futuro, che in nessuno di noi dovrebbe scemare. Un sincero ringraziamento va al Card. Giovanni Battista Re che ha officiato la cerimonia di intitolazione e per la sua preghiera piena di conforto e speranza».

In apertura il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi vittime del rogo di Crans Montana. Nel testo un’immagine dell’inaugurazione. Foto da ufficio stampa Fondazione Roma

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Oltre il Pnrr: istituzioni, imprese e Terzo settore a confronto sulla sostenibilità come leva strategica

«Il tema della sostenibilità e della transizione ecologica è strategico e l’abbiamo affrontato e attuato nel Pnrr: si parla di circa 72 miliardi di euro di risorse investite in tutte le missioni del Piano, di cui 57 miliardi nella sola missione 2. Oggi dobbiamo ragionare per macro-progetti che possano dare una svolta di innovazione rispetto a un assetto del vecchio mondo industriale come lo abbiamo concepito fino ad ora. Siamo al cosiddetto ultimo miglio ed è qui che si decide la partita. Sul territorio di Bergamo e di tutta la Lombardia, i risultati del Pnrr sono stati eccellenti. La Regione aveva circa 113mila progetti finanziati e, a oggi, circa 100mila risultano conclusi» ha affermato l’on. Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr questa mattina presso l’Auditorium di Confindustria Bergamo, all’evento pubblico “Oltre il Pnrr. La sostenibilità come leva strategica per imprese, territori ed enti non profit”, promosso da Cesvi e Confindustria Bergamo.

L’iniziativa dell’organizzazione umanitaria e dell’associazione degli industriali bergamaschi è stata l’occasione per un confronto tra istituzioni, imprese, mondo accademico, finanza e Terzo settore sul futuro dello sviluppo sostenibile. Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi, ha sottolineato come «la sostenibilità non è più un capitolo del bilancio, né un esercizio di compliance: è una scelta strategica sul tipo di crescita che vogliamo costruire e sul contributo che imprese, istituzioni e Terzo settore possono lasciare ai territori». In una fase segnata da instabilità geopolitica, crisi climatiche, tensioni sociali e nuove fragilità economiche, il convegno ha posto al centro una domanda cruciale per il sistema Paese: come rendere la sostenibilità una leva concreta di crescita, innovazione e coesione, oltre la stagione straordinaria del Pnrr e oltre una lettura puramente normativa o reputazionale.

Al centro dell’incontro, moderato da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 – Il Sole 24 Ore, una riflessione sul passaggio dalla stagione delle risorse straordinarie del Pnrr a una visione di lungo periodo, in cui la sostenibilità non sia letta soltanto come adempimento normativo o rendicontazione, ma come leva strategica per la competitività delle imprese, la crescita dei territori e la costruzione di modelli di sviluppo più inclusivi. L’evento si è aperto con i saluti istituzionali di Giovanna Ricuperati, presidente di Confindustria Bergamo, Raffaele Cattaneo, sottosegretario con delega alle relazioni internazionali ed europee di Regione Lombardia, Elena Carnevali, Sindaca di Bergamo, e Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi.

Nel suo intervento, Giovanna Ricuperati ha richiamato la complessità del contesto economico e internazionale attuale, sottolineando come imprese, istituzioni e Terzo Settore siano oggi parte di uno stesso ecosistema territoriale. «Ci sembra particolarmente rilevante questa riflessione comune sulla sostenibilità come leva strategica per le imprese, che avviene in occasione di un anniversario molto significativo, i quarant’anni di attività di Cesvi, con cui anche nel recente passato abbiamo collaborato nell’ambito di iniziative umanitarie. Oggi le imprese, pur fra mille criticità, sono sempre più consapevoli dell’importanza di agire in modo virtuoso nelle reti sociali, istituzionali, educative. Allo stesso tempo i territori crescono e affrontano meglio il cambiamento quando esiste un tessuto imprenditoriale dinamico, capace di creare valore, attrarre competenze, guardare al futuro. Confindustria Bergamo con le sue imprese vuole essere in questo senso un laboratorio di sperimentazione, un esempio di sviluppo innovativo, nella consapevolezza che il valore più duraturo si costruisce sempre all’interno di una comunità» ha affermato Ricuperati. 

Raffaele Cattaneo ha dichiarato «Il modello Pnrr ha un grave limite, che la Commissione europea replica nella proposta del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (il bilancio europeo 2028-2034): impone ai territori dall’alto le priorità decise a Bruxelles, tuttalpiù in accordo con i governi nazionali, ma senza un reale ascolto e coinvolgimento delle regioni e delle comunità locali. È un approccio che non condividiamo. Le Regioni chiedono alla UE politiche che rispettino il principio di sussidiarietà sancito dai Trattati: le priorità devono nascere dai territori, non essere imposte dall’alto perché il vero sviluppo si costruisce dal basso. Questo vale in particolare quando si parla di sostenibilità e anche di cooperazione internazionale. La sostenibilità, per essere autentica, deve integrare la dimensione ambientale con quella economica e sociale. È tempo di lasciare dietro le spalle l’approccio ideologico che la UE troppe volte ha mostrato nella applicazione del Green Deal. Allo stesso modo la cooperazione internazionale si snaturerebbe se perdesse la propria natura sussidiaria: da sempre ciò che la contraddistingue è il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile, del Terzo settore, delle imprese, delle istituzioni locali e dei territori come protagonisti di uno sviluppo realmente sostenibile e capace di generare insieme crescita e coesione sociale».

A chiudere la cornice istituzionale l’intervento di Stefano Piziali, direttore Generale di Cesvi, che ha richiamato la necessità di superare una visione della sostenibilità limitata a bilanci, rating, compliance e reputazione. «Oggi la sostenibilità non è più soltanto una scelta etica: è una richiesta del mercato, degli investitori, delle banche, dei consumatori e dei giovani che scelgono dove lavorare», ha dichiarato Piziali. «Le aziende vengono valutate non solo per ciò che producono, ma per il modo in cui producono, per l’impatto che generano e per il ruolo che scelgono di avere nella società».

La mattinata è proseguita con il keynote speech di Mario Calderini, Professore Ordinario di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano e Direttore del Centro di ricerca Tiresia. Calderini ha proposto una lettura critica dell’evoluzione del paradigma della sostenibilità, evidenziando come negli ultimi anni molte strategie aziendali siano rimaste su un piano prevalentemente segnaletico, poco trasformativo e non sempre integrato con i processi di innovazione. La sostenibilità, secondo questa prospettiva, può invece diventare realmente strategica quando produce innovazione, crea valore misurabile e permette di superare il trade-off tra profitto e impatto sociale o ambientale.

Esperienze e approcci diversi dal mondo delle imprese, della finanza, dello sport e della consulenza Esg sono stati invece i temi al centro della tavola rotonda “La sostenibilità che genera valore: da obbligo a opportunità strategica”, moderata da Rossella Sobrero, Presidente di Koinètica. Sono intervenutiAndrea Rocco, Chief Sustainability & Risk Officer Brembo, Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il sociale, Paolo Angeletti, Consigliere Delegato di S.A.L.F. S.p.A., Andrea Fabris, Direttore Generale Corporate di Atalanta B.C., e Francesca D’Angelo, Founder di Sostenibilità Consulting e advisor di strategia, governance e organizzazione.

Dal confronto è emerso come la sostenibilità sia sempre meno un tema laterale rispetto al business e sempre più una dimensione che incide sulla capacità delle organizzazioni di innovare, attrarre competenze, rafforzare la reputazione, costruire relazioni solide con gli stakeholder e generare valore nel tempo. Tra gli interventi quello di Andrea Forghieri, che ha sottolineato «Per Intesa Sanpaolo la sostenibilità è una scelta chiara e necessaria per promuovere uno sviluppo inclusivo e duraturo. Come prima banca italiana, sentiamo la responsabilità di essere vicini ai territori e alle comunità non solo come attore economico, ma anche come soggetto attivo nel favorire inclusione e coesione sociale. Per questo il nostro impegno va oltre il sostegno finanziario a famiglie e imprese: investire nell’azione sociale significa valorizzare il capitale umano, rafforzare la resilienza delle comunità e contribuire a ridurre disuguaglianze e fragilità. Tutto questo rappresenta non solo una scelta etica, ma una visione strategica: far crescere insieme economia e equità sociale significa creare valore duraturo per tutti. E farlo con importanti Enti del Terzo settore come il Cesvi, in un’ottica di coprogettazione, sottolinea ancora una volta la nostra attenzione all’economia sociale».

Le esperienze presentate hanno mostrato come le partnership sociali, se costruite con obiettivi chiari e logiche di impatto misurabile, possano diventare strumenti concreti per collegare competitività aziendale, responsabilità territoriale e risposta ai bisogni delle comunità. Un passaggio centrale è stato dedicato al ruolo del Terzo settore, non solo come destinatario di iniziative filantropiche, ma come soggetto competente, capace di leggere i bisogni sociali, attivare reti, progettare interventi ad alto impatto e accompagnare le imprese in percorsi di sostenibilità più credibili, radicati e trasformativi. In questo quadro, la collaborazione tra profit, non profit e istituzioni è stata indicata come una delle condizioni essenziali per rendere strutturale la sostenibilità oltre la fase degli incentivi e delle risorse straordinarie.

L’ultima parte dell’evento ha ospitato il dialogo istituzionale tra Maurizio Carrara, fondatore e presidente ad honorem di Cesvi, e l’on. Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr, dedicato al tema “Oltre il Pnrr: un primo bilancio e le altre leve per una competitività sostenibile”. 

Nel corso dell’incontro, Carrara ha portato la sua esperienza concreta evidenziando come il Pnrr abbia acceso una nuova consapevolezza sul valore della sostenibilità non solo come principio etico, ma come reale motore di sviluppo per il sistema Paese. Richiamando l’esperienza del Progetto Rinascimento, ha sottolineato l’importanza delle reti territoriali e della collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo Settore, capaci di generare risposte rapide ed efficaci nei momenti di maggiore trasformazione economica e sociale.

Il Ministro Foti ha invece delineato il quadro strategico delle politiche di coesione e delle prospettive oltre il Pnrr, ribadendo il ruolo centrale della sostenibilità e della competitività per la crescita dei territori. Ha inoltre evidenziato come il rafforzamento delle sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore rappresenti una leva fondamentale per creare valore economico e sociale duraturo, con particolare attenzione alle aree interne e allo sviluppo di progettualità capaci di produrre impatti concreti e diffusi sul territorio nazionale. 

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Stipendi stellari dei ceo ma Elon Musk stavolta non c’entra

Due persone lavorano nella stessa organizzazione. Hanno compiti e responsabilità differenti, ma sono pur sempre al servizio di una causa comune. Tuttavia, una voragine retributiva le separa: la prima può guadagnare anche 300, 400, mille volte in più della seconda. Si tratta della forbice, in alcuni casi con ampiezze oggettivamente fuori scala, che descrive la diseguaglianza tra i compensi degli amministratori delegati e gli stipendi dei propri dipendenti. C’è da dire che valori così alti si ritrovano solo nelle grandi multinazionali, molto spesso americane. Nonostante lo scarto sia mediamente più basso al confronto con gli Stati Uniti, il tema è rilevante anche in Italia. Nel nostro Paese, però, fatto di piccole imprese e frenato da poca innovazione, bassa crescita e stipendi reali fermi ai primi anni ’90, il dibattito sembra meno presente.

Venti che separano

Secondo una recente analisi della Confederazione sindacale internazionale e dell’Oxfam, nel 2025 i compensi degli amministratori delegati delle più grandi società del mondo sono cresciuti dell’11%, mentre il salario reale del lavoratore medio globale è aumentato appena dello 0,5%. In altri termini, la retribuzione dei ceo è aumentata oltre venti volte più velocemente rispetto agli incrementi salariali dei dipendenti. La questione è calda soprattutto negli Usa, dove i compensi di chi sta al vertice delle grandi organizzazioni possono raggiungere valori realmente esagerati, tra paga base, bonus legati agli obiettivi e stock option. Si calcola che nel 2025 i dieci ceo più pagati del mondo hanno guadagnato complessivamente oltre un miliardo di dollari. Lo scorso anno il colosso finanziario Blackstone, la multinazionale tech Broadcom, la banca d’investimento Goldman Sachs e Microsoft hanno pagato i propri ceo oltre cento milioni ciascuno.

Giù la… Musk

Se è poco sensato citare Elon Musk, tra le altre cose cofondatore e amministratore delegato di Tesla, del quale si parla spesso per ipotetici compensi da centinaia di miliardi di euro (legati però a obiettivi estremamente ambiziosi), si può guardare alle grandi aziende tecnologiche. Sundar Pichai, ceo di Google e amministratore della holding Alphabet, potrebbe percepire fino a 692 milioni di dollari nei prossimi tre anni: non tanto con la paga base, pari a circa due milioni di dollari, ma in gran parte grazie ai risultati finanziari e alla capacità di raggiungere obiettivi. Il ceo di Apple, Tim Cook, che a breve lascerà il posto per passare alla carica di presidente esecutivo, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di tre milioni di dollari, più altri 70 milioni tra azioni e bonus.

il ceo di Google, Sundar Pichai, foto di Jose Luis Magana per AP Photo/LaPresse

Il vero fallimento

«A ben vedere gli stipendi dei grandi manager non sono salari: si tratta in realtà di rendite autodefinite. Non esistono ragioni vere, né di mercato, né di efficienza, per pagare un amministratore delegato 10 o 50 milioni di euro. Spesso non sono neanche compensi legati alle performance», ragiona Luigino Bruni, economista e presidente della Scuola di Economia civile.

«Quando si raggiungono cifre del genere siamo di fronte a un fallimento del mercato e dell’etica. Senza contare che quelle somme esagerate rappresentano naturalmente una decurtazione dei profitti dell’azienda, una diminuzione dei compensi dei lavoratori o un costo aggiuntivo scaricato sui consumatori». Negli anni ’50 alla Olivetti lo stipendio più alto non poteva superare di circa dieci volte quello più basso. «Al tempo il problema si poneva per tenere unità una comunità. C’è una soglia oltre la quale la diseguaglianza diventa insopportabile e ci fa dubitare che esista qualcosa che ci tiene insieme: vale per la società in generale e anche per le imprese».

Italia meno

In Italia siamo molto lontani dai livelli americani, anche prendendo come esempio emblematico il compenso dell’ex amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares. Per il 2023 il manager portoghese della holding nata dalla fusione di Fca e Groupe Psa era arrivato a percepire quasi 36,5 milioni di euro (tra paga base, bonus e buonuscita), mentre l’attuale ceo, l’italiano Antonio Filosa, nel 2025 ha avuto un compenso di circa 5,4 milioni. Guardando invece ai vertici delle partecipate pubbliche, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di 1,6 milioni di euro, a cui bisogna aggiungere la parte variabile e il controvalore delle azioni gratuite, per un totale percepito di quasi 8,9 milioni di euro. Di recente si è parlato per lui di un aumento che porterebbe il compenso potenziale fino a 15,4 milioni, criticato dal proxy advisor Iss. Nel caso dell’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, il compenso fisso nel 2025 è stato di 1,5 milioni, arrivato però a 10,2 milioni sommando bonus variabili, azioni e benefit.

Manca la ratio

Per comprendere davvero l’entità di cifre così alte, più che il dato secco può aiutare mettere i compensi in rapporto agli stipendi dei lavoratori ordinari, attraverso il cosiddetto ceo pay ratio. Si definisce così il rapporto tra il compenso complessivo annuo del ceo e la retribuzione mediana, ossia il valore che divide in due metà numericamente identiche i dipendenti (calcolata escludendo la remunerazione del ceo). Se per esempio quel rapporto è di 5 a 1, significa che per ogni euro guadagnato dal lavoratore con retribuzione mediana al ceo spetta un compenso cinque volte superiore.

Secondo l’Economic policy institute, think tank non profit che analizza da anni le diseguaglianze salariali negli Stati uniti, nel 1965 gli amministratori delegati delle prime 350 aziende americane venivano pagati circa 21 volte in più rispetto al lavoratore tipico. Quel rapporto è cresciuto a 31 a 1 nel 1978 e a 60 a 1 nel 1989, prima di esplodere negli anni ’90 e soprattutto nei primi anni duemila, raggiungendo quota 380 a 1. La crisi finanziaria del 2008 ha alleggerito il fenomeno, che è poi tornato prepotentemente raggiungendo il massimo storico nel 2020, con un rapporto di oltre 400 a 1, prima di scendere ancora: nel 2024 è stato di circa 281 a 1. Anche in questo caso in Italia i rapporti sono molto più bassi. Nel 2025 il pay ratio in Enel è stato di 186 a 1, in Eni di 138 a 1 e in Stellantis di 82 a 1 (ma di 248 a 1, se si considera la media degli ultimi cinque anni).

Bastano quattro giorni

Dal 2017 negli Stati Uniti la Sec, l’equivalente americana della Consob, ha imposto alle società quotate l’obbligo di divulgare il rapporto tra la remunerazione del ceo e la retribuzione mediana all’interno dell’azienda. Qualcosa di simile è stato introdotto nel 2019 nel Regno Unito, per le società quotate con più di 250 dipendenti. Quell’anno si era molto parlato del “fat cat friday“, la giornata di venerdì 4 gennaio. Si era calcolato che entro quella data, cioè ad appena quattro giorni dall’inizio dell’anno, il ceo medio a capo delle prime cento società quotate al London stock exchange aveva già intascato l’equivalente della paga media annua di un lavoratore britannico a tempo pieno. Alla base di queste politiche c’è la convinzione che una maggiore trasparenza sulle disuguaglianze interne alle aziende possa ridurre le disparità retributive e prevenire reazioni negative nell’opinione pubblica. Il ragionamento è intuitivo: mettere nero su bianco la retribuzione di un ceo può influenzare direttamente il morale dei lavoratori, il loro coinvolgimento e la percezione di equità all’interno dell’azienda. Inoltre, non sono da sottovalutare le ricadute dirette anche sugli azionisti e in generale sulla percezione dell’organizzazione all’esterno.

Effetto trasparenza

Uno studio di due economisti italiani per l’istituto di ricerca internazionale Iza ha analizzato proprio l’effetto della trasparenza sulle retribuzioni dei vertici aziendali (in gran parte degli amministratori delegati) a capo delle società italiane quotate in borsa a partire dal 1998, anno dal quale è stato introdotto l’obbligo di renderle pubbliche e così i compensi sono diventati osservabili e sistematicamente divulgati. L’operazione trasparenza ha prodotto qualche effetto nelle aziende guidate da ceo con compensi elevati, ma solo per pochi: a beneficiarne è stato soprattutto chi aveva già un alto stipendio, mentre chi guadagnava poco non ha visto differenze significative in busta paga. «Abbiamo osservato che la conoscenza dell’ammontare esatto dei guadagni dell’amministratore delegato può essere una leva per i top manager, che in questo modo hanno la possibilità di negoziare compensi migliori. Ma nel caso del lavoratore mediano quella possibilità di negoziare di fatto non c’è», dice Vincenzo Pezone, professore associato di finanza presso il dipartimento di economia e management dell’università Luiss e autore dello studio con Agata Maida, dell’Università statale di Milano.

Sapere non basta

La trasparenza aiuta, quindi, ma forse meno del previsto. «Studi americani hanno dimostrato che la disponibilità su internet dei guadagni dei ceo, ossia la loro divulgazione pubblica e il dibattito innescato dai media, hanno effettivamente portato a una diminuzione dei compensi dei vertici aziendali. La trasparenza può quindi essere un fattore per ridurre la diseguaglianza, ma da sola non basta, soprattutto in Italia», aggiunge Pezone. «Una grossa differenza tra gli Usa e il nostro Paese è che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti una crescita dei salari c’è stata, mentre in Italia sono rimasti fermi.

È difficile parlare di ridistribuzione della ricchezza quando la ricchezza di fatto non si crea». Se negli Stati Uniti o in Inghilterra l’opinione pubblica si è indignata, sull’onda di una crescita che ha arricchito pochi e lasciato indietro tanti, in Italia il contesto è molto diverso. Secondo Pezone, «forse di questo tema in Italia se ne parla un po’ meno perché il dibattito è superato dalla bassa crescita. Inoltre, siamo anche un’anomalia, perché nel nostro Paese la figura del manager professionale, a parte nel caso delle banche, è poco presente. Molte imprese sono familiari e di conseguenza è più difficile creare scandalo e indignarsi per grossi stipendi percepiti da persone che molto spesso hanno fondato le società che dirigono».

Azionisti… in azione

La sostenibilità, in tutte le sue forme, è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è entrata di prepotenza anche in relazione ai compensi milionari dei ceo. Da anni i guadagni degli amministratori delegati delle grandi aziende non sono legati soltanto a fattori finanziari e alla massimizzazione del valore per gli azionisti. Nel 2018 soltanto il 25% delle aziende considerava la performance Esg come fattore nella retribuzione variabile dei propri ceo, mentre già nel 2022 erano diventate circa il 90%. Ma secondo uno studio della Banca d’Italia, che ha analizzato le principali società quotate in Italia, Francia, Germania e Spagna tra il 2018 e il 2022, collegare cospicui bonus per gli amministratori delegati al raggiungimento di migliori valutazioni Esg non è sempre efficiente. Nell’analisi l’Italia è risultata tra i paesi con i ceo più efficaci a raggiungere obiettivi Esg: traguardi tuttavia spesso vaghi, poco impegnativi e a basso impatto sul modello di business, con un alto rischio di greenwashing. «Siamo immersi in questa grande retorica delle capitalismo dal volto umano e delle leadership condivise e inclusive», spiega ancora Bruni, «ma quando poi guardi agli stipendi e vedi uno scarto di mille volte diventa tutto fumo negli occhi. È un problema di qualità morale dell’intero capitalismo». Una possibile soluzione? «Nel nostro piccolo potremmo iniziare a non acquistare i prodotti delle grandi aziende che strapagano i top manager. Ma prima ancora dei consumatori, a indignarsi dovrebbero essere gli azionisti».

Nella foto di apertura, di Mauro Scrobogna per LaPresse, Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, durante l’edizione 2025 di Atreju, il Festival di Fratelli d’Italia: guadagna 1,52 milioni annui che diventano 10,2 annui (lordi), sommando bonus e componenti variabili.

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Riduzione delle emissioni, quelle 60 aziende italiane che sfidano l’Europa

È una classifica che ha l’obiettivo di mettere in evidenza quali sono le aziende europee che hanno fatto più progressi nella riduzione delle emissioni di gas serra.

Si chiama Europe’s climate leaders 2026 ed è un elenco che concentra la sua attenzione su quelle aziende che hanno ottenuto la maggiore riduzione delle proprie emissioni principali tra il 2019 e il 2024: le cosiddette Scope 1 e 2, emissioni che derivano dalle attività operative dell’azienda e dall’energia che ha utilizzato.

A stilarla, per il sesto anno consecutivo, il Financial Times sulle informazioni raccolte dal provider di dati Statista: 600 le imprese virtuose.

L’azienda con il punteggio più alto è Fortum, società finlandese attiva nei settori dell’energia e dei servizi di pubblica utilità. Al secondo posto si posiziona la società di servizi professionali Accenture, mentre la società francese di software Dassault systèmes si piazza al terzo posto.

E le italiane? Sono 60 e tra loro figurano anche Enel, Safilo, Intesa Sanpaolo, A2A, Pirelli, Campari, Cassa depositi e prestiti, Ferrari, Poste Italiane, Generali e Banca Generali (QUI l’elenco completo).

Il Piano di Generali

Il riconoscimento, fa sapere in particolare il Gruppo Generali, «conferma l’efficacia dell’approccio alla sostenibilità e del Piano di transizione climatica: una direzione integrata nella strategia del gruppo, che definisce impegni, leve, risorse e meccanismi di governance attraverso cui Generali promuove una transizione giusta verso un’economia a zero emissioni nette, nelle attività assicurative, di investimento e operative, entro il 2050»

Ambizioni, si specifica, «che sono supportate da obiettivi intermedi al 2030 e che mirano a favorire un modello economico e sociale più sostenibile».

Specifiche leve di decarbonizzazione

In particolare, sull’inclusione di Banca Generali nella classifica, per il gruppo si tratta di «un riconoscimento che riflette il percorso strutturato e avviato da tempo dalla banca, concretizzatosi nell’adozione del Piano di transizione climatica all’inizio del 2025»

Il piano, si chiarisce, «definisce obiettivi di decarbonizzazione sia per le attività operative sia per il portafoglio investimenti, con target intermedi al 2030 e l’obiettivo di lungo periodo di emissioni Net-zero al 2040, supportati da specifiche leve di decarbonizzazione».

Lucia Silva, group chief sustainability officer di Generali, e Carmelo Reale, general counsel & group sustainability di Banca Generali

Piano strategico che dimostra efficacia

L’inclusione tra gli «Europe’s climate leaders», sottolinea Lucia Silva, group chief sustainability officer di Generali, «rappresenta un riconoscimento importante dei progressi compiuti da Generali nel contrasto al cambiamento climatico delineati nel Piano di transizione approvato dal Consiglio di amministrazione del gruppo».

I risultati raggiunti, spiega, «dimostrano l’efficacia del nostro piano strategico e la nostra capacità di integrare la sostenibilità nel core business, contribuendo concretamente a una transizione verde e giusta».

Fattori di sostenibilità e business integrati

Per Carmelo Reale, general counsel & group sustainability di Banca Generali, «l’inclusione tra gli Europe’s climate leaders conferma il percorso intrapreso da Banca Generali e il costante impegno nell’ambito Esg, volto all’integrazione dei fattori di sostenibilità nel modello di business e al rafforzamento di un framework orientato alla promozione di investimenti responsabili e alla creazione di valore nel lungo termine».

In questo percorso, dice ancora, «si inserisce il Piano di transizione cimatica approvato dal nostro Consiglio di Amministrazione, che definisce obiettivi chiari di decarbonizzazione e guida l’evoluzione della Banca verso un modello sempre più sostenibile».

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura foto da Andrey K per Unsplash. Nel testo foto da ufficio stampa Banca Generali

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Fondazione Giordano Dell’Amore: un motore per l’ecosistema dell’impatto sociale made in Italy

La Fondazione Social Venture Giordano dell’Amore – Fsvgda è impegnata dal 2017, anno della sua nascita, nella promozione e nello sviluppo dell’ecosistema italiano dell’impact investing – sui versanti della domanda e dell’offerta di capitale – attraverso un’attività integrata di capacity building, investimento e advisory.

Tra i risultati che emergono dall’Impact Report 2025 consultabile sul sito www.fsvgda.it si possono ricordare gli 11,7 milioni di euro investiti in 60 soggetti, 192 percorsi di incubazione/accelerazione e mentorship offerti a startup a impatto sociale, oltre 2 milioni di euro erogati in servizi di incubazione/accelerazione e servizi di accompagnamento alle iniziative imprenditoriali

Attività di capacity building

L’offerta di competenze sul mercato rappresenta uno strumento centrale nel modello di intervento promosso da Fsvgda. Le iniziative di capacity building – orientate allo sviluppo di una domanda di capitali più solida e strutturata – costituiscono una condizione necessaria a rendere l’attività di impact investing sostenibile e attrattiva per gli investitori. Sulla base di tale consapevolezza, la Fondazione, grazie alle risorse filantropiche di Fondazione Cariplo, ha concluso nel 2025 la quarta edizione di Get it!, realizzata in partnership con Cariplo Factory.

Ad oggi, Fsvgda ha promosso 13 programmi di capacity building (4 edizioni della Call for Impact di Get it!, 3 edizioni di Get it! 4 Partners e 6 programmi esterni in qualità di partner) che hanno raccolto complessivamente 1.960 candidature, consentendo alla Fondazione di finanziare 192 percorsi di incubazione/accelerazione e mentorship e di investire 1,5 milioni di euro  in 25 startup a impatto. Nell’ambito di Get it!, inoltre, Fsvgda ha erogato oltre 2 milioni di euro in servizi di accompagnamento imprenditoriale, coinvolgendo nei percorsi di empowerment oltre 50 mentors e supportando attraverso il suo Evaluation Lab oltre 80 imprese nello sviluppo di modelli di valutazione dell’impatto delle loro attività.

Attività di investimento

Al 31 dicembre 2025, la Fondazione ha investito complessivamente 11,7 milioni di euro in 60 soggetti: 2,5 milioni di euro in 4 veicoli e 9,2 milioni di euro in 56 imprese.

Il portafoglio di investimenti – diretti e indiretti – della Fondazione è il frutto della volontà di allocare risorse finanziarie per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali capaci di offrire soluzioni innovative e sostenibili a bisogni prioritari e per contribuire alla nascita e al rafforzamento dei veicoli attivi nel campo dell’impact investing.

Prosegue il programma Gda Invest

Con l’obiettivo di rilanciare e rafforzare l’offerta di capitali, nel novembre 2024, Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore e Fondazione Cariplo hanno avviato ufficialmente Gda Invest, un programma di investimenti a impatto di oltre 60 milioni di euro: al 31 dicembre scorso il programma ha investito 8,5 milioni in 25 iniziative, di cui 22 startup, un Ets (investimento a lungo termine) e 2 veicoli finanziari.

Nel complesso, il portafoglio dei 56 investimenti diretti risulta eterogeneo per natura giuridica – 32 S.r.l., di cui 7 imprese sociali, 20 Cooperative Sociali e 4 S.p.A., di cui un’impresa sociale – e per settore: il 40,6% è afferente all’area sociale, il 44,9% all’area arte e cultura, il 13,2% all’area ambientale e l’1,3% all’area della ricerca scientifica.

L’analisi del portafoglio, inoltre, evidenzia alcuni dati significativi rispetto all’andamento e alle caratteristiche dei dipendenti impiegati dalle 56 partecipazioni dirette: sempre al 31 dicembre scorso sono infatti 1.140 i dipendenti complessivi, di cui 595 donne (52%) e 373 soggetti ascrivibili alle fasce deboli (33%).

In apertura foto by Mattia Poli on Unsplash

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Pietro Segata, nuovo presidente di “Agci imprese sociali”: «Il benessere dei nostri lavoratori è una priorità»

“Scenario attuale ed evoluzioni in corso: il ruolo della cooperazione sociale”, questo il titolo del congresso del settore sociale di Agci– Associazione Generale Cooperative Italiane che si è tenuto a Roma, presso Palazzo Merulana e ha visto l’elezione del bolognese Pietro Segata, presidente di Società Dolce al vertice di Agci imprese sociali. Segata raccoglie il testimone da Giuseppina Colosimo. Oltre a Segata la presidenza è così costituita: Marco Olivieri (vicepresidente vicario), Massimo Ramerino (vicepresidente), Antonella Cappadona, Pierandrea Costa, Giuseppe D’Anna, Emanuele Monaci, Federico Pericoli e Rocco Rota. 

Il settore imprese sociali di Agci nasce nel 1998 e oggi raggruppa 1.112 cooperative del settore sociale, per un totale di circa 212.777 soci,  53.633 occupati e un fatturato pari a 1.459.016.025 euro.


Quali gli obiettivi di mandato del neo presidente? Segata a colloquio con VITA ne individua quattro. Il primo è dare «piena cittadinanza alle imprese sociali». Già oggi le imprese sociali costituite in forma non cooperativa possono aderire al network senza però effettivo diritto di voto (se non in forma consultiva): «Proporrò al presidente nazionale Massimo Mota una modifica al nostro statuto affinché si avvii un processo in base al quale anche le imprese sociali a partecipazione cooperativa (ovvero possedute per almeno dal 51% da coop sociali) o che inseriscano nella governance il coinvolgimento dei dipendenti nella gestione e negli utili dell’azienda (sul modello tedesco in base alla riforma proposta dalla Cisl) possano godere del pieno diritto di voto».

Secondo punto: «L’estensione del contratto nazionale delle cooperative sociali come riferimento base per tutte le imprese sociali, anche non cooperative».

Terzo obiettivo: favorire la nascita di cooperative o consorzi di cooperative sociali a indirizzo plurimo, ovvero soggetti che gestiscono contemporaneamente i servizi socio-sanitari/educativi (tipo A) e le attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B). «Un orizzonte», ragiona Segata, «che contribuirà a rafforzare la sostenibilità e la capacità innovativa delle nostre imprese».

Infine il capitolo sul lavoro di cura. Su questo Segata ha un’idea ben definita: «Rendere Agci imprese sociali, non solo un organo di rappresentanza delle imprese, ma anche dei lavoratori. Dagli educatori agli assistenti sociali, dobbiamo lavorare a fondo per rendere attrattive queste professioni». Come in concreto? «Stiamo discutendo del rinnovo del contratto nazionale, che, in linea con le indicazioni del Governo, in prima battuta recupererà tutta l’inflazione, dopo di che dobbiamo mettere in campo altri strumenti, lavorando sul welfare aziendale, sulla previdenza integrativa e sulle prestazioni mutualistiche di assistenza sanitaria. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: oggi troppe nostre persone sono già o rischiano di finire nel perimetro dei lavoratori poveri. Invertire la rotta è una priorità». 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Segata è una delle voci che parlano nel numero di VITA magazine in distribuzione “Social worker, senza di loro perdiamo tutti”, all’interno del quale trovate il “Manifesto del lavoro sociale” che presenteremo il 4 giugno a Torino. 

Tornando a Roma, all’evento, moderato dalla giornalista Rai Simona Rolandi, ha inviato un videomessaggio Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità. Mentre hanno partecipato dal vivo Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale della Regione Lazio; Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro del Comune di Roma; Cristina Almici, deputata di Fdi; Silvio Lai, deputato del Pd; Maria Chiara Gadda, deputata di Italia Viva; Marco Lombardo, deputato di Azione; Gabriele Sepio, avvocato esperto di Terzo settore ed economia sociale; il direttore di VITA Stefano Arduini; il professor Stefano Zamagni; il presidente di Confcooperative Federsolidarietà Stefano Granata e Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali. A concludere  i lavori è stato il presidente di Agci nazionale Massimo Mota

La viceministro al Lavoro con delega al Terzo settore, Maria Teresa Bellucci con il presidente nazionale di Agci Massimo Moro

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Inclusione al “Quadrato”: Centimetro Zero fa il bis e conquista Ascoli

Un nuovo ristorante che unirà inclusione sociale, sostenibilità economica e ambientale in una location unica, Palazzo Saladini Pilastri ad Ascoli Piceno. È l’ultima sfida di Locanda Centimetro Zero di Pagliare del Tronto , il ristorante sociale di Pagliare del Tronto (frazione di Spinetoli, AP) aperto nel 2015. Il nuovo ristorante richiamerà, nel nome, il primo – Centimetro Zero al Quadrato – e aprirà le cucine entro la fine dell’anno.

Nato per iniziativa di Emidio Mandozzi e Roberta D’Emidio, nel corso di questi 11 anni il progetto ha diversificato le proprie attività. Al ristorante sociale e all’orto biologico si è aggiunta, nel 2020, la produzione di vino in collaborazione con il produttore Roberto Cipresso. Nel 2022, poi, l’apertura della cioccolateria “Cioccole” sotto la direzione della maîtres chocolatiers Giorgia Ciarrocchi. Ora, dunque, un nuovo ristorante, in un luogo storico del capoluogo.

In tutto, la Locanda, occupa stabilmente circa venti ragazzi con disabilità intellettiva, che a rotazione prestano servizio tra cucina e sala, in un contesto dove la disabilità diventa inclusione e coinvolgimento sociale con una clientela fidelizzata e sempre crescente.

«Abbiamo cercato di dare una risposta ad un bisogno che, per questi ragazzi, era duplice: offrire loro un’occasione di mettersi in gioco attraverso un lavoro che li facesse sentire autonomi, e dall’altro lato sentirsi liberi ed accettati dalla società», sottolinea Mandozzi. Gli fa eco D’Emidio: «Il nostro è un progetto che, oltre a offrire opportunità a tanti ragazzi, ai quali ci siamo talmente affezionati da diventare la nostra grande famiglia allargata è anche un sostegno per le famiglie che, attraverso una rete di supporto condiviso, riduce il carico di cura quotidiana». Lo conferma Martino Acquaroli, un “veterano” dei ragazzi che lavorano alla Locanda: «Noi esistiamo, perché ci siete voi».

Le foto sono di Locanda Centimetro Zero

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Bitcoin (r)Evolution

Tenetevi liberi domenica 7 giugno per partecipare al congresso organizzato dal gruppo Bitcoin Edu Veneto e l'Associazione Scienza e Arte della Salute.Un evento unico nel suo genere, in quanto oltre alle conferenze sul tema Bitcoin tenute da importanti esperti nazionali, saranno presenti nel bellissimo parco della villa che ci ospita numerosi espositori che venderanno prodotti ...continua a leggere "Bitcoin (r)Evolution"
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Dichiarazione dei redditi, cambia tutto: chi paga meno e chi rischia di più. Attenzione agli errori: così puoi rimediare senza sanzioni

Il fisco riapre le porte digitali. Ma il calendario non perdona: chi arriva tardi, resta fuori. Il Modello 730/2026 torna online e con lui una stagione fatta di scadenze, detrazioni e qualche nuova regola che può cambiare il saldo finale. Dal 30 aprile l’Agenzia delle Entrate metterà a...

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Vivendi scommette sul cinema: il gruppo francese guidato da Bollorè acquisisce il 51% di Lucky Red. Ecco quanto ha sborsato 

Importante passaggio di proprietà di Lucky Red, la nota casa di produzione cinematografica fondata da Andrea Occhipinti che ne era amministratore unico e socio di controllo con l’89% tramite la Keyek, e che ora passa sotto il controllo del gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré. Segui su affaritaliani.it

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