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L’Africa è sovrappopolata? Sbagliato: di abitanti ne ha troppo pochi

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Capire l’economia di un continente intero non è un’impresa semplice, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato leggendo la saggistica divulgativa degli ultimi anni è che certe narrazioni sono dure a morire. Sull’Africa, ad esempio, la storia che ci raccontiamo da decenni è quasi sempre fatta di emergenze demografiche, terre aride e una crescita della popolazione definita insostenibile. Ma se la prospettiva fosse del tutto rovesciata? Se il problema principale dell’Africa non fosse l’eccesso di persone, bensì la loro scarsità rispetto alla superficie e alle necessità di uno sviluppo industriale moderno?

A sollevare la questione con rinnovata decisione è l’ultimo lavoro di Joe Studwell, economista e giornalista britannico noto al grande pubblico per aver spiegato il miracolo economico dell’Estremo Oriente nel suo celebre saggio del duemilatredici dedicato allo sviluppo asiatico. Nel suo nuovo libro intitolato How Africa Works, Studwell affronta i luoghi comuni sullo sviluppo del continente africano e mostra come molte delle ricette economiche calate dall’alto dalle istituzioni internazionali abbiano ignorato la realtà materiale dei fatti.

La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che l’idea di un’Africa sovrappopolata sia in gran parte un mito. Considerata la vastità del territorio, la densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa. Questa frammentazione territoriale ha reso incredibilmente costoso costruire infrastrutture basilari, creare mercati interni connessi e sviluppare reti di trasporto efficienti. Senza una concentrazione adeguata di persone, far partire l’industria manifatturiera diventa un percorso in salita. Per decenni gli esperti europei e americani hanno suggerito politiche di contenimento o interventi focalizzati esclusivamente sulle materie prime, trascurando quello che gli Stati asiatici avevano capito molto tempo prima: lo sviluppo passa dal sostegno alla piccola agricoltura familiare, dalla protezione temporanea delle industrie nascenti e da un intervento statale pragmatico orientato all’esportazione.

Valorizzare il lavoro locale

In Paesi come l’Etiopia, il Ruanda, il Botswana o Mauritius si sono visti risultati straordinari proprio quando i governi locali hanno seguito strategie autonome, talvolta in aperto contrasto con i precetti del libero mercato ortodosso promossi dall’Occidente. La crescita demografica africana, spesso descritta come una minaccia sociale, rappresenta in realtà la più grande opportunità per creare un dividendo demografico, a patto che ci siano le condizioni politiche per valorizzare il lavoro locale.

Guardare all’Africa con le lenti del catastrofismo demografico rischia di farci prendere lucciole per lanterne. Le dinamiche in corso sul continente raccontano una storia molto diversa, fatta di trasformazioni strutturali, sfide enormi e opportunità che richiedono prima di tutto di liberarsi dei vecchi pregiudizi.

Sullo sfondo resta un punto fondamentale che vale per l’economia globale quanto per le nostre vite di tutti i giorni: le cose cambiano davvero soltanto quando smettiamo di applicare schemi vecchi a contesti nuovi e iniziamo a guardare i fatti per quello che sono, senza la pretesa di avere già tutte le risposte in tasca.

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Se il fisco prende il posto del salario

Da oltre vent’anni il taglio del cuneo fiscale ritorna ciclicamente al centro del dibattito economico italiano. Cambiano i governi, cambiano gli strumenti e persino le finalità dichiarate, ma la misura continua a essere proposta come risposta quasi universale ai problemi del lavoro. Prima serviva ad aumentare la competitività delle imprese, poi a favorire l’occupazione e oggi viene presentata soprattutto come uno strumento per accrescere il reddito disponibile dei lavoratori. Se una stessa politica riesce ad assumere funzioni così diverse senza mai uscire dall’agenda pubblica, vale forse la pena chiedersi se il problema sia davvero il cuneo fiscale oppure ciò che esso finisce per nascondere: la difficoltà del sistema produttivo italiano di generare salari adeguati attraverso la crescita della produttività, la contrattazione collettiva e una diversa distribuzione del valore aggiunto.

Il punto di partenza è apparentemente semplice. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra il costo complessivo sostenuto dall’impresa per un lavoratore e quanto quest’ultimo riceve effettivamente in busta paga. Da qui nasce un luogo comune molto diffuso: se il cuneo è elevato, allora è sufficiente ridurlo per aumentare automaticamente i salari. 

La realtà è molto più complessa. Il confronto internazionale mostra infatti che paesi come Belgio, Francia e Germania presentano un cuneo fiscale superiore a quello italiano (pari al 47%), senza che ciò impedisca livelli salariali medi decisamente più elevati e sistemi di welfare più estesi. Al contrario, economie caratterizzate da un cuneo relativamente contenuto, come gli Stati Uniti, presentano modelli di protezione sociale radicalmente differenti. La semplice dimensione del cuneo fiscale non spiega dunque né il livello dei salari né la competitività di un sistema economico.

 

Figura 1. Il cuneo fiscale nei principali paesi OCSE (Taxing Wages, OCSE).

Questo dato richiama una questione spesso dimenticata. Il cuneo fiscale non rappresenta soltanto un costo per imprese e lavoratori. Esso finanzia previdenza, sanità, istruzione e, più in generale, quei beni di merito che caratterizzano i moderni sistemi di welfare. 

Ridurre il cuneo significa inevitabilmente interrogarsi anche su come finanziare questi servizi. Il dibattito pubblico tende invece a presentare il prelievo come una perdita secca, dimenticando che si tratta di un trasferimento di risorse verso beni collettivi che, diversamente, dovrebbero essere acquistati individualmente sul mercato. Questa osservazione consente di comprendere come il significato economico del cuneo fiscale sia profondamente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.

Dal costo del lavoro al sostegno dei redditi

Negli anni Novanta il taglio del cuneo fiscale nasce come tipica politica dell’offerta. La convinzione, condivisa dall’OCSE, dalla Strategia europea per l’occupazione, dalla Banca d’Italia e dagli organismi comunitari, era che il costo del lavoro costituisse uno dei principali ostacoli alla crescita dell’occupazione, degli investimenti e della competitività. Il soggetto economico di riferimento era l’impresa. Il miglioramento del salario netto del lavoratore rappresentava, semmai, un effetto collaterale.

La crisi finanziaria del 2008 modifica progressivamente questo schema interpretativo. La produttività italiana continua a ristagnare, la crescita rimane debole e la moderazione salariale, inizialmente pensata come misura temporanea, diventa una caratteristica strutturale del mercato del lavoro. In questo nuovo contesto il taglio del cuneo fiscale continua a essere proposto, ma cambia progressivamente funzione. Non serve più soltanto ad aumentare la competitività, bensì a impedire la riduzione del reddito disponibile delle famiglie.

Con l’impennata inflazionistica del 2022 il cambiamento diventa definitivo. Il linguaggio stesso della politica economica si trasforma: dal costo del lavoro alla tutela del potere d’acquisto. La legge di bilancio per il 2025 segna il passaggio più significativo di questa evoluzione: il precedente esonero contributivo viene sostituito da un insieme di bonus e detrazioni fiscali che operano direttamente attraverso l’IRPEF. Il meccanismo è stato confermato anche nel 2026.

La politica fiscale non viene più utilizzata soltanto per raccogliere risorse e redistribuire il reddito, ma anche per integrare retribuzioni che il mercato del lavoro non riesce più a garantire. È proprio questo passaggio che merita attenzione.

Nel corso degli ultimi quindici anni gli interventi fiscali rivolti ai lavoratori dipendenti si sono moltiplicati: bonus IRPEF, decontribuzioni, detrazioni aggiuntive, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta personale sul reddito. Considerate singolarmente, queste misure possono apparire semplici aggiustamenti del sistema tributario. Osservate nel loro insieme raccontano invece un’altra storia: quella di una politica dei redditi che si è progressivamente spostata dalla contrattazione collettiva al bilancio dello Stato.

Questa evoluzione non è priva di conseguenze istituzionali. 

Negli anni Novanta il recupero del potere d’acquisto passava prevalentemente attraverso il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Gli aumenti salariali costituivano il risultato della contrattazione tra rappresentanze sindacali e organizzazioni datoriali, all’interno di un sistema di relazioni industriali costruito proprio per governare la distribuzione del valore aggiunto.

Oggi il quadro appare profondamente diverso. 

Una quota crescente dell’incremento del reddito disponibile deriva da interventi fiscali decisi annualmente nelle leggi di bilancio. Cambia il luogo istituzionale nel quale viene determinata una parte del reddito dei lavoratori. Il salario tende progressivamente a spostarsi dal luogo della produzione al luogo della redistribuzione, compromettendo l’istituzione del CCNL.

Questa trasformazione emerge con particolare evidenza osservando l’andamento delle retribuzioni reali. I dati dell’UPB mostrano che la stagnazione salariale italiana non coincide con una riduzione uniforme delle retribuzioni individuali. Essa riflette piuttosto la crescente diffusione di rapporti di lavoro caratterizzati da minore intensità lavorativa, occupazioni discontinue e orari ridotti. In altri termini, la diminuzione della retribuzione media deriva anche dalla trasformazione della composizione dell’occupazione.

Questa osservazione suggerisce una conclusione importante. Se il problema nasce dalla struttura produttiva e dal mercato del lavoro, appare difficile immaginare che possa essere risolto esclusivamente attraverso interventi sul prelievo fiscale. È proprio qui che il dibattito pubblico tende a confondere fenomeni profondamente diversi.

Quattro problemi diversi, una sola risposta

Negli ultimi anni si è progressivamente consolidata una sovrapposizione tra almeno quattro questioni distinte: la dinamica dei salari, il fiscal drag, la pressione fiscale e il potere d’acquisto. Nel dibattito politico questi fenomeni vengono spesso trattati come se fossero manifestazioni dello stesso problema e come se una sola misura – il taglio del cuneo fiscale – fosse in grado di affrontarli contemporaneamente.

Tabella 1. I quattro equivoci del dibattito pubblico.

Problema

Strumento corretto

Errore del dibattito

Salari troppo bassi

Contrattazione, produttività, politica industriale

Ridurli al cuneo fiscale

Fiscal drag

Riforma dell’IRPEF e indicizzazione

Confonderlo con l’aumento dei salari

Pressione fiscale

Riforma tributaria

Presentarla come politica salariale

Potere d’acquisto

Politica dei redditi

Identificarlo con il taglio del cuneo

 

È proprio questa identificazione che rischia di produrre l’equivoco maggiore. Il salario non coincide con il reddito netto percepito in busta paga. Esso è il risultato della produttività del sistema economico, della forza della contrattazione collettiva, della struttura produttiva, della spesa per il welfare e della distribuzione del valore aggiunto tra capitale e lavoro. Ridurre il problema salariale a una questione tributaria significa spostare l’attenzione dagli elementi che determinano la formazione del reddito a quelli che ne modificano soltanto la distribuzione successiva.

Il fiscal drag: un problema reale, ma spesso frainteso

Tra i temi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sul cuneo fiscale, il fiscal drag è probabilmente quello più frequentemente evocato e meno precisamente definito. L’espressione viene utilizzata per spiegare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, per giustificare riduzioni dell’IRPEF e, talvolta, persino come argomento a favore di politiche salariali. In realtà, queste diverse questioni non coincidono.

Il fiscal drag, nella sua definizione più rigorosa, si manifesta quando l’inflazione determina un aumento dei redditi nominali che spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più elevati senza che vi sia un corrispondente incremento del reddito reale. In assenza di un adeguamento automatico degli scaglioni e delle detrazioni, il contribuente paga un’imposta maggiore pur non avendo accresciuto la propria capacità di acquisto.

Si tratta di un fenomeno noto nella teoria tributaria e non rappresenta, di per sé, un’anomalia del sistema fiscale. In un sistema tributario progressivo è fisiologico che, al crescere del reddito reale, aumenti anche il prelievo. Questo è il normale funzionamento del principio costituzionale della capacità contributiva, principio attuabile attraverso un meccanismo permanente di indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione. 

Tuttavia, negli ultimi anni il legislatore ha preferito attenuare questo effetto mediante una successione di interventi discrezionali: bonus, nuove detrazioni, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta con la legge di bilancio 2025. Il risultato è un sistema che corregge ex post gli effetti dell’inflazione, ma lo fa attraverso provvedimenti contingenti piuttosto che mediante una revisione organica del rapporto tra inflazione, progressività e imposizione personale.

 

Figura 2. Aliquote effettive dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, 1990 e 2026 (a prezzi costanti 2026).

Fonte: nota di lavoro dell’UPB sul ruolo redistributivo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026, https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-dellupb-sul-ruolo-redistributivo-dellirpef-tra-il-1990-e-il-2026/

L’evoluzione delle aliquote effettive mostra chiaramente questa trasformazione. Per i redditi medio-bassi il prelievo è stato progressivamente ridotto fino a diventare, in alcuni intervalli di reddito, addirittura negativo per effetto delle detrazioni e dei trasferimenti incorporati nell’imposta. Parallelamente, la parte superiore della distribuzione registra un incremento dell’aliquota effettiva che deriva, almeno in parte, proprio dall’accumularsi del drenaggio fiscale nel corso del tempo. L’IRPEF, continuando a essere formalmente la stessa imposta, non si limita più a redistribuire il reddito secondo la capacità contributiva, ma viene utilizzata per sostenere direttamente il reddito da lavoro dipendente.

Ed è qui che il fiscal drag incontra il tema del cuneo fiscale. Nel dibattito i due fenomeni vengono spesso sovrapposti, come se la riduzione del cuneo rappresentasse la soluzione naturale al drenaggio fiscale. In realtà essi operano su piani interagenti, ma differenti.

Ridurre il fiscal drag mediante interventi fiscali può essere un’alternativa rispettabile all’indicizzazione degli scaglioni IRPEF, avendo tuttavia cura di non trasformare questa esigenza in una politica salariale permanente, a causa del rischio che il sistema tributario finisca per compensare debolezze strutturali del modello di sviluppo. Il fiscal drag non è una causa della crisi salariale italiana; è un amplificatore. 

Conclusioni. Quando il fisco prende il posto del salario

L’evoluzione del cuneo fiscale e del fiscal drag racconta una storia diversa da quella che normalmente viene proposta nel dibattito pubblico. Non si tratta soltanto della ricerca di un equilibrio tra pressione fiscale, competitività e tutela del potere d’acquisto. In gioco vi è un cambiamento più profondo: il rapporto tra distribuzione primaria e distribuzione secondaria del reddito.

La distribuzione primaria è il luogo in cui il reddito viene generato e ripartito dal sistema economico. Dipende dalla produttività, dall’organizzazione della produzione, dalla forza della contrattazione collettiva, dalla distribuzione del valore aggiunto tra lavoro e capitale e, più in generale, dal modello di sviluppo di un paese. È qui che si determina il livello dei salari, dei profitti e, in larga misura, la capacità dell’economia di sostenere una crescita inclusiva.

La distribuzione secondaria interviene successivamente attraverso il sistema tributario, i trasferimenti monetari, le detrazioni, i bonus e le prestazioni sociali. La funzione del fisco, almeno nella tradizione europea, non è mai stata quella di sostituire il mercato nella formazione dei redditi, ma di correggerne gli esiti quando essi risultano incompatibili con il principio della capacità contributiva e con la coesione sociale.

Negli ultimi vent’anni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Di fronte alla stagnazione della produttività, alla debole dinamica salariale, all’indebolimento della contrattazione collettiva e alla crescente frammentazione del mercato del lavoro, la politica economica ha fatto ricorso con sempre maggiore frequenza agli strumenti della distribuzione secondaria. Bonus, decontribuzioni, detrazioni e, più recentemente, la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in un intervento strutturale sull’IRPEF hanno consentito di sostenere il reddito disponibile dei lavoratori senza incidere sulle cause che ne limitavano la crescita.

Questa scelta ha certamente attenuato gli effetti della lunga stagnazione salariale e, soprattutto durante la recente fiammata inflazionistica, ha evitato un’ulteriore compressione del reddito reale delle famiglie. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutarne l’utilità. Tuttavia, la sua crescente sistematicità porta con sé il rischio che la distribuzione secondaria finisca per svolgere una funzione sostitutiva della distribuzione primaria. Viene meno il sindacato come istituzione salariale e controparte del capitale, e ne esce sempre più ridimensionato il welfare statale. 

Da questa prospettiva, anche il fiscal drag assume un significato diverso. Esso amplifica gli effetti di una debolezza che nasce altrove: nella produttività stagnante, nella struttura produttiva, nella qualità dell’occupazione e nella progressiva perdita di capacità della contrattazione collettiva di trasferire ai salari i guadagni di efficienza del sistema economico.

Per questa ragione il dibattito sul cuneo fiscale rischia di rimanere incompleto se continua a concentrarsi esclusivamente sulla distribuzione secondaria del reddito. La vera domanda non è quanto reddito il fisco debba restituire ai lavoratori, ma perché il sistema produttivo italiano abbia progressivamente smesso di generare salari adeguati attraverso i normali meccanismi della distribuzione primaria.

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