Altro che metal detector, per la sicurezza nelle scuole bisogna puntare sulla felicità degli studenti
II 16 gennaio, all’interno dell’istituto professionale “L. Einaudi – D. Chiodo” di La Spezia, un ragazzo di 19 anni ha accoltellato e ucciso un suo coetaneo, Youssef Abanoub, durante l’orario scolastico, sotto gli occhi di compagni e docenti. Questo episodio ha scosso opinione pubblica e politica; le forze di Governo hanno già annunciato controlli più serrati nelle scuole considerate “a rischio”, come l’installazione di metal detector per rilevare la presenza di lame. «Ci sono già moltissime norme stringenti, ma non sono così efficaci a prevenire la violenza; quello che serve davvero è una comunità educante, che si prenda cura dei ragazzi e costruisca in loro un senso di soddisfazione. Far sentire gli alunni visti ed ascoltati può essere un fattore che diminuisce il rischio di atteggiamenti devianti», dice Diego Montrone, presidente della scuola professionale Galdus di Milano e coordinatore dell’Associazione Coordinamento degli Enti di Formazione Professionale della Lombardia – Aef.
Qual è il suo pensiero rispetto a quanto è avvenuto a La Spezia?
Riguardo a questi fatti, mi sembra che il sistema si debba chiedere se ha fatto tutto quello che poteva e doveva fare per prevenirlo. Da quello che ho letto, mi pare che siano stati sottovalutati o ignorati tantissimi segnali. In questo modo però si favorisce la violenza, che spesso è l’ultima modalità per farsi notare, per far vedere che tutto sommato si esiste, in certi contesti in cui sembra che nessuno creda in te. Una comunità educante dovrebbe essere in grado di intervenire prima che accadano eventi di questo tipo.
Se non si cambia nulla e si mettono solo i metal detector, semplicemente quello che deve accadere accade dieci metri prima rispetto al macchinario
Quindi quello che serve è molto diverso dal metal detector da installare nelle scuole…
Diversissimo. Anche perché, tra l’altro, pare vogliano metterlo solo in alcuni istituti. Questo significa definire delle scuole come pericolose, insicure. E se è così, non sarà il metal detector a renderle sicure. Serve invece un lavoro sulle risorse, sugli strumenti, sulle possibilità educative. Anche perché, se non si cambia nulla e si mette solo il rilevatore, semplicemente quello che deve accadere accade dieci metri prima rispetto al macchinario. In più, i ragazzi che sanno usare le tecnologie imparerebbero subito a bypassare il metal detector. Tra l’altro, non mi sembra nemmeno una soluzione immediata né preferibile, per i costi e i tempi elevati.
Cosa chiedono gli istituti di formazione per essere davvero presenti e sicuri per i ragazzi?
Io rappresento gli enti di formazione, quindi non tutte le scuole. Gli enti di formazione professionale, spesso sono generati dal privato sociale, spesso cattolico e basano la propria esistenza su alcuni elementi valoriali, come la condivisione, la vicinanza e il bene si ciascun giovane che ci viene affidato. Ancor prima di lavorare sulla crescita culturale o professionale si lavora alla strutturazione della persona, alla sua soddisfazione e felicità. È evidente che se uno studente si sente soddisfatto e felice, avrà meno possibilità di cadere in comportamenti devianti, che invece manifestano l’esatto opposto, una insoddisfazione e una volontà di distruzione.
Oggi nelle scuole non c’è più violenza, ma maggiore fragilità e disponibilità di armi
C’è più violenza, oggi, nelle scuole?
Direi di no. Dal mio osservatorio, che sono gli istituti lombardi, posso dire però che c’è probabilmente una maggiore fragilità. E c’è anche una presenza più alta di armi, dovuta all’estrema facilità nel procurarsele.
Se ne parla molto perché la violenza fa più notizia, quindi?
Da sempre i fatti negativi fanno più notizia. Certo, di un evento così drammatico è inevitabile che se ne parli. Ma bisogna discuterne, anche coi ragazzi, perché possano ragionare, comprendere, cogliere quanto potenzialmente sia vicino il dramma. Conoscere i fenomeni permette di gestirli meglio.
Ci sono insegnanti che riferiscono di avere paura?
È evidente che un insegnante non debba essere lasciato da solo. Non è un discorso solo dell’organizzazione della singola scuola o del singolo ente. Gli istituti scolastici e di formazione dovrebbero essere il luogo in cui si possono notare dei comportamenti potenzialmente pericolosi – per il ragazzo stesso o per i pari, che si parli di autolesionismo, di violenza o di sostanze – perché un gruppo di adulti intervenga immediatamente. Non è una questione che deve risolvere un docente, c’è bisogno che sia la comunità educante a rispondere.
In apertura, foto di Sam Bayle da Unsplash
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