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Finlandia, è pronto il primo deposito nucleare permanente: scorie sepolte nella roccia per 100 mila anni

Deposito scorie nucleari (freepik)

A Eurajoki, nel Sud-Ovest della Finlandia, il progetto Onkalo è arrivato alla soglia che separa la fase sperimentale dall’avvio operativo vero e proprio. L’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (STUK) è attesa a breve con la valutazione finale che potrebbe autorizzare il primo deposito geologico profondo al mondo destinato allo smaltimento definitivo del combustibile nucleare esaurito. Non si tratta di un passaggio esclusivamente normativo, in quanto da questa decisione dipende l’ingresso in funzione di un’infrastruttura pensata per gestire il materiale più problematico dell’intero ciclo nucleare, quello che resta attivo su scale temporali incompatibili con qualsiasi ciclo industriale o politico.

Il sito è stato realizzato accanto alla centrale di Olkiluoto e si sviluppa fino a circa 430 metri di profondità all’interno di una formazione rocciosa antichissima, stimata in quasi due miliardi di anni. La scelta del contesto geologico è il punto di partenza dell’intero progetto: una massa rocciosa stabile, poco permeabile, considerata adatta a garantire isolamento fisico nel lunghissimo periodo. La costruzione è affidata alla società Posiva e ha richiesto oltre vent’anni di lavori, con un investimento complessivo vicino al miliardo di euro.

Una logica ingegneristica costruita sul tempo lungo

Il funzionamento del deposito segue una sequenza operativa rigidamente controllata: il combustibile esaurito, dopo il raffreddamento iniziale nelle piscine delle centrali, viene trasferito in un impianto di incapsulamento dove è inserito in contenitori di rame progettati per resistere alla corrosione. Da lì inizia la fase sotterranea: i contenitori vengono calati nei tunnel del deposito e collocati in cavità perforate nella roccia, quindi circondati da bentonite, un’argilla che ha la funzione di sigillare lo spazio e rallentare qualsiasi possibile movimento dell’acqua.

Una volta completata la deposizione, le gallerie vengono chiuse con tappi in cemento armato e il sistema viene progressivamente disattivato. Il principio è quello delle barriere multiple: una combinazione di contenimento ingegnerizzato e isolamento geologico che dovrebbe lavorare in parallelo per ridurre al minimo la possibilità di dispersione radioattiva.

Il punto critico non è tanto la singola tecnologia quanto la somma delle sue componenti nel tempo: il progetto si muove su una scala di 100.000 anni, un orizzonte che esce completamente dalla logica delle infrastrutture moderne e che rende il deposito un caso raro anche nella pianificazione energetica globale.

Il tema della sicurezza su scale temporali estreme

La valutazione di STUK si concentra su un insieme di scenari che vanno ben oltre le condizioni operative attuali. Le analisi includono la corrosione dei contenitori in rame, possibili movimenti geologici, variazioni del livello delle acque sotterranee e gli effetti di cicli glaciali futuri. Si tratta di simulazioni che devono tenere insieme variabili fisiche note e incertezze inevitabili legate a tempi così estesi.

Nel quadro tecnico elaborato negli anni, il comportamento della bentonite e la stabilità della roccia sono considerati elementi essenziali per mantenere l’integrità del sistema e anche in presenza di fenomeni esterni, la combinazione tra barriera naturale e barriere artificiali dovrebbe limitare la migrazione delle particelle radioattive. Le valutazioni finlandesi hanno finora ritenuto il progetto compatibile con gli standard nazionali di sicurezza, pur riconoscendo che la questione del rischio su scale plurimillenarie resta per definizione non riducibile a zero.

Posiva ha già completato gran parte dei test operativi, utilizzando anche combustibile simulato per verificare l’intero ciclo di movimentazione e deposito. L’obiettivo operativo indicato è l’avvio tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, subordinato all’ok definitivo dell’autorità di controllo.

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Un modello osservato a livello internazionale

Il caso finlandese ha una portata che va oltre la dimensione nazionale: la gestione delle scorie nucleari è uno dei nodi irrisolti dei programmi atomici civili e tutti i principali Paesi dotati di reattori stanno lavorando da anni a soluzioni di deposito geologico profondo senza però arrivare a una piena operatività. Francia, Svezia, Canada e Stati Uniti hanno sviluppato programmi avanzati, ma nessuno ha ancora attivato un impianto commerciale di questo tipo.

In Finlandia il progetto ha trovato una stabilità politica relativamente rara in questo settore, anche grazie a un sistema regolatorio centralizzato e a un rapporto consolidato tra istituzioni e autorità di sicurezza. Altrove, la localizzazione dei depositi ha spesso generato conflitti politici e opposizioni territoriali, rallentando o bloccando i progetti.

Onkalo si inserisce quindi in un punto di intersezione tra ingegneria, politica energetica e gestione del rischio intergenerazionale. Non è solo un’infrastruttura per il combustibile esaurito finlandese, ma un modello osservato da governi e industrie per verificare se sia possibile trasformare un problema rimasto aperto fin dall’inizio dell’era nucleare in una soluzione strutturale, affidata non alla gestione continua ma alla stabilizzazione nel lungo periodo.

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Studio TEHA, con le rinnovabili l’Italia può risparmiare 17 miliardi all’anno sulla spesa energetica

Studio TEHA, con le rinnovabili l’Italia può risparmiare 17 miliardi all’anno sulla spesa energetica

ROMA (ITALPRESS) – L’Italia potrebbe risparmiare 17 miliardi all’anno sulla spesa energetica e creare più di 60mila nuovi posti di lavoro rimuovendo i colli di bottiglia che oggi frenano lo sviluppo delle rinnovabili nel Paese. È quanto si evince dallo studio “Rinnovabili e competitività: scenari, impatti e priorità per l’Italia”, commissionato da oltre 50 aziende del settore energia di matrice spagnola radunate nel cosiddetto ‘Gruppo di lavoro Energia della Camera di Commercio di Spagna in Italia’ coordinato da Valerio Faccenda, Vicepresidente della Camera di Commercio di Spagna in Italia e Country Manager di Iberdrola Italia. Il report è stato presentato giovedì 12 giugno nel corso di un evento a Palazzo Montorio a Roma, alla presenza del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, dell’Ambasciatore di Spagna in Italia Miguel Fernßndez-Palacios e del Vice Presidente di Confindustria per l’Energia e per la Transizione energetica Aurelio Regina. Sul tema si sono poi confrontati, nell’ambito di un panel, l’Amministratore Delegato di CVA e Vicepresidente di Elettricità Futura Giuseppe Argirò; l’Head of Efficient Regional Planning di Terna Mauro Caprabianca; il Direttore della Direzione Studi e Statistiche di GSE – Gestore dei Servizi Energetici Luca Benedetti; il Direttore Politiche per l’Ambiente l’Energia e la Mobilità di Confindustria Marco Ravazzolo; Valerio Faccenda nella veste di Country Manager di Iberdrola; il South & East EU Executive Director di EDP Roberto Pasqua.

L’analisi – realizzata da TEHA Group e presentata dal Senior Partner e Board Member, Lorenzo Tavazzi, si legge in una nota – ha indagato il possibile nesso tra politiche climatiche e competitività industriale in un contesto in cui l’Italia importa ancora il 73,9% del fabbisogno energetico (dato al 2024, ultimo disponibile), il gas forma il prezzo dell’elettricità per il 63% delle ore, e c’è stata un’importante accelerazione delle FER, con una capacità installata passata da +1,7 GW nel periodo 2019-2022 a +7,2 GW nel 2025 che arriverebbe a 101,9 GW al 2030: 29GW in meno rispetto al target previsto nello scenario PNIEC. In base a quanto è emerso, “colmare questo divario potrebbe comportare un risparmio di circa 9 miliardi di euro sul costo dell’energia elettrica all’ingrosso; una riduzione della spesa di 2 miliardi circa per le quote di emissione ETS, e un’altra di 2 miliardi di euro legata alle minori importazioni di gas naturale”. TEHA Group stima inoltre “in 3 miliardi di euro il beneficio sociale legato alle mancate emissioni di CO2, per un totale intorno ai 17 miliardi di euro all’anno”. Oltre al contenimento dei costi, le rinnovabili potrebbero rappresentare per l’Italia anche un investimento strategico capace di generare nuove opportunità di occupazione e crescita.

Lo studio evidenzia infatti come “colmare il divario potrebbe attivare quasi 42 miliardi di euro di Pil tra aumento degli investimenti CAPEX per impianti fotovoltaici ed eolici in Italia – pari a 35,7 miliardi di Euro – e valore aggiunto generato per il sistema-Paese, calcolato in 5,9 miliardi di euro”. In un contesto segnato da pluricrisi e forte incertezza, la transizione può quindi diventare un asset per lo sviluppo del Paese ed essere riletta non solo come agenda ambientale, ma come priorità industriale nazionale. Affinché ciò sia possibile, è però necessario rimuovere rapidamente i colli di bottiglia tali per cui già oggi i tempi autorizzativi superano i limiti UE di 32 mesi per l’eolico e 12 mesi per il fotovoltaico, e le ore di congestione potrebbero aumentare del 77% al 2030 senza adeguamenti di rete e flessibilità. A fronte di questo scenario, lo studio di TEHA Group identifica due priorità: prevedere un meccanismo straordinario di fast-track per gli impianti FER e sviluppare una rete anticipatoria, accompagnata da connessioni tempestive per i progetti già maturi. “In un periodo cruciale per il futuro energetico dell’Italia, il nostro Gruppo è fermamente impegnato a favorire il dialogo tra imprese, istituzioni e stakeholder sulle sfide poste dalla transizione energetica”, dichiara Valerio Faccenda, Vicepresidente della Camera di Commercio di Spagna in Italia e Coordinatore del Gruppo di Lavoro Energia della Camera.

“Abbiamo commissionato questo studio perché volevamo contribuire al dibattito con dati e analisi indipendenti, mettendo in evidenza le opportunità che questo percorso può offrire al Paese non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sotto il profilo economico, industriale e occupazionale”, conclude Faccenda. “L’Italia continua a pagare l’energia molto più dei principali competitor europei: a maggio 2026 il prezzo medio dell’elettricità è stato di 119 Ç/MWh, 67 Ç/MWh in più della Francia, 65 Ç/MWh in più della Spagna, 22 Ç/MWh in più della Germania”, afferma Aurelio Regina, Vicepresidente di Confindustria per l’Energia. “Le rinnovabili consentono già oggi di produrre energia a costi sensibilmente inferiori rispetto ai prezzi di mercato e rappresentano uno strumento fondamentale per ridurre le bollette di imprese e famiglie, rafforzare la sicurezza energetica nazionale e diminuire la dipendenza dalle importazioni. I progetti e gli investimenti non mancano: oltre 4.000 impianti sono attualmente in attesa di autorizzazione. Il vero nodo è trasformare rapidamente queste iniziative in impianti operativi, superando ritardi e complessità burocratiche che rallentano la crescita del Paese. In questo percorso verso un mix energetico più equilibrato, il contributo dei territori sarà decisivo: la transizione energetica è una sfida nazionale che richiede responsabilità condivisa, collaborazione istituzionale e il pieno impegno di tutte le amministrazioni”.

– foto ufficio stampa Symposium Energia 2026 –

(ITALPRESS).

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Umidità killer e ondate di calore, l’Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz…

Per gran parte dell’Asia meridionale, dal punto di vista climatico questo è probabilmente il periodo peggiore dell’anno. Le temperature raggiungono infatti il picco prima che l’arrivo del monsone provveda a rinfrescare il clima. Da una manciata di anni la situazione è però letteralmente fuori controllo. Lo scorso aprile, un’ondata di caldo intenso e prolungato si è abbattuta su India e Pakistan. Il termometro ha sfondato i 46°C in molte località, con valori superiori di 5-8°C rispetto alla media stagionale. Nuova Delhi sta ancora fronteggiando un’estate torrida con effetti drammatici.

Secondo le stime della rivista Frontiers in Environmental Health, cinque giorni di caldo particolarmente asfissiante avrebbero provocato quasi 30.000 decessi in eccesso rispetto alla media. Detto altrimenti, una sola giornata di caldo estremo in India potrebbe costare la vita a circa 3.400 persone. All’ombra del Taj Mahal, le stime ufficiali dei decessi causati dalle ondate di calore oscillano tra le 500 e le 1.500 unità all’anno, anche se gli esperti avvertono che si tratta di una cifra ampiamente sottostimata, in parte per via della mancanza di un sistema di monitoraggio uniforme e in parte per la mancata considerazione degli impatti indiretti (come l’aggravamento di patologie preesistenti).

L’Asia meridionale alle prese con il caldo estremo

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm) ha fatto sapere che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha anche avvisato del fatto che simili ondate di calore stanno, non solo diventando più frequenti, ma anche più lunghe e intense a causa dei cambiamenti climatici in corso.

Come ha spiegato il quotidiano bengalese The Daily Star, uno dei motivi per cui la situazione quest’anno è stata così grave è coinciso con la persistenza di sistemi meteorologici di alta pressione. Cosa significa? Che quando questi sistemi rimangono stazionari aumentano la probabilità di ondate di calore, limitando la formazione di nuvole e riducendo le possibilità di piogge rinfrescanti. L’aria calda rimane intrappolata vicino alla superficie e le temperature possono aumentare per molti giorni consecutivi.

Si innesca così un effetto domino perverso: con meno pioggia, aumenta la temperatura al livello del suolo, il terreno si secca e cresce anche l’umidità. Le grandi metropoli si trasformano in vere e proprie trappole di calore, visto che il cemento e l’asfalto assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, aumentando i rischi per la salute delle persone che non hanno accesso a sistemi di raffreddamento.

Attenzione però, perché i gradi Celsius sono solo una parte della minaccia. Quella ancora più letale chiama in causa l’umidità, la stessa che caratterizza svariate zone dell’India e del Pakistan.

Lo shock energetico e le trappole di calore

Una soluzione, almeno parziale, al caldo estremo ci sarebbe: l’aria condizionata. Peccato che questo strumento, una comune fonte di sollievo dalle temperature torride e dall’umidità soffocante, sia diventato limitato o addirittura inaccessibile. Colpa della guerra in Iran e delle conseguente del conflitto in Medio Oriente. L’Asia meridionale dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione e i locali Paesi a basso e medio reddito sono vulnerabili agli shock energetici e alle interruzioni delle forniture.

Nel frattempo, tornando in India, epicentro del fenomeno che stiamo raccontando, uno studio del Centre for Science and Environment (Cse) ha rilevato che la capacità di Delhi di raffreddarsi durante la notte è diminuita del 9% nel corso dell’ultimo decennio. Il motivo? In gran parte a causa della riduzione della copertura verde e dell’espansione urbana. Per la cronaca, il centro città si raffredda di 3,8 °C in meno rispetto alle aree miste rurali e urbane.

Un altro importante studio del 2024, condotto dall’Iit Bhubaneshwar, ha invece constatao che l’urbanizzazione è responsabile del 60% dell’aumento del riscaldamento nelle metropoli indiane, mentre il cambiamento climatico, causato principalmente dai combustibili fossili, contribuisce per il restante 40%: un vero e proprio mix letale.

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Gli Usa ai minimi, ma la crisi energetica travolge le scorte di petrolio in tutto il mondo

petrolio

Il sistema energetico globale si sta avvicinando a una soglia critica. Al centro di questo pericoloso percorso c’è il ruolo delle scorte di petrolio, cioè le quantità di greggio già estratto e immagazzinato, sia in depositi commerciali sia in riserve strategiche governative che funzionano come “cuscinetto” contro shock improvvisi dell’offerta. Secondo i dati citati di JPMorgan, le scorte globali sarebbero infatti in forte riduzione: da circa 8,4 miliardi di barili a inizio anno a una proiezione di circa 7,5 miliardi entro fine luglio, un livello vicino ai minimi operativi, ovvero la quantità sotto la quale il sistema fatica fisicamente a garantire flussi stabili tra produzione, trasporto e raffinazione.

Questo concetto di “limite operativo” è cruciale: non coincide con lo zero, ma rappresenta il livello minimo necessario per far funzionare senza interruzioni la complessa catena logistica del petrolio (oleodotti, petroliere, raffinerie), e scendere sotto tale soglia aumenta fortemente la volatilità dei prezzi e il rischio di carenze. In parallelo, il contesto geopolitico, in particolare le tensioni in Medio Oriente e il ruolo del passaggio strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, amplifica il rischio di shock sull’offerta, rendendo le scorte ancora più determinanti per la stabilità dei mercati. Le riserve strategiche di petrolio (Strategic Petroleum Reserves, SPR) sono infatti stock pubblici creati per essere utilizzati in emergenza proprio per compensare improvvisi cali di offerta e stabilizzare i prezzi; ma il loro utilizzo intensivo negli ultimi anni, anche per gestire inflazione e crisi geopolitiche, ha ridotto progressivamente il margine di sicurezza.

A rafforzare questo quadro già teso si aggiungono evidenze molto recenti sul lato statunitense, che rappresenta oggi il vero baricentro di stabilizzazione del sistema petrolifero globale. I dati mostrano infatti un drenaggio accelerato delle scorte USA: gli stock complessivi di greggio e prodotti petroliferi sono scesi di circa 10,6 milioni di barili in una sola settimana, raggiungendo 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.

Ancora più rilevante è il crollo delle sole scorte di greggio (commerciali e governative), diminuite di 15,9 milioni di barili, tra i cali settimanali più ampi mai registrati. Questo svuotamento è direttamente collegato all’aumento straordinario delle esportazioni verso Europa e Asia, in un contesto in cui i mercati globali cercano di compensare la perdita o l’instabilità delle forniture mediorientali. Il risultato è che i flussi in uscita dagli Stati Uniti sono passati da circa 3 milioni di barili al giorno prima del conflitto con l’Iran a circa 13,6 milioni di barili al giorno, uno dei livelli più alti mai osservati. Anche le riserve strategiche statunitensi risultano in calo significativo: si sono ridotte di altri 7,9 milioni di barili nell’ultima settimana e complessivamente di circa 58 milioni dall’inizio del conflitto, scendendo a circa 357 milioni di barili. Fa “peggio” il Giappone, le cui scorte commerciali di greggio hanno registrato un crollo improvviso e molto accentuato fino a circa 275 milioni di barili, segnando nuovi minimi storici.

Nonostante però il ruolo giocato dagli USA, il direttore dell’IEA, Fatih Birol, aveva già dichiarato ad aprile che l’organizzazione sarebbe stata pronta a rilasciare ulteriori volumi di petrolio dalle riserve strategiche pur sottolineando che si tratterebbe di una misura auspicabilmente evitabile. Questo intervento si inserisce dopo la decisione già storica presa a marzo 2026 dai 32 Paesi membri di liberare circa 400 milioni di barili, il più grande rilascio coordinato mai effettuato, con gli Stati Uniti in prima linea attraverso una quota di 172 milioni di barili dalla propria Strategic Petroleum Reserve. Tuttavia, lo stesso Birol chiarisce un punto cruciale per comprendere i limiti dello strumento: queste immissioni non rappresentano una soluzione strutturale alla crisi, ma solo un modo per “ridurre il dolore” causato dalla perdita di offerta, soprattutto in un contesto in cui oltre 80 infrastrutture energetiche (tra impianti di produzione, terminal e raffinerie) sono state danneggiate e il transito nello Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso. In altre parole, le riserve strategiche funzionano come un meccanismo temporaneo di stabilizzazione, in grado di guadagnare tempo e limitare la volatilità dei prezzi, ma non possono compensare a lungo un deficit fisico di produzione su larga scala.

In aggiunta, va ricordato che la disponibilità di petrolio non è sufficiente se non esiste una capacità adeguata di trasformarlo in prodotti utilizzabili. Il sistema energetico globale non dipende infatti solo dall’estrazione di greggio, ma soprattutto dalla raffinazione, cioè dal processo industriale che converte il petrolio in carburanti e derivati fondamentali come benzina, diesel, jet fuel, GPL, nafta e prodotti petrolchimici. L’immagine seguente mostra una mappa delle principali raffinerie mondiali nel 2026 ed evidenzia chiaramente come questa capacità sia concentrata in pochi hub geografici ad altissima intensità industriale, tra cui India (con il complesso di Jamnagar da oltre 1,2 milioni di barili/giorno), Corea del Sud (con siti come Ulsan e Yeosu sopra i 600–800 mila barili/giorno), Stati Uniti (hub texani), Medio Oriente e grandi poli logistici come Singapore.


Queste strutture non rappresentano semplicemente asset produttivi, ma veri e propri “chokepoint” strategici, cioè nodi critici della catena energetica globale, la cui interruzione o saturazione può avere effetti immediati sull’offerta reale di carburanti, indipendentemente dalla disponibilità di crude oil. In un contesto di scorte in calo e tensioni geopolitiche, questo implica che la sicurezza energetica non si misura più solo in barili disponibili, ma nella capacità integrata dell’intero sistema: estrazione, trasporto e soprattutto trasformazione; asset che, a differenza del rapporto domanda/offerta, non sono ancora “prezzati” completamente negli attuali prezzi di mercato del petrolio.

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PARTE DOMANI EXPO RIVA SCHUH E GARDABAGS: 10 START UP PRONTE A SFIDARSI A “COLPI” DI INNOVAZIONE

Innovation Village Retail

PARTE DOMANI EXPO RIVA SCHUH E GARDABAGS:

10 START UP PRONTE A SFIDARSI A “COLPI” DI INNOVAZIONE

 

Dal Passaporto Digitale del Prodotto ai camerini virtuali: per la decima edizione dell’Innovation Village Retail le 10 START UP FASHION selezionate da Retail Hub

si sfideranno durante LA START UP COMPETITION
Negli ultimi anni il mondo fashion e retail sta vivendo una delle trasformazioni tecnologiche più profonde della sua storia. Secondo il report “State of Fashion Technology 2026”, oltre il 75% dei brand moda internazionali considera oggi l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali una priorità strategica per migliorare customer experience, supply chain e sostenibilità. Anche il tema della sostenibilità sta accelerando l’innovazione: l’Europa sta introducendo normative sempre più stringenti sul Digital Product Passport e sulla tracciabilità della filiera, spingendo brand e retailer a ripensare completamente processi produttivi, gestione dei dati e ciclo di vita dei prodotti.

 

In questo scenario, le startup rappresentano oggi uno dei principali motori di innovazione del settore. Il Global Startup Ecosystem Report 2025 ha analizzato oltre 5 milioni di startup distribuite in più di 350 ecosistemi internazionali, confermando come innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e sostenibilità siano oggi i principali driver della nuova imprenditorialità globale. In Italia, secondo gli ultimi dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, le startup innovative registrate hanno superato quota 12.000, con una crescita significativa proprio nei settori AI, sostenibilità, fashion-tech ed esperienza digitale. Sempre più aziende cercano infatti soluzioni capaci di unire creatività, tecnologia e sostenibilità in modo rapido, scalabile e concreto.

 

È proprio in questo contesto che si inserisce l’Innovation Village Retail, lo spazio di Expo Riva Schuh e Gardabags dedicato alle tecnologie e ai trend emergenti capaci di trasformare il settore. L’iniziativa, organizzata da Riva del Garda Fierecongressi in collaborazione con Retail Hub, realtà di riferimento a livello internazionale per l’innovazione nel retail che con la sua piattaforma Innovation Explorer raccoglie oltre 5.000 startup profilate – si terrà dal 13 al 16 giugno 2026 presso il quartiere fieristico di Riva del Garda nell’ambito di Expo Riva Schuh e Gardabags.

 

Dopo 5 anni e 10 edizioni, l’Innovation Village Retail si conferma un osservatorio privilegiato per intercettare le soluzioni tecnologiche che stanno trasformando il settore. Una fiera nella fiera, un villaggio espositivo aperto a startup, aziende, istituzioni e professionisti, concepito per condividere la cultura dell’innovazione e creare occasioni di networking e di business tra realtà emergenti e player affermati.  Un traguardo importante che fotografa la crescita dell’iniziativa: nelle precedenti 9 edizioni hanno partecipato 76 startup provenienti da 17 paesi, a testimonianza della forte vocazione internazionale del progetto e della sua capacità di attrarre innovazione da tutto il mondo.

 

Dopo la call lanciata nei mesi scorsi, sono state selezionate 10 startup provenienti dal mondo dell’AI, del 3D, della tracciabilità, del virtual try-on e della digitalizzazione della produzione, che presenteranno le proprie soluzioni davanti a brand, retailer, investitori e operatori internazionali durante le sessioni nelle giornate del 14 e 15 giugno, guidate da Alberto Mattiello, esperto di innovazione del Comitato Scientifico di Expo Riva Schuh e Gardabags, nonché membro dell’Advisory Board di Retail Hub.

 

14 GIUGNO – TRACCIABILITÀ, DIGITAL TWIN, PERSONALIZZAZIONE: ECCO LE NUOVE FRONTIERE DELLA PRODUZIONE

 

La prima sessione sarà dedicata al tema della tracciabilità e della sostenibilità, due temi sempre più centrali per il settore moda e accessori. Tra le protagoniste ci sarà HALA, startup che aiuta i brand a trasformare il Passaporto Digitale del Prodotto in una leva strategica di business grazie a una piattaforma RegTech e DataTech che garantisce tracciabilità, autenticità e monitoraggio del ciclo di vita dei prodotti. Spazio poi a Circular Solution, tecnologia che consente di monitorare filiera, contenuto riciclato, impronta carbonica e gestione dei rifiuti, trasformando la compliance normativa in uno strumento concreto di sostenibilità ed efficienza operativa.  A completare il panel sarà PlatformE, realtà specializzata nelle nuove frontiere della personalizzazione e delle esperienze digitali nel fashion retail.

 

Nel pomeriggio il focus si sposterà invece su AI, digital twin, configurazione 3D e produzione on demand. Tra le startup protagoniste ci sarà Voxelo, studio specializzato in 3D e AI per il fashion retail che trasforma un semplice video realizzato da smartphone in un digital twin 3D del prodotto, generando contenuti per e-commerce, realtà aumentata e campagne marketing in poche ore anziché settimane. Parteciperà anche Tailoor, piattaforma basata sull’intelligenza artificiale che permette ai brand di creare e vendere prodotti personalizzati on demand attraverso configuratori avanzati e tecnologie 3D, riducendo stock e sprechi produttivi.  Completa il panel CustomWrkshop powered by Threedium, realtà focalizzata sulle nuove frontiere della configurazione digitale e delle esperienze made-to-order.

 

15 GIUGNO – FIT INTELLIGENCE, AI GENERATIVA E SHOPPING EXPERIENCE

 

La seconda giornata sarà dedicata alle tecnologie che stanno ridefinendo il rapporto tra consumatori, fitting e shopping online. Tra le startup protagoniste ci sarà Sooley, che trasforma un semplice iPhone in uno scanner 3D di precisione per il piede, permettendo a brand e retailer di offrire fitting avanzato, personalizzazione e servizi digitali scalabili senza necessità di hardware dedicato. A seguire Shoefitr, piattaforma di “Fit Intelligence” che mette in relazione la scansione reale del piede dei consumatori con quella delle scarpe prodotte, creando un’infrastruttura dati capace di prevedere i resi e migliorare significativamente l’esperienza d’acquisto online. All’interno della sessione sarà presente anche Estyl Like Magic, startup che utilizza l’AI Generativa per rivoluzionare il virtual try-on e la produzione di immagini moda, consentendo ai retailer di offrire esperienze altamente personalizzate e di sostituire gli shooting tradizionali con contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Chiuderà il panel Ustyle, piattaforma B2B per l’e-commerce della moda che si integra direttamente nelle pagine prodotto. Mostra modelli in video e immagini mentre indossano il capo principale abbinato ad articoli complementari, offrendo ai clienti combinazioni di outfit illimitate.

 

 

LA STARTUP COMPETITION FINALE

 

Le startup si sfideranno come da tradizione durante la Startup Competition che rappresenta un’opportunità concreta per presentare le proprie soluzioni a una giuria internazionale di esperti del settore, entrare in contatto con aziende e stakeholder provenienti da oltre 100 paesi, accelerare il proprio percorso di crescita e validazione sul mercato.

Presente anche per l’edizione estiva il nuovo format Investor Simulation: ogni giurato avrà a disposizione un budget virtuale da investire e dovrà decidere come allocarlo tra le startup in gara, sia durante i pitch sia in finale. Un meccanismo che simula il processo decisionale degli investitori reali, rendendo la competizione più dinamica, coinvolgente e vicina alle logiche di mercato. Solaya, vincitrice dell’edizione invernale di gennaio 2026, ha raccolto virtualmente 505mila euro.

 

«Per anni l’innovazione nel fashion è stata percepita come qualcosa di distante, quasi sperimentale. Oggi non è più così: i brand hanno bisogno di soluzioni concrete, immediate e scalabili per affrontare temi come sostenibilità, personalizzazione, velocità produttiva e nuove aspettative dei consumatori. Le startup che abbiamo selezionato quest’anno raccontano esattamente questa evoluzione: non semplici idee, ma tecnologie già capaci di avere un impatto reale sul business. L’obiettivo di Innovation Village Retail è proprio mettere queste realtà nelle condizioni di dialogare direttamente con il mercato internazionale e con i principali player del settore.» spiega Massimo Volpe, founder e CEO di Retail Hub.

 

Partecipare a Expo Riva Schuh e Gardabags – la principale fiera internazionale per il settore calzaturiero, della pelletteria e degli accessori – significa immergersi in un contesto unico: l’ultima edizione ha registrato infatti oltre 1.000 espositori e brand, 8.000 visitatori e una community internazionale che coinvolge più di 100 Paesi. Numeri che confermano la manifestazione come un vero e proprio crocevia globale per il business e l’innovazione nel fashion retail.

 

«Con l’Innovation Village Retail abbiamo creato un ecosistema dove l’innovazione non è solo una visione futura, ma uno strumento pratico per affrontare le sfide del settore. In un mercato che si trasforma ed evolve rapidamente, questa iniziativa garantisce soluzioni sempre attuali e strumenti operativi immediati per il business di oggi e di domani – afferma Alessandra Albarelli, direttrice generale di Riva del Garda Fierecongressi. – Il nostro obiettivo è continuare a essere lo snodo dove la tecnologia incontra le esigenze concrete dei buyer e dei produttori, confermando Riva del Garda palcoscenico imprescindibile per chi desidera restare competitivo a livello globale».

 

 

 

A proposito di Retail Hub…

 

Retail Hub è una tech company fondata nel 2020, diventata in pochissimi anni l’advisory per tutte le aziende che cercano innovazione in ogni settore del retail, grazie a una piattaforma proprietaria che permette di automatizzare tanta di questa innovazione dialogando con l’AI, e che vanta ad oggi circa 5000 start up, ognuna di esse un’eccellenza dal grande potenziale. Retail Hub ha portato in Italia il primo autonomus store e la sua mission si espande con la House of Innovation, uno spazio unico sul territorio, grande hub dell’innovazione basato a Milano. Fondata da Massimo Volpe, Retail Hub si distingue per il suo focus internazionale e il costante scouting di soluzioni tecnologiche. Volpe, con una ventennale esperienza nel settore, è stato il primo italiano a far parte della National Retail Federation (NRF) e nel 2023 è stato inserito nella classifica “Top Retail Influencers” di Rethink Retail. Retail Hub organizza inoltre eventi e programmi di formazione come il Leadership in Retail, l’Innovation Club, e i Retail Innovation Tour, che offrono alle aziende l’opportunità di esplorare le ultime tendenze globali del settore retail.

 

A proposito di Expo Riva Schuh e Gardabags

 

Con più di 40 Paesi rappresentati tra le aziende espositrici e visitatori da oltre 100 Paesi, Expo Riva Schuh e Gardabags  – organizzate da Riva del Garda Fierecongressi – sono il punto di riferimento globale per il settore delle calzature, borse e pelletteria, valigeria e articoli da viaggio.

Hub dinamico per la crescita e l’innovazione, le manifestazioni vanno oltre il concetto di fiera tradizionale, posizionandosi come una piattaforma di business, formazione e networking per tutta la filiera.

La prossima edizione di Expo Riva Schuh e Gardabags si terrà a Riva del Garda dal 13 al 16 giugno 2026.

 

 

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IA e settore elettrico: la sfida di un sistema energetico resiliente e sostenibile

L’intelligenza artificiale è una questione di elettricità. Di molta energia, di interconnessioni, di nodi strategici: senza elettricità non c’è transizione energetica, non c’è stabilità di rete, non c’è algoritmo o machine learning che regga. La sfida dell’intelligenza artificiale sarà anche una partita di sviluppo di reti, interconnessioni, strutture che potranno far correre gli algoritmi di domani e la loro resilienza. Ma parimenti, la sfida dello sviluppo dell’IA può tornare benefica anche allo stesso settore energetico, introducendo le nuove tecnologie computazionali nel quadro del sistema di generazione e distribuzione, aumentandone l’efficienza, garantendone la stabilità, rafforzandone la tenuta. Un rapporto di mutua dipendenza che ha come obiettivo un circolo virtuoso: algoritmi sempre migliori per un sistema elettrico sempre più stabile capace di permettere a data center e strutture simili di diffondersi e prosperare.

Sono molte le modalità con cui l’intelligenza artificiale può impattare positivamente sul settore elettrico. Innanzitutto, reti complesse e con una capacità di generazione sempre più dipendenti da fonti rinnovabili non programmabili come eolico e solare hanno bisogno di tecnologie più flessibili per permettere di governare a monte i picchi di domanda e offerta e gestire le fluttuazioni. Un sistema di monitoraggio con algoritmi di intelligenza artificiale può raccogliere dati da molti sensori, analizzare le previsioni del clima e sovrintendere allo stato della rete per poter ottimizzare le previsioni sul possibile flusso di domanda.  Parimenti, algoritmi di manutenzione predittiva e monitoraggio possono aiutare a isolare i guasti in settori delle reti, ottimizzando efficienza nelle riparazioni e costi.

Dalle “Smart Grids” regionalizzate su un singolo sistema connesso alla stessa rete energetica, flessibili e digitalizzate, si può in prospettiva pensare a un sistema sempre più fluido, una “rete di reti” in cui operatori capaci di gestire la decentralizzazione della generazione e di prevedere la distribuzione potranno, tramite l’intelligenza artificiale, ottimizzare robustezza, resilienza e sicurezza delle infrastrutture e prevedere con maggior precisione i flussi. Le tecnologie di intelligenza artificiale e la loro applicazione presuppongono un elevato livello di articolazione nella digitalizzazione delle reti e della loro capacità di monitoraggio che impone la presenza di player tecnologico-industriali rodati per svilupparli e governarli.

Tra le aziende attive nel settore si segnala CESI, multinazionale italiana basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, da decenni all’avanguardia nella consulenza sui grandi progetti di sviluppo delle connessioni energetiche e per la digitalizzazione delle reti, che sfruttando la sua esperienza è tra i pionieri dell’applicazione dell’IA al settore elettrico. CESI offre una conoscenza strutturata della rete, delle sue dinamiche e dei suoi componenti, che CESI testa per situazioni ad alto stress presso i suoi KEMA Labs tra Milano e Arnhem. L’IA non è solo una tecnologia, ma si inserisce in un ecosistema tecnologico e industriale. E così è il mondo dell’energia elettrica: una sfera complessa con una sua coerenza interna che va esplorata a trecentosessanta gradi. E CESI ha sotto controllo l’intera filiera dei processi necessari ad applicare la conoscenza dell’IA in ambito energetico: conosce prestazioni, affidabilità e comportamento dei dispositivi, sensori, reti; applica  tecnologie avanzate di connessione e comunicazione alla sensoristica di rete per aumentare la qualità, la continuità e e la capacità del flusso dati e della trasmissione; sviluppa modelli digitali e, dove applicabile, gemelli digitali delle infrastrutture e le monitora per capire dove e come si verificano i guasti; integra la cybersicurezza industriale in maniera rigorosa negli impianti e sui sistemi gestiti. L’IA, in un ecosistema simile, entra con coerenza come strumento abilitante di nuova efficienza, non come realtà avulsa o novità estemporanea. L’obiettivo di un sistema energetico più decarbonizzato, sostenibile ed efficiente passa anche attraverso l’ingresso controllato e governato dei nuovi paradigmi tecnologici, non come realtà calate dall’alto ma come parti di un’orchestra più ampia e che deve suonare all’unisono. La sfida di CESI passa anche attraverso la ricerca di questa coerenza sistemica.

“L’IA crea valore autentico quando mette al centro il potenziamento delle persone e si fonda su dati affidabili. Innestata in una chiara visione industriale, questa tecnologia diventa il motore di un’energia efficiente, resiliente e sostenibile” afferma Daniele Daminelli, Shared Services Director in CESI. Così facendo il circolo virtuoso IA-elettricità potrà continuare: più elettricità prodotta in maniera sostenibile sul piano economico e ambientale renderà possibile una maggiore capacità di calcolo e l’impiego di algoritmi sempre più avanzanti, che potranno migliorare l’analisi, monitoraggio e comprensione delle reti stesse. In un connubio decisivo per l’intero ecosistema dell’innovazione.

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Il 16 giugno Padova diventerà la capitale della grande distribuzione con il convegno “Retail Tech”.

Il 16 giugno Padova diventerà la capitale della grande distribuzione con il convegno “Retail Tech”. Organizzano Aton, tech company trevigiana e GTN, it company di Tavagnacco, Udine.

 

Sarà presentata un’indagine sull’uso dell’AI nella grande distribuzione organizzata.

 

L’evento riunirà i big del settore per discutere come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando le procedure interne e la gestione dei punti vendita. Prevista l’analisi sul ruolo dell’iperammortamento nel retail con Francesca Rossetto e della trasformazione digitale come imperativo strategico insieme ad Antonio Capodieci, esperto di transizione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Tra i relatori, rappresentanti Microsoft Italia e di ENIA, la fondazione italiana sull’intelligenza artificiale

 

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE NEI SUPERMERCATI, SUMMIT DELLA GDO A PADOVA

 

 

Il 16 giugno Padova diventerà la capitale della grande distribuzione con il convegno “Retail Tech”. Organizzano Aton, tech company veneta e GTN, it company friulana. Sarà presentata un’indagine sull’uso dell’AI nella grande distribuzione organizzata. L’evento riunirà i big del settore per discutere come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando le procedure interne e la gestione dei punti vendita. Prevista l’analisi sul ruolo dell’iperammortamento nel retail con Francesca Rossetto e della trasformazione digitale come imperativo strategico insieme ad Antonio Capodieci, esperto di transizione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tra i relatori, rappresentanti Microsoft Italia e di ENIA, la fondazione italiana sull’intelligenza artificiale

 

 

Le tech company Aton, con headquarter a Villorba, nel Trevigiano, e GTN, azienda con sede a Tavagnacco, in provincia di Udine, organizzano il prossimo 16 giugno a Padova nella sede de Le Village l’evento “Retail Tech”.  Aton e GTN, specializzate nelle soluzioni digitali per l’industria e la distribuzione, operano entrambe nella digitalizzazione delle attività commerciali e della tracciabilità, la loro è una sinergia che ha creato un distretto tecnologico da 385 collaboratori diretti e 33 milioni di fatturato.

In questo periodo storico in cui stanno cambiando le normative sull’iperammortamento e il ruolo dell’AI è sempre più fondamentale, a Padova i vertici nazionali del settore GDO si incontreranno per ragionare sul futuro del settore. In occasione di questo evento sarà inoltre presentata una indagine sull’uso dell’AI nel settore della GDO. I partner evento sono autorevoli: E.N.I.A., Fòrema (che ha collaborato alla stesura della survey), Largo Consumo (media partner), Zebra Technologies, Datalogic, Soti (tech partner).

 

L’AGENDA

I lavori si aprono sotto la moderazione di Armando Garosci (Direttore di Largo Consumo). La sessione introduttiva vede la partecipazione del Direttore di Le Village e dei CEO di Aton GTN, Giorgio De Nardi e Paola Geretti. Questi ultimi delineano la visione strategica dell’evento, ponendo l’accento sulla Joint Venture Aton GTN come acceleratore di un omnicanalità concreta riducendo complessità e costi operativi.

Il primo focus tematico è affidato a Valeria Lazzaroli (Presidente della Fondazione E.N.I.A.), la quale traccia una panoramica sull’uso dell’Ai nel retail. L’intervento offre definizioni chiave e analizza gli ambiti applicativi di successo, senza trascurare i futuri scenari regolamentari europei imposti dall’imminente AI Act. Subito dopo, Matteo Sinigaglia (Fòrema) e Giulia Stefano (Aton SpA) presentano un quadro empirico attraverso la presentazione di un’indagine dedicata allo stato di adozione dell’AI nella GDO.

La transizione dall’impianto teorico all’efficacia operativa richiede basi solide. Di questo parla Piero Pescangegno (Aton SpA), evidenziando la necessità di superare l’hype mediatico grazie a un approccio API-first. Il cambiamento dei modelli decisionali e organizzativi viene analizzato da Andrea Benedetti (Microsoft Italia), che illustra come governare l’impatto travolgente dell’AI ridefinendo i processi interni con opportune strategie di execution.

La discussione si sposta poi sulla prima linea del punto vendita con Enzo Tumminaro (Zebra Technologies). L’intervento propone un bilancio critico sulle tecnologie per gli operatori sul campo: dall’AI generativa alla machine vision, fino a body cam e robotica, distinguendo i reali successi commerciali dalle complessità quotidiane del punto vendita. Infine, Rosario Casillo (Datalogic) introduce le nuove frontiere della Loss Prevention, dimostrando come l’intelligenza artificiale e i sistemi avanzati di data capture stanno ridisegnando la sicurezza e l’efficienza degli ambienti di vendita.

Dopo una prima sessione di domande e risposte e un momento di networking, la seconda parte del convegno si apre con l’intervento di Antonio Capodieci (Esperto di Transizione Digitale per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Docente di Sistemi Informativi, Università del Salento) che inquadra la digitalizzazione come un imperativo strategico fondamentale per snellire i flussi organizzativi.

Sotto il profilo economico e del finanziamento dell’innovazione, Francesca Rossetto (Smart Factory Manager) illustra le leve fiscali a disposizione delle imprese, analizzando nel dettaglio i requisiti d’accesso all’iperammortamento nel settore retail attraverso il racconto di tre casi di successo.

Il summit si avvia alla conclusione con una tavola rotonda strategica moderata nuovamente da Armando Garosci, che vede la partecipazione di Giorgio De Nardi, di Alessandro Buoso (Chief Operations Development Officer di CRAI Secom) e di altri operatori del settore tra i quali Damiano Paggiaro, Responsabili Sistemi Informativi DMO.

 

LE DICHIARAZIONI

 

Giorgio De Nardi, CEO Aton GTN: «Con la Joint Venture Aton GTN vogliamo creare il vero campione tecnologico della GDO. La nostra strategia unisce le migliori eccellenze delle PMI per coprire le necessità dei retailer sotto un unico piano di sviluppo e con gli stessi valori, riducendo le complessità e garantendo valore reale ai clienti. Questo evento nasce proprio per condividere con la community dei grandi retailer le strategie, lo stato dell’arte e le best practice dell’Intelligenza Artificiale, favorendone uno sviluppo concreto. Consideriamo l’AI uno strumento straordinario che sta già rivoluzionando l’incontro tra domanda e offerta, rendendo il conseguimento degli obiettivi di business più veloce, sicuro ed economico. I prossimi passi ci vedranno insistere con forza su iniziative di comunicazione e relazione: il nostro traguardo è consolidare una vera e propria community basata sulla condivisione di competenze ed esperienze, l’unico percorso in grado di facilitare lo sviluppo competitivo del settore attraverso l’adozione delle migliori tecnologie sul mercato.»

 

Paola Geretti, CEO Aton GTN: «Il mercato odierno impone ai retailer una reattività senza precedenti, e la nostra sfida consiste nel trasformare la complessità in efficienza misurabile. La vera omnicanalità non può restare uno slogan astratto, ma deve tradursi in un’architettura solida in cui ordini, dati e stock dialoghino in tempo reale. Attraverso questa Joint Venture, uniamo competenze tecnologiche e visione di business per offrire soluzioni capaci di snellire i processi in negozio e nei magazzini. L’intelligenza artificiale diventa così un alleato concreto degli operativi in prima linea, ottimizzando le procedure interne e garantendo ai grandi marchi della GDO la massima trasparenza decisionale.»

 

Matteo Sinigaglia, Direttore Generale Fòrema: «L’adozione dell’intelligenza artificiale nella grande distribuzione non è solo una sfida di investimenti tecnologici, ma soprattutto una grande partita legata al capitale umano. Dall’indagine condotta da Fòrema emerge chiaramente come il vero ostacolo all’innovazione non sia la tecnologia in sé, ma lo scarto di competenze interne e l’inerzia organizzativa. Per governare questo cambiamento travolgente, la formazione continua diventa l’imperativo strategico fondamentale. Solo riqualificando il personale e introducendo nuove metodologie scientifiche di gestione potremo traghettare le imprese verso una governance basata sui dati, liberando le persone dalle attività ripetitive per riallocarle su ruoli strategici ad alto valore.»

 

Valeria Lazzaroli, Presidente Fondazione E.N.I.A.: «L’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi operativi della grande distribuzione non rappresenta soltanto una rivoluzione tecnologica, ma una profonda trasformazione antropologica e di business. Come Fondazione E.N.I.A. sottolineiamo che il vero successo di questa transizione risiede nella capacità di governare la tecnologia attraverso una solida cornice etica e regolatoria, in piena conformità con le direttive europee dell’AI Act. L’adozione di sistemi predittivi e generativi nel retail deve mirare a un duplice obiettivo: ottimizzare l’efficienza delle filiere fisiche e digitali e, al contempo, tutelare la centralità dell’individuo, garantendo che i dati e gli algoritmi rimangano sempre strumenti al servizio della comunità.»

 

LA STORIA DI ATON

Aton gruppo tech internazionale specializzato nel migliorare i processi commerciali grazie al digitale e all’AI, con sede a Treviso. Sviluppa soluzioni per la trasformazione digitale sostenibile delle vendite omnichannel e dei processi di tracciabilità e supply chain aziendale. Offre servizi di supporto internazionali in quattordici lingue e copertura h24, 365 giorni all’anno.

Fondata da Giorgio De Nardi nel 1988, la sua missione è crescere insieme all’ecosistema di collaboratori, clienti, partner, ambiente e comunità, realizzando profitti etici e sostenibili in tutto il mondo.

Il Gruppo Aton, composto anche dalle aziende “Blue Mobility” (soluzioni IT per la logistica e la rete vendita delle pmi) e “Aton AllSpark Ibérica” (joint venture spagnola di Aton e Allspark, azienda IT specializzata nel mercato fashion retail), nel 2024 ha chiuso il fatturato in crescita a 25,4 milioni di euro; nel 2025 a 26,7 milioni di euro (Ebitda 3,2 milioni). A partire da gennaio 2025 è entrata a far parte del Gruppo Aton anche Teksmar, azienda IT con focus nel retail.  A novembre 2025 ha siglato un nuovo accordo di joint venture con GTN, azienda friulana che da 50 anni fornisce soluzioni tecnologiche per il retail e la ristorazione, dando vita così ad un polo digitale italiano del retail.

Oggi il Gruppo occupa 284 persone che lavorano per 750 clienti in tutto il mondo che operano principalmente in questi settori: 39% nell’industria dei beni di largo consumo (tra i clienti citiamo Granarolo, Segafredo, GranTerre); 42% nella grande distribuzione organizzata e nel fashion (Aspiag, Unicomm,Bata, Salewa, Gant); 19% nel mondo dell’energia (SHV, Liquigas).

Dal 2018 Aton è certificata Great Place To Work® Italia. Nel 2021 è diventata Società Benefit e ha integrato nel proprio statuto obiettivi sociali (people), ambientali (planet) oltre che economici (prosperity). Nel 2023 è entrata a far parte della community mondiale delle aziende certificate B Corp che si impegnano in un percorso di miglioramento continuo nella sostenibilità del loro business. L’azienda presenta ogni anno un report di impatto.

La visione strategica dell’azienda nasce dal fondatore e CEO Giorgio De Nardi, affiancato dal board, l’organo collegiale di gestione, composto dagli executive team leader delle funzioni aziendali e da un consulente esterno: ambito finanziario con Tania Zanatta; vendite Gianluca Palmisano; persone e cultura aziendale Stefano Negroni; prevendita e sviluppo del business Giovanni Bonamigo; industria del software .one Piero Pescangegno; progetti di integrazione Giovanni Pozzobon; servizi di assistenza Marco Arrigoni; coach del personale Moira Casonatto.

Il business si sviluppa attraverso consulenza, servizi e la piattaforma software .one, offerta in modalità SaaS (Solution as a Service). Le app di Aton, integrate in .one e sviluppate da un team interno di 40 sviluppatori, coprono tutti i canali di vendita – dai negozi fisici al dettaglio e all’ingrosso all’e-commerce B2B e B2C, fino alle reti vendita – garantendo anche la tracciabilità dei prodotti.

L’azienda propone software e servizi di gestione dei processi legati alle vendite, con particolare attenzione ai canali di distribuzione: dall’e-commerce al punto vendita fisico, passando per Sales Force Automation, CRM e relazione con i clienti. Sul fronte della supply chain Aton mette a disposizione software e servizi per il monitoraggio e la gestione dei prodotti nel loro ciclo di vita, garantendone la tracciabilità grazie alla tecnologia RFID: soluzioni di track&trace adottate anche in contesti delicati, come ad esempio nelle missioni di pace internazionali grazie a collaborazioni strategiche con organizzazioni intergovernative a carattere mondiale.

Un team in continua crescita di 150 professionisti del software realizza progetti per i clienti tramite analisi, consulenza e disegno di soluzioni, integrazione dati, project e service management, governo da remoto di software e hardware con piattaforme di enterprise mobility management, affiancamento sul campo e formazione, supporto multilingua a utenti e sistemi software e hardware.

Con le attività di assistenza tecnica hardware, Aton opera in ottica green contribuendo all’allungamento del ciclo di vita di un parco di decine di migliaia di dispositivi in un’ottica di economia circolare, riducendo la quantità di rifiuti tecnologici.
 

© 2026 PK COMMUNICATION

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Il futuro della politica energetica europea: tra sicurezza e sostenibilità

Di fronte alla crisi energetica causata dal blocco dello stretto di Hormuz, l’Europa si trova a un bivio macroeconomico: da un lato, il Green Deal viene spesso criticato da alcuni attori politici e industriali che lo vedono come un ostacolo alla competitività immediata e un vincolo burocratico rigido in tempi di emergenza. Dall’altro, i recenti piani di emergenza, come l’AccelerateEU, suggeriscono che la decarbonizzazione sia l’unica vera via d’uscita strutturale dalla dipendenza da fornitori stabili.

Come si può valutare il rischio che le risposte di breve termine alla crisi di Hormuz finiscano per declassare la dimensione della sostenibilità ambientale all’interno del trilemma dell’energia?

Il trilemma energetico del World Energy Council – sostenibilità ambientale, sicurezza energetica e accessibilità economica – non è una gerarchia statica ma un equilibrio dinamico che va misurato e ricalibrato continuamente. Le guerre hanno compresso la sicurezza, che si è riversata a cascata sull’economicità, rischiando di declassare la sostenibilità. Ma sarebbe una scelta sbagliata: anche l’impatto antropico sul clima ha conseguenze gravi sui sistemi economici. La questione, quindi, non è se decarbonizzare, ma con quali tempi e strumenti. I Paesi europei sono diversi per conformazione e mix energetici, ma li accomuna la scarsità di risorse e la conseguente dipendenza dall’estero. La risposta non può che essere un mix plurale: rinnovabili in senso ampio – non solo fotovoltaico ed eolico, ma anche idroelettrico e geotermico, quest’ultimo con potenzialità ancora inespresse in Italia – e nucleare, fonte alla quale abbiamo rinunciato erroneamente, nonostante una tradizione tutta italiana che parte da Enrico Fermi. Nel frattempo, per stabilizzare l’intermittenza delle rinnovabili classiche, il gas rimane necessario, lavorando per ridurne le emissioni attraverso la cattura e il riuso, o producendolo da scarti biologici nei principi dell’economia circolare. Vanno inoltre potenziati reti e sistemi di accumulo, con attenzione alla sicurezza cyber. Insomma: pluralità di fonti e fornitori, investimenti in ricerca e nessun pregiudizio ideologico – questa è la strada per coniugare decarbonizzazione e sicurezza.

La spinta verso la decarbonizzazione accelera la penetrazione di fonti rinnovabili variabili (eolico e fotovoltaico), ma la crisi attuale dimostra che l’indipendenza energetica non si ottiene solo installando nuova capacità generativa, bensì garantendo la resilienza e la stabilità del sistema in assenza di fonti fossili di back-up.

Per evitare che la transizione si areni davanti ai limiti strutturali del sistema-rete, quali modelli di mercato e meccanismi di incentivo si ritengono prioritari per accelerare gli investimenti in infrastrutture di accumulo? In che modo l’Unione Europea dovrebbe bilanciare lo sviluppo di impianti rinnovabili non intermittenti (ad esempio, biomasse sostenibili o idroelettrico) con il dispiegamento massiccio di sistemi di accumulo, al fine di garantire un carico di base carbon-neutral e resiliente agli shock geopolitici?

Qui si tocca un nervo scoperto della transizione. Innanzitutto bisogna installare più rinnovabili, ma lo scoglio spesso si incontra a livello regionale, dove la cultura NIMBY impedisce un’adeguata infrastrutturazione del sistema energetico. In secondo luogo, installare capacità rinnovabile è necessario ma non è sufficiente: la penetrazione massiva di fonti variabili richiede un sistema-rete profondamente ripensato, diverso da quello di anni fa, che punti soprattutto su solidità, capillarità e flessibilità. Il WEC Issues Monitor 2026 indica le infrastrutture di trasmissione come prima priorità d’azione per gli operatori del settore a livello globale, ed è un segnale che non dovrebbe essere ignorato dai policy maker europei. Sul piano dei meccanismi di incentivo, il dibattito internazionale converge su alcune direttrici principali. I contratti per differenza applicati allo storage stanno guadagnando attenzione come strumento capace di remunerare non solo la capacità installata ma il servizio di flessibilità erogato alla rete, riducendo il rischio per gli investitori su orizzonti temporali lunghi. Parallelamente, molti sistemi regolatori stanno ripensando la gestione delle congestioni di rete, con un ruolo più attivo degli operatori di sistema nell’aggregare risorse distribuite. Sul fronte delle fonti, cresce il riconoscimento del ruolo che le rinnovabili non intermittenti – idroelettrico con pompaggio, biomasse sostenibili, geotermia – possono svolgere come baseload carbon-neutral all’interno dei piani nazionali di adeguatezza, a complemento del fotovoltaico e dell’eolico che, per loro natura, coprono la variabilità della domanda ma non ne garantiscono la continuità e portano con loro dipendenze di altro tipo. In prospettiva, come detto prima, il nucleare può servire proprio a questo.

Spesso, in seguito a uno shock energetico, i prezzi aumentano molto rapidamente. L’esempio più evidente è quello dei carburanti alle stazioni di servizio: basta un rialzo del prezzo del petrolio o una crisi internazionale perché i listini salgano quasi immediatamente. Al contrario, quando la tensione si attenua, anche solo parzialmente, i prezzi tendono a diminuire con maggiore lentezza.

Come si spiega questo fenomeno? Si tratta davvero di semplice “speculazione”, come spesso sostengono i media, oppure esistono ragioni economiche e strutturali più complesse che ne giustificano il comportamento?

La spiegazione più immediata – la speculazione – è anche la più comoda per una certa politica ma la meno accurata. L’asimmetria nella trasmissione dei prezzi ha ragioni economiche e strutturali molto concrete. Dal lato dell’offerta, le raffinerie e i distributori gestiscono scorte acquistate a prezzi precedenti e tendono ad aggiornare i listini al rialzo con tempistiche più rapide – anche per ragioni di risk management – rispetto alle revisioni al ribasso. In mezzo, la distribuzione, è sostanzialmente price taker e non price maker rispetto ai mercati internazionali, e anzi deve sforzarsi di tenersi bassa per rimanere competitiva nel mercato. Dal lato della domanda, i carburanti sono beni con elasticità molto bassa nel breve termine: famiglie e imprese non possono ridurre rapidamente i propri consumi di mobilità e trasporto, indipendentemente dal prezzo. Questo riduce fisiologicamente la pressione al ribasso sui listini nelle fasi di allentamento delle tensioni. A ciò si aggiunge la complessità della catena di approvvigionamento – raffinazione, logistica, distribuzione – che introduce ritardi strutturali nella trasmissione delle variazioni di prezzo in entrambe le direzioni, con tempistiche che non sono sempre simmetriche. È un fenomeno internazionale ben documentato in letteratura economica, che richiede strumenti adeguati di trasparenza e monitoraggio dei mercati più che letture semplificate, e che autorità come ARERA o l’Antitrust presidiano regolarmente, con particolari attenzioni nel caso delle recenti crisi.

Una delle notizie più recenti riguarda l’annuncio del Governo italiano di una legge delega, attesa entro l’estate, per completare il quadro giuridico necessario al ritorno dell’energia nucleare in Italia. Già quasi due mesi fa, inoltre, la Commissione Europea aveva presentato un’iniziativa per favorire lo sviluppo degli Small Modular Reactors (SMR). Alla luce di questi sviluppi, è possibile che la crisi energetica innescata dalle tensioni nello Stretto di Hormuz possa accelerare ulteriormente il ritorno del nucleare in Europa, e in particolare in Italia, dopo l’abbandono definitivo sancito dal referendum del 2011?
La Presidente Von der Leyen ha riconosciuto l’abbandono dell’energia nucleare come un grave errore strategico per l’Europa. La crisi di Hormuz ha funzionato da acceleratore politico per un dibattito che era già in corso. Il nucleare – e in particolare gli SMR – era già tornato nell’agenda energetica europea prima delle tensioni nello Stretto. La tassonomia UE, il European Nuclear Industry Forum, le iniziative della Commissione sugli Small Modular Reactors sono segnali di un riorientamento che precede l’emergenza e che l’emergenza ora rafforza. In Italia, il percorso è più lungo per ragioni che vanno oltre la tecnica, ma riguardano più la pancia: il referendum del 2011 ha lasciato una cicatrice politica profonda, e qualsiasi legge delega deve fare i conti con la necessità di ricostruire consenso pubblico attorno a una tecnologia che gran parte dell’opinione pubblica associa ancora a fake news e ai reattori di vecchia generazione degli anni Ottanta, pure se sicuri e pienamente funzionanti nel resto d’Europa, e dai quali noi italiani continuiamo a comprare energia. Gli SMR di nuova generazione sono invece una tecnologia profondamente diversa – per scala, sicurezza, flessibilità di deployment – e la comunicazione pubblica su questo punto pare abbia raggiunto una certa maturità. Ciò detto, ritengo che la finestra politica sia ora aperta come non lo era stata da decenni. L’urgenza della sicurezza degli approvvigionamenti, la crescita della domanda elettrica legata alla digitalizzazione e all’elettrificazione dei consumi, e la necessità di disporre di baseload decarbonizzata rendono il nucleare non più una scelta ideologica ma una variabile tecnica da valutare con pragmatismo. WEC Italia seguirà questo percorso – insieme agli altri – con la stessa metodologia con cui affrontiamo il trilemma: senza preclusioni ideologiche, con rigore analitico e attenzione alle condizioni specifiche del contesto italiano.

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RINNOVABILI, GOVERNO SBLOCCA AUTORIZZAZIONI PER 14 IMPIANTI E 530MW DI ENERGIA

Il Consiglio dei ministri del 4 giugno ha sbloccato le autorizzazioni per 14 impianti di rinnovabili in Puglia, Basilicata, Lazio e Sardegna, per 530 megawatt complessivi, bloccati da pareri discordanti fra il ministero dell’Ambiente e le Soprintendenze del ministero della Cultura. Sette impianti – riporta Ansa – sono in Puglia: parco fotovoltaico “Apricena 02” da 25,67 Megawatt, con annesso impianto di accumulo energetico della potenza di 50 Mw nei comuni di Apricena (Foggia), e San Paolo di Civitate (Foggia); impianto agrivoltaico “Deliceto Hv” da 63,78 MWp, nei comuni di Bovino (Foggia), Castelluccio dei Sauri (Foggia) e Deliceto (Foggia); parco eolico “Borgo Fonte Rosa 2”, da 10 aerogeneratori e 47 Mw, nel comune di Manfredonia (Foggia); parco eolico da 10 aerogeneratori e potenza complessiva di 60 Mw, nei comuni di Cerignola (Foggia) e Ascoli Satriano (Foggia); impianto agrivoltaico da 28,1 Mw nel comune di Manfredonia (Foggia), in località “Borgo Fonte Rosa” e “Macchia Rotonda”; impianto agro-fotovoltaico “Cer01” da 44,715 Mw, nel comune di Cerignola (Foggia); impianto agrivoltaico “Asc05” da 55,40 Mw nei comuni di Ascoli Satriano (Foggia), Cerignola (Foggia) e Melfi (Potenza), in località Perillo-Posta Carrera-Gubito. Un impianto fotovoltaico è fra le regioni Puglia e Basilicata, nel comune di Spinazzola (Barletta Andria Trani), da collegare alla stazione elettrica di smistamento nel comune di Genzano di Lucania (Potenza). Tre impianti sono nel Lazio: impianto agrivoltaico da 25,3 Mw in Roma Capitale; impianto agrivoltaico “Ardea 26” da 14,032 Mw nel Comune di Ardea (Roma), in località “La Fossa”; impianto eolico “Parco Eolico Energia Viterbo”, da 13 aerogeneratori e potenza complessiva di 78 Mw, nei comuni di Montefiascone (Viterbo) e Viterbo. Gli ultimi 3 impianti riguardano la Sardegna: impianto eolico “Boreas” da 60 Mw, nei comuni di Jerzu (Nuoro) e Ulassai (Nuoro); mpianto fotovoltaico “Cacip_25” nel comune di Uta (Cagliari), in località Macchiareddu; impianto agrivoltaico solare “Serramanna 2” da 27,1362 Mw, nel comune di Serramanna (Sud Sardegna).

(Foto di repertorio)

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