QuiEuropa Magazine – 13/6/2026
ROMA (ITALPRESS) – In questo numero:
– L’Ue prepara il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia
– La Bce alza i tassi di un quarto di punto
– Si rafforza il partenariato economico con l’Africa subsahariana
sat/gsl
ROMA (ITALPRESS) – In questo numero:
– L’Ue prepara il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia
– La Bce alza i tassi di un quarto di punto
– Si rafforza il partenariato economico con l’Africa subsahariana
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I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.
Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.
Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.
Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.
Leggi l’articolo completo è su Valori
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“Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà”. Lo riferisce il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota.
“Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”: così il presidente Usa, Donald Trump, al telefono con Daniele Compatangelo, riportata questa mattina a Omnibus di La7, rispondendo a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Trump ha sostenuto inoltre che il sostegno degli alleati europei fosse “irrilevante”, rivendicando che gli Usa hanno raggiunto gli obiettivi senza il loro contributo.
La possibile cerimonia di firma di un “memorandum di intesa” tra Washington e Teheran potrebbe avvenire “nei prossimi giorni” a Ginevra: lo riporta Axios, spiegando che ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l’Europa nella giornata di iera, trasportando “materiale per un possibile viaggio” del vicepresidente Usa J.D. Vance, che Donald Trump ha indicato come la figura incaricata di firmare l’accordo preliminare, verso la città svizzera.
L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha rivelato nuovi dettagli di una bozza di memorandum d’intesa in 14 punti tra Iran e Stati Uniti, citando una fonte vicina al team negoziale iraniano. Secondo l’agenzia, la bozza include la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso; l’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica; Revoca completa del blocco navale entro 30 giorni; Impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie forze dalle zone limitrofe all’Iran; Riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni, secondo gli accordi iraniani; Sospensione delle sanzioni imposte sulle esportazioni di petrolio, prodotti petrolchimici e loro derivati, e garanzia del pieno accesso dell’Iran alle proprie risorse finanziarie; La presentazione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di piani di ricostruzione per l’Iran, del valore di almeno 300 miliardi di dollari.
Gli iraniani chiedono anche un periodo di 60 giorni per i negoziati al fine di raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, nonché delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA. Infine si chiede da part degli Usa il rinnovato impegno dell’Iran a rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e a non produrre armi nucleari. Si assicura anche l’impegno degli Stati Uniti, durante il periodo di negoziazione, a non aumentare la propria presenza militare nella regione e a non imporre nuove sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni, di cui la metà messa a disposizione dell’IRAN prima dell’inizio dei negoziati. Si parla anche dell’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo e dell’adozione dell’ACCORDO finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Gli iraniani chiedono anche un periodo di 60 giorni per i negoziati al fine di raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, nonché delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA. Infine si chiede da part degli USA il rinnovato impegno dell’Iran a rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e a non produrre armi nucleari. Si assicura anche l’impegno degli Stati Uniti, durante il periodo di negoziazione, a non aumentare la propria presenza militare nella regione e a non imporre nuove sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni, di cui la metà messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati. Si parla anche dell’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo e dell’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
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Il ritiro dell’appartato militare statunitense dall’Europa è già una realtà: a maggio la Casa Bianca aveva annunciato un importante disimpegno in Germania, superiore ai 5mila soldati già annunciati, aggiungendo che i Paesi europei devono assumersi maggiori responsabilità per la loro difesa. E qualche giorno prima, aveva minacciato un parziale ritiro delle truppe Usa anche da Italia e Spagna per il mancato supporto nella guerra all’Iran e nel controllo dello Stretto di Hormuz. Ora, secondo quanto riporta il New York Times, gli Usa pianificano un drastico taglio del numero di caccia e navi militari a disposizione delle operazioni Nato in Europa: secondo il quotidiano americano sono previsti in particolare la riduzione da 150 a 100 degli F-16 e degli F-15E in territorio europeo e da 26 a 15 degli aerei da ricognizione, il ritiro di tutti e otto gli aerei da cisterna e il “ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di “diverse navi da guerra”.
Tali intenzioni, aggiunge il Ny Times citando due alti funzionari europei, sono state comunicate agli alleati all’inizio di giugno in un documento. Il Pentagono aggiunge il Ny Times ha “rifiutato di commentare le cifre specifiche contenute nel documento” citato, facendo riferimento a una più generica dichiarazione del suo Comando Europeo sull’intenzione di ridurre l’impegno militare Usa in Europa. Alcuni dettagli di questo programma di disimpegno erano invece stati anticipati da Die Welt. Funzionari statunitensi hanno indicato che il taglio dei mezzi militari statunitensi in Europa verrà attuato “molto presto”, ben prima di quando previsto dagli alleati europei, scrive ancora il giornale Usa. Tale improvvisa riduzione delle forze disponibili, aggiunge, può avere conseguenze su aspetti come capacità Nato di monitorare il traffico dei sottomarini russi o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.
L'articolo Nyt: “Gli Usa pensano a un drastico ritiro di caccia e navi a disposizione della Nato in Europa” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il caro carburante ricordano quanto il trasporto europeo resti legato a filiere energetiche esposte a crisi e shock di prezzo. I treni notturni e la lunga percorrenza ferroviaria sarebbero una delle risposte già disponibili: meno dipendenza dal trasporto aereo, meno combustibili fossili, partenze dal centro delle città e arrivi al mattino. Il mercato negli ultimi anni è cresciuto, spinto dall’aumento dei costi dei voli, dall’attenzione all’impatto ambientale dei trasporti e dall’ingresso di nuovi operatori. Ma in un sistema ferroviario frammentato le contraddizioni restano.
La nuova mappa europea dei treni notturni, pubblicata a giugno da Back on Track, censisce 205 collegamenti regolari con carrozze letto e cuccette. Nel 2026 compaiono cinque nuove linee, tra cui la Parigi-Berlino rilanciata da European Sleeper dopo lo stop di ÖBB, e nuove tratte polacche verso Praga e Monaco. Ma l’elenco delle linee rimosse o ridotte è più lungo: spariscono o vengono accorciati collegamenti in Bulgaria, Romania, Croazia, Svezia e diverse tratte ÖBB Nightjet, comprese Parigi-Vienna, Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia. “La domanda c’è”, dice Juri Maier, presidente di Back on Track. Il collo di bottiglia, per l’associazione, non sono i passeggeri ma gli investimenti: senza nuove carrozze letto e cuccette, le linee restano annunci, prove stagionali o servizi troppo fragili per competere con l’aereo. Le carrozze letto sono poche, costose e difficili da sostituire. Molti convogli hanno decenni di servizio alle spalle e produrne di nuovi richiede anni. Il principale operatore europeo del settore, ÖBB, ha ridotto l’ordine di nuovi Nightjet da 33 a 24 convogli.

I tagli riguardano anche l’Italia. Nella mappa 2026 non compaiono più i Nightjet Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia, che passavano da Milano e Genova. Dal 9 settembre, invece, European Sleeper collegherà Milano Porta Garibaldi a Bruxelles tre volte alla settimana, con fermate a Como, Colonia, Aquisgrana e Liegi. I collegamenti internazionali continuano però a scontrarsi con uno dei principali ostacoli della ferrovia europea: ogni Paese ha regole, autorizzazioni e operatori diversi. Per questo la trazione dei convogli in Italia sarà affidata ad Arenaways. Da metà dicembre la linea sarà estesa anche ad Anversa, Breda ed Eindhoven. Restano poi gli Intercity Notte di Trenitalia, sostenuti dal contratto di servizio, che collegano il Nord e il Centro con Sicilia, Calabria, Puglia e Alto Adige. Sono tratte usate non solo da turisti, ma anche da lavoratori, studenti fuori sede, famiglie e persone che attraversano l’Italia per necessità.
A Est e nell’Europa centrale la lunga percorrenza notturna affonda radici più profonde. Ucraina, Romania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria mantengono diversi collegamenti nazionali e internazionali: tra Budapest e Bucarest, per esempio, il treno resta un mezzo ordinario per coprire grandi distanze. Nonostante gli attacchi russi alla rete ferroviaria, l’Ucraina conserva oggi un’estesa rete interna di lunga percorrenza, essenziale anche per la sospensione del traffico aereo civile. Prima della guerra, una linea diretta collegava Mosca a Kiev in 12 ore. Fuori dalla mappa di Back on Track, la Russia conserva una rete vastissima: dalla Transiberiana alle tratte verso Caucaso e Mar Nero, i viaggi di una o più notti restano mobilità ordinaria.
A Ovest e nel Nord Europa il quadro è più discontinuo. Germania, Austria e Repubblica Ceca restano snodi importanti della rete continentale, ma molte tratte internazionali sono state ricostruite dopo anni di tagli dovuti alla concorrenza di alta velocità ferroviaria e voli low cost. In Scandinavia resistono collegamenti notturni sulle lunghe distanze interne, soprattutto in Svezia, Norvegia e Finlandia, mentre le linee internazionali verso Germania e Danimarca dipendono spesso da stagionalità, sussidi pubblici e disponibilità di convogli. È il caso del Berlino-Amburgo-Malmö-Stoccolma: la Svezia interromperà il sostegno pubblico alla tratta alla fine di agosto e la continuità del collegamento avverrà solo grazie al subentro dell’operatore privato RDC Deutschland.
Un altro ostacolo alla riaffermazione dei treni notturni è rappresentato dai pedaggi ferroviari. Ogni compagnia paga ai gestori delle infrastrutture una tariffa per usare binari, stazioni e altre strutture della rete. Molti pedaggi sono calcolati in base ai chilometri percorsi: un treno da Madrid a Parigi, da Barcellona a Lisbona o da Bruxelles a Milano accumula costi lungo tutta la tratta e in ogni Paese attraversato. Così i collegamenti più lunghi, quelli più utili per sostituire una parte dei voli europei a corto e medio raggio, finiscono penalizzati proprio perché percorrono più chilometri. Il dibattito è particolarmente acceso in Spagna, dove il gestore Adif ha commissionato a Deloitte una revisione dei pedaggi anche in risposta alla pressione dei nuovi operatori. La proposta è distinguere tra servizi diurni e notturni, invece di applicare automaticamente una tariffa al chilometro. Nel 2009 Renfe operava una decina di linee notturne tra Trenhotel nazionali e internazionali. Oggi non ha più servizi notturni regolari. Se i treni notte verranno riconosciuti come segmento specifico, tratte come Madrid-Parigi o Barcellona-Francoforte potranno tornare realisticamente sul tavolo. Altrimenti, nell’Europa occidentale, resteranno soprattutto i collegamenti diurni. Anche il Portogallo ha perso i suoi treni notte: dal 2020 non circolano più il Lusitânia Madrid-Lisbona e il Sud Expresso Lisbona-Hendaye.
La crisi dei carburanti rende lo squilibrio più evidente. L’aereo resta esposto al costo del cherosene, ma continua a beneficiare di esenzioni fiscali che ne proteggono la competitività. I treni internazionali pagano invece tariffe per ogni tratto di rete attraversato. Il conto finisce per penalizzare il mezzo meno dipendente dai combustibili fossili e dalle oscillazioni del mercato energetico. Sul fronte dei sussidi, anche la Francia ha fatto un passo indietro: i collegamenti Parigi-Berlino e Parigi-Vienna sono stati fermati dopo la fine dei sostegni francesi. In Svizzera, il collegamento Basilea-Copenaghen-Malmö previsto per il 2026 è stato cancellato dopo il taglio dei fondi federali. A questo si aggiungono le difficoltà pratiche nella prenotazione. Due anni fa Ursula von der Leyen aveva promesso una biglietteria digitale unica. Il 13 maggio la Commissione ha presentato le proposte legislative su prenotazioni multimodali, biglietti ferroviari e tutele per i passeggeri con biglietto unico. Il punto, però, resta aperto: per chi compra oggi un viaggio internazionale con più operatori, il percorso è ancora spezzato tra piattaforme, condizioni e responsabilità diverse.
Piccoli segnali in controtendenza arrivano dalla Polonia, dove vengono attivate nuove tratte transfrontaliere, e da European Sleeper, società ferroviaria belga-olandese a proprietà diffusa, nata nel 2021 grazie a campagne di crowdfunding e a centinaia di piccoli investitori, senza il sostegno dei grandi operatori ferroviari nazionali. Sono iniziative ancora isolate, ma indicano uno spazio di mercato che le compagnie tradizionali hanno lasciato scoperto. La crisi petrolifera potrebbe spingere l’Europa ad accelerare sulle alternative meno esposte a ricatti energetici e speculazioni. I treni notturni possono sostituire una parte dei voli sulle medie distanze, ma solo se vengono trattati come un servizio regolare, accessibile e affidabile per chi viaggia per lavoro, studio o famiglia. Per ora il sistema sembra andare in direzione contraria: l’aereo resta protetto da esenzioni fiscali, il treno internazionale paga pedaggi al chilometro, i sussidi arrivano a singhiozzo. Manca la scelta politica di trattare i treni notturni come infrastrutture da sviluppare, anziché prodotti di nicchia lasciati alle logiche di mercato.
L'articolo Guerre e crisi energetica, i treni notturni da opportunità a occasione mancata: pesano pedaggi, sussidi insufficienti e troppi aiuti al traffico aereo proviene da Il Fatto Quotidiano.
La visita degli ambasciatori di Germania, Francia e Gran Bretagna al Ministero degli Affari Esteri russo testimonia il fallimento della politica occidentale di dialogo con Mosca.
Lo ha annunciato il giornalista, scienziato e scrittore britannico John Laughland sul suo microblog sul social network X, secondo quanto riportato da RIA Novosti .
“Questo è un fallimento e un’ammissione che il boicottaggio diplomatico quadriennale non ha avuto successo”, ha scritto.
Come già riportato da Svobodnaya Press , l’11 giugno gli ambasciatori di Germania, Francia e Gran Bretagna, durante un incontro con il viceministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin, hanno ribadito la necessità di negoziati diretti tra Mosca e Kiev.
I diplomatici hanno illustrato i punti principali della dichiarazione dei leader dell’UE3 del 7 giugno, tra cui il sostegno all’appello del leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, per negoziati diretti tra Russia e Ucraina, con la partecipazione attiva degli Stati Uniti e dei paesi europei, al fine di raggiungere un cessate il fuoco e procedere verso ulteriori negoziati.

Incaricato di Putin K. Dmitriev (a sinistra) con genero Trump Kushner
Un collaboratore di Putin ha delineato una condizione per la pace in Ucraina.
La pace in Ucraina potrebbe arrivare immediatamente se Kiev accettasse una soluzione realistica, che è già sul tavolo delle trattative, ha dichiarato Kirill Dmitriev, rappresentante speciale del presidente russo , in un’intervista al quotidiano tedesco Berliner Zeitung.
Secondo lui, in passato erano state proposte soluzioni irrealistiche, ma ora esiste una soluzione che può portare alla pace.
Parlando del coinvolgimento dell’Europa nella risoluzione del conflitto, Dmitriev ha espresso la speranza che i paesi europei adottino una posizione più realistica, sottolineando come in passato tale posizione fosse irrealistica, ma che ora stia cambiando. La Russia, ha evidenziato, tramite il presidente Vladimir Putin, ha delineato chiaramente la propria visione per una soluzione pacifica.
In precedenza era stato annunciato che il prossimo incontro regolare tra l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti Steve Witkoff e l’imprenditore Jared Kushner sarebbe stato programmato per giugno.
Fonte: Svpressa.ru
Traduzione: Sergei Leonov


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Nella notte tra mercoledì 10 e giovedì 11 giugno Belfast ha vissuto una seconda ondata di disordini xenofobi, sebbene di intensità decisamente inferiore rispetto alle devastazioni di ventiquattr’ore prima. La […]
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L’ultimo capitolo della saga Mfn arriva dal Congresso statunitense, dove 48 deputati repubblicani guidati dal vicepresidente della Commissione Ways and Means Vern Buchanan, dal presidente della House Budget Committee Jodey Arrington e da Nicole Malliotakis hanno inviato una lettera all’U.S. Trade Representative Jamieson Greer e al segretario al Commercio Howard Lutnick chiedendo di procedere rapidamente con un’indagine ai sensi della Section 301 contro le politiche di determinazione dei prezzi dei medicinali adottate da diversi Paesi stranieri.
Nella missiva i parlamentari sostengono apertamente la linea della Casa Bianca, secondo cui molte economie avanzate beneficiano dell’innovazione farmaceutica sviluppata negli Stati Uniti senza contribuire in maniera proporzionata ai costi di ricerca e sviluppo. “Per troppo tempo nazioni straniere benestanti hanno raccolto i benefici dell’innovazione farmaceutica americana utilizzando controlli sui prezzi e altre politiche scorrette per evitare di pagare la loro giusta quota”, scrivono i firmatari, chiedendo all’amministrazione di utilizzare tutti gli strumenti commerciali disponibili per contrastare quello che definiscono un fenomeno di free-riding. “Mentre i precedenti presidenti sono rimasti a guardare consentendo alle nazioni straniere di approfittare degli Stati Uniti, il presidente Trump ha giustamente invocato un’azione commerciale decisa per affrontare questo problema”, si legge ancora.
L’iniziativa rappresenta l’ulteriore tassello di una posizione ormai consolidata. La Casa Bianca e, ora apertamente, anche i rappresentanti del Congresso considerano il recente accordo raggiunto con il Regno Unito come il modello da replicare a livello internazionale. Secondo i sostenitori, l’intesa avrebbe dimostrato che negoziati commerciali mirati sul tema del pricing possono portare benefici ai pazienti e ai contribuenti americani, inducendo i partner a sostenere una quota maggiore dei costi dell’innovazione.
“Il presidente Trump è stato inequivocabile: le altre nazioni ricche devono fare un passo avanti e pagare la loro giusta quota per l’innovazione farmaceutica salvavita invece di fare affidamento sui pazienti americani” ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai a Politico, sintetizzando la posizione dell’amministrazione.
Fra i Paesi oggetto di osservazione nel paniere elaborato dagli Usa ci sono Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, insieme ad altre economie europee. Ma, oggi nel mirino di Washington c’è in particolare la Germania – menzionata anche ripetutamente nella lettera dei congressmen, insieme a Francia, Canada e Giappone.
Berlino sta infatti discutendo una riforma volta a contenere la spesa farmaceutica e, secondo diverse ricostruzioni, sarebbero già in corso colloqui riservati tra esponenti del governo tedesco e rappresentanti dell’amministrazione statunitense. Sul tavolo non vi sarebbero soltanto i prezzi dei farmaci, ma anche investimenti industriali e competitività del settore. Negli ultimi giorni alcune delle principali aziende del comparto hanno espresso crescente preoccupazione per il deterioramento del contesto europeo e, in particolare, per l’approccio intrapreso da Berlino nelle riforme. Eli Lilly ha annunciato la revisione di un piano da 2,3 miliardi di euro in Germania, destinando parte delle risorse agli Stati Uniti. Anche Boehringer Ingelheim ha comunicato la cancellazione di investimenti programmati tra il 2027 e il 2030 per circa 900 milioni di euro.
Le motivazioni richiamano il tema, ormai ricorrente nel dibattito, legato alla crescente difficoltà dell’Europa nel competere con Stati Uniti e Asia per attrarre e valorizzare ricerca, sviluppo e produzione ad alto valore aggiunto. Le prospettive di ulteriori misure di contenimento della spesa – dal punto di vista delle aziende – rischiano di ridurre la prevedibilità regolatoria e la capacità del continente di attrarre e mantenere investimenti.
La questione assume una rilevanza particolare per l’Italia, che negli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo di leadership nella manifattura farmaceutica europea. Se l’amministrazione americana dovesse proseguire lungo la strada delle investigazioni, anche Roma potrebbe essere chiamata a dimostrare l’attrattività e la competitività del proprio modello. Nei 10 mesi successivi all’introduzione della Mfn, il nostro Paese ha già vissuto un crollo del 66,7% del lancio dei nuovi farmaci, attestandosi fra i più colpiti in Europa, a fronte di una media Ue del -35%.
Al netto dell’ormai annosa questione del payback, da tempo indicata dall’industria come uno dei principali fattori di incertezza, il tema riguarda più in generale la capacità del Paese di offrire un quadro regolatorio stabile, prevedibile e favorevole agli investimenti. E, in un contesto Europeo non semplice, l’Italia ha il potenziale di agire fra i primi. Il Testo unico farmaceutico, ad esempio, potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di un semplice esercizio di riordino normativo se saprà affrontare alcuni dei nodi che da anni alimentano il dibattito sulla competitività del settore. Un obiettivo tutt’altro che scontato, ma che assume un peso crescente mentre il resto del mondo corre.


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L’isola di Saseno sorge all’imbocco del Canale d’Otranto, di fronte alla costa pugliese, nel punto in cui l’Adriatico si restringe a stretto. Per quasi trent’anni territorio sovrano italiano e poi, per l’intera Guerra fredda, base sottomarina interdetta, è oggi destinata a un uso opposto: il governo di Tirana ne ha affidato lo sviluppo a un fondo statunitense legato a Jared Kushner per un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro.
La vicenda è stata letta soprattutto in chiave ambientale e come caso di nepotismo politico. Dal punto di vista italiano, però, il problema rilevante è diverso: l’ingresso di capitale privato americano e del Golfo in un punto che la dottrina navale nazionale ha sempre ritenuto vitale, e l’assenza di qualsiasi reazione da parte di Roma. È su questa assenza, più che sul progetto in sé, che occorre ragionare per valutare il peso effettivo dell’Italia nell’Adriatico orientale.
Da poligono militare a concessione privata
Il rilievo di Saseno è funzione della posizione, non delle dimensioni. L’isola presidia l’ingresso orientale dello stretto, largo circa settantadue chilometri, che costituisce l’unico accesso ai porti dell’alto Adriatico; chi ne controlla le alture dispone, in linea di principio, di una capacità di sorveglianza e di interdizione sul traffico tra Mediterraneo e Adriatico. È una rendita di posizione indipendente dai regimi che si sono succeduti sull’isola, e spiega perché Saseno sia stata storicamente oggetto di competizione tra le potenze affacciate sul canale.
Per l’Italia quella posizione è stata a lungo una questione di sicurezza. Occupata nel 1914 e mantenuta come possedimento sovrano dal 1920 al 1947, l’isola fu il perno dello sbarramento d’Otranto, il dispositivo navale con cui la Regia Marina chiudeva l’Adriatico alla flotta austro-ungarica; la sovranità italiana cessò con il trattato di pace del 1947, dopo di che Saseno servì come base sommergibilistica del blocco comunista. Il richiamo storico fissa il termine di paragone dell’analisi, cioè il grado di rilevanza che l’isola ha avuto per la sicurezza italiana, rispetto al quale va misurato il disinteresse odierno.
Il progetto attuale è di natura esclusivamente commerciale: nulla autorizza a ipotizzare un riuso militare dell’isola da parte statunitense o dei finanziatori del Golfo. Il dato rilevante è il mutamento di giurisdizione. Con decreto del 2 dicembre 2024 il presidente Bajram Begaj ha sottratto l’isola al piano di dispiegamento delle forze armate, e poiché i fondali restano disseminati di ordigni inesplosi, il Comitato per gli investimenti strategici ha posto la bonifica a carico della Difesa albanese come condizione per rendere agibile il resort. L’impiego di un apparato militare statale per garantire la redditività di un investimento privato estero indica la gerarchia in atto: la sicurezza nazionale viene subordinata alla logica del capitale, e lo Stato europeo storicamente competente su quel tratto di mare resta estraneo al processo.
Un investimento opaco
La cornice giuridica è quella dell’investitore strategico, concessa il 30 dicembre 2024 alla Atlantic Incubation Partners, veicolo riconducibile al fondo Affinity Partners di Kushner, con licenze accelerate e accesso diretto ai terreni demaniali. Vanno tenute distinte due cifre che la stampa tende a confondere: il progetto sull’isola riguarda 45 ettari, circa l’otto per cento della superficie, per 1,4 miliardi di euro, mentre il piano costiero di Zvërnec, sulla terraferma protetta tra la laguna di Narta e l’Adriatico, è un’urbanizzazione ben più estesa, di millequattrocento ettari e diecimila stanze, valutata 4,7 miliardi. I mille posti di lavoro e la durata decennale spesso citati sono per ora proiezioni del promotore e non obblighi sottoscritti.
La struttura proprietaria è opaca. Lo Stato albanese rivendica una partecipazione diretta in una entità giuridica congiunta e nega che vi sia privatizzazione, ma la quota effettivamente in suo possesso non è mai stata resa pubblica. Il capitale privato proviene in larga parte da fondi sovrani del Golfo, sauditi, qatarioti ed emiratini, convogliati da Affinity, mentre la componente continentale è gestita attraverso una catena di società schermo che termina in un trust olandese e ne occulta i soci albanesi. In un’operazione che cede in concessione un bene demaniale, l’elemento meno verificabile resta così la misura stessa di quella cessione.
L’operazione è ora oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Lo SPAK, la procura speciale anticorruzione, ha aperto il 2 giugno 2026 un procedimento sulle modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette, che hanno ridotto di oltre cinquemila ettari la tutela dell’ecosistema di Narta, e sul trasferimento ai privati dei titoli di proprietà di Zvërnec. L’indagine coinvolge soci locali con precedenti per appropriazione di terreni e falso documentale, ma non ha finora prodotto incriminazioni formali contro i vertici di Affinity o l’esecutivo albanese, né sequestri sul perimetro del progetto; allo stato, qualsiasi conclusione sulla corruzione sarebbe prematura.
Belgrado e l’arbitro europeo
Il principale fattore di rischio per l’operazione è di natura giudiziaria, come mostra il precedente serbo. A Belgrado Affinity aveva concordato con il governo la trasformazione dell’ex Stato maggiore jugoslavo, edificio vincolato e simbolo dei bombardamenti NATO del 1999, in un albergo a marchio Trump, previa rimozione del vincolo; per quella rimozione il ministro della Cultura Nikola Selaković è finito sotto processo il 4 febbraio 2026, e il fondo si è ritirato dal progetto poche ore dopo l’incriminazione del dicembre precedente.
La reazione di Affinity nei due casi è opposta, e la differenza è informativa. A Belgrado il fondo si è ritirato di fronte a un’incriminazione; a Saseno resta, benché l’inchiesta riguardi un espediente identico. La spiegazione plausibile è il diverso grado di copertura offerto dall’esecutivo: a fronte di proteste estese a più città e dell’indagine dello SPAK, il premier Edi Rama ha escluso ogni sospensione del progetto, mentre il presidente serbo Vučić aveva dovuto cedere. La permanenza del fondo a Saseno funziona quindi come indicatore della fiducia degli investitori nella capacità del governo albanese di proteggere l’operazione dalla magistratura e dalla pressione popolare.
Il secondo vincolo esterno è europeo. La Commissione ha collegato Saseno e Narta al percorso di adesione, avvertendo che il progetto può pregiudicare la chiusura del Capitolo 27 su ambiente e clima; la delegazione dell’Unione a Tirana ha promosso una campagna a tutela della natura albanese e ha chiesto l’abrogazione sia delle modifiche del 2024 sia della legge del 2015 sugli investimenti strategici. A porre condizioni a Tirana sul futuro dello stretto è quindi la Commissione, non l’Italia: la leva regolatoria nell’Adriatico si è spostata a Bruxelles, mentre Roma, storicamente la potenza di riferimento di quel mare, non esercita un ruolo equivalente.
Da guarnigione a comprimario: la postura italiana
La posizione italiana si caratterizza per l’assenza di posizione. Nessuna dichiarazione della Farnesina, della Difesa, della Marina o atto di sindacato ispettivo parlamentare risulta riferito all’ingresso di capitale americano e del Golfo a Saseno. L’assenza non costituisce di per sé prova di una linea, dato che ogni inferenza resta tale; ma in un Paese tanto esposto su quel mare un silenzio così completo è esso stesso un dato politico.
L’interpretazione corrente attribuisce il silenzio a un calcolo: Roma non si oppone perché controllerebbe già le infrastrutture funzionali dello stretto. L’esame di quelle infrastrutture, però, ne ridimensiona la portata. Nell’interconnessione elettrica sottomarina tra Valona e la Puglia, firmata nel gennaio 2025 e valutata circa un miliardo di euro, capitale e tecnologia sono emiratini, affidati a Masdar e Taqa, la generazione è ospitata dalle utility albanesi e a Terna spetta la sola integrazione di rete sul versante pugliese, con Eni nel ruolo di acquirente. L’Italia vi occupa quindi la posizione di mercato di destinazione e nodo di transito, non di proprietario dell’infrastruttura, in coerenza con un Piano Mattei che la candida a hub fra Africa, Balcani ed Europa pur appoggiandosi spesso a capitale estero.
Il secondo pilastro, il protocollo migranti con i centri di Shengjin e Gjadër gestiti da personale italiano in territorio albanese, è anch’esso condizionato dalle scelte di Tirana. Rama ne assicura la continuità finché lo vorrà l’Italia, ma la diplomazia albanese ne ha già fissato il termine: l’intesa non sarà prorogata oltre l’adesione all’Unione prevista per il 2030, data oltre la quale quel territorio cesserebbe di essere extraterritoriale. La durata dello strumento dipende perciò dal calendario dell’allargamento europeo, deciso a Bruxelles e a Tirana, non dalla programmazione italiana.Tre elementi convergono in una sola lettura: il silenzio sull’isola, il ruolo marginale nell’architettura energetica e la dipendenza del dispositivo migratorio dal calendario altrui. L’Italia, che un secolo fa controllava Saseno come questione di sicurezza, non partecipa oggi alla ridefinizione del controllo sullo stretto, condotta dal capitale privato americano e del Golfo, regolata da Bruxelles e condizionata dalla sovranità albanese. Non si tratta di costrizione: Roma sceglie l’accomodamento perché opporsi a capitali alleati avrebbe un costo superiore alla perdita simbolica, e perché le sue priorità dipendono dallo stesso sistema di relazioni atlantiche e mediorientali. La posizione di comprimario, però, comporta che i benefici acquisiti restino subordinati a decisioni prese altrove: l’arresto del progetto per via giudiziaria o europea, come a Belgrado, o la chiusura dei centri migranti nel 2030 lascerebbero l’Italia priva del bene simbolico e con un controllo solo parziale sulle infrastrutture che considerava proprie. È la condizione di un attore che nell’Adriatico orientale ha smesso da tempo di fissare le regole.


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L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.
Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.
La guerra come strumento di destabilizzazione economica
Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.
Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.
Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.
In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali.
Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.
In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali.
La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.
Energia, manifattura e vulnerabilità europee
Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.
L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.
Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei.
In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.
Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea
La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.
Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.
La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa.
L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.
In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.
La resilienza europea oltre il campo di battaglia
Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.
Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.
La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.
La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente.
Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.
La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è l’organo internazionale responsabile del mantenimento della pace e sicurezza nel mondo. Istituito dopo la Seconda guerra mondiale, esso è composto di cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina – e dieci membri non permanenti, eletti ogni due anni.
Fra questi, due seggi sono attribuiti al raggruppamento “Europa Occidentale e Altri” per la quale la Germania ha fino ad ora presentato la sua candidatura, sempre con successo, per sei volte. Il 3 giugno, tuttavia, raggiungendo solo 104 voti, è stata superata da Portogallo (134 voti) e Austria (131 voti). Nonostante questo esito, il ministro Wadephul, dopo essersi congratulato con i vincitori, afferma che la Germania continuerà ad impegnarsi nell’ONU per il mantenimento della pace e multilateralismo. Nello stesso tempo, tale sconfitta porta anche alla necessità di comprendere i motivi di quanto avvenuto.
La corsa alla candidatura
Nel candidarsi, la Germania non era certo partita con grandi vantaggi. Infatti, se Austria e Portogallo avevano iniziato a organizzarsi in tal senso già, rispettivamente, nel 2011 e il 2013, la Germania le ha raggiunte con un ritardo notevole, nel 2019. Una corsa alla candidatura, dunque, che si è fatta particolarmente intensa in questi ultimi mesi, durante i quali le dichiarazioni del ministro Wadephul – espresse in occasione dei suoi diversi viaggi alle Nazioni Unite – mostrano i punti principali con cui la Germania intendeva proporsi come membro non permanente.
Con il motto “Rispetto – Giustizia – Pace”, la Germania avrebbe posto al centro del suo mandato la prevenzione dei conflitti, la risoluzione della crisi, il clima e la sicurezza. A tali scopi, e in un contesto geopolitico instabile, la Germania era quindi “pronta ad assumersi ancora più responsabilità come voce forte, affidabile e indipendente all’interno delle Nazioni Unite” e agendo non da sola, bensì “assieme ai nostri partner”.
Assieme agli obbiettivi, si menzionano poi gli elementi di forza che avrebbero sostenuto l’azione della Germania durante il suo mandato. Sia sul lato della credibilità del Paese, delle esperienze finora maturate, e del proprio peso economico, si afferma infatti che la Germania “ha molto da offrire”. Il Paese ha infatti mostrato più volte un “impegno incrollabile” nei confronti della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, come pure nell’utilizzo della diplomazia e del dialogo nella gestione delle controversie; può offrire la sua notevole esperienza accumulata nei diversi mandati precedenti; e ha a disposizione un’ampia rete di ambasciate in tutto il mondo. Sul piano economico, si sottolinea l’importanza della Germania non solo come una fra le maggiori potenze economiche a livello mondiale, ma anche in quanto secondo donatore delle Nazioni Unite – elemento non irrilevante, visto l’attuale stato di crisi finanziaria in cui versa l’ONU, dovuto in larga parte al disimpegno, anche economico, degli Stati Uniti.
Il seggio mancato
Tuttavia, questo non è bastato a garantire il tanto desiderato seggio nell’unico organismo che – pur notevolmente indebolito dagli sconvolgimenti degli ultimi anni e dai limiti decisionali posti dal diritto di veto dei membri permanenti – prende decisioni di primaria importanza su questioni di pace e sicurezza, e che poi gli stati membri sono obbligati a rispettare.
Pur nella consapevolezza di essere partiti svantaggiati, prima delle votazioni Wadephul aveva manifestato un certo ottimismo rispetto alla possibilità di raggiungere il quorum di due terzi, fino a constatare la presenza di una “certa simpatia di fondo per la Germania”. Tuttavia, si sbagliava. Ma a stupire è soprattutto la chiarezza e velocità con cui ciò avviene: immediatamente, al primo turno. Stupore che emerge anche dalle dichiarazioni del ministro appena dopo le votazioni, il cui risultato rappresenta un’“amara sconfitta”.
Accanto a ciò, Wadephul mostra consapevolezza dei punti critici della candidatura della Germania: dal ritardo nella presentazione della candidatura, alle questioni internazionali su cui la Germania ha sempre preso una posizione chiara e che “non tutti i membri dell’ONU condividono”. Fa quindi poi riferimento alla campagna fatta dalla Russia contro la Germania – la cui presenza al Consiglio di Sicurezza sarebbe infatti stata scomoda, visto il suo forte sostegno all’Ucraina – ma anche il dovere della Germania di assumere una “responsabilità speciale” nei confronti di Israele rispetto al conflitto in Medio Oriente.
Questi gli ostacoli principali riconosciuti dal ministro, che afferma successivamente: “abbiamo dovuto combattere con venti contrari, che erano talmente forti, che alla fine non ce l’abbiamo fatta”. Tuttavia, sottolinea chiaramente che, anche senza un seggio all’interno del Consiglio di Sicurezza, la Germania continuerà ad impegnarsi per la pace e la sicurezza a livello globale, e che farà la propria parte nella promozione del multilateralismo: “questo è nel DNA della nostra politica estera e dei nostri interessi”. Adottando poi una prospettiva più nazionale sottolinea che “la voce della Germania nel mondo anche per la sicurezza, libertà e prosperità del nostro Paese si farà sentire, anche senza un seggio al Consiglio di Sicurezza”.
Relativizzazione del diritto internazionale
Tuttavia, pare che ciò che ha pesato maggiormente in questa sconfitta sia stato l’approccio della Germania rispetto al diritto internazionale e la sua postura poco chiara in politica estera. Soprattutto negli ultimi anni, il Paese avrebbe infatti mostrato una sua “relativizzazione” e l’adozione di standard diversi caso per caso. Nello specifico, si evidenzia che, mentre la condanna alla Russia per l’attacco all’Ucraina è stata immediata, lo stesso non è avvenuto nei confronti di Israele e Stati Uniti. Si rimprovera quindi la riluttanza della Germania nel condannare Israele per le vittime civili causate negli attacchi a Gaza e Libano, come pure l’atteggiamento di Merz rispetto all’attacco di Trump in Iran. Pur di fronte a un caso di violazione del diritto internazionale, infatti, il cancelliere aveva qui parlato di un “dilemma”. Le misure di diritto internazionale fino ad allora utilizzate contro l’Iran erano state infatti inefficaci, di qui, la difficoltà di questa situazione per cui non era il momento di “dare lezioni” ai propri partner e alleati. Similmente, anche di fronte alla cattura del presidente Maduro da parte di Trump, Merz aveva evitato di descriverla in termini di violazione di diritto internazionale.
Tirando le somme
Quanto è avvenuto porta a riflessioni su più piani. Per quanto riguarda la politica interna, questa ulteriore sconfitta non giova sicuramente al governo – già in notevoli difficoltà – soprattutto dato che uno degli obiettivi del cancelliere era proprio il rafforzamento del ruolo della Germania nella politica internazionale. Nello specifico, inoltre, a Merz si rimprovera di non essersi mai presentato alle Nazioni Unite, cosa che, ulteriormente, non avrebbe favorito la candidatura della Germania.
In termini di politica estera, si nota poi un contrasto fra ambizioni e realtà. Mentre infatti negli ultimi anni la Germania ha intrapreso diverse iniziative volte ad aumentare il proprio ruolo a livello internazionale (fra cui l’incremento della spesa militare, l’introduzione del nuovo sistema di leva, la formulazione della prima strategia militare), questa sconfitta mostra quanto, allo stesso tempo, molti Stati non le attribuiscano il ruolo che essa cerca. Inoltre, simili iniziative non possono supplire alle criticità prima menzionate rispetto alla postura mostrata della Germania in merito alle guerre degli ultimi anni. A ciò, inoltre, si aggiunge la preoccupazione di molti governi europei rispetto al piano per il rafforzamento del Bundeswehr. Se la Germania vuole esercitare un peso maggiore a livello internazionale, in linea con i principi esposti nella sua candidatura per il 3 giugno, dovrà dunque mostrare maggiore chiarezza – a parole e fatti – nell’elaborare una politica estera coerente, che dia fiducia agli alleati e credibilità internazionale, risolvendo quindi le criticità recentemente mostrate.Nel frattempo, Merz ha già annunciato un nuovo tentativo di candidatura per il biennio 2035/2036: resta quindi da vedere se le iniziative che la Germania intraprenderà nei prossimi otto anni le consentiranno di raggiungere un esito diverso per questo appuntamento.
Alle 10:28 ore locali di venerdì 5 giugno 2026, si è registrata un’esplosione all’ormeggio 78 del porto di Costanţa, in Romania, dove non si registrano morti o feriti. Circa tre ore e mezza dopo si sono registrate altre tre esplosioni: una nella stessa zona e due nei pressi del confine con l’Ucraina, sul versante di Kyiv. Su X, il Presidente della Repubblica rumena, Nicuşor Dan, ha affermato che l’evento è conseguenza della vicinanza del Paese al teatro di guerra in Ucraina rimanendo prudente nelle dichiarazioni. L’Ispettorato Generale per le situazioni di emergenza ha proceduto con un piano di evacuazione dei cittadini che ha coinvolto oltre un migliaio di persone, limitando l’accesso alla zona per permettere lo sviluppo di indagini approfondite.
A livello internazionale, le reazioni sono state molteplici. Le istituzioni europee hanno espresso vicinanza a Bucarest condividendo le affermazioni di Dan riguardo l’accaduto. La Russia, tramite un comunicato della propria ambasciata a Bucarest, ha additato l’Ucraina come responsabile dell’esplosione accusandola di terrorismo. L’autorità navale di Kyiv si sono messe in contatto con quelle rumene, chiarendo che i droni impiegati avevano lo scopo di pattugliare l’area ma che, a causa delle operazioni di jamming del Cremlino, ne era stato perso il controllo per poi autodetonarsi. La ricostruzione è stata confermata dal Ministero della Difesa, Radu Miruță, lamentando il fatto che Kyiv non abbia avvisato tempestivamente le autorità locali. L’autorità navale ucraina smentisce tale ricostruzione, affermando di aver informato la Romania in tempo utile e sottolineando come la messa in sicurezza dell’area sia stata possibile grazie alla cooperazione tra i due Paesi, evitando così vittime.
L’episodio di Constanța evidenzia ancora una volta la vulnerabilità della Romania nel contesto del fronte orientale, dove il Mar Nero assume un’importanza strategica crescente. L’evento non può essere letto come un episodio isolato ma si inserisce in un quadro di sicurezza fluvio-marittima ed energetica, in cui infrastrutture critiche e rotte strategiche tendono a sovrapporsi nello stesso spazio operativo. L’area dell’esplosione è avvenuta nello stesso settore del Mar Nero in cui ricadono le infrastrutture energetiche offshore rumene tra cui il progetto Neptun Deep il più grande piano di estrazione di gas naturale dell’Ue la cui entrata in funzione è prevista nel 2027.
Da Galaţi a Constanța passando per il Danubio
La dinamica dell’evento richiama immediatamente alla memoria quanto accaduto il 28 maggio scorso a Galaţi. Infatti, in quel caso, un drone attribuito a Mosca si è schiantato contro un appartamento provocando un incendio e due feriti. Tuttavia, l’esplosione di Galați appare come un episodio più serio e riconducibile a un effetto collaterale di un bombardamento russo rivolto ai porti ucraini sul Danubio. Al contempo, l’operazione rientra nell’ambito di una più ampia dinamica di pressione strategica, motivo per cui in quel momento Bucarest ha valutato l’attivazione dell’articolo 4 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Di contro, quanto accaduto il 5 giugno, è stato causato dal jamming, una tecnica cyber che sfrutta segnali satellitari falsi per deviare i velivoli. Tale dinamica rende l’episodio più assimilabile agli incidenti accaduti nei cieli delle Repubbliche Baltiche negli ultimi tre mesi, sebbene il loro impatto sia stato materialmente modesto.
L’esplosione avvenuta al porto di Constanța rivela un teatro della drone warfare meno mainstream ma altrettanto rilevante ossia il corridoio Danubio-Mar Nero. Dal 2022 ad oggi, la Russia è ricorsa a droni navali in due occasioni: l’attacco al ponte Zakota sull’estuario del fiume Dnestr il 10 febbraio 2023 e quello alla nave ucraina Simferopol sul ramo Chilia del Danubio il 28 agosto 2025. Questi due episodi avevano mostrato la necessità di rafforzare la difesa del corridoio attraverso la cooperazione con i partner europei e, in special modo, l’Ucraina. Specialmente dopo il 2022 ma anche dopo l’annessione della Crimea del 2014, Bucarest ha cercato di elevare il Danubio–Mar Nero a priorità strategica presso le istituzioni atlantiche temendo gli effetti destabilizzanti dell’influenza di Mosca nella vicina Moldova e la presenza di un conflitto vicino ai suoi confini.
Una possibile minaccia futura per il progetto “Neptun Deep”?
In tale contesto, il Mar Nero rappresenta uno spazio di competizione strategica tra attori regionali e internazionali che si è ulteriormente inasprita con l’avvio del progetto Neptun Deep da parte della Romania. La rilevanza energetica di questa operazione ha infatti contribuito ad accrescere il valore strategico dell’area, rendendola un ulteriore terreno di confronto verso la Russia. Il progetto è destinato a modificare significativamente gli equilibri energetici della regione. Situato nel settore romeno del Mar Nero, a profondità comprese tra i 100 e i 1.700 metri, il giacimento contiene circa 100 miliardi di metri cubi di gas naturale, configurandosi come una delle più consistenti riserve energetiche dell’Ue. L’avvio della produzione, previsto per il 2027, consentirebbe alla Romania di affermarsi come principale produttore di gas naturale dell’Ue. Tali elementi contribuiscono ad alimentare una narrazione secondo cui la Russia potrebbe percepire il progetto Neptun Deep come una potenziale minaccia ai propri interessi energetici. La crescente rilevanza strategica della Romania nel Mar Nero è stata recentemente riconosciuta anche dalla NATO.
Il 19 marzo 2026, il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, ha sottolineato come Bucarest stia assumendo un ruolo sempre più centrale nella sicurezza del fianco orientale, definendola di fatto un punto di riferimento per la presenza dell’Alleanza nella regione del Mar Nero. In tale contesto, la NATO ha annunciato il rafforzamento dell’operazione Eastern Sentry, avviata nel 2025 in risposta alle incursioni di droni russi nello spazio aereo romeno. In questo scenario, una particolare attenzione è rivolta al progetto Neptun Deep, le infrastrutture offshore del giacimento collocate nella zona economica esclusiva romena. Sebbene ricadano sotto la giurisdizione economica della Romania, esse non beneficiano automaticamente delle garanzie di difesa collettiva previste dall’Articolo 5 della NATO per il territorio degli Stati membri, configurando così una potenziale vulnerabilità nel contesto della sicurezza del Mar Nero.
Un eventuale attacco contro piattaforme o condotte potrebbe generare ritardi nei lavori, aumentare i costi assicurativi e scoraggiare gli investimenti, con possibili ripercussioni sui piani europei di diversificazione energetica e riduzione della dipendenza dalle forniture russe. L’incremento dell’autonomia energetica europea e la prospettiva di una progressiva riduzione della dipendenza dal gas russo rappresentano, de facto, fattori suscettibili di incidere sugli equilibri della regione. Sebbene gli attacchi non abbiano colpito direttamente infrastrutture legate al progetto, sollevano tuttavia interrogativi riguardo il possibile legame, seppur indiretto, tra la crescente rilevanza di Neptun Deep e il persistente interesse russo nell’area.
Conclusione
Al di là della dinamica dell’episodio, Constanța conferma la progressiva estensione degli effetti del conflitto ucraino nello spazio fluvio-marittimo del Mar Nero e del Danubio. Bucarest si conferma strutturalmente vulnerabile per effetto della configurazione dello spazio strategico in cui è collocato: integrato nelle istituzioni euro-atlantiche ma esposto alle vulnerabilità dei teatri geografici limitrofi. La sovrapposizione tra infrastrutture civili, rotte logistiche e asset energetici offshore contribuisce a rendere l’area particolarmente sensibile, soprattutto in relazione allo sviluppo di progetti strategici come Neptun Deep. L’evento conferma la crescente centralità del Mar Nero nel quadro di sicurezza euro-atlantico.
Cresce l’attenzione internazionale attorno alla partecipazione del Partito Comunista allo SPIEF 2026 di San Pietroburgo.
La nostra compagna Daniela Mosca è stata infatti intervistata da Russia Today, in un’importante occasione per dare visibilità alla presenza del nostro Partito e per illustrare le nostre proposte sui temi della pace, della cooperazione tra i popoli e dello sviluppo economico.
In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti, continuiamo a sostenere la necessità di un mondo multipolare fondato sul dialogo, sul rispetto reciproco tra le nazioni e sulla collaborazione economica come strumento di progresso e stabilità.
Portiamo allo SPIEF il contributo del Partito Comunista, convinti che pace, sovranità e sviluppo siano condizioni indispensabili per costruire un futuro migliore per tutti i popoli.
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L'articolo Il Partito Comunista allo SPIEF 2026: Daniela Mosca intervistata da Russia Today proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
Con la partecipazione al III Forum Antifascista di Mosca, il nostro Partito non ha fatto mancare il proprio sostegno ai popoli del Donbass.
Il nostro Vicesegretario Generale ha infatti incontrato Boris Alekseevich Litvinov, Primo Segretario del Comitato Regionale di Donetsk del Partito Comunista della Federazione Russa, leader del gruppo parlamentare del KPRF nel Consiglio Popolare della Repubblica.
L’incontro è stata l’occasione per dimostrare tutta la nostra solidarietà internazionalista e sviluppare progetti di collaborazione futuri.
Nella foto è presente Renate Koppe responsabile Internazionale del Partito Comunista Tedesco – DKP, nostro partito fratello.
L'articolo Partito Comunista al Forum Antifascista di Mosca: incontro con Boris Litvinov e solidarietà al Donbass proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
L’Europa e l’Italia si trovano in una condizione di smarrimento economico e politico. Sono schiacciate tra due grandi potenze che stanno ridisegnando gli equilibri globali: gli Stati Uniti, impegnati a riportare sotto la propria influenza economica tutte le aree considerate strategiche, e la Cina, che ha costruito un sistema produttivo capace di controllare materie prime, produzione industriale e leadership tecnologica dentro una struttura economica straordinariamente resiliente. In questo nuovo equilibrio internazionale, l’Europa rischia di diventare marginale, e con essa l’Italia. Questo smarrimento deve rapidamente trasformarsi in un progetto capace di collocare l’Europa dentro il nuovo duopolio globale, evitando che il continente venga progressivamente escluso dal potere economico reale. Gli effetti interni di questa marginalizzazione sarebbero gravi: minore crescita, salari più bassi, perdita di capacità industriale e crescente irrilevanza politica.
Per questa ragione il centrosinistra dovrebbe utilizzare il tempo disponibile per costruire un programma economico all’altezza della fase storica, non una sommatoria di provvedimenti o l’ennesimo catalogo elettorale. Serve un orizzonte di politica economica e sociale sufficientemente coraggioso. Senza ambizione, Italia ed Europa sono destinate ai margini.
Il ruolo dell’Europa
Il punto di partenza è l’Europa. Qualunque strategia nazionale seria deve partire dall’Europa. La competizione economica si organizza ormai tra grandi aree continentali. Nessun singolo Stato europeo possiede da solo la massa critica necessaria per competere con Stati Uniti e Cina: solo attraverso politiche europee più solide gli Stati nazionali possono tornare ad avere una funzione strategica. Serve innanzitutto un bilancio europeo autonomo, finanziato da risorse proprie, non inferiore al 5 per cento del Pil dell’Unione. Questa dimensione è appena sufficiente per immaginare un vero bilancio pubblico funzionale: uno strumento capace di utilizzare spesa pubblica, investimenti e, quando necessario, debito comune come leve di politica economica, industriale e anticiclica. Senza questa dimensione fiscale, il Parlamento europeo continuerà a non avere una piena legittimazione e l’euro resterà una moneta strutturalmente fragile.
La moneta unica può ambire a diventare una vera valuta internazionale soltanto se sostenuta da una politica fiscale comune. Una patrimoniale europea rappresenterebbe uno strumento credibile per rafforzare l’autonomia fiscale dell’Unione, da accompagnare a un mercato dei capitali integrato e regolato da istituzioni indipendenti. Di conseguenza, la BCE dovrebbe assumere un profilo più simile alla Federal Reserve, guardando all’inflazione così come all’occupazione. Solo un’Europa economicamente autonoma può costruire una politica estera autonoma, recuperando la diplomazia, una delle grandi invenzioni politiche europee.
Ricostruire il fisco italiano
Dentro questo quadro europeo, gli Stati devono mantenere una propria autonomia fiscale, ma in modo coerente e coordinato. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Per l’Italia il punto è semplice: tutti i redditi devono concorrere al finanziamento della spesa pubblica sulla base della capacità contributiva e il sistema fiscale deve tornare a essere realmente progressivo. Il modello di riferimento dovrebbe essere la CIT (Comprehensive Income Tax), caratterizzata da una base imponibile formata da un reddito definito nel modo più ampio, così da includere tutte le entrate del contribuente, fra cui anche le plusvalenze. Negli ultimi anni il sistema tributario italiano è stato progressivamente svuotato nei suoi presupposti fondamentali attraverso aliquote sostitutive, agevolazioni settoriali e frammentazione delle basi imponibili. Il risultato è un sistema meno equo, meno trasparente e meno efficiente. Una riforma fiscale seria dovrebbe ricostruire universalità, progressività e coerenza. Ciò significa riportare a tassazione ordinaria quote crescenti di reddito oggi sottratte alla progressività, razionalizzare le tax expenditures, contrastare l’erosione delle basi imponibili e ridurre l’uso di strumenti fiscali costruiti per singole categorie. Meglio abbandonare le bandierine fiscali: il fisco o è coerente oppure non funziona.
Riformare la spesa pubblica.
Alla riforma fiscale deve accompagnarsi una riforma profonda della spesa pubblica. L’Italia gestisce ogni anno circa 1.300 miliardi di euro di spesa pubblica: una massa enorme di risorse che troppo spesso viene amministrata attraverso una moltiplicazione di strumenti frammentati che inseguono gli eventi economici invece di governarli. Ogni crisi produce una nuova misura; ogni emergenza genera un nuovo incentivo. Ogni governo aggiunge nuovi strumenti senza eliminare quelli precedenti. Non è così che si governa la spesa pubblica. Serve una grande riforma che riporti ordine nelle priorità e concentri le risorse sulle missioni fondamentali dello Stato: beni pubblici, beni di merito, investimenti ad alta esternalità positiva e protezione sociale.
Politica industriale e innovazione. La transizione energetica, tecnologica e industriale europea richiede anche una strategia nazionale coerente. L’Italia dovrebbe utilizzare la ricerca pubblica come leva di industrializzazione e contribuire al riposizionamento del proprio sistema produttivo. Il compito dello Stato non è sostituirsi al mercato, ma orientare il cambiamento tecnologico e anticipare la domanda di beni e servizi ad alto contenuto innovativo. In altre parole: cambiare il motore della macchina senza fermarla.
Occorre evitare di sostenere la domanda effettiva senza avere la capacità tecnica di soddisfarla: l’effetto sarebbe importare la parte più nobile e tecnologica degli investimenti.
Riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro
L’ultimo nodo riguarda il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Negli ultimi anni si è consolidata una logica fondata su sussidi distribuiti alternativamente alle imprese e ai lavoratori, producendo una deriva verso un fisco sempre più categoriale. Questa strada va abbandonata. Serve innanzitutto un salario minimo definito per legge e costruito insieme alle parti sociali. Allo stesso tempo è necessario affrontare la frammentazione della contrattazione nazionale. Oggi esistono oltre mille contratti collettivi. Il problema non riguarda soltanto i cosiddetti contratti pirata, che interessano una quota limitata di lavoratori. Molti contratti coprono platee troppo ristrette e impediscono al lavoro di esercitare un reale potere contrattuale nei confronti del capitale.
Accorpare i contratti significa rafforzare il lavoro. Anche le tipologie contrattuali in ingresso nel mercato del lavoro devono essere drasticamente ridotte. Quattro o cinque forme contrattuali sono più che sufficienti. Un mercato del lavoro moderno non può essere costruito sulla precarietà permanente.
Il centrosinistra ha davanti una scelta semplice: governare il declino o provare a cambiare traiettoria.
Questo articolo è stato pubblicato da Domani il 2 giugno 2026
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Continua il lavoro internazionale del Partito Comunista.
In questi giorni la compagna Daniela Mosca è presente allo SPIEF 2026 di San Pietroburgo, uno dei più importanti forum economici internazionali.
Proprio nella giornata di oggi, la nostra compagna ha avuto modo di incontrare Marija Zacharova, Direttrice del Dipartimento Informazione e Stampa del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa.
Nel corso dell’incontro, Daniela Mosca ha presentato le proposte del Partito Comunista sui temi dello sviluppo economico in un mondo multipolare, della cooperazione tra i popoli e della costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace, sul rispetto reciproco e sulla sovranità delle nazioni.
Il confronto internazionale e il dialogo tra i popoli restano strumenti fondamentali per costruire un futuro di pace, sviluppo condiviso e cooperazione tra gli Stati.
Lo SPIEF 2026 prosegue intanto regolarmente, nonostante il tentativo del governo di Kiev di ostacolare lo svolgimento del Forum, confermando ancora una volta la volontà di dialogo e confronto internazionale dei Paesi partecipanti.
#SPIEF2026 #SanPietroburgo #PartitoComunista #Russia #Multipolarismo #Pace #CooperazioneInternazionale #MarijaZacharova #Sovranità #DialogoTraIPopoli #PoliticaInternazionale
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Si è conclusa oggi la missione a Varsavia del Vice Ministro degli Esteri, Edmondo Cirielli.
Il Vice Ministro ha incontrato presso il Ministero degli Esteri polacco il Sottosegretario Artur Harazim. L’incontro si inserisce in un momento eccellente per relazioni tra Italia e Polonia, testimoniato dalle recenti visite a Roma del Presidente della Repubblica Nawrocki e del Primo Ministro Tusk, nonché dal Memorandum d’intesa firmato tra i Ministeri degli Esteri Tajani e Sikorski lo scorso 22 aprile e da un interscambio in costante crescita, che supera i 36 miliardi di euro annui.
Al centro del colloquio il rafforzamento della cooperazione economica, commerciale e culturale. Ampio spazio è stato dedicato anche ai principali temi internazionali, con particolare attenzione sul comune sostegno all’Ucraina, sui prossimi passi del processo di Allargamento dell’Unione Europea e sulle sfide migratorie.
Cirielli si è recato anche a deporre una corona di fiori al Cimitero Militare italiano di Bielany, che custodisce i resti di 868 militari italiani deceduti in prigionia durante la Prima Guerra Mondiale.
Su richiesta del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Segretario generale della Farnesina Ambasciatore Riccardo Guariglia ha tenuto oggi a Berna un incontro di consultazioni bilaterali con il Segretario di Stato del Dipartimento federale svizzero Alexandre Fasel.
I due diplomatici hanno evocato innanzitutto la tragedia di Crans-Montana, che ha duramente colpito l’Italia e la Svizzera: durante la riunione sono stati sottolineati gli sforzi dei due Paesi per soccorrere e curare i feriti, prestare assistenza alle famiglie ed assicurare che vengano stabilite le responsabilità e resa giustizia. A tale riguardo il segretario generale Guariglia e il Segretario di Stato Fasel hanno preso atto dell’avvio di una costruttiva collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Paesi e della soluzione individuata a seguito degli incontri del Presidente della Confederazione Parmelin con il Presidente della Repubblica Mattarella, il Presidente del Consiglio Meloni ed il Ministro degli Esteri Tajani, anche per far sì che i costi della degenza e delle cure dei nostri giovani connazionali rimasti feriti a causa dell’incendio al Bar Le Constellation non gravino né sulle loro famiglie, né sullo Stato italiano.
È stato poi fatto il punto sull’eccellente stato della collaborazione tra i due Paesi sul piano bilaterale, in particolare sulle tematiche transfrontaliere, sugli accordi recentemente ratificati o in via di ratifica da parte dei due Parlamenti, tra cui quello sull’approvvigionamento del gas e sul telelavoro dei frontalieri. Il Segretario generale Guariglia ed il Segretario di Stato Fasel hanno tenuto inoltre a sottolineare le numerose iniziative promosse congiuntamente in questi ultimi anni dal Ministro degli Esteri Tajani e dal Ministro degli Esteri Cassis, tra cui la Dichiarazione congiunta sull’Ucraina, la Conferenza dell’Italofonia e la partecipazione dei due Ministri alla Giornata della Diplomazia e alle rispettive Conferenze degli Ambasciatori, che hanno dato un grande slancio alle relazioni tra i due Paesi.
Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha incontrato oggi alla Farnesina il Ministro per l’Europa e gli Affari Esteri della Repubblica di Albania, Ferit Hoxha. Il colloquio – che ha fatto seguito ad un primo incontro il 12 maggio scorso in occasione del Gruppo Amici dei Balcani a Bratislava – ha confermato l’eccellente stato delle relazioni bilaterali tra Italia e Albania, consolidato da frequenti contatti politici e istituzionali a tutti i livelli. I due Ministri hanno ribadito l’impegno a dare piena attuazione all’Accordo di cooperazione strategica in tutti i settori, a partire da quello migratorio.
Ampio spazio è stato dedicato ai principali dossier regionali e internazionali. Tajani ha ribadito che i Balcani occidentali rappresentano una priorità della politica estera italiana, sottolineando la necessità di rilanciare il dialogo tra Serbia e Kosovo e affrontando anche la situazione in Bosnia-Erzegovina in vista delle elezioni del prossimo autunno, oltre alle principali crisi regionali e internazionali. Il Ministro Tajani ha inoltre confermato il pieno sostegno dell’Italia al percorso di adesione dell’Albania e dei Balcani Occidentali all’Unione europea.
Nel corso dell’incontro è stata inoltre sottolineata la solidità dei rapporti economici bilaterali, cui si è deciso di dare nuovo slancio con un forum imprenditoriale in Albania nei prossimi mesi, focalizzato in particolare sul settore del food.
Nel 2025 l’interscambio commerciale ha raggiunto i 3,2 miliardi di euro, con una presenza forte e articolata delle imprese italiane in Albania, in particolare nei settori energia, infrastrutture, difesa, trasporti e siderurgia. Tajani ha evidenziato l’importanza di rafforzare ulteriormente i legami economici e la connettività regionale, valorizzando anche le opportunità offerte dai nuovi corridoi strategici, come IMEC e Corridoio VIII.
I due Ministri hanno infine richiamato i solidi legami culturali e umani che uniscono Italia e Albania. La comunità albanese rappresenta oggi la seconda comunità straniera in Italia mentre il turismo italiano in Albania, cresciuto negli ultimi anni, offre un importante contributo alla vita economica e sociale del Paese.
Il Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, On. Edmondo Cirielli, ha incontrato oggi a Roma la Vice Ministra degli Affari Esteri della Repubblica Ellenica, Alexandra Papadopoulou.
Il colloquio ha confermato l’eccellente stato delle relazioni bilaterali e la comune volontà di rafforzare ulteriormente il partenariato strategico tra Roma e Atene, nel solco dei risultati conseguiti in occasione del II Vertice Intergovernativo Italia-Grecia del 12 maggio 2025 e delle positive collaborazioni già avviate nei settori dell’energia, della difesa e delle infrastrutture.
Ampio spazio è stato dedicato ad una panoramica dei rapporti bilaterali, con un confronto sul comune sostegno all’Ucraina e sul tema dell’Allargamento dell’Unione europea, con particolare attenzione verso i Balcani occidentali. Vi è stato inoltre un articolato scambio di vedute si principali dossier regionali relativi al Medio Oriente e al Mediterraneo orientale. Nel più ampio contesto delle prospettive di rafforzamento in ambito economico e commerciale, i due Vice Ministri hanno approfondito specialmente l’aspetto della cooperazione nell’ambito della difesa.
Presente a Cipro per il Consiglio Ue e per una riunione con gli imprenditori italiani, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato il suo sostegno e la solidarietà al governo di Cipro, paese della Ue che nei mesi scorsi è stato fatto oggetto di lanci di missili dall’Iran.
In un colloquio telefonico con il presidente della Repubblica di Cipro Nikos Christodoulides, Tajani ha confermato la volontà di rafforzare la cooperazione energetica, settore strategico per i due Paesi e per l’intero Mediterraneo orientale. “Italia e Cipro inoltre vogliono lavorare insieme per rafforzare il segmento mediterraneo del corridoio IMEC, grande progetto strategico per collegare l’India all’ Europa attraverso rotte alternative a quelle esistenti”, ha ricordato il ministro.
Tajani ha anche annunciato che l’ambasciata d’Italia guidata dall’ambasciatrice Antonella Cavallari organizzerà, in parallelo con la America’s Cup di Napoli, una “Regata della pace” aperta agli equipaggi di tutti i paesi del Mediterraneo. L’iniziativa è promossa anche in vista dell’America’s Cup che si svolgerà a Napoli nel luglio del 2027 e dovrebbe coinvolgere decine di imbarcazioni che si impegneranno nel tragitto compreso tra Agia Napa e Limassol, in una gara che intende promuovere il valore dello sport come fattore di unione, una “regata della pace” in una regione oggi gravemente minacciata da conflitti e tensioni.
È entrato in vigore nella giornata di ieri, 27 maggio, l’Accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede per la realizzazione di un impianto agrivoltaico nell’area di proprietà della Santa Sede a Santa Maria di Galeria (Roma).
L’Accordo, sottoscritto lo scorso 31 luglio dall’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Francesco Di Nitto, e dal Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Santa Sede, Mons. Paul Richard Gallagher, entra in vigore a seguito del completamento delle procedure interne necessarie da parte dei due Paesi.
L’intesa rappresenta un esempio concreto della collaborazione tra Italia e Santa Sede nella promozione della sostenibilità ambientale e nella lotta al cambiamento climatico, attraverso iniziative volte a favorire la transizione energetica e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Il progetto dell’impianto agrivoltaico coniuga, in particolare, innovazione tecnologica, produzione di energia pulita e valorizzazione del territorio, confermando il comune impegno delle Parti verso modelli di sviluppo sostenibile e responsabile.
I governi e la società civile di tutto il mondo sembrano avere un obiettivo comune: proteggere bambini e giovani dai pericoli della navigazione sul web, dall’uso non supervisionato dei social media, da contenuti pornografici, violenti o pericolosi. La virata globale verso un Internet dove è necessario verificare la propria età ha però una serie di criticità, legate alle soluzioni che si stanno adottando e ai problemi che esse pongono in termini di privacy e sorveglianza.
Alcune misure sono arrivate tramite leggi statali, come nel caso dell’Australia e del Regno Unito. Altre sono iniziative delle stesse piattaforme, come nel caso di Discord, che ha annunciato e poi ritirato una policy nota come teen by default (cioè che dà per scontato che tutti gli utenti siano minorenni). Nonostante il quadro frammentato, è chiaro che ci si stia spostando verso un modello di Internet in cui sarà sempre più spesso richiesto di identificarsi per dimostrare di essere adulti. Questo potrebbe radicalmente cambiare il modo in cui vivremo la rete in futuro.
Esistono diversi approcci tecnologici per verificare l’età di un utente nel momento in cui entra o si iscrive a una piattaforma. Il primo è la stima dell’età sulla base di dati biometrici. Un software analizza un video o un selfie, dando un’indicazione di un’età presumibile. Un altro metodo prevede il confronto automatico tra una foto scattata live e la foto di un documento ufficiale. I siti possono inoltre richiedere una verifica dei dati bancari, o una piccola transazione da una carta di credito, per verificare che la persona intestataria sia maggiorenne. I controlli possono essere effettuati anche tramite l’operatore della rete mobile, che certifica che il numero da cui si sta effettuando una connessione sia associato a una persona adulta.
I metodi biometrici e quelli che richiedono di caricare le foto dei documenti presentano però evidenti problemi di privacy, dal momento che richiedono agli utenti di condividere informazioni estremamente sensibili con aziende private.
Gli attivisti per i diritti digitali nutrono grande scetticismo nei confronti di queste soluzioni. Martin Sas e Jan Tobias Mühlberg, due ricercatori belga autori di un paper commissionato dai Verdi Europei, hanno scritto: “Questo requisito [di provare la propria età, ndr], oltre a costituire un’ingerenza nella privacy delle persone, può potenzialmente limitare la loro capacità di esprimersi liberamente e di interagire con gli altri, a meno che non forniscano i propri dati personali e siano in grado di completare una procedura di verifica dell’età”.
Secondo l’Electronic Frontier Foundation, gli obblighi di verifica dell’età comportano una serie di possibili discriminazioni nei confronti di alcune categorie di persone già marginalizzate. Chi per esempio non dispone di documenti governativi validi e riconosciuti, come è il caso di alcune persone migranti, potrebbe trovarsi tagliato fuori da una buona fetta di servizi online. Negli Stati Uniti, riporta l’EFF, anche tanti adulti, soprattutto neri e ispanici, non hanno a disposizione documenti aggiornati con il nome o l’indirizzo corretto. La stessa cosa vale per le persone che stanno intraprendendo percorsi di affermazione o transizione di genere, che hanno meno probabilità di avere documenti aggiornati o foto ufficiali che corrispondono ai loro tratti somatici.
L’analisi dell’EFF è incentrata sugli Stati Uniti, ma è indicativa di un problema più ampio: “Il 43% degli americani transgender non dispone di documenti d’identità che riflettano correttamente il nome o genere. Per loro, la verifica dell’età pone una scelta impossibile: fornire documenti con nomi precedenti e indicatori di genere errati, rischiando così di essere costretti a un coming out, oppure perdere del tutto l’accesso alle piattaforme online”. Il metodo del riconoscimento facciale espone invece ai consueti bias algoritmici: i sistemi di intelligenza artificiale sono testati e funzionano soprattutto su persone bianche, sono però meno efficaci in caso di minoranze razziali ed etniche (ma anche, per esempio, di persone con disabilità).
Esistono però alternative più solide dal punto di vista della privacy. In Germania, per esempio, è in vigore un sistema di identità digitale che permette lo scambio di informazioni tra il server di un sito e un microprocessore contenuto nella carta d’identità elettronica nazionale. Tramite una chiave crittografica, il microprocessore dimostra di appartenere a una eID (una carta d’identità elettronica) rilasciata dal governo tramite una chiave crittografica, condivisa con altre 9.999 eID. “Ciò significa che l’unica informazione che la piattaforma ottiene è che una persona su 10mila si è registrata” hanno scritto Marten Risius e Johannes Sedlmeir su The Conversation.
Successivamente, il servizio e il microprocessore si scambiano la data corrente e l’età minima richiesta, mentre il microprocessore invia la data di nascita dell’utente. A quel punto, l’autenticazione avviene esclusivamente sulla base di queste informazioni, senza che ulteriori dati siano condivisi con il sito web. Altri sistemi, come l’European Digital Identity Wallet (di cui parleremo più avanti) o il Google o Apple Wallet (che da qualche anno permettono di custodire documenti d’identità digitali sul telefono e di utilizzarli come prova dell’età), funzionano in modo leggermente diverso: non si basano su microprocessori integrati in carte fisiche, bensì su componenti hardware presenti nei telefoni cellulari.
Queste soluzioni si avvalgono di un sistema crittografico che comunica alla piattaforma che una persona è in possesso di un documento digitale che attesta la sua maggiore età, senza tuttavia rivelare ulteriori dettagli. Il principio tecnico sottostante a entrambi questi esempi è la selective disclosure. Sempre Risius e Sedlmeir concludono: “Com’è evidente, i sistemi di verifica dell’età possono essere progettati ponendo al centro il principio della non tracciabilità. Ciò significa che né l’autorità né la piattaforma possono monitorare le attività di un utente, pur essendo in grado di verificare con precisione l’età”.
Una delle leggi più solide tra quelle in vigore è l’Online Safety Act del Regno Unito, che di fatto obbliga le piattaforme, i siti pornografici e i grandi motori di ricerca a impedire ai minori l’accesso a contenuti dannosi. Questi comprendono anche l’istigazione al suicidio, all’autolesionismo e la celebrazione dei disordini alimentari. Le regole sono in vigore dal luglio 2025. “In qualità di autorità di regolamentazione, non valuteremo i singoli contenuti né chiederemo ai servizi online di rimuovere materiale legale” si legge sul sito dell’Ofcom, l’autorità delle comunicazioni britannica (l’equivalente della nostra AGCOM) “Il nostro ruolo non è quello di impedire agli adulti di accedere a materiale pornografico legale, ma a partire dal 25 luglio saranno necessari controlli più rigorosi e, cosa fondamentale, non sarà più sufficiente spuntare una casella per dichiarare di avere più di 18 anni”. La legge, è fondamentale specificarlo, non obbliga tutte le piattaforme a verificare in modo diretto l’età di un utente, ma solo quelle che pubblicano materiale pornografico. Tutti gli altri siti devono comunque sottostare all’obbligo generale di impedire che i minori vengano in contatto con contenuti non appropriati.
In Unione Europea molti paesi stanno considerando di adottare legislazioni per il controllo dell’età, che si concretizzano in particolare nel divieto per le persone al di sotto di un’età specifica di iscriversi e utilizzare piattaforme social. Nelle ultime settimane, la Grecia ha annunciato che dal 2027 proibirà l’accesso alle piattaforme social ai minori di 15 anni. In Germania il partito di governo ha dichiarato che proporrà un divieto per i minori di 14 anni. In Danimarca si è raggiunto un accordo politico per impedire l’accesso sotto i 15 anni. E poi c’è la Francia, dove all’inizio di aprile il Senato ha approvato un disegno di legge che prevede un sistema a due livelli: alcune piattaforme saranno del tutto proibite ai minori, mentre altre richiederanno l’approvazione di almeno un genitore per l’iscrizione. La legge deve ora tornare in discussione alla Camera, ma vale la pena segnalare come il presidente della Repubblica Emmanuel Macron sia un grande sostenitore del social media ban.
Nel resto del mondo il dibattito segue direttrici simili. In Australia una legge considerata “storica” ha imposto alle principali piattaforme social di impedire l’accesso ai minori di 16 anni a partire da dicembre 2025, con sanzioni anche milionarie. In Brasile una legge entrata in vigore lo scorso marzo fa sì che i minorenni possano iscriversi alle piattaforme social solo se il loro account è collegato a quello di un supervisore adulto.
La legge di riferimento in Europa è invece il Digital Services Act (DSA). Il DSA non impone esplicitamente la verifica dell’età come requisito per operare sul territorio dell’Unione. Per le piattaforme online con più di 45 milioni di utenti mensili (VLOP, acronimo di very large online platforms), la Commissione si aspetta però che vengano adottate misure concrete per mitigare i rischi sistemici, ovvero i rischi che gli ecosistemi online pongono al resto della società. La tutela dei minori assume quindi un ruolo di primo piano.
“La questione della competenza in materia di verifica dell’età nei servizi digitali si colloca in una zona di intersezione tra il diritto dell’Unione e le prerogative nazionali, e può essere compresa correttamente solo se si abbandona una logica dicotomica per adottare una prospettiva di competenza mista, nella quale, tuttavia, il ruolo operativo degli Stati membri resta oggi decisivo”, spiega a Guerre di Rete Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica presso l’Università di Milano.
Il Digital Services Act adotta infatti un modello “risk based”, basato cioè sulla valutazione dei rischi, lasciando aperto un ventaglio di soluzioni adottabili. L’obbligo non è quello di adottare una soluzione unica, ma di dimostrare che il sistema scelto protegge effettivamente i minori dai rischi per la loro sicurezza e incolumità. “Questa impostazione, tuttavia, apre uno spazio normativo significativo per l’intervento degli Stati membri. In assenza di una armonizzazione piena a livello europeo, infatti, sono gli ordinamenti nazionali a mantenere la competenza sulle modalità concrete attraverso cui tale obiettivo deve essere perseguito. Ciò riguarda, in primo luogo, la definizione delle tecniche di verifica dell’età – che possono spaziare da sistemi documentali a soluzioni basate su intermediari certificati o su modelli di anonimizzazione – e, in secondo luogo, la determinazione dei limiti di accesso a determinati contenuti, soprattutto quando si tratta di materiali sensibili come quelli pornografici”, prosegue Ziccardi.
Le autorità europee hanno recentemente fatto alcuni passi per attuare nel concreto le indicazioni del DSA. Dopo un’investigazione, terminata lo scorso marzo, è stato concluso che quattro siti pornografici (PornHub, Stripchat, XNXX e XVideos) non stanno mettendo in atto le protezioni sufficienti per evitare che i minorenni entrino in contatto con i loro contenuti (che sono, ovviamente, a sfondo sessuale). “La Commissione ha constatato, in via preliminare, che Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos non hanno adottato misure efficaci per impedire ai minori di accedere ai propri servizi, venendo così meno al proprio dovere di tutelare i diritti e il benessere dei minori. Sebbene nei loro Termini di servizio sia specificato che i servizi sono riservati esclusivamente agli adulti, tutte e quattro le piattaforme consentono ai minori di accedervi con un semplice clic, con cui confermano di avere più di 18 anni”, si legge nel comunicato stampa ufficiale. Un clic per confermare l’età non può più bastare. Se le conclusioni della Commissione dovessero essere confermate, le società rischiano sanzioni fino al 6% del loro fatturato annuo globale.
“Accanto alla dimensione dell’enforcement si sviluppa, in parallelo, una seconda direttrice di natura tecnico-infrastrutturale, che riguarda la costruzione di standard europei comuni. L’Unione sta infatti lavorando alla definizione di soluzioni interoperabili di verifica dell’età, anche attraverso progetti pilota basati su applicazioni dedicate e, soprattutto, in prospettiva, mediante l’integrazione con il EU Digital Identity Wallet. L’obiettivo è duplice: da un lato, evitare la frammentazione derivante dalla proliferazione di modelli nazionali eterogenei; dall’altro, garantire che i sistemi adottati rispettino principi fondamentali, come la protezione dei dati personali e la minimizzazione delle informazioni trattate”, prosegue Ziccardi.
Il regolamento quadro che introduce l’EU Digital Identity Wallet è entrato in vigore nel maggio del 2024 e gli stati membri saranno obbligati ad adottare la tecnologia entro la fine del 2026. “In questo contesto, assume particolare rilievo il paradigma della privacy by design, che si traduce nella ricerca di soluzioni capaci di attestare un requisito (per esempio, il superamento di una soglia di età) senza rivelare l’identità dell’utente”, prosegue Ziccardi. “Alcuni modelli già sperimentati, come quello della cosiddetta ‘doppia anonimizzazione’, prevedono la separazione tra il soggetto che verifica l’età e il servizio che eroga il contenuto, in modo da evitare la concentrazione di informazioni sensibili in un unico punto del sistema. Si tratta di un terreno nel quale diritto e tecnologia si influenzano reciprocamente: le esigenze di tutela giuridica orientano le soluzioni tecniche, mentre queste ultime ridefiniscono le possibilità concrete di regolazione”. La soluzione proposta dall’Europa si inserisce nel filone delle soluzioni privacy first e decentralizzate, che potrebbero costituire una modalità sicura e rispettosa della riservatezza per verificare l’età.
Nel 2025, l’AGCOM ha imposto ai siti per adulti di controllare che gli utenti siano maggiorenni. L’applicazione della direttiva è stata frammentata e ben presto il TAR del Lazio ha messo un freno alle disposizioni. Il problema principale risiede nella natura transfrontaliera dei servizi digitali. “Una parte significativa dei siti interessati, infatti, è stabilita in altri Stati membri dell’Unione, con la conseguente applicazione del principio del paese d’origine, che costituisce uno degli assi portanti del Digital Services Act. Questo principio limita fortemente la possibilità per un’autorità nazionale di imporre direttamente obblighi a operatori stabiliti altrove, imponendo invece il ricorso a meccanismi di cooperazione tra autorità competenti” spiega Giovanni Ziccardi. Il caso italiano rappresenta bene la frizione che può crearsi in un contesto di governance a più livelli (statale e sovranazionale).
Rimane uno scarto tra le questioni tecniche e la realtà sociale del problema. Le soluzioni come l’identità digitale europea o il Google Wallet sono create per limitare la quantità di informazioni che il sito può raccogliere sull’utente. Ma non prendono in considerazione lo scenario più banale: quello di un minore che utilizza il telefono, le credenziali o il documento di un adulto. In altre parole, il sistema può anche contribuire a non esporre una quantità significativa di dati personali, ma non elimina del tutto il rischio di un raggiro.
Lo scorso aprile, l’esperto di cybersicurezza Paul Moore ha affermato di essere riuscito a bypassare la crittografia del portafoglio digitale europeo in soli due minuti. Altri esperti hanno fatto eco a queste preoccupazioni: “Più dati raccolgono questi sistemi, più diventano appetibili per gli hacker”, ha dichiarato Hanna Bözakov, fondatrice del servizio di crittografia Tuta. Se si guarda infine al mercato delle VPN, si nota come siano diventate molto popolari nei contesti in cui si è introdotto l’obbligo di verifica dell’età.
Le direttrici di rischio sono diverse. Oltre ai dubbi tecnici, emergono anche alcune questioni politiche e culturali sulla natura della rete. Molti sostengono, per esempio, che d’ora in poi sarà impossibile navigare sul web in modo anonimo. C’è anche chi ritiene che gli obblighi tecnici e legali di verifica siano un modo per sollevare le Big Tech dalle proprie responsabilità rispetto alla moderazione dei contenuti. Tra quest’ultimi c’è Eva Simon, direttrice del programma su Tecnologia e Diritti della Civil Liberties Union in Europa: “Ci stiamo concentrando sull’accesso, ma il vero problema è il modo in cui le piattaforme catturano l’attenzione e promuovono i contenuti. È da lì che derivano i danni”.
Ma la verifica dell’età è ormai un orizzonte concreto, in Europa e nel mondo. “In questa cornice, la chiave interpretativa più convincente è forse quella che coglie una tensione tra forma e sostanza”, conclude Ziccardi. “L’obbligo di verifica dell’età non è ancora formalizzato in modo uniforme a livello europeo, ma si sta progressivamente imponendo come necessità sistemica. Il DSA richiede una protezione effettiva dei minori e, allo stato delle tecnologie e dei modelli organizzativi disponibili, la verifica dell’età rappresenta lo strumento più credibile per realizzarla. La questione centrale non riguarda più, dunque, la presenza o meno dell’obbligo, ma il modo in cui lo si impone: chi è legittimato a imporlo, attraverso quali strumenti tecnici deve essere attuato e, soprattutto, con quali garanzie in termini di tutela dei diritti fondamentali e della riservatezza degli utenti”.
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La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.
Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.
Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.
Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.
Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.
Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.
Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.
Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.
Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.
Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.
L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.
Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.
Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.
1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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