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Francia: oltre mille eventi annunciati per il 17 ottobre. a parigi manifestazione dalle 11.00 a place de l’opèra
Francia: verso il 17 ottobre
“Se i ragazzi tornano a vivere con i genitori significa che non trovano lavoro e non hanno abbastanza soldi per l’affitto. Mi dispiace lasciare ai miei figli un mondo in questo stato”: così Sophie Marceau
Ha scelto di tornare a quel personaggio, anche se non considera Il tempo di Anne un vero sequel de Il tempo dell’amore, film del 2008. Sophie Marceau, che compirà 60 anni a novembre, torna al cinema nei panni di una madre alle prese con figli ormai adulti, nuove relazioni e una vita sentimentale che passa anche attraverso social e app di dating.
A Vanity Fair spiega: “Se avessimo voluto fare un sequel ci avremmo pensato a distanza di pochi anni, tanto più che era stato un successo. E credo che riprendere quel personaggio dopo una pausa così lunga sia più interessante perché ti permette di raccontare un vero cambiamento. I figli di Anne hanno ormai quasi 30 anni, sono in quella fase che segna il passaggio all’età adulta vera e propria”.
Il film finisce inevitabilmente per incrociare anche la sua vita privata. Nel racconto, la figlia della protagonista torna a casa: come reagirebbe Marceau se accadesse lo stesso con i suoi figli, Vincent, 32 anni, e Juliette, 24? La risposta tiene insieme due sentimenti diversi. Da una parte “fa sempre piacere essere un punto di riferimento. La famiglia dovrebbe rappresentare un rifugio, un posto dove puoi tornare quando le cose non vanno bene”. Dall’altra, però, “se le ragazze e i ragazzi tornano a vivere con i genitori, significa che non riescono a trovare un lavoro e che non hanno abbastanza soldi per pagare l’affitto. Non è un buon segnale”.
Ed è proprio da qui che il discorso si allarga alle difficoltà delle nuove generazioni e alle proteste che hanno portato migliaia di ragazzi in piazza in Francia. Per Marceau non si tratta soltanto di una questione francese, ma di un clima più generale, segnato dal disincanto e dalla sensazione che il futuro sia diventato più incerto. “È evidente che non andrà bene per niente. Un tempo era più facile trovare un lavoro, avere abbastanza soldi per vivere e, in un certo senso, c’era molta più libertà. E anche più ignoranza. Voglio dire, più informazioni ricevi più diventi ansioso e più ti senti in colpa per non essere in grado di fare nulla“.
Poi il pensiero va direttamente ai suoi figli e a ciò che la sua generazione lascia a quella successiva: “Io ormai sono una vecchia ragazza e mi dico: ‘La mia vita appartiene più al passato che al futuro’, ma mi dispiace lasciare ai giovani, ai miei figli, un mondo in questo stato. Non voglio sembrare troppo pessimista, però. Ho fiducia nelle nuove generazioni”.
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Francia, verso lo sciopero del 17 ottobre
Durante le mobilitazioni del 2018 contro la riforma dell’educazione, mentre molti studenti esprimevano impazienza di fronte a un mancato allargamento delle proteste, i quadri sindacali e di partito che venivano a fare formazione nelle facoltà occupate rilevavano positivamente la ripresa della politicizzazione giovanile, di una frazione della classe che stava reimparando strumenti e tecniche, linguaggi, e a misurare i rapporti di forza; una classe de lutte come intitolava un film collettivo del 1969. Se i partiti della sinistra tradizionale non brillano per radicalità e connessione sentimentale, di fronte al livello di conflittualità e di coscienza espresso dalle nuove generazioni è però evidente che quella lettura cogliesse un processo reale.
Effetti del regime neoliberale
Passati quasi dieci anni da quella riforma, che è stata la più importante riforma dell’educazione durante i mandati presidenziali di Emmanuel Macron, è una nuova generazione di studenti ad aprire la fase terminale di questo periodo mediocre e grottesco.
Una generazione cresciuta nel periodo di maggior aggressività del neoliberismo francese (iniziato appunto con la nomina di Macron al Ministero dell’Economia da parte di François Hollande nel 2014, e segnato dal movimento dei Gilet Gialli nel 2018), e che si confronta oggi con i risultati di quelle politiche nella sua vita quotidiana.
Oltre al regime di controllo basato sul merito e la competizione creato da Parcoursup, è la qualità delle infrastrutture scolastiche a essersi degradata a causa della riduzione dei finanziamenti, di pari passo con il peggioramento generale dei servizi pubblici e del salario sociale. Una delle rivendicazioni principali è un piano di intervento per il rinnovamento degli edifici insalubri e vetusti, per la sicurezza e per garantire temperature accettabili durante i periodi climatici più difficili, sempre più frequenti nella fase attuale di cambiamento climatico. Posizioni, assieme a quelle contro il divieto degli smartphone o sulle giornate scolastiche eccessivamente lunghe (8h-18h), che ricordano quelle dell’ambientalismo del lavoro italiano degli anni ’60, in cui la classe operaia rivendicava il controllo delle condizioni ambientali nei luoghi di lavoro e la possibilità di incidere su ritmi, cicli di lavoro e tecnologie attraverso i consigli di fabbrica. Altrettanti legami si potrebbero ricostruire con le lotte per la liberazione della riproduzione sociale, o – ancora più immediati, vista la geografia delle mobilitazioni – con le lotte antirazziste e decoloniali.
A livello più generale, i caratteri potenzialmente insurrezionali che sta assumendo la situazione francese in questo autunno sono il risultato della coincidenza di un tempo locale su scala nazionale – fabbricato e scandito da un passato recente di conflitti -, e di un tempo globale – la trasformazione del neoliberismo in regime di guerra.
La Francia è uno snodo cruciale del sistema capitalistico occidentale, non è quindi un caso che il picco di malcontento e di repressione all’interno coincida con l’esaurimento del ciclo di accumulazione a egemonia occidentale su scala internazionale, ma non vi era nessuna necessità storica che la classe arrivasse nelle condizioni di cogliere l’occasione offerta dalla crisi.

Les jeunes aspettando les jaunes
Questo è stato reso possibile prima di tutto dalle trasformazioni qualitative interne ai movimenti sociali. Anche se i conflitti aperti dalle mobilitazioni spontanee o sindacali degli ultimi anni sono state difensive, in opposizione all’attivismo riformatore dei governi, e non hanno mai riportato un significativo avanzamento delle condizioni di vita, hanno tuttavia vinto la battaglia del consenso sul lungo periodo, mentre il potere non ha mai riportato una vittoria decisiva in grado di rompere il loro crescendo.
La richiesta di riforme radicali in un settore sociale veniva puntualmente rielaborato e riappariva, qualitativamente trasformato e potenziato, nella riappropriazione da parte del soggetto che, nella specifica congiuntura successiva, si trovava a esercitare un’egemonia transitoria nelle rivendicazioni e nelle pratiche.
Il dégagismo dei Gilet Gialli non aveva la capacità propositiva mostrata dagli studenti in queste settimane, nelle cui parole d’ordine riappare il termine rivoluzione, che certamente è impiegato in una concezione vaga e astratta, ma risponde a un sentire comune che va oltre sia i richiami folcloristici, settari o dogmatici, sia la citazione parodica della ghigliottina e del 1789 dei Gilets Jaunes. Sembra trattarsi piuttosto di un’attrazione verso livelli di radicalità e di trasformazione che la socialdemocrazia ha rimosso dalle sue possibilità, espressa da una generazione che non pone limiti al proprio orizzonte politico, perché per chi appartiene a questa generazione è autoevidente che una nuova fase mondiale si è aperta, in cui la grande maggioranza di chi si affaccia al mondo adulto ha pochissimo da perdere.
L’aggravarsi delle contraddizioni ecosociali comporta così uno spostamento degli spazi pratici e ideologici verso le estremità dello spettro politico, un movimento che è flagrante nella gioventù politicizzata, e che si esprime anche nelle crisi e nelle sconfitte delle socialdemocrazie, in Europa come in America Latina.

La lotta, la teoria e la classe
In questo decennio di mobilitazioni in cui si inserisce il movimento studentesco, l’identificazione di classe è implicita ma costantemente all’opera, e si dà prima di tutto in negativo e si definisce attraverso avversari comuni nelle strade, negli scioperi e nel senso comune, senza poggiare su una lettura ideologica in grado di definirne gli obiettivi rispetto a un metodo e a una teoria. Questa condizione di debolezza teorica sembra essere meno grave per la sinistra francese rispetto ad altri paesi perché nella sua storia, fin dalle sue origini nel socialismo utopista (quello che Lenin chiamò terza fonte del marxismo), le necessità della pratica e della lotta politica tendono a prevalere sulla teoria.
La ripetizione della pratica conflittuale del soggetto frammentato ed eterogeneo della classe rende sempre più evidente come la soddisfazione di ogni singola rivendicazione (dalla riforma e il disarmo della polizia alle scuole e le università, dalle pensioni alla pianificazione ecologica) sia necessariamente condizionata dalla trasformazione totale del modello socio-economico.
In questo affermarsi di un programma trasformativo attraverso la reiterazione di una pratica contestatrice, lo Stato diventa il terreno di una saldatura possibile dei diversi movimenti sociali, e questo può avvenire per almeno tre motivi.
Innanzitutto, queste mobilitazioni hanno riconosciuto nei governi nominati da Macron il motore delle riforme neoliberali (che più che altrove sono state imposte attraverso strumenti legislativi e governativi), individuando nello Stato lo strumento necessario alla redistribuzione delle risorse (come avvenuto con il Front Populaire) e a una forma più democratica di rappresentanza politica (come durante la Commune). Questa conoscenza è stata poi socializzata da intellettuali e militanti, anche attraverso i social e i media indipendenti, superando la dimensione che Gramsci definiva “corporativa”, costruendo un’egemonia morale e intellettuale all’interno della classe.

Le generazioni migranti
Altro elemento che rende possibile questa saldatura è la riappropriazione di un ideale nazional-popolare da parte di una gioventù di origine immigrata, finora esclusa dal corpo politico, e che invece adesso si identifica in un progetto di società nazionale di rottura rispetto al modello antropologico neoliberale (ciò che vale sia per la generazione Z che per l’appello alla manifestazione del 17 ottobre da parte dei Gilet Gialli, che a differenza del 2018 parte anche da frange del proletariato di origine immigrata). Un elemento che favorisce anche forme spontanee e intuitive, ma reali, di internazionalismo, come il sostegno alla resistenza palestinese.
Infine, terza condizione è l’esistenza di una rappresentanza partitica e sindacale che permette di non arretrare nello scontro per il consenso e di armonizzare le parole d’ordine. In questo senso, se vogliamo comparare la sinistra francese, che è probabilmente la più avanzata sul continente in questo momento, con la sinistra italiana, nell’ottica di un allargamento all’Italia di una contestazione al neoliberismo che è già internazionale, la differenza decisiva sta molto meno nella qualità dei movimenti (pur con tutte le differenze fra Paesi con storie, economie e demografie molto diverse) e nel trattamento mediatico della realtà (il regime di propaganda e la programmatica falsificazione della realtà da parte dei mass media sono all’opera anche in Francia), che piuttosto nell’assenza di una rappresentanza che traduca le rivendicazioni sociali in proposta politica, nell’inettitudine di chi fa politica di mestiere e avrebbe il compito di trovare risposte alle contraddizioni che una società esprime.
La France Insoumise è per adesso in condizione di arrivare al secondo turno delle elezioni perché ha continuamente scommesso sulla sedimentazione delle idee e delle pratiche di resistenza, sulla maturazione di classe dell’opposizione alle riforme neoliberali. Malgrado si trovi in un conflitto aperto con la quasi totalità dell’apparato politico e del sistema mediatico, il partito oggi sembra essersi rafforzato, e la conquista del governo è un orizzonte che appare possibile e desiderato a molti, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.
Dalle crisi se ne può uscire par le haut o par le bas, e se una parte importante di questa scelta la Francia dovrà prenderla nelle elezioni di primavera, già i prossimi giorni saranno decisivi, con un appello di mobilitazione dei Gilet Gialli previsto per il 17 ottobre, otto anni dopo la più violenta contestazione alla presidenza Macron, che iniziò dalla tassa sul carbone che fece aumentare i costi dei carburanti. Difficile prevedere se il movimento sia definitivamente rifluito, se la sua rabbia abbia ceduto alla rassegnazione nelle zone rurali e periurbane sempre più isolate dal centro e abbandonate dai servizi pubblici, dove la propaganda razzista delle televisioni trova le migliori condizioni per diffondersi. I tratti peculiari e inediti della situazione attuale espongono ogni ipotesi sul futuro al rischio di limitare le potenzialità del movimento sociale, così come ogni paragone storico rischia di essere una scusa per neutralizzare la rabbia con la nostalgia.
Se però da più parti è stato rievocato il ’68 non è per costruire un parallelo storico sulle condizioni dell’azione e sui suoi possibili sbocchi, ma perché – spesso proprio a scuola di quell’evento la generazione Z ne ha appreso gli eventi determinanti, il verificarsi di una mobilitazione di massa studentesca, l’internazionalizzazione della contestazione; e perché, in quella che fu l’ultima volta che vacillò e arretrò il capitale europeo, le consegne erano le stesse delle prossime settimane: l’unità della classe lavoratrice con la classe studentesca.
Immagine di copertina e dentro l’articolo dalla pagina facebook della CGT
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24MM. Il futuro in piazza: la rivolta degli studenti francesi


© RaiNews
Francia: “blocchiamo tutto”. le voci degli studenti delle periferie verso la giornata di mobilitazione di sabato 17 ottobre
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100 anni fa nasceva il filosofo michel foucault. judith revel: “il suo pensiero rimane attuale, lo si vede nelle lotte studentesche in francia””
[Nota di classe] Scuole (dis)connesse e in lotta
Francia: prosegue la mobilitazione degli studenti verso la giornata del 17 ottobre
Per colpa di Putin gocciolano i frigoriferi francesi – Il Controcanto – Rassegna Stampa del 14-10-26
Grande scoop di Repubblica. I frigoriferi in Francia gocciolano per colpa della guerra ibrida di Putin! Cazzullo sul Corriere rimpiange il tempo in cui i cittadini credevano per davvero in questo mostro di Europa. Il Fatto definisce i possibili contorni di un accordo di pace fra Russia e Ucraina
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Campobasso, 16 ottobre: in piazza … come in Francia
Francia: migliaia di persone in strada a parigi e in tutta la francia. la diretta del corteo
Francia: oggi quinto atto della mobilitazione studentesca. corrispondenze del nostro inviato dal liceo eruald di saint denis
Francia: martedi’ mobilitazione nazionale del movimento degli studenti. inviato della radio presente per tutta la settimana
Come bloccare un’università. Cronache da Paris-Nanterre in mobilitazione
Sono le 6:30 di mattina, è buio, ci si muove con quello che c’è: cassonetti prelevati dall’area degli alloggi studenteschi, banchi e sedie, grate di ferro, transenne, pallet di legno, qualche manico di scopa a serrare dall’esterno le uscite laterali. Un bâtiment per volta e che ogni ingresso sia ingombrato e presidiato.
Al campus universitario di Nanterre le lezioni sono interrotte da venerdì 2 ottobre. I blocchi sono continuati con qualche tensione fino all’annuncio della Direzione all’indomani di martedì 6, giornata del cosiddetto Terzo atto, la manifestazione generale a place de la République: didattica e attività annullate per una settimana in tutti i campus universitari, Ville-d’Avray, Saint-Cloud e Nanterre, la cui Presidenza aggiunge in una circolare il pieno sostegno alle rivendicazioni «relative alla drammatica mancanza di finanziamenti e di riconoscimento». «Da molti anni, l’Università Paris Nanterre denuncia le difficoltà strutturali derivanti da una cronica carenza di fondi e personale», si scrive.

Cinque atti
Il 29 settembre l’Union syndacale lycéenne si era mobilitata a sostegno del liceo Saint-Exupéry di Créteil e di quelli del Val-de-Marne e Seine-Saint-Denis che ben presto lo avevano seguito, chiedendo di generalizzare i blocchi. E così è stato, il movimento è diventato nazionale. Cronologia diversa dal 2006: dai liceali si estende agli universitari e universitarie che li hanno seguiti e il fronte delle rivendicazioni si allarga. È partita come una denuncia delle condizioni materiali, i tagli all’istruzione, la mancanza di docenti, gli edifici fatiscenti, l’umidità d’inverno le ondate di calore d’estate, i bagni inagibili, il sovraffollamento delle classi. Una difesa delle politiche pubbliche, e il rifiuto di sottostare alle logiche del Parcoursup, la piattaforma selettiva in uso dal 2018, che è anche una questione di potere, cioè di chi decide sull’accesso all’università, con quali criteri (tra cui il peso del liceo di provenienza nell’algoritmo selettivo) e con quale possibilità di contestare il nesso tra una geografia e il suo destino sociale.
Al di là del mito generazionale di una certa storiografia, la contrapposizione tra un ’68 “libertario”, mosso da una critica culturale, e un 2026 invece più “reattivo” e sociale, viene facile per la rilevanza storica di Nanterre, ma rimane forse fuorviante. Il confronto che circola è quello con il 1990, anch’esso partito da una banlieue parigina, con più di centocinquantamila liceali in piazza al culmine del 5 novembre, che ha portato a un piano d’urgenza da 4,5 miliardi di franchi. Un militante ricorda che nel 2018, ai tempi dell’approvazione di Parcoursup, a Nanterre i blocchi durarono quasi due mesi: da aprile a giugno, quando gli esami di recupero vennero trasferiti in centri esterni, presidiati dalle forze dell’ordine. I picchetti si sciolsero con l’inizio dell’estate e un negoziato con l’ateneo.
La manifestazione di martedì 6 ottobre, Terzo atto, ha sicuramente allargato il campo delle convergenze: anticlassismo, antirazzismo, rifiuto del budget di guerra. Si vuole la fine delle politiche discriminatorie per studenti e studentesse extra-EU: le enormi tasse definite “razziste” disposte dal decreto Bienvenue en France, insieme alla restrizione dei sussidi agli alloggi (APL), novità di questo semestre. Ritorna la questione delle diseguaglianze che pesano sulle banlieue, e dei finanziamenti universitari, con al centro le ultime indiscrezioni sull’incapacità di sostenere a lungo i pasti gratuiti a 1 euro, e la piattaforma di Mon Master, l’analogo di Parcoursup per l’accesso alle lauree magistrali. A fine settembre, a fronte di tremila ricorsi record da parte dei “senza posto”, i sans-facs, la presidenza di Nanterre aveva denunciato un aumento vertiginoso delle domande per le magistrali e l’incapacità di farsene carico.

Mercoledì 7 arriva il blocco di Sciences Po, con studenti e studentesse di Beaux-Arts e dell’École du Louvre; segue il comunicato dell’assemblea inter-fac: fine dei proiettili di gomma e dei lacrimogeni, scioglimento dei corpi speciali di polizia, dimissioni del ministro dell’Interno. Nessun passo indietro. Giovedì, alla Bastille, arriva il Quarto atto, la seconda manifestazione. Venerdì 9, il blocco di solidarietà dell’École des Mines, scuola prestigiosa di ingegneri e che di certo non manca di fondi. «Contre les violences policières» si legge all’ingresso.
Con un deficit al 5,4% del PIL e un piano di risparmi da 54 miliardi, si prepara l’esame del bilancio che partirà martedì 13, lo stesso giorno in cui viene annunciato il Quinto atto, la manifestazione sotto Matignon, sede del Primo Ministro.
Oggi il movimento si allarga, in corteo sfilano cordoni di insegnanti e genitori a protezione dei giovani, la repressione trascina il dibattito dalle condizioni di insegnamento alla legittimità della risposta statale. Chiedere soldi per l’istruzione anziché per la guerra non sembra, insomma, una richiesta irricevibile per l’opinione pubblica. Le piazze sono piene di studenti e studentesse non politicizzati/e in senso stretto: alcuni sono lì perché ci sono anche gli amici, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia Parcoursup, chi voleva saltare la scuola, ma c’è un modo di sentire condiviso che ha che fare con la catastrofe del presente, i costi da sopportare senza promesse di riscatto sociale, i doveri senza diritti ed è propriamente generazionale.
La copertina e le foto nel corpo del testo sono dell’autrice
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bitume - diritti sociali e digitali - podcast
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM
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